Rintracciare negli scrittori del passato racconti di un certo spessore che parlano del Polesine, non è sempre facile, come ebbe ad affermare Sandro Zanotto che così si espresse: “…paesaggio singolare, unico in Italia, come quello del Delta Polesano, è così stranamente assente dalla letteratura nazionale….”.
Ma, a ben cercare, non mancano testi di vari autori, anche del passato, che hanno dedicato varie pagine alla descrizione di viaggi in terra polesana. In particolare mi piace qui riferire le annotazioni fatte, in un’epoca a cavallo tra Otto e Novecento, da Luigia Codemo e Filippo De Pisis, relative in particolare al territorio tra la città di Rovigo e il paese di Polesella.
Luigia Codemo (1828-1898), in una pubblicazione del 1875, stampata dalla Tipografia Visentini di Venezia, descrive il viaggio che effettuò con la famiglia, partendo da Treviso ove risiedeva, con destinazione Polesella.
Filippo de Pisis (1896-1956) fa riferimento allo stesso ambiente in alcune pagine del volume “Pianure”, rimasto inedito, che compose tra il 1917 e il 1920. Riportiamo di seguito alcuni stralci di questi scritti, mettendo a confronto i due autori.
Da Treviso, ove risiedeva, la Codemo arriva in Polesine dopo una sosta alla chiesa del Santo a Padova. Giunge a Rovigo con la famiglia su un carro trainato da cavalli, sostando per il pranzo alla Cappa. Nel pomeriggio riprende la strada verso Polesella: “Si imboccavano quei luoghi e veramente meravigliosi viali tra due filari di pioppi d’Italia e, passato il Canal Bianco, si toccava la Polesella. Molto prediligeva mia madre quelle campagne… perché di là si scorge il Po, che ad oriente svolta lontano, e l’occhio abbraccia la curva grandiosa della riva, piena di abitazioni, anzi di paeselli; a chi si trova là in sull’imbrunire, gli è uno spettacolo, formato solo da lumi sparsi, e riflettuti in lunghe striscie sull’acqua. Anco il paesaggio ha del singolare in quelle biche di canapa e lino, specie di comignoli argentei che risaltano sul verde dei prati, e fra molte case dipinte di rosso. Gran bellezza fanno in quei luoghi i pioppi; ei son la decorazione del Polesine, adattissima alla semplice architettura delle ville italiane…”
Suggestiva la descrizione degli stessi luoghi che, anni dopo, viene fatta da De Pisis in una scampagnata in bicicletta in partenza da Ferrara: “Ecco appena di là del Po, quel campanile a torretta con il piccolo porticato (risplendono al sole limpido le pilastre chiare sugli archi neri!) e i poggioli tutt’attorno e l’altana di sopra, mi dice che sono nel Veneto e me lo fan sentire più di quello che a una brava persona le piramidi indicassero l’Egitto.
Campaniletto bianchissimo di una chiesa o di un oratorio che non si vede spuntato ad un tratto nel cielo d’ametista di là dall’argine fra la prima frescura della boscaglia. Un gran tratto della strada si fa rasentando il Po largo di vorticilli fra la corrente e gorghi, brillante in tante squame d’argento vivo per chi guardi la superficie dell’acqua contro il sole. La fresca è varia, fa pensare ai gran paesaggi ristoratori e sereni dei fiamminghi. (….) Pioppi affilati giallis-simi, boscaglie quasi nude, tutte fuse in una tinta unica, eroiche, se lontane, compatte, specchiantesi sulle rive!”.
Torniamo alla Codemo: “… Guglie, obelischi, alberi di navi; eretti, regolari, torniti si distendono sulle rive dell’acqua e le ombre che ivi si baciano, la trasformano in rivo di smeraldo. Di campestre avevamo per sommo conforto la visita del nostro fattore il quale ci apprendeva: come il frumento andò arso pel sole, e il frumento lo rovinò la piova: gli animali minacciati dal carbonchio; le case coloniche tutte per cadere, gli attrezzi rurali dovere rifarsi, e via di seguito. (…) Impressioni che si riferiscono a qualcosa di più serio voglio dire alla terribile condizione del Polesine, tutto sotto il livello del Po, nemico formidabile che perpetuamente lo minaccia. Miseranda condizione d’una fra le più feconde provincie d’Italia…”
La Codemo, date le agiate condizioni economiche della famiglia, avrà di certo soggiornato in una villa, essendo sua madre Cornelia Mocenigo proprietaria in quel loco di terreni coltivati a frumento e ad allevamento bestiame.
Villa magari simile a quella che il De Pisis descrive nel prosieguo del suo racconto: “Di là da Polesella, a destra della strada, una villa tranquilla, dimora deliziosa di chi pensa passando e di chi non può averla, i muri del tempietto ora serra, con gli obelischi e le palle di marmo annerito, sono coperti di vite matta gialla e rosea, con foglie che cadono ad ogni istante..(…). I viali son vellutati di borraccina, attorno è un groviglio di alberi e di arbusti.(…) A un certo tratto sul Po ci sono certe casette scure, piccole arche di Noè, col tetto globoso, con certi croci nere e irregolari e verso la strada queste scritte: Dio ti salvi Maria Luigia – Dio ti salvi -. Fra le due casine, una gran rota a scaletta brontola e fa piovere dalle varie bocche acqua diaccia e argentea. (…) E poi ad un tratto di qua e di là del Po spuntano di sopra l’argine o spersi in mezzo alla gran pianura, bianchi o rosei affusolati o più tozzi, i campanili. Ecco al di là del fiume, dopo il ponte di barche, e il bosco fulvo, Rovigo con le sue vecchie case….”
Termina la Codemo: “Di bel giorno il Po in piena è magnifico: spinge innanzi violento quell’immenso volume delle acque color della lisciva, fra due rive lontane. In quel mare che fugge vorticoso e terribile, non si riconosce il Po nella magra…
Durante la permanenza in Polesine si fece una corsa a Ferrara di soppiatto; passando il confine col permesso d’un signore, possidente di beni sulle due rive. Di Ferrara accennerò solo che era un viaggio all’estero! Di più si trattava nientemeno che di toccare il suolo pontificio, cioè a dir terra santa!..”¹
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Come citare questo articolo
Renato Scarpi. “Viaggiatori in terra polesana”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/viaggiatori-in-terra-polesana/