Una data storica, il 21 ottobre 1474, quando, con la bolla papale di Sisto IV, veniva decretata l’estinzione della prepositura del movimento religioso degli Umiliati a San Bartolomeo e la costruzione del monastero olivetano.
“550 anni dell’annessione del monastero di San Bartolomeo alla Congregazione Olivetana” è il titolo del progetto ideato dal CPSSAE (Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed etnografici) nel confronto con l’Associazione “Il cortile degli Olivetani” allo scopo di recuperare l’identità storica, sociale, culturale e religiosa di una comunità.
La fase di avvio dell’iniziativa ha visto il diretto coinvolgimento della Parrocchia di San Bartolomeo, della Diocesi di Adria-Rovigo, con il patrocinio del Comune di Rovigo (Assessorato alla Cultura) ed inoltre, la collaborazione dell’Associazione Culturale Minelliana che nel Novembre del 2019 organizzò l’importante convegno ‘Il Monastero e la Città. San Bartolomeo di Rovigo: vita religiosa, arte, cultura, economia, i cui atti figurano nell’omonimo volume edito nel 2022’.
Due gli appuntamenti che hanno caratterizzato la fase di avvio del progetto:
• il primo in data 21 marzo dell’anno in corso – “Monasteri e conventi, tra i secoli XV e XVIII” – si è aperto con l’introduzione della presidente dell’Associazione Aps “Il cortile degli Olivetani” Maura Bianco, a cui hanno fatto seguito alcune riflessioni di Don Andrea Varliero, co-parroco della Chiesa di San Bartolomeo. E’ stato evidenziato quanto sia stata significativa e fondamentale per Rovigo e il Polesine la presenza olivetana, ancor oggi viva e attiva nel Santuario del Pilastrello di Lendinara. È stato inoltre ribadito che i Monaci Olivetani, con la loro presenza, hanno lasciato un tesoro inesauribile di bellezza che, dall’ambito religioso, devozionale e sociale, si è tradotto in significative espressioni architettoniche, artistiche e culturali.
I relatori, Raffaele Peretto (già direttore del Museo dei Grandi Fiumi) e Adriano Mazzetti (già direttore dell’Accademia dei Concordi), hanno consentito, con i loro apporti, di fare un viaggio metaforico a ritroso nel tempo, alla ricerca dell’identità culturale, sociale, spirituale e religiosa. Inoltre, la mappa di Rovigo tratta da “Città del Veneto” 1704 edita da Pierre Mortier, ha consentito ai relatori – supportati anche da mappe catastali, stampe paesaggistiche di Eugenio Piva, presenti in Accademia dei Concordi, immagini fotografiche aeree – di “visualizzare” per il pubblico, la presenza dei tanti conventi e monasteri a Rovigo già intorno alla fine del XIII secolo, ed oggi oramai quasi del tutto scomparsi.
Gli ordini monastici – quali olivetani, agostiniani, domenicani, eremitani, francescani, cappuccini – co-abitavano a breve distanza, contribuendo, con la loro presenza, al rinnovamento culturale, artistico, spirituale dello stesso tessuto sociale cittadino, rappresentando fondamentali punti di riferimento in momenti critici, segnati da carestie, pestilenze e dominazione straniera.
• “Strade Romee. Itinerari di fede”- in data 22 marzo, è stato il tema del secondo incontro, dove le relazioni di Raffaele Peretto e Andreina Milan, storico urbano e docente presso l’Università degli Studi di Bologna, hanno consentito di individuare i due percorsi della strada Romea germanica, entrambi provenienti da Padova e convergenti a Rovigo attraverso le località di Granzette e Mardimago-Sarzano. Queste due vie per i pellegrinaggi diretti a Roma, sono state individuate attraverso ricerche sull’antica configurazione ambientale del territorio: corrispondono a strade impostate su argini di scomparse diramazioni dell’Adige e del Po. Gli stessi itinerari sono confermati da cartografie e fonti storiche risultando in stretta relazione con gli ‘Ospitali’ intorno a Rovigo, sorti in epoca medievale per dare assistenza e accoglienza ai viandanti. Il tragitto oltre Rovigo proseguiva, per Arquà Polesine e Raccano, verso Ferrara.
Tra il 2024 e il 2026, si svolgeranno molteplici iniziative legate al progetto: convegni, mostre, concerto, concorso di disegno e pittura, pellegrinaggio, gemellaggio. Nel 2026 saranno trascorsi 550 anni da quando (1476) la comunità monastica iniziò ad essere retta e governata da un priore, prima della figura di un abate, documentata dal 1535 fino alla soppressione napoleonica nel 1810.
Nel maggio del 1476 annoveriamo la morte del cardinale Bartolomeo Roverella (sepolto a Roma nella chiesa di San Clemente), fondamentale propugnatore dell’avvio della comunità olivetana a Rovigo.
Un altro richiamo storico, in relazione al 2026, è dato – per la comunità di San Bortolo – dalla ricorrenza dei 70 anni (1956) della nascita della parrocchia.
Tante e significative, dunque le iniziative in programma nel corso di un biennio ricco di eventi che toccano vari aspetti: storico, sociale, culturale, artistico e religioso che si intersecano con il 2025, anno del Giubileo.
Una svolta forse decisiva per il turismo fluviale polesano. Il progetto “Valorizzazione dei borghi fluviali delle terre tra l’Adige e il Po” potrebbe davvero rappresentare l’atteso salto di qualità: il piano presentato ha ottenuto infatti l’importante finanziamento di quasi 800mila euro dal Ministero del Turismo, classificandosi sesto a livello nazionale su ben 397 domande, delle quali solo 22 destinatarie di contributo.
Da tempo la Provincia di Rovigo, di concerto con le amministrazioni locali del territorio, sta lavorando attivamente per la promozione di reti tra le varie realtà fluviali per alimentare la filiera del turismo ecosostenibile in un’ottica di valorizzazione dell’intera area rivierasca, che raccoglie diversi Comuni, parte dei quali si inseriscono nelle riserve Mab Unesco del Po.
A luglio 2023, in occasione della pubblicazione del bando in oggetto, riservato a realtà con meno di 5mila abitanti, è stata candidata una proposta – con Fratta Polesine capofila – cui hanno aderito anche i Comuni di Ariano nel Polesine, Arquà Polesine, Bergantino, Canda, Castelnovo Bariano, Crespino, Ficarolo, Fiesso Umbertiano, Frassinelle Polesine, Gaiba, Loreo, Lusia, Melara, Pincara, Polesella, San Bellino e Stienta. La Provincia di Rovigo ne ha curato la progettazione in collaborazione con altri partner quali Ente Parco del Delta del Po, Autorità Distrettuale di bacino del Po, Assonautica Acque Interne Veneto ed Emilia, Fiab Rovigo – Amici della bici e Corte Spinata di Melara.
Non c’è dubbio che questo percorso può costituire un nuovo slancio e rappresentare la prossima frontiera della visitazione fluviale, in linea con i più ambiziosi progetti europei, qualificandosi inoltre tra le più interessanti destinazioni del Vecchio Continente. In questo scenario i fiumi divengono il fulcro del paesaggio, elemento di connessione tra le varie location rivierasche, corridoio ecologico di grande valenza oltre che luogo di ritrovo e condivisione: non più confine geografico, dunque, ma un punto di incontro per fruire di nuove esperienze a contatto con la natura e la cultura locale.
La sempre crescente attenzione volta alla riscoperta di un turismo di prossimità ed esperienziale, in grado di avvicinare le persone a paesaggi ricchi di attrazioni spesso ancora sconosciuti ai grandi circuiti di massa, si delinea come elemento fondante delle strategie di valorizzazione e promozione del territorio: così, le terre tra Adige e Po si possono presentare al turista come un grande “museo a cielo aperto”, da esplorare interamente a bordo di una barca o in sella a una bicicletta.
Fondamentale a tal proposito il ruolo che può rivestire anche la terza via d’acqua del Polesine, il Tartaro-Fissero-Canalbianco, idrovia completamente navigabile 365 giorni l’anno da Mantova alla Laguna di Venezia e che con le aste del Po – interessato al passaggio della futura cicloviaVen.To. – e Adige (a sua volta lambito dalla pista che collegherà Verona a Rosolina), rappresenta oggi l’asse portante di tanti progetti intermodali bike and boat: l’entroterra polesano mantiene intatto il proprio fascino rurale proponendosi come luogo di continue scoperte e non stupisce il rinnovato interesse per quest’area particolarmente ricca di monumenti, ville, musei e tanti altri tesori dove il cicloturismo e il turismo fluviale si collocano in primo piano nell’operazione di marketing territoriale.
Il progetto nasce con la volontà di promuovere la visitazione sull’acqua, o lungo l’acqua, fornendo supporto a tutti i visitatori che si approcciano ai nostri fiumi anche grazie alla riqualificazione di piccole infrastrutture comunali quali attracchi e approdi e alla creazione di supporti informativi essenziali per viaggiare in sicurezza ed autonomia, andando quindi a implementare nuovi servizi di accoglienza capaci di attrarre i turisti nel pieno rispetto dell’ambiente.
Presentato con un evento pubblico in Villa Badoer a Fratta Polesine lo scorso 19 gennaio, il progetto può contare su 883.300 euro, 786.137 dei quali cofinanziati dal Ministero del Turismo (la quota restante è a carico alle amministrazioni partecipanti, ndr), e prevede una serie di interventi diversi che spaziano dalla riqualificazione e ristrutturazione di strutture esistenti a eventi di tipo culturale, sportivo ed enogastronomico, fino alla sperimentazione e relativa promozione di nuovi itinerari ciclofluviali.
Alessandro Baldo, vicesindaco di Fratta Polesine, chiarisce: “La partecipazione al bando indetto dal Ministero del Turismo è carico di numerosi aspetti positivi, dal ruolo fondamentale della Provincia quale promotrice dell’iniziativa e realizzatrice della progettazione, all’evidenza che solo con l’unione delle forze i nostri piccoli Comuni possono ottenere risultati positivi. Il fatto poi che sia stato assegnato un contributo così ingente non indica soltanto che il progetto è stato valutato positivamente, ma pure che a livello ministeriale è stata riconosciuta in modo chiaro la potenzialità del nostro territorio. La realizzazione di questo ambizioso percorso ci darà sicuramente grandi soddisfazioni e molta visibilità, ma un primo importante risultato lo abbiamo già ottenuto: acquisire solida consapevolezza della nostra vocazione turistica”.
Enrico Ferrarese, presidente della Provincia di Rovigo sottolinea: “Un ottimo risultato che racconta di una vincente strategia sinergica. L’attività di regia con la quale come Provincia ci stiamo proponendo in più ambiti, ha trovato l’entusiastica disponibilità dei Comuni a partire dal capofila Fratta. Con questo finanziamento, ottenuto grazie a un ottimo piazzamento nella graduatoria del bando, assumiamo una volta di più la consapevolezza del valore della nostra realtà e del grande potenziale su cui abbiamo da lavorare. Azioni come questa, che a più riprese stiamo intraprendendo con e per i Comuni, si inseriscono un passo dopo l’altro in un percorso finalizzato a promuovere e a far riconoscere le nostre peculiarità. Fiumi, paesaggio, ambiente, intermodalità, storia, cultura e tradizioni sono solo alcuni degli elementi dominanti della proposta che il Polesine deve, giorno dopo giorno, costruire per essere attrattivo. Lavorare assieme, creando relazioni positive con i soggetti del nostro territorio, rappresenta la migliore delle carte che dobbiamo giocare per uno sviluppo sostenibile, rispettoso della nostra terra e in grado di valorizzare la nostra comunità”.
Rudy Toninato, vicepresidente di Assonautica Acque Interne Veneto ed Emilia afferma: “Il progetto rappresenta una meravigliosa opportunità per il territorio polesano, si tratta di un’iniziativa di grande valenza per lo sviluppo turistico di quest’area caratterizzata da diverse vie d’acqua, di cui si propone di ampliare la potenzialità della navigazione interna, attiva e strutturata al momento per lo più solo nel Delta. Dobbiamo iniziare a considerare l’ambiente fluviale come una vera e propria risorsa economica e a convincerci dell’eccezionalità del patrimonio che abbiamo a disposizione e che può rappresentare un elemento fondamentale per la crescita economica e sociale. Ora, la prossima sfida è mettere a sistema i percorsi ciclabili rendendoli fruibili in un’ottica di intermodalità con l’acqua. Il progetto ‘Navighiamo il museo diffuso dell’acqua’ promosso da Assonautica, Provincia e diversi Comuni nel Canalbianco, alcuni dei quali li ritroviamo oggi in questo partenariato, ha rappresentato un utile banco di prova e un modello da seguire: per vincere occorre fare squadra e unire le risorse.
Sono pomice nata dal vulcano galleggio candida e sola illusa d’essere frammento d’un sorriso sfuggito alla luna.
Sono risacca all’imbrunire che gioca svogliata con la rena finché non la seduce il vento e la risucchia il mare.
Sono scoglio che affiora da rocce gravide di chissà quale mistero custodito da onde guerriere mai stanche di lottare sotto squarci impenetrabili di cielo.
Sono albero che frutta se affonda radici nella giusta terra nido che accoglie e spera di placare ogni disperato cinguettare.
Sono caos di cuore e pensiero che al suo destino non sa dare nome.
Sono comma del Kosmos, frazione di quel respiro regolare che accende e spegne stelle nella notte solo per strappare un sorriso di luna.
SO FORSE L’AMORE
So la trasparenza salata d’ombre chiaro scure che galleggiano piatte tra bisbigli di preghiera.
So quanto fragile è la vela se naviga la notte non capisce che grida il vento e il faro ignora.
So di stelle inesperte che annegano in pozzanghere scambiate per spicchi di mare da un sorriso ingannevole di luna.
So quando arresta il cuore quando folle riparte e poi s’arresta ancora e confonde il giorno con la sera. So, forse, l’amore.
NOSTALGIE
Muta la voce del mare all’ultima luce tra carezze di brezza. Finalmente ogni cosa addolcisce.
Infiorata di stelle ricama l’ultimo drappo d’orizzonte mentre il giorno s’arrende alla notte e nel mare in attesa, si fonde.
Intrighi di reti affamate catturano sogni salati confusi tra pesci stregati ingannati d’abbagli di luce.
Nostalgie incagliate tra relitti di tempo tra guizzi di nenie a sgranare rosari di corallo in attesa d’un ritorno
SOGNO MEDITERRANEO
Quale sogno d’ulivo e arance d’oro “fuor dal pelago a la riva” giungerà vela gonfia di vento, all’amoroso porto e quando? Visionarie nebbie in fiati di sirene, ombre di luna, fantasmi di triremi…confondono gabbiani quando rifulge il nostro mare dei suoi arcani. È l’ora che di Commedia s’odono frammenti, spumeggianti criniere di marosi che s’impennano potenti a gesta di semidei, esploratori, eroi, poeti, baci di sfortunati amanti. È l’ora in cui cielo, terra e mare fondono in assonanze pure, l’ora del pentimento fra antiche e nuove stelle a rivedere. È l’ora in cui raro e fugace s’apre il varco ad uno sfasamento di tempo e di pensiero in cui il nostro Mediterraneo cerca pace seppure un tempo fu prode guerriero. È l’ora del risveglio, ladro del sogno, infrattato tra l’orme del passaggio d’Enea, aggrappato all’intima verticale ascesa di Dante, sbigottito dal folle volo d’Ulisse, il viaggiatore errante. È l’ora più segreta in cui la luna, prima che giunga Apollo col suo carro, si tuffa in una polla per addolcire il mare che la restituisce al cielo quando schiarisce rinnovando promessa di nuovo incontro all’imbrunire. Tra Porto Said e Tangeri la bianca, sogno mediterraneo d’ulivo e arance d’oro, vela gonfia di Zefiro rischiuderà ogni notte fin quando indenne “fuor dal pelago a la riva” all’amoroso porto, non più miraggio di nuova vita,
LA LEGGENDA DI PRIMAMORE
Arrivò all’improvviso PrimAmore in un perfetto giorno di Sole che, pur ignaro d’aspettarlo, da ogni fulgido raggio emanava splendore. Elegante, misterioso, affascinante, PrimAmore toglieva a tutti il fiato, intimidiva e confondeva la testa come fa il Mare, quando grida tempesta. Il Sole alla sua vista se ne scivolò via confuso e umiliato, anche lui colto alla sprovvista da PrimAmore nel suo bagliore inaspettato. La Luna subito innamorata srotolando il suo virgineo manto bisbigliava alle Stelle che di PrimAmore tanto incredibile, inaspettato e bello… neppure gli Angeli, mai, ne avevano parlato! Fu festa in un battibaleno, offrendo baci, abbracci, cuori stregati, cotti di PrimAmore, alle roventi braci. Ma quando il Sole ora sazio e felice stava per scemare “Io devo andare” gridò imperioso PrimAmore che fuggì così com’era venuto d’improvviso con tutto il suo crudele, romantico splendore. Scomparve per giorni e giorni il Sole privo di luce, senza più calore… Cristalli preziosi, candidi di Neve pianse la Luna per quel misterioso, perduto PrimAmore. Nessuna Luna nuova, nessun risorto Sole, neppure un Angelo occhialuto…l’ha mai più veduto.
PRIMA CHE FACCIA SERA
S’incespica in un silenzio sempre più aggrovigliato e greve che infligge il tempo. E’ così difficile dire la solitudine, quando è vecchia, opaca e fredda, prima che faccia sera. Tremano mani che smarriscono vita nella speranza flebile d’aggrapparsi a una voce, un gesto, un ricordare. Si congiungono in attesa d’una carezza da ricevere, d’una carezza da donare. Mani che sanno l’ora del pregare. Mani ossute dove emergono, vene ispessite, alberi dai rami spogli, dove scorre incerta linfa di passato tra macchie dilatate di tempo. Si protendono a quel desiderio di sole, che ancora intiepidisce ma non illumina sguardo se non c’è più orizzonte. Affiora a tratti un breve riverbero, consapevolezza del tramonto che scema e del suo cielo, in quel tempo d’ombre impigliate scompostamente al cuore. E s’insinua un brivido di sorriso un’ansia in attesa che finisca la fiaba tra labbra sottili e mute, nuovamente bambine, prima che faccia sera.
Con tocco tuo soave fiorivano le rose e al tuo sorriso nuvole svanivano. Delicate poesie il tuo cuore scriveva colorando anneriti muri d’infausto tempo e in fuoco di passione ogni notte soffrivi per negati arcobaleni a tormentati cieli da tempeste condannati. In notte di Maggio fiorito come bianca sposa al vento di Primavera ti sei donata lasciandomi madre inconsolata sospesa al filo del ricordo di tuo niveo fiore dal viola spruzzato.
VEGLIA LA LUNA
Impazzito è questo tempo che a Primavera lacrime germoglia su intristiti rami ingialliti tormentando i nostri sogni fra agonie di sole e venti di follia.
Con pianto di perle veglia la luna su invisibile artiglio che ancora con dolore di lutto su porte di casa ode graffiare e alito di pace soffia su inquietante fiera che ali di farfalle in volo tarpare vede.
E noi anime ferite per Primavere rubate attendiamo oranti con preghiere di pace segnali di respiro lieve da timido rifiorir di petali sbucati dopo turbine di neve.
Secondo posto al Concorso 2024 “Poesia della Repubblica dei Poeti” con tema fisso: “Segnali di Pace” WiKiPoesia premiata il 21 aprile 2024 ad Assisi
STREGATA DAL DELTA POLESANO
Affascinante Delta di selvaggia bellezza respirano i tuoi paesaggi che invitano a perderci nel tempo e con anima stregata da te ritorno per ascoltare il vento che fra i canneti arpeggia remote cantilene.
Nel profumo di campagne salmastre in tele astratte colori di stagioni catturo dialogando con cromie di pulsante tua natura che in silenzio mi urlano come l’ocra di sabbiosa zolla con intense pennellate di blu cangiante.
Solitari pescatori dai volti scolpiti da vento e sole la luna attendono per celebrare in riti ataviche fatiche.
Con sguardo smarrito fra acqua e terra m’arresto alla visione d’un tramonto di passione con danzanti ali d’aironi che a volar m’invitano oltre cieli d’aquiloni.
E persa fra stupori di magia un canto d’onda mi sussurra la sua antica melodia.
LA MAGIA DEL RICORDO
Affiorano improvvisi i ricordi e con struggente malinconia come fiori di giardino perduto nel cuore tornano a rifiorire. S’accendono con fulminei lampi emozioni inaspettate che polvere di stelle aveva nel tempo sopite, con veloce volo di rondini da lontani cieli ritornano e tempeste scatenano. Giorno dopo giorno nello scrigno del tempo intensi palpiti vissuti come perle preziose custodiamo e con vento di brezza o di burrasca dal sogno si ridestano insinuandosi senza annuncio su porta più segreta.
Solo una foto sbiadita, poche note di vecchio ritornello, un colore o un profumo nel tempo dimenticati fan rinascere con sussurro di fiaba o tormento di ferite pennellate di vita del tempo che fu.
Qui tutto è ancora stupore meraviglia nel procedere
qui si rassicura l’ora fragile e il cuore s’incanta ancora della vita.
SUGGESTIONI
E là ove mare e laguna si fondono confondono fra lembi di sabbia e rare fronde infinita pace e silenzio come ai primordi di acqua e cielo.
Solo un’ala di gabbiano d’anatra selvatica solo la lenza del pescatore in volo muto nell’aria
lontano un karaoke sotteso come suono impercettibile vicino un riflesso lagunare madreperla a un raggio furtivo leggera uguale eterna armonia tramutata in musica interiore ove l’anima s’adagia riposa alfine smemorata dell’aspra natura altrove devastante l’umana misura tragedia orrore morte. Sfumata Albarella solo immagine qui invece vita pulsante in semine mollusche grappoli neri di lucenti gusci in recinti a fili invisibili e ricami di pali.
Qui nell’arcano silenzio pulsa la vita sempre.
Porto Caleri, 14 luglio 2021
FOSCHIE… ATTESE
Confusa quasi la linea di cielo mare sfumature d’indicibile celeste spento. Oscillano lontano fantasmi forme vaghe di pescherecci. S’attendono orizzonti distinti limpidi s’attende vento buono che rabbrezzi il paesaggio.
Ma la sera la sera!
Marina di cobalto nella sera ventosa che muove nell’azzurro aquiloni colorati fra ali di gabbiani e sogni-attese di Buono.
SPERANZA
Aspri tamerici sfrangiano di verde l’azzurro alzando la quota dei nostri desideri-orizzonti mite un pallido celeste fiorisce miracolo dalla sabbia natura-stupore sempre.
LOREO
Loreo è spazio d’umana eleganza e memoria di remote origini di storia d’antico potere all’ora della veneziana deità.
Raffinate figure si muovono fra campielli portici bassi strade brezzate dal respiro del mare
ove le case si rincorrono in uno sfondo a tempere veneziane giallo rosa rosso quasi scenario di eterna commedia goldoniana.
Nobilita l’insieme l’arte del Longhena del Bellini ed altro che abbraccia le amabili ciacoe della gente i sorrisi dei turisti stupiti.
Morbido un anello liquido la cinge tutt’intorno.
IL CORO
E questo ossessionante suono di minimali alate creature invisibili celate fra il verde è minuta eternità che si fa canto iterato ritmo all’umano frinire al male oscuro che mai sparisce mai, diviene altra minaccia axillum che tarla il vivere.
CA’ MOROSINI
Nel far west polesano dimora d’antico cotto respira memoria veneziana nel timpano lievitato fra due ali ai lati tese.
Ampia l’aia intorno eco ancora accesa di voci canti agresti fra orti lagunari intrighi d’erbe.
Vecchia casa di campagna dei nobili Vianello con nicchia di Celesti pensieri nel cuore della facciata e a fianco
ora emporio di merci varie quali nel far west. Qui il tempo immutato incontaminato pure dall’infido usurpatore coronato.
– Papo, mi porti a pescare nel pomeriggio? – mi chiese mio figlio, con quel suo modo sornione e ruffiano che sfodera ogniqualvolta vuole persuadere gli altri ad assecondare i suoi desideri.
– Per oggi avrei un altro programma – risposi, cercando di essere convincente.
In verità, non avevo alcuna voglia di muovermi. Dopo un'intera settimana di lavoro avrei voluto riposarmi, restare nella tranquillità della mia casa. Una tuta, un paio di pantofole e la poltrona di vimini mi sarebbero bastate. Il caldo sole di maggio aveva smosso in me una inconsueta pigrizia. Nel silenzio della mia terrazza, contornata dai variopinti cespugli del giardino, avrei potuto dedicarmi alla lettura di un libro, come da tempo desideravo fare.
– Ma, papo, è tanto che me l'hai promesso! – insistette Alessandro, ostinato.
Mi chiama sempre "papo" quell'impudente, quando vuole farmi capitolare, perchè sa che non resisto a questo richiamo.
"Papo" è stato il suo primo modo di rivolgersi a me, era un appellativo mio personale, ne ero fiero. Questo mi ha sempre ricordato le sue prime parole, le sue manine tese verso di me e i dolci e innumerevoli momenti trascorsi insieme nei suoi primi anni, quando potevo tenerlo sulle mie ginocchia, quando potevo coccolarlo, godere dei suoi sorrisi, delle sue conquiste. Ed infatti non seppi resistere e capitolai.
Con tutta l'attrezzatura, recuperata dalla cantina, ove era stata riposta nei precedenti mesi autunnali, partimmo nel primo pomeriggio verso la nostra consueta postazione sulla solita sponda del fiume che scorre poco lontano dalla nostra abitazione.
Preparammo le canne, controllammo i fili, i mulinelli ed infilammo le apposite esche. Poi un lungo lancio nell’acqua. Ci sedemmo quindi sulla riva, come sempre muniti della necessaria pazienza ed ancor più affidandoci alla buona sorte.
Il primo pesce non si fece attendere molto. Alessandro lo sentì agganciarsi all'amo e, con abilità, lo trascinò sulla riva, come gli avevo insegnato durante le nostre precedenti sortite. Questo ci rese euforici e predispose il nostro animo per una fiduciosa e paziente attesa.
Da quasi un'ora ce ne stavamo con le canne in acqua e aspettavamo che un’altra carpa abboccasse, ma le nostre speranze restavano deluse.
-Probabilmente questo pesce è l'unico che si trovava a passare per caso o che aveva fame in questo momento – ci dicemmo, scherzandoci sopra.
Il sole scaldava piacevolmente il mio corpo. Sentivo le braccia e le spalle denudate scottare sotto i raggi ormai cocenti. Ero felice di trovarmi abbarbicato a quella riva. L'invito di mio figlio aveva cacciato la mia indolenza, ed ora mi era gradevole sentirmi in sua compagnia.
Un fastidioso capogiro, un senso di vertigine mi presero all'improvviso.
– Si sarà bloccata la digestione – feci appena in tempo a pensare.
L'acqua sottostante cominciò a ondeggiare, poi ad alternarsi al cielo sovrastante. La vista si annebbiò, la testa divenne un enorme macigno. Nausea, stordimento, oscurità completa. Percepii un tonfo e mi sentii sprofondare nelle fredde acque del fiume. Ero consapevole di quanto mi stava accadendo e, nello stesso tempo, impotente. Non riuscivo a muovermi, ad invocare aiuto. La fievole corrente mi trasportava lentamente verso il largo. Mi sentii riemergere e intuii che il mio corpo inerte galleggiava immobile.
Udii mio figlio gridare disperato, chiamare soccorsi, ma nessuno intese le sue invocazioni. Ritenni di essere perduto. Mi sentii trasportare verso la morte senza poter intervenire, senza riuscire a far nulla, a reagire in alcun modo. Me ne andavo senza un saluto, senza un commiato ed un abbraccio per mio figlio che avevo vicino, per mia moglie rimasta a casa, per gli amici e tutti gli altri. Alessandro capì che tutto dipendeva ormai soltanto da lui. Doveva intervenire prontamente, fare qualcosa per salvarmi. Nel corso, fatto durante l'estate, aveva imparato i primi rudimenti del nuoto; questo era il momento opportuno per poterli mettere in atto. Si gettò istintivamente nel fiume senza aver cognizione di come affrontare la difficile situazione. Riuscì a raggiungermi e a tenere la mia testa fuori dall'acqua. Mi prese per i capelli e faticosamente mi trascinò verso la riva. Ma la scarpata era ripida e impossibile da risalire per un bambino, tanto meno dovendo sollevare anche il mio corpo inerte. Per un po' di tempo potè mantenersi a galla, riuscendo a fatica a tenere anche la mia testa in superficie.
Alessandro mi parlava e la sua voce era piena d’angoscia. Cercava di rianimarmi, di riportarmi alla vita, a quella vita che sentivo ormai allontanarsi inesorabilmente. Voleva ridarmi energia, il coraggio, la speranza. La mia mente, ormai, si stava annebbiando completamente, non percepivo più nulla; i miei occhi vedevano soltanto un lungo tunnel, un lungo e buio cunicolo; sulla sua parte terminale, una grande luce abbagliante mi veniva incontro. Poi, in lontananza, una dolce musica suadente ed un flebile richiamo. Mentre le sue forze stavano per cedere, mio figlio Alessandro sentì arrivare lungo il viottolo sterrato che costeggia il fiume una motocicletta con due ragazzi. Urlando e gesticolando, attirò la loro attenzione e riuscì a farli fermare. Prontamente i due giovanotti si calarono in acqua e, con le loro braccia muscolose, mi agganciarono con forza, mi sollevarono e mi trascinarono sulla riva. Cercarono di rianimarmi, scuotendomi e chiamandoni a gran voce:
– Franco, Franco, coraggio, ora è in salvo – continuavano a ripetermi con insistenza, sperando di essere arrivati in tempo.
Piano piano cominciai a percepire le loro voci, i loro appassionati richiami. Quando aprii gli occhi, vidi sopra di me i loro volti, i loro occhi inquieti ed apprensivi; accanto a loro, il viso felice di mio figlio. Tutti sorridevano soddisfatti.
– Papo – mi disse Alessandro, – che paura mi hai fatto prendere!
Il drammatico episodio cambiò totalmente il mio modo di concepire l'esistenza. Subentrò in me un concetto diverso dei valori; apprezzai l'essenza della vita, pur comprendendone la sua fatuità, la sua incertezza. Quella luce abbagliante e quella musica, così invitante e suadente, resteranno per sempre nella mia mente come un monito un eloquente avvertimento, una emblematica esortazione.
Mi scusi, lei mi parla, ma io non l'ascolto, sono distratto. Venga, mettiamoci in quell'angolo in fondo al salone, devo parlarle, devo dirle qualcosa di strano che mi è appena capitato, dieci minuti o forse un minuto fa.
Ecco… stavamo ascoltando la conferenza di Mancuso, “L’intervento di Dio negli eventi umani”, poi tutto si è annebbiato e, al posto di Mancuso, ho visto salire dietro al leggìo un personaggio curioso, vestito di nero, che zoppicava leggermente.
Quest’uomo – un angelo, un diavolo? – mi ha indicato lo schermo appeso davanti al pubblico e mi ha invitato a guardarne le immagini. Così ho visto me stesso a trent’anni!
Ero a una festa in riva al mare e ballavo con Fiorenza, la mia splendida futura moglie, ci saremmo sposati di lì a una settimana.
Tra i ragazzi che stavano intorno, ce n'era uno che si chiamava Alberto, guardava triste Fiorenza perché anche lui ne era innamorato. L'uomo zoppo teneva in mano un telecomando trasparente e schiacciò il tasto NO. Vidi Fiorenza e Alberto, sullo schermo, correre come il vento su un'auto rossa, lungo una strada piena di curve, su una costiera impervia. Erano felici come novelli sposi, mentre il sole li illuminava davanti. Su una curva a gomito, l'auto sbandò a destra, sfondò il muretto di protezione e precipitò nel vuoto.
Il diavolo/angelo schiacciò il tasto SI. La vita allora prese un’altra direzione: mi rividi a quarant’anni, abbracciato a Fiorenza; guardavamo i nostri figli che giocavano sul prato di casa.
Se Fiorenza avesse sposato Alberto, sarebbero morti cadendo nel mare, e se io avessi sposato Fiorenza, avremmo guardato i bambini giocare felici.
L’uomo nero sorrise e aggiunse: “Come una corsa in auto”, e se andò zoppicando.
Mi dispiace se non l’ho ascoltata, me ne scuso. Credo di aver avuto una allucinazione.
Lei che ne pensa, Eminenza?
Lo specchio
Il mattino mi alzo, entro in bagno e, dopo la naturale minzione, che faccio? Mi guardo allo specchio, naturalmente, e osservo il mio viso: con le rughe che aumentano inesorabili, con la pelle sempre più afflosciata, con i capelli bianchi (ma quale dei miei capelli non è bianco?). Tempus fugit, purtoppo.
Ma stamane non penso solo al tempo: per la prima volta, qualcos’altro mi attira. Alzo la mano destra per grattarmi la testa e, nello specchio, si alza la sinistra; alzo la sinistra e, nello specchio, si alza la destra; giro il capo per osservare l'orecchio destro e lo specchio mi mostra il sinistro, osservo l'orecchio sinistro e mi appare il destro. La schiuma da barba e le mie creme sono dietro di me, ma, spostandomi appena indietro e rimirando lo specchio, le trovo spostate: ciò che era a destra è a sinistra, e viceversa. Lo specchio riflette la mia immagine e quella degli oggetti del bagno, ma sono spostati, non sono gli stessi, sono diversi. La mia immagine è nello specchio, ma sono diverso, non sono lo stesso.
Rammento la storia di Alice nel Paese delle Meraviglie, che, per entrarvi, penetra attraverso lo specchio. Al di là dello specchio Alice trova la contrada dell'Impossibile: un Cappellaio Pazzo, lo Stregatto, la Regina di cuori, il Bianconiglio, il Brucaliffo. In quel curioso paese, scopre che quel che più conta è la Contraddizione: ovvero il contrario di quello che si fa o si dice. In quel magico paese, gli animali parlano, i gatti evaporano e una torta ti fa ingrandire.
Forse è ciò che avviene dentro lo specchio: nulla è uguale a quello che viene riflesso, forse nello specchio la vita è un'avventura: puoi seguire i tuoi sogni e la tua curiosità, puoi confondere l'immaginazione con la realtà. Assomigli a te stesso, ma sei diverso: puoi essere ciò che non sei, ciò che, dal vero, è nascosto.
Puoi diventare anche uno scrittore, un poeta: puoi inventarti vicende simili alla verità, ma mai avvenute, perché, in fondo, la verità non appassiona.
Mi snebbio da questo sogno: mi giro a destra, mi giro a sinistra, guardo in alto e in basso, guardo davanti e dietro, ma di riflesso vedo solo me stesso. Nello specchio vediamo solo noi stessi, eppure siamo diversi.
In una città, in un anno che non si può dimenticare, in una stagione in cui faceva freddo, successe una cosa strana.
Un giorno, in un parco, fra panchine, alberi e siepi, dal nulla, comparve un cubo. Era fatto di un materiale sconosciuto, e ogni suo lato era della misura di un metro; il suo colore cambiava di continuo, dal nero al bianco, al rosso, al verde, fino all’arcobaleno.
Tutte le autorità furono immediatamente avvisate: quelle politiche, quelle giudiziarie, quelle di tutte le religioni, e chiunque o qualsiasi che si potesse definire autorità, d’altronde vigeva la par condicio e il politicamente corretto. La democrazia era una cosa seria e girava a trecentosessanta gradi intorno alla ruota del libero arbitrio. E non si dice così tanto per dire, che altrimenti sarebbe ruotata a trecentosessanta gradi attorno al cubo, e non sarebbe stata considerata una cosa seria!
I migliori scienziati, con le migliori tecniche, cercarono di prelevare, per analizzarlo, un campione del materiale del cubo, ma la sua superficie era così dura che non ci riuscirono, cosicché all’unisono furono d’accordo nel concludere che quel cubo, non era di questo pianeta: proveniva sicuramente dallo spazio, e si posero dei quesiti di grande importanza: “Chissà perché era caduto proprio sulla terra, e chissà perché proprio in una stagione in cui faceva freddo, e chissà perché proprio in un parco e non invece vicino a un palazzo, a un ristorante o in un qualsiasi altro posto, e chissà quale era il materiale di cui era fatto, magari molto prezioso.”
Tutti questi quesiti andavano risolti, ne andava del futuro dell’umanità. Così gli scienziati firmarono in pochi minuti un protocollo di lavoro e studio della durata di almeno dieci anni, e subito, i politici della maggioranza, stanziarono in bilancio, per il finanziamento del protocollo, un capitolo di spesa appositamente dedicato.
In principio si tormentarono su come giustificare un aumento delle tasse per trovare la necessaria copertura finanziaria senza però perdere consensi e voti. Pensarono di risolvere il problema additando come responsabile giusto chi non c’entrava nulla nella decisione, ma che ben poteva essere incolpato di fronte agli elettori, era questa la classica variante di minoranza del politicamente corretto.
Si decise pertanto, per attuare quel protocollo, di costruire un laboratorio nel centro della città aperto alle visite di ogni cittadino: un’ottima idea per incrementare il turismo, infatti non c’è niente di meglio della curiosità per attirare qualcuno in un posto. A tal fine per l’inaugurazione si portò il cubo nella piazza principale per presentarlo in mondovisione, illustrando anche il protocollo di studio e il conseguente lavoro di costruzione del laboratorio, che già si calcolò sarebbe stato pronto in poche settimane. Non stupisca la celerità, fu sufficiente per velocizzare i lavori fare una cosa a cui nessun altro aveva mai pensato prima, eliminare ogni burocrazia.
Nel giorno stabilito per il grande evento erano presenti tutte le autorità e, mentre si era in attesa del collegamento televisivo che inspiegabilmente tardava nella connessione, successe l’imprevisto: dall’interno del cubo si sentì provenire una voce e tutti fecero silenzio.
All’improvviso una delle pareti si aprì come fosse una porta. Qualcuno ricorda ancora quel sinistro cigolio, e dal cubo uscì un piccolo essere, dalle grandi orecchie, con le forme simili a quelle umane, vestito con una tuta blu; si guardò intorno e poi iniziò a ridere, a crepapelle, per un paio di minuti. Poi con un’espressione sorniona disse: “Buongiorno, parlo la vostra lingua grazie al mio traduttore universale di ultima generazione, il mio nome è Scherzo, provengo dal pianeta Ironia, il mio paese si chiama Umorismo e di professione esercito la libera satira.”
Si guardarono tutti l’un l’altro e non servivano parole per intendersi, la faccenda era molto delicata e si prospettava molto rischiosa: fino a quel momento infatti ogni cosa era stata trattata in modo estremamente serio, molto serio, e per fortuna che gli operatori delle varie emittenti televisive non avevano ancora avviato i collegamenti.
Cosa sarebbe successo se il mondo intero avesse saputo che il cubo era solo un’astronave, e dentro c’era un essere insignificante, di piccole dimensioni e dalle grandi orecchie? Ormai gli extraterrestri non andavano più di moda, e poi che nome era Scherzo? Quell’essere, a guardarlo, lo era anche di persona. Per non dire poi del pianeta e del paese: che nomi erano Ironia e Umorismo? e che lavoro era “l’esercizio della libera satira”? La situazione appariva ridicola, l’umanità intera avrebbe pensato a una presa in giro, il danno all’immagine della città sarebbe stato incalcolabile.
Tutti furono d’accordo, la decisione fu presa per telepatia, senza bisogno di parlarsi: l’alieno venne spinto a forza, con ostilità, dentro il cubo, sigillando la porta, ma non ci si accorse che lui era uscito dal lato posteriore defilandosi, scappando da lì.
Fu poi emesso un comunicato stampa in cui si chiarì che si era trattato solo di un grande equivoco brillantemente risolto con grande perizia dagli scienziati: il cubo era solo un nuovo tipo di spartitraffico che, per errore, era stato collocato nel parco, ma ora era stato posizionato là dove doveva stare per garantire la sicurezza dei cittadini, in una zona tranquilla e poco frequentata della città, alla fine di una strada senza uscita.
Frattanto c’è da dire che Scherzo – fuggito dal cubo senza essere visto – rimase sulla terra, giacché la cubo-astronave era inutilizzabile. Ma lui non si perse d’animo, la sua abilitazione all’esercizio della libera satira era valida in ogni angolo dell’universo, così gli era stato garantito dalla “Commissione burle, disegno e scrittura in materia di umorismo e satira” della Magnifica Accademia di tutte le arti.
Quindi, se vi capitasse di vedere qualcuno che ride, che sorride, che è felice, siatene certi: lì vicino è passato Scherzo.
E se per caso lo incontrate, lui, di sicuro, non mancherà di farvi una battuta spiritosa, ma se non la capite, non preoccupatevi, non è colpa di qualcuno l’incomprensione. Può succedere, d’altronde il senso dell’umorismo non è per tutti.
Invece, il senso del rispetto, quello sì che deve essere di tutti. Necessita solo di educazione e comprensione, atteggiamenti che non possono mai mancare, neppure per scherzo!
I conflitti sanguinosi, che da adolescente aveva letto nei libri di storia, erano alle porte; e fame e povertà, si respiravano a pieni polmoni in un mondo talmente ricco in contraddizioni, e saturo di chiari e di scuri, da portare scompiglio anche nella più ordinata delle vite.
Non che di Letizia si potesse dire che avesse avuto un’esistenza ordinata.
Anzi! Anche lei era in guerra, e da tutta una vita, per giunta!
A cambiare erano soltanto gli strumenti. Il carro armato era la poltrona del suo piccolo studio rubato a un bugigattolo nel sottoscala, il fucile erano mani rese adunche dal peso dei guai e, per trincea, un computer da scrivania.
Ma a chi aveva dichiarato guerra?
Letizia. Nome più inappropriato non avrebbe potuto essere dato in dotazione a una bambina.
Avrebbero dovuto proibirli per legge certi nomi: Letizia. Gioia. Allegra. Un manualetto alla nascita dei pargoli bisognerebbe consegnare ai genitori! Uno di quei libri in stile americano pensati per risolvere ogni problema dell’esistenza, dalle unghie incarnite, al come lasciare il partner almeno cinque minuti prima che lui lasci te. In questo caso, la preziosa guida, avrebbe potuto impedire ai genitori di lasciarsi pervadere da quell’aura di dolcezza che assale nel trovarsi al cospetto con lo sguardo color acquamarina di un bebè. Perché poi, se come in una di quelle proiezioni ortogonali imparate nei disegni della scuola, riuscissimo ad osservarci da punti di vista differenti, comprenderemmo i danni causati da aspettative tanto elevate.
Era forse stato questo il motivo per cui Letizia, giunta alla soglia della comprensione, aveva preferito cambiarsi i connotati, optando per uno pseudonimo più consono alla sua situazione, tanto da diventare, ad un certo punto della sua vita, per tutti, Luna. E Luna, in ultima analisi, era rimasta per il mezzo secolo a seguire, tanto da aver fatto scordare, al resto del mondo, quanta gaiezza doveva essersi portata appresso nei primi disgraziati anni della sua esistenza, a causa di quel nome scellerato.
“Buona Giornata Luna, il solito?”
Ogni mattina Luna si portava su zampe traballanti verso il piccolo bar che capolinava davanti alle finestre di casa sua, sorseggiava un cappuccio spruzzato di un cioccolato tanto amaro da conferire dolcezza al sapore del latte, e spandeva sorrisi nell’aria sferzante di giornate appena incominciate. Per fortuna la gente va di fretta, perché sarebbe bastato uno sguardo più attento a cogliere la smorfia parestesica nascosta in quell’espressione artificiosa, che finiva per renderla grottesca quanto una maschera da teatro greco.
Ma guai, se non avesse potuto portarsi in quel locale, perché quello era il momento saliente di ogni sua giornata: per ogni settimana, di ogni mese, anno e decade, che le sarebbero rimasti da trascorrere. Il resto della vita si svolgeva a casa sua, tra pareti di cui conosceva a memoria ogni singola tela di ragno sospesa. Persino le ammaccature avevano una loro cartografia geografica nel territorio casalingo, e avrebbe potuto facilmente ricordare a quali urti remoti fossero mai appartenute. D’altronde, senza un lavoro e orfana di famiglia, il tempo a disposizione tendeva matematicamente all’infinito.
“Nome Utente: CheGuevara. Password: LunaDiafana”.
Una volta rincasata dal bar, il computer le suggeriva, a ogni nuova alba, spiacevoli nefandezze e fiotti di liquame, che le uscivano alla tastiera, peggio fossero stati i residui organici dei bassifondi di una metropoli affollata. Ma era brava, e sapeva predare i nemici con le unghie raffinate della retorica, abbattendo anche il più preparato degli interlocutori.
Ogni mattina era così. Cappuccio e trincea. Uno strano conflitto per una persona mite che nella vita aveva compiuto scelte impopolari, come quella di preferire bacche e ortaggi ad altri alimenti proteici che non le riusciva di affrontare, nel terrore di percepire, al morso, il grido segreto di animali morenti. L’urlo di Munch.
Ma non quel giorno. Le cose quel giorno erano andate diversamente.
La notte precedente era stata un inferno. Una di quelle notti bianche in cui gli occhi ti diventano una sorta di quelle biglie da cartone animato attraversate da fratture di capillari rossi che si estendono in ogni direzione, infrangendosi come cristalli di Boemia scaraventati al suolo.
Preda di un’insonnia da attacco di panico, Luna s’era messa a contare le pecore ma, quando anche l’ultimo degli armenti era entrato nel suo ovile immaginario, senza che lei avesse potuto prendere sonno, era stata sul punto di assumersi il peso di una decisione drastica: ricorrere al “libro mai letto”.
Nella stanza al semibuio, illuminata da fasci di luce obliqua rubata alle fessure di balconi sgangherati, aveva lasciato ciondolare un braccio dal letto e, aperto il tiretto del comodino, aveva palpato con le mani la mappa conosciuta del fondale, fino a quando, tra quotidiani scaduti al tempo delle guerre puniche e spray nasali evaporati nell’estate del sessantotto… eureka, lo aveva scovato! Il libro mai letto! Quel grande classico pesante più di un’incudine che, nelle case e nella stanze d’albergo, giace immerso in gomitoli di polvere associata. E il tomo mai letto di Luna, la cui copertina prometteva di svelare gli arcani misteri della storia dell’umanità, era un celebre Tolstoj che parlava di Guerra e parlava di Pace.
“Eccolo!” – aveva esultato tra sé, stimandolo una reliquia ma, dopo averlo poggiato sulle lenzuola, stropicciate da quella notte senza requie, si era resa consapevole del barbaro sacrilegio che si stava perpetrando in quella stanza, riconsegnandolo al suo giaciglio perenne. Come era possibile leggere il libro mai letto, quello che promette rivelazioni capaci di svelare il senso della vita nel mondo? Cosa ci sarebbe stato da scoprire dopo aver appreso ogni significato e tutti i significanti?
Erano le tre. I quarzi di una sveglia tolta alle scaglie del detersivo per lavatrice, le stava drasticamente comunicando che il tempo a disposizione per cadere tra le braccia di Morfeo stava scadendo, ma Luna non riusciva a rasserenarsi.
Quella giornata era stata un caos stressante di eventi.
“Ciao, ti va una gita fuori porta?”
Suo fratello, quella mattina, l’aveva svegliata all’alba.
“Passo a prenderti alle sette.” – aveva annunciato all’altoparlante di un cellulare che Luna teneva sempre acceso, pronto a far fronte ad ogni imprevisto, foss’anche stata la più ineluttabile delle fatalità.
Avrebbe voluto declinare l’offerta, il morale in quel periodo le si era assestato sotto la soglia dello zero nel suo personale asse cartesiano ad ascisse e ordinate, ma era stato forse per questo che, rubando un cambio a un armadio abituato a vederla indossare panni consunti, si era imposta di andare.
“Ti serve una mano a salire?” Felice, il fratello di Luna, era ben disposto nei suoi confronti, ma non ne azzeccava una.
“Faccio da sola!”- aveva gracchiato lei, rifiutando il puntello di un braccio pronto ad accogliere. Solo quando il sentiero in salita su cui si stavano inerpicando, si era dimostrato più adatto ai destrieri medievali che alle sue gambe claudicanti, aveva dovuto cedere, e lasciarsi trascinare fino a un castello che, dalla cima di un monte, dominava quieto il piccolo squarcio di mondo circostante, beandosi di un panorama mozzafiato.
Ecco perché quella notte non aveva potuto prendere sonno!
Perché, una volta varcata la soglia del ponte levatoio, una torre altezzosa si era imposta ai loro occhi e lì, alla base, un foro ricavato tra pesanti file di macigni possenti, l’aveva invitata ad entrare come quando da bambina, giocando a nascondino, aveva cercato luoghi in cui smarrirsi per non essere più ritrovata.
La guida, una manciata di minuti dopo, era stata esaustiva.
“Qui, davanti a voi, nel settecento furono ritrovati metri di ossa. Ora entreremo nel castrum e saliremo alla sommità della torre. Lì, un sistema a botole, consentiva di liberarsi di prigionieri indesiderati.”
Un mormorante brusio aveva iniziato a spargersi tra i visitatori e, mentre i bambini giocavano ad acchiapparello, entrando e uscendo da quell’anfratto oscuro, gli adulti scattavano foto ricordo poggiati ai mattoni del mastio. Tutt’attorno l’aria era satura di spirito vacanziero e i turisti pervasi da un clima di serenità. Tutti, tranne Luna, sbiancata come un fantasma morto un paio di volte.
Soltanto al ritorno, a congedo del fratello, le era riuscito di spiaccicare qualche parola sdrucciola, prima di portare a letto le membra affrante.
Quella notte, tuttavia, non c’era stato nulla da fare.
Giunti a quattro suoni di campanile, avrebbe persino voluto ubriacarsi ma, ricordando di essere astemia, aveva dovuto ripiegare su un cartoccio di paste in cui, un babà al Rum, prometteva uno stordimento sicuro anche a chi non aveva il fegato avvezzo alla gradazione alcolica.
Ma niente! Neppure quello aveva funzionato e, tornando a letto, i pensieri l’avevano ripresa in ostaggio, accavallandosi come creste d’onda in un mare in tempesta, per giungere esausti, all’alba, alla sabbia della battigia.
Ecco a cosa pensava Luna in quella manzoniana notte degli imbrogli.
A quelle ossa, pensava. A quei corpi che, come quegli animali morenti che non le riusciva di ingoiare per cena, le erano resuscitati davanti agli occhi narrandole storie fantastiche di provvisorie attese ed eterne delusioni. A loro pensava. Al terrore che doveva averli colti nell’attimo imminente di quella fine orrenda. E alla brutalità degli esseri umani, pensava: ai forni crematori che spandono fumi umani nelle azzurrità del cielo, e alle bombe atomiche inventate per estrudere brandelli di umanità.
E a lei pure, pensava. A come la società avesse stabilito di non tenderle una mano. Avendo qualcosa che somigliava a una malattia conosciuta, ma che conosciuta non era, l’avevano abbandonata, lustri, in un parcheggio per auto scassate, fino a quando, un manipolo di sparuti eroi, aveva deciso di toglierla all’abisso in cui era stata fatta affondare. A tutto questo aveva pensato quella notte. Al mondo, in generale e alle storie dei singoli, in particolare.
La mattina seguente era giunta per sfinimento.
Balzata da letto, Luna aveva saltato il cappuccio, fiondandosi al computer di casa.
E cambiando nuovamente connotati alla sua vita, congedando l’oscuro guerrigliero per far dar voce a un messaggero di non violenza, Luna aveva deciso di deporre l’ascia di guerra, dichiarando chiusa la battaglia a colpi di tastiera contro chi tanto dolore le aveva procurato, convinta che spettasse a una delle parti in campo, la grande responsabilità di porgere il Calumet della Pace.
“Guerre?” – aveva sospirato mesta – “Un quadro di Otto Dix. Oscenità intrise di dolore.”
E pigiando il tasto “Arresta”, era uscita nell’aria del mattino, con nelle mani un pugno di speranze.
Due uomini, un’amicizia lunga una vita, quattro mani insieme per scrivere, con eleganza e maestria, un romanzo ambientato in Polesine dal titolo “Quella cosa pericolosa chiamata amore”. I due affiatatissimi scrittori – Corrado Antani, tessitore di storie, ed Ettore Mascetti, raccoglitore di storie – proseguono la loro attività letteraria con questa seconda opera noir (anche questa edita da Golem Edizioni di Torino) dopo la prima pubblicata nel 2022 dal titolo “Le eredità del male”.
Il romanzo si sviluppa in tre momenti diversi nell’asse del tempo.
• La prima storia (vera) prende avvio il 3 gennaio 1982, quando un commando, diretto da Sergio Segio, con un’azione dinamitarda libera dal carcere rodigino quattro terroriste di Prima Linea. Momento indelebile della storia rodigina, con il decesso di un civile e numerosi feriti.
• Dieci anni dopo, due studenti universitari, Fabio e Roberto, ritroveranno nel gorgo della Sposa a Trecenta, alcuni barili con all’interno resti di corpi umani.
• Arriviamo ai nostri tempi quando un investigatore ed ex poliziotto, Marco Pavan, si ritrova alle prese con l’indagine sul passato di amico con cui ha un debito morale da riscattare, ma anche con la propria vita familiare divisa tra la figlia adolescente Martina, la ex moglie e gli amici Manfron e la mitica Caterina.
Queste tre storie all’apparenza distanti, si intrecceranno e si avvilupperanno in un noir che attraversa gli anni di Piombo, un periodo spesso dimenticato, di cui difficilmente si legge sui libri di storia, con un nuovo avversario da affrontare: il Vasaio. Un finale rocambolesco, con molteplici colpi di scena, dove tutto e tutti saranno coinvolti e messi in discussione, con scoperte e ri-scoperte; un libro da leggere senza interruzioni.
Un noir ambientato nella terra tra i fiumi, dove – proprio per esplicita necessità e volontà degli scrittori – il territorio è il protagonista silenzioso del libro, un territorio spesso sottovalutato, ma in realtà ricco di prospettive e possibilità di crescita. Va detto che la trama del romanzo è frutto di ricerche approfondite, di letture, di filmati d’epoca guardati e riguardati, perché scrittori non ci si improvvisa, ma si studia e si impara. Da notare l’ottima riuscita della scrittura a quattro mani, eseguita con costanza, riverenza e collaborazione.
In riferimento al titolo, risalta la parola amore, che fa pensare ad una storia romantica, mentre in realtà man mano che il racconto prosegue, emerge il noir con situazioni alquanto complesse, che solo alla fine si risolvono. Ma questo termine, amore, non è incoerente perché emerge chiaramente nei rapporti tra alcuni protagonisti, valorizzando i personaggi.
Insomma un noir, ricco di emozioni, di territorio, di cultura, di storia, condito con amicizia e un pizzico di ironia; un romanzo da leggere, in cui immedesimarsi e viaggiare con tutti i cinque sensi, in una dimensione unica e magica.