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Archivi: Articoli d’archivio

  • Caro Giacomo di Elena Matteotti

    Caro Giacomo di Elena Matteotti

    Per Elena Matteotti, nipote di Giacomo Matteotti, il 2024 – l’anno del Centenario e delle centinaia di manifestazioni organizzate in tutta Italia per ravvivare il ricordo del martire del Fascismo – è stato un anno di riscoperta del nonno, che è iniziato con una breve permanenza presso l’ecomuseo del Pizzon, accolta da Donatella Girotto e Giuseppe Marangoni, con i quali ha mantenuto un rapporto di vera amicizia.

    A conclusione di un anno davvero particolare, Elena Matteotti ha sentito il desiderio di scrivere una breve lettera al nonno ritrovato, inviando – tramite Donatella Girotto – una copia alla Redazione del Ventaglio perché la faccia conoscere ai suoi lettori. E di questo la Redazione sentitamente ringrazia, proponendo di seguito il testo della “lettera speciale”.

    Caro Giacomo,

    non riesco ancora a chiamarti nonno per una sorta di pudore, rispetto ed ammirazione. Una grande occasione questo Centenario per recuperare una memoria ed una storia che mi appartengono.

    Una ricerca cominciata 5 anni fa a Fratta Polesine attraverso tante voci e tante testimonianze e molta commozione, accompagnata dall’accoglienza consapevole di Giuseppe Marangoni e Donatella Girotto all’Ecomuseo Mulino al Pizzon, testimoni speciali che ringrazio.

    Posso dire che ho fatto amicizia con un fantasma che aleggiava nell’aria a cui non sapevo dare un volto. Ora sei vivo e presente, e capisco il tuo linguaggio umano e politico di cui mai come in questo momento abbiamo bisogno. Un periodo in cui valori eterni come la democrazia, la giustizia e la libertà, per cui hai combattuto fino alla fine, non sono sempre scontati, difesi, garantiti, ma spesso calpestati… Valori quindi da ridefinire, tutti insieme, partecipando alla cosa pubblica, alla storia che ci riguarda, attraverso un’azione comune per un bene comune.

    Agire con te significa avere coraggio, prendere una posizione, non voltarsi dall’altra parte e denunciare per quanto è possibile ogni sorta di sopruso o ingiustizia anche nella nostra piccola vita quotidiana. So che ti aspetti questo da noi, forse questo in qualche modo ti farà giustizia.

    Averti ritrovato mi ha riscattato da una vita non così facile, mi ha dato forza e una nuova identità. Sono solo all’inizio, ho ancora tanto da imparare ma so che sarai con me e che mi accompagnerai ovunque io vada a cercare di portare il tuo pensiero.

    In questo anno ho girato per tutta l’Italia: dal Parlamento al Paese più piccolo e sperduto, sempre ho sentito parlare di Te e ho potuto conoscerti meglio. Convegni, libri, spettacoli, cerimonie, tanti modi diversi per ricordare e approfondire le tue idee politiche, le tue azioni, la tua tormentata vita pubblica e privata. Inoltre, il tuo coraggio, la tua conoscenza, l’amore per la famiglia e per la tua terra, sono sempre stati sostenuti dal prezioso rapporto con tua moglie Velia Titta.

    Augurandomi un risveglio sociale, politico, culturale e umano per tutti, giovani e meno giovani. Tocca a noi adesso; è un dovere, un’eredità che ci hai lasciato.

    Ora ti conosco meglio e sento di dirti caro nonno Giacomo…

    Sorridi nonno ce la faremo! Tua nipote Elena Matteotti

    Elena Matteotti

    figlia di Gian Matteo Matteotti

    secondo genito di Giacomo Matteotti

  • La Madonna del Monte di Pietà

    La Madonna del Monte di Pietà

    A Lendinara, a conclusione di via Garibaldi, pochi metri prima di giungere in piazza Risorgimento, sopra una antica porta architravata del complesso municipale – un tempo accesso al Monte di Pietà – è presente da secoli la scultura in bassorilievo di una dolce Madonna col Bambino, che purtroppo risente dell’inesorabile deterioramento del tempo.

    L’Associazione Italia Nostra, sezione di Rovigo, si è fatta recentemente portavoce dell’istanza di recupero del bene storico-artistico, sottolineando l’opportunità di un idoneo intervento che potrà contribuire a valorizzare il prezioso patrimonio monumentale della città di Lendinara. A tal fine ha organizzato una visita al bene, e diffuso – a firma del presidente Fabio Bellettato – una nota descrittiva del bene che qui di seguito riportiamo.

    L’edicola monumentale, sita nel complesso del Palazzo Municipale di Lendinara, sottoposto a vincolo di tutela, riguarda il lato nord su via Garibaldi. Si caratterizza per l’intento devozionale e di decoro urbano tipico della Rinascenza veneta, posto ad evidenziare l’accesso al Monte di Pietà, aperto nel 1501. L’opera, che insiste su un impaginato murario forse anteriore al secolo XV, è sovrapposta ad un preesistente portale architravato posto assialmente alla facciata. Una cornice in cotto, modanata ed arricchita da beccatelli, malgrado le alterazioni ottocentesche, conferisce all’insieme un potente effetto chiaroscurale.

    La fattura del bene, riconducibile a modi e stilemi lombardeschi, può essere datata tra la fine del secolo XV e il primo quarto del XVI. L’elegante composizione, a medio rilievo, è posta in nicchia semicircolare ricreante effetti illusionistici di profondità, che

    racchiudono la delicata figura della B.V. Maria e del Bambino, seduto in grembo e amorevolmente sostenuto dalla Madre. La scena è inquadrata da un tempietto timpanato, sostenuto da lesene piatte, con inserti marmorei in rosso di Verona e ovoli mediani, in marmo nero. Raffinati capitelli d’ordine corinzio, sostengono la trabeazione sostenuta da dadi in marmo rosso. L’insieme appare sospeso su mensole con volute in foglia d’acanto, posto sopra l’elegante portale architravato d’accesso al Monte, riquadrato in pietra d’Istria. La base della scena, su cui campeggia uno stemma araldico abraso, è decorata da un duplice intreccio di racemi vegetali.

    La superficie scultorea – per quanto protetta dall’aggetto marmoreo -mostra tracce di cromatismi, nello sfondo, nelle vesti e negli incarnati, ampiamente degradati; la decorazione appare altresì intaccata da parziali distacchi del materiale lapideo: sono visibili erosioni e caduta di porzioni di plastica ornamentale, dovute al dilavamento e all’attacco di agenti inquinanti, con notevole accumulo di particolato e formazione di croste nere nelle superfici di sottosquadro.

    Si fa altresì osservare che la conservazione, tutela e recupero dell’opera scultorea non può prescindere dal generale recupero e riordino della stessa facciata, attualmente immiserita dalla presenza di elementi moderni del tutto incongrui, quali canaline in materiale plastico, cartellonistica stradale, contatori Enel ecc. L’opera di indagine storico-archivistica del manufatto architettonico, redatta da studiosi, si rende necessaria quale complemento delle opportune valutazioni diagnostiche sullo stato di conservazione del bene stesso.

    Per questo motivo Italia Nostra sezione di Rovigo ha organizzato – Sabato 6 Dicembre 2024 presso la Biblioteca Comunale

    “Gaetano Baccari” Cittadella della Cultura di Lendinara per i propri soci, gli amici e i simpatizzanti dell’Associazione – la visita e la presentazione del bene storico artistico e l’istanza di recupero dell’Edicola rinascimentale raffigurante la Madonna con Bambino dell’antico Monte di Pietà di Lendinara.

    La partecipata manifestazione si è svolta col patrocinio del Comune di Lendinara, con gli interventi del Sindaco di Lendinara Francesca Zeggio, del Consigliere di Italia Nostra sezione di Rovigo Andreina Milan e del Direttore della Biblioteca Comunale di Lendinara Nicola Gasparetto. Durante la mattinata, oltre alla presentazione del bene storico artistico, si è proceduto alla visita all’antico ingresso del Monte di Pietà di Lendinara, al Palazzo municipale e grata lignea quattrocentesca, opera di Lorenzo e Cristoforo Canozi e alla Cittadella della Cultura sede della biblioteca civica e del Museo del Risorgimento.

  • Cammini d’arte sotto la stella

    Cammini d’arte sotto la stella

    Che Rovigo non sia solo terra di rugby e nebbia per i più è cosa ben nota: infatti, che sia per una mostra a Palazzo Roverella, per una “scalata” a torre Donà, una passeggiata a piazza “Vittorio” passando per la torre dell’orologio e sotto lo sguardo del leone di San Marco, un tuffo nella storia del Polesine al Museo dei grandi fiumi o una caccia al tesoro per le vie del centro per scovare l’introvabile e famosissimo gatto Rossini; La “città tra i due fiumi” è ormai ogni giorno popolata da locali e non che si perdono tra le bellezze cittadine.

    Uno dei periodi migliori secondo noi per immergersi nelle bellezze rodigine è senza dubbio il periodo natalizio, quando la città si adorna di luci e decorazioni e l’odore di garofano e cannella si spande per le vie del centro.

    Vie del centro che abbiamo deciso di percorrere per proporvi una passeggiata natalizia che, a prescindere da quanto conosciate o meno la città, vuole essere un invito e uno stimolo per voi a scendere in piazza e godervi una Rovigo mai vista.

    Questa passeggiata “artistica” si snoderà tra chiese e palazzi rodigini per portarvi alla scoperta di chicche più o meno nascoste che raccontano il Natale la Natività nella nostra città.

    L’itinerario comincia dalle sale della Pinacoteca di Palazzo Roverella con un omaggio a Santa Lucia che, secondo la tradizione, la notte del dodici dicembre passeggia in groppa al suo asino per portare doni ai più piccini.

    Tra la veduta di Venezia del Biasin e la Madonna col Bambino di Giovanni Bellini, possiamo ammirare Santa Lucia e storie della sua vita di Quirizio da Murano (XV secolo). Il pittore veneziano in questa tavola raffigura la martire siracusana venerata da una devota e incoronata da due angeli. Da contemplare lo sfondo stellato dove campeggia la scritta “SANTA LUCIA”.

    Continuiamo il nostro viaggio uscendo da Palazzo Roverella per dirigerci, passando per corso del popolo, al Duomo di Rovigo. La principale chiesa della città, dedicata a Santo Stefano, ospita due delle opere che abbiamo scelto di raccontarvi per questa passeggiata natalizia. La prima opera è La Madonna del Parto (Anonimo XIV/XV secolo), si tratta di un delicato affresco riportato su tela che rappresenta Maria in preghiera mentre adora il Bambino appena nato. La seconda opera è L’Adorazione dei Magi (Famiglia dei Maganza XVI secolo), e si tratta di olio su tela raffigurante la Vergine Maria con il Bambino Gesù in grembo e i tre Magi, prostrati in ginocchio, che offrono oro, incenso e mirra.

    Ci lasciamo il Duomo alle spalle per dirigerci verso la chiesa dei Santi Francesco e Giustina, luogo che ospita la quarta opera di questo viaggio. Dal duomo alla chiesa il passo è breve, appena cinque minuti, ma le cose da ammirare lungo il tragitto non mancano: Palazzo Roncale, il caffè Borsa (istituzione cittadina) e il teatro sociale, prova inequivocabile delle tante bellezze che la città ha da offrire.

    All’interno di questa chiesa troviamo San Giuseppe con il Bambino Gesù (Antonio Zanchi XVII), e parliamo di un olio su tela dalle tonalità brune, dove si vede San Giuseppe tenere in braccio il Bimbo parzialmente coperto da una mantella. Un’immagine di paternità dove regnano sensibilità e armonia.

    Riprendiamo questa passeggiata dirigendoci verso la Chiesa della Beata Vergine del Soccorso, detta anche La Rotonda, per andare ad ammirare in questo scrigno del ‘Seicento la quinta e ultima opera che abbiamo scelto per voi: l’Adorazione dei pastori (Anonimo XVII). Incastonata tra gli altri teleri o affreschi che adornano il tempio, l’Adorazione dei pastori è un olio su tela scenografico e suggestivo dove vediamo un Bambino al centro della tela, radioso, luminoso, circondato da figure genuflesse e devote.

    Speriamo che queste cinque opere possano riaccendere lo spirito natalizio che alberga dentro di voi, ma soprattutto che vi spingano a uscire di casa e a venire a Rovigo per ripercorre l’itinerario che vi abbiamo appena proposto.

    Non ci resta dunque che augurarvi una buona passeggiata, una buona “boccata d’arte”, ma soprattutto un Buon Natale.

  • Percorso carbonaro a Rovigo

    Percorso carbonaro a Rovigo

    Una recente iniziativa della FIAB mi ha concesso l’occasione di accompagnare un gruppo di rodigini in un’escursione notturna in bici, “alla scoperta” di vie e di edifici storici legati in vario modo alla memoria dei personaggi polesani che ebbero un ruolo importante nella storica stagione della Carboneria.

    Perché ricordare i carbonari di Rovigo

    La Carboneria nella nostra città fu un fenomeno di breve durata, ma dal significato politico e sociale estremamente rilevante e forse non sufficientemente apprezzato. All’indomani del Congresso di Vienna (1814-1815), che aveva lo scopo di ripristinare in tutta Europa l’autorità delle vecchie monarchie spodestate dalle scorrerie napoleoniche, veniva creata in Italia una nuova entità statale: il Lombardo-Veneto. In tutta la penisola si diffusero nuclei eversivi di una nuova società segreta, la Carboneria che mutuava dalla Massoneria la ritualità e il linguaggio ed aveva come scopo la cacciata del dominatore straniero e la creazione di uno stato italiano unito, libero e indipendente.

    Nel Veneto la Carboneria non trovò un terreno fertile, rimase un fenomeno marginale con l’unica eccezione di Rovigo dove fu fondata una vendita carbonara ad opera di Felice Foresti, pretore di Crespino. Gli adepti rodigini erano Antonio Lenta, Francesco Cecchetti, Domenico Zona e Lorenzo Gobbetti, tutti dipendenti del locale Tribunale, nostalgici del vecchio regime (la Repubblica Cisalpina filo francese) e insofferenti della nuova autorità austriaca. Inoltre i carbonari di Rovigo potevano contare sulle sottovendite di Fratta Polesine (con Antonio Oroboni, Cecilia Monti, Antonio Villa …), di Occhiobello e Crespino.

    La Carboneria in Italia (e in particolare a Rovigo) non ebbe mai la forza propulsiva necessaria per modificare l’assetto politico e istituzionale della penisola. Per raggiungere questo scopo bisognerà attendere le guerre di indipendenza che portarono all’annessione dei vari staterelli sotto l’egemonia dei Savoia con la creazione del Regno d’Italia.

    L’idea di un’Italia liberata dal dominio straniero può essere trovata unicamente come anelito utopistico fonte di ispirazione letteraria nei più eminenti protagonisti della letteratura italiana: dal Canzoniere del Petrarca (Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno) a Vittorio Alfieri (“Esortazione a liberar la Italia dai barbari”). Pertanto il grande merito della Carboneria fu quello di trasformare questa aspirazione illusoria ed elitaria in un reale progetto politico da custodire e consegnare alle future generazioni italiane che lo realizzeranno nell’epopea risorgimentale.

    È indubbio che le prime repressioni contro i promotori di questi nobili ideali ebbero luogo a Rovigo, la città che a buon diritto può ritenersi la culla del patriottismo italiano. Credo che ripercorrere i luoghi e le vie che ricordano questi nostri eroici e sfortunati concittadini ci possa rendere maggiormente responsabili nel custodire il ricordo di una pagina di storia gloriosa (e forse non sufficientemente conosciuta) della nostra città.

    I luoghi evocativi

    Cominciamo il nostro percorso con il ricordo dei luoghi nei quali si svolsero eventi cruciali della Carboneria rodigina. Si tratta di edifici ubicati nel centro storico a tutti ben conosciuti e che fanno ormai parte della nostra quotidianità, e forse per questo considerati marginali. Qualche notizia storica può farli uscire dall’irrilevanza e farli considerare con maggior interesse.

    Locanda due Torri

    La locanda Due Torri è situata all'ombra delle torri medioevali. Questa locanda era il luogo abituale di incontro dei carbonari rodigini. Come risulta da fonti storiche, martedì 20 ottobre 1817 (giorno della fiera) i carbonari rodigini si riunirono segretamente per prendere importanti decisioni: l'iscrizione di nuovi adepti e soprattutto l'adozione della Costituzione latina, un progetto politico già fatto proprio dalle società segrete dell’Emilia Romagna e che conferiva una pericolosa omogeneità nei propositi rivoltosi della Carboneria.

    Accademia dei Concordi

    La più antica istituzione culturale della città, fondata dal conte Gaspare Campo nel 1580. Custodisce una biblioteca e una pinacoteca (attualmente in parte dislocata a Palazzo Roverella sull'altro lato della Piazza). La sede attuale fu costruita nel 1814 dall’architetto rodigino Sante Baseggio.

    Nella Sala degli Arazzi, nella notte tra il 6 e il 7 gennaio 1819, ebbe luogo la festa danzante, concessa in onore degli Ufficiali della gendarmeria austriaca e alla quale erano invitati i carbonari rodigini. In realtà si trattava di un espediente ideato dal Commissario Capo Lancetti per poter arrestare tutti i Carbonari polesani in un’unica retata. Egli infatti sapeva bene che se avesse proceduto con singoli arresti, avrebbe creato un allarmismo crescente che avrebbe fatto fuggire la maggioranza dei rivoltosi. Al termine della festa furono arrestati i carbonari di Rovigo (Lenta, Cecchetti, Gobbetti, Zona ed altri …) e contemporaneamente furono inviate pattuglie di gendarmi nei paesi del circondario (Fratta, Crespino, Occhiobello …) per completare la retata.

    Il canonico Ramello nel suo Diario ci riferisce che un drappello di “100 uomini d’Infanteria e 50 Dragoni a cavallo” capitanati dal Lancetti si diresse a Fratta per arrestare i numerosi carbonari di quel borgo. La festa dell’Accademia ispirò la poetessa Argia Castiglioni Vitalis che scrisse una commedia dal titolo “I Carbonari del Polesine e l’insidia di una festa” nella quale, pur con alcune evidenti incongruenze storiche, fa rivivere il clima patriottico della città. L’inganno ordito in Accademia ebbe pieno successo e consentì alla Gendarmeria austriaca di sgominare la Carboneria in Polesine.

    Palazzo del Corpo di Guardia

    L'edificio fu costruito nel 1854 dall’architetto veneziano G. B. Meduna per dare ospitalità alla Gendarmeria austriaca che qui fu trasferita dalla vecchia sede che si trovava nel Palazzo del Comune. Sull’attico si trovava l’aquila asburgica che fu sostituita con lo stemma sabaudo nel 1866 quando Rovigo fu annessa al Regno d’Italia.

    Nel corso del tempo il porticato ha cominciato ad ospitare memorie patriottiche della città: vi si trova un bel busto del conte Domenico Angeli fondatore della Società di Mutuo Soccorso e artefice di varie opere filantropiche. Accanto a questo fu posta nel 1912 la lapide che riporta l'elenco dei 30 carbonari di Rovigo e provincia che furono condannati a varie pene detentive nelle fortezze dello Spielberg e di Lubiana.

    Ponte del Sale

    Costruito nel 1555 in muratura, metteva in comunicazione le due sponde dell’Adigetto. Aveva questo nome perché ogni giovedì vi si svolgeva il mercato del sale. Fu demolito nel 1855 per essere sostituito da un ponte di ferro. Non fu sede di eventi direttamente legati alla Carboneria, ma va citato egualmente per la sua posizione strategica: ubicato a metà strada tra il Municipio (sede del potere civile) e il Duomo (sede del potere religioso), dal suo parapetto si poteva vedere la Locanda delle Due Torri, abituale sede dei Carbonari rodigini. Era il vero centro della città, punto di incontro e di osservazione delle vicende carbonare, un crocevia del nascente patriottismo in terra rodigina.

    Palazzo Angeli

    Si trova nella via omonima dove nell’estremità verso nord, sul lato opposto, vi erano i palazzi Manfredini (appartenenti a due rami della omonima famiglia) e sul suo stesso lato vi erano i palazzi Oroboni e Labia (entrambi di famiglie abitualmente residenti a Fratta).

    Palazzo Angeli fu eretto nel 1780 su disegno dell’architetto veronese Francesco Schiavi secondo i canoni dell’epoca, con una facciata imponente seppur sacrificata dalle dimensioni anguste della via.

    Una lapide nell’androne all’interno del palazzo ci ricorda che il primo marzo 1819 l’Imperatore Francesco I con la moglie Carolina qui soggiornò, in una Rovigo da poco tempo resa sicura dopo la ingannevole serata di gala che aveva reso possibile l’arresto dei Carbonari.

    Loggia dei Notari (Municipio)

    L’attuale sede del Comune si trova in un edificio costruito probabilmente nel XV secolo ad uso della corporazione dei notai. Nei secoli successivi fu più volte rimaneggiato e diversamente utilizzato per varie finalità civiche. Dopo il Congresso di Vienna, Rovigo ebbe la patente di città regia e diventò capoluogo di provincia. Il pianterreno dell’edificio fu usato come sede del Corpo di Guardia. Da qui partirono i gendarmi, capitanati dal Commissario Capo Lancetti, che si recarono a Fratta per arrestare il conte Oroboni e i numerosi affiliati alla sotto-vendita di quel paese il 7 gennaio del 1819. La gendarmeria resterà in questa sede fino al 1854 quando sarà trasferita alla “Gran Guardia” sul lato opposto della Piazza.

    Le vie commemorative

    Un breve percorso ci permette di conoscere le vie cittadine che ricordano i Carbonari le cui gesta riecheggiano nella storia di Rovigo. Si può cominciare con via Oroboni la strada che unisce Piazzale San Bortolo con la rotatoria nella quale convergono Via Tre Martiri e Via Fuà Fusinato. Su entrambi i lati confluiscono diverse vie dedicate a Carbonari.

    Via Oroboni

    Antonio Fortunato Oroboni nacque a Ferrara il 9 agosto 1791, figlio del conte Antonio Oroboni abitante a Fratta Polesine, ma proprietario anche di un’abitazione a Rovigo in Via San Rocco (attuale Via Angeli). Insieme ad altri carbonari, fu condannato a morte il 23 dicembre 1821. La sentenza fu commutata dall’Imperatore in una pena detentiva da scontare sotto forma di carcere duro. Dal carcere di Venezia chiese di poter scrivere al padre settantatreenne e alla donna che amava, con la quale era in trattative di matrimonio.

    Fu internato nella fortezza dello Spielberg il 10 febbraio 1822 in pessime condizioni di salute, dopo un lungo viaggio di trasferimento durato circa un mese. Qualche tempo dopo arrivò nella stessa prigione Silvio Pellico con il quale strinse amicizia e dal quale fu descritta la lenta inesorabile malattia del patriota polesano. Oroboni si affliggeva più per il dolore arrecato ai familiari che per le sofferenze del carcere. Dopo il primo inverno passato in detenzione, fu colpito da una tosse insistente accompagnata da sputo striato di sangue (tisi?). Il Pellico ci descrive magistralmente l’amicizia con Oroboni del quale subiva il carisma sempre ispirato a grandi valori.

    Oroboni ebbe un comportamento costantemente fermo nei suoi principi, ma mai vendicativo nei confronti dei suoi carcerieri verso i quali nutriva un sentimento cristiano di perdono. Morì il 13 giugno 1823 senza poter vedere realizzato il sogno di un’Italia libera e unita.

    Via Francesco Cecchetti

    Francesco Cecchetti nacque a Rovigo nel 1779 circa, studiò Giurisprudenza a Padova; era funzionario del Tribunale di Rovigo dove ricopriva l'incarico di Capo dell'Ufficio di Registratura. Fu condannato a morte; successivamente la pena fu condonata in 6 anni di carcere da scontare nel castello di Lubiana.

    Via Antonio Lenta

    Antonio Lenta nacque a Rovigo il 16 maggio 1780 da Francesco e Lucrezia Bortoloni; fu commissario di polizia sotto il dominio napoleonico durante il quale mise a disposizione un suo immobile conosciuto come “Caserma Lenta”. Nel 1818 fu nominato Cancelliere presso il Tribunale di Prima Istanza di Rovigo. Fu condannato a sei mesi di detenzione.

    Via Pietro Maroncelli

    Pietro Maroncelli, forlivese, si accostò alla carboneria unitamente a Silvio Pellico, insieme al quale fu condannato a 20 anni di detenzione da espiare allo Spielberg. Colpito da un tumore al ginocchio, fu amputato dell’arto inferiore. Una volta scontata la sua pena si recò a New York dove visse stentatamente dando lezioni d’italiano e di musica. Scrisse le Addizioni a Le mie prigioni, note aggiuntive alle memorie di Silvio Pellico. Morì nel 1846 all’età di 50 anni dopo lunghe sofferenze causate dall’amputazione subita durante la sua prigionia.

    Via Costantino Munari

    Costantino Munari nato a Calto nel 1772, era un giureconsulto che aveva ricoperto importanti incarichi nelle città emiliane durante la Repubblica Cisalpina. Tenuto in grande considerazione dall’autorità napoleonica, aveva partecipato alla consulta di Lione dove, nel 1802, si era deciso di proclamare la Repubblica Italiana che dopo pochi anni, con l’incoronazione di Napoleone a Re d’Italia, evolverà nel Regno d’Italia.

    Studioso di storia antica, di lingue, di diritto, era rimasto fedele agli ideali e al regime imposto in Italia dai francesi. Per queste sue convinzioni aveva preso parte a diverse società segrete accomunate da un unico costante obiettivo: la liberazione dell’Italia dal giogo straniero. Ormai non più giovane, ma con alle spalle un grande bagaglio di cultura ed esperienza, era considerato uno degli ideologi del movimento carbonaro. Amico del principe Ercolani di Bologna (parente di Luciano Bonaparte e capo della Carboneria bolognese), aveva elaborato la Costituzione Latina che prevedeva un nuovo assetto politico-istituzionale per l’Italia: il territorio nazionale sarebbe stato diviso in undici regioni autonome, ciascuna con un capoluogo metropolitano; ogni regione avrebbe riconosciuto un Centro, fissato a Roma “già madre di tanti italiani”, dove avrebbe dovuto risiedere un Senato formato da cinque “sommi uomini”. La Costituzione Latina era stata accettata e approvata dai capi delle vendite carbonare dell’Emilia, convenuti a Palazzo Ercolani una decina di giorni prima della storica riunione del 20 ottobre 1817 alla Locanda Due Torri, e Munari contava di imporla anche nel Veneto a cominciare da Rovigo. Condannato allo Spielberg, fu liberato nel 1835 in pessime condizioni di salute. Ritornò a Calto dove morì due anni dopo all’età di 65 anni.

    Via Antonio Villa

    Antonio Villa era il capo della sotto-vendita carbonara di Fratta Polesine. Appartenente ad una antica famiglia di notai, conquistato dalla passione per gli ideali patriottici, era ritenuto il personaggio più autorevole nell’ambiente carbonaro frattense tanto che Foresti (responsabile della vendita rodigina) individuò in lui la persona adatta per essere messo a capo del gruppo di Fratta convincendolo che, se la rivolta anti-austriaca avesse avuto successo, avrebbe caldeggiato una sua nomina a giudice.

    Villa cedette a queste sue inconfessabili ambizioni nella speranza di ottenere quel riscatto sociale che gli avrebbe permesso di non sfigurare al cospetto dei suoi illustri antenati. Antonio Villa fu arrestato nel dicembre del 1818 e la sua piena confessione rese chiara a Lancetti l’articolazione della rete carbonara polesana. Fu condannato a venti anni di carcere allo Spielberg, dove fu vicino di cella di Silvio Pellico. Non uscì vivo dalla sua prigionia perché morì il 23 giugno 1827.

    Via Santorre di Santa Rosa

    La via è dedicata allo sfortunato patriota piemontese che ottenne la Costituzione da Carlo Alberto per poi essere sconfessato e costretto all’esilio. Riparò in Francia e successivamente si recò in Grecia dove cadde combattendo contro i Turchi che minacciavano la libertà di quel paese.

    Via Silvio Pellico

    Recandosi nel quartiere Commenda, si può percorrere via Silvio Pellico che congiunge via Puccini con via Benvenuto da Garofolo. Come Pietro Maroncelli, Pellico apparteneva al gruppo di carbonari milanesi. Fu condannato a 20 anni di carcere nel febbraio del 1822, una sentenza posteriore a quella dei carbonari polesani. Nell’aprile dello stesso anno giunse allo Spielberg dove già si trovava Antonio Oroboni con il quale strinse una fraterna amicizia che non mancò di narrare nel suo libro Le mie prigioni.

    Se le vicende del Pellico sono a tutti note perché ampiamente citate nei nostri studi scolastici, non altrettanto bene è conosciuto il sacrificio dei carbonari polesani nonostante siano stati oggetto delle prime azioni repressive. La ignorata primogenitura dei carbonari rodigini ha svariate giustificazioni: le vicissitudini dei carbonari milanesi hanno avuto una vasta eco grazie ad un memorialista eccezionale come Silvio Pellico; l’aristocrazia milanese ha inoltre sicuramente contribuito a fare da cassa di risonanza molto più rumorosa del modesto ambiente nobiliare polesano e infine la notorietà dei patrioti milanesi, che collaboravano al giornale Il Conciliatore, era già largamente diffusa rispetto agli sconosciuti cospiratori polesani.

    In conclusione per completezza si ricordano i due carbonari rodigini ai quali non è ancora stata intitolata una via:

    Lorenzo Vincenzo Gobbetti

    Nacque a Rovigo verso il 1775 dal notaio Girolamo e da una Bonifacio. Coniugato con Elisabetta Sani, era il fratello di Agostino, medico della città che diede un importante contributo allo studio del tifo e che fu presidente dell'Accademia dei Concordi. Lorenzo Vincenzo Gobbetti era funzionario della Conservatoria delle Ipoteche. Fu condannato a sei mesi di carcere; nel 1848 fece parte del Comitato Rivoluzionario provvisorio quando gli austriaci lasciarono la città per un breve periodo dando l’illusione di una definitiva liberazione.

    Domenico Zona

    Nacque a san Martino di Venezze il 9 luglio 1793 da Cristoforo e da Giacinta Baroni e si trasferì con la famiglia a Rovigo nel 1798. Ebbe il ruolo di alunno (apprendista) presso il Tribunale di Rovigo nel 1818; arrestato dopo la festa danzante all'Accademia dei Concordi, fu condannato a sei mesi di carcere con l'accusa di essere stato l'esattore degli iscritti alla Vendita carbonara di Rovigo denominata "Piccolo Adige". Nel 1848 fu nominato membro del Comitato Provvisorio rivoluzionario e nel 1860 Assessore municipale. Nel 1870 fu insignito del titolo di Cavaliere per i meriti acquisiti verso la Patria. Morì l'8 marzo del 1873.

  • Il Museo virtuale del Garofalo

    Il Museo virtuale del Garofalo

    In Polesine, a Garofalo di Canaro, si trova l’unico museo completamente interattivo, multimediale e monografico che consente di ripercorrere la vita e le opere dell’artista Benvenuto Tisi (1476-1559), soprannominato il Raffaello ferrarese, per aver egli realizzato molte delle sue opere utilizzando uno stile ispirato ai capolavori di Raffaello, artista sommo che conobbe nel 1512 a Roma.

    Aperto nel 2015, il MuVIG celebra il pittore tardo-rinascimentale della Scuola ferrarese attivo alla corte estense, le cui origini familiari si collocano proprio qui, nel piccolo borgo rivierasco di Garofolo che l’artista omaggia nei sui dipinti con un piccolo disegno di garofano come firma.

    Il museo ospita l’opera “L’orazione nell’orto” del 1525 concessa dal collezionista Luciano Zerbinati, oltre a proiezioni multimediali che ne ripercorrono la sua carriera artistica con una narrazione che si sviluppa nelle stanze del restaurato edificio ottocentesco. Il museo infatti si trova in quella che la tradizione indica come la casa natale del pittore e si sviluppa in dieci stanze divise su due piani.

    “L’idea di fondo è quella di riportare virtualmente qui, dove tutto è iniziato, opere che sono disperse nelle varie nazioni del mondo, per celebrare l’epopea di un artista che pochi conoscono”.

    A parlare è Michael Miazzi, referente del museo per conto della società Pop Out. Laureato in Storia e diplomato al conservatorio Venezze, Michael è anche guida a Palazzo Roverella e ai vari musei della provincia oltre a collaborare con la rivista Ventaglio 90.

    “Le opere del Garofalo sono caratterizzate dai colori caldi e luminosi ed è a questi che si riferisce l’illuminazione della facciata del museo che incuriosisce molti: il rosso, colore dell’artista, e il blu, simbolo della tecnologia” prosegue Michael “Pochi però conoscono l’originalità del museo: gli strumenti multimediali che possediamo grazie alla Fondazione Cariparo consentono di vedere i dettagli di opere sparse in tutto il mondo, dall’America alla Russia. Qui i dipinti si possono virtualmente toccare grazie a spazi ludici con finalità didattiche, postazioni interattive e applicazioni immersive. Schermi touchscreen e riproduzioni virtuali lo rendono perfetto anche per le famiglie e le scuole”.

    Oltre alla parte permanente, il MuVIG è sempre aperto a nuovi contenuti come eventi, concorsi e mostre d’arte temporanee. Grande successo ha ottenuto la mostra “Gianpaolo Berto: Dialoghi” curata da Michael Miazzi, Evelin Crepaldi e Luciano Zerbinati che ne ha concesso le opere.

    Berto, artista adriese ma di respiro internazionale, condivide con Benvenuto Tisi il tema del viaggio sia reale, per motivi di studio, che simbolico, inteso come viaggio nella memoria.

    Anche l’espressiva pittura di Orianna Astolfi ha trovato nelle stanze del museo la collocazione ideale per una mostra che ha attirato numerosi visitatori. Non solo pittura ma anche presentazione di cortometraggi grazie alla rinnovata sala conferenze al primo piano con dispositivi tecnologici all’avanguardia finanziati sempre dalla Cariparo.

    Gli autori Alberto Gambato e Camilla Ferrari hanno qui proiettato i loro lavori realizzati nell’ambito del progetto MUSST di valorizzazione della rete Museale del Polesine.

    Interessante connubio di arte e musica è stato l’evento organizzato dal Consorzio Pro Loco Delta del Po e sostenuto dall’Unpli regionale nell’ambito della rassegna “Seguendo il sole” che ha avuto come tema la tavola e il galateo ai tempi delle delizie estensi.

    La visita al MuVIG non si esaurisce però nelle sole stanze dell’edificio, ma prosegue nel territorio in quanto è un museo diffuso. Si può infatti affiancare al museo la visita della chiesa di Garofolo, al cui interno si trovano due pale ottocentesche della scuola di pittori neo estensi. Il percorso si arricchisce infine con la passeggiata naturalistica fino alla golena del Po.

    Il MuVIG è anche collegato ad altre realtà museali che si snodano lungo il fiume Po grazie ad una convenzione con il Museo delle Acque di Crespino e Villa Morosini di Polesella. Aderisce poi al progetto “Passaporto del viaggiatore” e “Pollicinum”, un diario e una mappa che accompagnano i visitatori alla scoperta delle bellezze del Sistema Museale Provinciale Polesine inserendoli in un’unica rete.

    Grazie al MuVIG oggi il Polesine è quindi uno spazio non solo attrattivo per le suggestioni paesaggistiche e la memoria storica ma anche un luogo aperto al dialogo con il futuro, dove le nuove generazioni possono sentirsi in piena sintonia con linguaggi vicini alla loro sensibilità.

    N. B: Il MuVIG è aperto ogni quarta domenica del mese o su prenotazione info@pop-out.it.

  • Concorso letterario e Sergio Garbato

    Concorso letterario e Sergio Garbato

    Si è recentemente conclusa l’edizione 2025 del concorso letterario Fondazione Banca del Monte di Rovigo per la scuola, rivolto agli studenti delle scuole superiori di tutto il territorio provinciale, intitolato a Sergio Garbato. Dopo la cerimonia di premiazione nel mese di maggio all’Urban Digital Center, lo scorso 22 ottobre nell’elegante sala del Ridotto del Teatro Sociale, è stata presentata la pubblicazione che raccoglie i migliori racconti selezionati dalla Giuria. La Fondazione, dalla prima edizione, intende infatti dare riconoscimento oltre ai primi classificati, che ricevono un premio in denaro, anche ai racconti classificati nella rosa dei venti finalisti. L’evento ha visto protagonisti i giovani autori che hanno colloquiato con Micol Andreasi e Francesco Casoni, conduttori per l’occasione, sui temi dei racconti, su ciò che li hanno ispirati, sulle motivazioni della partecipazione al concorso ma anche sulle passioni che li animano presentando al pubblico un bel ritratto di gioventù, attenta e riflessiva, consapevole e dotata di capacità critica, molte volte sorprendendo per la profondità del pensiero e per la capacità espositiva, non facile cosa da fare davanti ad un pubblico. Una opportunità, dunque, che la Fondazione ha voluto creare proprio per dare spazio e visibilità ai giovani, alla fine con il risultato che l’incontro è stato per gli adulti una iniezione di fiducia sul futuro, sfatando luoghi comuni sulle giovani generazioni. Nell’intento di valorizzare i ragazzi la Fondazione persevera da dieci anni continuativamente nella realizzazione del concorso letterario che prevede la partecipazione con un racconto inedito senza imposizione di tema per una libera espressione personale, sebbene nell’ambito scolastico ma non a questo vincolato. Con questa intenzione, dunque, da qualche anno l’ente ha accolto la proposta de Il Gazzettino di Rovigo di riservare una speciale rubrica, denominata “I racconti dell’estate”, agli elaborati vincitori e a quelli che hanno meritato una speciale menzione. La rubrica ha il merito anche di presentare brevemente gli autori grazie ad una piacevole intervista. La Fondazione è attenta anche a nuovi linguaggi e ad aggiornate modalità di comunicazione, così, in occasione di questo importante traguardo dei dieci anni del concorso, ha promosso e realizzato un altro progetto in cui naturalmente i protagonisti sono sempre loro, i ragazzi e i loro racconti. Si tratta del podcast “Storie di ragazzi”, prodotto da Radio Kappa. Dallo scorso ottobre ogni settimana esce una puntata del podcast disponibile su tutte le piattaforme audio. Dieci sono complessivamente gli episodi riservati ad altrettanti racconti selezionati dalla Radio, con il requisito della “radiofonia”, letti da attori professionisti e introdotti ogni volta da un cameo del rispettivo giovane autore. “L’amore, la guerra, l’amicizia, la nostalgia, il legame intergenerazionale, la fantasia. Sono i temi del concorso letterario Sergio Garbato scelti da Radio Kappa per diventare un nuovo ed indelebile racconto sonoro” annuncia la voce introducendo le puntate. Per la decima edizione del concorso la Fondazione, in accordo con Radio Kappa, nell’ambito del podcast, ha voluto riservare una puntata speciale alla figura di Sergio Garbato così introdotta da Micol Andreasi, curatrice editoriale del podcast: “Giornalista, scrittore, docente, intellettuale generoso che ha fatto della gentilezza il suo stile, Sergio Garbato continua a vivere nei ricordi di chi l’ha amato, di chi lo ha conosciuto, apprezzato e di chi ha lavorato con lui. E ancora, di chi con lui ha condiviso la profonda passione per il Polesine. Nella puntata introduttiva del podcast Storie di ragazzi a ricordare il prof. Sergio Garbato sono Giorgio Lazzarini, presidente della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, Irene Garbato, la figlia, Carlo Cavriani, giornalista e direttore del Resto del Carlino della Romagna e Marco Munaro, poeta scrittore presidente de Il Ponte del sale”. Sono tutte significative le testimonianze raccolte e invitano all’ascolto; tra queste la più toccante è quella della figlia Irene il cui audio è stato trasmesso durante la citata cerimonia del 22 ottobre e che di seguito è riportata. “Devo dire che è qualcosa di complesso ed emotivamente impattante costruire un ricordo che rievochi una persona nella sua totalità. Soprattutto una persona poliedrica e sfaccettata come mio padre Sergio. Quindi inevitabilmente dovrò lasciare da parte qualche aspetto, anche se importante, e per questo chiedo venia già da ora. Se devo scegliere un’immagine significativa e rappresentativa la prima che affiora alla mia memoria quando penso a lui è quella di mio padre a casa nel suo studio seduto alla scrivania intento al lavorare al suo strumento che a seconda dell’epoca poteva essere una macchina da scrivere o un computer. Le pareti della stanza rivestita di scaffali colmi di libri e dischi dal soffitto al pavimento e intorno a lui sul tavolo altre pile di libri e taccuini con i suoi indecifrabili appunti che solo lui sapeva interpretare. Il tutto immerso in una coltre di fumo di sigaretta e nell’aria la musica rigorosamente classica che scandiva il tempo.

    Dietro di lui appesi alla parte una moltitudine di piccoli ritratti dei suoi miti: un pantheon di musicisti, autori, scrittori, poeti che lo ispiravano e a cui lui sentiva il bisogno di rendere omaggio con quelle piccole icone celebrative. Io da bambina, da ragazza e poi da adulta mi affacciavo alla porta del suo studio e lo trovavo così assorto, concentrato sul suo lavoro, gli occhi fissi sulla pagina ma appena incrociavamo lo sguardo coglieva l’occasione per coinvolgere me o anche mia madre per leggerci un brano che gli pareva ben riuscito o per chiederci un’opinione su qualcosa che non lo convinceva del tutto, per condividere qualche bella pagina che aveva trovato o per farci notare un passaggio sublime della melodia in sottofondo. Insomma, quello che voglio dire è che valicando quella porta si entrava in un altro mondo strabordante di cultura, spesso scollegato dalla quotidianità più pragmatica ma denso di una cultura, quella con la C maiuscola. Sergio si nutriva di cultura con la stessa urgenza che si riserva solitamente a soddisfare la fame e la sete. Era qualcosa che io sappia di innato in lui e di profondamente radicato nel suo essere, tanto da condizionare molto la sua vita, e aggiungerei anche quella dei suoi cari. Non c’è città da lui visitata di cui non conoscesse le migliori librerie e i negozi di dischi, tappa obbligatoria di ogni suo viaggio. Tutti i librai di Rovigo, Ferrara, Padova e dintorni sanno esattamente di cosa sto parlando ma la sua soddisfazione di scovare libri rari, fuori catalogo o ricercati da tempo in qualche sperduta libreria di Parigi, la sua adorata Parigi, faceva sparire la fatica per le sue interminabili camminate per raggiungerla, ne valeva sempre la pena. Tutto questo sapere non lo teneva solo per sé. Al contrario Sergio è stato un vero divulgatore di cultura: dalle pagine del giornale, nei suoi articoli o nei suoi libri ma anche in ogni occasione pubblica o informale coglieva sempre l’opportunità di condividere quella cultura con tutti. Penso che sia per questo motivo che è diventato un punto di riferimento per chi lo conosceva. Non passa giorno in cui non mi chieda cosa ne pensa di un autore, di un concerto, di uno spettacolo. Non solo perché si tratta di mio padre ed ero abituata a condividere con lui queste cose ma perché la sua opinione, lo dico senza alcuna presunzione, contava proprio perché filtrata attraverso quel bagaglio culturale così profondo. È stato un privilegio crescere accanto a lui. C’erano anche dei contrasti ovviamente come è normale che sia tra padre e figlia, soprattutto per orgoglio e testardaggine di entrambi, in questo ci siamo sempre assomigliati. Ma devo dire che mi ha insegnato tanto. Con il suo esempio mi ha insegnato cosa sia la coerenza con sé stessi, con le proprie convinzioni, i propri principi e l’importanza di restare sempre e comunque indipendenti malgrado tutto anche quando questa indipendenza gioca a nostro sfavore. Mi ha insegnato il valore del lavoro, l’abnegazione, l’impegno per riuscire a guadagnarsi la stima altrui. Mio padre, guardando oltre ogni compenso o riconoscimento economico, quando si impegnava in qualcosa in cui credeva dava tutto sé stesso per riuscire ad ottenere un risultato che lo rappresentasse. Mi diceva sempre: “scrivi qualcosa che valga sempre la pena di essere letto, certamente dagli altri ma soprattutto da te stessa, di cui sarai sempre fiera”. Mi ha insegnato anche a non prendermi troppo sul serio, la leggerezza, perché uno dei tratti caratteriali che faceva di mio padre la persona che è stata è sicuramente l’ironia, una ironia particolare, tagliente, pungente, sagace. Aveva un talento naturale nel tratteggiare le persone e i caratteri in poche mordaci parole. Quando qualcuno mi fa notare che ho ereditato da lui quell’ironia sottile, lo ritengo uno dei più bei complimenti che mi si possa fare”.

    Il podcast “Storie di ragazzi”

    I racconti selezionati per il podcast “Storie di ragazzi” sono i seguenti (in ordine alfabetico per autore): Mnemosine di Giovanni Bagatin; La bellezza della pioggia di Vittoria Callegari; Non farai mai nulla di straordinario di Liam James Cappello; Or di donne un canto lontano di Francesco Chieregato (premio speciale de Il Gazzettino); Il gioco della vita di Elena Ghiotto; Esther e Ietro Alkalai di Luca Guidorzi (terzo classificato); Un cimelio di famiglia di Linda Milani (vincitrice del concorso); Quella mattina del 1941 di Noemi Rodighiero (menzione speciale della Giuria); Volevo solo… vivere di Eleonora Rossi; Nessuna pietà di Alessandro Tiupa (secondo classificato).

    Per ascoltare il podcast e leggere i racconti di tutte le edizioni del concorso ecco i rispettivi link: https://www.radiokappa.it/storie-di-ragazzi/ http://www.fondazionebancadelmonte.rovigo.it/tutti-i-racconti-del-concorso-letterario/

  • Plastic Free e il Polesine

    Plastic Free e il Polesine

    di Davide Bassi e Paolo Monesi

    Tra le associazioni di volontariato ambientale che operano con continuità in Italia un ruolo di primo piano lo esercita sicuramente Plastic Free che, nel territorio tra Adige e Po, è presente con ben 21 referenti comunali. Dall’Alto al Basso Polesine essi organizzano di eventi di pulizia ambientale, incontri nelle scuole, promozione di eco-eventi, progetti scientifici, e il loro impegno rende la nostra una delle province ove l’associazione è più attiva e radicata.

    Ce ne parla Paolo Monesi, dal 2020 referente dell’associazione a Ficarolo e – dopo diversi incarichi nel direttivo nazionale – oggi coordinatore dei referenti della Provincia di Rovigo. “Il 2025 – ci dice Monesi – si è confermato un anno importante per le attività dell’associazione nazionale Plastic Free Onlus in Polesine. Il tema centrale degli eventi si è basato sull’importanza di preservare il territorio fluviale dall’inquinamento da plastica e agire concretamente per la salvaguardia dei fiumi e del mare.” Come di consueto l’anno si è aperto con le attività nelle scuole. Anna Nicoli, referente a Pontecchio Polesine, è anche responsabile regionale per il progetto Scuole di Plastic Free. “Da novembre a marzo – racconta Anna Nicoli – si concentra l’attività dei referenti nelle scuole polesane. Gli studenti hanno la possibilità di assistere ad una lezione di informazione sulla pericolosità dell’inquinamento da plastica con il supporto di foto e video di impatto. Molte delle immagini mostrate sono raccolte proprio in Polesine e sui nostri corsi d’acqua locali come il Canalbianco”. Alle foci del Grande Fiume è attivo Riccardo Mancin, veterano dell’associazione, già referente regionale e coordinatore nazionale ed ora colui che segue le collaborazioni nonprofit e i rapporti con le università. Su tutta l’area del delta Mancin organizza da sempre tanti cleanup spaziando dalle spiagge alle golene del Po, dove vengono raccolti rifiuti impattanti di vario genere, oltre che i principali consistenti nella plastica. “Si tratta – ci dice Mancin – di iniziative importanti dal punto di vista ambientale, ma anche dal punto di vista sociale. Tonnellate di rifiuti vengono rimossi e lasciano il segno nei partecipanti che, uniti dalla stessa sensibilità, hanno così modo di conoscersi e fare rete. Queste attività oltretutto rappresentano di riflesso anche un grande veicolo di valorizzazione e promozione del territorio”.

    A primavera con queste attività di Plastic Free Onlus, la Provincia di Rovigo entra nel vivo della “Legge Salvamare 2024-2026” insieme ad altre località nelle 4 regioni che ospitano il Po. “Po Salvamare” è un progetto nazionale, voluto e finanziato dal Ministero dell’Ambiente e coordinato dall’Autorità di Bacino Distrettuale del Po, che ha incaricato Plastic Free e Legambiente di organizzare 2 anni di sensibilizzazione e coinvolgimento del territorio. Ciò ha permesso l’avvio di diverse operazioni di “citizen science” ovvero iniziative in cui cittadini partecipano a progetti scientifici raccogliendo dati e partecipando ad attività organizzate da enti come CNR-Ismar e ISPRA. Da aprile 2025 sono iniziati quindi gli appuntamenti di Po Salvamare che, con il patrocinio dei comuni e la collaborazione delle associazioni locali accompagna volontari di ogni età a raccogliere i rifiuti sulla riva del fiume Po e del Canalbianco, catalogandolii in base alla tipologi. I dati raccolti sono stati poi inviati ai partners per l’analisi e i confronti con le altre località. Nel 2026 si tornerà negli stessi luoghi per verificare il trasporto delle piene invernali e primaverili e confrontare i dati. Il progetto Po Salvamare è ampio e si caratterizza in Polesine anche perché ospita due delle installazioni di River Eye (l’occhio sul fiume) coordinate dall’Università di Padova su incarico di AdBPo. Si tratta di telecamere intelligenti che dai ponti inquadrano i rifiuti galleggianti e, tramite software di intelligenza artificiale, li contano e classificano per fornire dati utili a stimare il trasporto di rifiuti organici e di plastica dal fiume Po verso il mare Adriatico. Le telecamere si trovano sul Po a Ficarolo e sul Canalbianco ad Adria. Per concludere lo sguardo relativo all’attività svolta nel 2025, va sottolineata l’ottima riuscita del primo “Plastic Free Day in Polesine” organizzato lo scorso 11 ottobre a Rovigo. Una intera giornata di sensibilizzazione sul tema dell’inquinamento da plastica, che ha visto la mattina dedicata alle scuole secondarie della città con oltre 100 studenti che hanno seguito un percorso educativo che comprendeva il museo degli oggetti in plastica storici, le microplastiche spiegate dai ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Venezia e varie installazioni artistiche e quiz a tema ambientale. Il pomeriggio poi è stato dedicato a due importanti momenti divulgativi: il primo sulla tematica dell’inquinamento fluviale e marino – con relazioni di ISPRA, CUR, CNR ADB PO e Medici per l’ambiente -, il secondo sul fenomeno dell’abbandono dei rifiuti con un confronto tra autorità, amministratori locali ed enti di gestione. Anche nel 2025, quindi, grazie all’attività di Plastic Free e dei referenti locali, il Polesine si è qualificato come attivo protagonista di progetti ambientali di livello nazionale che hanno come obiettivo la salvaguardia del nostro territorio ricco di corsi d’acqua. Il 2026 vedrà sicuramente rinnovarsi l’impegno dei soci, e a tal proposito si ricorda che è possibile seguire le attività in programma nel nostro sito www.plasticfree

    I numeri di Plastic Free

    Plastic Free Onlus è un’associazione nazionale di volontariato nata nel 2019 per iniziativa dell’imprenditore molisano Luca De Gaetano che, insieme ad alcuni familiari, ha dato vita ad un progetto di sensibilizzazione cresciuto anno dopo anno nonostante la pandemia. Una crescita avvenuta grazie ai social e alla continua ricerca di collaborazione con enti pubblici territoriali ma anche con aziende private e università. Oggi i numeri dell’associazione parlano da soli: • 9300 clean up ambientali • 4700 tonnellate di rifiuti raccolti • 4100 scuole visitate • 300.000 studenti sensibilizzati • 510 protocolli d’intesa con comuni • 30 paesi esteri in cui ha avviato attività

  • Musica e Poesia – Musica e Pittura

    Musica e Poesia – Musica e Pittura

    In continuità con le precedenti edizioni, si è tenuta anche nel 2025 la storica rassegna Musica e Poesia – Musica e Pittura, che unisce linguaggi e sensibilità diverse intrecciando la musica con la poesia e con l’arte pittorica.

    Gli enti organizzatori, Fondazione Banca del Monte di Rovigo, Conservatorio di Musica “F. Venezze” e Accademia dei Concordi, ogni anno individuano un tema differente e per questa edizione hanno concordato di proporre il Novecento in Polesine, accompagnando il pubblico in un percorso originale alla scoperta di voci, opere e figure che hanno segnato il secolo scorso nella nostra terra.

    La rassegna si è articolata in otto incontri-concerto, come da tradizione nel periodo autunnale, la domenica mattina. Dal 5 ottobre al 30 novembre, con una pausa il 2 novembre, tutti gli appuntamenti sono stati ospitati in Auditorium “Marco Tamburini” di Rovigo ad eccezione di quello del 26 ottobre, con temporaneo trasferimento al Salone dei Concerti di Palazzo Venezze per l’utilizzo dell’organo.

    La manifestazione ha visto la conferma della collaborazione, avviata nella scorsa edizione, dei licei cittadini “Celio Roccati” e “P. Paleocapa” che hanno colto la preziosa opportunità di formazione e approfondimento. Nella prima parte della rassegna, dedicata alla poesia del Novecento Polesano, gli studenti dei due licei hanno quindi presentato le figure e le opere poetiche di Gian Antonio Cibotto, Gino Piva, Livio Rizzi ed Eugenio Ferdinando Palmieri, guidati e coordinati dai docenti Laura Bolognini e Odette Sette per il liceo “Celio Roccati”; Gianluca Gasperini e Francesca Ghibellini per il liceo “Paleocapa”. Diversi studenti si sono avvicendati, in piccoli gruppi o con tutta la classe, nei quattro appuntamenti di ottobre nelle presentazioni che hanno preceduto i concerti riuscendo, pur nel breve tempo a disposizione, a fare una esaustiva esposizione degli aspetti salienti dal punto di vista letterario, stilistico e biografico dei singoli autori, caratterizzandoli e contestualizzandoli storicamente e socialmente. Con narrazioni chiare, ben orchestrate anche nella prossemica, gli studenti hanno fatto lezione al pubblico, sempre attento, che ha molto apprezzato il lavoro dei ragazzi.

    Per la parte riguardante la pittura cinque sono stati gli artisti del Novecento proposti: Ervardo Fioravanti, Gino Pinelli, Giuseppe Marchiori, Carolina Occari e Frida Osti. La loro opera è stata presentata da Alfredo Sigolo, Paola Pizzamano, Nicola Gasparetto, Marco Munaro e Pier Luigi Bagatin, studiosi e ricercatori locali tramite le quali competenze i tre enti organizzatori hanno inteso dare dimostrazione della vivacità culturale cittadina.

    Scopo di Musica e Poesia – Musica e Pittura è sempre quello di offrire gratuitamente alla città un percorso culturale di livello e, al tempo stesso, un momento di serenità e di coesione sociale in un periodo storico tanto drammatico. Ciò non significa distogliere lo sguardo dalla realtà ma, anzi, trarre spunto di riflessione profonda e condivisa sui temi letterari, poetici e musicali proposti. Come di consueto è stata stampata e distribuita al pubblico la brochure che, oltre al programma di sala, contiene inediti testi redatti per l’occasione relativamente sia ai poeti e ai pittori presentati sia ai brani musicali e ai compositori.

  • Il 60° dei Bontemponi

    Il 60° dei Bontemponi

    Era la fine del 1964 – anche se ufficialmente l’evento è indicato nel 1965 – quando un gruppo di amici, appassionati del bel canto, formarono un sodalizio di canterini capitanati dai compianti Antonio Mantovani organista e Loris Cominato fisarmonicista. Un gruppo nato per allietare cene in compagnia e qualche altra festa, per poi organizzare il “tour della befana” lungo le vie del paese, a scopo benefico e sostenere le necessità della scuola materna nonché quelle dell’allora amata squadra di calcio locale. Sono nati così i “Bontemponi” di Bottrighe.

    Sessant’anni sono trascorsi e nel tempo il gruppo si è organizzato, evoluto, proiettando i propri obiettivi sulla ricerca del canto e del ballo popolare polesano e del Delta del Po.

    Oggi il gruppo folkloristico “Bontemponi”, primo nato in provincia, è una delle realtà del settore tra le più apprezzate della regione. Attraverso i propri componenti e con la collaborazione di appassionati, studiosi e musicisti, svolge da sempre un’intensa attività di ricerca etnografica, proponendo poi spettacoli definiti “varietà d’altri tempi” con cante e ballate della tradizione locale. Cante fatte di genuina spontaneità che raccontano le storie, le fatiche del lavoro e l’amore per la vita, semplice e genuina del tempo passato, fatto di sacrifici e rinunce, dove però regnava quel vivere di sentimenti che oggi, spesso, sembrano dimenticati.

    Il costume indossato dal gruppo rispecchia l’abbigliamento “da festa” in uso nella prima metà dell’800 nel territorio. Il filone di ricerca dell’associazione riguarda molto anche il dialetto, ancora ben conservato, vivo ed originale, proposto attraverso pronte e coinvolgenti battute. Al-tresì, vengono proposte le ballate che si tenevano nelle aie, nei momenti di ganxega, nelle feste di nozze e nelle sagre paesane.

    L’associazione aderisce all’Asac Veneto, l’Associazione per lo Sviluppo delle Attività Corali e a Venetnia, l’Associazione Veneta Gruppi di Tradizione Popolare. Partecipa ed è presente da sempre in spettacoli, manifestazioni e festival nazionali ed internazionali del folklore, rappresentando, in più occasioni, non solo il Polesine, ma anche la regione del Veneto.

    Numerose le presenze radiofoniche e televisive, nazionali e locali. Cinque le pubblicazioni discografiche che raccontano storie, vicende, momenti di lavoro e di festa della gente umile e laboriosa del Polesine. L’ultimo cd, nato nel 2024, dal titolo “A me ricordo”, è stato prodotto dalla edizione Trevisan di Bottrighe, proprio in vista del sessantesimo.

    Nel corso della loro lunga storia, i Bontemponi si sono gemellati con la Pro Loco “Vita d’Altri tempi” di Correzzola, con il gruppo folk “L’Erbo” di Castiglione Torinese, con la banda musicale cittadina di Porto Viro, con il “Coro d’Osteria” della Comunità Montana dell’OltrePo Pavese e con il gruppo folkloristico messicano dell’università Tecnologica di Monterrey-Campus di Guadalayara. L’associazione è testimonial della Fidas Polesana donatori sangue. Tantissime le iniziative di solidarietà a sostegno della Lega Italiana Lotta al Tumore, per la locale scuola materna e per tante altre associazioni per lo studio delle malattie oncologiche e genetiche, culminanti con l’ormai celebre manifestazione “Serata d’Onore”, giunta alla 34^ edizione e abbinata al premio “La Colonna” destinato annualmente ad una persona di Bottrighe impegnata nei vari ambiti del sociale, della musica, della cultura o della solidarietà. I festeggiamenti e le iniziative per il 60° di fondazione del gruppo folkloristico “Bontemponi” di Bottrighe, si sono concluse con una doppia mostra foto-documentaria assai apprezzata dai visitatori e dalle numerose autorità intervenute nella sala polivalente “Loris Cominato” di Bottrighe e nella sala Cordella di Adria. All’interno dell’esposizione, curata dalla vicepresidente Lorella Guarnieri e dal segretario Nicola Donà, sono state ammirate 509 foto disposte in 27 cartelloni suddivisi per argomenti, dal 1965, anno di nascita, sino ai giorni nostri. Le istituzioni hanno espresso stima, affetto e congratulazioni al gruppo. Altrettante le espressioni di riconoscimento per le innumerevoli iniziative di solidarietà.

    Sempre in polivalente, si è svolta la “Serata dei ricordi”. Una sorta di filò con canti della tradizione intervallate da testimonianze e ricordi da parte di Giordano Bergantin e Gianfranco Gregnanin, storici fondatori, ma anche da amici e istituzioni. La serata si è conclusa con l’inno “Oh! Bottrighe”, seguito dalla maxi torta e dal brindisi finale.

    Significativo, infine, il riconoscimento della Regione del Veneto, che attraverso l’assessore Valeria Mantovan, ha voluto omaggiare al sodalizio di Bottrighe ricevendolo a Venezia, in sala della giunta del prestigioso Palazzo Balbi, sede della Regione. “Un sentito ringraziamento al gruppo folkloristico Bontemponi per questi 60 anni di passione, tradizione e allegria condivisa: il vostro impegno ha saputo tenere vive le radici della nostra cultura, regalando sorrisi e momenti indimenticabili a generazioni intere. Siete Ambasciatori autentici del Veneto” parole impresse in una pregevole targa in quadro. “Questo riconoscimento – ha detto l’assessore regionale – è una gratificazione per il continuo impegno profuso a salvaguardia delle tradizioni popolari polesane e venete, ma anche per il parallelo impegno a sostegno della ricerca oncologica e per le malattie genetiche”. Hanno quindi firmato la bandiera della Regione che gli è stata altresì donata e che sarà custodita, insieme alla targa, nella sede dell’associazione.

  • Edicò: innovativo spazio d’arte

    Edicò: innovativo spazio d’arte

    C’è qualcosa di nuovo a Rovigo tra Corso del Popolo e Via Angeli. Là, dove la recente chiusura dell’edicola di vicolo San Rocco rischiava di configurarsi come un ulteriore segno di sconfitta e impoverimento della città, è nata un’iniziativa originale denominata Edicò. Un progetto messo a punto da due giovani piene di entusiasmo – Elisa Giuliani e Ilaria Parini – che abbiamo incontrato per farci raccontare quest’esperienza.

    Come vi siete conosciute e com’è nata l’idea di Edicò?

    Elisa: Entrambe rodigine, per trent’anni non ci siamo mai incrociate: sembra un paradosso considerando la limitata grandezza di questa città, ma è andata così. Abbiamo percorso strade diverse: una popolata dalle biciclette di Ferrara e l’altra dalle gondole di Venezia, fino a che il treno non ci ha riportate a Rovigo.

    L’esigenza di trovare una dimensione espositiva in una zona centrale della città era forte in entrambe e l’idea dell’edicola è stata un’epifania. Questi spazi sono sempre stati per noi un importante punto di riferimento, il posto dove andavamo a prendere Topolino, il giornale col papà dopo la messa della domenica o le figurine dopo la scuola. Era un po’ come tornare a casa.

    Si è deciso, quindi, di dar voce alla dismessa edicola di Vicolo san Rocco, chiusa dopo che per trent’anni ha alzato le serrande sotto l’ombra vigile della torre Donà.

    Quando è partito il progetto e cos’avete organizzato finora?

    Ilaria: Il progetto Edicò ha visto la luce lo scorso settembre ospitando le opere di Riccardo Frigati, Camilla Giunta, Marta Gulinelli, Elia Pellegrini, Martino Prendini e Marco Visentin, ma anche Luigi Paparella, Giulio Padoan e Roberto Manfrin. Continueremo curando varie mostre, performance e talk che coinvolgono artisti locali e nazionali. Il nostro obiettivo è valorizzare il tessuto urbano attraverso l’arte, dare spazio ai giovani artisti e creare occasioni di incontro tra cittadini e creativi.

    Ogni mese, l’edicola si trasforma, accogliendo opere e linguaggi diversi – dalla fotografia alla xilografia giapponese, dall’illustrazione all’animazione 2D – e offrendo al pubblico un’esperienza sempre nuova.

    Tra i protagonisti del variegato calendario figurano Alessandro Treves e Mattia Zoppellaro con il progetto fotografico Visitors, Luca Di Battista, Laura Bortoloni, Erica Borgato, Davide Bassan e il collettivo Electronic Fog.

    Edicò sembra essere più di uno spazio espositivo. Che significato ha per voi?

    Elisa: Uno spazio non statico ma in continua evoluzione: è diventato il terzo luogo che ci mancava. Perché Edicò non è solo un progetto artistico: è un esperimento di socialità urbana. Un piccolo avamposto che si ribella alla desertificazione delle nostre città e dice: “Aspetta, magari qui possiamo ancora costruire qualcosa”. Non supermercati o parcheggi multipiano. Ma relazioni.

    Con l’avvento e lo sviluppo dell’era digitale sembra che i social abbiano sostituito la necessità dei terzi luoghi, diventando essi stessi spazi di incontro. Ci siamo, quindi, chieste: in futuro, le piattaforme online potranno davvero sostituire l’interazione dal vivo che avviene nei terzi luoghi? E la risposta arriva proprio dalle giovani generazioni che hanno dimostrato come questo modo di incontrarsi online non può rimpiazzare completamente la condivisione che avviene vis-à-vis. La dimensione fisica – con la relazione tra corpo, spazio, ambiente – è insostituibile per creare comunità autentiche.

    Ecco perché la nostra edicola viene animata da incontri con gli autori, presentazioni di libri, workshop artistici che vanno dal collage alla micro-editoria: eventi che abbiamo pensato per stimolare la creatività e la partecipazione della nostra edico-munità.

    Avete anche creato una rivista, giusto?

    Ilaria: Sì! Edicò ha anche una rivista ufficiale il cui progetto grafico è stato curato da Marco Crivellaro. Si chiama 10mq d’arte e dentro vi sono narrate le origini del progetto, gli artisti coinvolti e gli edicolanti intervistati. Il tutto condito dalle caricature degli artisti realizzate da Camilla Giunta, i volti e gli sguardi illustrati da Martino Prendini.

    Come si può sostenere Edicò?

    Elisa & Ilaria: Abbiamo attivato un crowdfunding per far rivivere l’edicola e portare avanti questo progetto culturale. Chi vuole aiutarci a mantenere vivo questo spazio può contribuire attraverso la nostra campagna su WhyDonate: https://whydonate.com/it/fundraising/fai-rivivere-edicola oppure attraverso la nostra pagina instagram #progettoedico. Ogni contributo, grande o piccolo, ci permette di continuare a offrire arte, cultura e comunità nel cuore di Rovigo.

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