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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il Distretto Ittico di Rovigo e Chioggia

    Il Distretto Ittico di Rovigo e Chioggia

    Il Distretto Ittico di Rovigo e Chioggia nasce come naturale evoluzione di una realtà vitale e forte, ormai da secoli, nell’area del Delta del Po; un’area nella quale i sistemi produttivi si integrano perfettamente con le tradizioni e le vocazioni del luogo, con l’ambiente e la natura.

    La pesca, la trasformazione e la commercializzazione di prodotti ittici di qualità sono il fulcro di questo sistema, in un contesto ambientale delicato e particolare, il cui equilibrio necessita di essere salvaguardato e rispettato. La consapevolezza delle potenzialità del settore, l’esigenza di creare sistema fra le imprese che operano nel Delta, la volontà di rappresentare a livello internazionale la bontà e la qualità dei suoi prodotti, hanno permesso la costituzione del Distretto Ittico di Rovigo e Chioggia, con l’obiettivo di promuoverne l’intera filiera.

    La filiera ittica

    Il Distretto, riconosciuto ufficialmente dalla Regione Veneto, annovera al suo interno le imprese (circa 3000, con un fatturato annuo che supera gli 800 milioni di euro) che insistono sui territori comunali di Chioggia, Ariano nel Polesine, Loreo, Porto Tolle, Rosolina, Taglio di Po, Porto Viro, e che operano nei settori della pesca/allevamento, della trasformazione, conservazione, e commercio di pesce, crostacei e molluschi, coinvolgendo quindi tutta la filiera produttiva in un territorio circoscritto e tutelato.

    L’attenzione delle aziende ittiche del Delta è da sempre rivolta alla qualità, al fine di offrire al consumatore finale prodotti con caratteristiche organolettiche superiori rispetto all’offerta della concorrenza. L’eccellenza del prodotto è garantita dalla qualità dei processi produttivi, dalle tecnologie, dell’impiantistica all’avanguardia, della professionalità degli operatori in un sistema di interazione tra i diversi settori del primario, secondario e terziario: dalla pesca alla trasformazione, dalla commercializzazione e dalla logistica alla distribuzione.

    Le attività del distretto

    Lo sviluppo del settore ittico del Delta non può prescindere dalla salvaguardia dell’ambiente naturale in una perfetta sinergia tra l’aspetto ambientale e quello economico, in un’armonica integrazione con i fattori culturali, sociali e politici. Per questo il Distretto Ittico di Rovigo e Chioggia si pone l’obiettivo di realizzare un processo coordinato, che veda la stretta collaborazione tra Associazioni di categoria, imprese, istituzioni e centri di ricerca del territorio.

    Il distretto si è dotato di un programma concordato con la base imprenditoriale, che prevede la realizzazione di azioni volte all’aumento dell’export delle aziende, al miglioramento dei sistemi di tracciabilità dei prodotti, alla riduzione dell’impatto ambientale delle attività, all’introduzione di metodi e strumenti per migliorare la qualità dell’acquacoltura, all’integrazione tra attività produttive, alla valorizzazione del territorio, al reperimento di soluzioni innovative per l’utilizzo degli scarti di produzione, alla ricerca di soluzioni per il packaging e alimenti funzionali, ecc.

    Per raggiungere tali scopi si è fatto promotore di progetti di ricerca e sviluppo all’avanguardia. Ne sono esempio i tre progetti finanziati negli ultimi anni all’interno del Por Veneto, che hanno indagato e proposto soluzioni per la sicurezza alimentare dei molluschi, passando dalle analisi genetiche, alle più moderne tecniche di allevamento e preingrasso, fino alla rilevazione rapida dei contenuti di omega 3.

  • Sulle orme di Luigi Masetti

    Sulle orme di Luigi Masetti

    A 130 anni di distanza, la giovane ciclista polesana Giulia Baroncini di Trecenta ha ripercorso l’itinerario compiuto negli Stati Uniti, in bici, nel 1893 dal suo indomito compaesano Luigi Masetti.

    Un’impresa davvero particolare quella realizzata da Giulia, compiuta in solitaria con la sua bici, lungo le strade degli USA. Un’impresa che ha stupito anche molti americani.

    Per saperne di più incontro Giulia, ben disponibile a parlarci della sua avventura.

    – Cosa ti ha spinto a seguire le tappe di Luigi Masetti?

    “È stata una cosa del tutto casuale. Credo nelle coincidenze! Era un periodo buio della mia vita, nel senso che ero un po’ morta dentro. Per caso trovo il libro che parla di Masetti. Sono stata attirata dal titolo, parlava di un anarchico su due ruote. Senza pensarci ho detto “sicuramente è un grande personaggio da cui prendere esempio”. Divoro il libro. Scopro di avere molto in comune con il Masetti: lui trecentano, la famiglia di mio papà è di Trecenta, entrambi parliamo le stesse lingue straniere, amiamo l’avventura (e la bici) e abbiamo lavorato entrambi negli hotel. Entrambi conosciamo la bici un po’ per caso. Lui era seduto in riva al lago di Ginevra quando vede passare uno dei primi velocipedi e si innamora. Io avevo bisogno di un mezzo per fuggire dalla mia quotidianità. Ho pensato inizialmente fosse il mio alter ego dell’800.”

    – Una identificazione forte dunque con un personaggio d’altri tempi…

    “In realtà credo si sia reincarnato in me, pazzo com’era… È stato un po’ dimenticato dopo la sua morte nonostante fosse un personaggio illustre degno di nota. E ha voluto la sua rivincita e l’ha fatto attraverso me. Scherzo! Siamo semplicemente due pazzi che si sono conosciuti in due epoche diverse!!!

    Tornando a noi, ho chiuso il libro e mi son detta “devo seguire le sue orme, vado a Chicago”. L’idea non è stata filtrata dalla mia razionalità, ma si è sedimentata nel cuore finché nel 2023 a gennaio mi son decisa di partire. Non l’ho detto a nessuno inizialmente. Io volevo solo festeggiare il fatto che mi son fatta coraggio nel cambiare una vita che non faceva più per me. Non volevo fare imprese, competizioni, dimostrare qualcosa, avevo solo voglia di festeggiare…. me stessa! In quel momento nessuno poteva fermarmi, avevo deciso”.

    – Qual è stata la tua preparazione fisica e mentale per affrontare un viaggio tanto impegnativo?

    “Avevo già qualche esperienza di cicloturismo alle spalle ma non tanta per affrontare un viaggio del genere. Si diceva che il Masetti ogni volta che affrontava un lungo viaggio sembrava sempre che affrontasse una cosa “da nulla”. Anche per me è stato così, Chicago mi è sempre sembrata dietro l’angolo! La mia mente era molto più preparata del mio fisico. Ma alla fine è questa la chiave, la mente comanda il corpo. Il corpo è una macchina e si abitua e si allena strada facendo. La mente una volta che si spegne è fatta. Ho avuto molti momenti di “down” ma ho sempre cercato di andare oltre perché altrimenti per me sarebbe stata la fine. Con questo non voglio dire che si può fare un viaggio di questo calibro senza nessun allenamento, sarebbe deleterio per il fisico. Sono sempre stata una persona sportiva. Ho sempre cercato di curare il corpo sia con il movimento che con l’alimentazione. Il viaggio l’ho comunque aggiustato in base alle mie capacità fisiche. Circa 80km al giorno, un po’ di meno se il dislivello era molto. Importante è ascoltarsi, viaggiare non è una gara, ma viaggi così, specie in bici, sono una vera conoscenza di sé stessi”.

    – Quali sfide hai incontrato lungo il percorso e come le hai superate?

    “Tantissime. A volte non hai voglia di pedalare tutti i giorni, non hai voglia di pedalare sotto la pioggia o le intemperie. Ma devi! Avevo un aereo e una barca da prendere non potevo temporeggiare troppo. Forza di volontà e via. Ovvio se la situazione poi diventa pericolosa, meglio fermarsi. A Chicago ho avuto una grossa demotivazione. Ho passato gli ultimi cinque anni della mia vita morta interiormente e mi son trovata in due mesi a vivere un’avventura assurda. A Chicago mi sentivo sazia. Anzi anche troppo, un’overdose di avventura! Io ero a posto con i sensi, ho visto tanti paesaggi, conosciuto un sacco di persone. Non mi succedeva penso dal 2011 quando sono andata in Erasmus, Ma poi mi son fatta forza e… via”.

    – C’è stata una tappa in particolare che ti ha lasciato un'impressione indelebile e perchè?

    “Direi tutti i due mesi e mezzo che ho passato negli Stati Uniti. Abbiamo un’immagine di questo Paese un po’ distorta, vediamo troppi film, ascoltiamo troppo la tv. Ero un po’ spaventata all’inizio: macchinone sulle strade, grossi truck, armi, violenza, mi aspettavo un po’ di chiusura in generale. Tutto vero, ma fino ad un certo punto!

    Ho incontrato gente super aperta e ospitale, mi lasciava le chiavi di casa, mi hanno sempre fatta sentire in famiglia e si accertavano che fossi in sicurezza nelle mie tappe successive. In strada si rispetta molto il ciclista, questi “bestioni” si fermano sulle strisce, rispettano le distanze. Ok la scusa “eh hanno le strade più larghe” ma penso sia più un concetto di educazione. Non come nel nostro Paese, purtroppo.

    C’è anche molta italianità e molte persone che ho incontrato hanno origini italiane e sono affascinati da noi.

    Ci ritornerei negli Stati Uniti perché non li ho capiti. Hanno una storia un po’ contorta, mix di razze… ci vuole tempo per capirli”.

    – Quali sono state le reazioni delle persone incontrate lungo il viaggio?

    “Sono pur sempre una donna che viaggia in solitaria, quindi le reazioni sono sempre state un po’ di sorpresa. Ah, ma da sola? Ma non hai paura? Sei sicura di farcela? Nessuno che ti accompagna? Solite cose insomma. Mi sto un po’ battendo per ispirare quante più donne e rendere “normale” il fatto che una donna possa muoversi da sola. I pericoli ci sono ma anche dentro casa nostra. Negli Stati Uniti il cicloturismo non è così diffuso ancora e venivo spesso fermata anche dalla Polizia stessa ma per pura curiosità. Viaggiare in bici attira l’attenzione e la curiosità di tutti e tutti si mostrano aperti ad aiutarti anche solo per darti un’informazione”.

    – Cosa pensi di aver imparato da questa esperienza?

    “Dovrei scrivere un libro a riguardo (non solo metaforicamente parlando, lo sto facendo sul serio). Un viaggio in bici, anche di pochi giorni, va provato. È difficile raccontare cosa si impara.

    In generale i viaggi (fatti in questo modo, non le vacanze nel resort…) sono maestri di vita. Ho imparato meglio chi sono, di cosa sono capace e dei miei limiti. Tutto poi sarà la base per me per nuove esperienze spingendo un po’ l’asticella, per migliorarmi.

    Ho arricchito il mio bagaglio culturale. Ho sempre studiato lingue nella mia vita ma questi due mesi e mezzo negli States mi hanno insegnato nuovi modi di dire e frasi che all’università non ti insegnano. Ho anche avuto modo di rinfrescare lingue che non parlavo da un po’ come il francese e il tedesco. Ho conosciuto persone speciali con cui sono tuttora in contatto e ho visto posti che mai mi sarei immaginata di visitare. Quella zona degli States non è così frequentata da noi Italiani come potrebbe essere la route 66, Miami, Los Angeles etc. Mai mi sarei immaginata di finire a Chicago, Albany, Pittsburgh, sul lago Erie. Ringrazio il buon Luigi Masetti, pioniere del cicloturismo, per avermi dato questa ispirazione!”.

  • La Mille di Castelnovo Bariano

    La Mille di Castelnovo Bariano

    Lo scorso aprile ho incontrato l’imprenditrice alto polesana Laura Borghi, figlia d’arte di Dante, fondatore con i fratelli nel 1948 del Gruppo Borghi s.r.l. con sede a Melara. Ne è emersa una storia sicuramente interessante che vale la pena di raccontare.

    Negli anni 1935–1940 Dante e i suoi fratelli hanno frequentato la scuola Arte e Mestieri di Castelmassa – ora Liceo Artistico “Bruno Munari” -, che ha fornito loro le basi scolastiche per la progettazione tecnico-grafica. Da allora sono stati fatti molti passi avanti e Laura Borghi è socio e fondatore di Ibm e Mille s.r.l., aziende che attualmente impiegano circa 200 dipendenti e, continuando l'opera del padre.

    Durante i 75 anni di attività, l’azienda ha dato lavoro a moltissime famiglie di tutto il territorio, non solo di Melara. “Un vero Maestro di vita e di meccanica – ha precisato Laura Borghi parlando del genitore – un grande capitano d’industria, fondatore di un’azienda leader nello studio, nella progettazione, nella costruzione e realizzazione d'impianti di stoccaggio e trasformazione del cereale”.

    È in questo contesto che l’imprenditrice è riuscita ad esprimere e a realizzare la sua visione d’impresa. Nel 1982 fonda la Mille s.r.l. con sede a Castelnovo Bariano, a pochi chilometri da Melara, con l’obiettivo di produrre tazze per elevatori, con una linea completamente automatizzata. Attualmente l’azienda metalmeccanica occupa 70 persone di cui 13 donne, occupate in ambiti diversi. La dottoressa viene dalla formazione economico scientifica avendo conseguito la laurea in Economia e Commercio all’università di Verona.

    Dopo una breve parentesi di docenza presso l’Istituto Superiore “G. Greggiati” di Ostiglia, Laura Borghi con la determinazione che contraddistingue il vero imprenditore, ha seguito e continua a seguire in prima persona i processi produttivi dell’industria.

    La Mille, che produce anche macchine per lo stoccaggio e la movimentazione dei rifiuti solidi urbani, è considerata un’azienda a economia circolare. “La priorità è la squadra – ha ribadito – e curare il benessere psicologico nell’ambiente produttivo, è fondamentale per far sì che i dipendenti si identifichino nel progetto aziendale. Alla base di tutto, comunque, non bisogna mai dimenticare che le imprese devono produrre reddito. La tecnologia, la meccanizzazione dei processi produttivi, l’elettronica e l’informatica, hanno fornito strumenti per migliorare la produzione, e i risultati sono evidenti nei fatturati”.

    I figli Alessandra e Francesco Fin che ora sono occupati nell’impresa, rappresentano la terza generazione e quindi il valore aggiunto dettato dalla continuità. Un merito particolare va riconosciuto a Francesco, che sta intraprendendo con impegno, serietà e determinazione il lavoro d’impresa ottenendo ottimi risultati, che si traducono nel successo dell’azienda.

    “La politica della nostra industria è sempre più volta al sociale – continua convinta l’imprenditrice –. Oltre agli obiettivi meramente economici e finanziari, noi rispettiamo anche quelli ambientali e sociali. La Mille deve diventare un punto di riferimento per il territorio con la promozione di attività e servizi utili. Le maestranze avranno così modo di riconoscere il valore dell’appartenenza al gruppo cui fanno parte”.

    I titolari, particolarmente sensibili al benessere psicologico dei propri dipendenti, hanno posto particolare attenzione ai bisogni da loro espressi, creando momenti di condivisione anche conviviale, finalizzati alla creazione di un clima di reciproco benessere. Per inciso, va indicato il valore di questa azienda arrivata alla terza generazione, in considerazione del fatto che statisticamente in Italia le medie e piccole imprese non superano la percentuale di sopravvivenza del 5%.

    Alla domanda: “Come viene percepito il vertice femminile in un ambiente particolarmente maschile? Laura risponde di non avere difficoltà di genere. Pur tuttavia, è indubbio che l’impegno femminile debba essere superiore a quello riconosciuto all’uomo.

  • Un rodigino cardinale: Pietro Silvestri

    Un rodigino cardinale: Pietro Silvestri

    Il 3 febbraio 1803 nasceva a Rovigo il primo figlio del Conte Carlo De’ Silvestri e di Antonia Sanson Dottori. Il giorno dopo fu battezzato in Duomo a Rovigo con il nome di Pietro.

    Pietro si inserisce nell’ultimo ramo della famiglia Silvestri, da alcuni secoli presente in città, distinguendosi per la cura degli studi letterari e scientifici, per il collezionismo di opere d’arte e di libri che portano a creare in casa Silvestri un ambiente erudito che il giovane Pietro respira fin dall’infanzia. A casa Silvestri ha modo in particolare di frequentare Mons. Luigi Ramello, bibliotecario di casa, professore e rettore del Seminario, accademico dei Concordi.

    La formazione di Pietro prosegue presso il ginnasio del Seminario di Rovigo: nel 1812 lo troviamo tra gli alunni che frequentano il corso di grammatica. Concluderà gli studi inferiori nel 1819, per poi proseguire gli studi superiori di filosofia e teologia presso il Seminario Maggiore di Padova.

    Alla città di Padova Pietro Silvestri fu molto legato sia per gli studi in Seminario e all’Università, sia perché era la città di origine della madre, la Contessa Sanson Dottori. Ciononostante, Pietro Silvestri, si firmava sempre come “rodigino” o “della Provincia del Polesine”.

    Erano gli anni del giovane Regno Lombardo-Veneto: la famiglia Silvestri, assieme ad altre famiglie rodigine, ben accolse la dominazione asburgica dopo il dissesto creato da Napoleone. Il Conte Carlo Silvestri, padre di Pietro, era podestà di Rovigo quando accolse fra l’1 ed il 4 marzo 1819 la visita dell’imperatore Francesco I.

    Terminati gli studi teologici, Pietro ricevette l’ordinazione sacerdotale a Rovigo in Duomo l’11 giugno 1826, per le mani del vescovo di Adria Mons. Carlo Pio Ravasi. Subito il vescovo lo nominò professore di ebraico e di antico e nuovo testamento presso il Seminario di Rovigo. Contemporaneamente don Pietro si dedicava al Dottorato in Teologia presso l’Università di Padova che conseguì nel 1829 (nell’occasione gli fu dedicato il sonetto qui sotto pubblicato) e alla Laurea in Diritto Canonico e Civile che conseguì nel 1834. Ebbe modo di prendere parte ad alcuni momenti della vita dell’Accademia dei Concordi di cui fu socio dal 1825.

    La svolta nella vita di don Pietro Silvestri avviene nel 1835 quando viene nominato Giudice del Tribunale della Rota Romana. La sua vita si divide tra Roma, Rovigo e Padova. Nonostante la nomina romana Silvestri compare fra i professori di Teologia della Università di Padova. Resta anche legato alla sua città natale: intrattiene un legame epistolare con l’amico Francesco Venezze, si informa della vita della Diocesi e della famiglia. Nel 1853 viene nominato Decano del Tribunale della Rota.

    La nomina cardinalizia arriva nel 1858 con l’incarico di protector nationis austriacae: la corte di Vienna chiedeva al Cardinale Silvestri di farsi voce delle proprie istanze all’interno del Sacro Collegio.

    Gli anni che seguono furono anni di travaglio: la nascita del Regno d’Italia e la caduta dello Stato Pontificio lo portarono ad essere accusato di simpatizzare per Casa Savoia, assieme ad altri ecclesiastici. Per questo motivo decadde da protector nationis austriacae, e non ebbe la considerazione di Pio IX per alcuni importanti incarichi per i quali era stato suggerito il suo nome. Nel 1867 fu proposto come Arcivescovo di Milano ed indicato da Vittorio Emanuele II come candidato al papato gradito al Regno d’Italia, ma tali indicazioni non trovarono alcuna attenzione presso la Santa Sede. Il Cardinale ebbe, tuttavia, modo di partecipare al Concilio Vaticano I.

    Dopo i fatti di Porta Pia si ritirò per alcuni tempi ad Arquà Petrarca, nella casa del poeta, frutto dell’eredità materna: il luogo garantiva una posizione defilata rispetto a quanto avveniva a Roma. Questo periodo della vita del cardinale merita ulteriori approfondimenti che sono in corso grazie al lavoro di valevoli studiosi.

    Il cardinale morì a Roma il 19 novembre 1875 e dal gennaio 1876 riposa a Rovigo nella tomba di famiglia.

    Il merito che gli va riconosciuto, assieme al fratello Girolamo è quello di aver destinato il patrimonio culturale della famiglia alla città di Rovigo: la pinacoteca al Seminario e all’Accademia e la libreria all’Accademia. Un segno che la cultura è per tutti.

  • I zoghi de ‘na olta

    I zoghi de ‘na olta

    D’estate, quando la calura era opprimente e non si aveva voglia di correre a perdifiato, o semplicemente si aveva voglia di riposarsi un po’ dopo giochi scatenati, ecco venirci incontro un divertimento tranquillo.

    “Dai! Zoghemo a Morti?”- questa era la proposta alternativa.

    Detto!.. Fatto! Vinta qualche timida resistenza, trovato l’accordo, in due minuti tutto il necessario era apparecchiato!

    A Bagnolo di Po era uno dei giochi preferiti dalla combriccola di piazza, dato che si poteva stare all’ombra delle grandi robinie e, al bisogno, ci si poteva dissetare con l’acqua freschissima della pompa pubblica. L’alternativa era il prato di piazza Marconi, attorno al monumento, ma lì a volte si incorreva nelle ire degli stradini comunali impegnati nella pulizia del piazzale e del verde pubblico.

    Fatta l’immancabile conta per trovare chi avrebbe fatto il “becchino”, di regola l’ultimo che rimaneva, tutti gli altri andavano a formare la squadra dei tiratori che dovevano possedere doti non indifferenti di abilità, destrezza, mira, precisione nel lancio oltre che capacità strategiche se si voleva vincere.

    Il gioco era semplice e, come tutti i giochi di un tempo, richiedeva materiali facilmente reperibili nell’ambiente circostante e facilmente sostituibili in caso di rottura: in questo caso bastavano due mattoni, due mezze pietre, di cui una capace di stare ritta in piedi a simulare lapidi tombali. L’altra, di solito più piccola e maneggevole, commisurata alla mano ed alla forza del giocatore, serviva come pietra da lancio.

    Era importantissimo trovare la pietra giusta, adeguata, di facile presa, perché ciò ti consentiva un lancio più sicuro, più forte e, soprattutto più preciso. La sua scelta quindi era un momento cruciale: ognuno provava, riprovava, soppesava, valutava grandezza, peso e maneggiabilità. Trovata quella adatta, essa veniva custodita gelosamente e spesso, alla fine del gioco, contrassegnata dal nome del possessore. Quindi veniva riposta in un luogo sicuro per la volta successiva a meno che, per disgrazia, il prezioso mattoncino, nell’impatto con la “lapide” non andasse in frantumi.

    Il gioco era individuale ed iniziava dopo la solita conta che doveva decidere il turno di lancio.

    Prima di iniziare si tracciavano due linee, distanti 7 / 8 metri l’una dall’altra. Su una delle linee venivano poste le pietre che fungevano da lapide, ben ritte e separate da un intervallo di una ventina di centimetri. La seconda linea era quella di lancio.

    Il giocatore che iniziava la serie dei lanci, deciso “il morto”, presa la mira, doveva cercare di abbattere la lapide prescelta con un colpo preciso. Se la pietra lanciata colpiva il nominato, questi veniva dichiarato “morto”, e la sua “pietra”, divenuta “lapide”, veniva spostata indietro rispetto alla linea delle altre di una trentina di centimetri.

    Il morto usciva dal gioco e saltava il proprio turno di gioco, a meno che qualche giocatore, per sbaglio o per buona volontà, non colpisse di nuovo la sua lapide: nel qual caso, tra le urla di gioia, il “defunto” veniva dichiarato “resuscitato” e rientrava di diritto fra i giocatori. Vinceva la partita colui che atterrava tutte le altre lapidi e riusciva a “far morti” tutti gli altri.

    Di solito riusciva vincitore chi sapeva adottare la strategia migliore, che alla fine consisteva nell’abbattere per primi i più abili, nel colpire le lapidi più lontane dalla propria per evitare di “suicidarsi” con un colpo sbagliato.

    Il gioco dei morti a volte veniva soppiantato da un altro dal nome particolare e simpatico, quasi una onomatopea: “el gnao”. Niente a che fare con il gatto anche se la sua denominazione ne richiamava il verso! La sua origine non ci è nota, e resta un mistero la nascita della denominazione, ma ci sono ben note le innumerevoli ore trascorse a rimettere in pila delle semplici pietre e la preziosa “scaia”, “el gnao” appunto.

    Anche qui poche regole semplici, ma rigorose. I soliti rituali della conta per scegliere i lanciatori e il solito ultimo, il custode del gnao che dava inizio al gioco “stando sotto”. Più si era, più divertente ed animata era la partita.

    Tracciata sul terreno una retta che costituiva la riga di lancio, si passava a disegnare, ad una distanza concordata (di solito dieci/quindici passi) la casa del gnao, un bel cerchio di raggio almeno di un paio di metri. Al centro dello spazio circolare si erigeva una pila di 4 o 5 pietre sulla cui sommità veniva posto un sasso piatto detto appunto Gnao. Quella zona era di proprietà del custode che doveva difenderla e salvaguardarla dalle incursioni dei lanciatori. A volte la casa era costituita da una semplice linea retta oltre la quale si entrava nel territorio nemico del custode e potevi entrarci se – e solo se – la pila del gnao veniva atterrata.

    Scopo del gioco consisteva infatti nell’abbattere la pila e recuperare la pietra senza essere catturato dal custode che prima di rincorrerti doveva però rimetterla in piedi. Era importantissimo prendere la pila alla base per guadagnare più tempo nel recupero. Chi veniva catturato diventava il nuovo custode.

    Molto spesso succedeva che nessuno riuscisse ad abbattere la pila e qui si apriva il momento più divertente del recupero delle pietre di lancio: tutti cercavano di entrare nella zona proibita del custode che cercava di catturarti. Ci si affidava di solito al più veloce che metteva in atto una tattica diversiva. Il nostro “piè veloce” entrava e si faceva rincorrere allontanando il custode dal “gnao” che, rimanendo incustodito, diventava facile preda degli altri. Al grido di “Gnao” lanciato dal temerario rapinatore, ci si bloccava e tutti recuperavano la propria pietra senza problemi. Ora bisognava però rimettere a posto il gnao e scappare via senza essere toccato.

    Tra finte e contro finte, mosse diversive e “schincheti”, la “scaia” stretta in mano a garanzia d’immunità, si dava inizio al tentativo di fuga che spesso si concludeva con la cattura, lasciando spazio ad una nuova partita con nuovi protagonisti.

    Logica vorrebbe che ad impossessarsi del gnao avrebbero dovuto esser i più veloci, i più agili e scattanti. Non sempre era così. Spesso era il meno forte a tentare la sorte. Questo a dimostrazione che nel giocare non si segue sempre la ragione: son certo che nessuno di noi seguisse criteri razionali. Sicuramente ognuno giocava seguendo gli impulsi del proprio cuore, mosso più dalla voglia di mettersi alla prova, di mostrare il proprio coraggio e la propria temerarietà in nome di sentimenti di simpatia, di amicizia, ma anche dai vincoli delle alleanze e dei patti momentanei che ben presto si scioglievano come neve la sole ad ogni nuovo cimento.

  • La breve storia del “delta” dell’Adige

    La breve storia del “delta” dell’Adige

    La foce dell’Adige è a delta o a estuario? E quale differenza c’è tra i due tipi di foce? Semplificando possiamo dire che, se si riscontra una sporgenza della terra verso il mare, è un delta; se invece non si rileva alcuna sporgenza, ma una costa con una rientranza triangolare con vertice rivolto verso l’entroterra, abbiamo la foce ad estuario, caratteristica questa dei fiumi che sfociano nell’oceano.

    La foce a delta si forma dove il fiume porta al mare una quantità di sedimenti superiore a quella che può essere ridistribuita dalle correnti marine. Il delta può presentare sia un solo ramo sia due o più rami.¹

    Vediamo ora le variazioni del corso dell’Adige – e della sua foce – partendo dall’antichità, e basandoci pertanto sulle descrizioni di autori delle varie epoche storiche.

    L’Adige antico

    Il nome dell’Adige antico è riportato in numerose fonti: Atesin secondo Livio, con Virgilio è Athesim; per Strabone Atesz, in Plinio diventa Atesi, Venanzio Fortunato lo chiama Atesim, Athesis con Cassiodoro, Paolo Diacono lo appella Atesis. Nella Tabula Peutingeriana l’idronimo è Afesia.

    Le attuali conoscenze di tipo geomorfologico e storico sono concordi nella proposta, per quanto riguarda l’antichità, di un corso atesino più a settentrione di quello attuale. Il fiume lambiva il margine meridionale dei Colli Euganei, secondo un tracciato che oggi è riproposto in parte dalla statale 10 che collega Montagnana – Saletto – Ospedaletto – Este – Monselice. Proseguiva poi per Pernumia – San Pietro Viminario – Conselve – Arre per sfociare nel mare Adriatico all’altezza della laguna veneta. L’idronimo attribuito a questo scomparso corso d’acqua è Adige d’Este e secondo alcuni autori questo corso d’acqua è attivo già dall’età del bronzo.

    Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia”, del I° secolo d.C., riporta che nel delta padano vi sono tre bocche: Carbonaria, Fossioni e Filistina chiamato da altri Tartaro. Precisa che le acque dell’Adige confluiscono nel canale Filistina assieme a quelle del Togisono (Togisone o Viginzone a cui corrisponde all’incirca il Frassine). Le successive interpretazioni dell’antica scrittura non arrivano a definire se l’Adige aveva una foce propria presso Brundulum a sud di Chioggia, oppure se un ramo settentrionale del Po si incontrasse con L’Adige presso Brondolo.

    Recentemente Calzolari ha preso in esame e confrontato le varie documentazioni antiche di Vibio Sequestre, Virgilio, Sidonio Apollinare e Plinio il vecchio, che riguardano il corso dell’Adige in età romana. Vibio Sequestre scrive che dopo il percorso in territorio veronese, il fiume confluisce nel Po. Virgilio nell’Eneide scrive che l’Adige gira intorno a Verona e si getta nel Po. Sidonio Apollinare in modo indiretto conferma che l’Adige sarebbe un affluente di sinistra del Po.

    Mettendo insieme anche le conoscenze paleoidrografiche, l’autore conclude che: “in età romana l’Adige poteva essere considerato un confluente del Po in senso lato, in quanto si riversava tra Adria e Chioggia, in una ramificazione padana (la Filistina) del delta. Un ambiente singolare, ricco di bracci e canali che formavano un unico sistema di acque con le lagune fra Ravenna e Altino”.

    L’Adige nella Tabula Peutingeriana

    Vari autori hanno individuato in Fl. Afesia il nome dell’Adige, sia per la posizione dell’idronimo nella Tabula Peutingeriana (copia medievale dell’originale rappresentazione datata al IV sec. d.C.) che mostra un percorso da nord fino a Verona, sia per la derivazione dalla radice At o Ath. La sorgente del fiume viene posizionata a sud di una catena montuosa ma il percorso fluviale che raggiunge Verona non passa per Trento (Tredente), che rimane molto più ad ovest.

    Nella Tabula – che riporta la geografia al tempo dell’impero romano – il fiume si porta a confluire nel Padus, il cui apparato deltizio è schematicamente rappresentato con tre rami, quello più settentrionale è chiamato fluvius Brintesia, gli altri due molto più a sud in prossimità di Ravenna, sono senza nome. Secondo Bosio ed altri, questo idronimo richiama il portus Brundulum citato da Plinio e la foce dell’Adige in epoca romana. Analizzando con attenzione la rappresentazione si nota che la foce Brintesia attraversa la via romana Popillia nel tratto tra le mansio Septem Maria e Hadriani. Sulla base di questa indicazione, il ramo Brintesia aveva la foce nell’area dell’attuale Porto Viro.

    Dato che nella rappresentazione della Tabula non compare la parte terminale dell’Adige, si può ipotizzare che il ramo più settentrionale del Po individuato da Castiglioni, che mostrava il percorso Rovigo – Sarzano – Agna – Cona, presso la località Brondolo poteva incontrarsi con le acque dell’Adige.

    L’Adige medievale

    Molti autori sono concordi nel sostenere che il corso dell’Adige subì una brusca deviazione verso sud nel 589 d.C., in seguito alla rotta della Cucca avvenuta tra Veronella – Albaredo d’Adige – Bonavigo. Al riguardo viene citato Paolo Diacono (787), il quale nella sua “Historia Longobardorum” parla genericamente di un periodo con prolungate piogge e disastrose alluvioni; ma l’autore non fa riferimento ad alcuna rotta dell’Adige.

    La prima volta che si trova citata la rotta della “Cucha” è nel “Libro delle historie ferraresi”, scritto dal Sardi nel 1556, circa 1000 anni dopo l’evento. Sempre nel XVI secolo ritroviamo menzionata la rotta in “Historia dell’origine ed antichità di Rovigo” del 1582, ad opera del Nicolio e nel 1591 ne scrive il Bonifaccio nella “Historia trevigiana”.

    La maggior parte degli studiosi è propensa a ritenere che con la rotta del Pizzon avvenuta a Badia Polesine nel X sec. d.C. si originò un ramo secondario dell’Adige chiamato Adigetto. Secondo Peretto la presenza lungo il suo corso di centri come Badia, Salvaterra, Lendinara, Rovigo, Villadose, che mostrano insediamenti di età romana, confermerebbe però una maggiore antichità dell’Adigetto.

    Nel quarto decennio del XV secolo la rotta dell’Adige a Castagnaro originò il canale omonimo che portava le acque atesine nel Tartaro-Canalbianco.

    La foce dell’Adige negli ultimi secoli

    La tabula XII del De summa totius orbis di Pietro Coppo del 1520 riguarda la costa adriatica da Venezia a Ravenna. Vi è rappresentato il corso l’Adige con una foce propria in località Fosson, pur tuttavia nel tratto terminale del suo corso risulta collegato sia con il Po delle Fornaci sia con il Brenta.

    Nella mappa presso l’A.S.V., S.E.A. Po 162 del sec. XVI ed in quella del l’A.S.V., S.E.A. Po 7 del 1587 vediamo una foce propria dell’Adige in località Porto Fossone che si propaga verso nord.

    Solo qualche anno dopo, nella carta di Cristoforo Sorte del 1594, la foce dell’Adige incontra quella del Po di Tramontana, il ramo più settentrionale del Po delle Fornaci. Tale aspetto è confermato nella carta di Ottavio Fabbri del 1599, dove il corso finale dell’Adige si divideva ed il ramo meridionale si univa con le terminazioni settentrionali del Po di Tramontana.

    Con il “taglio di Porto Viro” del 1604 venne attuata la deviazione del Po delle Fornaci verso sud-est nella sacca di Goro. La successiva intestatura (ovvero chiusura mediante riempimento e sbarramento dell’alveo) del Po di Tramontana liberò l’Adige dalle intercettazioni padane e gli permise di riassumere una foce propria.

    Nella carta del Clarici (1721) ed in quella dell’Astolfi (1733), il tratto terminale del fiume mostra una foce ad estuario.

    Dopo la piena del 1774 si procedette ad un tentativo di regolazione idraulica: vennero attuate rettifiche dei meandri e si modificarono i molti diversivi in navigli (cioè tratti utilizzati per la navigazione fluviale).

    Verso la fine del 1700, l’Adige presentava una foce con isolotti e banchi sabbiosi che favorivano lo sviluppo di piccole ramificazioni disposte a ventaglio. Lo possiamo osservare nella Topografia del Polesine di Rovigo degli autori Marchetti Milanovich del 1786 ed anche nella Kriegskarte di Von Zach del 1798. In questo periodo la foce dell’Adige è posta in prossimità a quella del Brenta.

    Ai primi dell’800 l’evoluzione della costa ha portato alla tipologia della foce a delta. La carta militare austriaca del 1814 e la carta topografica del Regno Lombardo Veneto del 1833 mostrano una situazione a delta con due bocche principali: quella rivolta a NNE è molto prossima alla foce del Brenta, mentre la seconda esce ad est. Si nota anche un canale con percorso SSE che isola una parte dell’ala meridionale della cuspide deltizia.

    Con la chiusura del sostegno idraulico del Castagnaro su ordine del Governo Austriaco nel 1838, venne esclusa la relazione Adige – Canalbianco, determinando così una portata più regolare dell’Adige.

    Nel 1860 gli isolotti ed i banchi sabbiosi si sono uniti alla terraferma, portando ad un incremento della parte destra; nel frattempo inizia a configurarsi l’isola del Bacucco e nel 1871 si vede formata anche l’ala settentrionale del delta.

    Nel 1892 si vede l’isola di Bacucco che divide in due il corso finale: il ramo principale esce a nord-est, mentre quello rivolto più a nord si unisce al tratto terminale del Brenta, denominato Brenta vecchio. Il nuovo taglio del Brenta, terminato nel 1896, porterà questo fiume a sfociare più a nord di circa 1.250 metri.

    Nel 1897 la foce dell’Adige è ancora biforcuta, ma si nota un consistente incremento dell’ala destra allungata a nord-est.

    Le variazioni della foce nel corso del XX secolo

    Nel 1908 l’Adige presentava ancora le due ramificazioni di fine 1800 separate dall’isola del Bacucco, nel frattempo ingranditasi e sviluppata fino alla nuova foce settentrionale del Brenta.

    Il progressivo sviluppo dell’isola del Bacucco portò alla chiusura del ramo settentrionale dell’Adige, come si può osservare nella rappresentazione cartografica del 1918. Come conseguenza, la foce principale rimasta si potenzia e si divide successivamente in due bocche, portando un nuovo sbocco verso sud.

    La tavoletta IGM del 1931 mostra di nuovo due rami di sbocco a mare, uno rivolto a nord-est ed un secondo più ampio, posto dapprima ad est e poi esce a sud. Nella rappresentazione topografica si vedono le due ramificazioni divise da un’isola di forma triangolare, mentre l’ex isola del Bacucco è praticamente unita all’entroterra.

    Nel 1944 la precedente isola triangolare è unita al litorale a costituire l’ala destra della cuspide deltizia. In seguito alla scomparsa dello sbocco meridionale, il fiume esce con un unico ramo a nord-est. Condizione confermata anche nelle successive carte del Magistrato alla Acque con il rilievo datato 1956 e la tavoletta IGM con i rilievi del 1962-1963.

    A partire dagli anni ’60 disponiamo delle misurazioni alla foce compiute dall’Università di Padova negli anni 1962-1985, riportate nel Quaderno n. 6.²

    Il rapporto conclude affermando che tra il 1962 e il 1985: “Il lobo destro della cuspide delizia ha subito una troncatura netta di circa 150 metri”.

    Bondesan e De Santis, segnalano nel 1976, l’inversione del generale innalzamento dei fondali del mare Adriatico prossimi alla linea di riva, avvenuto fino agli anni ‘40, per passare da allora soprattutto ad un abbassamento. A questa inversione deve avere contribuito anche la subsidenza indotta dalle estrazioni di acque metanifere in atto dal 1938 al 1961, che ha interessato il delta del Po, ma si è anche propagata nel tratto terminale dell’Adige. Gli studi pubblicati al riguardo indicano in tale zona un abbassamento di 20 centimetri, nel periodo dal 1951 al 1970.

    Negli anni ’70 si verifica un fatto fondamentale per la successiva evoluzione della foce dell’Adige, in quanto si apre un secondo sbocco a mare a sud della bocca principale, trasformando il lobo deltizio in isola. Secondo il C.N.R.: “La rotta pur essendo il previsto epilogo del locale quadro evolutivo è stata favorita da un taglio artificiale in corrispondenza al massimo restringimento della sottile lingua di terra che separava l’Adige dal mare, al fine di ridurre il percorso che le piccole imbarcazioni avrebbero dovuto compiere per recarsi dal fiume al mare”.

    Nella carta del Magistrato Acque del 1972 appare la sottile linea rettilinea azzurra che testimonia la presenza di questo taglio. Di questa apertura abbiamo anche la testimonianza di una foto del 1980, presente nella pubblicazione dell’Istituto di Geografia Un. Pd. (1986), che riporta la seguente didascalia: “Nel novembre 1976 un sottile istmo separa ancora il mare dall’Adige”.

    La successiva C.T.R. carta tecnica regionale che riporta il rilievo del 1978, mostra ancora l’ala destra dell’Adige, ma molto più assottigliata e proprio nella minima sezione è visibile il taglio artificiale.

    Nella nuova carta del Magistrato Acque con rilievo aggiornato al 1982, vediamo che l’Adige esce direttamente in mare con la nuova apertura, situata 800 metri a sud della foce principale. Il lobo deltizio si è via via assottigliato fino a diventare un’isola delle dimensioni pari a 1/3 della superficie del 1972.

    Nel corso degli anni ’80 si interviene ostruendo la nuova foce dell’Adige mediante la realizzazione di una arginatura semicircolare in scogliera, che di fatto separa la acque del fiume dal mare, denominata “coronella”. Tale struttura collega l’estrema punta del lido a sud con la parte rimasta isolata dell’ala destra a nord.

    Questo manufatto della lunghezza di circa 260 metri, si è dimostrato instabile ed ha necessitato dell’apporto di più ricariche di materiale lapideo, come è avvenuto nel settembre 1985. Con la coronella avviene il prolungamento della parte terminale dell’Adige, che così ritorna all’unica foce settentrionale, assomigliando ora ad un estuario.

    Attualmente alla foce dell’Adige, sia in destra che in sinistra si trova una massicciata calcarea lunga 100 metri, che poi prosegue con palancole metalliche in parte sommerse. Questi manufatti hanno determinato un allungamento antropico della foce dell’Adige in mare, pari a 540 metri nel lato sinistro e 170 in quello destro. Ricorrendo a google earth possiamo misurare nel lato nord una palancolata affiorante lunga 130 metri, mentre nella parte sud le palancole si vedono discontinue e limitate ad una lunghezza di 100 metri.

    Conclusioni

    L’analisi della documentazione cartografica relativa agli ultimi 500 anni ci ha fatto vedere che l’Adige ha avuto una foce bialare asimmetrica per un periodo di circa 160 anni, dal 1810 al 1970. Le particolari condizioni che hanno portato a questo tipo di foce, peraltro abbastanza naturale per un fiume di tale portata e lunghezza, si sono realizzate dopo il taglio di Porto Viro del 1604 e dopo il taglio del Brenta eseguito nel 1896. Questi interventi hanno liberato il corso terminale del fiume dalle interferenze di altre ramificazioni, favorendo la creazione di una foce autonoma.

    Nel corso del 1700 e 1800 la foce dell’Adige venne a trovarsi in prossimità della parte terminale del Brenta, con cui interagì e iniziò la fase della costruzione del suo delta bialare. La nuova cuspide deltizia mostrava una asimmetria, avendo sviluppato un’ala meridionale decisamente maggiore di quella posta a nord.

    Nel corso del XX secolo si è verificata una interazione tra azioni naturali e interventi antropici che hanno determinato una grande variabilità della morfologia della foce. In particolare i lavori eseguiti presso la foce dell’Adige hanno determinato un prolungamento in mare tale da disperdere il pennacchio lontano dalla linea di costa.

    Considerato che non è più possibile inquadrare la foce dell’Adige nella tipologia dei delta ma neppure in quella ad estuario, si può introdurre la denominazione di “foce artificiale”.

    NOTE

    1. La geomorfologia riconosce tre tipologie principali di delta: cuspidato bialare, lobato e digitato. Un bell’esempio di foce a delta del tipo bialare è rappresentata dal fiume Tagliamento, in cui la cuspide triangolare presenta due ali asimmetriche: quella settentrionale concava dove trova sede la spiaggia friulana di Lignano; quella meridionale convessa con la spiaggia veneta di Bibione. Altre foci a delta bialare sono del Tevere e dell’Ombrone. Il Danubio e l’Ebro presentano una foce a delta del tipo lobato; mentre la foce del tipo digitato è quella del Mississippi. Il delta del Po è di tipo lobato con tendenza a digitato. Nella foce ad estuario si ha una completa ridistribuzione dei sedimenti di origine fluviale per mezzo delle correnti di marea oceaniche, in quanto l’energia delle onde è maggiore rispetto al deposito del trasporto torbido. Alcuni esempi significativi sono la Senna, il Tamigi, il Rio delle Amazzoni.

    2. – 1962-1968: L’apice destro della cuspide deltizia progredisce verso NE di circa 70 metri.

    – 1968-1973: L’apice destro della cuspide deltizia inverte la sua tendenza evolutiva ed arretra di circa 100 metri; (l’erosione della sabbia ha portato alla luce nel 1972 livelli argillosi con radici di carici e canna palustre, che hanno poi subito una erosione con riduzione a ciottoli; mettendo in evidenza un passato locale di area palustre o di bonello di foce).

    – 1973-1976: L’apice del lobo deltizio arretra ulteriormente di 70 metri.

    – 1976-1979: Prosegue il ritiro del lobo deltizio di altri 60 metri.

    – 1979-1983: Continua il ritiro dell’apice deltizio per circa 100 metri.

    – 1983-1985: L’ex apice del lobo deltizio recupera la posizione del 1979.

  • Badia veronese

    Badia veronese

    I documenti, a cui faccio riferimento in questo scritto, sono quasi tutti conservati nell’Archivio di Stato di Verona, riscontrati diversi anni fa durante la mia ricerca sulla storia del Comune di Giacciano con Baruchella.

    Ho avuto recentemente occasione di riprenderli in mano per una serata divulgativa nell’ambito della rassegna “Conosci la tua città”, organizzata a Badia dalla locale sezione del CTG (Centro turistico giovanile) “La Mongolfiera”. Il titolo dato alla serata era: “Ai tempi di Napoleone. Quando Badia voleva essere veronese”.

    La storia, quantomeno curiosa, mette in evidenza i reiterati tentativi dei Badiesi per essere amministrativamente inseriti nel territorio di Verona. Ne do un sintetico resoconto, iniziando dalla prima inclusione di Badia nell’ambito del territorio veronese, con la destinazione della cittadina al Dipartimento dell’Adige nell’ultimo decennio della dominazione francese in Italia. Un periodo del primo Ottocento badiese in gran parte da delineare – a parte le già note vicende della fine della Vangadizza e del suo acquisto da parte dei D’Espagnac -; dico da delineare perché i documenti di cui parlo si riferiscono soltanto all’inizio e alla fine dell’aggregazione di Badia a Verona.

    Da Ferrara a Verona

    Si tratta, infatti, di due periodi:

    •1802-1803, al tempo della Repubblica Italiana delineata da Napoleone, quando Badia riesce a passare dal Dipartimento del Basso Po (che comprendeva quasi tutto il Polesine, allora con capoluogo Ferrara) al Dipartimento dell’Adige facente capo a Verona;

    •1814-15 quando il nostro centro cerca in tutti i modi di restare unito a Verona per non tornare a dipendere da Rovigo, mentre il Polesine – passato sotto il controllo degli Austriaci – sta per essere costituito in provincia autonoma, con il Po delimitante il nuovo confine.

    Per quanto riguarda il primo periodo, non appena si apprende della nascita di un nuovo dipartimento autonomo attorno a Verona, la municipalità badiese è tra le prime a vantare il diritto di essere unita alla “illustre e popolosa città”; ritiene anzi che tale diritto appartenga a tutto il Polesine di Rovigo tra Adige e Po, compresa la Traspadana ferrarese, per poter così formare “un ben configurato comprensorio e separarsi dai Ferraresi”.

    All’inizio del 1803, gli amministratori badiesi incaricano il famoso “direttore idraulico” locale Gaetano Canova di stendere una breve memoria per sostenere che: “verso Levante il Polesine di Rovigo trovasi congiunto ed unito al Veronese e che nel governo de’ fiumi e delle acque non potrà mai essere disgiunto, anzi deesi fare un solo comprensorio”.

    Va ricordato che il Canova, di origini mantovane, conosceva bene il territorio badiese; tra l’altro egli legò il suo nome alla costruzione della “Bova”, per regolare l’uscita dell’Adigetto dall’Adige. Qualche giorno dopo è la municipalità stessa a ribadire quanto sia opportuna l’unione a Verona: “gl’interessi comuni d’acque, abitudini antiche d’amicizia, costumi eguali, tutto ci chiama a desiderarla; un’unione che Badia aveva già sperimentato “per breve tempo negli antichi tumultuosi tempi”.

    A questo proposito vanno ricordati i secolari grandi traffici fluviali sull’Adige e la fondazione in epoca medioevale della “Francavilla Mercatorum”, una specie di colonia agricola veronese tra Adige, Malopera e Adigetto destinata al pascolo per la produzione della lana, di cui nel tempo resta solo il nome come località di Badia. Tutto ciò prima dell’arrivo degli Estensi da sud e del Comune di Padova da nord a contendersi il territorio a cavallo dell’Adige, a parziale discapito dell’autonomia dell’Abbazia.

    Per un cantone più grande

    Nel periodo napoleonico Badia ottiene dunque di passare nell’orbita di Verona, inserita nel dipartimento veneto come “Cantone II del Distretto di Legnago”. Ma c’è di più, perché ben presto iniziò la lotta per decidere l’estensione di questo cantone.

    Di fronte alle obiezioni delle autorità del Basso Po sull’estensione del cantone (che doveva limitarsi alla ex-podesteria), la municipalità di Badia ebbe uno scatto d’orgoglio. Oltre a ribadire le ragioni della geografia, ricorse anche a quelle della sua storia, da quella più antica a quella più recente; ragioni che si dimostrarono almeno in parte efficaci.

    I dirigenti badiesi (Bassi, Baviera, Piccinali ecc., oltre al Canova) ripercorrono così a grandi tappe la storia della città e quella dell’Abbazia fino a giungere a citare il privilegio imperiale del Barbarossa del 1177 ad un’antica disposizione dello Statuto del Comune di Verona che vincolava al “consiglio” del podestà di quella città, oppure a quello della Repubblica di Venezia, la nomina del podestà di Badia da parte dell’abate (Potestatem quem accipere voluerit debeat illum accipere cum consilio Domini Potestatis Veronae, sive Illustr. Dominij Veneti).

    Un primo sommario giudizio su tutta la vicenda, potrebbe portare ad affermare che i maggiorenti della Badia napoleonica facciano un uso strumentale della storia dell’Abbazia, solo per giustificare le loro pretese, la loro volontà di ingrandirsi al di là dei vecchi confini; ad es. fino a Canda, fino a Giacciano e Zelo da una parte, e fino a Carpi, Castagnaro e Spininbecco; questi ultimi perché ricadevano nella nuova pretura di Badia. E ciò proprio negli anni in cui il monastero passava definitivamente nelle mani del D’Espagnac, il quale – fra l’altro – propose inutilmente di affittarne una parte al comune per adibirla a scuola pubblica.

    Ingrandimento che, dopo un tentativo del 1807-8, riuscì verso la fine del decennio tornando ad unificare nel solo comune di Badia (allora però si diceva “la comune” alla francese) quelli limitrofi di Baruchella (solo la parte al di qua del Castagnaro), Pissatola, Salvaterra e Villabona (oggi Villa d’Adige), che erano stati emancipati dai francesi. Un’unificazione che durò anche nel primo periodo austriaco, anticipando un po’ l’attuale situazione determinatasi poi in epoca fascista.

    L’ultima illusione di restare veronesi

    Caduto Napoleone e tornati gli austriaci dopo il Congresso di Vienna, Badia teme per la sua “indipendenza”. Lo prova la lettera del 20 gennaio 1815 del nuovo podestà badiese Dente (dovrebbe essere quel Bartolomeo che eresse il Teatro Sociale) al podestà veronese, in cui si legge: “Torna in campo che la Città di Rovigo tenta tutte le strade, ed insiste per la riunione al Polesine di questa Comune, onde il Polesine stesso sia separato da qualunque altro Dipartimento ed eretto in separato Circondario.. “e lo prega di darsi da fare “onde non abbia la dispiacenza di dividerci, giacché tanti e ben noti rapporti ci vogliono uniti ai buoni Veronesi”.

    Ad aprile, poi, lo informa di avere mandato due suoi delegati (Baviera e Piccinali) ad illustrargli meglio la questione. Ad agosto, infine, informa di essere andato di persona a Venezia a perorare la causa badiese col Governatore austriaco Conte di Goess, il quale gli dà buone speranze e “compiacentissimo” legge i titoli (le motivazioni) che gli aveva portato, tanto che “soddisfatissimo” ne da’ comunicazione al suo omologo veronese che già aveva risposto alle sue precedenti sollecitazioni.

    E conclude: “Sono a pregarla della di Lei valida cooperazione onde (Badia) sia costituita in Circondario Distrettuale, molto più che l’attuale suo Territorio”.

    La nuova provincia del Polesine attuata nel 1816

    Le cose invece andarono diversamente. Il conte Pietro di Goess era il governatore veneto del nuovo Regno Lombardo-Veneto, nominato dall’imperatore Francesco I nel 1815. Solo con la “sovrana patente” del 12 febbraio 1816, tuttavia, entrò in vigore il primo “compartimento territoriale delle provincie venete” con la nuova Provincia del Polesine che comprendeva anche Badia. Ecco allora che nell’agosto del ’15 il conte poteva ancora sbilanciarsi a fare al podestà Dente quelle promesse che poi non furono mantenute.

    Di tutto l’ingrandimento veronese di allora, rimane oggi al Comune badiese solo la località Barchetta, a due passi da Menà ma separata allora dal grande corso del Castagnaro.

  • Il Convento di San Martino

    Il Convento di San Martino

    Nella parte più occidentale del Polesine – specie tra i comuni di qua e di là del Po – è famosa la Fiera di San Martino di Castelmassa. Bancarelle, giunte qui da ogni dove, si assiepano nei giorni della fiera nella grande piazza e nelle vie limitrofe, mentre alcuni edifici pubblici offrono al visitatore occasioni di incontri culturali e rassegne d’arte. E proprio ad una di queste ho partecipato nell’ultima edizione della fiera massese: una mostra retrospettiva, ottimamente allestita, dedicata al multiforme artista Ermes Simili nel centenario della sua nascita.

    In questa occasione mi sono posto una domanda che mai prima si era affacciata alla mia mente: dov’è la chiesa di San Martino a Castelmassa? Perché una fiera così importante e longeva, dedicata ad un Santo tanto noto in Europa – riflettevo – doveva pur avere un importante riferimento in loco. Se non una chiesa almeno un capitello, o perlomeno un’opera d’arte famosa. Niente. Solo l’intitolazione di una strada.

    Non poteva essere possibile, pensavo. Nei meandri della storia qualcosa si doveva trovare.

    Iniziando la mia ricerca, ho scoperto che ben prima di me altri si erano posti il quesito, trovando anche qualche spiegazione: in particolare Amina Bongiovanni e Stefano Brigo che nel marzo del 2002 hanno dato alle stampe il frutto delle loro ricerche nel volume “Massa Superiore SAN MARTINO un convento perduto”, edito dal Circolo Culturale Luigi Parmeggiani e dalla Parrocchia di Santo Stefano di Castelmassa.¹

    Un convento perduto, dunque!

    La mancanza sul territorio di tracce residue dello storico complesso monastico è tanto incredibile da richiamare alla mente varie leggende del passato, (ce ne parla Paolo Rigoni in alcuni suoi scritti) che fanno riferimento a chiese nottetempo inghiottite nel terreno improvvisamente divenuto, per qualche funesto sortilegio, malefico ed infido. Ed oggi nel circondario massese non c’è alcuna traccia lapidea dell’antica costruzione religiosa. E pressoché inesistenti sono in loco i documenti cartacei, in grado di offrirci testimonianze significative della storia del complesso monastico.

    Bisogna allora guardare altrove. Una vera e propria caccia “al tesoro” è stata fatta dagli autori del testo citato, partendo dal Medioevo, per rintracciare frammenti della secolare storia del monastero, assieme a quella del paese.

    Il 1101 segna sicuramente una data significativa: infatti “risulta che il paese viene chiamato Massa nell’atto di donazione della terra alla Mensa Vescovile di Ferrara fatto dalla grande contessa Matilde… signora di qua e di là del Po e del Mantovano”.² Una prima certezza: il nome del paese, precedentemente definito in altri documenti col toponimo S. Maria delle due Basiliche. Forse per la presenza di due chiese? Non è noto. Fatto sta che sicuramente erano due le chiese sul territorio: quella di San Martino, gestita dai monaci (prima quasi sicuramente benedettini e poi senza dubbio agostiniani) e l’altra, la parrocchiale di S. Stefano, tuttora ben salda e dominante piazza della Libertà. E proprio a queste due chiese fa indirettamente riferimento un documento di fine secolo:

    L’11 settembre 1189 nel territorio massese viene vergato un accordo di pace tra i rappresentanti di Mantova e Ferrara dopo una annosa disputa di confine. Accordo sottoscritto “apud castrum Massae, in choro illius Ecclesiae et in porticu canonicae, et in Ecclesiae Sancti Martini”.³ Le chiese dunque al tempo risultano due: quella del “castrum” di Massa (col suo coro e la sua canonica con tanto di portico), e quella di San Martino.

    Per avere una descrizione più probante delle due istituzioni religiose dobbiamo però fare un salto in avanti di quasi 250 anni giungendo al 1434, quando il Vescovo di Ferrara, il beato Giovanni Tavelli da Tossignano, sant’uomo desideroso di ovviare all’eccessivo lassismo religioso, decide di verificare di persona la situazione, attuando un fitto programma di visite nella sua diocesi. Vere e proprie ispezioni che si concludevano con resoconti che abbracciavano sia il piano spirituale che quello materiale.

    Per quanto riguarda la chiesa parrocchiale di S. Stefano viene annotato, con disappunto, che questa si trova in condizioni pietose, in balia di colombi che entrano, nidificano e sporcano senza che nessuno provveda. Si scopre inoltre il ruolo intollerabile svolto dalla domestica del parroco che fa “incantaziones (stregonerie) a pagamento”.

    Relativamente a San Martino, l’attenzione viene rivolta soprattutto alla mai prima documentata erezione di un ospedale: struttura non ancora compiuta, nonostante l’autorizzazione episcopale a completare l’opera. Ma le finalità dell’ospedale, nonostante le evidenti difficoltà economiche, sono rispettate: “il Vescovo non ha nulla da eccepire, riscontra che i poveri sono ben ospitati e ben trattati” ⁴.

    Frattanto però i problemi economici per la gestione della struttura di cura e accoglienza si aggravano, facendo temere il peggio, finché, il 29 gennaio 1451, si apre una provvidenziale soluzione, ratificata presso il palazzo Vescovile di Ferrara presenti, oltre che il Vescovo, anche due rappresentanti della Comunità massese: il ferrarese Tommaso Canali si offre di ricostruire l’edificio “purché gli venga riconosciuto lo Jus Patronato”. Soddisfazione di tutte le parti: “il contratto viene siglato e regolarmente registrato da un notaio”⁵.

    45 anni dopo, 11 febbraio 1496, si apre una nuova importante pagina: Girolamo Canali, discendente di Tommaso, destina, con testamento, importanti sostanze “ai Ven. frati eremiti dell’Ordine dell’Osservanza di S. Agostino…. perché possano costruire un Convento presso la Chiesa o Ospedale di San Martino nella Villa di Massa Superiore, nel contado di Ficarolo e sotto la giurisdizione di Ferrara”⁶.

    Oltre alla chiesa e all’ospedale, anche il convento, dunque. Si sviluppa pertanto un importante centro monastico con chiesa, chiostro, biblioteca, edifici rustici e di servizio, con disponibilità anche ad ospitare personaggi di riguardo nell’ambito della fede. Si intensifica frattanto anche l’impegno sul piano organizzativo per la gestione dei terreni divenuti proprietà del convento, che di anno in anno si ingrandiscono per nuove donazioni.

    Cresce negli anni l’importanza della chiesa di S. Martino, a scapito di quella di S. Stefano che, a partire dal nuovo secolo, presenta anche problemi statici, tanto che “nel 1574 durante la Visita Pastorale del Vescovo di Ferrara, Cardinale Maremonti, viene decretato che la chiesa Parrocchiale venga ricostruita dalle fondamenta, perché cadente, e che nel frattempo si utilizzi quella di San Martino”.⁷ E ciò aumenta l’importanza di quest’ultima chiesa e dello stesso convento in cui i frati residenti dai sei iniziali raggiungono la decina, come risulta nel 1591 dalla visita Pastorale del Cardinale Fontana.

    Con il nuovo secolo si registrano alcune novità. Innanzitutto l’incremento della popolazione in una vasta area del Polesine occidentale interessata dalla grande opera di bonifica avviata nel 1609 dal Marchese Enzo Bentivoglio, a cui si associano altri nobili, tra cui il Marchese Fiaschi e il Conte Nappi.

    Drammatico sarà invece il diffondersi della peste (detta poi manzoniana per la descrizione che ne farà Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi). A Massa il morbo esplode improvviso nel 1630. Non si contano i morti; anche il parroco di S. Stefano soccombe e la comunità massese, per scampare dal flagello, fa voto di erigere, nella chiesa di S. Martino, un altare dedicato a S. Rocco.

    I frati si danno da fare: fra le altre cose allestiscono un lazzaretto e diventano il fondamentale punto di riferimento della zona, ricevendo nuove donazioni di tipo fondiario ed altro, che aumentano le entrate del Convento.

    I massesi si sentono sempre più legati alla chiesa di S. Martino, dove, cessata l’epidemia, scioglieranno il voto, facendo erigere una cappella con altare dedicato a S. Rocco.

    Frattanto il convento di S. Martino nel 1650 è oggetto di un’inchiesta avviata l’anno prima da papa Innocenzo X su tutti i conventi, istituendo una apposita Congregazione per lo studio della Riforma dei Religiosi in Italia. Fra l’altro viene imposta la soppressione dei conventi con meno di 6 religiosi. San Martino conta 7 frati, numero sufficiente per continuare ed implementare la propria attività religiosa, per la quale dispone – come evidenzia l’apposita relazione – di una “chiesa assai onorevole”.

    È evidente in questo periodo il prevalere nel territorio massese della chiesa di San Martino.

    A risollevare la situazione della parrocchiale di S. Stefano giungerà Don Alfonso Girri (o Giro), che in una sua memoria descrive le opere portate a termine nell’arco di una ventina d’anni, finché nel 1676 con compiacimento annota: “…ora sono soddisfatto perché i fedeli stanno tornando alla propria Chiesa per insieme meglio redigerla”⁸. E nel 1682 giunge il beneplacito del Cardinale Acciaioli per lo svolgimento nel piazzale davanti alla chiesa del mercato settimanale che animerà il paese, migliorandone l’aspetto economico.

    Col nuovo secolo anche il complesso di S. Martino è interessato da migliorie ed ampliamenti (1714), che qualificano l’istituzione religiosa aderente alla Congregazione di Lombardia, il ramo più intellettuale degli Agostiniani. “San Martino ormai è una cittadella a sé: vi soggiornano studiosi, pellegrini, personaggi illustri”⁹. “Nel 1765 continuano ancora i lavori di ampliamento della chiesa e del convento”. Viene anche completata la realizzazione del piazzale antistante il Convento, e sembra che in questo contesto si avvii anche l’iniziativa, che diverrà ben presto consuetudine a cadenza annuale: la fiera di San Martino.

    Tutto, a quanto pare, procede positivamente, ma un devastante snodo della storia è in agguato: l’arrivo in Italia nel giugno 1796 dell’armata di Napoleone.

    Gli editti si susseguono rapidi: il 26 giugno si impone agli ecclesiastici il conferimento al Monte di Pietà degli ori e degli argenti, proprietà di chiese e monasteri.

    Iniziano le requisizioni, finché “Il 15 novembre 1797 viene decretata la soppressione del Convento di San Martino dei R.R. P.P. Agostiniani di Lombardia posto in Massa Superiore”.¹⁰ I libri della ricca biblioteca vengono razziati, assieme agli oggetti di valore ancora presenti. Pochissimi i residui che giungeranno alla parrocchia di Santo Stefano.

    “Nel febbraio del 1798 viene pubblicato l’invito dell’Agente Nazionale ad acquistare i beni dei Conventi Soppressi”¹¹. “Uno degli acquirenti più importanti è il Conte Alessandro Nappi, la cui famiglia aveva dimora e terreni in Massa Superiore” e grandi disponibilità di denaro liquido utili alle autorità.

    Ben presto gli edifici del complesso agostiniano iniziano ad essere smantellati giacché l’unico valore che viene loro attribuito è quello delle pietre da utilizzare altrove. Da una perizia del 1 Maggio 1806 risulta che parte della chiesa e del complesso conventuale sono stati demoliti. Una ulteriore perizia del 24 ottobre 1814 rivela che tutto il terreno è stato spianato. Niente più rimane dello storico complesso di San Martino. Qualche oggetto residuo è stato rintracciato successivamente ed è conservato nell’archivio parrocchiale. Tra gli altri la “famosa” tela (in cattivo stato di conservazione) dedicata a San Rocco, oggetto del voto collettivo espresso nel 1630 durante l’infuriare della peste.

    Un epilogo davvero sconfortante quello che la storia ha riservato al complesso conventuale di San Martino. E non poteva che essere improntata ad una grande malinconia la conclusione dello studio di Amina Bongiovanni e Stefano Brigo che qui trascriviamo: “C’era una volta un convento. C’era un luogo suggestivo del silenzio e della pace ai piedi dell’argine. L’abbiamo perduto. Ci restano schegge di segni sacri. Ci resta una traccia toponomastica: la località San Martino, quanto basta per far sopravvivere la memoria dell’antica presenza monastica, quanto basta per conoscere e riflettere sulla storia di Castelmassa”.¹²

  • Tradunt.it: in giro per il Polesine

    Tradunt.it: in giro per il Polesine

    Il progetto Territorio, Risorse e Ambienti Disponibili con l’Uso delle Nuove Tecnologie ha studiato 5 anelli ciclabili georeferenziati, lungo strade secondarie, più o meno equivalenti in lunghezza, di circa 50/60 km l’uno.

    Una selezione dei migliori percorsi ciclabili del Polesine per permettere di conoscere il territorio in modo sostenibile, unendo cultura e paesaggio.

    Il Circolo culturale ARCI 2 giugno 1946, in collaborazione con FIAB, SlowFood, WWF, Assonautica acque interne Veneto e Emilia e il Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici, grazie al bando cultura OnLife della Fondazione CaRiPaRo ha creato un progetto di proposta di visitazione lenta del Polesine (alto e medio) in modo innovativo e inclusivo.

    La modalità di visitazione proposta individua alcuni percorsi ciclopedonali che toccano musei, teatri, ville, chiese, aree di valore ambientalistico, luoghi di interesse enogastronomico con l’obiettivo di fornire tutte le indicazioni utili per muoversi nel territorio da soli o in gruppo, sia a piedi che in bici, magari dopo esser scesi da uno dei vari attracchi posti lungo l’asta navigabile del Canalbianco.

    Ognuno dei percorsi interseca dei “punti di intermodalità” (ovvero stazioni dei treni e attracchi fluviali) dove, grazie a questi snodi il visitatore, potrà o lasciare il grande percorso turistico per o scendere dal treno/barca per poi “immergersi” in un entroterra meno battuto da un punto di vista turistico ma ricco di piccoli grandi tesori e, concluso il cerchio, si torna al punto di partenza.

    Si tratta di percorsi tangenti ai grandi itinerari che attraversano il Polesine (dalla Sinistra Po – I3 La via del mare, dai cammini di Sant’Antonio e della Romea Germanica, dalla Romea Strata alla Destra Adige, dalla VenTo alla Adige-Po).

    L’ampia partnership ha permesso di creare un’approfondita mappatura dei punti di interesse dei 5+1 percorsi (il sesto è dedicato alla città di Rovigo) ovvero quelli relativi al patrimonio culturale, architettonico, storico, alimentare, naturalistico ed ambientale.

    Per ogni bene censito è stata preparata una scheda dedicata. Ne sono state preparate oltre 100 e per ogni scheda è stato realizzato un testo descrittivo contenente immagini e contenuti multimediali (audio e video) infine un QR code che verrà posto fisicamente di fronte al bene permettendo al visitatore di poter approfondire leggendo ma soprattutto ascoltando la descrizione del bene. In concreto si tratta sostanzialmente di audio-guida diffusa su un totale di oltre 250km di itinerari.

    E forse proprio in questo concetto che troviamo il valore maggiore del nostro lavoro che amplia la fruibilità. L’accesso a tale preziosa banca dati multimediale è possibile sia tramite il portale dedicato www.tradunt.it.

    In queste pagine proviamo a raccontarvi un po’ alla volta gli itinerari. Iniziamo dai primi due, ovvero il Percorso Azzurro e quello rosso.

    1. Percorso azzurro – Terre Alte

    Il percorso, posto nella porzione occidentale della provincia di Rovigo, è caratterizzato da quote altimetriche più alte e anche per questo l'area è pertinente all'Alto Polesine. Il tracciato proposto attraversa una porzione di territorio poco popolata e non a caso è il più ricco di oasi e contesti ambientali, tra cui si segnalano zone umide importanti come i gorghi, aree particolarmente ricche di avifauna quasi un contraltare del Delta.

    Le evidenze rurali si alternano a quelle architettoniche, che vanno dal X° secolo al tardo Rinascimento, tra ponti, castelli, abbazie e antiche dimore di pregio, sia nella percorrenza terrestre che fluviale. Giunto nell’abitato di Badia Polesine, il visitatore seguirà il profilo del fiume Adige fino a imbattersi nella “nascita” dell’Adigetto ovvero il sostegno Bova. Per chi trovasse il percorso troppo lungo all’altezza di Baruchella può “tagliare” fino a Trecenta o viceversa se lo si percorre in senso orario.

    Lunghezza totale: 57 km

    Comuni attraversati: Badia Polesine, Giacciano con Baruchella, Trecenta, Castelguglielmo, Bagnolo di Po, Canda

    2. Percorso rosso – Terre etrusche e romane

    I punti di interesse, che compongono l’itinerario più orientale fra quelli proposti, consentono di ripercorrere una storia lunga più di tremila anni. Il fulcro di questo viaggio nel tempo è Adria, città che dall'età del Bronzo – e poi con Etruschi, Greci e Romani – costruisce un racconto illustre, fatto di scambi commerciali ad ampio raggio favoriti da un territorio fertile e da una capillare rete di percorsi fluviali, che la collegavano con l'entroterra e con quel mare non a caso chiamato Adriatico.

    Volgendosi a ovest, il paesaggio richiama i temi del mito e della storia antica, con le campagne anticamente gestite sul modello della chora greca e tuttora preservate dall’eccessiva antropizzazione.

    A sud, il percorso costeggia l'alto argine del Po ed evoca storie di vita presso le sponde del fiume, narrate in percorsi museali e testimoniate da autorevoli elementi di archeologia industriale. Si giunge infine nella golena di Panarella; l'oasi naturalistica, ricca di specie arboree e avicole, apre le porte del Delta, laddove il corso principale si divide in due diramazioni, incrociando lo storico ramo del Po di Goro. Anche qui, per chi trovasse il percorso troppo lungo, all’altezza di Crespino si può “tagliare” fino a Adria o viceversa se lo si percorre in senso orario, dimezzando di fatto il chilometraggio.

    Lunghezza totale: 56 km

    Comuni attraversati: Adria, Ceregnano, Gavello, Crespino, Villanova Marchesana, Papozze

  • Goletta Catholica è tornata

    Goletta Catholica è tornata

    Dopo tre anni di attività di restauro, Goletta Catholica è tornata finalmente in acqua. La storica imbarcazione, riportata all’antico splendore grazie al lavoro del maestro d’ascia Roberto Mattana del cantiere Artenautica di Loreo, si presenta oggi come il cuore di uno dei più qualificati progetti di educazione ambientale dedicato al mare e alla biodiversità.

    Il varo, lunedì 11 marzo al porto di Albarella, ha visto intervenire il Governatore della Regione Veneto Luca Zaia, il presidente della Fondazione Cariparo Gilberto Muraro, il presidente del Parco Regionale Veneto del Delta del Po Moreno Gasparini, il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani, la prorettrice dell’Università di Padova Francesca Da Porto e il presidente di Fondazione Goletta LAB (Laboratorio per l’Ambiente e la Biodiversità, ndr) Giuseppe Toffoli, in rappresentanza degli interlocutori istituzionali che già nel 2019 avevano sottoscritto con il Ministero per l’Ambiente un protocollo d’intesa per la gestione della nave e delle attività ad essa collegate.

    Gli obiettivi di Fondazione Goletta LAB sono principalmente tre:

    •l’educazione ambientale rivolta alle scuole di ogni ordine e grado;

    •la valorizzazione e promozione con azioni di marketing territoriale in ambito turistico, culturale e di sviluppo sostenibile;

    •l’attivazione di campagne di studi e ricerca scientifica svolte dal dipartimento di Biomedicina comparata e alimentazione (Bca) dell’Università di Padova, noto anche per l’impegno con delfini e tartarughe marine.

    •L’imbarcazione avrà comunque anche un ruolo nelle attività che il Parco realizza in collaborazione con altri partner quali ad esempio Arpav nella zona dell’Alto Adriatico, dov’è stato istituito un Sito di interesse comunitario (Sic), di cui l’Ente è per l’appunto soggetto gestore.

    Primo a “prendere il largo” sarà “Attivamente”, programma di iniziative extradidattiche promosso da Fondazione Cariparo, a cui hanno aderito una quarantina di istituti di Rovigo e Padova per un totale di 160 classi delle scuole primarie di primo e secondo grado: il via già lunedì 18 marzo, ma nel prossimo anno scolastico l’offerta verrà estesa anche agli istituti di Venezia, Treviso, Verona, Belluno e Vicenza; sempre in marzo, è previsto un ulteriore focus-scuole con le attività del bando “Siti Naturali Unesco e Zes per l’educazione ambientale 2022/’24” finanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica che prevede la visita di almeno un migliaio di studenti della primaria delle scuole del Delta del Po Riserva di Biosfera Mab Unesco.

    Tanti anche i progetti sviluppati in partnership con l’ateneo patavino, iniziative che vedono in Catholica il fulcro di questa sinergia: Life Delfi studia l’interazione tra specie marine target e l’uomo; Poseidone trasformerà la goletta in piattaforma mobile per il monitor gaio di cetacei e tartarughe ospitando ”Summer school” aperte anche a studenti provenienti dall’estero; Diaphonia esplora invece l’impatto del suono sottomarino sugli organismi acquatici; One Blue valuta inquinamento chimico nel Mediterraneo; Shore mira a potenziare l‘alfabetizzazione di studenti ed educatori delle scuole primarie e secondarie su acqua e oceani, puntando a mettere i giovani in condizione di diventare eco-cittadini ed agenti del cambiamento.

    Divenuta famosa per esser stata la prima “goletta verde” di Legambiente, “Catholica” fu costruita nel 1936 in legno di quercia: due alberi grandi dimensioni (24 metri di lunghezza per 5 metri di larghezza con 233 metri quadrati di velatura); l’imbarcazione è stata nel tempo peschereccio e nave trasporto di munizioni durante la Seconda guerra Mondiale, quando venne requisita dal Terzo Reich. Nel 1990 va in disarmo e viene acquistata e ristrutturata, una prima volta grazie a un progetto sociale. Rilevata nel 1993 da Legambiente, vive una seconda vita nel terzo settore, protagonista per oltre un quarto di secolo delle campagne estive di Goletta verde. Ora, dopo un ulteriore e profondo intervento di recupero, è partita la nuova avventura come ambasciatrice della sostenibilità ambientale.

    “Anche come Provincia – fa eco il presidente Enrico Ferrarese – non possiamo che applaudire al risultato. Quest’esperienza, con le potenzialità che da qui scaturiscono, parla soprattutto di noi, del nostro territorio, della nostra comunità, con le sue particolarità e le sensibilità. Con Goletta Catholica l'idea polesana di sviluppo potrà godere di uno strumento dedicato alla cultura del territorio, non solo nel senso dell'importante recupero, ma anche della fondamentale attività di sensibilizzazione e di formazione, in particolare dei nostri giovani”.

    “Assonautica Acque Interme Veneto ed Emilia – rileva il vicepresidente Rudy Toninato – annovera tra i suoi soci il cantiere Artenautica di Loreo, che ha realizzato il lavoro di restauro, e la Marino Cacciatori Navigazione, che gestirà l’accessibilità a bordo sia in porto che nelle prossime uscite: ciò è motivo di grande, grandissimo orgoglio, perché dimostra che oggi più che mai Goletta Catholica ha un cuore totalmente polesano”.

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