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  • Il nuovo direttore del Consorzio

    Il nuovo direttore del Consorzio

    È l’ingegnere Rodolfo Laurenti il nuovo direttore del Consorzio di Bonifica Delta del Po. Succede all’ingegnere Giancarlo Mantovani, il quale, dopo aver prestato servizio per oltre 30 anni nel Consorzio, è giunto al termine del proprio percorso lavorativo. A comunicare l’avvicendamento, il presidente Adriano Tugnolo, che ha augurato al neodirettore un buon lavoro e che il nuovo incarico possa svolgersi portando le migliori soddisfazioni all’ente e al territorio.

    L’ingegnere Laurenti, residente a Porto Viro, si è laureato all’Università di Bologna in Ingegneria per l’ambiente e il territorio. Lo abbiamo incontrato per una breve intervista.

    – Ingegnere, lei ha già un’esperienza maturata all’interno del Consorzio…

    “È così, lavoro presso il Consorzio di Bonifica da undici anni e mezzo. I primi tempi mi sono serviti per conoscere il territorio del Delta del Po dal punto di vista della “bonifica”, capirne le peculiarità, le fragilità e le numerose opere idrauliche che ogni giorno lo difendono. Prestare servizio presso questo ente, così legato al territorio, mi ha permesso di conoscerlo in profondità dal punto di vista fisico, idraulico, di difesa dei centri urbani e del servizio al mondo agricolo; ho incontrato i rappresentanti delle valli da pesca e chi opera e lavora nelle lagune, ho lavorato con gli altri enti territoriali quali Regione, Provincia, Genio Civile, Autorità di Bacino e Aipo, Parco del Delta del Po e, contemporaneamente, prestando servizio sempre a fianco delle amministrazioni comunali.”

    – L’impegno per la bonifica nel territorio del delta è fondamentale.

    “Sicuramente. Ma non parliamo solo di bonifica ma anche di irrigazione, cioè di gestione e distribuzione dell’acqua irrigua alle numerose aziende agricole del territorio; l’importante lavoro effettuato dal punto di vista del dialogo con il mondo agricolo, con i rappresentanti delle rispettive associazioni, mi ha portato ad avere un panorama completo delle esigenze, anche differenti nell’estensione del comprensorio, che ha il territorio sotto l’aspetto dell’attività agricola. Come Ingegnere ho lavorato per anni nei differenti settori tecnici del Consorzio, dalla gestione delle manutenzioni degli impianti idrovori e di irrigazione alla progettazione e realizzazione di opere idrauliche per la bonifica e l’irrigazione”.

    – Il mondo sembra attraversato da instabilità e criticità. Tutto ciò la preoccupa?

    “Sebbene gli ultimi anni siano risultati molto instabili a livello globale, dall’aspetto dell’emergenza sanitaria alle tensioni geopolitiche ed economiche, passando per i cambiamenti e i nuovi estremi climatici che ogni anno registriamo anche nel nostro territorio, la direzione in cui lavorerò nei prossimi anni è quella della “sostenibilità”, parola con la quale intendo lo sviluppo sostenibile, che riguarda, in modo interconnesso, l'ambito idraulico ed ambientale, quello economico del tessuto urbano, del mondo agricolo e della pesca, le attività economiche e l’aspetto sociale del Delta del Po”.

    – Si prospettano importanti opere di ingegneria idraulica nel prossimo futuro?

    “Stiamo lavorando su varie progettualità senza mai dimenticare il nostro passato e la nostra storia, perché anche in questi ultimi mesi stiamo registrando eccessi pluviometrici, portate dei fiumi Po ed Adige ben superiori alle medie storiche, dati che ci impongono di tenere sempre ben presente la fragilità idraulica del nostro territorio il quale, segnato in passato dal fenomeno antropico della subsidenza, si troverà a dover gestire i nuovi estremi: la troppa pioggia e i fiumi in piena, alternati a lunghi periodi di siccità, carenza idrica e ondate di calore, le due facce della stessa medaglia dei cambiamenti climatici”.

    C’è determinazione nello sguardo dell’ing. Laurenti, intenzionato a portare avanti l’incarico di direttore nel modo migliore possibile, con lo spirito di chi ama l’ambiente, affermando, sulla scorta di un grande ingegnere, che: “Lavorare in un Consorzio di Bonifica è il mestiere più bello del mondo”.

  • Pedalata per la sinistra Po

    Pedalata per la sinistra Po

    Una partecipazione davvero interessata ha registrato domenica 13 ottobre la manifestazione Pedalata per la Sinistra Po – Raduno cicloturistico interregionale FIAB, promossa ed organizzata da Fiab Rovigo con la sezione Fiab Occhiobello Sinistra Po, in collaborazione con Fiab coordinamento veneto, Fiab Ostiglia (MN), Fiab Ferrara. Vi hanno aderito le FIAB di Verona, di Isola della Scala, di Vicenza, Noventa Vicentina, Bassano (VI), di Padova, di Mestre (VE), Mirano (VE), di Treviso.

    Il raduno cicloturistico interregionale FIAB Pedalata per la Sinistra ha visto la partecipazione di 150 biciclette percorrere l’argine sinistro del Po da Ostiglia a Ferrara per stimolare i Comuni della Transpadana ad impegnarsi per un potenziamento ed una uniformità della ciclovia che vive a cavallo di tre regioni: Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.

    L’itinerario rappresenta una cerniera fondamentale per la continuità di un percorso che, proseguendo idealmente dalla ciclovia del Mincio RV01 – Ciclovia del sole, porta dritto a Ferrara. Si tratta di un tragitto recentemente inserito nel nuovissimo Piano Regionale della Mobilità ciclistica del Veneto come CV5 Ciclovia del Po-Mincio-Garda, parziale evoluzione della I3 La via del mare. Un percorso già oggi importante e attrattivo che permette di godere di alcuni dei più suggestivi paesaggi sul grande fiume.

    Purtroppo, questa ciclovia, ad oggi, soffre di una promiscuità violenta con i mezzi a motore che sfrecciano sulla strada arginale privandola di quella sicurezza necessaria a renderla pienamente attrattiva e quindi valorizzabile sia per l’uso turistico che ricreativo/quotidiano per i rivieraschi e diventando allo stesso tempo un percorso pericoloso anche per gli stessi mezzi a motore.

    La festosa (e determinata) manifestazione di domenica 13 ottobre, a riprova anche del valore nel territorio, ha terminato il suo scorrere proprio a Ferrara, polo attrattivo per le comunità rivierasche della Sinistra Po, che dista dal confine regionale solo 8 km.

    Le numerose Amministrazioni polesane che si succedono da Ostiglia (MN) a Ferrara (FE) hanno attuato soluzioni discontinue che necessitano di una armonizzazione, soffrendo anche della loro posizione periferica e di confine.

    È per questo motivo che FIAB ha organizzato il raduno cicloturistico interregionale: il fiume non è un limen, non un confine, ma piuttosto un elemento di unione tra associazioni, cittadini, località e comuni. Esso rappresenta la naturale unione geografica di un territorio ma anche la volontà della sua valorizzazione con le tante caratteristiche, tramite una ciclovia che garantisca, appunto, sicurezza e continuità di percorrenza.

    La carovana FIAB ha incontrato le amministrazioni comunali di Ostiglia, Castelmassa, Gaiba, Occhiobello e Ferrara chiedendo la sottoscrizione di un impegno comune per la messa in sicurezza di questo itinerario ovvero:

    l’imposizione del limite dei 30 km/h, con interventi efficaci oltre la segnaletica stradale verticale e maggiori controlli;

    chiusure totali al traffico per alcuni tratti selezionati o in tutti i tratti comunali;

    chiusura al traffico tutti i weekend dell’anno oltre a quelli estivi;

    la creazione di un Ente Gestore che promuova la ciclovia, recentemente inserita nelle REV regionali come estensione dalla I3 – La via del mare.

    Un impegno auspicato nell’interesse di tutti per cui FIAB ha dato pieno sostegno e disponibilità a fare la propria parte per portarlo a compimento assieme.

    Durante la manifestazione è stata inoltre inaugurata l'opera di miglioramento ciclabile del tratto arginale nel comune di Gaiba, voluta dall’Amministrazione Comunale. Un intervento semplice ma molto apprezzato, che va nella direzione auspicata, dimostrando la fattibilità di operazioni pratiche ed efficaci che si inseriscono nell’ottica di una riconsiderazione della Sinistra Po dal punto di vista paesaggistico, di vivibilità, di sicurezza, di valorizzazione e sviluppo del territorio, di attrazione turistica.

  • I vent’anni del “Giona show”

    I vent’anni del “Giona show”

    Del Centro Giona di Castelguglielmo abbiamo scritto proprio nel primo numero di questa rivista (giugno 1990). Allora abbiamo dato notizia dell’avvio dell’attività, avvenuta qualche anno prima, come azienda agrituristica rivolta in particolare all’allevamento e all’addestramento dei cavalli e, quindi, equitazioni, escursioni, esibizioni e cortei storici in costume nei tornei e palii equestri sempre più importanti. L’argomento è stato poi ripreso nel n. 40 della rivista (gennaio 2010) per raccontare quanta strada aveva fatto il Centro Giona.

    Frattanto ricorrono quest’anno i vent’anni della nascita del “Giona Show”, uno spettacolo che è divenuto itinerante: sorprendente in particolare il successo ottenuto negli ultimi anni, conquistando le platee di tutta Europa, Russia e Turchia, ricevendo prestigiosi riconoscimenti come il Premio del Presidente della Repubblica Italiana e il Clown d’argento alla 33^ edizione del Festival Internazionale del Circo di Montecarlo e altri premi significativi.

    Dalla nascita del Centro Giona, la famiglia dell’ideatore e titolare Osvaldo Caniato – che aveva iniziato coinvolgendo come cavallerizzi i figli Alessandro e Pierangelo, appena ragazzi, e il terzo figlio Gianluca quale “mixer” – si è ingrandita di molto. Ora per gli spettacoli del “Giona Show” può contare sulla collaborazione dei giovani della nuova generazione che si sono aggiunti: Giulia, Diego, Lorenzo, Carlos e Riccardo. Sono acrobati eccezionali. Per loro tutto diventa possibile, ogni magia diventa realtà. Ragazzi e cavalli giocano tra loro e si sfidano in un crescendo di emozioni. Ragazzi che amano il rischio e che inventano acrobazie, danze con il fuoco, giochi di luce, di allucinante bellezza e molto altro ancora.

    “Il nostro metodo di lavoro con i cavalli – ci dice Alex – si basa sulla comunicazione ed il rapporto di fiducia con l’animale, un lavoro in libertà, una guida che viene trasmessa con lo sguardo, la voce e l’emozione, mai con le briglie e la frusta”.

    Da qualche anno il Centro Giona ha cambiato sede, trasferendosi dall’azienda agricola in località “Gambaro”, dove era nata, a villa Pelà con il grande parco alberato ed una ampia area per le esibizioni dei cavalli, acquistata nel centro di Castelguglielmo, ora denominata “Villa Giona”. Questa location si presta in modo ideale ad ospitare le diverse manifestazioni e gli spettacoli che ultimamente vengono organizzati e che vanno ad aggiungersi e ad integrare quelli soltanto equestri degli anni passati.

    Ricordiamo in particolare le manifestazioni che hanno animato quest’ultima estate 2024: le tre serate di giugno, i sei concerti musicali del mese di luglio e, ancor più, le altre tre serate successive di metà agosto che hanno richiamato a Castelguglielmo, nella nuova splendida cornice di villa Giona, numerosissimi appassionati di questi spettacoli dedicati all’arte equestre. Uno spazio ideale non soltanto per l’esibizione dei cavalli del Centro Giona, ma anche per i numerosi artisti che si sono affiancati a loro.

    Quello di giugno è stato uno spettacolo equestre al femminile, dal titolo “Amazzoni”; un lavoro inedito basato su fonti storiche che hanno fatto riferimento alla dea Reitia, venerata dagli antichi Veneti sin dall’epoca preromana – signora degli animali selvaggi, delle acque e delle selve – e con riferimento pure ad altre dee celtiche. Un lavoro prodotto e diretto da Giona Show, con le sue coreografie, ideato e scritto con l’artista Federica Tavian Ferrighi. La poesia di una violinista a cavallo è stato l’inizio di un viaggio attraverso i quattro elementi – terra, acqua, aria e fuoco – presentato da venti splendide amazzoni a cavallo insieme al corpo di danza contemporanea “Rupa” – protagonista di una narrazione delle forze generatrici della cultura e delle terre venete.

    Il mese di luglio è stato dedicato alla musica con sei concerti che hanno proposto al numeroso pubblico grandi spettacoli, alternando le più belle canzoni degli anni ’80 e degli anni ’90, la musica afro e quella tecno dedicata ai giovani.

    Per festeggiare i vent’anni di attività del “Giona Show” nelle tre serate di metà agosto sono andati in scena i migliori artisti, pilastri internazionali dell’arte equestre, personaggi famosi che hanno lavorato e collaborato in passato con il gruppo dei Giona. Ben sessanta sono stati i cavalli che si sono esibiti con altrettanti cavalieri, tra cui i cowboys italiani, i Butteri della Maremma con i loro ventitré cavalli e puledri. Ospite della serata è stata Gessica Notaro, cavallerizza ma anche ballerina e cantante (ha partecipato a “Ballando con le stelle”). Gessica ha accompagnato molti altri personaggi dello spettacolo sulle note di Dafne Apollonio e Svetlana Sazomenko, il tutto accompagnato da tanta musica dei grandi Dj veneti.

    Ad Alessandro Caniato (Alex), il primo dei tre figli di Osvaldo, l’ideatore del “Centro Giona”, abbiamo chiesto:

    – Vi fermerete a Castelguglielmo nella Villa Giona ora che avete questa grande area a disposizione?

    “Con gli spettacoli realizzati presso Villa Giona abbiamo dimostrato – ha risposto Alex – che è nostra intenzione promuovere maggiormente il cavallo perché rappresenta la nostra ragione di vita. Ma nella nostra location siamo aperti ad altre esperienze artistiche come concerti, serate musicali, mostre d’arte, sfilate di moda e tanto altro ancora”.

    – Spettacoli come questo si potranno vedere solo all’interno di questo parco o vi sposterete altrove?”

    “In questa nostra sede si vedrà la prima nazionale di un prossimo evento, poi partiremo con la nostra equipe per una tournée in diverse località europee”.

    A Castelguglielmo si è dunque sviluppata una realtà di vera eccellenza, con solide radici nel cuore del Polesine dove vengono ideati e messi a punto spettacoli equestri di grande spessore, poi replicati ed apprezzati in varie importanti città d’Europa.

  • Oloferne e Catholica

    Oloferne e Catholica

    Storico incontro in mare tra la Goletta Verde Oloferne e Catholica. Si sono ritrovate, infatti, attraccate fianco a fianco nel Porto di Albarella, nel Parco del Delta del Po Veneto, per una sorta di passaggio di testimone tra le due imbarcazioni: Catholica, che dal 1993 è stata la prima goletta verde a solcare il Mediterraneo assieme all’associazione ambientalista, protagonista dei monitoraggi della qualità delle acque delle coste italiane, e Oloferne, che svolge ora questo compito.

    I due velieri, risalenti agli anni Quaranta, hanno ricordato e ribadito il loro impegno a difesa del mare, delle coste e della biodiversità, ed espresso la netta contrarietà a nuove trivellazioni nel territorio del Delta, esponendo lo striscione “No trivellazioni”.

    A introdurre i lavori della giornata, Martina Palmisano, portavoce di Goletta Verde. “È un momento storico vedere le due golette e anche un momento emozionale. Dopo tre anni di restauro ad opera di maestranze locali e grazie al contributo di Cariparo e Regione Veneto e ai soci della Fondazione Goletta Lab (Regione Veneto, Ente Parco Veneto del Delta del Po, Fondazione Cariparo, Università degli Studi di Padova), Catholica è riuscita a riprendere il suo ruolo, ospitando a bordo, ancorata, laboratori didattici rivolti agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado e, in navigazione, sostenendo l’attività di ricerca scientifica del C.E.R.T (Cetacean Stranding Emergency Response Team) dell’Università di Padova”.

    È un onore per me – ha detto il sindaco di Rosolina Michele Grossato- portare oggi il saluto, in questo abbraccio del mare nel nostro territorio che noi amministratori stiamo coccolando con attenzioni fatte anche da Legambiente per quanti vivono qui”.

    Roberto Saro, segretario generale Fondazione Cariparo, si è così espresso: “Le due imbarcazioni sono patrimonio storico della marineria italiana e in modo complementare rappresentano l’impegno verso l’ambiente e la necessità di sensibilizzare soprattutto le nuove generazioni”.

    Roberto Pizzoli, nella duplice veste di sindaco di Porto Tolle e vicepresidente del Parco del Delta Veneto, ha ricordato la sinergia dei vari enti per la tutela e la valorizzazione dello stesso. “Oggi – ha proseguito- la nostra battaglia è dare valore aggiunto a questo territorio e far sentire la nostra voce contro le trivelle”.

    L’assessore regionale al territorio Cristiano Corazzari ha affermato la necessità di diffondere la cultura della sensibilità ambientale e di dare supporto scientifico a tutte le progettualità che vanno in questa direzione. “Siamo orgogliosi che la Regione Veneto sia stata partecipe convintamente del progetto di restauro del veliero Catholica, un gran bel lavoro di squadra che ha dato e darà buoni frutti anche per il futuro”. Quindi ha sottolineato l’importanza della progettualità, anche in un’ottica di crescita, di sviluppo sostenibile e di sensibilizzazione del nostro territorio, “che è magico, riserva di biosfera Mab Unesco, che deve trovare uno scatto e una visione ancora più forte per il futuro”.

  • “A me ricordo”

    “A me ricordo”

    Prodotto della Edizioni Musicali Trevisan di Bottrighe e registrato presso il palazzo civico di piazza Libertà, è stato presentato ufficialmente, alla 33^ “Serata d’Onore”, il nuovo lavoro discografico del gruppo folkloristico “Bontemponi”. Trattasi del quinto compact disc, frutto di continue ricerche effettuate dai componenti dell’associazione, soprattutto tra le testimonianze delle persone anziane nel territorio polesano, in particolare nell’area del Parco Regionale Veneto del Delta del Po.

    “A me ricordo” è il titolo del disco ed è tratto dall’omonimo recente brano scritto nel testo dalla corista Lorella Guarnieri e composto nella musica dal chitarrista Sergio Salmi. Pezzo che parla dei ricordi gioiosi di gioventù in campagna di un anziano seduto davanti al focolare.

    Il cd si apre con un’introdussion in vernacolo con la musica composta dal fisarmonicista Giuliano Trevisan, accompagnato dalla chitarra di Sergio Salmi. Sono dodici le canzoni di questa nuova raccolta, una di queste, “La Marianna/come porti i capelli bella bionda”, arrangiata in porpury. Tra i brani anche “Na volta g’hera”, “I vol ca me marida” e “Le anguille del Po”, classici veneti molto conosciuti. Ed ancora “E gnarà chel dì”, allegra filastrocca dei giorni di mercato e “Dammi un riccio” canto di saluto di due giovani innamorati, prima di partire per la guerra. Nel disco anche la mitica “La Filomena” in un arrangiamento migliorativo di Trevisan, “La bela la va al fosso” e la toccante “Amici miei”.

    In pre-chiusura “Nina Ninà”, struggente antichissima ninna nanna polesana, raccolta dagli etnografi Chiara Crepaldi e Paolo Rigoni. In questo brano c’è anche un accompagnamento con sintetizzatore agli archi della maestra Alessia Leccioli. L’inno “Oh Bottrighe!” chiude il disco.

    Le registrazioni ed il mixaggio sono di Nicola Donà e Andrea Leccioli, fonici del gruppo. In copertina del cd, un acquerello realizzato dell’artista adriese Micaela Bagatin, nel quale è raffigurata una coppia in costume tipico mentre balla in piazza Libertà. Nel retro cd la foto dei componenti dell’associazione in uno scorcio di campagna polesana.

    Questa nuova opera discografica apre di fatto i festeggiamenti per la ricorrenza del sessantesimo di fondazione dell’associazione, che abbina ricerca, tradizioni, folklore e tante iniziative benefiche. Nata nel paese rivierasco nel 1965 nel 2025, raggiungerà il traguardo dei 60 anni di attività con una serie di iniziative in cantiere, tra cui una mostra e vari spettacoli.

  • I 20 anni della “Voce”

    I 20 anni della “Voce”

    Il quotidiano più letto del Polesine, “La Voce nuova di Rovigo” – per tanti, ormai, semplicemente “La Voce” -, ha varcato l’importante traguardo dei vent’anni e la sua redazione lo ha festeggiato con un evento prestigioso nella sontuosa cornice di Villa Morosini, messa a disposizione dall’ingegner Luciano Zerbinati. Una festa che è stata anche l’occasione per ripercorrerne il passato, che è poi la storia della nostra terra polesana, con uno sguardo sul presente e il prossimo futuro.

    Un traguardo tanto più importante, sia perché si tratta del prodotto di una società cooperativa locale – l’omonima Editrice Editoriale con sede in Piazza Garibaldi, nel cuore del capoluogo -, che deve sostenere la concorrenza di testate nazionali e di colossi editoriali, quanto perché dal 2004 ha sposato la realtà della provincia di Rovigo, alla quale si è posta, appunto, l’obiettivo primario di “dare voce”. Obiettivo che ha sempre mantenuto, come sanno bene i suoi affezionati lettori, pur passando sotto diversi direttori, per altro, non polesani, nei suoi quattro lustri all’attivo, erede ideale della breve esperienza del “Corriere di Rovigo”, finita nel 2004.

    Il primo numero, uscito l’8 maggio 2004, era diretto formalmente dalla cremonese Cristiana Mainardi de “La Voce di Cremona” – che faceva cooperativa unica con La Voce di Rovigo e “La Voce di Crema” -, ma di fatto da Luigi Ingegneri per il primo mese e mezzo con caporedattore Raffaella Calamini di Viterbo; poi, dopo alcune brevi alternanze, nel marzo 2005 è arrivato Cristiano Draghi, di Firenze, “importato” rodigino, che l’ha diretta fino al 2008. Quindi la direzione è passata al veneziano Andrea Panozzo, per un biennio (2008-2010), e successivamente ancora a Draghi (2010-2014). Dal 1° febbraio 2014 il timone del giornale è passato a Pier Francesco Bellini, lughese di nascita, riminese d’adozione, per un decennio, fino al 29 marzo di quest’anno, quando è subentrato l’attuale, il polesano Alberto Garbellini, dal 30 marzo 2024.

    Una storia per certi versi breve ma intensa, che ha attraversato importanti cambiamenti rivoluzionari nel mondo della comunicazione. Nell’arco dell’ultimo ventennio, infatti, è del tutto cambiato il modo di fare un giornale. Questa transizione, iniziata nell’ultimo decennio del secolo scorso, è stata guidata da una serie di cambiamenti tecnologici e culturali, che hanno ridefinito il modo in cui le notizie vengono prodotte, distribuite e consumate.

    Dalla vecchia macchina da scrivere manuale con gli articoli riprodotti in tipografia dai linotipisti, passando per i fax, ai computer e cellulari, che hanno permesso alle notizie di viaggiare in tempo reale, dovendo, per altro, anche fare i conti con la velocità e la concorrenza. Nello stesso tempo, il tutto è stato agevolato dalla videoscrittura e dalla digitalizzazione dei media, a partire dagli anni ’90, con la successiva ascesa di Internet e dei social, che hanno portato all’attuale “citizen journalism on line”, ovvero, il giornalismo partecipativo (detto anche giornalismo collaborativo), che ha reso possibile la “partecipazione attiva” dei lettori, grazie alla natura interattiva dei nuovi media (blog) e alla possibilità illimitata di collaborazione, offerta da Internet attraverso apposite piattaforme. Un futuro, quello del giornalismo, in continua evoluzione, in vista anche delle nuove applicazioni legate allo sviluppo dell’AI (Intelligenza Artificiale).

    “La Voce nuova di Rovigo” ha saputo adeguarsi negli anni a questi cambiamenti, diventando un gruppo editoriale multimediale, in un continuo crescendo, che ha varcato anche i confini della nostra Provincia.

    Il 2022 è stato l’anno decisivo per il gruppo editoriale rodigino, che al giornale cartaceo ha affiancato i portali social: Polesine24.it (il sito storico della “Voce”, di gran lunga il più autorevole e consultato del Basso Veneto) e Chioggianotizie.it, entrambi accompagnati dalle proprie pagine Facebook, Instagram e Youtube.

    Infine, il fortunato connubio con Delta Radio, emittente radiofonica che opera da oltre 40 anni nel settore della comunicazione e del marketing, in costante dialogo con il nostro territorio, con un notevole background. Nella sua lunga storia di successi, con una presenza alquanto attiva, Delta Radio è diventata l’emittente più ascoltata in Polesine; ora è divenuta una radio “music and news”, con programmi in diretta, trasmissioni live e tanta informazione. La sua collaborazione, oltre ad aver dato il via all’avventura su Tik Tok, ha aperto alla testata della “Voce” nuove frontiere verso un’informazione sempre più rapida, in tempo reale e interattiva con i suoi fruitori.

    Nel bilancio dei suoi primi vent’anni, la “Voce” è sempre più leader nel settore dell’informazione nella nostra provincia, potendo contare oggi su un numero stimato di 50mila tra lettori e utenti unici al giorno. L’abbinamento con “Il Resto del Carlino” ha, inoltre, garantito un’offerta di informazione ancor più completa e di respiro nazionale e internazionale. Davvero un unicum nel nostro territorio. Anche per la mission dichiarata, a cui è fedele da sempre, di “mantenere mente e cuore ben radicati in Polesine, mentre lo sguardo continuerà a spaziare oltre i confini, senza mai venire meno ai principi di correttezza e autorevolezza”, parole dell’attuale direttore Garbellini.

    Si meritava, dunque, una festa in grande. E a tributargliela ha concorso la “grande famiglia” – come amano definirsi – al completo della Redazione de “La Voce”, con la partecipazione di tutti quelli che contano nel mondo politico, amministrativo ed economico del Polesine, oltre alle rappresentanze di sindacati e associazioni di categoria, giornalisti, pubblicisti, comunicatori e le società partecipate. Lo stesso governatore del Veneto Luca Zaia ha voluto esprimere la sua vicinanza e sostegno con una lettera al direttore del giornale per portare i suoi auguri alla testata, sottolineando l’importanza del lavoro giornalistico e dell’informazione a livello territoriale. E lo stesso ha fatto il ministro per lo Sviluppo economico, Adolfo Urso.

    Presenti tutti i direttori, che hanno idealmente unito passato, presente e futuro della “Voce”: Andrea Panozzo, Cristiano Draghi, Pierfrancesco Bellini con Alberto Garbellini.

    Il presidente dell’Editoriale Luca Crepaldi ha detto: “In questi anni siamo cresciuti insieme alla “Voce”, la quale ha formato una valanga di professionisti che girano per il Polesine e anche fuori del Polesine e questo è un orgoglio della cooperativa. Siamo un gruppo che cerca di proporre progetti nel territorio, il che significa chiedere al territorio che sposi questi progetti; e sposare un progetto vuol dire non solo condividere ma anche emozionarsi per questo progetto. Ne abbiamo fatti tanti, ci siamo allargati nel web e nella radio. Quando ci sono dei partner, che apprezzano quello che facciamo, non è più una questione commerciale, ma è una questione quasi di empatia”.

    Dal canto suo, il direttore Garbellini ha ribadito: “Il nostro non è solo un giornale, perché definirlo giornale è forse un po’ riduttivo. È una cooperativa, una grande famiglia che si occupa di informazione. Quando nel 2004 è partita l’esperienza de “La Voce di Rovigo”, era tutta un’altra epoca, l’informazione era diversa, non c’erano i social, non c’era Facebook e Internet era molto meno diffuso dal punto di vista dell’informazione, mentre adesso è cambiato il mondo e quindi noi, come tutti i giornali, ci siamo dovuti adeguare. Da allora abbiamo fatto tanti passi in avanti”.

    Una carrellata tra passato, presente e futuro, non solo della “Voce”, ma di tutto il territorio che vuole continuare a raccontare e a rappresentare.

    E tutti, infine, si sono salutati dandosi appuntamento al prossimo importante anniversario per un giornale che ha la vocazione del Polesine.

  • Il vecchio e il fiume

    Il vecchio e il fiume

    Finalmente ce l'aveva fatta, ora non doveva preoccuparsi più di niente. Il Po era là, in fondo alla scarpata, subito dopo il piccolo terrapieno che i giovani d'estate usano per le loro serate rock. Angelo era solo. Solo nella sua carrozzina che ormai era diventata la sua inseparabile compagna. Aveva 83 anni e si sentiva vecchio. Non tanto per i malanni fisici che ormai non sapeva più come combattere, quanto invece per quella dannata voglia di farla finita, di non avere più pensieri, di non essere più di peso a nessuno.

    Come quella volta che il cervello gli era andato in tilt. Un ictus in forma leggera, aveva diagnosticato il medico; un malanno che, invece di mandarlo all'altro mondo o lasciarlo paralizzato, gli aveva bloccato il braccio destro che si era come irrigidito e la bocca un po’ storta. Un niente, si può dire, perché il braccio rigido viene anche a chi ha soltanto dei dolori e la bocca storta nemmeno si notava.

    Solo se sorrideva si vedeva che c'era qualcosa di imperfetto, ma ad Angelo di occasioni per ridere ne erano ormai rimaste ben poche. Solo le battute sceme del suo compagno di stanza Erminio lo facevano ridere. Sorrideva ancor prima che finisse di parlare perché era la sua faccia da professore accigliato con la mente fissa sulle donne a farlo sorridere. Lui che non si era mai sposato, chissà quante ne avrà conosciute nella sua vita di scapolo impenitente e l'importante incarico di maître d'albergo nella Milano del boom economico. Una volta era stato anche premiato per il suo modo di trattare i clienti: gentile ma non servizievole. Quarant'anni nella città meneghina sempre in mezzo a uomini importanti ed a belle donne.

    Giuseppe, l'altro suo amico, lo faceva invece imbestialire per le sue manie di grandezza che lo portavano a considerarsi il giustiziere di tutti i ladri e di tutti gli arruffoni del mondo. Il suo bersaglio preferito erano i politici, quelli che si mettono i soldi in tasca senza fare niente. Un giorno, non si sa perché, gli era venuta la fissazione dei campanili che cadono. Nessuno che si preoccupasse di questa situazione per lui angosciante. "Possono restarci sotto molte persone", affermava convinto, mentre tutti gli dicevano di stare calmo, di non preoccuparsi perché alla fine tutto sarebbe stato sistemato. Angelo lo mandava a quel paese, non mancando di ricordargli che era matto del tutto.

    Diventando vecchio gli si erano indebolite le gambe. Lui, che pescatore di fiume era solito puntellarsi sulla sponda della barca per tirare su le reti, non poteva più contare sulle sue gambe. Quelle gambe che per tutta la vita lo avevano fatto sembrare un saltimbanco, uno del circo, tanta era la sua abilità e la sua destrezza nello sporgersi da una parte all'altra della barca. Soprattutto quando c'era vento forte. Questo succedeva sempre vicino al mare, dove il Po si allargava e non aveva più la naturale protezione degli argini.

    Quella volta era andata proprio così: un improvviso colpo di vento uscito dalla bocca di Volta Grimana per poco non gli aveva rovesciato la barca. A bordo quel giorno c'era anche la moglie Antonia che era venuta a dargli una mano perché era la stagione dei cefali e delle trote, molto richiesti nei ristoranti di Boccasette e Barricata. Con la barca sbattuta da una parte all'altra, Antonia non aveva potuto evitare una botta all'anca destra contro il mozzo del timone. Forse era solo una botta, forse era qualcosa di più. Un colpo al quale la donna al momento non diede molta importanza e che invece finì col renderla zoppa. Malanni simili allora non venivano nemmeno curati. Una botta, si diceva, passa presto, e cure non ce n'erano. Ancor meno per i poveri che non potevano permettersi una visita in una clinica all'ospedale di Padova o di Mestre.

    Il delta era una terra povera e più poveri erano quelli che l'abitavano. Non avevano nemmeno i soldi per comprarsi il sale ed evitare così di prendersi la pellagra. Antonia peggiorò sempre di più, cosicché non poteva più seguire il marito nelle sue uscite per la pesca. Per lei era rimasto solo lui, dato che purtroppo il loro amore non era stato allietato dalla nascita di un figlio. "Non importa – diceva lui – vuol dire che questo è il nostro destino".

    Una volta Angelo tornando all'alba non l'aveva trovata addormentata nel letto. Qualcuno gli disse che l'aveva vista il giorno prima sul sentiero che porta alla strada arginale. Subito Angelo si mise a cercarla, ma sapeva già dov'era e tre giorni dopo il suo corpo fu ritrovato in località Pila, nel punto dove il Po incontra il mare e perde il suo colore olivastro per diventare azzurro. Una linea di demarcazione netta fra le acque del fiume e quelle del mare.

    Anche il Po nei giorni sereni era azzurro come il mare, puntellato di brillanti sotto i raggi del sole. In quei momenti era bellissimo e i due sposi erano soliti fermarsi ad ammirare questo spettacolo rimanendo con la barca in mezzo al fiume. Si sentivano dei privilegiati.

    Non riuscendo a dargli dei figli, Antonia si era aggrappata a lui come l'edera fa con una pianta, e faceva di tutto per renderlo felice. Angelo non riusciva ad immaginare una vita senza di lei. Da quel giorno non fu più lo stesso e stava sempre di più in giro con la barca perché, rimanendo sul fiume, gli sembrava di averla ancora accanto a sé.

    Ora era lì, sulla strada che costeggia il Po, lontano qualche centinaio di metri dal paese. Ce l'aveva fatta. La casa di riposo che lo aveva accolto quando ancora non aveva settantacinque anni, era giù in basso, oltre l'argine e la piazza. Con la carrozzella non era mai riuscito a salire sulla strada arginale. Ogni tanto chiedeva a conoscenti di spingerlo su, sulla riva del Po, ma tutti, per una ragione o l'altra, avevano sempre rifiutato. Forse intuivano qualcosa.

    Quella volta però in paese si girava un film sul Polesine degli anni '70, ambientato proprio a Crespino. Angelo si avvicinò ad un uomo che faceva da comparsa e che, fra una ripresa e l'altra, si stava concedendo una pausa sulla strada che portava all'argine del Po. Gli chiese se poteva spingerlo su per la salita fino alla strada arginale. L'uomo, abbastanza giovane, esaudì con piacere il suo desiderio, ovviamente felice di soddisfare il bisogno di una persona anziana. Angelo lo ringraziò e, una volta rimasto solo, raggiunse il punto dove c'era un sentiero sterrato e pieno di sassi che andava diritto verso il Po.

    Quel giorno c'era un silenzio irreale, rotto solo dal gracchiare stridulo di qualche gabbiano. Sorrise, guardò il fiume che brillava sotto il sole come un letto di diamanti bianchi e azzurri. Erano le undici del mattino. Angelo girò la carrozzella in direzione del fiume e con la mani cominciò a spingere sulle due ruote che fungevano da volano. Il suo viso sprizzava felicità da tutti i pori.

    "Arrivooo", cominciò a gridare forte mentre la carrozzella precipitava giù verso la scarpata prima di scomparire nel fiume.

  • 45° parallelo – Terra d’acqua

    45° parallelo – Terra d’acqua

    Tempo dell’Antropocene, tempo dell’uomo ispirato al profitto, tempo dello sfruttamento in nome del benessere, tempo frenetico senza sosta e senza tregua, tempo istantaneo dominato dalla rete interconnettiva, tempo di sfida alle leggi della natura, tempo moderno che conosce la storia passata, ma l’ignora…

    … una litania che risuona nella mente, vaga errante nelle stanze buie della memoria; nello sfondo le mani tremanti d’un vecchio, dalla pelle bruciata dal sole, piegato dalla fatica e con lo sguardo implorante.

    È tempo d’esserci, tempo di dar voce alle genti che ci hanno preceduto ed hanno conosciuto i segreti di questa terra. La loro vita è stata spesa nella fatica quotidiana, con le mani e i piedi in ammollo per raccogliere il riso o la canna nella giovane terra del Delta.

    Intanto la barca procede. Il sole cocente, come caduto dal carro di Fetonte, si riflette sulla superficie dell’acqua e si tira dietro bagliori di stelle, scappate dalla volta celeste per brillare riflesse nell’azzurro dell’acqua in pieno giorno. Il vento caldo del mare si infila tra i capelli e trasporta il sapore della salsedine, spazzando via tutti i pensieri.

    I turisti imperterriti scattano foto al mare che avanza impavido e parla del tempo passato, quando mani di donna raccoglievano il riso al ritmo di un canto antico, che rimbalzava sulle onde e andava lontano, cullato dalle acque.

    Si naviga su invisibili cordoni di sabbia, dispersi sul fondale, dove risiede l’anima dell’isola scomparsa, non una leggenda, ma storia vera. Linee di costa, su cui ora galleggia la spuma del mare, che ha infranto i sogni di conquista di queste terre sommerse, una volta abitate dal popolo degli scanni. Nel silenzio di questa distesa d’acqua riemerge il loro canto muto, che racconta ciò che è accaduto, oggi come fosse ieri.

    I canneti circondano il piccolo villaggio, come volessero segnarne i confini tutt’attorno, per proteggere le case di mattoni, rimaste a custodire i ricordi di quella gente ardita che era venuta a patti con l’acqua e ne aveva fatto notevole risorsa. Già, perché qui nell’isola di Batteria, la bonifica era riuscita a conquistare un’immensa area di quasi 300 ettari, metà dei quali erano coltivati a riso ed i restanti erano occupati dal canneto.

    Nel periodo della raccolta il villaggio si riempiva di stagionali. I casoni di canna erano la loro dimora. All’interno il pavimento era di terra e le pareti di quell’unica vegetazione che cresceva lì. Loro, la canna la usavano per tutto, per ripararsi, per viverci, per venderla. Un mondo che si è dissolto nell’elemento liquido, le cui radici non sono mai scomparse.

    I cordoni di quelle piante verdi si ergono ancor ora, dondolano nel vento e prestano voce al popolo dei canneti, con la schiena ricurva e le mani raggrinzite. Poi, … poi l’acqua ha inghiottito tutto, come in un abbraccio primordiale, riprendendosi il suo spazio, senza indugio e senza pena.

    I mattoni sono rimasti, ma il tempo li consuma, ogni anno si porta via un pezzo. I ruderi dei magazzini resistono ancora, con i balconi a penzoloni e le travi dissestate. La casa padronale resiste anch’essa, con il suo camino, le persiane verdi abbassate, le grondaie attorno all’edificio con il tetto ormai sfondato.

    In questo estremo delta nei pressi delle Bocche del Po della Pila regna il silenzio austero, interrotto dal suono ritmato del mare. Non siamo troppo lontani dalla terra ferma, ma qui è un altro mondo.

    Nella calura estiva e nelle fitte nebbie invernali, sempre immersi nel fango, la vita era acqua e il tempo lo si segnava al ritmo delle maree e con l’inclinazione del sole. Quella forte mareggiata, però, allagò irrimediabilmente l’isola. Come accade ad una boa, il tempo sembrava galleggiare e fu così che tutto divenne fradicio ed irrecuperabile. Pian piano l’isola fu abbandonata.

    In verità, si stava sprofondando, tutta la superficie scendeva clamorosamente. Nessuno ne parlava, finché il disastro delle numerose alluvioni, anche in quella che doveva essere terra ferma, non mise in evidenza la tragedia.

    Sotto l’acqua e sotto le sabbie umide o bonificate del delta si nasconde il metano. L’estrazione sconsiderata con più di millecinquecento pozzi in un ventennio fece abbassare la superficie di due o tre metri, in alcuni punti si registrarono anche quattro metri.

    La natura fu depredata e lo sciacallo del profitto non pensò a restituirle il favore. Le parole sono come l’aria, si dissolvono. L’unica certezza è che la terra è sprofondata, i fiumi scorrono più in alto di dove si cammina e se non fosse per le alte arginature il mare si sarebbe già ripreso la sua sede d’un tempo.

    La nostra barca riprende lentamente la navigazione. Lo spettacolo con i ruderi nell’acqua ci ha rapito. Sono divenuti un’attrazione turistica, specialmente se ci si avvicina e si scorgono le parti sommerse che ancora raccontano storie all’apparenza inverosimili, come in una bizzarra fantasia.

    La nostra sconcertata ammirazione è ancor più turbata da ciò che sappiamo si vuol fare. Si parla ancora di estrarre il metano, anche se la direzione attuale è ormai per le energie pulite. Ci si fa forti della scusa della crisi energetica, ma qui tutto parla di una tragedia passata, di una storia di esodo di massa delle genti di questa terra.

    Forse la lezione non è stata efficace, forse si pensa che la modernità possa dominare e controllare le leggi fisiche. Oppure, forse, non si vuol guardare uno spettacolo di tristezza, segnato dalla miseria e dal dolore. Che serve ancora? La scienza è stata chiara, gli esperti hanno sentenziato no alle trivelle, il rischio è troppo grande.

    Il tempo fluisce velocemente, non avrebbe senso ignorare la memoria recente, lasciando che la storia scriva ancora pagine di un disastro che si può evitare. La subsidenza è ormai un fatto noto e comprovato. La terra è sprofondata e non vi è dubbio che il metano ne sia stata la causa conclamata.

    Inevitabilmente, i nostri pensieri si soffermano sulle tracce del passato. I mattoni che ancora sfidano le acque sono grida pietrificate, bagnate dal sudore della fatica, trasformata poi in lacrime amare, per l’abbandono e la sconfitta.

    A guardarsi attorno, tante cose del passato sembrano essersi allontanate dal tempo, i pozzi metaniferi dispersi nelle golene e nella campagna non sovrastano più il paesaggio. La maggior parte è stata rasa al suolo, come per cancellare il dramma di un vissuto tragico.

    Inutile negare! … ciò che oggi viviamo, è accaduto davvero.

    I pozzi erano dappertutto, almeno un migliaio. Per anni hanno rigurgitato acqua e metano. Lo si estraeva a dismisura dalle viscere della terra. Allora, non è che non si sapesse, era conveniente! Nessuno si oppose, finché un giorno arrivò la catastrofe dell’alluvione.

    Oggi, come un tempo, sembra si voglia sfidare la sorte. La memoria però non è lontana e ci ha lasciato quei ruderi che piano piano si piegano su sé stessi e danno voce a questa terra d’acqua.

    Il capitano ormeggia la piccola imbarcazione, ormai il viaggio volge al termine. Siamo giunti là dove possiamo scendere. Terra!

    Terra cangiante, terra d’acqua, terra di confine. Un confine che mai rimane lo stesso, spazi senza fine, ridisegnati dalle onde e lambiti dal vento, che canta le strofe delle correnti e le unisce all’etere evanescente.

    A volo d’uccello, labirinti di canneti, cordoni di sabbia che oggi si intrecciano e domani scompaiono coperti dalle onde ruggenti, un paesaggio sempre nuovo e mai lo stesso, linee di costa erose, isole emerse e domani sommerse.

    Qui, da sempre, l’uomo è naufrago. Il canto antico non è cambiato.

  • Una gazzella alle Olimpiadi

    Una gazzella alle Olimpiadi

    Avvolto nel morbido mantello bordato da stupendi ricami dorati, l’imperatore dell’Etiopia sedeva sul trono. I piedi appoggiati su un grande cuscino di damasco e la mano sinistra stretta all’impugnatura della lunga spada conferivano importanza e regalità alla sua figura esile.

    Lo sguardo profondo, attento, quasi indagatore percorreva la stanza dei ricevimenti e il capo, incorniciato dalla crespa capigliatura corvina, si chinava brevemente all’arrivo degli ospiti attesi.

    Dopo il cerimoniale previsto dal protocollo le personalità si erano disposte ai lati dell’imperatore per la foto di rito. Un flash immortalò l’incontro che purtroppo aveva ragioni tutt’altro che liete.

    Per l’Etiopia era la guerra e presto migliaia dei suoi sudditi sarebbero caduti sotto i colpi di un rinnovato imperialismo.

    Il piccolo Abebe, nato nel 1932, aveva ascoltato i racconti di suo padre e s’era sentito un fuoco dentro quando questi gli diceva che la loro tribù era stata sterminata dalle bombe venute dal cielo. Gli aerei nemici avevano sganciato “uova d’acciaio” piene di morte e nulla poteva fare chi era padrone di una casa di legno e paglia.

    I ricordi s’erano poi accatastati nella sua memoria, comprese le parole del Negus che davanti all’Assemblea delle Nazioni chiedeva che alla sua amata Etiopia venisse concesso di scegliere il sentiero del progresso che si conveniva ai piedi nudi del suo popolo.

    Per Abebe i piedi divennero fin da bambino il primo contatto con la durezza della terra che sapeva però essere anche fresca e morbida.

    Camminare scalzo era un modo di vivere, era come respirare: un’esperienza naturale e semplice. Era il contatto diretto con il grembo della terra. Posarvi i piedi significava sentire l’umore del sentiero, cogliere la vitalità che aveva la ruvida superficie di un tronco da scavalcare o l’umida freschezza di un prato appena irrorato da un acquazzone.

    Abebe aveva raccolto ogni messaggio da quel suolo d’Etiopia di cui suo padre gli aveva a lungo raccontato, a volte anche con le lacrime agli occhi.

    Accanto alla maestosa regalità di un baobab aveva rievocato il giorno in cui il Negus annunciò l’aggressione straniera che s’era armata di sostanze corrosive per snidare chi voleva difendere la terra dei padri. Così centinaia di etiopi erano stati corrosi dall’iprite, il più letale dei gas vescicanti.

    Abebe pertanto amò ancora di più quella terra che lo sosteneva ed assecondava la cadenza del suo passo e della sua corsa.

    Il Negus l’aveva osservato proprio mentre percorreva per la decima volta il lunghissimo viale del giardino reale. Aveva notato, con la profondità di quel suo sguardo che sapeva vedere anche ciò che per altri era ovvio e scontato, la straordinaria abilità motoria di quel ragazzo dalle movenze di gazzella.

    – Tesfaé, quanti ha tuo figlio? – Domandò un giorno il Negus. – Sedici, vostra grazia! – – È tempo che si prepari a diventare guardia reale. Inizierà domani. –

    Così per Abebe cominciò il percorso dell’obbedienza alle regole dure e rigorose del palazzo. Lo sguardo acuto del Negus lo seguiva con speciale interesse.

    C’era qualcosa di insolito nell’andatura di Abebe che calpestava il percorso con la leggera agilità di una creatura dell’altopiano aspro e generoso nel contempo.

    Fu osservando quell’incedere unico nel suo genere che il Negus decise che l’Etiopia doveva dimostrare la sua tenace resistenza anche nello sport che unisce la potenza muscolare con la determinazione e la pazienza: la maratona.

    Avrebbe investito in Abebe assicurandogli un allenatore di primordine.

    Così la giovane guardia imperiale divenne, giorno dopo giorno, il figlio prediletto della natura da cui la sua fibra traeva vitalità e forza.

    Fu per questo che decise di correre scalzo in tutte le stagioni per cogliere da ciascuna un dono speciale ed unico. Così la primavera gli infuse la leggerezza dell’erba appena spuntata e lo inebriò con gli odori ora leggeri ora intensi e speziati di piante diverse; l’estate rovente e secca lo aiutò a resistere sempre, anche quando la gola si inaridiva al ritmo delle gambe e tutto il corpo pareva trasformarsi in un cespuglio irto e spinoso.

    Resistere – Correre – Resistere – Correre… Fu questo il suo credo. Fortemente voluto ed intensamente vissuto ogni giorno.

    L’allenatore era un vero maestro e sotto molti aspetti un amico che sapeva leggere le emozioni e le paure che a volte gli popolavano il cuore.

    E quando gli annunciò che aveva in mente l’obiettivo massimo: le Olimpiadi, Abebe fu catturato da una sorta di frenesia, un impasto di sentimenti che lo rendevano orgoglioso e fiero ma lo inducevano a gridare: NO!

    – Abebe, ho deciso con il Negus che parteciperai ai giochi di Roma e cercherai anche di mettere le scarpe, non puoi gareggiare scalzo! –

    Il giovane deglutì le sue perplessità e provò a correre indossano un paio di calzature morbide ed adattabili ai suoi piedi come guanti.

    Saltellò per saggiare l’elasticità delle suole e partì avviandosi sul sentiero che serpeggiando percorreva l’altopiano.

    Faticò a prendere il ritmo, e mantenerlo, tramutandolo in cadenza di marcia veloce.

    I piedi, privi del consueto contatto amoroso con la terra, s’erano fatti legnosi e pareva si fossero scollegati dal cervello da sempre allenato a dirigere l’agile motilità.

    Dopo mezz’ora di sofferenze, Abebe accostò al lato del percorso sedendosi sconsolato tra i cespugli d’erba alta. Fu istintivo togliersi le raffinate scarpette lasciandole inerti una qua e una là come inutili orpelli.

    Respirò profondamente quasi a voler catturare l’immenso spazio che lo circondava. In quell’aria era diffuso il profumo della pioggia caduta da poco sulle piante che esalavano aromi intensi, dolciastri ed aspri.

    I suoi occhi percorsero l’orizzonte ondulato di colline ed alberi. Era ridiventato gazzella e così aveva riconquistato la terra della sua Etiopia sfregiata dalla violenza degli invasori.

    Sentiva il suo corpo leggero, proteso senza sforzo nella progressiva ed insaziabile conquista del terreno mentre la distanza dalla meta si accorciava come un filo catturato nella trama di una tela.

    E venne il grande giorno.

    L’estate dell’olimpiade romana accolse le centinaia di atleti con l’incantevole fascino del suo passato immortale. Quei giorni straordinari del 1960 divennero una favolosa festa aperta con una sfilata di quattromila atleti provenienti da ottantasei nazioni.

    Abebe si sentiva inebetito ed al tempo stesso esaltato da quel clima di festa nel cuore di una città dove ogni angolo portava le tracce di imprese importanti e gloriose.

    Venne il giorno della sua gara.

    Alla partenza gli parve di venire ingoiato dalla piccola folla di atleti pronti a dare il massimo facendo scattare cervello e muscoli. Il cielo era terso, pulito da ventate leggere e rapide che avevano scolpito qua e là nuvole di fogge diverse. Il sole, prossimo al tramonto, aveva tinto d’arancine bronzeo l’orizzonte.

    Lo scatto del via fu un flash. Il gruppo dei maratoneti, prima compatto e ordinato, s’era sciolto come un liquido fiotto d’acqua scorrendo lungo il percorso. Respiro, gambe, braccia, cervello… dapprima coinvolti in una sorta d’accordo, avevano presto ottenuto l’armonia e la sicurezza, frutto di tante ore di allenamento. Abebe calcava il terreno cogliendone le asperità e rispondendo con la dura resistenza dei talloni e delle piante lungamente allenati sui sentieri dell’altopiano etiopico.

    Raggiunse rapidamente il ritmo dell’andatura cercando il respiro che dava sangue al cuore e ridiventò gazzella. Svuotò la testa lasciando uscire tutti i pensieri e fu libero. Avvertì brevi ed acute punture di piccoli sassi sparsi qua e là sul percorso che stimolavano in lui una sottile ma profonda volontà di riprendersi una vittoria tanto desiderata. Un sogno che aveva costruito in lunghi mesi di allenamento ma ancora rannicchiato in un angolo segreto della sua anima abituata ad obbedire ed a servire.

    Fu così che divenne padrone di quella strada nella quale gli eleganti pini marittimi lo riportavano agli alberi secolari della sua terra. Ascoltò il vento che al crepuscolo abbraccia la città e porta un vago profumo di mare. Era ormai figlio di quella terra romana che in tempo di pace lo accoglieva da uomo libero.

    Erano le vie antiche, disseminate dai resti di un passato glorioso, a scandire la strada verso la meta. Era quasi buio e le fiaccole poste ad illuminare danzavano come i fuochi accesi dai suoi antenati nei villaggi degli Amba.

    Correva Abebe. Non sentiva la fatica ed ogni passo era una conferma, un sì alla sua scelta di gareggiare a Roma. Aveva letto il libro della storia di questa città e conosceva il nome dei monumenti più importanti. L’Arco di Costantino era la meta. Lo vide stagliarsi davanti a lui come una gigantesca porta. Adesso il cuore si faceva sentire. Batteva quasi all’unisono con gli applausi degli spettatori. Sotto i piedi la stessa terra che calcarono gli imperatori e le loro legioni al ritorno dalle conquiste e che fecero la storia.

    Gli ultimi metri, l’ultimo boccone d’aria per alzare le braccia da vincitore.

    Il suo era record mondiale: 2h, 15’, 16”. Il piccolo etiope aveva conquistato una pagina di storia senza armi e a piedi scalzi nella dolce notte romana.

  • Emilio Baracco, 60 anni di carriera

    Emilio Baracco, 60 anni di carriera

    La Cittadella della Cultura di Lendinara, dal 29 novembre 2024 al 1° febbraio 2025, ospita la mostra Emilio Baracco. Omaggio a Giuseppe Marchiori.

    Pittore, grafico e scultore, approdato giovanissimo al mondo dell’arte, Baracco celebra quest’anno i 60 anni di carriera artistica, iniziata precocemente con un percorso segnato da importanti incontri e riconoscimenti. È stato proprio agli inizi della carriera che egli ha stretto un legame profondo con il critico d’arte Giuseppe Marchiori, conosciuto mentre frequentava il terzo anno della sezione di scultura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, sotto la guida del maestro Alberto Viani.

    Non ancora ventenne, Baracco nato a Padova il 20 dicembre 1946, rimase affascinato dalla scultura, disciplina che aveva scelto di seguire fin dalla frequentazione della Scuola d’Arte Pietro Selvatico di Padova. Qui aveva avuto maestri famosi come Mario Pinton, che elevò la scuola di oreficeria a livello internazionale, e Amleto Sartori, celebre per aver recuperato le tecniche di creazione delle maschere in cuoio, da lui realizzate per attori della commedia dell’arte in Italia e all’estero.

    A Venezia, in una mattina del 1966, Baracco si trovava nell’aula di plastica dell’Accademia, impegnato nella realizzazione di una scultura per la quale aveva deciso di creare un drappeggio di tessuto, che doveva essere immerso velocemente nel gesso da presa e poi modellato. Assorto nel lavoro, non si accorse che Viani, scultore affermato, era entrato nella sala accompagnato da Marchiori.

    La realizzazione del drappo, che aveva richiesto forza fisica, rapidità ma soprattutto una visione chiara del risultato finale, suscitò l’ammirazione del critico. Viani presentò Emilio Baracco come uno dei suoi studenti più promettenti, così che l’anno precedente, appena diciottenne, era stato selezionato per partecipare alla Collettiva della Fondazione Bevilacqua La Masa, prestigiosa rassegna in cui aveva ricevuto il primo premio per la scultura.

    Giuseppe Marchiori, critico d’arte e intellettuale di spicco della cultura italiana, si complimentò per la destrezza e la precisione con cui Baracco aveva eseguito il lavoro; parlò con lui di arte, delle nuove tendenze e della ricerca incessante che anima ogni artista. Iniziò così, tra i due, un legame speciale, basato su una reciproca stima e simpatia, che avrebbe influenzato sia il percorso professionale sia quello umano di Baracco, che spesso si recava nella dimora veneziana di Marchiori a San Marco.

    Fu così che il critico iniziò a interessarsi alle ricerche del giovane artista, dimostrando una grande fiducia nel suo talento; segnalò le sue opere e scrisse alcuni articoli sulla sua produzione, in particolare sulle incisioni, che stavano diventando una parte fondamentale del lavoro dell’artista.

    Le incisioni, apprezzate da Marchiori, hanno un ruolo di primo piano nella mostra di Lendinara e rappresentano un omaggio da parte di Baracco al critico che, per primo, gli aveva dimostrato stima e apprezzamento. Emilio Baracco ricorda ancora oggi con viva emozione quel periodo della sua giovinezza, l’amicizia e il sostegno di Marchiori, la sua signorilità, la profondità della sua cultura, la sensibilità raffinata e l’entusiasmo contagioso per la vita e per l’arte.

    Conclusi gli studi all’Accademia di Belle Arti, Baracco partì per il servizio militare interrompendo temporaneamente la sua attività. Rientrato a Venezia nel 1969, aprì un proprio studio e si iscrisse nuovamente all’Accademia per seguire i corsi di pittura di Giuseppe Santomaso, esponente dell’Astrattismo lirico ed espressionista e grande amico di Giuseppe Marchiori. L’artista riprese i contatti con il critico ed espose alla Bevilacqua La Masa e alla Galleria Rialto, presentato da Armando Pizzinato, pittore vicino a Marchiori, che aveva aderito al Fronte Nuovo delle Arti.

    Tornato a Padova nel 1971 per dedicarsi all’insegnamento, Baracco affiancò all’attività scolastica una intensa attività espositiva.

    Tra le molteplici iniziative d’arte, Marchiori, che apprezzava molto le incisioni di Baracco, lo segnalò per la Biennale Incisioni del 1978 nel Catalogo Bolaffi, dedicandogli una recensione anche nel volume del 1980. Oltre che a Venezia, l’artista incontrava spesso Marchiori anche a Padova, dove avevano amici comuni e, su invito del critico, partecipò alla 10^ edizione del 1975 e alla 12^ edizione del 1979 della Biennale del Bronzetto, in Palazzo della Ragione a Padova, dove nel 1995 espose una scultura in bronzo.

    Colpito da un’incisione di Baracco che reinterpretava in modo originale i Cavalli di San Marco, il critico suggerì all’artista di realizzare una cartella di incisioni ispirate a sette monumenti equestri. Baracco lavorò a lungo al progetto, rielaborando una serie di monumenti, da ciascuno dei quali estrapolò un particolare, e creando preziose incisioni, che Marchiori intitolò Meta fisica con fusioni. Le opere avrebbero dovuto essere corredate dai testi di Marchiori, ma il lavoro fu interrotto dalla morte del critico avenuta nel 1982. La cartella fu poi realizzata dall’artista in un unico esemplare, con 16 incisioni stampate con un torchio a stella, affiancate da un testo poetico di Miklos N. Varga.

    Tante nel corso degli anni le iniziative d’arte che hanno visto Baracco protagonista in Italia e nel mondo.

    A partire dalla metà degli anni ’90 numerose sono state le mostre a New York, in altre città degli Stati Uniti e in Giappone, dove il suo lavoro è molto apprezzato e dove ha sperimentato anche nuove tecniche di incisione con splendidi risultati. Nel 2018, a Tokyo, ha approfondito con il maestro Takeshi Katori la tecnica incisoria del mezzotinto, una complessa forma di incisione perfezionata dagli artisti giapponesi, che Baracco ha rielaborato in chiave estremamente originale.

    Più volte invitato a rappresentare la città di Padova negli scambi culturali con le città gemellate, a Boston, nel 1999, ha ricevuto la Coppa Paul Revere dal sindaco della città, e ha ottenuto un grande successo a Friburgo nel 2017. Oltre alle numerose mostre personali, Emilio Baracco ha partecipato a molte collettive e le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private in Italia, Europa, Stati Uniti e Giappone.

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