La foce dell’Adige è a delta o a estuario? E quale differenza c’è tra i due tipi di foce? Semplificando possiamo dire che, se si riscontra una sporgenza della terra verso il mare, è un delta; se invece non si rileva alcuna sporgenza, ma una costa con una rientranza triangolare con vertice rivolto verso l’entroterra, abbiamo la foce ad estuario, caratteristica questa dei fiumi che sfociano nell’oceano.
La foce a delta si forma dove il fiume porta al mare una quantità di sedimenti superiore a quella che può essere ridistribuita dalle correnti marine. Il delta può presentare sia un solo ramo sia due o più rami.¹
Vediamo ora le variazioni del corso dell’Adige – e della sua foce – partendo dall’antichità, e basandoci pertanto sulle descrizioni di autori delle varie epoche storiche.
L’Adige antico
Il nome dell’Adige antico è riportato in numerose fonti: Atesin secondo Livio, con Virgilio è Athesim; per Strabone Atesz, in Plinio diventa Atesi, Venanzio Fortunato lo chiama Atesim, Athesis con Cassiodoro, Paolo Diacono lo appella Atesis. Nella Tabula Peutingeriana l’idronimo è Afesia.
Le attuali conoscenze di tipo geomorfologico e storico sono concordi nella proposta, per quanto riguarda l’antichità, di un corso atesino più a settentrione di quello attuale. Il fiume lambiva il margine meridionale dei Colli Euganei, secondo un tracciato che oggi è riproposto in parte dalla statale 10 che collega Montagnana – Saletto – Ospedaletto – Este – Monselice. Proseguiva poi per Pernumia – San Pietro Viminario – Conselve – Arre per sfociare nel mare Adriatico all’altezza della laguna veneta. L’idronimo attribuito a questo scomparso corso d’acqua è Adige d’Este e secondo alcuni autori questo corso d’acqua è attivo già dall’età del bronzo.
Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia”, del I° secolo d.C., riporta che nel delta padano vi sono tre bocche: Carbonaria, Fossioni e Filistina chiamato da altri Tartaro. Precisa che le acque dell’Adige confluiscono nel canale Filistina assieme a quelle del Togisono (Togisone o Viginzone a cui corrisponde all’incirca il Frassine). Le successive interpretazioni dell’antica scrittura non arrivano a definire se l’Adige aveva una foce propria presso Brundulum a sud di Chioggia, oppure se un ramo settentrionale del Po si incontrasse con L’Adige presso Brondolo.
Recentemente Calzolari ha preso in esame e confrontato le varie documentazioni antiche di Vibio Sequestre, Virgilio, Sidonio Apollinare e Plinio il vecchio, che riguardano il corso dell’Adige in età romana. Vibio Sequestre scrive che dopo il percorso in territorio veronese, il fiume confluisce nel Po. Virgilio nell’Eneide scrive che l’Adige gira intorno a Verona e si getta nel Po. Sidonio Apollinare in modo indiretto conferma che l’Adige sarebbe un affluente di sinistra del Po.
Mettendo insieme anche le conoscenze paleoidrografiche, l’autore conclude che: “in età romana l’Adige poteva essere considerato un confluente del Po in senso lato, in quanto si riversava tra Adria e Chioggia, in una ramificazione padana (la Filistina) del delta. Un ambiente singolare, ricco di bracci e canali che formavano un unico sistema di acque con le lagune fra Ravenna e Altino”.
L’Adige nella Tabula Peutingeriana
Vari autori hanno individuato in Fl. Afesia il nome dell’Adige, sia per la posizione dell’idronimo nella Tabula Peutingeriana (copia medievale dell’originale rappresentazione datata al IV sec. d.C.) che mostra un percorso da nord fino a Verona, sia per la derivazione dalla radice At o Ath. La sorgente del fiume viene posizionata a sud di una catena montuosa ma il percorso fluviale che raggiunge Verona non passa per Trento (Tredente), che rimane molto più ad ovest.
Nella Tabula – che riporta la geografia al tempo dell’impero romano – il fiume si porta a confluire nel Padus, il cui apparato deltizio è schematicamente rappresentato con tre rami, quello più settentrionale è chiamato fluvius Brintesia, gli altri due molto più a sud in prossimità di Ravenna, sono senza nome. Secondo Bosio ed altri, questo idronimo richiama il portus Brundulum citato da Plinio e la foce dell’Adige in epoca romana. Analizzando con attenzione la rappresentazione si nota che la foce Brintesia attraversa la via romana Popillia nel tratto tra le mansio Septem Maria e Hadriani. Sulla base di questa indicazione, il ramo Brintesia aveva la foce nell’area dell’attuale Porto Viro.
Dato che nella rappresentazione della Tabula non compare la parte terminale dell’Adige, si può ipotizzare che il ramo più settentrionale del Po individuato da Castiglioni, che mostrava il percorso Rovigo – Sarzano – Agna – Cona, presso la località Brondolo poteva incontrarsi con le acque dell’Adige.
L’Adige medievale
Molti autori sono concordi nel sostenere che il corso dell’Adige subì una brusca deviazione verso sud nel 589 d.C., in seguito alla rotta della Cucca avvenuta tra Veronella – Albaredo d’Adige – Bonavigo. Al riguardo viene citato Paolo Diacono (787), il quale nella sua “Historia Longobardorum” parla genericamente di un periodo con prolungate piogge e disastrose alluvioni; ma l’autore non fa riferimento ad alcuna rotta dell’Adige.
La prima volta che si trova citata la rotta della “Cucha” è nel “Libro delle historie ferraresi”, scritto dal Sardi nel 1556, circa 1000 anni dopo l’evento. Sempre nel XVI secolo ritroviamo menzionata la rotta in “Historia dell’origine ed antichità di Rovigo” del 1582, ad opera del Nicolio e nel 1591 ne scrive il Bonifaccio nella “Historia trevigiana”.
La maggior parte degli studiosi è propensa a ritenere che con la rotta del Pizzon avvenuta a Badia Polesine nel X sec. d.C. si originò un ramo secondario dell’Adige chiamato Adigetto. Secondo Peretto la presenza lungo il suo corso di centri come Badia, Salvaterra, Lendinara, Rovigo, Villadose, che mostrano insediamenti di età romana, confermerebbe però una maggiore antichità dell’Adigetto.
Nel quarto decennio del XV secolo la rotta dell’Adige a Castagnaro originò il canale omonimo che portava le acque atesine nel Tartaro-Canalbianco.
La foce dell’Adige negli ultimi secoli
La tabula XII del De summa totius orbis di Pietro Coppo del 1520 riguarda la costa adriatica da Venezia a Ravenna. Vi è rappresentato il corso l’Adige con una foce propria in località Fosson, pur tuttavia nel tratto terminale del suo corso risulta collegato sia con il Po delle Fornaci sia con il Brenta.
Nella mappa presso l’A.S.V., S.E.A. Po 162 del sec. XVI ed in quella del l’A.S.V., S.E.A. Po 7 del 1587 vediamo una foce propria dell’Adige in località Porto Fossone che si propaga verso nord.
Solo qualche anno dopo, nella carta di Cristoforo Sorte del 1594, la foce dell’Adige incontra quella del Po di Tramontana, il ramo più settentrionale del Po delle Fornaci. Tale aspetto è confermato nella carta di Ottavio Fabbri del 1599, dove il corso finale dell’Adige si divideva ed il ramo meridionale si univa con le terminazioni settentrionali del Po di Tramontana.
Con il “taglio di Porto Viro” del 1604 venne attuata la deviazione del Po delle Fornaci verso sud-est nella sacca di Goro. La successiva intestatura (ovvero chiusura mediante riempimento e sbarramento dell’alveo) del Po di Tramontana liberò l’Adige dalle intercettazioni padane e gli permise di riassumere una foce propria.
Nella carta del Clarici (1721) ed in quella dell’Astolfi (1733), il tratto terminale del fiume mostra una foce ad estuario.
Dopo la piena del 1774 si procedette ad un tentativo di regolazione idraulica: vennero attuate rettifiche dei meandri e si modificarono i molti diversivi in navigli (cioè tratti utilizzati per la navigazione fluviale).
Verso la fine del 1700, l’Adige presentava una foce con isolotti e banchi sabbiosi che favorivano lo sviluppo di piccole ramificazioni disposte a ventaglio. Lo possiamo osservare nella Topografia del Polesine di Rovigo degli autori Marchetti Milanovich del 1786 ed anche nella Kriegskarte di Von Zach del 1798. In questo periodo la foce dell’Adige è posta in prossimità a quella del Brenta.
Ai primi dell’800 l’evoluzione della costa ha portato alla tipologia della foce a delta. La carta militare austriaca del 1814 e la carta topografica del Regno Lombardo Veneto del 1833 mostrano una situazione a delta con due bocche principali: quella rivolta a NNE è molto prossima alla foce del Brenta, mentre la seconda esce ad est. Si nota anche un canale con percorso SSE che isola una parte dell’ala meridionale della cuspide deltizia.
Con la chiusura del sostegno idraulico del Castagnaro su ordine del Governo Austriaco nel 1838, venne esclusa la relazione Adige – Canalbianco, determinando così una portata più regolare dell’Adige.
Nel 1860 gli isolotti ed i banchi sabbiosi si sono uniti alla terraferma, portando ad un incremento della parte destra; nel frattempo inizia a configurarsi l’isola del Bacucco e nel 1871 si vede formata anche l’ala settentrionale del delta.
Nel 1892 si vede l’isola di Bacucco che divide in due il corso finale: il ramo principale esce a nord-est, mentre quello rivolto più a nord si unisce al tratto terminale del Brenta, denominato Brenta vecchio. Il nuovo taglio del Brenta, terminato nel 1896, porterà questo fiume a sfociare più a nord di circa 1.250 metri.
Nel 1897 la foce dell’Adige è ancora biforcuta, ma si nota un consistente incremento dell’ala destra allungata a nord-est.
Le variazioni della foce nel corso del XX secolo
Nel 1908 l’Adige presentava ancora le due ramificazioni di fine 1800 separate dall’isola del Bacucco, nel frattempo ingranditasi e sviluppata fino alla nuova foce settentrionale del Brenta.
Il progressivo sviluppo dell’isola del Bacucco portò alla chiusura del ramo settentrionale dell’Adige, come si può osservare nella rappresentazione cartografica del 1918. Come conseguenza, la foce principale rimasta si potenzia e si divide successivamente in due bocche, portando un nuovo sbocco verso sud.
La tavoletta IGM del 1931 mostra di nuovo due rami di sbocco a mare, uno rivolto a nord-est ed un secondo più ampio, posto dapprima ad est e poi esce a sud. Nella rappresentazione topografica si vedono le due ramificazioni divise da un’isola di forma triangolare, mentre l’ex isola del Bacucco è praticamente unita all’entroterra.
Nel 1944 la precedente isola triangolare è unita al litorale a costituire l’ala destra della cuspide deltizia. In seguito alla scomparsa dello sbocco meridionale, il fiume esce con un unico ramo a nord-est. Condizione confermata anche nelle successive carte del Magistrato alla Acque con il rilievo datato 1956 e la tavoletta IGM con i rilievi del 1962-1963.
A partire dagli anni ’60 disponiamo delle misurazioni alla foce compiute dall’Università di Padova negli anni 1962-1985, riportate nel Quaderno n. 6.²
Il rapporto conclude affermando che tra il 1962 e il 1985: “Il lobo destro della cuspide delizia ha subito una troncatura netta di circa 150 metri”.
Bondesan e De Santis, segnalano nel 1976, l’inversione del generale innalzamento dei fondali del mare Adriatico prossimi alla linea di riva, avvenuto fino agli anni ‘40, per passare da allora soprattutto ad un abbassamento. A questa inversione deve avere contribuito anche la subsidenza indotta dalle estrazioni di acque metanifere in atto dal 1938 al 1961, che ha interessato il delta del Po, ma si è anche propagata nel tratto terminale dell’Adige. Gli studi pubblicati al riguardo indicano in tale zona un abbassamento di 20 centimetri, nel periodo dal 1951 al 1970.
Negli anni ’70 si verifica un fatto fondamentale per la successiva evoluzione della foce dell’Adige, in quanto si apre un secondo sbocco a mare a sud della bocca principale, trasformando il lobo deltizio in isola. Secondo il C.N.R.: “La rotta pur essendo il previsto epilogo del locale quadro evolutivo è stata favorita da un taglio artificiale in corrispondenza al massimo restringimento della sottile lingua di terra che separava l’Adige dal mare, al fine di ridurre il percorso che le piccole imbarcazioni avrebbero dovuto compiere per recarsi dal fiume al mare”.
Nella carta del Magistrato Acque del 1972 appare la sottile linea rettilinea azzurra che testimonia la presenza di questo taglio. Di questa apertura abbiamo anche la testimonianza di una foto del 1980, presente nella pubblicazione dell’Istituto di Geografia Un. Pd. (1986), che riporta la seguente didascalia: “Nel novembre 1976 un sottile istmo separa ancora il mare dall’Adige”.
La successiva C.T.R. carta tecnica regionale che riporta il rilievo del 1978, mostra ancora l’ala destra dell’Adige, ma molto più assottigliata e proprio nella minima sezione è visibile il taglio artificiale.
Nella nuova carta del Magistrato Acque con rilievo aggiornato al 1982, vediamo che l’Adige esce direttamente in mare con la nuova apertura, situata 800 metri a sud della foce principale. Il lobo deltizio si è via via assottigliato fino a diventare un’isola delle dimensioni pari a 1/3 della superficie del 1972.
Nel corso degli anni ’80 si interviene ostruendo la nuova foce dell’Adige mediante la realizzazione di una arginatura semicircolare in scogliera, che di fatto separa la acque del fiume dal mare, denominata “coronella”. Tale struttura collega l’estrema punta del lido a sud con la parte rimasta isolata dell’ala destra a nord.
Questo manufatto della lunghezza di circa 260 metri, si è dimostrato instabile ed ha necessitato dell’apporto di più ricariche di materiale lapideo, come è avvenuto nel settembre 1985. Con la coronella avviene il prolungamento della parte terminale dell’Adige, che così ritorna all’unica foce settentrionale, assomigliando ora ad un estuario.
Attualmente alla foce dell’Adige, sia in destra che in sinistra si trova una massicciata calcarea lunga 100 metri, che poi prosegue con palancole metalliche in parte sommerse. Questi manufatti hanno determinato un allungamento antropico della foce dell’Adige in mare, pari a 540 metri nel lato sinistro e 170 in quello destro. Ricorrendo a google earth possiamo misurare nel lato nord una palancolata affiorante lunga 130 metri, mentre nella parte sud le palancole si vedono discontinue e limitate ad una lunghezza di 100 metri.
Conclusioni
L’analisi della documentazione cartografica relativa agli ultimi 500 anni ci ha fatto vedere che l’Adige ha avuto una foce bialare asimmetrica per un periodo di circa 160 anni, dal 1810 al 1970. Le particolari condizioni che hanno portato a questo tipo di foce, peraltro abbastanza naturale per un fiume di tale portata e lunghezza, si sono realizzate dopo il taglio di Porto Viro del 1604 e dopo il taglio del Brenta eseguito nel 1896. Questi interventi hanno liberato il corso terminale del fiume dalle interferenze di altre ramificazioni, favorendo la creazione di una foce autonoma.
Nel corso del 1700 e 1800 la foce dell’Adige venne a trovarsi in prossimità della parte terminale del Brenta, con cui interagì e iniziò la fase della costruzione del suo delta bialare. La nuova cuspide deltizia mostrava una asimmetria, avendo sviluppato un’ala meridionale decisamente maggiore di quella posta a nord.
Nel corso del XX secolo si è verificata una interazione tra azioni naturali e interventi antropici che hanno determinato una grande variabilità della morfologia della foce. In particolare i lavori eseguiti presso la foce dell’Adige hanno determinato un prolungamento in mare tale da disperdere il pennacchio lontano dalla linea di costa.
Considerato che non è più possibile inquadrare la foce dell’Adige nella tipologia dei delta ma neppure in quella ad estuario, si può introdurre la denominazione di “foce artificiale”.
NOTE
1. La geomorfologia riconosce tre tipologie principali di delta: cuspidato bialare, lobato e digitato. Un bell’esempio di foce a delta del tipo bialare è rappresentata dal fiume Tagliamento, in cui la cuspide triangolare presenta due ali asimmetriche: quella settentrionale concava dove trova sede la spiaggia friulana di Lignano; quella meridionale convessa con la spiaggia veneta di Bibione. Altre foci a delta bialare sono del Tevere e dell’Ombrone. Il Danubio e l’Ebro presentano una foce a delta del tipo lobato; mentre la foce del tipo digitato è quella del Mississippi. Il delta del Po è di tipo lobato con tendenza a digitato. Nella foce ad estuario si ha una completa ridistribuzione dei sedimenti di origine fluviale per mezzo delle correnti di marea oceaniche, in quanto l’energia delle onde è maggiore rispetto al deposito del trasporto torbido. Alcuni esempi significativi sono la Senna, il Tamigi, il Rio delle Amazzoni.
2. – 1962-1968: L’apice destro della cuspide deltizia progredisce verso NE di circa 70 metri.
– 1968-1973: L’apice destro della cuspide deltizia inverte la sua tendenza evolutiva ed arretra di circa 100 metri; (l’erosione della sabbia ha portato alla luce nel 1972 livelli argillosi con radici di carici e canna palustre, che hanno poi subito una erosione con riduzione a ciottoli; mettendo in evidenza un passato locale di area palustre o di bonello di foce).
– 1973-1976: L’apice del lobo deltizio arretra ulteriormente di 70 metri.
– 1976-1979: Prosegue il ritiro del lobo deltizio di altri 60 metri.
– 1979-1983: Continua il ritiro dell’apice deltizio per circa 100 metri.
– 1983-1985: L’ex apice del lobo deltizio recupera la posizione del 1979.