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Archivi: Articoli d’archivio

  • L’altare della Madonna del Rosario

    L’altare della Madonna del Rosario

    È bella la chiesa di Arquà Polesine. Certamente per la sua facciata nelle linee del “dolce Rinascimento”, ma, anche, per il rapporto con lo spazio che la circonda.

    A prima vista sembra isolata: il sagrato, perfino solenne nella sua solitudine sopra cinque gradini, la mole dell’abside voltata ad est verso i cipressi del camposanto, ormai in campagna, un terrapieno, a prato ben tenuto, sostenuto da una mura uniforme, la separa dalla via sottostante, come le pievi di montagna, alte sul loro paese.

    E, in realtà, la chiesa di S. Andrea Apostolo in pieno medioevo è stata una pieve – plebs cioè gente/ popolazione – la chiesa per il suo popolo appunto. Infatti, come si esce dalla porta di mezzogiorno, il cortile con ciuffi di erba breve (si sa che le chiese di campagna “erbose hanno le soglie”) chiuso ad angoli retti tra la chiesa, il campanile e la facciata della vicaria e, da lì, la fila di case che scendono verso la piazza sono a modo loro la conferma, concreta e ben visibile, di religione, ovvero di un legame cioè (religio/re-ligo/unisco, se dobbiamo fede all’etimo) tra la chiesa e il suo paese, che la solitudine del sagrato per un attimo sembrava interrompere.

    E poi, dentro.

    Dentro c’è l’odore un po’ appassito di cera e di umanità proprie delle chiese, l’ombra e la frescura tanto care agli scrittori europei degli ultimi secoli come si legge nei diarî del loro grand tour in Italia. Tuttavia, c’è qualcosa di più del fresco: un tremito di freddo, un alito di paura rimasto intrappolato fra i banchi e gli altari una notte di novembre del ’51 quando l’acqua della rotta arrivò minacciosa quasi al sagrato senza riuscire a scavalcarlo.

    Ecco, qui, dalla parte degli uomini, l’altare per cui siamo venuti, quello della Madonna del Rosario, il secondo a sinistra: “piis expensis d. Iacobi Periotto. 1811”.

    Neanche il tempo di leggere l’iscrizione e un altro altare ci richiama indietro: è il primo, sempre a sinistra, quello del Crocefisso. Lo definiscono un’opera di grande qualità: il corpo a grandezza naturale è pieno di vigore, il viso, piegato sulla spalla, è invece quello di un uomo già morto; sconfitta è la sua espressione, senza colpa, senza rimprovero¹.

    Per me, l’altare del Crocefisso di Arquà è l’infanzia: uno stato d’animo ancora senza domande, di inquieto stupore, anche di sgomento credo, comunque indecifrato, ma ben radicato se – mi ricordo ora di colpo – quel pomeriggio della settimana santa, in Castello, in cui Vito il macellaio sgozzò l’agnellino, fulminea mi passò davanti l’espressione del viso del Cristo crocefisso.

    Adesso, davanti a questo altare, posso dire che quell’antico turbamento mi si è maturato in un metodo di interpretare il mondo e, di conseguenza, in un criterio di comportamento. Ma, sempre ora, mi capita di pensare che non siamo noi a ricordare; sono le cose ad avere ricordi, li trattengono e ce li riconsegnano intatti, mentre noi passiamo per caso. Mi viene in mente un libro di Sergio Garbato, si intitola Di passaggio. Può darsi, non so, lo abbia sfiorato un pensiero del genere?

    Privo di ricordi per me, invece, è l’altare della Madonna del Rosario, “l’altare de to nono” (ovvero del nonno), concludeva mia mamma, sbrigativa al solito su questo lato degli affari di famiglia. Un dono alla chiesa per generosità (piis expensis) di Giacomo-Iacobus – Periotto nell’anno del Signore 1811. Anno, anzi anni, delle grandi secolarizzazioni napoleoniche, quando autentici tesori scomparivano dalle chiese per ricomparire in altre. Le storie minori, è risaputo, sono fatte dalla storia egemone.

    Ma chi era Giacomo Periotto, il donatore, che mia madre indicò a me bambina col l’epiteto “to nono”? Non il nonno, venuto dopo. Di Giacomo non abbiamo il documento attestante la sua nascita, ma nel libro dei Morti della Parrocchia di S. Andrea lo si dice figlio di Gaetano e si dice che morì il 21 settembre del 1845- cent’anni prima della mia nascita – sacramentis munitus – come tutti, ma et pontificia benedictione corroboratus. Con qualcosa in più, dunque.

    Giacomo Periotto, un uomo che si preoccupava equamente della salute dell’anima quanto del buon nome in terra: di sicuro una persona in vista se, nell’atto di battesimo del suo primogenito, Aldebrando, mons. Antonio Felisati, arciprete della Vicaria, si riferiva ai genitori come Domino Jacopo e Domina Margarita.

    Ma con tutto ciò, che lavoro faceva questo mio bis-bis nonno? Quali erano i suoi interessi, le sue passioni? Come governava la sua vita? E perché questo importante altare marmoreo nella Chiesa di S. Andrea? Un dono per grazia ricevuta? Per invocare un aiuto? O, speriamo di no, per ambizione, per vanità?

    Intanto qualche risposta riguardo all’altare. Sappiamo, da M.T. Pasqualini Canato, che l’altare veniva da Venezia; forse, anzi sicuramente, arrivò ad Arquà diviso in blocchi, data la sua grandezza, sui barconi che scendevano da Chioggia attraverso la laguna, per poi risalire il Canalbianco, tirati da quei potenti cavalli che trainavano le chiatte lungo le marezzane. Di certo esistono documenti in proposito, da qualche parte ho letto di atti notarili. Bisognerebbe fare un piccolo studio, ricostruire, confrontare, casomai ricorrere alle ricerche di Antonio Budri, appassionato di storia locale, un mio prozio anche lui…

    Ma, per ora, può bastare un ricordo di famiglia, tra i pochi a non essere andati dispersi: là, sotto i coppi, nel granaro delle zie Periotto, dentro a un grande baule verde-scuro, di quelli con le borchie di ottone, tra un mucchio di altre carte, mio fratello dice di aver letto le bollette di accompagnamento e le ricevute di transito dell’altare, guardate a vista dalla carcassa di una pantegana. Ma anche queste sono ormai andate perse. Rimane solo una traccia nell’Archivio parrocchiale: Jacobus, filius quondam Cajetani, poi suo figlio Aldebrandus Antonius Cajetanus.

    Quest’ultimo lo battezzarono il 24 luglio 1831 in pompa magna: due padrini di famiglia ragguardevole, uno dei quali nobilis Antonius Biscaccia Carrara, de civitate Rhodigii, ai cui cognomi l’arciprete si preoccupò di aggiungere il casato paterno e materno.

    Poi venne mio nonno, ancora vivo nel 1945; ci siamo incrociati per poco. L’ultimo, Giovanni Sergio Gaetano, era mio padre, maggio 1900, chiamato alle armi dopo Caporetto – come tanti nati nel primo semestre del 1900 – anche se non era un ragazzo del ’99.

    Questo è tutto ciò che resta.

    Quasi un peccato se non fosse che in questo pomeriggio di inoltrata primavera, Arquà mi ha restituito l’infanzia.

    Così, esco dalla porta granda nell’ultimo sole che si attarda, tramontando, sul portale di S. Andrea come su tutte le chiese della cristianità, lascio un cenno di saluto alla campana che “riposa muta”, ma non inutile, sull’orlo del sagrato; mi incammino lungo i lastroni di pietra del largo marciapiede come se seguissi una via sacra che fin dai tempi antichi ha congiunto il tempio alla sua città.

    Passo davanti all’ex teatro Littorio, alla casa di mio nonno, dove io sono nata – l’unica dei suoi nipoti a nascere nella casa di famiglia – e che non è mai stata mia, davanti al forno – ora in disuso – della Pierina Zerbinati che mi raccolse quando una sera di giugno uomini venuti da fuori pestarono di botte mio padre davanti alla casa del maestro Vicentini.

    Proseguo fino in fondo alla strada, fino a S. Antonio: l’intonaco rosso della chiesetta si accende per riflesso del tramonto sulla facciata di S. Andrea, un arco di luce indifferente alla storia, per non dire alla cronaca, rispettosa solo dell’“ora del tempo” congiunge la Chiesa Madre al suo oratorio. Dove mio padre e mia madre si sono sposati il 18 di maggio del 1927.

  • La pesca al tonno a Porto Barricata

    La pesca al tonno a Porto Barricata

    Porto Barricata costituisce certamente una eccellenza del nostro territorio, un sito apprezzato per gli aspetti naturalistici ed amato in particolare dai pescasportivi provenienti anche da ben oltre i confini italiani.

    Ma noi polesani non sempre valutiamo adeguatamente il pregio di questo ambiente alla foce del Po di Tolle. E devo confessare che anche la mia conoscenza è stata occasionale. Una storia che voglio raccontare, fruendo della disponibilità di questa rivista che, numero dopo numero, sottolinea le valenze del Polesine. Ecco dunque la mia esperienza.

    La strada correva lunga e diritta, come quelle strade arginali che molto spesso attraversano la campagna da queste parti. Il cielo era ancora buio, anche se all'orizzonte, i primi chiarori dell'aurora coloravano di rosa acceso il confine tra la terra e il cielo che si poteva scorgere alla fine di quella sterminata piatta pianura che sembrava senza fine.

    Faceva caldo quell'estate di quei primi anni settanta e anche in quel momento di prima mattina la macchina viaggiava con i finestrini semiaperti per far entrare l'aria fresca dell'alba a rinfrescare l'abitacolo. Alcuni amici, scherzando allegri fra loro, percorrevano quella strada, non sapendo ancora che stavano percorrendo anche la Storia.

    Alla fine di quel rettilineo infinito, una leggera salita e una curva a gomito, ed ecco ad abbagliare gli occhi difronte a loro, mosse dalla leggera brezza, le prime increspature marine dell'acqua della Sacca, e poco più in là gli allevamenti delle pregiate cozze di Scardovari. “Siamo quasi arrivati”, disse uno degli amici “poco più avanti c'è la Barricata e lì una barca che ci aspetta”.

    Inizia così, quasi per gioco, l'avventura del “Big Game” a Porto Barricata alla foce del Po di Tolle. Si era sparsa infatti la voce, in quegli anni, fra le valli del Delta del Po ed il primo entroterra polesano, di grandi tonni in Adriatico davanti alle foci deltizie e che, come succedeva in altre zone d'Europa, era possibile anche pescarli con le canne de mare.

    Era proprio per quel motivo che quei pochi amici si trovavano lì, quasi per scherzo, quasi per gioco, per provare a vivere anche loro quella elettrizzante emozione di agganciare il bestione sentita più volte raccontare da chi tornava da battute di pesca in Atlantico ma mai sperimentata dal vivo.

    Mollati gli ormeggi, percorse quelle poche centinaia di metri e la barca, lasciato ormai alle spalle il porticciolo, era già fra le acque del mare. Poco dopo si dirigeva decisa verso il largo, verso i tonni, verso quell'esperienza unica ed affascinante, con tutta probabilità non essendo del tutto consapevoli che in quella circostanza di fatto erano dei pionieri.

    La prima cattura avvenne più per la fortuna del principiante e della buona sorte che per la tecnica e la bontà delle attrezzature. Fu fatta a traina, come era abitudine pescare in quegli anni e in quei luoghi. Ancora il “Drifting”, in quell'angolo a Sud-Est del Delta, non si sapeva nemmeno cosa fosse. Tecnica di pesca, quest'ultima, che si raccontava essere utilizzata in Atlantico, nel Golfo del Leone, per la cattura dei grandi pesci pelagici.

    La notizia si sparse velocemente nel territorio e dopo di loro altri ed altri ancora si vollero cimentare con quella straordinaria e nuova esperienza. Piano piano si pensò di introdurre il “Drifting” anche in Adriatico, e presto ne nacquero 2 scuole: una prende i natali proprio nel Delta del Po, a Porto Barricata, che per un certo verso aveva fatto da apripista e che ben presto sarebbe diventata un modello di riferimento e di studio di questa tecnica di pesca; l'altra invece prese corpo nell'Adriatico centrale nella zona del Pesarese.

    L’abbondanza di grandi tonni nelle acque al largo delle coste polesane, dovuta al copioso apporto di fattori nutrienti riversati in mare dalle foci dei rami del Po e la poca profondità dei fondali, che permette una corretta e favorevole deposizione delle uova, hanno fatto sì che questo sito marino diventasse un vero e proprio “Hot Spot” per questo tipo di pesci ed inoltre una importante “Nursery”, perfetta per la filiazione della specie.

    La località, particolarmente avvantaggiata, in cui sorge il Porto Barricata non poteva che contribuire a far diventare questo porto, ai confini del Delta del Po, una vera e propria meta ambita e ricercata da tutti gli amanti del “Big Game”. Pescasportivi da tutta Europa e perfino dal continente americano frequentano questo sito alla ricerca dell'emozione unica della cattura della vita e della scarica di adrenalina che genera l'attimo dell'abboccata.

    Il grande Tonno è una delle prede più ambite ed apprezzate da si dedica al “Big Game” la pesca d'altura ai grandi pesci pelagici. Il Tonno infatti può arrivare a pesare fino al ragguardevole peso di 200 chilogrammi, anche se la taglia media nelle acque dell'Adriatico si aggira intorno agli 80-120 chilogrammi, che rappresentano in ogni caso una cattura di tutto rispetto ed un trofeo di cui andare fieri di inserire nel proprio palmares personale. Tale cattura infatti può assolutamente assicurare ore di intenso combattimento e di grande prestazione fisico sportiva prima di poter assicurare ed issare il bestione sul ponte della barca, piuttosto che la sorpresa di una improvvisa e repentina inabissata che con inaudita potenza spezza la lenza e fa perdere di vista il tonno che si perde nelle profondità del mare lasciando la barca a sballottare tra le onde.

    Porto Barricata è una delle tante eccellenze del nostro territorio polesano, poco conosciuta dai più che abitano queste terre e poco promozionata come invece meriterebbe. Sarà forse perché, noi polesani, da sempre, facciamo una estrema fatica a far valere i nostri meriti e i nostri punti di forza. Il Delta del Po è in territorio polesano per gli 8/10 della sua estensione, mentre i più lo conoscono come il Delta di Ferrara con le Valli di Comacchio. Dobbiamo essere consapevoli di questa eccellenza ambientale ed orgogliosi di promuovere un territorio tanto singolare.

    Attualmente Porto Barricata è una moderna struttura portuale completamente inserita nel contesto paesaggistico del Parco del Delta del Po. Il porto è dotato di ogni più moderno servizio ed è in grado di soddisfare anche il diportista o il pescasportivo più esigente e smaliziato. Si trova poi al centro di una zona particolare che permette anche ai naturalisti, cicloturisti o semplicemente amanti della natura e dei suoi spazi di passare alcune ore immersi in una natura di vero incanto: tramonti che tolgono il fiato, uccelli palustri di grande bellezza e fascino come fenicotteri, ibis, aironi ed altre sgarze. Se poi si è particolarmente fortunati, sotto sera al crepuscolo, è possibile incontrare qualche esemplare di volpe, che furtiva, esce dalle canne per andare a caccia.

    Alle spalle del Porto, poi, si trova la spiaggia delle Conchiglie, dove godere di momenti di assoluto relax, potendo fruire anche di un mare pulito con ampio spazio di balneazione adatta anche ai bambini e ai loro giochi in acqua. In definitiva una ottima occasione per trascorrere giornate piacevoli, dove tutta la famiglia può trovare spazi per le proprie attività o interessi: da chi vuol fare una uscita e una escursione in mare, a chi una battuta di pesca d'altura, o a chi vuol godere di un salutare bagno di sole e mare.

  • Una giornata a San Basilio

    Una giornata a San Basilio

    “Un piccolo borgo con una storia millenaria”: potrebbe essere questa una appropriata enunciazione per approcciarci alla storia del singolare sito storico e archeologico di San Basilio di Ariano nel Polesine.

    Situato lungo l’antica linea di costa, ma riparato dal mare, grazie ai cordoni litoranei – oggi dune fossili ancora parzialmente visibili – il centro di San Basilio nasce nel corso del VII secolo a.C., in un territorio percorso da numerose vie di comunicazione, prima fluviali poi anche stradali, che danno fin da subito una connotazione commerciale e multietnica al nascente borgo.

    La felice posizione dell’insediamento lungo il Po, in prossimità della sua foce, già in epoca etrusca denota la sua vocazione commerciale, che trova riscontro nella varietà di reperti rinvenuti nel corso degli anni ed esposti presso il rinnovato Centro Turistico Culturale: oggetti appartenenti a popoli e civiltà provenienti dal Mediterraneo. Qui, infatti, commerciavano Etruschi, Greci, Veneti e Dauni, che potevano sfruttare il sistema fluviale per spingersi nell’entroterra.

    Gli scavi archeologici hanno permesso di ricostruire i traffici commerciali, indagando la forma dell’abitato etrusco, costituito da materiali deperibili e per lo più naturali, provenienti dalle aree circostanti.

    Nel 132 a.C. il sito è attraversato dalla Via Popillia – Annia, strada consolare che collegava Rimini con la costiera altoadriatica. Proprio a San Basilio la strada si diramava, proseguendo verso Nord in direzione Corte Cavanella di Loreo, e verso Nord-Ovest fino ad Adria, dove nel 1844 è stata ritrovata la pietra miliare che ne certifica il passaggio. La Via Popillia–Annia procedeva poi verso Padova e Altino, per arrivare infine ad Aquileia.

    È in questo momento che San Basilio è identificato come Mansio Hadriani nella Tabula Peutigeriana, grande mappa Medievale che ricalca una originale romana, nella quale sono indicate tutte le strade dell’Impero.

    Di questo periodo vi sono importanti testimonianze: presso l’area archeologica scavata nei primi anni 2000 e oggi monumentalizzata, è infatti possibile vedere una porzione di un muro appartenente ad un grande horreum, un magazzino che doveva stivare grandi quantità di generi alimentari prima di essere commerciati via mare e via terra. Le dimensioni dell’edificio, oggi parzialmente portato alla luce, aiutano a capire il ruolo centrale e di svincolo commerciale che il sito rivestiva anche in epoca romana.

    Attraverso le strade veicolavano non solo le merci, ma anche idee e diverse culture.

    Adiacente il magazzino, è stato rinvenuto un importantissimo complesso paleocristiano, composto da battistero, chiesa, non ancora portata alla luce, e necropoli. In epoca tardoantica il magazzino viene quindi dismesso a favore della realizzazione dei due edifici di culto e della necropoli, che ad oggi conta 37 sepolture.

    Segue un periodo di abbandono, a causa di condizioni climatiche avverse, dopodiché l’area viene occupata nuovamente con la realizzazione di un nuovo abitato molto semplice, costituito da capanne. A questa ultima fase altomedievale appartiene un pozzo – cisterna che doveva servire per le necessità degli abitanti.

    L’abbandono del sito non è definivo, in quanto risale proprio al IX secolo d.C. la realizzazione di una nuova chiesetta sulla duna, che denota la volontà della comunità locale di continuare a vivere in questo luogo.

    A seguito di restauri avvenuti alla fine degli anni ’90, sotto la pavimentazione della chiesetta in stile romanico, sono emerse diverse fasi dello stesso luogo di culto, la prima datata IX-X e la seconda all’XI-XIII secolo d.C., oggi visibili grazie a tre finestre di vetro posizionate sul pavimento che ne consentono la vista.

    Probabilmente in questa fase medievale il centro di San Basilio si lega alla vicina Abbazia di Pomposa, emulandone lo stile che è possibile ammirare sulla facciata della chiesa datata al XVII secolo d.C.

    In tempi più recenti la chiesa ha subito abbandoni ed usi davvero impropri, al punto da essere utilizzata come fortino militare. Ma oggi si connota come una presenza importante, vegliando sul territorio circostante dall’alto della sua duna fossile.

    Il rinnovato Centro Turistico Culturale di San Basilio

    Dopo un primo allestimento realizzato nel 1995, il Centro Turistico Culturale si presenta oggi rinnovato, offrendo una visione completa del territorio antico, degli scavi archeologici intercorsi negli anni e del rapporto tra uomo e ambiente.

    Il territorio è infatti anche il punto di partenza della progettazione del nuovo allestimento che richiama il tema dell’Isola di Ariano, delle dune fossili e della centralità di San Basilio come chiave per comprendere il Delta antico.

    Su un nuovo sistema espositivo sono ora presenti cinque vetrine, affiancate da pannelli descrittivi e supporti multimediali, che oltre a mostrare i reperti nei dettagli, rimandano ad altri ritrovamenti avvenuti nel territorio del Delta, in particolar modo ad Adria.

    Le cinque vetrine si presentano come “tappe”, che accompagnano il visitatore nella comprensione di tematiche fondamentali per la storia di San Basilio.

    In primo luogo il centro è descritto come un approdo multiculturale, nato come svincolo commerciale nel VII secolo a.C.; la seconda tappa approfondisce il rapporto di San Basilio con gli altri centri dell’Etruria; si passa poi al tema della romanizzazione, introdotto da un tesoretto di denari romani rinvenuti all’inizio del ‘900, che per la prima volta si trova qui esposto; la quarta tappa tratta di San Basilio come Mansio Hadriani, con i materiali costruttivi caratteristici dell’epoca romana; infine, l’ultima vetrina espone alcuni reperti dell’età tardoantica affiancati ad alcuni reperti provenienti dai corredi della necropoli visibile presso l’area archeologica.

    Altre vetrine con numerosi reperti si trovano in due salette laterali ed approfondiscono diverse tematiche, come gli oggetti di uso quotidiano di epoca etrusca e romana, gli elementi da costruzione, anfore da commercio e numerose monete.

    Una parte di allestimento è stata infine dedicata alla storica Quercia di San Basilio, purtroppo caduta nel 2013; il grande albero aveva un valore affettivo per la comunità locale e ha accompagnato negli anni gli abitanti del territorio. La Quercia era inoltre legata a Dante Alighieri, in base ad una leggenda che racconta che proprio a San Basilio il Sommo Poeta si perse nel 1321, al ritorno dall’ambasceria che lo aveva portato a Venezia; solo dopo essere salito su un grande albero, la Quercia, Dante riuscì a scorgere il campanile dell’Abbazia di Pomposa, e da lì la strada che lo avrebbe poi ricondotto a Ravenna.

    San Basilio: storia, archeologia e natura

    La peculiarità di questo borgo è caratterizzata dalle sue numerose sfaccettature: storia e archeologia raccontano di un passato lontano, ma che, grazie a recenti scavi archeologici, diventa sempre più chiaro e affascinante; la storia si mescola con la tradizione popolare generando leggende come quella di Dante, ma anche quella della colonnina miracolosa, oggi visibile in una piccola nicchia nella chiesetta, e ancora quella delle ossa dei Paladini custodite nel sarcofago davanti alla chiesa, o dello stesso sarcofago appartenuto a San Tunin.

    Questi connotati si legano per creare un itinerario dinamico mirato alla scoperta della storia più antica.

    In questa cornice culturale non può però mancare la natura, che silenziosa circonda tutto il sito e ne è parte fondante: l’argine del Po di Goro da un lato e, a poca distanza, le Dune di Rosada.

    Questa tenuta naturale permette di conoscere anche i connotati più naturalistici del Delta del Po, in quanto area protetta, dove è possibile passeggiare in un ambiente che deve ricordarci la forma del paesaggio antico: la campagna piatta all’orizzonte, le dune fossili ricoperte da una folta vegetazione, specchi d’acqua tra le dune e una numerosa e variegata fauna selvaggia.

    In epoca antica la posizione strategica di San Basilio ha agevolato un fiorente commercio, ed anche oggi il centro si trova collegato ad altre realtà importanti dal punto di vista storico.

    Il legame del centro con Spina si ritrova nella vicinanza geografica, cronologica e nella storia dell’epoca etrusca.

    Il nome di Hadriani rimanda in particolare al nome di Hatria in età romana, città collegata a San Basilio grazie alla Via Popillia – Annia, la stessa strada che conduceva alla Mansio Fossis, presso Corte Cavanella di Loreo.

    Infine Pomposa, distante un giorno di cammino, abbazia retta dai Monaci Benedettini che hanno sicuramente influenzato il centro con la loro presenza in epoca medievale.

    Allo stesso modo, il centro offre uno sguardo all’evoluzione del territorio, mostrandone il cambiamento nel corso dei secoli. Da qui si può partire alla scoperta del Delta moderno, formatosi dopo il taglio di Porto Viro del 1604, grazie a itinerari che portano alla scoperta della parte più incontaminata del Delta del Po.

    Numerosi sono i tracciati, percorribili in bicicletta, che passano per San Basilio e permettono di apprezzare il connubio storia – natura: si può esplorare l’Isola di Ariano dove a Santa Maria in Punta nasce il Delta. Si possono apprezzare le nuove terre verso il mare e i musei che si trovano lungo il tragitto, come il Museo laboratorio l’Ocarina a Grillara e il Museo Regionale della Bonifica di Ca’ Vendramin a Taglio di Po.

    La navigazione sul Po di Goro permette inoltre di spostarsi sul letto del fiume più antico del Delta, che ancora oggi scorre seguendo il tracciato originario. È possibile esplorare la vegetazione e l’avifauna che qui vi abita, in un tragitto che collega Santa Maria in Punta, Ariano nel Polesine, San Basilio, Rivà e Mesola.

    Il sito di San Basilio, con le sue caratteristiche storiche, archeologiche, naturalistiche, è adatto alla visitazione di adulti e ragazzi, famiglie e scolaresche.

    Numerose sono le attività rivolte agli adulti, come visite guidate tematiche, ma anche ai giovani, che grazie a visite guidate specializzate e laboratori didattici possono scoprire e approfondire i diversi ambiti che denotano questo piccolo ma importante centro.

    Bibliografia

    BONOMI S., PERINI L., RUZZA R., Il sito archeologico di San Basilio: una storia ancora da scrivere, testi a cura di, Arti Grafiche Diemme, Taglio di Po (RO), 2004.

    FACCHI A., PAIOLA S., a cura di, Adria. Museo Archeologico Nazionale di Adria, Litostampa Veneta Srl, Venezia, 2021.

    TUZZATO S., Risultati degli scavi archeologici a San Basilio in Quaderni di progetto restauro, il restauro della Chiesetta di San Basilio, volume a cura della Cooperativa Next Land, Padova, il Prato Casa Editrice, 2001.

  • Teatro delle Regioni 2024

    Teatro delle Regioni 2024

    La Fondazione Banca del Monte di Rovigo ha sostenuto anche nel 2024 il festival “Teatro delle Regioni”. Tanti gli appuntamenti organizzati dal gruppo teatrale “Il Mosaico” di Rovigo, con il patrocinio del Comune di Rovigo, per grandi e piccoli, che valorizzano, oltre che il vastissimo repertorio teatrale amatoriale e autoriale di regioni diverse in un’ottica di condivisione e di scambio culturale, anche il patrimonio artistico e culturale della città. A cominciare dal luogo in cui si svolgono le rappresentazioni teatrali: il suggestivo chiostro nell’ex complesso Olivetano/Museo dei Grandi Fiumi che, in occasione del festival, apre le porte agli spettatori per far visitare e conoscere le sezioni museali.

    Le motivazioni del sostegno all’iniziativa da parte della Fondazione Banca del Monte di Rovigo sono afferenti all’attività istituzionale di promozione dell’attività sociale, poiché gli incontri sono occasioni di coesione e contribuiscono a dare ai cittadini un momento di svago, e dell’attività culturale in quanto valorizza le bellezze artistiche e storiche della città e del Museo. In relazione a quest’ultimo, la valorizzazione è riferita nello specifico a due progetti della Fondazione a disposizione della cittadinanza e di tutti i visitatori del Museo: il bellissimo e pregiato piatto “Ero e Leandro” (datato 1540) del grande maiolicaro rinascimentale Francesco Xanto Avelli a cui si ispira il premio che viene assegnato, l’ultima serata, alla migliore compagnia dell’edizione, e la saletta “Il Museo in scena”, dove sono esposti studi e bozzetti del maestro Gabbris Ferrari relativi all’allestimento del Museo dei Grandi Fiumi, connotata da un notevole valore artistico e di testimonianza. Beni e valori culturali che, con “Il Teatro delle Regioni”, sono facilmente accessibili e, nel contempo, si “lasciano” inusualmente conoscere nelle serate estive.

    Con la riproduzione del piatto “Ero e Leandro” quale premio alla migliore compagnia, inoltre, l’opera di “Xanto Avelli da Rovigo” – cosi l’artista firmava le sue opere che sono esposte in tutte le più importanti collezioni del mondo – diviene ambasciatrice nel territorio nazionale.

  • Assocamping Polesano

    Assocamping Polesano

    Si apre un nuovo capitolo nella storia del Campeggio Club Polesano, ora “A. P. S. Assocamping Polesano Porto Bussari”. Con soddisfazione, è ben disponibile a parlarcene il dott. Massimo Zanella, da sempre animatore di iniziative “all’aria aperta”, finalizzate alla promozione di eventi che valorizzano il nostro territorio.

    – Quali gli obiettivi dell’Assocamping Polesano?

    “Tre anni fa il Campeggio Club Polesano è diventato la Associazione di Promozione Sociale “Assocamping Polesano Porto Bussari” è entrando a pieno titolo nel novero delle Associazioni non a scopo di lucro, con tutto quello che ne consegue sul piano operativo e funzionale. E, come è nostra caratteristica, non ci siamo cullati sugli allori, né abbiamo inseguito facili traguardi, ma ci siamo impegnati in un grande progetto federativo che mette insieme le Associazioni ed i Club che operano nel comparto del Turismo slow, o per meglio dire del Turismo all’aria aperta, del Trentino, del Friuli e del Veneto.”

    – Si allargano dunque gli obiettivi. Ci parli di questa nuova importante Federazione che abbraccia il Triveneto.

    “La Federazione si chiama “Alpe Adria” ed è già operativa. Si è presentata con grande successo in marzo di quest’anno alla Fiera del Tempo Libero di Vicenza. Nel suo stand, visitatissimo, facevano bella mostra opportunità di visita di ampio spettro, che andavano dalle Dolomiti di Sesto e del Cadore, alle Terre del Prosecco, ai Musei all’aperto della Grande Guerra sull’Isonzo, sul Piave, sull’Altopiano, alle ciclabili della Valsugana, del Garda e del Mincio, del Carso e del Collio, per terminare con il depliant più richiesto, ovvero la carta del Parco del Delta del Po. Nella primavera del 2025 saremo tutti impegnati sia alla Fiera Vicenza il 14, 15 e 16 marzo che a quella di Udine in programma per il 5 e 6 aprile. Da rilevare che la Fiera di Udine riparte, dopo un lungo stop, nel 2025 grazie all’entusiasmo che si è creato intorno ad “Alpe Adria” in occasione della Fiera di Vicenza 2024, per cui gli Amici Friulani, sospinti dal nostro sostegno, sono riusciti a mettere in attivo un evento che avrà indubbia risonanza anche in Austria, Slovenia e Croazia. Non a caso ci siamo denominati “Alpe Adria”

    – E il Polesine?

    “Nel frattempo ci siamo attivati con il Comune di Rovigo per riprendere il progetto di realizzazione di una area di sosta attrezzata per ospitare camper e caravan dei sempre più numerosi amici che ci chiedono dove sistemarsi in occasioni di eventi sportivi, in particolare rugby e pattinaggio, o delle sempre più visitate mostre di Palazzo Roverella. Si tratta di eventi di carattere nazionale che comportano presenze significative, creando un indotto non trascurabile. Proprio in questi giorni ho incontrato l’Assessore Lorenzo Rizzato, assieme a dei Funzionari del settore per dare definitivo avvio al progetto. È stato frattanto pubblicato da parte del Ministero del Turismo il Bando destinato ai Comuni italiani per la creazione di nuove aree di sosta, divulgando i criteri attuativi del Bando stesso, sostenuto da uno stanziamento di € 32.870.000. L’area è già stata individuata ed ora inizia il vero e proprio procedimento che parte dalla verifica di compatibilità attuativa e quindi passerà alla presentazione della richiesta di finanziamento accompagnata dal correlato progetto realizzativo. Per la nostra Associazione è delegato a seguire tutto il procedimento, in collaborazione con gli uffici del Comune, il socio arch. Antonio Mampreso. Gia nel 2023 avevamo calendarizzato un importante appuntamento nel Delta.”

    – Ce ne parli.

    “È stata una proposta di Turismo culturale e ambientale lungo l’asta terminale del grande fiume e nel Parco del Delta del Po, che si è attuata il 22, 23, 24 e 25 aprile 2023. Da Porto Bussari (Arquà Polesine – Rovigo) al Parco del Delta del Po, seguendo il Po sino ad inoltrarsi nei rami del Delta per arrivare al mare in caravan, in camper, e in bicicletta. Il Polesine, terra tra i due più grandi Fiumi Italiani, il Po e l’Adige, ha una storia molto antica, testimoniata da recenti scavi archeologici, che risale all’epoca preromana (con moltissimi reperti del periodo etrusco) e Romana ma è in parte anche la terra più giovane d’Italia con il suo Delta formatosi in nemmeno 400 anni, a seguito del grande intervento idraulico della “Serenissima” sul Po: il famoso taglio di Porto Viro. Va precisato che il Delta del Po insiste per il 95% in provincia di Rovigo: tutti i 7 rami del Delta sono infatti in Polesine, tranne la sponda destra del Po di Goro, che è in Provincia di Ferrara… C’è poi stata un’altra iniziativa programmata nel settembre scorso.”

    – Anche questa a bordo di camper?

    “L’incontro è avvenuto a settembre presso il Rosapineta Camping Village di Rosolina Mare: è stato il dei Direttivi dei Soci e degli Amici di ALPE ADRIA all’aria aperta. L’incontro aveva lo scopo di far conoscere e presentare alle realtà istituzionali ed imprenditoriali del comparto turistico del Nord-Est, in primis, gli attori di questa esperienza innovativa che ha anche l’obiettivo ambizioso di non limitare la propria attività ai confini del Friuli, del Trentino e del Veneto ma di stabilire contatti e collaborazioni anche con le analoghe realtà che agiscono ed operano nella Mittel Europa. Per il prossimo futuro abbiamo anche altri progetti nel cassetto, uno ovviamente nel Polesine e riguarda Fratta Polesine con le sue magnifiche Ville e la Casa Museo di Matteotti e poi Lendinara con le sue chicche architettoniche ed interessanti vicende storiche. Pochi in Italia sanno che proprio qui si è affermato il Risorgimento Italiano e che sono state scritte pagine indelebili della storia d’Italia. Ci muoveremo sempre rispettosi del turismo slow, declinato in diverse sue espressioni, e di questo vi renderemo edotti con un intervento, da proporre magari nelle pagine del prossimo numero del Ventaglio”.

    – Allora nuovo appuntamento tra 6 mesi.

  • La “Dante” di Rovigo

    La “Dante” di Rovigo

    La società Dante Alighieri, ente morale fondato nel 1889, e divenuta poi associazione non lucrativa di utilità sociale, promuove la lingua e la cultura italiana nel mondo.

    Il Comitato di Rovigo della “Dante Alighieri” si è costituito nel maggio 1894, solo cinque anni dopo la nascita della Società nazionale, per volontà di alcuni docenti del Ginnasio Liceo “Celio” e di soci dell’Accademia dei Concordi, trovando in città un terreno fertile di diffusione. Sensibilità già presente decenni prima come dimostra il medaglione di Dante Alighieri apposto sotto la Loggia dei Nodari in piazza Grande.

    È uno dei primi nati in Italia e la sua storia ha una valenza culturale significativa per il territorio polesano; si inserisce nel quadro più ampio della realtà nazionale nel suo svilupparsi dall’origine fino ad oggi nel confronto con le sfide della società globale.

    La storia del Comitato è anche narrazione dell’impegno di persone che si sono spese generosamente a tutelare e diffondere localmente la lingua italiana, patrimonio fondamentale di cultura, cercando di mantenere viva, fin dall’inizio del Novecento, l’attenzione verso le giovani generazioni allo scopo di creare le basi di una continuità di tradizioni e valori.

    Approfondiamo un po' di curiosità con Mirella Rigobello, presidente del Comitato “Dante Alighieri” di Rovigo, dopo l’84esimo congresso “L’italiano, luce nel mondo”, della società Dante Alighieri che si è tenuto a Roma dal 12 al 14 settembre.

    – Dott.ssa Rigobello, quali sono le principali attività e gli ideali che si prefigge l’Associazione da lei guidata?

    “La Dante è nata con lo scopo di diffondere la lingua e la cultura italiana nel mondo. Carducci, animatore dell’iniziativa, aveva in mente sia i Paesi al di fuori dell’Italia che l’Italia stessa. A Rovigo siamo nati 130 anni fa e la Dante con Carducci è nata solo 5 anni prima di noi; quindi diciamo che siamo uno dei comitati più longevi di tutta la rete non solo nazionale ma internazionale. La diffusione della lingua e cultura italiana si imponeva perché all’epoca c’era bisogno di far conoscere la lingua italiana e far coltivare la cultura soprattutto per gli immigrati.”

    – E ai nostri giorni?

    “Il nostro comitato, in particolare vuol diffondere la lingua e la cultura italiana a 360 gradi, con un impegno quindi non solo nelle attività culturali e presentazioni di libri di letteratura, ma impegnandosi a valutare anche altre tipologie di eventi. Per esempio la cucina italiana nel mondo che viene da noi promossa nel mese di novembre, mentre per l’ottobre rodigino nel periodo della fiera, portiamo avanti da 7 anni Le lingue in fiera con relatori di fama internazionale come Francesco Sabatini o Giuseppe Antonelli.”

    – E i rapporti col mondo della scuola?

    “Il mondo de La Dante Alighieri non solo conta 135.000 tra soci e studenti, scuole di lingua italiana, 95 Presidi letterari dediti alla promozione del libro e della lettura, ma anche 380 centri d’esame PLIDA, tra cui spicca (tra i pochi in Italia) il nome del comitato di Rovigo dal 2005. La Dante è uno strumento di diplomazia culturale del nostro Paese, con una vasta e capillare struttura che assicura l’insegnamento e la diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, rilasciando i certificati PLIDA che attestano la competenza in lingua italiana come lingua straniera. Il nostro è uno dei comitati più attivi, a cui la sede centrale guarda con attenzione perché riusciamo ad ottenere fino a 150 certificazioni l’anno. Abbiamo circa 170 studenti che ruotano tutto l’anno; i corsi si fermano solo per 10 giorni in agosto e abbiamo una media di 30/34 corsi l’anno con piccoli gruppi”.

    – Presidente, c’è un evento di quelli promossi nell’ultimo anno che la ha coinvolta maggiormente?

    “Sicuramente l’attività profusa in occasione del centenario di Giacomo Matteotti, in collaborazione con soroptomist; la presentazione del volume “I 130 anni per la Giornata della Dante” che condensa tante attività ed eventi che ci contraddistinguono. Inoltre, il Comitato ha arricchito il mese di novembre con ben 2 appuntamenti rivolti al pubblico. Il primo, un convegno organizzato l’11 novembre a Palazzo Roncale che ha dato nuovo spolvero alla figura del celebre Marco Polo: in occasione dei 700 anni del più famoso mercante veneziano, la società ha proposto “Marco Polo: 700 anni di followers”. Una rilettura della sua vita, con l’obiettivo di mostrare come la sua sete di conoscenza abbia influenzato non solo la storia ma influenzi ancora i giorni nostri.

    Durante il secondo appuntamento, tenutosi mercoledì 20 novembre, in Villa Morosini, a Polesella – in occasione della IX edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo – è stato presentato un libro eccezionale che, grazie alla penna di Marisol Burgio di Aragona, unisce la cultura enogastronomica dalmata con quella renana. Un mix di ricette e storia di vita vissuta da una bimba cresciuta tra aneletti e pasta di mandorle. Al termine della serata di presentazione del libro, è stato possibile degustare alcune delle ricette proposte nelle pagine di “La scuola delle nonne” e chiacchierare con l’autrice per carpirle intriganti consigli e segreti culinari.”

    – Ci racconti un po’ l’emozione di essere stata presente al Congresso internazionale della Società Dante Alighieri che si è tenuto a Roma lo scorso settembre.

    “Ero presente in veste di presidente del comitato di Rovigo e in questa edizione ho avuto anche l’onore di partecipare a uno dei tavoli di lavoro del giovedì. Solo 20 comitati, infatti, sono stati chiamati a comporre queste commissioni, ciascuna delle quali ha discusso un tema preciso. Rovigo, assieme a La Spezia, Siracusa e Campobasso, ha affrontato il tema Vivere l'associazionismo de la Dante in Italia: modelli e progetti. È stata tanta l’attesa per la riunione plenaria del 13 quando al Palazzo del Quirinale, è stato ufficialmente inaugurato il Congresso mentre, ed è stata molto emozionante la presenza per i saluti iniziali del Presidente della Repubblica Mattarella. Nel pomeriggio, i delegati hanno potuto assistere a una conversazione tra il Presidente Andrea Riccardi e il Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Antonio Tajani moderata dall’editorialista del Corriere della Sera Paolo Conti, su “Libri e libertà: narrare e narrarsi in italiano”. Il Congresso è stata un’occasione per rilanciare l’orgoglio dell’Italia per la propria lingua, per parlare di Italsimpatia ma anche per sollecitare il mondo politico, istituzionale, produttivo e culturale (incluso quello universitario) a usare l’italiano nei grandi appuntamenti internazionali, sottolineando così il suo immenso valore e la sua storia. L’appuntamento romano segue il precedente Congresso che si è svolto a Rosario, in Argentina, dal 21 al 24 giugno 2023, con oltre 1.500 ospiti”

    – Tra i tanti, quale obiettivo prioritario vi ponete come comitato attivo nel territorio polesano e non solo?

    “Cercare sempre di più il coinvolgimento dei giovani, delle scuole e dell’associazionismo. Una maggiore partecipazione e attivismo, senza smettere di chiederci cosa fare per poter coinvolgere maggiormente queste diversificate e importanti realtà del territorio. Cosa Rovigo chiede di diverso? Questa la domanda e la sfida importante che ci poniamo per il futuro”.

  • Un museo per Maddalena

    Un museo per Maddalena

    Si farà a Bottrighe il museo dedicato al concittadino Umberto Maddalena (1894-1931) e agli eroi del paese: Arduino Bizzarro, Silvano Bolzoni, Cinzio Cassetta, Tersilio Crivellari, Erminio Fioravanti, Mansueto Marchiori e Narciso Gambalunga. Il progetto è stato presentato a cura dell’Associazione Memoriale che si propone, sin dalla sua costituzione, di realizzare l’opera nella casa natale del celebre aviatore.

    L’abitazione, già acquisita dal comune, attende ora la ristrutturazione e la trasformazione che avverrà grazie all’impegno attivo dell’associazione. Tale progetto, approvato dall’amministrazione comunale, realizzato da Maurizio Tezzon e Andrea Salvagnini, prevede uno spazio espositivo, con servizi multimediali, su di un’area di 180 metri quadrati in due piani, oltre ad uno spazio esterno, in parte pavimentato, in parte area verde, per altri 250 metri quadrati. Il costo totale sarà di 260 mila euro.

    Terminati i lavori dell’edificio, si passerà alla fase dei contenuti da inserire nel museo, ovvero video, foto, cimeli, oggettistica e tutto ciò che riguarda le storia dell’intrepido aviatore. L’ingresso del nascente museo sarà da via Pastorello, laterale di via Maddalena che porta agli argini del fiume Po. Sarà riconoscibile in esterno da due gigantografie dedicate a Umberto Maddalena.

    Gli interventi principali riguarderanno la trasformazione dell’immobile, da residenziale a museale. All’interno dell’edificio troveranno posto oggetti e documenti storici, esposizione di disegni e riproduzioni fotografiche in parete, presentazione di documenti e filmati audiovisivi attraverso schermi multi-touch e monitor.

    La sala dedicata a Umberto Maddalena nascerà al piano terra, al primo piano, invece, quella dedicata agli altri eroi di Bottrighe. Qui anche spazi per l’attività dell’associazione, sala archivio e consultazione.

    La sistemazione degli esterni sarà in grado di ospitare l’esposizione di oggetti di grandi dimensioni, come parti di aeroplano, motori di aeromobili, eliche, oltre che essere disponibile per qualificati eventi all’aperto.

    Ricordiamo che il comandante Umberto Maddalena è stato il più decorato d'Italia: medaglia d'oro al valore aeronautico, tre medaglie d'argento, due di bronzo, due croci al valore militare ed una medaglia d'argento di lunga navigazione aerea. Una serie di riconoscimenti tanto consistente da essere definito il più grande aviatore del mondo. Maddalena è un eroe mondiale divenuto famoso per varie imprese ma soprattutto per aver individuato e attivato i soccorsi per i dispersi sul ghiaccio del Polo Nord, un’impresa di cui ricordiamo i momenti salienti.

    Partito il 1 Giugno del 1928, alla volta dell'Artico, alla ricerca degli sperduti del dirigibile "Italia", Maddalena, dopo voli pericolosissimi sui ghiacciai, il 20 Giugno individua la “Tenda Rossa” portando i primi soccorsi ai superstiti. Oggi la “Tenda Rossa” si trova nel museo nazionale della scienza e della tecnologia “Leonardo Da Vinci” di Milano. Lo scorso anno è stata inaugurata la sua esposizione dopo un laborioso restauro.

    Nella tenda (oggi cimelio storico) trovarono rifugio i superstiti del disastro del dirigibile caduto sul pack dell’Artico alle ore 10.33 del 25 maggio 1928, sulla rotta del ritorno a Kingsbay, dopo il raggiungimento del Polo nord. I sopravvissuti per rendere la tenda visibile all’avvistamento aereo vi versarono della fucsina rossa, un medicinale per il trattamento delle infezioni, che permise a Maddalena, a bordo del suo aereo, di avvistarli. La tenda, progettata per accogliere massimo quattro persone, ne ospitò invece nove, tra queste il comandante Umberto Nobile.

    Tutti i superstiti vennero recuperati dal rompighiaccio sovietico Krassin. Una volta rientrati, Nobile donò la tenda rossa al comune di Milano, finanziatore della spedizione polare, che la destinò al museo del castello sforzesco, oggi museo nazionale della scienza.

    La nascita della struttura museale di Bottrighe consentirà di intercettare i flussi turistici di coloro che amano scoprire le curiosità scritte nelle pagine di storia del nostro bel Paese, come la scoperta e quindi la visitazione di Bottrighe, dove nacque il celebre aviatore.

  • Gli organi del Polesine

    Gli organi del Polesine

    È giunto alla XXI edizione il programma artistico musicale itinerante che presenta concerti eseguiti su organi antichi nelle chiese della provincia, con la direzione artistica del rodigino Nicola Cittadin. È sicuramente una apprezzabile iniziativa culturale che promuove il nostro territorio, grazie in particolare alla passione dell’organista Nicola Cittadin col quale ci incontriamo per saperne di più. La manifestazione mette in luce anche gli antichi strumenti custoditi nelle Chiese del Basso Polesine facenti parte del territorio della Diocesi di Chioggia. Negli anni si è cercato di valorizzare non solo organisti e strumentisti in carriera ma anche giovani e meritevoli organisti. Lo scorso anno abbiamo celebrato i vent’anni”.

    – Come è nato il festival Antichi Organi del Polesine e come si è sviluppato negli anni successivi?

    “Il Festival è nato nel lontano 1999, grazie ad Asolo Musica – Veneto Musica, per volontà mia e dell’allora mio insegnante di Pratica Organistica prof. Giovanni Feltrin, ora mio collega al Conservatorio Statale di Musica “Agostino Steffani” di Castelfranco Veneto. Volevamo valorizzare gli organi storici della provincia di Rovigo, non limitandoci alla sola Diocesi di Adria/Rovigo, infatti

    – Ci sono stati concerti che hanno visto la partecipazione di strumenti poco conosciuti in Polesine in dialogo con l’organo?

    “Sì, tra i più singolari, il corno delle Alpi suonato dallo svizzero Martin Roos, il cornetto del tedesco Bork-Frithjof Smith oggi docente alla Conservatorio Superiore di Musica Antica di Basilea, il Violone di Andreas Cinceras docente di contrabbasso al Conservatorio della Svizzera italiana di Lugano”.

    – Ricordi un concerto o una particolare situazione, per il repertorio presentato o per l’atmosfera che si è creata in quel particolare preciso contesto?

    “Ripenso al fantastico concerto al settecentesco Callido di Boara Polesine dell’organista parigino Emmanuel Le Divvellec, docente di organo e direttore del Dipartimento di Musica Sacra del Conservatorio di Hannover. Metà di questo concerto era dedicato all’improvvisazione, al pubblico presente è stato chiesto di estrarre da una cesta dei temi musicali, che poi andava ad elaborare, riuscì a mandare in visibilio tutti i presenti. Ricordo poi con grande piacere gli incontri che annualmente facciamo con le scuole elementari e medie ad indirizzo musicale, per far conoscere l’organo, resto sempre stupito dalla immensa curiosità degli studenti, sono macchine sonore che destano meraviglia, e loro saranno i futuri custodi”.

    – Quali sono le peculiarità del patrimonio organario polesano e perché è indispensabile la sua valorizzazione?

    “Il patrimonio organario polesano è sicuramente molto articolato. La maggior parte degli strumenti è di Scuola Veneta settecentesca, la quasi totalità costruiti dall’organaro Gaetano Callido (1727- 1813), con lo strumento più antico del Polesine conservato nel Tempio della Beata Vergine del Soccorso detta “la Rotonda” datato 1767 opera 34, all’ultimo strumento uscito dalla bottega organaria callidiana per la Chiesa di Sant’Ippolito a Giacciano con barucella nel 1829, installato in quel luogo dal figlio Antonio. Ci sono poi strumenti usciti dalla casa artigiana Bazzani che ha rilevato quella callidiana. Molto interessante la presenza di organi ottocenteschi costruiti dall’organaro bresciano Giovanni Tonoli (1809-1889), per esempio il monumentale strumento della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Fratta Polesine, datato 1860. Gli organi costruiti da Antonio Cipriani, “organaro per diletto” per Villamarzana o Concadirame. Altri strumenti molto interessanti sono quelli costruiti dall’organaro padovano Domenico Malvestio agli inizi del ‘900, ad esempio i due organi per la Chiesa di San Biagio e il Duomo di Santa Sofia a Lendinara. Mi fermo qui altrimenti dovremmo scrivere una pubblicazione”.

    – Dunque un patrimonio ricco e da valorizzare.

    “La loro valorizzazione è indispensabile visto l’aspetto variegato nei secoli di questi strumenti e dei loro costruttori. Ricordiamo che molti organisti esteri sono interessati a visitare e suonare i nostri strumenti, per conoscere le loro peculiarità e le loro sonorità. Voglio anche sottolineare che sono beni storici tutelati dallo Stato italiano, tramite la Sovrintendenza per le belle arti e dagli uffici dei beni culturali diocesani”.

  • Quarant’anni di CTG a Badia

    Quarant’anni di CTG a Badia

    Con una partecipata cerimonia nella Sala Consiliare del cinquecentesco Palazzo Municipale di Badia Polesine si sono recentemente celebrati i 40 anni di presenza, azione e servizio del Ctg nella comunità badiese.

    40 anni di presenza, perché sono quelli passati da quel lontano 1983, in cui l’allora gruppo Amici della Montagna, sorto un paio di anni prima, per la prima volta compì l’atto di affiliazione al Centro Turistico Giovanile nazionale.

    Una presenza citigina che, pur mutando denominazione negli anni rispetto a quella iniziale, e raccogliendo anche esperienze diverse e particolari (alcune delle quali cessate, come il gruppo Tiramolla e La Piccola Fenice), si è da allora protratta in maniera continuativa fino ai nostri giorni. Di questa tradizione il gruppo la Mongolfiera è oggi il principale erede nella cittadina altopolesana, impegnato a portare avanti i valori di quel Ctg fondato a livello nazionale nel lontano 1949.

    40 anni di azione, perché sono stati anni pieni di iniziative, di cose fatte, di tanti eventi che anche l’intero spazio a disposizione, qui nella rivista, non permetterebbe di ripercorrere uno a uno. Ricordiamo solamente i viaggi “importanti” fatti nel Mediterraneo: dal Marocco alla Tunisia e ancora da Creta a Santorini. Le tante capitali europee visitate: da Parigi a Vienna e Berlino, da Zagabria a Praga e Budapest, per arrivare alle recenti Bruxelles e Amsterdam (ma sono solo alcune, solo per esempio), senza dimenticare regioni importanti come la Loira, la Normandia, le Fiandre, la Polonia di Wojtyla o il percorso verso Santiago di Compostela. E poi le regioni d’Italia, dalle montagne della Val d’Aosta alle spiagge della Calabria, “isole comprese”, dalle più grandi come la Sicilia e la Sardegna alle cosiddette minori, come le Tremiti o il Giglio. Minori che poi non sono in realtà “minori”, ma spesso solo luoghi meno conosciuti (e quindi frequentati), a cui però il gruppo ha voluto dedicare particolare, se non maggiore, attenzione e cura. Infine – ma non ultimo, per importanza e impegno – sempre alla scoperta, conoscenza e valorizzazione del nostro territorio locale. Una terra ingiustamente considerata trascurabile e invece estremamente ricca di storia, di cultura, di potenzialità ancora da esprimere.

    40 anni di servizio perché l’impegno è stato quello di far crescere la socialità; di promuovere la comunità e il territorio, anche allargandone gli orizzonti; e quello di affermare che la cultura non è l’erudizione gelosamente custodita da pochi singoli eletti, ma è una esperienza corale di conoscenze condivise, di scambi di informazioni, di condivisioni di esperienze personali e collettive. Come negli appuntamenti di Conosci la tua Città, giunti al settimo anno, o nelle feste in piazza dei Giò Madonnari, nelle quali è data l’opportunità a centinaia di ragazzi di rivivere l’antica arte del disegno di strada, oppure nelle altre occasioni di festa che potrebbero sembrare “solo ludiche”, ma che costituiscono invece il mantenimento di una tradizione storica e popolare, come per la Zèna de i ossi o per le castagne per la ricorrenza di San Martin. Senza dimenticare le tante visite guidate alla scoperta di Badia messe a disposizione dei soci, dei cittadini, dei turisti esterni; le mostre e le serate più propriamente di approfondimento culturale; gli interventi di salvaguardia del patrimonio monumentale, come quello importante e impegnativo di restauro dell’antico portale in legno dell’arcipretale. E neppure tralasciando tante iniziative di solidarietà: a partire da Viva Vittoria, contro la violenza sulle donne per arrivare al sostegno concreto a realtà lontane. Come quello portato avanti, in passato, in favore di Una casa per il Bambino di Betlemme o quello attuale per la mensa, l’ambulatorio pediatrico e la fattoria didattica della Missione di Boane, in Mozambico, a favore di migliaia di bambini che sopravvivono solo recuperando oggetti scartati nella immensa discarica locale.

    Sono questi alcuni tra i principali ragionamenti emersi nella Cerimonia articolatasi, prima nella Messa solenne presieduta da Don Alex Miglioli nella Arcipretale (il Ctg è l’unica associazione turistica italiana riconosciuta ufficialmente come ecclesiale dalla CEI) e poi all’interno del Palazzo Comunale, nella Sala del Consiglio. Qui l’avv. Edo Boldrin, già sindaco, che ha coordinato l’evento, ha letto i saluti ufficiali del Vescovo mons. Pierantonio Pavanello e di Fabio Salandini, Presidente nazionale del Ctg, ambedue impossibilitati alla presenza per impegni connessi alla loro carica – dando poi la parola a Maurizio Marcassa, coordinatore provinciale della Fictus (Federazione Italiana Cultura Turismo e Sport) cui il Ctg è cofondatore con altre importanti realtà associative. Quindi è intervenuto il Sindaco Giovanni Rossi evidenziando l’importanza della presenza in tutti questi anni del Ctg nella città di Badia, nonché la positiva sinergia collaborativa sperimentata negli anni tra l’ Ente Pubblico e l’Associazione.

    Hanno quindi preso la parola i due Presidenti Nazionali Emeriti del Ctg presenti in sala.

    Il primo, Norberto Tonini – in carica dal 1986 al 1994, e che in seguito ha poi ricoperto, a Bruxelles per due mandati, anche la prestigiosa e massima carica di Presidente dell’Organizzazione Internazionale del Turismo Sociale – ha focalizzato il suo intervento sulle intuizioni profetiche e le azioni anticipatrici del Ctg nei confronti del mondo del turismo. Lo ha fatto ricordando come alcune azioni portate avanti agli inizi, già 75 anni fa, siano diventate oggi un patrimonio della cultura turistica attuale più avanzata: in particolare il tema del Turismo delle 3 Esse (Sociale, Sostenibile, Solidale) e

    Il secondo, Alberto Ferrari – ai vertici nazionali come Presidente dal 1998 al 2006 e per altri 12 anni come Segretario Generale – da badiese che giocava in casa, si è invece soffermato sul ruolo educativo dell’associazionismo in generale, partendo dalla sua esperienza pluriennale sia nel Forum Nazionale del Terzo Settore, sia in alcuni organismi laicali della CEI romana. In particolare, ha evidenziato, con un certo disappunto, come la recente Riforma del Terzo Settore, anziché agevolarlo, rischi di mettere in difficoltà burocratica tutto quel mondo del piccolo associazionismo che parte da un volontariato più spontaneo e genuino.

    Alla presidente del gruppo, infine, Loretta Guerrini, al vicepresidente Renzo Ortolan e al presidente emerito di gruppo Claudio Brusemini è invece toccato ripercorrere sinteticamente le varie attività locali del Ctg La Mongolfiera, soffermandosi in particolare negli aspetti sociali, educativi, culturali.

    In particolare è stato rilevato come, passati gli anni bui del Covid, il gruppo sia tornato ad attestarsi sull’adesione di oltre 200 soci, per lo più provenienti da Badia e dai comuni del territorio vicini, ma con iscritti anche dalle provincie di Padova, Verona, Vicenza, Ferrara. Con addirittura alcune presenze di amici dal resto dell’Emilia, dalla Toscana e dalle Marche, a testimoniare la prospettiva e il carattere di straordinaria apertura e accoglienza associativa che il gruppo ha sempre portato avanti, secondo l’originale Spirito Ctg.

    Non è quindi un caso che, negli anni, siano stati espressi dal Ctg badiese ben 4 Consiglieri nazionali (Manuela Del Bianco, Enzo Ortolan, Gianpietro e Alberto Ferrari, cui è poi toccato in sorte ricoprire anche i prestigiosi ruoli di vertice prima riportati). E senza dimenticare i vari ruoli di responsabilità ricoperti, in vari momenti, da altri soci sia a livello di Ctg provinciale che di Ctg Regionale.

    In definitiva – a ben guardare – 40 anni di storia associativa non solo di semplice (seppure significativa e importante) valenza locale, ma anche 40 anni di testimonianza dal Polesine nella più grande Storia generale del Centro Turistico Giovanile nazionale.

  • Un viaggio “serenissimo”

    Un viaggio “serenissimo”

    Capitò che un certo Nadal da Lugo, passando per Ferrara, lasciasse alla Dogana di San Giorgio un Bando della Cancelleria Pretoria di Venezia. Era il marzo del 1603. Il Consiglio dei Dieci deliberava che tali Bartolomio Bressanon, trentino, servitore in casa Dolfin, Michiel Raguseo rivè dal Capo d’Istria, solito habitare in detta casa, Vincenzo e Pierin Marangon, absenti ma legalmente citati, siano banditi di questa città di Venezia et da tutti gli altri luoghi et città di dominio nostro, terrestri et marittimi, naviglij armati et disarmati in perpetuo; rompendo caduno d’essi il predetto confine, essendo presi siano condannati a servire per huomini da remo con li ceppi alli piedi sopra una delle Galere de’ condannati per anni dieci continui con tutti gli ordini dilla Camera dell’Armamento. Non essendo habili a tal servitio, siano allora subito condotti fra le due colonne di San Marco, dove per il Ministro di Giustizia sopra un eminente paro di forche siano impiccati per la gola di ché muoiano, con taglia alli captori, ovvero interfettori, di 600 di piccoli dilli suoi beni se ne saranno, se non, dilli denari della cassa delle taglie.*

    Nadal da Lugo – mastro dipintore, per servirvi – chiariva di averne avuta copia passando casualmente sulle scale di Rialto, dove un incaricato distribuiva il Bando a chi lo richiedesse. Si trattava di contrabbandieri, uomini violenti, sparatori di poveri passatori di Po al confine fra lo stato di Venezia e quello della Chiesa. Adesso che Venezia stava operando il Taglio del Po verso la Sacca di Goro – quello che a Ferrara e in tutte le terre di Romagna chiamavano il Taglio dalli Fornasi – si poteva dire che non passasse giorno indenne da delitti di tal tipo, e lui stesso, passando Po presso l’Osteria dalli Fornasi, in territorio di Loreo, per rientrare poi a piedi in territorio del Cardinal Legato, aveva saputo che un manipolo di scellerati bivaccava da alcuni giorni nel Bosco fra Brondolo e Fosson, tacà alli Fornasi.

    All’Osteria dalli Fornasi, poi, Nadal aveva perfino incontrato il Corrier di Roma, già più volte svaligiato. «Pròpî un śgrazià!» Aggredito dai grassatori a colpi d’archibugio, e per ben due volte, aveva avuto per buona aggiunta la sventura di un attacco di quartana, «… e quando che l’ho veduto vi dico che era più morto che vivente!

    Meno male che il Podestà di Chioggia aveva mandato in soccorso uomini validi, e anche soldati della Galera Bragadina, che certo saprete, Mastro Trienter, che la sbirraglia incaricata di tener puliti quei luoghi è ben peggio degli scellerati che dovrebbe combattere.

    A ogni buon conto – concludeva Nadal – ho creduto bene di portarvi il Bando, perché non stimo difficile che loschi figuri ricercati di là da Po, tentino di venire a far misfatti a Ferrara… meglio star pronti».

    Seduti davanti a un bicchiere di vino, Alfonso e Mastro Nadal si scambiavano opinioni. Alfonso conosceva quei luoghi. Li aveva “transitati” in giovane età, facendo il mestiere del Soldato di Ventura e li aveva percorsi in un’occasione anche con Giuseppe e Venanzio, ma con la garanzia di autorizzazione del Podestà locale, che a farlo senza c’era da rischiare il collo! E solo per motivi connessi al suo ruolo di Doganiere, ben inteso!

    Era stato a inizio estate del 1601, quando era capitato che un tizio di passaggio per Ferrara, alla Dogana di San Giorgio avesse pagato un Dazio per merce trasportata usando moneta veneziana falsa. Da indagini immediate era emerso che il figuro, che aveva dichiarato chiamarsi Matteo Vendramin, era in realtà un certo Pietro Sarotto, già imputato di monetario, cioè di aver fabbricato e spacciato moneta falsa nel territorio della Serenissima.

    Richiesto di portare quella moneta, spesa in Stato della Chiesa, al perito veneziano incaricato di esaminarla e proprio a Loreo, Alfonso, con Venanzio, aveva pensato bene di non servirsi del Corriere di Giustizia e Grazia, ma di andare di persona e per via d’acqua facendosi accompagnare anche da Giuseppe.

    Non era stata piccola impresa.

    Il motivo principale per cui i Veneziani si erano impegnati nello scavo di un canale che portasse le acque del Po di Tramontana a buttarsi nella Sacca di Goro, consisteva nell’essere quel ramo talmente vicino alla foce dell’Adige da rendersi necessario allontanarne la bocca verso Sud, anche per preservare la laguna di Chioggia da un veloce interramento. Si era accesa un’ennesima disputa con lo Stato della Chiesa, che in virtù di quell’opera idraulica avrebbe certamente visto sprofondare nuovamente larga parte della bonifica Estense. Tuttavia, approfittando del fatto che il 1600 era stato proclamato Anno Santo e di conseguenza Clemente VIII non avrebbe potuto impegnarsi in una guerra, la Serenissima ‒assai serenamente‒ aveva dato il via ai lavori.

    In quel lontano mattino del 1601, a seconda della profondità delle acque, Giuseppe e Venanzio usavano ora il remo ora il paradello. I lavori del Taglio erano in quei giorni già a buon punto, ma le Valli erano ancora quelle di sempre, quelle che Giuseppe conosceva assai bene: acque selvagge dove dossi e specchi limpidi s’alternavano a fitte macchie di canneti palustri, vere e proprie pareti verdi, immobili, gli apici lanosi appena smossi dal saltellare di una cannaiola o dal fiatare del suo chiacchierio.

    «Man mano che saliamo verso l’Adige l’acqua si fa più limpida. Dicono che sia colpa dei torrenti che si scaricano in Po: quelli che vengono giù dagli Appennini pare che abbiano acque fangose, piene di argilla, mentre quelli che precipitano dalle Alpi raccontano che portino acque quasi trasparenti, come filtrate», così, appena il fondo si faceva vicino, ricco di limo, Venanzio e Giuseppe davano mano al paradello, ma appena si faceva più lontano usavano il remo.

    Erano partiti a notte piena, quando il silenzio dominava le Valli: le rane tacevano, prima dell’alba, ma di quando in quando, da un dosso, usciva il verso dell’allocco a battere mesto sul silenzio e bucarlo. Avevano visto il sorgere del sole alla loro destra, una falce dorata posata sul limite dell’orizzonte e poi uno sfavillio quasi verde, sull’acqua, mentre il mattino saliva veloce rendendo le ombre dei canneti sempre meno lunghe sull’onda smossa dai remi. Subito s’era alzato il vociare degli uccelli, ma soprattutto una nube d’insetti dentro a cui si tuffavano rondini dalla gola rossa, rondoni come frecce e perfino qualche merೋಪe.

    Vogavano verso l’isola di Ariano e quella limitrofa di Loreo, e sulle fitte erbe del fondo si scorgevano innumerevoli pesci e molti tritoni che scodinzolavano nuotando velocissimi. Vaste praterie di sfagno punteggiate di rane costringevano a remate tortuose per superarle lasciandosi guidare quasi solo dal riflesso del sole sull’acqua, là dove sbocciava improvvisa come sgorgando dal tappeto torboso. In tutto quel remare costeggiare aggirare, li accompagnavano nugoli di zanzare.

    Come Dio volle, grattando e bestemmiando, erano arrivati in vista dell’Osteria dalli Fornasi, formata da tre edifici addossati l’uno all’altro, tirati a calce e quasi dentro allo sbocco in Valle del Canaletto da Loreo.

    La stalla era spalancata e mandava odore di strame fresco, e anche la porta dell’osteria era aperta, ma ne usciva un tanfo di cipolla e aglio bruciati da farti torcere lo stomaco. Si sentiva una voce di donna, alta, quasi stridula: sgridava un garzone per aver mandà a putane il suo soffritto, che lei ci aveva impiegato un’ora a tagliar cipolle e pianto tutte le sue lacrime. Mentre loro legavano la barca, sull’uscio era comparsa una giovane che portava due bambini in collo. Erano poco più in là dei primi passi e lei li aveva lasciati andare con una gran sospiro di sollievo, con il camicino arrotolato, mezzi nudi moccio al naso e culo sporco. Subito un vecchio cane lanoso era andato loro incontro, scodinzolando, e si era messo a spintonarli come due agnelli obbligandoli a star lontani dall’acqua.

    Entrando nell’osteria li aveva accolti l’oste: «Siete il Doganiere dallo Stato della Chiesa? ditemi: avete incontrato briganti, remando in Valle? Xe rivà vośe di malandrini, sul far dell’alba!».

    Loro avevano risposto che era stato un viaggio tranquillo, anzi, “serenissimo”, e avevano riso mandando giù il bicchiere che l’oste aveva riempito di un rosso dalle sfumature di rubino: uno per ciascuno. A quella facezia anche l’oste aveva riso di gusto per poi accompagnarli in una stanza sul retro dell’osteria, dove li aspettava il Podestà.

    Riccamente abbigliato e con il tocco in capo, seduto su una caregha larga e profonda da sembrare in trono, il rappresentante della Serenissima li aveva accolti con molte moine offrendo loro un piatto di moeche fritte mirabilmente, accompagnate da un vino bianco molto giovane: una squisitezza.

    Erano rimasti l’intera mattinata a spiegare con minuzia come e qualmente il nominato Pietro Sarotto era giunto a Ferrara, per quali merci aveva pagato il Dazio, con quanti schèi e che aspetto avesse: era alto, era basso, era largo, era stretto, aveva baffi, aveva barba, come portava i capelli, aveva sfregi o segni sulla pelle, com’era vestito, portava scarpe uguali o spaiate, aveva armi, e se sì, di che tipo, aveva berretta e di quale colore? Alfonso ogni tanto si grattava la barba e allora interveniva Venanzio: era passato del tempo e non l’avevano proprio guardato come se dovessero “sposarlo”. A Ferrara si facevano lasciare nome e cognome, se l’avevano – che tante volte erano dei semplici “della Cà di Dio” – e il Sarotto aveva detto di chiamarsi Matteo Vendramin, per servirvi.

    Però, dopo aver pagato con pezzi indorati proprio bene, da sembrare veri Scudi veneziani, lui e suo padre ci avevano ripensato assaggiandoli e grattandoli con l’unghia del mignolo. Erano dei semplici pezzi di rame, neanche buono, e l’indoratura era venuta via con l’acqua. Così, all’istante, l’avevano denunciato in Legazione, vale a dire in Castello. Erano state fatte ricerche accurate, ma non era stato rintracciato, segno che probabilmente a Ferrara aveva complici o magari una donna presso di cui nascondersi: c’erano molte puttane a Ferrara; certo, non quante a Venezia di cui si diceva fossero più di ventimila, ma a ogni buon conto c’era di che scegliere!

    Il falsario era un tipo mingherlino, vestito con una divisa militare, parlava francese – che Alfonso comprendeva bene – era a capo scoperto e non portava barba né baffi. Armi non ne aveva, nemmeno nascoste: qui garantivano, che loro se ne intendevano… e a pensarci bene aveva una piccola cicatrice in fronte, sul sopracciglio sinistro, una specie di piega che gli arricciava anche i peli. Delle scarpe non si ricordavano. Gli sbirri avevano fatto il giro di tutte le taverne e raccolto informazioni accurate, e dal fatto che indossava una divisa militare e parlava francese, erano risaliti a un Bando giunto da Venezia a proposito di un certo Sergente del Colonnello Giulio Vitelli.

    «L’era proprio il Sarotto!», e il Podestà aveva mollato un gran pugno sulla tavola. S’era fatto rosso di rabbia. In aprile, lui, l’aveva catturato e trattenuto in carcere, ma poi, furbo com’era, era riuscito a scassinare la porta involandosi nottetempo.

    Fece firmare loro un verbale dettagliato, intascò le monete e disse che avrebbero ricevuto via Corriere il corrispettivo in moneta buona. Poi fece un fischio e l’oste arrivò con un secondo piatto di moeche fritte di fresco, e una caraffa di vino.

    Se ne tornarono che il sole era ancora alto e sbarcarono di fronte a casa che a essere alta era la luna.

    A quel racconto Mastro Nadal rideva di gran gusto. Il Podestà di Loreo era un tipo pedante: mai contento di niente, non c’era da meravigliarsi che non si fosse fidato del riconoscimento avvenuto a Ferrara, e per il semplice mezzo di un Bando veneziano! Mancava solo che chiedesse loro quanti peli aveva in culo, il Sarotto! A lui era capitato di dovergli descrivere degli incendiari che aveva visto dare alle fiamme alcuni casoni, sui confini fra Ferrara e Venezia: luoghi da sempre incerti, sottoposti com’erano ai capricci delle acque. Aveva voluto sapere perfino se le torce che avevano usato fossero state immerse nella pece e cosa avessero usato per innesco! Ma lui non si era certo fermato a guardare o a dare il suo riverito parere su cosa fosse meglio usare par tacàr fógh ai caśùŋ…

    * Citazioni storiche provenienti in particolare da Delitti e pene nel Delta del Po nei secoli XVII e XVIII, fatti criminosi accaduti nelle località basso polesine denunciati dal Podestà di Loreo alla Magistratura Veneziana dal 1600 sino al 1794, editi da Minelliana.

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