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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il sogno di Margherita

    Il sogno di Margherita

    La Festa Parrocchiale del Ringraziamento del 24 novembre 2024 ha inaugurato il Giardino Santa Margherita che raccoglie 42 formelle in terracotta realizzate dall’artista Natale Calesella.

    L’autore arriva a Presciane sull’eco dei numerosi concerti di musica Sacra periodicamente proposti per dare voce al pregiato organo “Callido” presente nella Chiesa recentemente valorizzata da un restauro conservativo, parla con la gente del posto con la semplicità che lo caratterizza, ne coglie il forte legame con Santa Margherita, pensa di preparare qualche scultura per onorare la Santa.

    Nel corso di successivi incontri col Parroco Don Pierantonio Castello, col dottor Renzo Zanoni curatore del volume di pregio dedicato a Santa Margherita Vergine e Martire ed alla Chiesa di Presciane a Lei dedicata e con altri parrocchiani viene a conoscere che in adiacenza alla Chiesa si trovava il Cimitero costruito nel 1631 e dismesso poi nel 1923, come ricorda la lapide visibile a lato della porta di entrata della Chiesa. La superficie è diventata un prato.

    L’artista pensa allora di onorare tutto lo spazio e presenta il coraggioso progetto di realizzare:

    – 16 formelle che raccontano i momenti più significativi della vita di Santa Margherita;

    – 4 formelle che raccontano la storia della Chiesa di Presciane;

    – 22 formelle ispirate al “Cammino dell’Umanità”: dall’Eden alla Pentecoste.

    L’idea presentata dall’artista diffonde un grande entusiasmo. La realizzazione di tutta l’opera ha richiesto parecchio tempo, subito ad inizio 2023 i volontari della Parrocchia hanno messo a dimora 48 piante di Photinia su tre lati perimetrali del prato per ricavarne una delimitazione degli spazi ed una retro schermatura vegetale come suggerito dall’artista.

    Alla fine del 2023 sono state commissionate ad una importante ditta locale i supporti per le 42 formelle realizzate in ferro con zincatura e colorazione a caldo.

    Nella prima metà di luglio 2024 è stata realizzata la base e sono stati posizionati i supporti, quindi per il 20, giorno di commemorazione di Santa Margherita, sono a sua volta state sistemate tutte le formelle precedentemente trattate con finitura poliuretanica satinata all’acqua, dotandole di specifica didascalia.

    A novembre di quest’anno tutte le formelle sono state corredate di una protezione che definiamo a “teca aperta” che come effetto fisico garantirà la protezione dalle sempre più pericolose grandinate e le preserverà dagli aghi rilasciati dalle due grandi conifere presenti nel Giardino ma soprattutto permetterà la nitidezza di una visualizzazione non schermata ed una fruizione sensoriale a chi non è in grado di vedere.

  • Le sculture di Natale Calesella

    Le sculture di Natale Calesella

    Dal monte al piano scorre il fiume. Il grande Eridano in questo angolo di pianura chiamato Polesine, deposita come un dono la sua linfa limacciosa e fluida, atta al creare. Ed ecco che a Castelmassa si raccoglie da tempo l'argilla che gli artigiani modellano, le fornaci abbrustoliscono e gli artisti plasmano e trasformano in opere d'arte. Dalla bottega alla Scuola d'arte e mestieri, scuola del fare e della creatività. Ed è proprio qui, nell’Alto Polesine, che si concentra la fucina degli artisti. Natale Calesella è uno scultore che nasce e opera proprio in questa fertile terra. Formatosi in un percorso scolastico di tutto valore: ha frequentato la scuola d’arte di Castelmassa, il liceo artistico di Bologna e nel 1971 si è laureato in architettura a Venezia. Ha effettuato l’attività di docente all’Istituto d’Arte di Mantova e a Castelmassa. Contestualmente ha esercitato la professione di architetto, libero professionista, fino al 2011. Dall’anno successivo si è dedicato a tempo pieno alla scultura utilizzando l’argilla, modellando ritratti a tutto tondo, bassorilievi, altorilievi e sculture scenografiche.

    Dallo studio approfondito e dal costante impegno quotidiano, nascono le sue opere che narrano situazioni e avvenimenti, traggono origine dalla storia locale, dal sociale, da contesti sacri e profani. Molti sono i luoghi in cui campeggiano le sue opere: chiese, cappelle, basiliche, istituzioni pubbliche e private. Si tratta di un museo diffuso che si colloca perfettamente in un cammino il cui territorio ha peculiari caratteristiche naturali lungo i corsi d’acqua come il Polesine, il Mantovano, il Veronese.

    Il critico d’arte Vittorio Spampinato così scrive di lui.

    “Natale Calesella è un artista dell’argilla, di quella terra che tanto ha evocato alla storia e allo spirito dell’Uomo e del Sacro. Da un soffio di Dio sulla polvere rossa è nato il primo Adamo, da quella terra è stato probabilmente originato il Sacro Graal, dalle opere in terracotta ci provengono grandi testimonianze dell’Umanità e delle sue civiltà. Così, l’opera di Natale Calesella, attraverso decenni di studio e di applicazione in attività di ricerca e di riduzione in sintesi del gesto grafico divenuto efficace e completo, un’opera fatta di linee essenziali e di una visione d’assieme chiara e pulita, racchiude l’importanza dell’espressione artistica che volge allo scopo senza perdere nessun elemento estetico che richiami alla realtà della scena. I lavori di Calesella mostrano che il segno applicato nella composizione, molto spesso complessa, è manifestazione di grande modernità; il mondo che Calesella nelle sue opere più significative narra, evoca la storia dell’arte del ‘900, elemento questo che testimonia uno studio attento e una dedizione agli autori classici quanto ai moderni, alla figurazione di maniera come alla gestualità con cui Calesella propone e plasma spesso fatti politici, religiosi, di vita quotidiana o culturali da rimettere alla storia. Ecco allora squarci di scene della Cristianità e della famiglia, della società e delle relazioni fra gli esseri umani sia fra essi stessi che con gli elementi della natura, tutti comparti Sacri alla vita e alle relazioni che non perdono di vista la centralità dell’Uomo vivo in quanto tale, della spiritualità e della storia locale che tanto muovono la crescita dell’individuo, della società e del progresso. Calesella amplifica l’apparato scenografico ed architettonico ammantato di azione e vitalità, di luce e di calore a significare che a prescindere dal dolore o dalla gioia che evoca la scena, ogni rappresentazione è espressione di vissuto e, in arte, messaggio di Cultura ed elemento di Sapienza”.

    Il costante impegno di Natale Calesella nella produzione di opere scultoree è particolarmente apprezzato, e quando l’esposizione della sua arte si traduce in donazione ad enti pubblici e strutture religiose, l’atto diventa un dono alla comunità del territorio che ne conserva la memoria.

  • Artisti per Matteotti

    Artisti per Matteotti

    Nel centenario della morte di Giacomo Matteotti, vittima della violenza fascista, sono state decine le manifestazioni organizzate per evocarne l’opera e il sacrificio supremo, realizzate in location di alto valore istituzionale e artistico.

    Credo però che quella proposta dal Mulino “Al Pizzon” sia stata un prezioso tassello di tutto il mosaico degli eventi dedicati al martire polesano.

    Ho avuto modo di vedere più volte le esposizioni distribuite nelle stanze dell’Ecomuseo e guidate dagli organizzatori per rendermi conto dell’amore con il quale hanno scelto e riunito documenti e oggetti che richiamassero la presenza di Giacomo in modo speciale e unico.

    Non vi era in quegli spazi la solennità dell’evocazione ma vi aleggiava una sorta di benefica atmosfera che si percepiva… sintonizzandosi con il cuore.

    Allora Lui era lì e seguiva con il visitatore tutto il percorso che gli aveva dedicato Daniele Ambrosin con la sua numismatica e la storia in miniatura narrata dai francobolli.

    Poi saliva le scale che portano alla stanza delle macine e si incantava alla narrazione che Cristiano faceva con la passione per un passato che ancora stringeva il legno delle assi odorose di grani dormienti nelle fessure del pavimento.

    È lì che, a lungo, mi sono fermata ad ascoltare la voce di Remigio Surian che mi presentava il folto gruppo di pittori che avevano voluto rispondere, con una loro creazione, al tema quanto mai doloroso ma pieno di passione: “IL SANGUE SULLA NUDA TERRA E TRA LE FOGLIE”, una sorta di cammino dolente verso il Calvario della condanna.

    In ciascuna opera Matteotti era vivo e io lo immaginavo lì con il suo abito elegante, sorridente nell’osservare in quanti modi la sua persona era evocata dagli artisti.

    Questo mi ha indotto a descrivere ogni lavoro inviato al Mulino per avere un ricordo di questa esperienza offertami dagli amici del Mulino.

    Ecco per iniziare l’intenso primo piano di Matteotti realizzato dal pittore Lauro Garbo che ne delinea il volto consegnato dalla tradizione all’iconografia ufficiale attraverso la profonda espressività dello sguardo e la particolare tecnica cromatica capace di animare la nostra sensibilità per farci riflettere sui grandi temi di un trascorso appena dietro l’angolo.

    La chermesse pittorica prosegue con Remigio Surian che accoglie la potenza del messaggio di Murer nel monumento a Matteotti realizzato per la città di Rovigo creando un dipinto su muro e definendo, con delicata attenzione, una struttura che induce al ricordo e all’affettuosa evocazione di sentimenti divenuti storia e pianto.

    Realistico quanto efficace, il disegno a matita dalla giovane studentessa Sara Baldo che ha messo in luce la struttura del “Mulino” tornato a nuova vita attraverso la ferma volontà di persone che sentono fortemente l’appartenenza ad un territorio duro, aspro, a volte violento ma sempre carico di valori immutabili e quindi eterni.

    Con “Terra bruciata” Sabrina Lorenzini affida alla tela un messaggio che reca, attraverso il linguaggio astratto, la drammatica verità di una violenza bestiale, malamente celata sull’erba e tra le foglie. Sono i colori, pennellati con decisa intensità, a realizzare la scena di un delitto che voleva ottenere dalla terra una sorta di oscura e diabolica complicità.

    Federica Ongaro con “La dimora” propone un delicato acquerello che ci conduce al cospetto di casa Matteotti. L’ideale inquadratura che ci propone la pittrice rivela tutta l’eleganza di una dimora padronale valorizzata dal primo piano che gli alberi creano con la loro delicata presenza.

    Cesare Nadalini invece si presenta con: “Democrazia soppressa”, opera fortemente evocativa, carica di un dolore che si svela come una sciabolata al cuore. È quello che l’Artista ha immortalato sul volto di Giacomo che esibisce uno sguardo impregnato di disperata sofferenza.

    Monica Valiero riproduce invece con certosina perfezione un francobollo dedicato a Giacomo Matteotti nel 1955. Tutto è compiuto e la storia lo avvolge del suo alone di memorie. L’Autrice ce ne offre l’intensità profonda dello sguardo che parla alla coscienza e ci induce ad essere suoi testimoni.

    “Lo chiamavano Tempesta” di Giada Rossin si presenta come un’opera dai connotati decisi, essenziale nella definizione del Protagonista in scena con la solitudine che intorno a lui si espande divenendo sfondo tormentato, evidente presagio nefasto.

    Lucia Soldà intraprende, l’originale percorso astrattista con “Rinascita”, titolo che rende onore al simbolico pensiero di Giacomo Matteotti sorretto dalla forza degli ideali che accendono anime speciali, venute al mondo per testimoniare la Verità con il coraggio di morire per difenderla.

    Carlo Campi invece propone “L’inizio e la fine”: un limpido quanto significativo itinerario della vita di Giacomo Matteotti: dalla nascita, a Fratta Polesine, fino alla morte “nella terra e tra le foglie…”realizzata con la maestria lungamente collaudata dell’acquerello.

    Alberto Cristini presenta un disegno a matita: “Omaggio a Matteotti”, uno schizzo per fissare sul foglio un momento di vita del deputato polesano. L’Artista si è ispirato ad una foto scattata appena dopo il discorso – condanna e ci riporta all’imminenza della fine.

    “Il bosco della Quartarella” di Maria Francesca Garzetta è il titolo di un’opera siglata dal flash di un tricolore che rende all’ immagine la sacralità che le dobbiamo concedere come luogo di martirio e di incancellabile memoria. L’autrice realizza con questa composizione di elementi la scena finale del dramma vissuto da Giacomo Matteotti.

    Con “omaggio a Matteotti” l’artista Laura Perlari ha scelto invece il collage per riunire nella composizione i momenti salienti di una vita dedicata ai grandi valori umani e alla difesa del messaggio da essi generato. Efficace quanto crudo messaggio quello illustrato che si fa urlo rabbioso nella pluralità delle notizie affidate alle pagine dei giornali come grida disperate e dolorose.

    Forse, nel messaggio pittorico sarà il candore del bianco a ricomporre i colori amati del nostro tricolore, inno ritrovato per spazi di libertà e democrazia.

    Il messaggio iconico finale realizzato da Maurizio Pizzo di un percorso di dirompente drammaticità che ha lasciato la sua profonda impronta nella storia del ‘900 è una composizione tutta rigorosamente “cartacea” che ci ricorda, attraverso il denso e colorato pullulare delle creature nate dall’ arte giapponese dell’origami, che il male buio e doloroso deve lasciare il posto alla Vita, al suo respiro, alla sua luce: dono divino all’uomo di ogni tempo.

    Guido Rabbiato definisce Matteotti “martire per la libertà” e ci propone un’opera realizzata con il filo metallico che diventa linea grafica, definita, resistente e di chiara lettura perché delinea il volto espressivo, “parlante” con il linguaggio indovinato dello sguardo.

    È per l’uomo che crede negli ideali democratici quella sorta di “monumento” fissato per sempre dentro una cornice: icona che onora una storia nobile e dolorosa.

    Nel percorso tracciato dagli Artisti erano inserite opere realizzate con oggetti e materiali che evocano la memoria di Giacomo Matteotti. Mauro Padoan espone infatti una composizione scultorea di interessante valore simbolico perché assembla elementi di piccole dimensioni realizzati con il ferro (metallo caro all’Artista) forgiato con elegante maestria creando oggetti di indubbio valore artistico.

    “L’uccisione di Matteotti e i poteri forti” è il titolo di un’opera dall’aspetto solido e solenne di Giacomo Ditano che conferma, nell’insieme creato, la natura decisa e coinvolgente di questo Artista capace di catturare le forme più varie e insolite per riunirle generando “significanti” che attivano nell’osservatore il sentimento della forza titanica, quella direttamente uscita dalla CREAZIONE.

    Originalissima l’opera di Carlo Tintore, artista che si “appropria” degli strumenti di lavoro e di fatica dei contadini piegati sull’oro delle messi per realizzare un autentico “monumento” al lavoro. Solido e minaccioso l’insieme dei falcetti divenuti il simbolo di un’umanità che si impone ai nostri occhi di uomini moderni con la lama tagliente e appuntita: strumento per mute battaglie bibliche imbevute di sudore.

    Di Davide Caleffi: “Omaggio a Matteotti”, una lampada policroma dedicata al Deputato polesano per celebrare gli ideali che ne hanno animato la vita onorandone poi la memoria.

    Il materiale con il quale è stata costruita la lampada è quello scartato dalla lavorazione della ceramica con cui l’opera è stata creata evidenziando, secondo le intenzioni dell’Artista, il senso stesso della rinascita, di una resurrezione che oltrepassa la violenza e l’oppressione.

    Alla fine di questo percorso, a mio avviso, molto coinvolgente, sento il desiderio di ringraziare tutti gli Artisti che hanno contribuito con il dono della loro creatività ad onorare, in un luogo come il MULINO, il Deputato Matteotti che riposa in questi luoghi dove l’acqua, la terra, il cielo ci raccontano la storia della Creazione e ci riportano al senso della vita.

  • Le immagini di Andrea Verzola

    Le immagini di Andrea Verzola

    Una delle giovani promesse della fotografia vive e lavora in terra polesana. Conosciamolo meglio e lasciamo che sia la spontaneità delle sue parole a raccontare al meglio la sua esperienza ed il suo lavoro…

    Raccontaci di te. Come è nata la passione per la fotografia e quando hai compreso che volevi diventasse la tua professione?

    “La mia passione per la fotografia è cresciuta lentamente, ma in modo costante, attraverso anni di osservazione e scoperta. Fin da bambino, sono sempre stato attratto dai dettagli e dalle piccole sfumature del mondo intorno a me. Anche allora, senza una vera formazione, ricordo come usare una macchina fotografica usa e getta mi facesse sentire come se avessi il potere di catturare il tempo. Era una magia semplice: bloccare un’emozione, un istante, e trasformarlo in qualcosa di duraturo, da condividere con gli altri. È stata quella sensazione di poter congelare l’essenza di un momento a farmi comprendere l’importanza della fotografia.”

    Quando si è concretizzato il passaggio alla professione?

    “Il desiderio di trasformare questa passione in una professione è arrivato più tardi, dopo aver sperimentato altri lavori che non mi offrivano la stessa gratificazione. Ricordo vividamente un episodio durante il mio percorso universitario a Ferrara, mentre studiavo Design di Prodotto: una delle prime lezioni trattava proprio di fotografia. In quel momento, mi sono sorpreso a pensare quanto sarebbe stato stimolante raccontare storie attraverso le immagini. Quella riflessione è stata il primo seme di qualcosa di più grande.”

    Cosa significa per te fotografare?

    “Nel corso degli anni, mi sono reso conto che la fotografia era l’unico mezzo con cui riuscivo davvero a esprimermi. Fotografare mi permette di creare una connessione autentica con chi osserva il mio lavoro, un legame profondo che va oltre l’immagine stessa. È stata un’evoluzione naturale: con il tempo, il mio percorso mi ha parlato chiaramente, e ho capito che questo era il mio cammino.

    Ho attraversato diverse esperienze per arrivare a questa consapevolezza. Dopo la laurea, ho lavorato a Milano e Treviso, collaborando con vari brand, dai grandi nomi della moda ai marchi di nicchia. Ma ciò che ha davvero segnato il mio viaggio sono state le persone che ho incontrato lungo la strada. Ognuno di loro, a modo suo, mi ha ispirato e spinto a migliorarmi continuamente. È grazie a loro che sono arrivato dove sono oggi.”

    Di quali ambiti ti stai occupando in questo momento?

    “In questo momento, il mio lavoro si concentra prevalentemente sulla fotografia commerciale, con un’attenzione particolare al branding e allo storytelling visivo. Mi piace lavorare in ambiti come il food e il lifestyle, poiché offrono una combinazione perfetta tra estetica e narrazione. Creare immagini che non solo mostrino i prodotti, ma che riflettano anche i valori e la personalità di un brand, è una sfida che mi appassiona profondamente. Catturare l’essenza di un marchio e renderla tangibile attraverso una fotografia è un processo che richiede cura, intuizione e, soprattutto, la capacità di raccontare una storia autentica.”

    Altri progetti?

    “Accanto a questo, continuo a coltivare i miei progetti personali, che rimangono un aspetto fondamentale del mio percorso. La fotografia di viaggio è un altro pilastro del mio lavoro, e attraverso i social riesco a condividere queste esperienze con una comunità sempre più vasta. Documentare nuove culture, paesaggi mozzafiato e incontri unici mi permette di unire il mio amore per l’avventura con la mia visione artistica. Trovo che il viaggio, con tutte le sue sfumature e contrasti, sia una fonte inesauribile di ispirazione. Ogni esperienza mi arricchisce, non solo come fotografo ma anche come persona, e poter condividere tutto questo con chi mi segue è davvero gratificante.”

    C’è un tuo progetto a cui sei particolarmente legato?

    “La mostra “Sottopelle” ha segnato un momento cruciale nel mio percorso artistico. Il progetto è nato dalla mia volontà di andare oltre la semplice apparenza, di esplorare le emozioni più intime e nascoste, come la fragilità e la vulnerabilità umana. Sono affascinato dal potere della fotografia di dare voce a ciò che spesso rimane inesprimibile a parole, e di invitare l'osservatore a guardare oltre la superficie per cogliere nuove prospettive.

    Un altro progetto che ricordo con affetto risale a qualche anno fa, quando ho trascorso una giornata con pescatori di cozze e vongole nel Delta del Po. Questa esperienza mi ha insegnato molto sull’umiltà e il duro lavoro, ma soprattutto mi ha fatto apprezzare il legame profondo tra l’uomo e l’ambiente naturale.

    Un progetto più recente, invece, riguarda il mondo del vino. Sto lavorando a un documentario insieme a un team fantastico, ed è davvero stimolante scoprire la storia e le tradizioni che si celano dietro un prodotto così ricco di significato come il vino. È un viaggio che unisce passione e conoscenza, e che mi permette di approfondire un settore che trovo sempre più affascinante.”

    Dove è possibile vedere i tuoi lavori e scoprire il tuo mondo?

    “I miei lavori sono visibili principalmente online. Sul mio sito web andreaverzola.com, raccolgo i miei progetti principali e le collaborazioni più significative. Inoltre, sul mio canale YouTube condivido non solo i viaggi, ma anche le esperienze fotografiche e i dietro le quinte del mio lavoro”.

  • Manzalini e Matilde di Canossa

    Manzalini e Matilde di Canossa

    Nel mese di settembre 2024 a San Benedetto Po, in provincia di Mantova, sede dello straordinario complesso monastico di Polirone, si è tenuto il Festival Internazionale Matildico dedicato a Matilde di Canossa.

    Per completare le celebrazioni, è stata allestita un'esposizione di opere ispirate alla figura della Grancontessa dipinte dall'artista Mario Manzalini, collocate negli spazi adiacenti alla sala a Lei riservata all’interno del museo civico. L’inaugurazione dell'evento si è tenuta il 13 settembre alla presenza delle autorità, con la presentazione curata dal critico d'arte Vittorio Spampinato e l’introduzione di Annalisa Marini.

    “Per Matilde” è il titolo della mostra, sviluppata in un ciclo di quattordici dipinti ad olio su tela, delle dimensioni di 60×80 centimetri. I soggetti raccontano la storia e le imprese di Matilde, i suoi rapporti con la Chiesa e con il Papa, la gestione dei territori in suo possesso, il temperamento e l'interiorità, aspetti tutti espressi simbolicamente dall'autore.

    Mario Manzalini, infatti, nella sua singolarità artistica, si esprime con un linguaggio simbolico-onirico, che nasce da un assiduo impegno nella ricerca finalizzato a realizzare raffigurazioni di grande impatto emotivo.

    Nei quadri esposti, l’artista palesa il suo universo, lo stesso che, pregno di valori, riflette nell’espressione riconducibile all’universo femminile. Grazie alla sua profonda sensibilità, il pittore coglie la donna nell’insieme multiforme delle sue espressioni, nelle differenti prospettive di femminilità, originando opere che riflettono quella dimensione di completezza riconoscibile nell’unicità umana.

    “Il mio gesto artistico – sottolinea Manzalini – si traduce in un atto d’Amore verso la Grancontessa e la comunità benedettina che ancora ne conserva l’anima Matilde, geniale donna di potere, personaggio dalle mille sfaccettature, protagonista indiscussa della vita e della storia del medioevo, mi ha coinvolto e affascinato. Per mesi ho vissuto accanto a lei, l’ho studiata, immaginata, rappresentata nella sua vitalità e nel suo essere donna. Il simbolo, pregno di significante e significato, ha favorito la comunicazione tra me e la protagonista delle mie opere che, attraverso l’empatia, tanto mi ha fatto immaginare, descrivere e tradurre con i pennelli ciò che mille anni dopo avrebbe voluto che interpretassimo di lei. Sono felice di quest'opportunità e, immaginando le sue imprese e il suo vissuto, ho scoperto la pienezza dei valori che la identificano. In questo percorso culturale mi sono emozionato, appassionato e ho scoperto quanto l’amore, attraverso l’Arte, diventi Universale”.

    Le creazioni di Manzalini, generate dalla condizione “animica”, che affiora dal profondo dell’animo come in una forma di preghiera, si proiettano in una rinascita evolutiva. Il pennello con lui diventa una forma unica, che trasferisce sulla tela immagini oniriche, perché è nel sogno che l’arte di Mario Manzalini vive, ed è nel sogno che la tela respira la sua spirituale presenza.

    Scrive di lui l’antropologo Alessandro Norsa: “L’artista scopre la sua dimensione mettendosi in profondo contatto con se stesso, con quella parte più profonda di sé che si confonde tra il sogno notturno e l’ideale che si coniuga con l’anima di ciò che raffigura, ovvero Matilde. Manzalini, trova in lei l’ispirazione tanto da congiungersi animicamente alla potenza di questa Donna, che egli sente in spirito e la trasforma in immagine: poiché è la continuità animica che muove la sua mano generandone i lineamenti e i ritratti”.

  • Andrea Bascarin e il colore

    Andrea Bascarin e il colore

    Classe 1966, Andrea Bascarin è un appassionato autodidatta che apre il suo sguardo al mondo della pittura lasciandosi catturare dall’arte di Claude Monet e dalle sue magiche creazioni in bilico tra realtà e fantasia.

    Il suo esordio pittorico viene infatti ispirato dai lineamenti dei paesaggi polesani, che si aprono alla luce con la limpidezza dei colori e si avvolgono nella morbidezza delle brume adagiate sulla campagna sonnolenta.

    “L’alluvione del ‘51” e “L’Adige ghiacciato” sono due opere-specchio di momenti speciali della vita del territorio polesano che il pittore ha realizzato con sensibile consapevolezza e amore per la sua terra.

    Sul Periodico bimestrale “Overart” nel giugno 2014 viene descritto in questo modo: “Con un raffinato verismo lirico, l’artista Andrea Bascarin, percepisce la natura in una chiave magica e poetica, trasfigurando il vero e riequilibrando in modo colto la verosimiglianza con l’emozione interiore. Nei suoi paesaggi nulla è lasciato al caso. Per lui tutto è colore, tutto è luminosità”

    In una delle sue Mostre più recenti si scrive di lui: “Artista impressionista che ritrae paesaggi del Polesine, innevati, primaverili…, oggetti vari, mezzi di trasporto tipici della nostra quotidianità, suscitando col colore, la luce o la contrapposizione di immagini, sensazioni di velocità, di potenza, ma pure di fragilità, bellezza e delicatezza. Trasmette sempre metafore precise: l’inarrestabile trascorrere del tempo, l’evolversi continuo della tecnologia, l’apparenza che inganna… Riesce ad emozionare trasfigurando il vero, imprimendo sulla tela la propria essenza poetica…”

    Nelle sue opere troviamo dunque una descrizione lirica della natura, ma anche raffigurazioni iperrealiste di mezzi di trasporto. Un interesse quest’ultimo che lo guida alla perfetta esecuzione di soggetti dalle dimensioni più varie, capaci di suscitare nell’osservatore un senso di meraviglia per la minuziosa raffigurazione realizzata.

    Oserei dire che le sue più “impressionanti” riproduzioni sono i treni ai quali Bascarin imprime un perfetto dinamismo che si muta in una realistica velocità e in autentico: piacere del viaggio! E in realtà il pittore sembra invitarci a intraprendere un ideale viaggio a bordo di uno dei treni riprodotti con una incredibile quanto magica abilità e perfezione, o a guidare una delle auto pronte a portarci lungo strade che si snodano tra paesi e città.

    – Come ti sei appassionato a questi soggetti e a questa tecnica?” gli chiedo.

    “Da bambino andavo alla stazione col papà e mi incantavo a guardare i treni che arrivavano e partivano e mi piaceva vederli arrivare, ripartire e allontanarsi diventando piccoli fino a scomparire…”

    Penso che questo sia stato in incipit molto importante per questo singolare Artista, che poi, da adulto, ha frequentato persone del “dopo lavoro ferroviario” che gli hanno fornito particolari tecnici importanti relativi al funzionamento dei treni divenuti utile materiale informativo.

    La reale forza espressiva di questo Artista in realtà sta nella “vitalità” che infonde alle sue creazioni perché i suoi “Freccia rossa” i suoi “Italo” e tutti i modelli dipinti sono animati da una forza dinamica che ne fa degli autentici capolavori.

    Lo stesso si può ribadire per gli esemplari d’auto che ci riportano all’ eleganza tutta italiana delle grandi fabbriche automobilistiche che hanno onorato il nostro Paese nel mondo.

    E chi non farebbe un giro sui suoi scooter, che nelle sue tele sembrano aspettare che ci mettiamo a bordo? Magari per uno spensierato viaggio – come dice Max Pezzalli – “…sui colli bolognesi” animati dalla sua mitica canzone “vespa 50 special”.

    Immaginare, sognare sono nobili doti umane e Andrea pare davvero un fabbricatore di sogni per chi non si può permettere di viaggiare ad “alte velocità”.

    Con questo Artista c’è posto a bordo di… una tela.

  • Cromie personali

    Cromie personali

    “La pittura mi permette di riconnettermi con la mia essenza e spontaneità”. Con queste parole, Giorgia Roversi parla della vocazione che ha sentito fin dalla giovanissima età. Nata a Rovigo, frequenta il liceo artistico e in seguito la Scuola di Disegno Anatomico Chirurgico della facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’Università di Bologna, continuando a coltivare la passione per il disegno.

    Successivamente decide di trasferirsi a Barcellona, dove vive per dieci anni e si orienta verso il campo della comunicazione, diventando Art Director per importanti multinazionali.

    Dopo questo capitolo fondamentale della sua vita nella terra catalana, sceglie di tornare alle origini. Alla ricerca di tranquillità, trova nella campagna la dimensione ideale per dedicarsi alla pittura che considera una pratica meditativa.

    Nel suo studio, inondato di luce naturale, crea un ricco universo visivo. La sua produzione pittorica spazia in diverse direzioni, ciascuna legata a un particolare momento della sua vita artistica. L'influenza spagnola si riflette soprattutto nell’uso dei colori vivaci: le sue tele si distinguono per le tonalità brillanti, rese ancora più intense grazie alla tecnica dell’olio, che predilige per la resa cromatica.

    Agli esordi della sua carriera il ritratto ha occupato un posto di rilievo. Percorrendo una ricerca votata all’iperrealismo ha immortalato volti che esprimono l’unicità dei soggetti. Attraverso accostamenti di colori vibranti, spesso fluorescenti, Giorgia Roversi traduce sulla tela l’interiorità umana, talvolta evocando lo smarrimento dell’individuo in un mondo in rapido cambiamento. Come succede nella serie Permanentemente impermanente che prelude già nel titolo la condizione di transitorietà e di adattamento continuo a cui l’individuo è sottoposto.

    Nel suo percorso artistico, il soggetto rimane spesso centrale, ma cambia nel tempo. A volte appare immutato, impresso sulla tela come simbolo di una vulnerabile presenza; altre volte si scompone, arricchendosi di elementi inquietanti che suggeriscono una verità più occulta. Volti con più occhi, oppure volti contornati da fiori che celano denti minacciosi: i suoi soggetti ci ricordano la complessità della realtà, rivelandone le luci e le ombre, ma anche il costante interesse dell’artista per i dettagli anatomici.

    Il filo rosso che collega tutta la sua produzione è l’interesse per l’essere umano nella sua totalità: dalla superficie della pelle fino alla profondità delle emozioni. Queste ultime sono le protagoniste delle serie più recenti. Nella serie g, Giorgia Roversi si distacca dalla figura umana e dagli elementi vegetali, dipingendo fibre colorate che rappresentano le onde emotive che ha osservato su se stessa e mappato nel tempo. Per dare forma a questa visione, ha sviluppato un metodo originale ispirato alla Scala Douglas, utilizzata in nautica per misurare le onde del mare, e lo ha adattato alle oscillazioni emotive. Questo sistema di mappatura ha dato vita a un vero e proprio caleidoscopio, con intrecci dinamici e vibranti che sembrano estendersi oltre i confini della tela.

    Il suo interesse per lo studio delle emozioni nasce dalla necessità di comprenderle più a fondo, riconoscendole come componenti essenziali della vita umana. Al contempo, attraverso la pittura, comunica la loro importanza e invita a esplorarle nella loro essenza e bellezza, come avviene nella serie Beauty of Sadness, in cui ritrae volti di donne che osservano il proprio stato d’animo con contemplativa serenità.

    Giorgia Roversi parla spesso di “energia del quadro” descrivendo il dipingere come un impulso creativo che nasce con l’idea, trova la sua massima espressione durante il processo artistico per poi esaurirsi alla fine dell’opera. Ascoltando questa energia creativa, l’artista si sintonizza con essa e dà vita al suo immaginario.

    Anche le sue serie seguono questo ciclo: nascono, si evolvono, maturano e poi lasciano spazio a nuovi inizi. È il caso della nuova collezione, che sta prendendo forma nel suo atelier: Organi Onirici. Una serie che ha visto il suo esordio con Diastole Onirica: un cuore pulsante che si erge solitario in un’atmosfera sognante, le cui sembianze ricordano più delle fibre naturali che una membrana organica. Gli organi onirici, caratterizzati da una forte plasticità, introducono una dimensione dove floreale e viscerale si fondono armoniosamente.

    La sperimentazione è una parte essenziale del suo lavoro. Da qualche tempo rifletteva su come creare un legame con le persone attraverso l'arte, un'idea che ha preso forma durante la mostra Cromie Personali (25-29 settembre 2024, Pescheria Nuova, Rovigo) grazie all'installazione Flora Rhodigium. Quest'opera collettiva ha coinvolto attivamente i visitatori, invitandoli a contribuire al processo creativo e a dialogare attraverso il disegno con l’artista e tra loro. Con questo progetto, Giorgia Roversi ha voluto trasmettere un messaggio semplice ma profondo: l'arte ha il potere di unire le persone e creare connessioni attraverso la creatività.

  • Henri Cartier-Bresson e l’Italia

    Henri Cartier-Bresson e l’Italia

    Dal 28 settembre 2024 al 26 gennaio 2025 Palazzo Roverella a Rovigo ospita “Henri Cartier-Bresson e l’Italia”, un progetto espositivo inedito che approfondisce in maniera esaustiva il rapporto tra il celebre fotografo francese e il Belpaese.

    Realizzata in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi e CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, la mostra è curata dai rispettivi direttori Clément Chéroux e Walter Guadagnini ed è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Un corpus di circa 160 fotografie vintage alla gelatina d'argento provenienti dalla Fondazione parigina, oltre che di immagini di note riviste italiane e straniere, permette al visitatore di ripercorrere in ordine cronologico le tappe dei viaggi italiani del fotografo, avvenuti a partire dagli albori della sua attività nei primissimi anni Trenta fino al termine della stessa agli inizi degli anni Settanta.

    Henri Cartier-Bresson (Chanteleup, 1908 – Montjustin, 2004) dopo il liceo studia pittura presso lo studio di André Lhote. Verso la fine degli anni Venti, in Africa, si appassiona alla fotografia e decide così di acquistare una Leica, strumento di lavoro che lo accompagnerà fino al termine della sua carriera. Abbandonata da poco l’idea di diventare pittore, poi, nel 1932 il francese compie il suo primo viaggio in Italia. Si tratta di un soggiorno di piacere, in compagnia dell’amico scrittore André Pieyre de Mandiargues e della sua fidanzata pittrice Leonor Fini, durante il quale egli scatta uno dei rarissimi autoritratti realizzati in vita e che, assieme ad altre immagini immortalate tra Trieste e Livorno e Siena e Salerno, è presente nella sezione di apertura della mostra: sdraiato sul ciglio di una strada, si inquadra il petto, parte delle gambe e il piede, escludendo però il volto. Si tratta di una sorta di dichiarazione di intenti: Cartier-Bresson non vuole rivelare la propria identità per evitare che la gente si metta in posa vedendolo fotografare, perché per lui la foto deve essere autentica e cogliere il soggetto al naturale, senza l’utilizzo del flash; questo, inoltre, deve essere inserito all’interno di una geometria compositiva di fondo, intrisa talvolta di quella vena surrealista conosciuta in giovinezza nei circoli artistici frequentati a Parigi. Per lo stesso maestro, infatti, “fotografare è mettere sulla stessa linea di mira testa, occhio e cuore. È un modo di vivere”.

    Un secondo viaggio in terra italiana avviene nel 1951-1952. Dopo vent’anni il mondo è cambiato, ma lo è anche il fotografo: nel 1947 ha esposto al MoMA di New York, ha fondato l’agenzia Magnum e ormai è richiesto dalle più importanti riviste dell'epoca, prima tra tutte "Life". Ed è proprio per la pubblicazione americana che il francese immortala una Roma che si affaccia timidamente alla modernità, ma che è ancora profondamente legata alle tradizioni: gli scatti realizzati per questo reportage sono così copiosi e talmente tanto apprezzati dalla redazione che nel 1953, oltre a un articolo di nove pagine corredato dalle sue fotografie, esce in allegato un portfolio contenente altre dieci foto pubblicate a intera pagina.

    Il viaggio, poi, prosegue verso l’Abruzzo e la Basilicata: Cartier-Bresson da una parte continua a ricevere importanti commissioni da note riviste come “Holiday” e “Harper’s Bazaar”, interessate a fare conoscere al proprio pubblico luoghi fuori dal tempo, ancorati profondamente alle proprie identità culturali; dell'altra intende documentare le condizioni di miseria di un Sud Italia portato alla ribalta dal romanzo di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli" (1945) e divenuto al centro di un dibattito politico, economico e sociale diffusosi a livello internazionale, in quanto queste zone rappresentano l’emblema della povertà, ma al contempo un laboratorio di possibili riforme. Celebri tra tutte le vedute dell’Aquila, Scanno, Matera e Ischia, attraversate da figure in abiti tradizionali o animate da scene di vita quotidiana, che mettono in risalto ataviche persistenze territoriali.

    Diventato ormai famoso, Henri Cartier-Bresson ritorna a più riprese in Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta e realizza ancora una volta servizi per le già citate riviste illustrate.

    Nel 1953 effettua il viaggio più lungo in termini chilometrici e visita città come Genova, Verona, Venezia, Bologna, Firenze e Siena: in questa occasione egli coglie lo scorrere della vita delle persone sullo sfondo di scenografie architettoniche italiane e mette il Paese in relazione al più ampio spazio storico, geografico e culturale europeo in cui è inserito. Molte di queste immagini, infatti, verranno pubblicate nel noto volume “Les Européennes” (1955) di cui il fotografo è autore.

    Nel 1958 il maestro fa poi ritorno in una Roma che a distanza di circa un decennio risulta cambiata: le sue fotografie testimoniano da un lato il mutamento di una capitale in linea con la nuova società dei consumi, ma dall’altro documentano anche i grandi eventi, come l'ascesa di Papa Giovanni XXIII al soglio pontificio, ponendo il focus dell’attenzione sul protagonismo delle folle.

    Nel 1960-1961 sarà invece la volta di Napoli e della Sardegna, dove egli immortala luoghi e persone della città partenopea per la rivista “Holiday” e del popolo sardo per le pagine di “Vogue”.

    Le ultime immagini italiane dei primi anni Settanta, alla soglia di un progressivo allontanamento dalla fotografia che avverrà nel 1974, si configurano invece come un ritorno sui luoghi frequentati in passato, in cui convivono la modernità di una industrializzazione sempre più diffusa e delle proteste dei manifestanti e la tradizione delle realtà locali.

    La ricca programmazione di eventi proposta da Palazzo Roverella fa comprendere ai visitatori come quella di Rovigo non rappresenti solamente un’esposizione tematica inedita, ma anche una mostra antologica. Tutti gli appuntamenti, infatti, sono volti a mettere in luce quanto Henri Cartier-Bresson sia stato testimone della società in cui si è trovato a operare, meritando il celebre appellativo di “Occhio del Secolo”.

  • Polesine bellissimo

    Polesine bellissimo

    Devid Penguti ci propone alcuni suoi scatti polesani, corredati da due poesie, comunicandoci alcune sue informazioni biografiche.

    Sono nato nel 1976 in Polesine e dopo studi di stampo classico non terminati, a metà degli anni 90 sono emigrato in Germania, a Francoforte, dove ho iniziato a studiare i rudimenti della regia e della videofotografia e a perfezionare la mia capacità di scrittura e comunicazione, per poi tornare a Fratta Polesine a metà degli anni 2000 e farne definitivamente un lavoro.

    Affascinato dalla scuola dei mastri Kubrick e Tarantino, dalla luce di Caravaggio e Vermeer e facendo miei gli insegnamenti dei maestri Ranzato ed Errico (punte di diamante della fotografia italiana dei quali ho l’onore di essere amico) la mia ricerca si è focalizzata sulla luce naturale, vera essenza del mio modo di lavorare.

    Una ricerca che mi ha portato a diversi riconoscimenti di cui il più importante è il “Best Stories of 2018” del National Geographic Usa, dove sono stato selezionato fra le 36 migliori narrazione fotografiche dell’anno con un mio scatto, con tanto di recensione di David Y. Lee, ex fotografo della Casa Bianca.

    Inoltre ho sempre coltivato un amore smisurato per lo stormchasing e le nuvole, ed ho vinto per due anni di seguito (2017-2018) il contest di Severe Weather Europe che raccoglie le migliori foto di temporali e tempeste nell’ambito europeo.

    Ho “usato” questa passione anche per raccontare e portare in risalto la mia poco considerata terra, cioè il Polesine, che amo tantissimo e della quale penso la gente abbia spesso un’idea sbagliata, vedendola come una terra nebbiosa e vuota: in realtà non è cosi e la nebbia è proprio uno dei punti di forza, della quale ho cercato di narrare la bellezza particolare.

    A fine 2018 purtroppo ho avuto un lungo stop causa una grave paralisi che sembrava aver interdetto la mia passione e la mia carriera, invece fortunatamente l’ho superata e dal 2024 sono di nuovo in careggiata con lo studio nuovo a Fratta Polesine.

    In cerca di luce, temporali, bellezza e poesia fra questa terra antica e dalla storia unica che è casa e a cui appartengo.

    NEBBIA

    La Nebbia che avvolge, la Nebbia che inghiotte la Nebbia che rende eterei il giorno e la notte Sospesi nel nulla, spariti nel niente storie di strade, storie di gente Passi nel vuoto, che echeggian follia, ma è solo qualcuno lungo la via Immagini fioche, quadri sfuocati come risvegli da ricordi sognati Un’unica e grigia, solitaria cromia ma può raccontare ancora poesia.

    CAMPAGNA

    C'è poesia nella campagna? Oh sì, quella poesia sottile non sgargiante quasi timida un po’ nascosta, ma che scoperta rivela una bellezza unica e silenziosa… le forme nella nebbia, fuggevoli acque che scorrono, colori come fiori nel giardino degli dèi sotto orizzonti infiniti; la terra della terra il cielo in essa ed il suo respiro che batte il tempo al ritmo del cuore che ti entra dentro e soffia la Vita.

  • Con la musica nel cuore

    Con la musica nel cuore

    La storia della famiglia Trapp, resa celebre dall’indimenticabile film “Tutti insieme appassionatamente” ha raccontato al mondo quanto la passione per la musica sia una forza unificatrice e a tratti salvifica nei momenti più bui come quelli della seconda guerra mondiale.

    In modo simile, anche se in circostanze e luoghi diversi, una famiglia polesana ha coltivato una profonda tradizione musicale tramandandola di generazione in generazione, per divenire in seguito un punto di riferimento nella storia culturale del territorio. Una vicenda piena di passione che merita di essere raccontata.

    Parliamo della famiglia Casetta che, attraverso i suoi componenti, ha sperimentato negli anni vari strumenti musicali declinati in personali interpretazioni nelle diverse esperienze umane.

    La famiglia era originariamente composta da Giovanni Casetta (17/10/1884 – 31/08/58) che dirigeva l’ufficio postale di Grignano e dalla moglie Clelia Borzani, figlia del medico condotto di Trecenta e maestra elementare a Villanova Marchesana dove la coppia si era trasferita. Va detto che, a dispetto delle intenzioni di questo ricordo, la famiglia non aveva tradizioni musicali, ma come avviene nelle favole, tutto nasce dalla purezza di un bambino: il figlio Giuseppe.

    Giuseppe Casetta (Villanova 21/02/1922 – Rovigo 27/07/1995) a quattro anni, mosso dall’intenzione di inventare un gioco, con la fantasia tipica dell’infanzia si atteggiò a musicista: venne sorpreso dal padre mentre simulava di suonare il violino con due bastoncini.

    La magia era iniziata. Il padre intuì immediatamente la predisposizione del piccolo Giuseppe verso la musica, e pertanto lo indirizzò agli studi prima al Conservatorio di Musica Antonio Buzzolla di Adria, poi al Liceo Musicale Francesco Venezze di Rovigo ed infine al Conservatorio Cesare Pollini di Padova. Ben presto il ragazzo si fece notare, cosicché a soli 14 anni ebbe l’opportunità di entrare nell’orchestra diretta dal maestro Arrigo Pedrollo di Padova.

    Frattanto le vicende di questa famiglia incrociano i destini della guerra, e il giovane Giuseppe grazie alla sua passione, agli studi dedicati e alle sue conoscenze musicali evita il fronte. Ma sfortunatamente un mese prima del diploma viene colpito da una paresi alla mano sinistra che gli impedisce la carriera da violinista.

    Costretto quindi a dedicarsi a un’attività lavorativa completamente diversa, trova impiego presso l’ufficio postale di Venezia – Mestre dove conosce la sua futura moglie e madre delle sue tre figlie che verranno indirizzate alla musica.

    Giuseppe Casetta sul finire degli anni ’50 torna in Polesine a dirigere l’ufficio postale di Grignano e, come è stato per lui, anche la famiglia ha il privilegio di avvicinarsi alla sua passione: Livia (n.02/08/1957) al pianoforte e clavicembalo insegnerà alle scuole medie a indirizzo musicale, Martina (n.13/03/1960) violinista, insegnante al Conservatorio anche a Rovigo e Cecilia (n.12/05/1963) al violoncello.

    Giuseppe, frattanto, raggiunta negli anni ’80 l’età della in pensione, poté coltivare con maggiore continuità la sua passione, dedicandosi anche privatamente all’insegnamento del violino destinato a bambini piccolissimi, tra cui ricordiamo Luca Marzolla divenuto poi un docente di violino e Marina de Liso, famoso mezzosoprano rodigina che ha mosso i primi passi grazie ai rudimenti da lui ricevuti.

    Nel frattempo Giuseppe collabora col fratello Mario (Villanova Marchesana, 08/05/1927 – Rovigo 27/04/2009) di professione geometra in uno studio privato, a cui insegna a suonare il pianoforte. La collaborazione dà presto i suoi frutti e Mario porta avanti dal 1966 il Coro Monte Pasubio fondato dal fratello Giuseppe (già esistente nella denominazione “La Baita”) dirigendolo finché non subentrò il maestro Nazzareno Fogagnolo e poi, dal 2004, il maestro Pierangelo Tempesta.

    Nel corso degli anni questo coro ha maturato diverse esperienze artistiche, dai classici di montagna e degli alpini alle ricerche etno-musicali sui canti polesani, ai canti d’autore, fino alla polifonia.¹

    La musica diviene per Mario una passione travolgente, cosicché nel 1967 fonda il Coro di tradizione non professionisti amatori del tempo libero Teatro sociale di Rovigo; un coro misto destinato ad accompagnare le opere durante le rappresentazioni dell’ottobre rodigino. Sotto la direzione affidata al maestro Amelio Rigolin avvenne il felice debutto del coro con l’opera “Ernani” di Giuseppe Verdi che riscosse un ampio successo.

    Le abilità di Mario e la passione per la musica lo scoprono presto anche nel ruolo di maestro cosicché molti saranno i musicisti formati alla sua scuola. Nel tempo Mario – che ormai per tutti è il Maestro Casetta – condivide gratuitamente questa sua grande passione con gli studenti delle scuole di Rovigo e, come un demiurgo, instilla cultura musicale nei giovani. La sua offerta si adegua alle necessità del territorio e tra i tanti impegni sceglie anche di intrattenere musicalmente gli ospiti all’Iras. A quel tempo il Maestro Casetta era ovunque… ovunque ci fosse voglia di musica… ovunque si potesse fare del bene. Da ricordare anche che, sull’onda di questa piacevole disponibilità, alcune maestre si misero in gioco, imparando a suonare il flauto per poi insegnarlo ai bambini.

    Fu così che dagli anni ’70 agli anni ’90 il Maestro Casetta ottenne il permesso dal Provveditorato e dai dirigenti scolastici di entrare nelle scuole elementari della città e insegnare a tutti i bambini a suonare il flauto dolce, ottenendo tanti riconoscimenti: aveva un buon carattere ed era molto apprezzato da insegnanti, studenti e da tutto il personale che lo avvicinava. Un aneddoto tra i tanti: quando i suoi allievi lo incontravano per strada non usavano salutarlo nel modo tradizionale, ma si mettevano a suonare sull’attenti “SI SI LA LA SOL SOL” che sono le note con cui egli iniziava sempre le sue lezioni.

    Suo merito è stato aver instillato in molti studenti la passione per la musica, che poi a non pochi ha aperto la strada per la frequentazione di scuole importanti e studi dedicati come il Conservatorio.

    L’immagine di Mario Casetta resta ancora indelebile nella memoria e nel ricordo di chi l’ha conosciuto e stimato. Lo si vedeva sempre passare per le strade di Rovigo con la sua bicicletta, mentre era intento ad abbracciare, sul manubrio, la cartella che custodiva il suo strumento musicale, il pentagramma e tutti gli oggetti necessari alle sue lezioni accurate.

    Quello era anche il tempo dei grandi cori, delle serate della montagna testimoniate da meravigliosi scatti in bianco e nero: foto rubate tra pose di rito e corpi in libertà; istantanee di abbracci e sorrisi, momenti di convivialità e musica che univano senza l’omologazione dei nostri tempi. E ancora concerti per gli alluvionati del Polesine e per altre nobili cause. Tutto questo e molto di più nell’album della famiglia Casetta tra foto e articoli di giornali ingialliti dal tempo, ma autentici di preziosi ricordi.

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