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Archivi: Articoli d’archivio

  • Venezia nel cuore

    Venezia nel cuore

    Hanno una forza evocativa davvero sorprendente le fotografie di Toni Gnan che hanno ispirato le suggestive composizioni poetiche di Rosetta Menarello, collaboratrice assidua di Ventaglio90, ben nota ai lettori e presente in questo numero anche con un racconto che ricorda un episodio indimenticabile di una gara olimpica del passato.

    Toni Gnan, residente ad Adria, ha praticato fin da giovanissimo la fotografia, restando legato alla tecnica del bianco e nero e alle indelebili immagini della città fatata sorgente dal mare, dove egli nacque nel 1944 e visse gli anni della sua gioventù.

    “Era l'inizio degli anni 80 – ci dice l’apprezzato fotografo – quando acquistai la mia prima macchina fotografica e l'attrezzatura per lo sviluppo delle pellicole e la stampa delle fotografie. Ricordo le prime esperienze, le difficoltà che incontravo, ma anche le soddisfazioni che provavo quando nella vaschetta dello sviluppo piano piano appariva l'immagine in bianco e nero. Certo, il bianco e nero, per me è la Fotografia con la F maiuscola, che si fa e si vede con gli occhi, con la mente e con il cuore”.

    Ben presto Toni Gnan iniziò a partecipare a dei concorsi, affinando sempre più le sue capacità, finché “arrivò – ci dice – la soddisfazione di premi e riconoscimenti in Italia e all'estero, che, quando mi era possibile, andavo personalmente a ritirare. Era questa un'altra occasione per vedere opere di altri fotografi e fare nuove amicizie. Riviste nazionali ed estere hanno pubblicato mie fotografie e nel 1987 la Federazione Italiana Attività Fotografiche mi ha conferito l’onorificenza AFI (Artista Fotografo Italiano) e successivamente nel 1990 la Federation International de l'Art Photographique mi ha assegnato l'onorificenza AFIAP (Artiste de la FIAP). La strada intrapresa mi portava verso nuove esperienze, allestendo mostre e presentando proiezioni video non solo in Veneto ma anche in altre regioni, collaborando con enti locali e culturali alla edizione di pubblicazioni.”

    Tante le iniziative e le apprezzate mostre allestite negli anni, ma anche un “revival”, con la riscoperta di negativi con suggestivi scatti dedicati a Venezia, l’amore imperituro. “Le foto – precisa Gnan – risalivano alla metà degli anni 80, quando la città era completamente diversa da come la vediamo oggi. Dovevo rivedere e mostrare i suoi ritratti. Sì perché ad una città come Venezia non si fanno fotografie ma ritratti, come ad un amico importante.”

    “Ad un certo punto del mio percorso ho incontrato Rosetta, divenuta una cara amica di famiglia, che scrive poesie e testi. Lei, osservando un'immagine, la valorizza con rime e pensieri. Insieme abbiamo realizzato ‘Pensieri in bianco e nero’. Il Delta e Venezia, due mondi storicamente legati fra loro, mi hanno accompagnato per la mia strada e li ringrazio per quanto mi hanno dato e mi daranno fino a dove il mio percorso sarà destinato.”

    Tante le affermazioni raggiunte da Toni Gnan, che ci parla dell’emozione provata nel vedere il suo nome accostato a quello di grandi fotografi come Gianni Berengo Gardin, Fulvio Roiter e altri autori noti a livello internazionale. E ai lettori del Ventaglio, amanti del Delta, dà un suggerimento: “Nel mio sito www.deltaimmagini.it ci sono molte mie fotografie e un poco della mia storia. Su YouTube sono pubblicati i video ‘Il Delta del Po, immagini di un mondo’ e ‘Tramonti nel Delta’. Questa è la mia strada – ci dice compiaciuto – che ho percorso con entusiasmo e che mi ha regalato piacevoli ricordi.”

    CAMPO S. ANGELO

    Nebbiose soavità s’attardano sulla trachite popolata di voli frettolosi, forse affamati in cerca di chicchi: memorie di un’estate quasi dimenticata. Trafitto dalla follia del comando, orgia di idoli pagani, ancora attende misericordia il campanile e rintocca di echi di singhiozzi sul vano martirio degli innocenti: brandelli di conquiste arroganti, di grida in battaglie imparate a memoria, “Fu vera gloria? …ai posteri l'ardua sentenza!” Risponde un silenzio pastoso, angelo buono. Giunte le sue mani: ogive oranti sulle facciate della Serenissima ancora incipriata.

    I TETRARCHI

    È in attesa il tempo in questo angolo di passato. Spettatori immobili narratori solenni prigionieri delle loro progenie tetrarchi scolpiti nel rosso del porfido accarezzato dal sale che il vento ruba al mare e attendono con stoica convinzione raccontando storie di guerre e di resa. Assapora il sole un passante testimone della vita che invade ancora la Piazza e sfida a duello gli uomini con baldanzosa arroganza.

    NOTTURNO

    La notte respira piano… Percorre i canali con l’amore antico per l'acqua mentre gli occhi spalancati dei lampioni cercano il dondolio delle barche acquattate ad ascoltare le storie della luna. Dorme anche il silenzio nel liquido letto del canale e aspetta che vengano i sogni, illusioni perdute, custodite tra alghe danzanti.

    LA LOGGETTA

    Abita qui l’arte: non conosce il tempo. Lui la cerca instancabile…. La rincorre con gioiosa passione e poi la accarezza con mani invisibili, silenziose memorie di miti che il vento di Cipro ha svelato al Sansovino… È lui a tornare nel buio della notte ai piedi del campanile. Viene per baciare Minerva e nutrire i suoi leoni ruggenti al rintocco delle ore e inquieti testimoni di un passato che ancora piange aggrappato a sinuose balaustre violate dalla salsedine.

    SGUARDI SUL CANALE

    Merletti di palazzi, chini sul volto dell’acqua ascoltano il narrare fluido delle maree. È già lontano il passato profumato di essenze che ancora respirano nelle stanze e sussurrano dietro a porte che tante mani hanno aperto. È ancora l’oriente a danzare con movenza di odalisca, freccia di squardi e carezze: fascino setoso di abbracci proibiti.

  • Angelo Savaris (1927-2008)

    Angelo Savaris (1927-2008)

    Era nel mese di ottobre che usciva l’“Arcifiera”, una pubblicazione simpatica e originale curata da un carissimo amico, Angelo Savaris. Nei giorni che precedevano la fiera di Rovigo, quando sentivo suonare il campanello di casa sapevo già che all’ingresso avrei trovato Angelo con diverse copie dell’Arcifiera tra le braccia. Non vedevo l’ora di sfogliarla e di leggere i racconti della mia mamma Lucia Dionisio, di mio zio Ernesto, e degli altri collaboratori della rivista: il poeta Carlo Bellinello, Carlo Lezziero, il poeta veronese Giampaolo Feriani, e tanti altri.

    Mi divertivano le vignette di Savaris e ammiravo i bellissimi acquarelli di Luciano Scarpante. Ogni volta che arrivava Angelo con l’Arcifiera era una vera festa! Stessa emozione per ogni nuovo numero dell’“Almanacco Polesano”, divenuto in seguito “Almanacco Veneto”.

    Con Angelo Savaris ci sentivamo spesso al telefono, tante volte veniva a casa mia ed era sempre un piacere parlare con lui di poesia, di arte, di libri, di amici scrittori… C’era una profonda e bella intesa tra di noi, un’amicizia sincera: io ero una giovanissima autrice e lui un poeta molto più grande di me e già affermato, e la nostra frequentazione era per me fonte di orgoglio. Mi esortava a comporre poesie, diceva che avevo un grande talento. In seguito, scrisse bellissime prefazioni per alcune mie pubblicazioni in lingua veneta.

    Lui aveva per me e per la mia mamma (anch’essa poetessa) e per mio zio Ernesto, traduttore e linguista, una grande considerazione, io lo ammiravo incondizionatamente. Non ricordo quante volte ho letto “Album de fameja”, un vero capolavoro.

    Considero un privilegio aver goduto dell’amicizia di Angelo Savaris che era molto selettivo e si circondava di pochi e fidati amici. Tra questi figurava l’editore padovano Mario Chibbaro che, nei confronti di Savaris nutriva una vera e propria venerazione. Lo stimava tantissimo sia come uomo che come scrittore.

    Era riservato, schivo, Angelo, geloso delle sue emozioni e del suo privato. A volte diventava malinconico, ricordava gli anni della sua infanzia e della sua adolescenza, mi parlava di suo padre, geometra, del suo paese natale, Ariano Polesine, dove era nato il 18 settembre 1927. Con grande affetto ricordava la nonna materna, Severina Moglia, diplomata in pianoforte e poetessa sensibile e raffinata.

    La sua famiglia si trasferì a Legnago quando Angelo aveva appena nove anni. A diciassette interrompe gli studi ginnasiali, siamo nel 1944 e l’Italia sta vivendo una guerra civile. Il giovanissimo Angelo sceglie di militare nella Repubblica Sociale Italiana. Nel ’45, dopo un breve periodo di prigionia, Angelo inizia a pensare al proprio futuro. Abbandona gli studi classici e si diploma geometra. É una scelta forzata perché non si sente portato vero le costruzioni e la topografia.

    Finirà per fare l’impiegato in un ente pubblico, passerà le sue giornate in un “grigio.

    Angelo Rasi, poeta lendinarese e fraterno amico di Savaris, lo definiva un “poeta istintivo, per virile asprezza di linguaggio, per incisiva fecondità di immagini, per consumata dimestichezza con la metrica. Sogni e delusioni, fiducia e sfiducia dell’uomo e nell’uomo sono il filo conduttore della sua tematica; una poesia, insomma, satura di rimpianto per un patrimonio di tradizioni e di costumi che, di giorno in giorno, va assottigliandosi, forse esaurendosi.”

    Chi legge le poesie di Savaris si ritrova immerso in una Rovigo lontana, tagliata a metà dall’Adigetto, con i profumi e i sapori di una volta, le luci della fiera d’ottobre, il caffè Lodi, l’archivio”. Ma sarà proprio in quell’archivio che Angelo inizierà a coltivare la sua passione per la poesia. Non amava la modernità, preferiva rifugiarsi nel passato, in un mondo di ideali e di romantiche atmosfere, di personaggi strambi, di paesaggi nebbiosi e fiabeschi…

    Ad affascinare Angelo era la Rovigo di una volta, la Rovigheto dei ponti e dei canali, delle vecchie botteghe, degli angoli solitari, dei poeti nostrani… Ricordo che gli piaceva andare alla ricerca delle cartoline che ritraevano la Rovigo scomparsa. A quelle cartoline di un tempo passato egli si ispirava per comporre le sue splendide e nostalgiche poesie.

    Era un idealista, un sognatore d’altri tempi, Angelo. Amava la natura e non sopportava chi la deturpava, non tollerava l’inquinamento, lo smog, il degrado ambientale. Nell’Almanacco si scaglierà spesso contro il consumismo, e le sue vignette saranno sempre più graffianti e pungenti. Non posso parlare dell’amico Angelo senza citare almeno i titoli dei suoi libri di poesia che ho tanto amato: Galiverna, Fumara, Album de fameja, El merlo de un vecio inverno.

    personaggi di un tempo: la Pendona che prediceva il futuro, Libero Buson, battitore di baccalà sempre in lite con la moglie Anita, il mestro Pendon, el Professor Calegari, imbonitore, Bacan straccivendolo, e tanti altri.

    “Cari e irripetibili personaggi -come ha scritto Savaris stesso- fondamentali della mia un po’ sognante e irrequieta giovinezza, concittadini fantastici, balordi e anarcoidi filosofi da liston e da osteria, ma anche uomini liberi e forti e maghi e soffiatori nel fuoco ispiratore del sogno e della poesia”.

    Negli anni, poi, arrivarono altre pubblicazioni: Mondo perso, Anguria Mekanica, Epigrami figurà, Quadreti vilani, Poesie Purgative. Tutti libri che ho letto e amato.

    Il ricordo che ho di Angelo, della sua amata moglie Mirella, dei suoi tre figli, resterà sempre nel mio cuore. Per tutto ciò che ha scritto, per gli Almanacchi, per le Arcifiere, per i Calendari, per i suoi stupendi libri di poesie, per la sua coerenza e integrità morale, per il gran sognatore che era, per come ha cantato Rovigo e il Polesine tutto, Savaris avrebbe meritato tanto.

    Ci ha lasciati il 13 ottobre 2008 e io posso dirgli soltanto grazie. Per il poeta e per l’uomo che è stato. Perché, come diceva Alberto Moravia, “la poesia è come l’acqua nelle profondità della terra. Il poeta è simile a un rabdomante, trova l’acqua anche nei luoghi più aridi e la fa zampillare”.

    Grazie, Angelo, per gli zampilli di poesia, scaturiti dalla tua anima.

    EL SEGRETO DE ROVIGO

    Gh’e ‘sconto, rampeg’ sul vecio gheto de Piazza Roma, un camaron desfà che varda sora tuta la çità dai tempi de la vecia Rovigheto.

    E che ghe sia ‘sto camaron de vento, muri de aria, copi de caligo, sul’ultimo granaro de Rovigo. Co’ tute le stranesse che gh’è drento,

    mi credo ch’i lo sapia apena i gati e i sorzi che passegia là de sora, quando la Luna nova salta fora coi barbastréj che svola come mati.

    Dal basso, la çità xe indafarà a vivare el casin de tuti i giorni (politica, marcà, siòperi, corni, césa, balòn, caresse, scortelà),

    senza saver che in çima a chela fiera de piere, tole e feri inranzinà, ‘na striga da fumara gà piantà la locanda più bela dela Tera.

    Be’, proprio bela nò dirìa, ma bela senz’altro par un tipo de clienti, morti da un toco, epur cossì viventi, la su, nel’ostaria de ‹Ciarastela›…

    E qua gavì capìo de chi se trata ma sì, de lori… de Palmieri, Piva e Rizzi, la più mata comitiva de morti e de strigoni de gran zata.

    Maghi rabià, che scapa da le fosse, volando col tabaro fin la su, su ‘na Rovigo che no’ ghe xé più, morta co’ lori, che no’ gà più vosse, copà dai rovigogoti che gh’è adesso, tuti architeti, tuti imboressà a farghe el muso novo a ‘na çità co’ la ruspa viliaca del Progresso.

    E i se cata là in çima co’ xé sera… Sere de inverno, quando su le case le cornace se giazza e tuto tase soto la neve che la cala in tera.

    O Rovigheto, alora te vien fora, fora anca ti, dai busi, dai camini, su da le ‹fosse›, fora dai tombini, dai orti soterà, su dala cuora!

    E casca i gratacéi, ziga el ponaro, se spaca el Corso, bùta l’Adeseto, coi àrzari e co’ l’acqua… O Rovigheto, i maghi stà scòrlando l’amolaro!

    Rovigo s-ciopa, casca zò, la pare el finimondo, sùpia, le se storze, e i rovigoti dorme e no’ i se incorze che Rovigheto sogna de tornare

    coi so’ cafè ciapà nele scarpìe del tempo imbalsamà, i so’ palazzeti, i cògoli çelesti, i feraleti, i ponteséi de fero, le osterie,

    le so’ stradele de silenzio vecio, le so’ casete basse in mézo ai orti de salatina, de figari storti, de salvia, de rosari, de radecio…

    Da ‹Ciarastela› i maghi fa cagnara, zogando al zogo de ‘ste do’ çotà, una zà morta, ‘st’altra indormenzà, ma tute do’ fondà nela fumara,

    come in t’un sogno longo de poeta morto da un toco e istesso che vorìa vìvare ancora la so’ fantasia la so’ vecia çità che dorme e speta.

    EL SOLE IN CASA

    In ‘sti tempo de fissa consumista, me tira su ogni tanto la vision de ‘na cusina scura ‘fa el carbon (nera de tempo e de miseria), vista

    tanti ani fa, da bocia, in ‘na caseta rente la mia, nel Delta. Contadini che tirava a fadiga ‘na careta carga de fame e carga de putini…

    Epure ‘na fameja fortunà, parchè in te’chela casa gh’era el sole. Lo go visto ‘na sera, apena entrà, e ve assicuro che no’ conto fòle.

    Ora de zena. I gèra tuti quanti, mama, papà e fioleti, sentà a tola, intorno a ‘na polenta tuta sola ma che mandava i ragi come i santi.

    E tuti insieme, a ridar come mati solo a vardarla apena roversà sòra la tola nuda, senza piati. Ma co’ la casa tuta illuminà

    PENDONA

    Nel to’ saloto impatacà de ontisso, signora dei pianeti e dela Luna e oracolo da sagra e prezzo fisso, a chi lèzito adesso la fortuna?

    Bateva a la to’ porta l’aventore dela Rovigo de tant’ani fa, el fusse stà ignorante o gran dotore, in çerca de la so’ feliçità.

    Ed eco che la porta se spalanca co’ tuto quanto el magico segreto del to’ saloto co’ la bala bianca, le pùe de pezza e i rospi nel casseto;

    e vedo ti, Pendona chiromante, che ràuca te fasevi el to’ discorso a qualche dama in pena par l’amante, a qualche toso in pena pa ‘l concorso.

    Nel to’ reame imbalsamà e bisonto, fra un merlo in coma, un gato spelacià e ‘na tovaja co’ le mace d’onto che al scuro la pareva ricamà,

    te lezévi, tegnendo i oci bassi. la man soto la lampada a carburo, cavando al tempo el tapo del futuro e i çelegati a tuta la sintassi.

    Dove saréto, ancuò, gran pitonessa, che a tuti te verzèvi le to’ porte? E ti, maga infalibile, a ti stessa sito sta bona a lézare la sorte?

    Ormai, Pendona no’ te ghe si’ più. Ma sito morta? O sito volà via come i faseva al tempo del cucù i maghi che spariva par magìa?

    Da la to’ vecia casa carolà. dime, Pendona, ’scòltame un fiatin: chi xelo el tipo che te gà slogià? Ed ela, da lontan: «Xé stó el Destin»…

  • Gianfranco Pavan (1924-1991)

    Gianfranco Pavan (1924-1991)

    Una presenza di pubblico ben oltre le aspettative quella registrata presso la sala Carlo Bagno e gli spazi attigui dell’ex Pescheria di Lendinara nell’incontro pomeridiano dello scorso 25 giugno 2024 per assistere alla presentazione di una pubblicazione in ricordo di Gianfranco Pavan, per tutti il “professore”. Azzecata per tipologia e ubicazione la scelta della location, a pochi metri da quella che oserei definire – con buona pace dei più rigorosi accademici – la sede di un “pellegrinaggio” dell’istruzione, proprio per la varietà e l’enorme quantità di studenti lendinaresi e di vari comuni limitrofi che, a partire dagli anni cinquanta, vi si recavano con fiducia, per qualsiasi tipo di sostegno scolastico.

    Dopo i saluti e l’introduzione da parte del primo cittadino, dell’assessore alla cultura e del direttore della biblioteca comunale, la figura del professor Pavan è stata delineata attraverso gli interventi dei curatori della pubblicazione e gli affettuosi aneddoti di chi l’ha conosciuto in qualità di allievo, collaboratore o concittadino. L’idea della pubblicazione dal titolo “Grazie Franco della tua saggezza profusa” (Press Up S.r.l., Roma, aprile 2024), in occasione del centesimo anniversario della nascita, già da tempo abbozzata dal suo principale curatore Sergio Magon (artista, scrittore e già insegnante) era stata parzialmente concretizzata mediante un’intima e personale testimonianza contenuta in un taccuino stampato qualche anno fa. È altresì opportuno segnalare il tributo a cura di Paolo Celin pubblicato in questa rivista (Franco e i giovani di Lendinara – Un ricordo di Franco Pavan e della sua originale scuola in riva adiget­to, n. 18 del gennaio 1999) a seguito della sua scomparsa avvenuta nel luglio del 1991.

    Ma è soprattutto dalla viva voce di Sergio Magon che trapelano stima, affetto e riconoscenza per colui che fu “un mentore che ha dato valore e senso alla sua vita, lasciando un’eredità d’affetti che ancor oggi vive nella memoria di molti amici”, nel sintetizzare, attraverso questa conversazione, i punti salienti di un intenso legame esplicitato nel testo con una piacevole e puntuale narrazione.

    Com’è avvenuto il primo incontro con Franco?

    “Era una sera di luglio, verso la fine degli anni settanta, quando nel centrale Caffè San Marco di Lendinara, sito nell’omonima piazza, Franco mi salutò con un gesto affettuoso posato sul mio capo, manifestando una gradita attenzione nei miei confronti. La sera successiva, dopo aver percorso assieme il tragitto verso la sua abitazione, ricevetti la proposta che diede avvio alla mia collaborazione nelle ripetizioni a molti dei suoi ragazzi”.

    Al di là della validità e competenza del “professor” Pavan e l’estrema disponibilità in qualsiasi orario, feriale o festivo del giorno, cosa potrebbe dirci dell’uomo Franco?

    “Franco possedeva un’innata propensione ad adoperarsi per gli altri, e dedicò la sua vita ad aiutare i più deboli, a educare e far crescere molti ragazzi, anche quelli un po’ esuberanti che la scuola tradizionale avrebbe sicuramente emarginato. Per tutti aveva un sorriso, una parola, una battuta, un nomignolo attraverso cui trasmetteva simpatia, affetto e cordialità. Amante della compagnia e della convivialità, era davvero scherzoso, mai volgare, possedeva un linguaggio pulito, intelligente, ironico, mosso spesso dalla parola dialettale nostrana che gli permetteva di essere autentico e genuino ma soprattutto di mostrare quell’atteggiamento anticonformista che consisteva prevalentemente nel non allinearsi con le idee e i comportamenti dominanti. Un modo di vivere acquisito in gioventù che mai abbandonò né attenuò nel corso dell’intera esistenza”.

    Oltre a questa sua attività lavorativa che potremmo meglio definire una missione, anche per la valenza educativa del suo operato, com’era conosciuto nel contesto cittadino?

    “Franco è stato senza dubbio un personaggio che non passava inosservato sia per il suo aspetto fisico, statura, lineamenti marcati, sguardo attraente e folta capigliatura e un outfit – per usare un termine molto attuale – caratteristico, sia per la sua personalità esuberante. La quotidiana presenza presso qualche locale pubblico e in particolar modo il tragitto, percorso a piedi e rallentato dai numerosi incontri, erano motivo di scambi, informazioni e partecipazione alla vita cittadina. Franco, dopo gli anni universitari trascorsi a Bologna in qualità di studente di Medicina, aveva vissuto la realtà lendinarese del periodo post bellico, fremente di iniziative che, nonostante la povertà dilagante e le dolorose esperienze dell’immane conflitto, coinvolsero molte persone, soprattutto i giovani. Memorabili i momenti di svago tra i quali le feste e i celebri veglioni di fine anno che si svolgevano al Teatro Ballarin. Ma soprattutto è doveroso ricordare il suo impegno in veste di membro zelante del Comitato Organizzativo del Carnevale Lendinarese di cui entrò a far parte a metà degli anni ottanta. Un incarico notevole, sempre assolto con passione, che gli permise ancora una volta di esprimere la sua naturale capacità di promuovere l’aggregazione e favorire la coesione tra il mondo dell’infanzia e quello degli adulti”.

    Vuole raccontarci qualche curiosità, un vezzo o semplicemente esprimere un pensiero conclusivo prima di salutare i nostri lettori?

    “Potrei parlare di Franco per intere giornate, raccontare aneddoti ed episodi che rimarranno scolpiti nella mia memoria. Dirò che Franco amava le ore notturne e, in ogni stagione e con qualsiasi condizione climatica, rincasava all’una o alle due, dopo un primo rientro alle ore 11 che gli permetteva di accompagnare gli anziani genitori, con difficoltà motorie, al piano superiore. Franco viveva con la famiglia (moglie, figli e genitori) e la stanza adibita alle lezioni si trovava al pianterreno dell’abitazione. A questo proposito vorrei ricordare l’arredo spartano di quell’aula, sede della “scuola media numero tre” – così era denominata dai lendinaresi – in particolare la bella tovaglia verde, spessa e damascata che i ragazzi avevano sgualcito con innumerevoli scritte, disegni, formule, numeri, conferendole un tocco di originalità e bellezza antica accentuata dal profumo d’inchiostro, libri e polvere. E poi l’immancabile penna rossa con la quale siglava perentoriamente le numerose, poco edificanti ma simpatiche, locuzioni dirette al malcapitato di turno. Rossa, come le immancabili rosse morbide Marlboro sempre presenti sul lungo tavolo.

    Franco amava la pesca ma era disinteressato alla cattura dei pesci, gli piaceva la compagnia, lo scherzo, la risata. Non aveva la patente di guida perciò spesso era accompagnato dagli amici.

    I miei quindici anni con Franco sono stati per me un tempo di straordinaria formazione, un tratto del percorso giovanile compiuto tra innumerevoli passeggiate lungo la riviera dell’Adigetto. Per lui sono stati gli ultimi della sua esistenza terrena, conclusasi in una calda notte di luglio che sempre mi ha rammentato il primo incontro. Grazie Franco, ancora una volta”.

  • Antonio Carlizzi (1923-2001)

    Antonio Carlizzi (1923-2001)

    Si è compiuto lo scorso anno, nel generale silenzio, il centesimo anniversario della nascita di Antonio Carlizzi, benemerito uomo del Polesine, nato a Frassinelle il 3 gennaio 1923. Figlio di due maestri elementari, la madre polesana, il padre calabrese, in epoca prefascista, Antonio è cresciuto nel segno di una forte e matura formazione morale e culturale. Era davvero raro, a quei tempi, trovare in famiglia i riferimenti strutturali di tradizioni e cultura, specie in area rurale. In quella famiglia numerosa, che godeva di notevole prestigio nel territorio di Frassinelle, Antonio poté respirare il senso profondo di una cultura scolastica, che incentivava l’aspirazione a raggiungere traguardi importanti in ambito sociale e, comprensibilmente, considerata la reputazione familiare, anche politico. Era forte, allora, la spinta ad emergere e confermare le attitudini e gli insegnamenti ricevuti in famiglia; non a caso, una delle zie, Alma, gli aveva insegnato a leggere all’età di quattro anni, al fine di valorizzare le qualità del nipotino, su cui un po’ tutti nutrivano grandi aspettative.

    Nel dialogo sulla virtù sconosciuta, Vittorio Alfieri ricorda l’amico Gori Gandellini, di dieci anni più vecchio di lui, non nobile di natali, ma, per la sua umanità e libertà di pensiero, superiore a quanti aveva conosciuto. In epoca di tirannide, l’amico gli aveva consigliato di amare gli uomini, di non ritenersi superiore a nessuno e di vivere e morire ignoto, realizzando dunque una virtù sconosciuta.

    Antonio Carlizzi ha tradotto in azione questa virtù, esercitando in forma convinta e professionale il suo ruolo di docente di Lettere: “amato e benvoluto da colleghi e alunni”, si potrebbe dire con la solita retorica. Nel suo caso, tuttavia, la funzione esercitata e favorita, come si è detto, dalla formazione ricevuta in famiglia, ha lasciato un segno profondo, perché Antonio ha prestato servizio in un istituto sperimentale, destinato in seguito a formare tanti tecnici nel settore lavorativo: l’Istituto Tecnico Industriale, fondato da Ferruccio Viola, a tutt’oggi considerato uno dei grandi cervelli del nostro territorio.

    Si era laureato a Padova, Antonio, la città di alte tradizioni universitarie, nota nell’ambito letterario per la presenza qualificante, fra gli altri, di Concetto Marchesi, uno dei più fieri avversari del regime fascista.

    Al di là dei traguardi studenteschi e professionali, Il Nostro ha rivestito incarichi assai importanti, soprattutto in ambito sociale. Presidente dell’IRAS dal 1976 al 1986, ha lasciato ai posteri un vero e proprio patrimonio di studi sulla condizione e il trattamento degli anziani e valorizzato la funzione dell’Istituto di accoglienza anche in senso economico, con una conduzione successiva da Presidente fondata sull’onestà e moralità. Indipendente da motivazioni politiche ed utilitaristiche, non ha messo in tasca neppure una lira, profondendo nel suo esercizio esclusivamente la propria passione. Ci resta la sua testimonianza nel libro pubblicato sulla propria esperienza dal titolo “Dal Lazzaretto all’IRAS, un itinerario di 500 anni”, presentato e commentato all’Accademia dei Concordi.

    In tarda età, dopo la pensione, si è dedicato totalmente alla causa sociale, fondando l’“Associazione Socio-culturale Renzo Bar- bujani”, di cui è stato primo socio e attivo sostenitore, tuttora viva e presente in Polesine. La Biblioteca intitolata al fondatore ospita libri e avvia iniziative con il prezioso contributo di tanti volontari.

    La ragione che mi spinge a ricordare e onorare la sua memoria è tuttavia anche personale e animata da rapporti intensi e fecondi con un uomo più vecchio di me di vent’anni, che ha lasciato un’impronta importante nella mia stessa vita. Questa intensa frequentazione, alla quale non era estranea la nostra parentela per via materna, si avviò concretamente quando Antonio Carlizzi lasciò l’ITIS per l’Istituto per geometri “Amos Bernini”, dove ero stato nominato docente quell’anno. La nostra è stata un’esperienza importante, destinata a durare a lungo.

    Anche dopo il suo pensionamento, sia pure con minore frequenza, ci incontravamo, a cena, ora a casa mia, ora a casa sua, perfino durante la malattia della moglie Liliana, costretta alla sedia a rotelle. Eravamo insomma costantemente informati della situazione delle nostre due famiglie e la catena di lutti familiari non ci aveva impedito di ritrovarci in piena confidenza. Seppi tuttavia, solo a cose fatte, della sua grave operazione allo stomaco, all’ospedale di Padova. Quando lo rividi, duramente provato dall’intervento, mi raccontò tutto con semplicità: era il signore di sempre, alieno da qualsiasi tono di auto compatimento e di sofferenza. Pareva essersi adattato anche alla nuova condizione di malattia, dopo le dure prove precedenti.

    Fino agli ultimi giorni di vita, ignoravo tuttavia che stesse raccogliendo gli appunti messi assieme nel corso del tempo, in vista di un libro, che vide la luce dopo la sua scomparsa: “El zèlese”, pubblicato successivamente dall’ “Associazione Renzo Barbujani” in collaborazione con la “Fondazione Banca del Monte” di Rovigo.

    Fu mio fratello Sergio a parlarmene. A lui, Carlizzi aveva chiesto un parere, facendo conto sull’esperienza giornalistica e letteraria di Sergio, che, oltre a collaborare con il “Resto del Carlino”, esercitava un’incisiva opera critica in sede polesana e anche fuori dai confini provinciali.

    “El zèlese”

    Il libro è stato per me una sorpresa. La scoperta ha avuto un valore non solo umano, ma soprattutto letterario: Antonio Carlizzi si è rivelato una persona assai superiore a quella che pure avevo apprezzato in passato.

    Consta di tre parti, che tuttavia, nella costruzione autobiografica, nonostante i passaggi di età e di ambientazione, risultano strettamente legate. Come avverte l’autore, “el zèlese”, ovvero l’aia in mattoni davanti alla casa padronale di Ca’ Pesaro, costituisce lo scenario nel quale è immersa la sua casa e la numerosa famiglia che la occupa. In termini altamente idealizzati, esso tuttavia è un paesaggio interiore; per dirla con lo scrittore, “è uno spazio riservato dove nacquero i primi sogni ad occhi aperti della mia vita”. Questo spazio, così originalmente denominato, resterà sempre la base degli slanci e delle aspirazioni di Antonio Carlizzi, anche quando poi si trasferì a Rovigo, mutando casa e luoghi. È uno spazio immaginario, che dice molto dell’attitudine “visionaria” dell’autore.

    Dopo un ampio e particolareggiato ritratto di famiglia, nel quale spiccano la figura della madre autoritaria e del padre venuto da Jonadi, piccolo paese vicino a Vibo Valentia, il racconto si allarga al sistema di vita di allora, al regime fascista e alla sua disciplina imposta e conculcata, alle adunate, le marce, le divise, la mentalità diffusa e penetrata in profondità. Dopo l’infanzia dei sogni, l’azione si sposta verso Grignano e Rovigo, dove la famiglia paterna si trasferisce per ragioni di scuola e di lavoro.

    A Ca’Pesaro di Frassinelle, originario centro di vita dell’intera comunità, si tornava solo d’estate come ospiti, ma nell’angolo riservato della mente dell’autore, “el zèlese” restava dominante, anche quando già venticinquenne, nei viaggi in corriera verso i luoghi dell’infanzia, fissava lo sguardo nell’immensa campagna, alla ricerca di una interna ragione di vita.

    Ritornando occasionalmente verso la propria casa dei sogni, l’autore rivede le teste degli altri viaggiatori che dondolano avanti e indietro come marionette, ripensa alle sensazioni provate allora (“…eravamo tutti marionette agitate dal caso, da una volontà misteriosa, come dal vento le chiome degli alberi…”), infine grida all’autista di farlo smontare, benché ancora lontano dal paese.

    “…e all’improvviso capii perché m’ero fermato lì… quel posto… mi attirava: con l’orizzonte così aperto, prendevo istintivamente coscienza della grandezza del mondo. Non coglievo da quell’argine il senso dell’infinito, che è un’astrazione della mente, ma l’immensità della terra e il desiderio di scoprirla e possederla… ora quell’immensità mi dava anche un senso di smarrimento, perché diveniva coscienza della mia misura di uomo…”

    La lettura mi ha lasciato a bocca aperta, non solo per il contenuto, ma, nella sua comunicazione intensa e visionaria, per la profonda coscienza di sé, rimarcata dallo spirito divenuto adulto dell’autore.

    Certo, la qualità del libro è assai più ricca di quanto appare in questi spunti personali. Una parte rilevante è dedicata all’esperienza scolastica del Liceo, nella quale spiccano figure e personaggi di straordinario rilievo, cui l’autore riserva commenti davvero vivaci e gustosi. Uno per tutti, Toni Fante, del quale si riportano numerosi episodi di indisciplina e monelleria spiegando perché lui non avrebbe mai potuto essere suo compagno di banco.

    Fra i tanti, l’invito a entrare in casa Fante, mentre il padre è ancora a letto. Come avverte il narratore, per arrivare alla camera di Toni Fante, si doveva passare per la stanza da letto del padre. Imbarazzato dalla situazione, la tentazione è quella di tirarsi indietro. “…vieni, cossa gato paura de vèdarlo a letto” – l’autore ricorda ancora sorpreso – “con due colpi improvvisi tirasti giù le lenzuola e su la camicia, ultima difesa del suo pudore…Mi sarei sprofondato”, ricorda Carlizzi – “se a mantenermi in quota non fosse intervenuta la risata del padre”, con la curiosa esclamazione: “Ciò mato!” Sono parole che ricorrono anche in seguito, visti i rapporti davvero curiosi tra il figlio e il padre.

    “Una sera”, ricorda l’autore, “sotto el portego degli Ebrei, ci stavi raccontando qualcosa di assai interessante; eravamo quattro, cinque compagni stretti attorno a te. Sopraggiunse tuo padre sorridente, e ci interpellò, con tutta la sua carica di simpatia e cordialità verso gli amici di suo figlio: cossa ve contèo, cari? “. “I pei in tel culo!”-fu la risposta bruciante- “tuo padre stette in apnea, noi in apprensione, ma lui si riprese e ripeté il solito bonario richiamo: Ciò mato!”

    La qualità del libro di Carlizzi non è solo umoristica e spiritosa, in virtù della capacità narrativa e ironica. Nel diario di guerra, che costituisce la parte finale, il racconto si fa drammatico e gli avvenimenti si fissano in sequenze anche tragiche. Il protagonista, come tanti altri, sceglie la via della fuga, venendo meno al giuramento prestato alla Repubblica sociale di Salò e quindi seguendo la strada della diserzione. Non è tuttavia una decisione facile, come dimostra la catena di riflessioni occasionate dall’incontro con alcuni partigiani.

    “Mi facevo sempre più convinto di aver fatto bene a rifiutare la proposta dei due partigiani: non me la sentivo di combattere e forse di uccidere… schierarsi coi partigiani era una scelta, non una fatalità… forse in futuro avrei potuto combattere coi partigiani… mi rendevo conto della fragilità e della pochezza di me come individuo…” In queste parole si legge in profondità lo spirito umano e onesto dell’autore, alieno da qualsiasi forma di violenza.

    E proprio nella parte conclusiva del diario, si ritrova tutta l’umanità di Carlizzi. Dopo il terribile bombardamento sulla città, la sarta che abitava vicino alla caserma, non riusciva a darsi pace perché la figlia con le due nipotine si era diretta verso il cimitero per tornare a Sarzano, dove era sfollata. Incapace di resistere, si fa accompagnare in bicicletta da una passante in cimitero a cercare la figlia e le due bambine. Tornata in piazza della Rotonda, la povera donna si abbandona con un urlo straziante al dolore: “I’è là tutt’e tre, tutt’e tre!”. Riavutosi dallo sbigottimento, l’autore si guarda attorno: “il cielo era limpido, l’aria tiepida, il silenzio irreale”. Come in sogno, cerca l’oblio: “quasi fosse una vergogna essere vivo”- riflette inorridito. In questo afflato umano e spirituale, si conclude il libro, nel segno di una autentica partecipazione alla vita degli altri.

    Testimone del suo tempo

    Un vero testimone del suo tempo, dunque, Antonio Carlizzi, che ho frequentato con maggiore assiduità nell’ultima stagione di vita.

    L’ultimo incontro è stato in ospedale, all’indomani del suo ricovero determinato da un peggioramento rapido e inesorabile della malattia. Andammo a trovarlo, io e mia moglie, passeggiammo con lui lungo il corridoio che conduce a un’ampia vetrata, dalla quale lo sguardo poteva stendersi alla campagna intorno, attraversata dalle strade piene di traffico. “Gerusalemme già ti vedo!”- esclamò, mentre tutti e tre eravamo intenti alla contemplazione. Fu l’aperta confessione di sentirsi vicino alla fine, cui era da lungo tempo preparato. Cessò di vivere il 13 novembre 2001.

  • Alcide De Gasperi (1881-1954)

    Alcide De Gasperi (1881-1954)

    Il 2024 è stato un anno di ricorrenze importanti: nel numero scorso di questa rivista si è ricordata la figura di Giacomo Matteotti nel centenario della tragica aggressione e dell’assassinio, in questo si vuole invece ricordare lo statista e fondatore della Democrazia Cristiana Alcide De Gasperi a settant’anni dalla morte, avvenuta nella sua casa a Sella di Borgo Valsugana (Tn) il 19 agosto 1954.

    Per una strana coincidenza, nel 2024 ricorre anche il quarantesimo dalla morte di Enrico Berlinguer (1922-1984), il segretario del principale partito di opposizione che per primo ha avuto l’onestà intellettuale di riconoscere i meriti di De Gasperi. In tal modo, la sua eredità politica ha potuto diventare un patrimonio condiviso da tutti gli italiani.

    E come polesani non possiamo dimenticare che ricorre pure il quarantesimo dalla morte di Antonio Bisaglia (1929 -1984), il leader democristiano che in politica aveva continuato la linea degasperiana della concretezza e del centrismo.

    De Gasperi: una memoria trascurata

    Anniversari a parte, Alcide De Gasperi è considerato lo statista italiano più importante del Novecento, con meriti analoghi a quelli del Cavour, entrambi artefici, sia pure in contesti storici diversi, di un Risorgimento dell’Italia. Tuttavia, De Gasperi non ha goduto della stessa popolarità del “tessitore” piemontese: a lui sono dedicate solo strade e piazze di secondaria importanza (si veda il caso di Rovigo, dove Via De Gasperi è una laterale del ben più importante Viale Gramsci… Per non dire della capitale, dove Via De Gasperi è addirittura una viuzza tra il Gianicolo e il Vaticano); pochissimi e di scarso rilievo i suoi monumenti, nessun aeroscalo porta il suo nome, modesta e quasi nascosta la sua tomba nel portico di San Lorenzo Fuori le Mura. I programmi scolastici quasi lo ignorano e la saggistica storica che tratta di lui, seppur numerosa, ha più carattere accademico che divulgativo. Risultato è che De Gasperi è quasi sconosciuto tra i giovani e poco noto anche fra il resto degli italiani.

    Se poi aggiungiamo che i suoi oppositori politici lo avevano tacciato di essere un restauratore, un conservatore, un tiranno, un clericale, ecc. (accuse tipiche del repertorio marxista-comunista) e che anche gli esponenti del suo stesso partito, per invidia o ambizione, non lo hanno mai amato, ben si comprende come la figura di De Gasperi non abbia avuto in Italia il risalto civico che meritava, mentre i suoi omologhi, il cancelliere Adenauer in Germania e il presidente De Gaulle in Francia sono considerati e onorati come “Padri della Patria”.

    Un po’ di colpa è anche sua, perché non aveva l’oratoria brillante, trascinatrice, di un leader populista (alla Mussolini per intenderci), anzi, era l’esatto contrario: di fronte alle folle che lo applaudivano non si esaltava, rimaneva razionale, perché diceva “non applaudono me, ma gli ideali che io porto avanti”. E i suoi ideali erano libertà, democrazia, europeismo, pace, giustizia, onestà, lavoro, fratellanza (lui che era stato perseguitato e incarcerato dal Fascismo)…

    De Gasperi innovatore, uomo di grande integrità morale e profonda fede

    De Gasperi un restauratore? Un conservatore? Tutt’altro; guardando al suo operato senza pregiudizi ideologici, ci si accorge che egli fu un grande innovatore. Nei pochi ma decisivi anni in cui è stato presidente del consiglio ha traghettato l’Italia dalla monarchia alla repubblica, dalla dittatura fascista al sistema democratico, dall’autarchia al libero mercato, dall’isolamento internazionale all’alleanza con gli stati democratici occidentali, dalle lacerazioni interne alla pacificazione nazionale, il tutto senza erigere ghigliottine, col solo metodo della democrazia e con l’obiettivo di fare le scelte migliori per la nazione.

    Non si riscontrano errori nel suo operato. Sembrava avesse il dono del “senno del prima”; in realtà, il suo segreto era la grande integrità morale e la profonda fede cristiana che ispirava ogni sua azione. “Nessun avversario politico ha mai trovato qualcosa di negativo sulla sua vita tale da poterlo compromettere o colpire sul piano personale” (intervista alla figlia Maria Romana).

    E che dire dell’accusa di clericalismo? Assolutamente falsa. De Gasperi proveniva da una terra, l’Impero Asburgico, dove la separazione tra politica e religione era avvenuta fin dai tempi dell’imperatore Giuseppe II. Perciò, pur essendo un fervente cattolico e nonostante l’apporto della Chiesa fosse stato determinante per la vittoria del suo partito nelle politiche del 1948, difese la laicità dello Stato e non si piegò mai alle richieste di papa Pio XII. Tra i due vi furono momenti di tensione, al punto che, per le interferenze del Vaticano alle elezioni nel comune di Roma del 1952, De Gasperi minacciò di dimettersi; alla fine vinse, ma il pontefice si rifiuterà di riceverlo in udienza. Unica concessione alla Santa Sede, fu l’inserimento dei Patti Lateranensi all’art. 7 della Costituzione, per dare stabilità, disse, ai rapporti fra Stato e Chiesa, articolo approvato fra l’altro dall’Assemblea Costituente col voto determinante dei Comunisti (Socialisti, Azionisti e Repubblicani erano contrari).

    “Politica vuol dire realizzare”

    Il fluire del tempo sta comunque rendendo giustizia alla figura e all’opera di De Gasperi, non a caso il 2024 è stato dichiarato “anno degasperiano” con tantissime iniziative in suo onore (particolarmente interessante la mostra “Servus Inutilis” esposta per la prima volta al meeting di C.L. a Rimini nello scorso agosto). Infatti, sempre più ci si accorge che a distanza di tanti anni noi continuiamo a vivere nel complesso di quelle istituzioni pubbliche, di quel sistema economico e in quel contesto internazionale, ivi compresa l’adesione alla Nato e il percorso d’integrazione europea, disegnati dal grande statista trentino tra il 1945 e il 1953.

    Sono state scelte lungimiranti che ci hanno consentito di godere del più lungo periodo di pace da quando si è fatta l’Unità d’Italia e anche di raggiungere un benessere e uno sviluppo tecnologico mai visti in precedenza. De Gasperi era solito ripetere una citazione non sua: “un politico guarda alle prossime elezioni, lo statista invece, deve guardare alle future generazioni”. E lui ha saputo guardare lontano, per questo lo si potrebbe anche definire come uno statista “venuto dal futuro”.

    Ma nella saggistica su De Gasperi il titolo che ricorre con più frequenza è “il Costruttore” oppure “il Ricostruttore” si veda ad esempio l’ultimo libro del giornalista Antonio Polito, edito da Mondadori proprio in occasione del settantesimo degasperiano. Sono titoli anch’essi pertinenti, perché la politica di De Gasperi era permeata di concretezza: “politica vuol dire realizzare” era il suo motto. E ricostruì il paese uscito in macerie da una guerra persa (grazie anche alla saggia gestione degli aiuti del Piano Marshall), ne protesse con dignità e fermezza i confini ormai indifesi (morì due mesi prima di vedere ricongiunta Trieste all’Italia), risollevò la Lira dal vortice inflazionistico in cui era precipitata, attuò la prima ed unica riforma agraria del paese, insediando sui latifondi incolti migliaia di contadini, aiutò il Sud Italia a risollevarsi con la Cassa del Mezzogiorno, fondò l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) mettendovi a capo Enrico Mattei, la RAI… In altre parole, diede avvio a quel “miracolo economico” che caratterizzerà l’Italia degli Anni Cinquanta e Sessanta.

    Dobbiamo poi ricordare il suo impegno per l’unità dell’Europa che considerava come la nostra seconda patria: “il futuro [dell’Europa] non verrà costruito con la forza, nemmeno col desiderio di conquista, ma attraverso la paziente applicazione del metodo democratico, lo spirito di consenso costruttivo e il rispetto della libertà”. Fu tra i fondatori della CECA (Comunità Europea Carbone Acciaio), per la libera circolazione delle materie prime tra Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo e fu promotore del Consorzio Europeo di Difesa (CED) del quale aveva già concordato con le nazioni aderenti alla CECA i protocolli d’intesa.

    Era un progetto geniale, perché la difesa comune avrebbe comportato anche una politica estera e una presidenza europea comune, di conseguenza, si sarebbe raggiunta l’unità d’Europa con uno statuto di tipo federale (simile agli USA) già negli Anni 50’. Ma dopo la morte di De Gasperi il progetto venne accantonato e solo oggi che abbiamo una guerra alle porte, se ne comprende l’importanza e ci si rammarica di non averlo realizzato. Come al solito, De Gasperi aveva visto molto lontano, più lontano di tutti.

    De Gasperi e il Polesine

    Si deve premettere che, a causa dei lavori in atto all’Accademia dei Concordi, non sono consultabili le raccolte della stampa locale che trattano compiutamente questo argomento. Si sono perciò attinte notizie dal settimanale diocesano (la cui raccolta è conservata presso la Biblioteca del Seminario), da alcuni libri e anche dalle memorie di un testimone d’eccezione: l’on. Antonio Zanforlin. Ma, data la frammentarietà delle fonti, potrebbero esserci delle imprecisioni e omissioni e ci si scusa fin d’ora coi lettori.

    Da quanto risulta, De Gasperi fece visita a Rovigo domenica 29 aprile 1951 e potrebbe essere stata la prima volta che veniva in questa città, poco rilevante sotto l’aspetto economico e artistico, ma problematica dal punto di vista politico. Nel Polesine, infatti, il numeroso bracciantato agricolo, misero e spesso disoccupato, aveva votato in massa il Fronte Popolare (l’alleanza fra comunisti e socialisti), di conseguenza, questa era l’unica provincia “rossa” del Veneto e anche la più turbolenta (qui erano sorti i primi scioperi noti come “La Boje” e le prime leghe).

    Avvicinandosi le elezioni amministrative, previste per fine maggio 1951, De Gasperi volle aprire la campagna elettorale proprio a Rovigo, dove nella mattinata ricevette il saluto delle autorità locali, presenziò ad una cerimonia in onore dei caduti, fece una breve visita all’Accademia dei Concordi, quindi, nel pomeriggio tenne un comizio dalla loggia del comune alla folla che gremiva Piazza Vittorio Emanuele. L’intento propagandistico era evidente, ma non servì a mutare il risultato della votazione che vide eletto alla presidenza della provincia il comunista Alfredo De Polzer e comunisti o socialisti erano anche i sindaci eletti nella maggior parte dei comuni polesani, capoluogo compreso (a Rovigo divenne sindaco il comunista Giancarlo Morelli).

    Il rapporto con il Polesine divenne più intenso, in seguito alla tragica alluvione, causata dalla rotta del Po a Paviole e Occhiobello il 14 novembre 1951. Era sua abitudine avere sempre un contatto diretto con la realtà del paese, perciò, appena due giorni dopo, il 16 novembre, De Gasperi era a Rovigo, per rendersi conto della situazione e per dimostrare la vicinanza del Governo alla popolazione alluvionata.

    Nell’immediato aveva inviato qui il sottosegretario Mariano Rumor, che era giunto a Rovigo il 15 pomeriggio, in treno fino a Bologna e poi in auto passando per Ostiglia, Legnago e Badia Polesine. De Gasperi arrivò per lo stesso percorso verso mezzogiorno del 16, accompagnato dal Ministro dei Lavori Pubblici Salvatore Aldisio e dal sottosegretario Teodoro Bubbio. Tenne subito un incontro in Prefettura con le autorità della provincia per concordare gli interventi di soccorso più urgenti e le strategie successive. Qui prese atto del caos organizzativo esistente, dovuto al fatto che troppe autorità locali avevano competenza sull’evento pur essendo tecnicamente incompetenti: il prefetto Umberto Mondio, giunto a Rovigo da Enna pochi giorni prima della rotta, non sapeva nemmeno dove fosse Occhiobello, credeva che l’Alto Polesine fosse montuoso e presentò a De Gasperi una carta del Polesine rovesciata, il Presidente della Provincia De Polzer non smetteva di polemizzare con il Governo per il mancato invio di mezzi di prevenzione, il Magistrato alle Acque e l’ing. Sbrana del Genio Civile non sapevano cosa fare con gli argini della Fossa Polesella, i Consorzi di Bonifica, vari sindaci, mons. Vescovo… ognuno aveva richieste e soluzioni le più varie.

    Per un intervento di ricostruzione rapido ed efficace bisognava superare questo stato di cose e De Gasperi lo fece ancora una volta con una decisione inedita, destinata a fare scuola: la nomina di un Commissario Straordinario alla Ricostruzione (all’epoca si chiamava “sottosegretario ad acta”), che avesse come unico referente del suo operato il Presidente del Consiglio. L’incarico venne affidato all’on. Giuseppe Brusasca (dai polesani chiamato scherzosamente Burrasca), un piemontese che aveva già dato prova di capacità organizzative sia come comandante partigiano, che come responsabile della Democrazia Cristiana per la città di Alessandria. Che si rivelò essere l’uomo giusto al posto giusto, perché in meno di un anno portò a compimento opere per le quali i tecnici avevano previsto tempi non inferiori ai due anni e mezzo.

    Ma prima di lasciare Rovigo De Gasperi volle fare una visita all’Ospedale Civile per portare conforto ai pochi superstiti del “camion della morte” tra i quali i fratelli Mario e Giovanni Bellinello che in quella tragedia avevano perso le rispettive mogli e 5 figli il primo, 3 il secondo. Li incontrerà di nuovo l’anno seguente all’inaugurazione del piccolo sacrario presso l’oratorio di San Lorenzo al Passo di Frassinelle, dov’erano state tumulate le 84 vittime di quel disastro.

    De Gasperi tornerà infatti a Rovigo per la Fiera d’Ottobre dell’anno seguente (25-10-1952), accompagnato dalla moglie Francesca Romani, per partecipare all’inaugurazione della Mostra della Ricostruzione, organizzata dalla Camera di Commercio nell’area di Palazzo Susa, in viale Regina Margherita (ex canapificio Valle Susa, dove ora sono il palazzo di vetro, la Banca d’Italia e altri edifici recenti). La stessa provvide per l’ora di pranzo un servizio a buffet presso il Salone del Grano, riservato alle autorità presenti.

    L’emergenza alluvione era stata velocemente e brillantemente superata e la popolazione accolse De Gasperi in un clima di festosa gratitudine. Nella circostanza egli visitò anche la sede diocesana della POA (Pontificia Opera Assistenza), all’epoca diretta da don Cornelio Cazzuffi, che aveva ospitato nelle sue colonie centinaia di bambini alluvionati e, come si è accennato poco sopra, presenzierà nel pomeriggio all’inaugurazione del sacrario al Passo di Frassinelle e del monumento eretto sul luogo della tragedia nella frazione Chiesa.

    Sarà uno degli ultimi successi del suo governo, perché nel luglio 1953 De Gasperi amareggiato per il fallimento della legge maggioritaria, dalle opposizioni bollata come “legge truffa” (quando avrebbe consentito esecutivi più stabili, che era ciò di cui l’Italia aveva bisogno) e per non aver ottenuto la fiducia al suo ottavo mandato come presidente del consiglio, rinunciò agli incarichi governativi e mantenne solo la carica di segretario della Democrazia Cristiana. Dopo pochi mesi, dovette lasciare anche questa (lo sostituirà l’on. Fanfani), perché il suo cuore sfiancato dalle fatiche e dalle sofferenze di una vita spesa al servizio della nazione, non gli consentiva più di affrontare altre sfide.

    Ritiratosi nella sua casetta a Sella di Borgo Valsugana (Tn), qui si spense serenamente invocando il nome di Gesù all’età di 73 anni. Gli italiani accolsero la notizia con un’ondata di generale commozione e sbigottimento, era come avessero perso un padre, una guida sicura.

    Il suo feretro, partito domenica 22 agosto con un treno speciale da Trento e diretto a Roma per le esequie di Stato, via Rovereto, Verona, Vicenza, Padova, Rovigo, Ferrara… fu atteso nelle stazioni di transito da migliaia di cittadini che vollero testimoniare col loro silenzioso saluto, l’affetto e la gratitudine verso quest’uomo che aveva fatto della politica al servizio della patria la sua missione.

    Sul treno era presente una specie di “guardia d’onore” al feretro formata dalla nuova élite democristiana (Fanfani, Moro, Scalfaro, Colombo …). Vi era anche il senatore polesano Umberto Merlin, che pur non essendo un leader emergente, volle accompagnare De Gasperi nell’ultimo viaggio. Quasi coetanei, i due erano infatti legati da una grande e sincera amicizia, iniziata fin dal 1921, quando entrambi furono eletti parlamentari nelle file del Partito Popolare.

    Alle 10,37 il treno entrò nella stazione di Rovigo e vi sostò il tempo per ricevere l’ultimo affettuoso abbraccio delle autorità e dei polesani accorsi numerosi con bandiere, gonfaloni e fiori. Il vicario diocesano mons. Rosina, salito sul carro porta-feretro benedisse la bara, quindi i giovani della D.C. la cosparsero di stelle alpine. Poi il treno riprese la sua mesta corsa fra uno sventolio di fazzoletti, lancio di fiori e tante lacrime.

    Ma la storia di De Gasperi non si è conclusa con la sua morte, Infatti, all’inizio degli Anni 90’ l’allora vescovo di Trento, mons. Giovanni Sartori ha dato avvio all’istruttoria diocesana per la causa della sua beatificazione. Come polesani ci sentiamo particolarmente vicini all’iniziativa di mons. Sartori, che prima di essere traslato a Trento era stato per circa dieci anni vescovo della diocesi di Adria-Rovigo.

    Purtroppo, il fascicolo inoltrato fin dal 2005 al Dicastero per le Cause dei Santi in Roma, giace colà inattivo, in attesa che si accerti un qualche miracolo attribuibile all’intercessione di De Gasperi. Sarebbe in tal modo elevato dall’attuale titolo di Servo di Dio a quello di Beato e poi di Santo. Sì, per la Chiesa non sono sufficienti i miracoli che egli come statista ha fatto in vita, se ne pretendono anche dall’aldilà.

    Ma riservato e schivo com’era, De Gasperi dal Paradiso non sembra ambire all’onore degli altari, pare voglia essere ricordato solo come un umile, inutile Servo di Dio e della Patria.

    Si ringraziano don Pierantonio Castello per l’esclusiva documentazione fotografica, il dr. Adriano Mazzetti per le fonti edite e l’on Antonio Zanforlin per le informazioni sulle visite di De Gasperi in Polesine.

  • Il Cenacolo del Bonsignori

    Il Cenacolo del Bonsignori

    Sono poche in Italia le opere d’arte contese come il “Cenacolo” del Bonsignori. Si tratta di un olio su tela di proporzioni davvero notevoli: 7,37 metri di base per 2,50 di altezza. Lo dipinse il pittore veronese frà Girolamo Bonsignori nel 1514, per il refettorio del monastero benedettino del Polirone – oggi San Benedetto Po – a due passi da Mantova.

    Nel 1927 lo ritroviamo nel refettorio di un’altra abbazia benedettina: la Vangadizza di Badia Polesine. Ci pensa la Sovrintendenza di Verona a notificarne la presenza. Ed è ancora lì, quando l’8 maggio del 1981 scoppia l’incendio che devasta il refettorio.

    L’anello di congiunzione tra il Polirone e Badia Polesine è il conte Giovanni D’Espagnac, un abile affarista al seguito di Napoleone Bonaparte, che con destrezza, a partire dal 1797, riesce a comprare dapprima l’Abbazia di Badia Polesine e poi quella di San Benedetto Po, dove a quel tempo il Cenacolo era ancora conservato; non più però nell’originaria collocazione ma nella neoclassica biblioteca voluta dall’ultimo abate del monastero.

    Dopo l’incendio in Vangadizza, l’Ultima cena del Bonsignori è oggetto di un importante intervento di restauro e poi di un’esposizione in Accademia dei Concordi a Rovigo, che contribuisce a riaccendere i riflettori sull’indubbio valore dell’opera e ad aprire la disputa sulla proprietà.

    Negli anni ’80 l’Abbazia della Vangadizza non è più degli eredi del D’Espagnac, ma di una società di Castagnaro di Verona che fa capo alla famiglia Bonetto che, dopo lunghe trattative private con i contendenti, sceglie di vendere tutto al Comune di Badia Polesine per il valore di 900milioni di vecchie lire.

    È il 1985, ma per altri 4 anni si trascina tra i tribunali, a suon di carte bollate, il contenzioso tra il Comune di Badia Polesine e San Benedetto Po per la proprietà del Cenacolo del Bonsignori, finché arriva la conferma della proprietà al Comune polesano.

    Intanto, fino al 2019 la grande tela del Bonsignori resta esposta in una delle sale del badiese Museo Civico Baruffaldi, uno spazio troppo angusto per poter apprezzare pienamente l’opera.

    Oggi, riappacificati gli animi, il Cenacolo è temporaneamente nel luogo dove fu concepito, dove finalmente si può ammirare in tutto il suo splendore, e dove lo vide nella seconda metà del ‘500 anche Giorgio Vasari, citandolo nelle sue “Vite” come opera del “bravo depintore veronese fra Girolamo Bonsignori” e come “bella copia di quello Leonardesco”.

    L’Ultima cena di Leonardo in Santa Maria delle Grazie a Milano è di certo il punto di partenza del Bonsignori. Non poteva essere diversamente. Dopo il 1494 nessun pittore che si volesse cimentare con quel soggetto poteva prescinderne. Ma è riduttivo definire la tela del Polirone una “bella copia”. Troppe sono le differenze.

    Lo spazio in cui il Bonsignori inserisce la scena, ad esempio, è più stretto; ciò dà alla composizione una maggiore concitazione. Il Cristo è sempre al centro, ma dietro di lui non si aprono le tre finestre sull’esterno che rappresentavano la grande novità leonardesca, ma un’ampia porta che dialoga con l’architettura dipinta ad affresco esterna alla tela ma che contiene la tela stessa e raffigurante l’ampia navata di un tempio antico.

    Nella tela del Bonsignori la figura del Cristo è inscritta in un triangolo esattamente come in Leonardo. Leonardesche sono anche la disposizione degli apostoli a gruppi di tre e la gestualità, mentre i lineamenti dei dodici sembrano qui più attentamente definiti.

    Nuova è la scansione dello spazio: in corrispondenza di ogni gruppo di apostoli, il Bonsignori dipinge grossi plinti su cui poggiano illusionisticamente i pilastri della navata del tempio affrescati oltre la tela. Il pavimento a meandri è l’altra novità del Cenacolo del Polirone e rimanda al motivo del labirinto simbolo della difficile via per la salvezza. Su questo pavimento Bonsignori, a differenza di Leonardo, si sofferma sui dettagli dei piedi degli apostoli: richiamo esplicito del momento in cui Gesù lava i piedi ai suoi invitandoli a fare lo stesso.

    Anche gli oggetti, citati nella loro valenza simbolica e disposti sul tavolo sopra una tovaglia bianchissima di cui l’autore con bravura ci restituisce persino il segno della stiratura, sono una novità. All’interno dei piatti si riconoscono i gamberi di fiume, nella simbologia cristiana espressione del cambiamento e del rinnovamento. Accanto ci sono frutti come mele e pere, alcune delle quali guaste, espressione del peccato. C’è il pane bianco ma anche quello scuro di segale, a dire che la salvezza è per tutti. Il vino, nei bicchieri di vetro trasparente, è di due colori: il bianco che accompagna il pasto a base di pesce ed il rosso che è il rimando esplicito al sangue di Cristo.

    Solo Giuda ha il bicchiere pieno di vino rosso. Egli, infatti, è l’ebbro incapace di discernere il bene dal male. Davanti alla figura di Giuda, che stringe in mano la sacca con i denari, c’è una delle tante saliere poste sul tavolo – Il sale per i benedettini del Polirone aveva una grande importanza; avevano infatti autorità per imporre una tassa sui carichi di sale in transito sul Po – La saliera di fronte a Giuda è rovesciata, a contraddire ciò che Gesù aveva detto loro “Voi siete il sale della terra”.

    Le scelte iconografiche di Bonsignori esprimono bene lo spirito di rinnovamento e l’atmosfera culturale che al tempo si respirava nel monastero di San Benedetto Po e di cui il monaco Gregorio Cortese fu il principale interprete.

    A Gregorio Cortese (1483-1548) è dedicata oggi la piazza antistante al monastero. Figlio di una tra le più importanti famiglie di Modena, dopo la laurea in Legge intraprende la carriera ecclesiastica. Intellettuale, giurista, uomo di eccezionale cultura e sensibilità Cortese è a Roma accanto a Papa Leone X de Medici, di cui diventa consigliere. Ma presto una forte inquietudine spirituale lo spinge a rinunciare alla carriera ecclesiastica e a scegliere il monachesimo. Sua intenzione è approfondire la conoscenza delle Sacre scritture. Così prima degli anni dieci del ‘500 arriva a San Benedetto Po di cui è cellerario e maestro di scuola.

    In quegli anni il Polirone diventa un centro culturale internazionale, ed è Gregorio Cortese ad ispirare i temi per la decorazione del Refettorio dei monaci. Avrebbe voluto che a realizzarla ci fosse Raffaello Sanzio, la cui opera gli era ben nota, ma l’urbinate era troppo impegnato e così, su suggerimento del duca di Mantova, affida l’incarico a quel frà Gerolamo, Bonsignori fratello del pittore di Corte dei Gonzaga Francesco Bonsignore stimato ritrattista dal duca.

    Nelle intenzioni del Cortese il tema dell’Ultima Cena doveva dialogare con l’annuncio di salvezza dell’Antico Testamento. Così la tela ad olio viene concepita e inquadrata in un’architettura dipinta ad affresco rappresentante la navata di un tempio, da cui emergono le figure di profeti e di angeli portavoce della venuta del Cristo.

    Per molto tempo si è creduto che frà Girolamo fosse l’autore sia della tela che dell’affresco, che in realtà fu realizzato da Antonio Allegri da Correggio, nel 1514 appena ventenne.

    L’affresco nel corso del ‘700 fu ricoperto da uno strato di intonaco e per secoli se ne persero le tracce. Quando nel 1985, durante i lavori di restauro del refettorio riemerse, il compianto Antonio Paolucci affermò che si trattava di una scoperta straordinaria per la storia dell’arte: perché anticipava di un decennio la diffusione dei modi raffaelleschi nel nord Italia e perché accertava la legittima proprietà del Cenacolo del Bonsignori a San Benedetto Po.

    Se la vicenda giudiziaria per la proprietà non ha dato ragione al professor Paolucci, a distanza di qualche decennio, c’è da credere che il suo auspicio di non smembrare per interessi privati o campanilistici il complesso pittorico del Polirone, possa essere rivalutato.

  • 1599-1604 Il taglio del Po

    1599-1604 Il taglio del Po

    È risaputo che il Delta attuale è l’esito di un grande intervento avviato dall’uomo e voluto dai Veneziani: il taglio di Porto Viro. Proprio la sua magnificenza ci porta ancora oggi ad interrogarci sulle fasi di realizzazione, le difficoltà e sulla memoria ancora rintracciabile in loco dei vari lavori che portarono al compimento finale dell’opera.

    Certo disponiamo di documenti d’archivio che ci aiutano a ricostruire il contesto storico e le fasi salienti che portarono allo scavo dell’opera di canalizzazione delle acque del Po, che ha modificato radicalmente la conformazione geografica e il paesaggio del Delta; ma proprio queste trasformazioni e le successive stratificazioni di insediamenti e di interventi per il controllo e la regimazione delle acque, rendono quanto mai difficile rintracciare i siti che hanno un valore significativo per la storia del Taglio di Porto Viro.

    La lettura di cartografie storiche comparate con le morfologie attuali – riscontrabili soprattutto con indagini dirette sul campo – hanno consentito a Daniele Bergantin, geologo, appassionato di storia locale, di individuare quei luoghi a cui fanno riferimento i dati storici.

    Non si tratta di ambienti caratterizzati da aspetti monumentali o da paesaggi particolarmente suggestivi, anzi possono apparire anonimi e privi di significato, ma, se letti con l’occhio attento di chi conosce le fasi salienti che portarono alla realizzazione del grande intervento di deviazione del Po, diventano dei punti di riferimento fondamentali da far conoscere a un pubblico ampio per il loro significato storico e morfologico.

    Nasce da questa costatazione l’idea di realizzare un filmato, utile a far conoscere questi luoghi, magari corredandolo di un supporto cartografico da distribuire nei centri visita dei comuni del Parco, per consentire l’individuazione delle località più significative. Il progetto realizzato dal Ce.Ri.Do Delta, il Centro di Ricerca e Documentazione del Delta, in collaborazione con il Circolo del cinema “Mazzacurati” di Adria, è stato finora completato nella prima parte, con l’elaborazione di un docufilm dal titolo: “1599-1604, i luoghi storici del Taglio di Porto Viro”, dedicato a questa imponente opera ingegneristica, che ancora oggi merita di essere ricordata per le ripercussioni che ha avuto sulla storia del Delta.

    Il filmato è stato presentato per la ricorrenza dei 420 anni dall’apertura del Taglio, il 16 settembre scorso al Teatro Sociale di Loreo, per dare opportuno rilevo al fondamentale ruolo rivestito dalla cittadina per l’avvio dei lavori del Taglio, in considerazione delle strette relazioni instaurate fin dal medioevo con la Serenissima Repubblica.

    Il docufilm, basato sulle ricerche condotte da Daniele Bergantin, è stato realizzato dal regista Simone Bardi, che ha al suo attivo una variegata produzione di docufilm improntati sulla relazione tra l'uomo e la natura, l’espressione culturale e la preservazione delle tradizioni. Animano nella descrizione di luoghi e vicende la voce fuori campo di Antonino Varvarà e la vivace interpretazione di Letizia Piva.

    Le varie fasi narrate nel filmato si concentrano su un periodo ben preciso: 1599-1604, gli stessi anni in cui, partendo dalla progettazione, si giunge allo scavo del nuovo ramo, fino all’apertura del Taglio il 16 settembre del 1604.

    Il percorso inizia con l’arrivo mediante navigazione lungo il Canale di Loreo della commissione di tecnici veneziani, che soggiornano a Loreo nella casa del “clarissimo Ser Domenego De’ Priuli”, un’abitazione costruita tra il 1537 e 1582, ancora oggi esistente anche se non più nell’aspetto originario. Altri luoghi di riferimento per i tecnici della commissione veneziana, sono le due chiese di Santa Maria Assunta e la Chiesa del Pilastro, dove si recavano ogni mattina per partecipare alla messa.

    Si segnala inoltre l’area in cui si trovava la Ca’ Malipiero di Giovanni, dove alloggiò Alvise Zorzi, il primo provveditore incaricato ai lavori del Taglio. Il fabbricato della fine del 1500, è stato successivamente sostituito dalla “Corte Contarini detta Cao di Marina” un complesso di edifici situati a Porto Viro, che negli scorsi decenni sono stati demoliti, lasciando come unica testimonianza i resti, ormai in rovina, dell’oratorio, dedicato a San Gaetano da Thiene.

    Oltre ai luoghi d’interesse messi a disposizione per l’arrivo e la residenza degli esperti preposti all’organizzazione dei lavori, sono ancora oggi identificabili alcune morfologie significative per definire la trasformazione del paesaggio. Lungo il percorso proposto si individuano le vecchie diramazioni del Po di Tramontana con la foce identificabile in via Boccavecchia in comune di Rosolina, del Po di Scirocco in comune di Porto Viro, dove è possibile rintracciare anche l’argine destro del Po delle Fornaci, mentre il vecchio argine sinistro corrisponde a un tratto in comune di Loreo, lungo l’attuale argine del Po di Venezia, tra Cavanella Po e la conca di Volta Grimana, dove un tempo si trovavano le proprietà della famiglia Querini.

    Il Taglio realizzato mediante un canale di immissione nella vecchia Sacca di Goro, ne causa l’interrimento, che ne rende difficile l’identificazione, ma a memoria dell’antica morfologia, sull’argine sinistro del Po di Venezia in località Cà Cappellino, in occasione dei 400 anni del taglio, è stata posizionata una tabella per indicarne il luogo d’inizio. Probabilmente la reale posizione dell’inizio della Sacca è da porsi, secondo Bergantin, in un’area posta a circa un chilometro più a sud rispetto al cartello segnaletico, sulla base di un successivo confronto tra le mappe del 1600 con la geomorfologia, che colloca qui i resti di un cordone di dune costiere.

    Importantissimo per la storia di questi immani lavori è il posizionamento del punto d’inizio del nuovo corso, rintracciabile in località Vallina all’estremità occidentale del centro urbano Taglio di Po, corrispondente alla antica località di Porto Viro, indicata dal Senato Veneto come punto di partenza per l’inizio dei lavori. Alcune morfologie rintracciabili dal confronto di 2 mappe di epoche diverse, una del 1600, che rappresenta il progetto del Taglio, e una napoleonica del 1814, ci consentono anche di ubicare il punto di innesto del nuovo ramo, ravvisabile in una caratteristica variazione della sagoma arginale destra, in gergo tecnico una coronella, rintracciabile presso l’argine destro del Po a Taglio di Po, vicino all’odierna via Alessandria. Qui, tra Ca’ Nani e Ca’ Zen doveva esservi il Cason Malipiero citato come punto di partenza per i lavori di scavo nella relazione finale per il progetto di deviazione del grande fiume datata 13 marzo 1599.

    Ampia è stata la partecipazione alla serata del 16 settembre da parte di un pubblico molto attento, proveniente non solo da Loreo, ma anche dai vicini comuni di Cavarzere, Rosolina, Adria, Porto Viro e Ariano nel Polesine. Il filmato è stato corredato dagli interventi di Luigi Contegiacomo, che ha illustrato alcune cartografie storiche utili alle ricerche di Daniele Bergantin e Antonio Lodo, che ha delineato le fasi storiche che hanno portato alla realizzazione del lavoro di deviazione del Po. Successive proiezioni sono state organizzate a Porto Viro il 21 ottobre presso la Sala Eracle e il 22 novembre ad Adria presso la sede della Fondazione Franceschetti e Di Cola, dove si è tenuta anche una piccola mostra con mappe del Delta. Il progetto è stato sostenuto dalla Fondazione Franceschetti e Di Cola di Adria, dal Circolo del cinema “Mazzacurati” di Adria dai comuni sede degli eventi citati per i lavori del Taglio: Loreo, Porto Viro, Rosolina e Taglio di Po.

    Si sta lavorando alla realizzazione della mappa con l’ubicazione di tutti i luoghi citati, utile anche a fini turistici, auspicando il reperimento dei fondi necessari per la stampa di un dépliant informativo.

  • Una foce e un lido da monitorare

    Una foce e un lido da monitorare

    Nel precedente scritto “Breve storia del delta dell’Adige” ci siamo occupati delle variazioni riscontrate nel corso dei secoli relativamente al secondo fiume d’Italia, con particolare riferimento alla sua foce. E, per quanto riguarda lo sbocco a mare dell’Adige, abbiamo fatto cenno ad interventi di modifica per migliorare il flusso dell’acqua alla foce.

    Un obiettivo questo mirato inoltre a proteggere il territorio costiero di cui ora intendiamo occuparci.

    Gli interventi di salvaguardia del litorale

    La prima volta che si interviene per proteggere la parte settentrionale del lido Rosolina Mare risale al 1961. Abbiamo la testimonianza indiretta del geometra Luigi Mario Dissette che all’epoca seguì i lavori. Le foto che testimoniano l’intervento ci fanno vedere sia una protezione longitudinale posizionata sulla spiaggia sia perpendicolare alla linea di riva con dei pennelli che si estendevano dalla spiaggia in mare. In entrambi i casi si procedeva con la messa in opera di pali di legno uniti da fascine vegetali. L’infissione avveniva a mano con l’ausilio di una pompa che immetteva un getto di acqua attorno al palo, favorendo così la penetrazione nella sabbia smossa fino alla profondità di qualche metro.

    È di quel periodo la creazione di un piazzale e la realizzazione del primo casone. La caratteristica costruzione senza pareti aveva il tetto di canna palustre, mentre la struttura portante era sostenuta da pali e traverse in legno. L’offerta consisteva in una ristorazione spartana ma genuina a base di pesce pescato.

    Nonostante la rudimentale protezione, le mareggiate dell’inverno 1962 e 1963 provocheranno una parziale erosione dell’arenile e la distruzione del casone. Nel 1964 si procederà alla costruzione di due nuovi edifici simili, che daranno il nome alla località “I Casoni” posta in prossimità della foce dell’Adige.

    Un secondo tentativo di protezione del litorale venne attuato all’inizio degli anni ’70, ad opera del concessionario del Villaggio Turistico Rosapineta Nord, il quale provvide alla posa in opera di tre pennelli. Si tratta di piccole “dighe” costituite da un deposito di massi calcarei disposto ortogonalmente al litorale e ricoperto da uno strato di bitume e calcestruzzo.

    I pennelli sono delle opere di difesa del litorale che intercettano una parte del trasporto solido del moto ondoso (la sabbia), che nel caso della costa adriatica è prevalentemente rivolto a sud e determinano un deposito sul lato sopraflutto (zona più esposta alle onde) ed una erosione sul lato sottoflutto (parte più riparata). Una variabile che modifica la condizione di sopraflutto e sottoflutto è costituita dalla direzione delle onde, che dipende da due principali venti, quelli di Bora da nord-est e Scirocco da sud-sud-est.

    Dei tre pennelli il centrale mostrava una discreta dimensione ed è curiosamente denominato “diga delle Marmotte” in google maps e google earth. Il pennello principale diventerà nei due decenni successivi il punto di flesso. Sarà qui infatti che si verifica la variazione fra arretramento e avanzamento del litorale settentrionale. La linea all’incirca retta che delimita il perimetro esterno del lido di Rosolina Mare, proprio in questo punto subisce una deviazione, palesando la perdita di superficie nella porzione nord del litorale.

    Nei primi anni ’80 il Genio Civile di Rovigo Ufficio Opere Marittime della Regione del Veneto è intervenuto nel settore settentrionale del lido rosolinese, con la messa in opera di 4 pennelli trasversali posizionati a nord della vecchia terna del 1970. La funzione di tali opere di difesa è quella di smorzare l’energia delle onde e di conseguenza diminuire l’erosione del moto ondoso lungo il litorale e favorire il deposito del materiale sabbioso.

    Gli interventi attuati non risultano però mai definitivi e, per salvaguardare la spiaggia di Rosolina, vengono progettati e realizzati altri lavori.

    Nei primi anni ’90, dopo una grande mareggiata, si verificò una situazione allarmante dal punto di vista ambientale, perché la vecchia discarica di rifiuti urbani, impropriamente ubicata nei pressi della foce, rischiava di venire raggiunta dall’erosione.

    L’intervento di protezione si attuò con la messa in opera di una scogliera di massi calcarei, che si sviluppava longitudinalmente per circa 150 metri. Successivamente, tra gli ultimi anni del ’90 e il 2000, il Genio Civile di Rovigo realizzò un prolungamento ulteriore per un tratto di 330 metri, mediante una robusta scogliera calcarea con sommità orizzontale e lavorazione a specchio verso il mare, che ha dimostrato nel tempo una discreta solidità.

    La situazione dal 2000 ad oggi

    Uno studio del 1993 sulla funzionalità della coronella in scogliera che risale agli anni ’80, posta in opera per prolungare il lato destro dell’Adige, aveva appurato che le acque dolci superficiali del fiume scorrono con maggiore velocità nella sezione in destra e filtrano attraverso i massi calcarei, portando in mare verso la spiaggia di Rosolina l’eventuale carico inquinante trasportato dal fiume.

    Per tentare di ovviare a questo ulteriore problema, presso la foce dell’Adige, dai primi anni del 2000 fino al 2010, si provvedeva annualmente alla messa in opera di palancole cosiddette stagionali, in quanto venivano infisse nel mese di marzo e poi rimosse in autunno, al termine della stagione balneare. In seguito tale intervento venne giudicato inadeguato e sospeso.

    Le palancole sono dei profilati in acciaio di forma allungata che vengono infissi nel fondale sabbioso del mare ed essendo ad incastro verticale tra di loro, vengono a costituire una parete continua. Si sviluppavano in mare per una lunghezza di circa 500 metri, portando il carico idrico a disperdersi lontano dalla costa. Il motivo dell’operazione consisteva nel voler allontanare dalle spiagge il carico di sostanze chimiche e batteriologiche disciolte nell’acqua dell’Adige che proveniva dagli scarichi industriali e urbani posti a monte.

    Per quanto riguarda il mantenimento della spiaggia, dal 2007 la Regione Veneto provvede nel periodo primaverile al ripascimento artificiale del litorale nord di Rosolina tramite prelievo di sabbia alla foce dell’Adige. L’operazione di rifornimento di sabbia viene eseguita con l’ausilio di una draga con tubo aspirante collegato ad una derivazione individuata come “sabbiodotto” che distribuisce la sabbia prelevata in vari punti del tratto eroso. La quantità di sabbia distribuita lungo il litorale varia da 20.000 a 45.000 mc/anno.

    In misura minore, il prelievo della sabbia ha interessato anche la bocca di Porto Caleri, con trasporto della sabbia mediante un’imbarcazione.

    Si tratta di interventi stagionali non definitivi, in quanto la quantità di sabbia mossa e depositata è ritenuta sufficiente per la fruizione turistica estiva, ma non in grado di garantire la stabilità dell’arenile nel tempo. Lo spazio sabbioso ripristinato peraltro, risulta essere molto ridotto rispetto all’estensione della spiaggia presente negli anni 1960 – 1970, periodo in cui erano sorti il villaggio turistico Rosapineta Nord ed il campeggio Margherita.

    Tra le iniziative attuate, nel tentativo di salvaguardare la zona costiera di Rosolina mare, va annoverato l’intervento realizzato a partire dal 2008 nel tratto del villaggio turistico Rosapineta Nord, consistente nella messa in opera di grandi sacchi sintetici di colore nero, riempiti di sabbia. Le tempeste autunno-invernali con il vento di Bora e lo Scirocco, ogni anno provocano una consistente erosione della spiaggia con una antiestetica messa a nudo dei grandi sacchi neri posti a protezione del litorale. Dopo le mareggiate invernali i sacchi vengono tagliati e aperti consentendo al materiale sabbioso di disperdersi sulla spiaggia.

    C’è poi da dire che la scomparsa dell’isola che si trovava tra la coronella del 1983 e la parte terminale della foce, ha richiesto un prolungamento artificiale con la messa in opera di massi calcarei, arrivando attualmente ad uno sviluppo pari a circa 900 metri di scogliera di separazione fiume-mare.

    Alla data odierna i pennelli a protezione del litorale, posizionati trasversalmente alla linea di riva sono in numero di sette, tra cui alcuni di questi sono sagomati in calcestruzzo. Quattro a nord e due a sud di quello principale della vecchia terna (diga delle Marmotte). L’ultimo pennello si viene a collocare circa 100 metri a nord dalla piscina Europa, ormai in prossimità della parte centrale del lido con fruizione turistica.

    Siamo ormai in presenza del cosiddetto “sistema a pennelli” ovvero di una spiaggia caratterizzata da una serie continua di pennelli che viene a creare un profilo dentellato del litorale. In destra ed in sinistra di ogni pennello si determina una differente condizione di accumulo o di erosione, come documentato dal confronto tra le due foto.

    L’erosione della costa: problemi e prospettive

    I fattori che hanno portato prima alla riduzione e poi alla scomparsa del delta dell’Adige ed in un secondo tempo all’erosione del settore nord del lido di Rosolina Mare sono i seguenti:

    – la diminuzione della portata liquida e del trasporto solido, come conseguenza della costruzione di dighe a monte per invasi a scopo idroelettrico e di irrigazione;

    – la subsidenza antropica, dovuta sia alle estrazioni di gas in Adriatico, sia quella delle acque metanifere nel delta del Po degli anni 1938-1961;

    – la subsidenza naturale dei sedimenti quaternari che costituiscono i fondali delle spiagge della costa adriatica;

    – l’innalzamento del livello del mare dovuto al cambiamento climatico;

    – il taglio artificiale sull’ala destra della cuspide deltizia.

    Gli interventi di protezione del litorale hanno rallentato il fenomeno di erosione della spiaggia ed il ripascimento annuale consente la fruizione turistica della spiaggia, pur tuttavia l’evoluzione attuale appare orientata ad un ulteriore arretramento del litorale, che sta in parte propagandosi verso la parte centrale del lido. È stato riconosciuto che i manufatti realizzati, creano interferenza con la naturale flessibilità della foce e modificano il comportamento sedimentologico del trasporto lungo il litorale. Da una parte si ha il vantaggio di rallentare l’erosione della spiaggia già compromessa, ma come contropartita si viene a irrigidire la naturale evoluzione di questo tratto costiero. Gli effetti di una naturale ridistribuzione del trasporto solito litoraneo sono prevedibili ricorrendo a modelli morfodinamici basati su misure e rilievi sperimentali.

    Alcuni tratti della zona settentrionale presentano una situazione di spiaggia totalmente compromessa, senza presenza di sabbia, ma con un muraglione di massi calcarei alto qualche metro. Ciò ha determinato un nuovo scenario, che consente una visione del mare Adriatico da una posizione sopraelevata di alcuni metri e rivela una prospettiva inaspettata.

    Da circa due anni è in atto una cooperazione tra la Regione Veneto e Unionmare che riguarda la salvaguardia della costa adriatica.

    In seguito ad un primo incontro con una ditta olandese leader nello studio delle opere di ingegneria idraulica e difesa della costa, è stato avviato uno studio pilota per proteggere tutto il litorale veneto. Il primo comunicato ufficiale indirizza all’abbandono delle pratiche utilizzate finora come il ripascimento ed i pennelli, per passare ad un progetto a lungo termine.

    A seguire, nell’ottobre 2022 è stato presentato un Protocollo d’intesa per lo studio di fattibilità, in accordo con la Conferenza dei Sindaci del litorale veneto e con la Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. E la storia continua…

    Si ringrazia l’ing. Guido Selvi dell’Ufficio Opere Marittime del Genio Civile di Rovigo per le informazioni riguardanti la protezione del litorale di Rosolina Mare e Gian Maria Zanini di Rosolina per avere fornito sia ricordi storici personali sia le foto del geom. L. Dissette.

  • Cent’anni

    Cent’anni

    Il 2024 è stato l’anno del centenario: cent’anni da quel 10 giugno 1924 che ha segnato, drammaticamente, la nostra storia. E, come succede per tutte le ricorrenze, più o meno “tonde”, il calendario ci invita a ricordare, a ripercorrere, a rivivere eventi del nostro passato – personale o collettivo – più o meno recenti.

    Nel nostro caso specifico (un secolo dal delitto Matteotti), la ricorrenza ha certamente portato buoni frutti: eventi, commemorazioni, pubblicazioni, incontri, tavole rotonde…

    La stessa maratona di lettura “Il Veneto Legge”, nella sua edizione 2024, proponeva tra i vari temi: Giacomo Matteotti. Anche la Biblioteca Comunale “Ludovico Ariosto” di Bagnolo di Po ha deciso di correre la sua maratona con l’aiuto di un gruppo di lettrici e lettori volontari che hanno prestato la loro voce per leggere alcuni passaggi salienti, tratti dal volume Giacomo Matteotti figlio del Polesine, in una serata dedicata alla presentazione del libro, alla presenza dell’autore Prof. Diego Crivellari.

    Ebbene, ma quanto tempo è un secolo? Davvero, anche per il nostro Polesine, sono passati cent’anni? Il delitto di un uomo, figlio di questa stessa terra, ha accelerato o rallentato il passare del tempo? A Fratta, come a Bagnolo di Po o in altri comuni polesani, quale la percezione? Quale il ricordo?

    Guardando, molto semplicemente, a Casa Matteotti in Fratta Polesine, non sembra che siano passati “secoli”. La casa, il giardino, il tinello, non danno certo l’impressione di appartenere alla preistoria; pare di entrare nella casa dei nonni e sembra ancor vivo il respiro di chi questi ambienti li ha vissuti. Ma all’impressione subentra la ragione che, subito, ci riporta al calendario: siamo già nella storia.

    Quella stessa storia che ci dice come il Polesine sia stato protagonista nelle vicende di quegli anni. Se i biologi ci ricordano che «Fenotipo = Genotipo + Ambiente» è vero che anche in questo caso la formula risulta valida: la realtà locale, sommata ai talenti personali, ha consentito il manifestarsi di personalità di indiscusso rilievo e non è possibile stabilire se la prima o i secondi abbiano avuto la preminenza.

    È così che, nel portale storico della Camera dei deputati, rintracciamo la scheda di Giacomo Matteotti come pure quella di un altro importante socialista polesano dell’epoca: il bagnolese Dante Gallani.

    Certo, due semplici schermate dalle quali non possiamo evincere quale fosse il fermento che ha contraddistinto le loro vite. Quella di Matteotti più nota e quella di Gallani meno conosciuta ma, come ci ricorda una lapide affissa sul lato ovest di Palazzo Roverella a Rovigo, non certo secondaria. Egli viene infatti ricordato come: Medico Deputato Agitatore, accanto sempre agli umili, ribelle sempre al tiranno…

    Giacomo Matteotti a Fratta, Dante Gallani a Bagnolo, Nicola Badaloni a Trecenta. C’era davvero fermento. Lo testimoniano altri due libri che coinvolgono, nuovamente, la nostra realtà bagnolese.

    Mario Ferro (1919-2006) descrive, nel suo Diario di un Antifascista, le vicende e le traversie vissute nei duri anni di lotta al regime e, a pagina 12 del suo volume, scrive: «Quando, con mio fratello Giovanni, passavamo da Fratta Polesine per andare a Badia Polesine e a Bagnolo di Po, dove avevamo dei parenti, mi diceva sempre: non ti dimenticare che qui è sepolto un grande socialista: Giacomo Matteotti».

    Il “fratello Giovanni” del passo sopracitato è Giovanni Ferro (1911-2008), autore di un altro volume dedicato al Polesine e al Socialismo, intitolato per l’appunto: La culla del Socialismo, il Polesine.

    Scrive Giovanni Ferro a pag. 243: «Le vacanze che trascorrevo in Vallalta […], ospite della famiglia Romanini, parenti di mia madre, contribuirono esse pure alla mia formazione politica. Romanini era un vecchio capolega, seguace del deputato socialista Dante Gallani ed amico del senatore Nicola Badaloni della vicina Trecenta. La moglie [Teresa Nonato, n.d.r.] era la maestra di Canda che raggiungeva ogni mattina attraversando il fiume in barca. Sull’aia, nelle sere d’estate, spannocchiando il granoturco, avevo modo di conoscere la psicologia dei contadini che nutrivano una fede illimitata verso l’ideale socialista ed erano sempre pronti per realizzare piani di opposizione al fascismo».

    Se anche in una piccola dimensione come la nostra, non mancavano le idee, la consapevolezza, gli “anticorpi” (come va di moda dire oggi) per reagire alla tirannia, come è stato possibile?

    Come si è instaurato il regime? Davvero gli accadimenti di quegli anni non sono stati abbastanza gravi da lasciare attoniti o non abbastanza da lasciare indifferenti? Quali interessi, quali forze, quali miopie, quali silenzi, quali complicità hanno consentito di arrivare a tanto? Nemmeno l’assassinio di Matteotti è riuscito a smuovere le coscienze?

    Sicuramente la deriva antidemocratica fu dovuta all’insieme di tutte queste evenienze le quali – volendo – possono essere catalogate sotto un’unica etichetta: la mancanza di valori o, comunque, la beffarda capacità di dare parvenza di valore a ciò che non ne ha, perdendo così il metro e la misura.

    È per questo che il Presidente Mattarella, in un suo intervento a Trieste il 3 luglio 2024, ci ricorda che la democrazia non è mai conquistata per sempre. Aggiunge Mattarella: «Alexis de Tocqueville affermava che una democrazia senz’anima è destinata ad implodere, non per gli aspetti formali, naturalmente, bensì per i contenuti valoriali venuti meno». Certo: può essere rispettata ogni formalità, ogni legge, ogni buona e radicata consuetudine; ma in assenza di sostanza, cioè di “anima”, tutto è vano.

    È questo il più grave infestante che cresce nel prato della democrazia: l’oblio. La verdeggiante pace, quando si radica, soffoca le amare erbe del sacrificio e fa dimenticare rapidamente la fatica che si è fatta per conquistarla. Ma il pane non sudato… finisce subito.

    Non è poi, nemmeno questa, una grande novità: Tacito, nella Vita di Agricola, nel descrivere in modo “etnografico” Galli e Britanni, inserisce nel testo una pugnalata agghiacciante che possiamo così sintetizzare: un lungo periodo di pace rammollisce gli animi, alla pace subentra l’indolenza e così facendo si smarriscono, ad un tempo, sia il valore sia la libertà.

    De vita et moribus Iulii Agricolae

    «Plus tamen ferociae Britanni praeferunt, ut quos nondum longa pax emollierit. Nam Gallos quoque in bellis floruisse accepimus; mox segnitia cum otio intravit, amissa virtute pariter ac libertate»

    Alla data del 10 giugno 1924 la grande guerra era finita già da (o “solo da”?) quasi sei anni. Tanto o poco? Evidentemente tantissimo. Ci si dimentica subito delle disgrazie.

    Un esempio: a dispetto di tutti gli ottimi esperti, scienziati ed opinionisti che, fra 2020 e 2021, affermavano con autoreferenziale compiacimento che il COVID avrebbe cambiato per sempre le nostre vite; chi oggi si ricorda del COVID? Chi gli dedica un trafiletto in prima pagina? Chi più rammenta di starnutire nel gomito del braccio? Chi si ricordava che già nel 1918-19, ai tempi della “spagnola”, si cucivano mascherine di stoffa? Bisogna ripassare Manzoni…

    Evidentemente l’oblio fa parte della nostra stessa natura: dopo ogni sventura la vita (per fortuna) riprende; il bene presente cancella il male passato e anche il suo ricordo. Scriveva, infatti, Albert Camus nel romanzo La Peste: «Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure la peste e la guerra colgono sempre tutti alla sprovvista»; e ancora: «Quando scoppia una guerra tutti dicono: “È una follia non durerà.” E forse una guerra è davvero una follia, ma ciò non le impedisce di durare. La follia è ostinata, chiunque se ne accorgerebbe se non fossimo sempre presi da noi stessi».

    E così, tra irrazionali fiducie, sprovvedute preoccupazioni e ostinate follie arrivammo anche a questo: all’assassinio di un figlio del Polesine.

    Alla luce di tutto ciò, commemorare è un’operazione che nasce perdente? È una lotta inutile contro l’irreparabile fuggire del tempo? Presumibilmente sì.

    Ma esiste un rimedio: abbiamo un vaccino (l’unico senza effetti collaterali): studiare, leggere, elaborare pensieri propri.

    Quindi, riprendendo la domanda iniziale: ma quanti sono cent’anni?

    Credo che la risposta sia questa: un’eternità per chi non coltivi la memoria, un nulla per chi abbia l’accortezza di voltarsi indietro.

  • Teatri lungo il Canalbianco

    Teatri lungo il Canalbianco

    Non è raro passare davanti ai teatri parrocchiali dei nostri paesi di campagna e trovare le porte chiuse. Sono teatri piccoli, di solito ben tenuti, che contano un centinaio di posti, senza condizionatore per l’estate ma dotati di riscaldamento per l’inverno. La scarsità dei numeri, tuttavia, spesso fa desistere chi fosse preso dal sacro fuoco di organizzare qualche bella proposta teatrale perché i pochi posti e la pigrizia di molti non consentono di sostenere le spese.

    Ma non tutti si arrendono. C’è infatti una interessante iniziativa che si sta facendo strada: ve ne vogliamo parlare.

    L’idea: una rassegna di teatro diffuso

    La prima rassegna “Teatri lungo il Canalbianco”, ideata dalla compagnia teatrale I Ruscoletti di Canda, membri di Fita Rovigo, è nata dal desiderio di sperimentare un “teatro diffuso” che potesse creare nei Comuni di Canda, Castelguglielmo e Bagnolo di Po un circuito virtuoso di spettatori.

    Ciascuno dei tre paesi dispone di un teatro parrocchiale, in buone condizioni, grazie alla manutenzione voluta, nell’ultimo decennio, dai parroci e dai fedeli.

    Il desiderio della compagnia teatrale di Canda – che nel 2025 festeggerà i suoi 20 anni di attività ininterrotta – è stato quello di “osare” e di lanciare una sorta di “chiamata a teatro” nei tre Comuni per ridare vita non solo ai manufatti, che sono tornati a vociare e ad accogliere le persone, ma anche alle stesse comunità.

    Il teatro mette in scena l’umanità

    Dopo l’esperienza traumatica delle chiusure per Covid, ci siamo abituati a stare di più in casa, pochi amici a cena oppure copertina, divano, un gatto che fa le fusa… perdendo, di fatto, moltissimo in termini di socialità, di divertimento, di confronto, di crescita. Il teatro è tutto questo: un luogo dove tutto è possibile, magico e realistico, ricco di storie degli altri che parlano incredibilmente anche di noi portando in scena sentimenti, emozioni, risate, pianti, delusioni, battibecchi, contraddizioni e scambi di persona, in una parola “l’umanità”.

    Il nome della rassegna

    Il nome della rassegna, poi, non è stato difficile da individuare poiché si è cercato, nello spirito dell’iniziativa, di trovare l’elemento più evidente che unisce le tre comunità: il fiume Canalbianco appunto, causa e conseguenza dell’origine dei tre Paesi. La proposta dei sei appuntamenti è stata costruita tenendo presente il sano desiderio di “ridere” (ridere fa buon sangue!) ma anche di “conoscere e partecipare” a diverse vicende umane a tutto tondo.

    L’idea che a teatro si va per divertirsi, aggiungerei “solo” per divertirsi, è riduttiva e sull’onda di questa consapevolezza, condivisa dall’intera compagnia, è nato il programma.

    Il programma

    Si è cominciato con un classico di Shakespeare “Le allegre comari i Windsor” della giovane e brava Compagnia di Corte di Maserà di Padova per poi proseguire con un reading dal titolo “Alda e le sue stagioni”, un focus intenso e commovente sulla vita e sulla poesia della grande Alda Merini, proposto dall’associazione Teatro Arte dell’Incontro di Badia Polesine.

    Il terzo appuntamento ha raccontato e fatto conoscere la triste vicenda del piroscafo italiano Principessa Mafalda, affondato con il suo carico di migranti italiani, davanti alle coste del Brasile; il Titanic italiano. Ad interpretarla l’autore Mario Palmieri insieme alle attrici Gaia Carmagnani, Cristina Patuzzo e Sonia Scarperi.

    “Serata Omicidio” delle meravigliose Briciole d’Arte di Canaro è stato il quarto appuntamento e “Don Giacinto” (disavventure e tentazioni in parrocchia) presentata dalla “Bottega dei Commedianti” di Grignano è stato il quinto appuntamento.

    Il risultato è stato quello sperato: risate e commozione! Non si potevano però dimenticare i bimbi, e quindi l’ultimo appuntamento è stato dedicato a loro con “I tre capelli dell’Orco” dell’associazione artistica “Benvenuto Cellini”.

    Parroci e sindaci collaboratori attivi

    L’idea è stata esposta durante l’estate ai Sindaci e ai Parroci dei tre Comuni ed è stata accolta di buon grado insieme alla richiesta di un contributo che permettesse di mantenere basso il costo del biglietto. Questa adesione spontanea ci ha fatto molto piacere perché ha permesso non solo la realizzazione della rassegna ma anche di cominciare a costruire l’idea che siamo un solo territorio dove i campanili non devono costituire barriere e che il teatro può essere un collante e un facilitatore in tal senso.

    E se è vero che “l’unione fa la forza” è altrettanto vero che “la forza nasce dall’unione consapevole”. In questo, il teatro, la cultura in generale, “il fare per…” diventa vero e proprio atto politico, inteso come “agire per la polis”, il bene di tutti.

    Sfida vinta

    Va da sé che la proposta de I Ruscoletti non sarebbe bastata se non fosse stata accolta da un pubblico sempre più numeroso e generoso nella relazione. Oggi si può dire, che la sfida è stata vinta e che la prima rassegna “Teatri lungo il Canalbianco” ha sollecitato l’interesse e l’orgoglio sperati. L ‘orgoglio di poter dire “stasera vado a teatro, nel mio teatro” fosse quello di Canda, di Bagnolo di Po o di Castelguglielmo, perché il teatro è universale e apre alla magica dimensione dell’esserci, del sentirsi parte, attore e spettatore.

    Allora signori… andiamo a teatro, sediamoci comodi e nel momento in cui si aprirà il sipario immergiamoci nella storia, qualcosa di noi ci verrà incontro!

    Manuela Tavian è presidente della compagnia teatrale “I Ruscoletti Aps” di Canda e direttrice artistica della prima rassegna “Teatri lungo il Canalbianco”.

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