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  • Cogli l’attimo: obiettivo Polesine

    Cogli l’attimo: obiettivo Polesine

    Nel corso del 2025, il Museo MUVIG di Canaro (RO) ha ospitato la mostra fotografica Cogli l’attimo, un progetto espositivo che ha saputo coniugare la potenza espressiva della fotografia contemporanea con la lezione visiva di Henri Cartier-Bresson. Inaugurata il 23 marzo, la mostra – inizialmente prevista fino a maggio – è stata prorogata fino alla fine dell’anno grazie al grande successo di pubblico e critica.

    L’esposizione nasce come esito del contest fotografico promosso in occasione della retrospettiva Henri Cartier-Bresson e l’Italia, tenutasi a Palazzo Roverella, a Rovigo. Il progetto ha preso forma attraverso un workshop condotto da Martino Pietropoli, che ha guidato tredici fotografi in un percorso di osservazione e narrazione del territorio delle Terre fra Adige e Po.

    Gli autori hanno interpretato, ognuno con la propria sensibilità, il principio cardine del grande fotografo francese: “cogliere l’attimo”. Ne sono nate immagini che raccontano la quotidianità, la natura, l’architettura e l’identità del Polesine, con un linguaggio visivo personale ma in perfetta sintonia con la tradizione del reportage umanista.

    I fotografi protagonisti della mostra sono: Catia Areggi, Gianluca Barbi, Isabel Castro Bugarin, Luisa Cattozzo, Cosimo Colazzo, Gottardo Corazza, Elisa De Stefani, Rita Ferroni, Ermete Gaudenzi, Maria Lucatello, Michela Menin, Enrico Moro e Gino Palmia. Le loro opere, diverse per stile e approccio, si uniscono in un racconto corale del territorio, tra rigore compositivo, ironia, poesia e intuizione.

    La mostra, curata da Michael Miazzi, referente del MUVIG per Pop Out – Cultura, Arte e Turismo, è stata resa accessibile ogni quarta domenica del mese, oltre che su prenotazione per gruppi e scuole, diventando così un punto di riferimento per gli appassionati di fotografia e per chi desidera scoprire il Polesine da una prospettiva nuova.

    A rendere ancora più significativo il percorso espositivo è il contesto che lo ospita: il Museo MUVIG, dedicato in particolare all’opera del pittore rinascimentale Benvenuto Tisi, detto il Garofalo. La convivenza tra fotografia contemporanea e arte storica ha dato vita a un dialogo affascinante tra passato e presente, in cui l’immagine diventa ponte tra epoche e linguaggi.

    Il progetto Cogli l’attimo è stato ideato da Rovigo Convention & Visitors Bureau e Terre fra Adige e Po, con il contributo della Camera di Commercio Venezia Rovigo e della Fondazione Cariparo. Dopo il successo della prima fase a Rovigo, questa rinnovata esposizione al MUVIG ha rappresentato un’importante occasione per avvicinare il pubblico alla fotografia d’autore e per valorizzare le identità locali attraverso uno sguardo contemporaneo.

  • Archeologia motore di eventi

    Archeologia motore di eventi

    La meraviglia, che si accende quando si diffonde la notizia di una nuova scoperta archeologica, non termina nell’immediato come tante sensazioni effimere, ma anzi suscita l’interesse per approfondire, definire e comprendere il contesto del ritrovamento.

    Lo stiamo sperimentando in questi ultimi anni che hanno visto la ripresa delle ricerche nel sito protostorico di Frattesina a Fratta Polesine, a Villamarzana, a San Basilio di Ariano nel Polesine. Si sono riaccese le luci su luoghi, temi e manufatti che, seppur esposti e valorizzati nei vari musei archeologici del Polesine, sembravano un po’ spenti e dimenticati. La nuova stagione di ricerche ha inoltre fatto da stimolo all’avvio di nuove occasioni di divulgazione e presentazione al pubblico dei primi risultati delle indagini, che nei prossimi anni verranno ulteriormente approfonditi grazie al sempre maggiore impiego di nuove metodologie e tecnologie che consentono di definire con maggiore precisione epoche, modalità e tecnologie produttive, utilizzo e provenienza delle materie prime.

    Questo momento fecondo dell’archeologia polesana ha poi dato origine ad forme alternative di divulgazione e di partecipazione culturale: pensiamo alla seconda edizione del Festival dell’Ambra esteso quest’anno al Vetro e che in varie sedi rodigine ha dato vita a momenti di divulgazione scientifica, spettacoli teatrali, mostre d’arte, degustazione di piatti ispirati ai temi dell’ambra, attività didattiche per scuole e famiglie, visite guidate al Museo dei Grandi Fiumi e al Museo archeologico nazionale di Fratta Polesine.

    L’ampia partecipazione alle iniziative di ‘scavi aperti’ organizzate nell’ambito dei progetti Archeologia e natura a San Basilio e Prima Europa. La Protostoria del Polesine, sostenuti dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, ha messo in moto una nuova progettazione in ambito archeologico, con una visione più ampia e trasversale tra le varie discipline e in termini di offerta culturale.

    Ad Adria il legame con le attività di ricerche avviate a San Basilio ha fornito lo spunto all’organizzazione della prima edizione del festival del cinema archeologico denominato “Adrikà” (Adria Delta Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico) che si è svolto anche a Porto Tolle e a Loreo tra il 5 e il 14 settembre scorso. Grazie a un felice connubio tra il Museo archeologico nazionale e il Circolo del Cinema “Carlo Mazzacurati” è stato possibile dare vita a un modo alternativo e coinvolgente di comunicare l’archeologia tramite il cinema. La carica emozionale ed evocativa data dall’interazione tra immagini, testi e suoni, che caratterizza la comunicazione cinematografica, risulta particolarmente efficace nella divulgazione dei temi legati all’archeologia e può conferire un ulteriore impulso allo sviluppo di nuove iniziative in ambito archeologico, con ricadute positive sulla vita culturale del territorio. La risposta in termini di partecipazione alle tre giornate organizzate ad Adria e ai due incontri nei centri del Delta è stata particolarmente vivace, segno che la nuova proposta culturale è riuscita ad intercettare un pubblico trasversale che comprende gli appassionati di cinema e di archeologia e una parte di persone semplicemente curiose e desiderose di essere parte di qualcosa di nuovo.

    Le proiezioni si sono svolte secondo un programma molto ricco nella sala Consiliare del Municipio di Porto Tolle il 5 settembre, al Teatro Sociale di Loreo l’11 settembre, dal 12 al 14 settembre al Museo archeologico nazionale di Adria nelle mattinate e nei pomeriggi e alla sala “Sandro Pertini” alla sera, con un ampio ventaglio di temi non solo correlati a scoperte archeologiche ma anche a storie e suggestioni legate al mondo dell’antico.

    Ampie le tipologie di film che gli spettatori hanno potuto apprezzare tra documentari e cortometraggi d’animazione selezionati a livello internazionale, capaci di raccontare l’archeologia con sguardo autoriale e spirito divulgativo. Dalle grandi scoperte alle piccole storie dimenticate, ogni opera ha consentito di fare un viaggio nel tempo, tra testimonianze materiali e ricostruzioni visive, rendendo il passato accessibile, emozionante e vivo per ogni tipo di pubblico.

    Durante le tre giornate della rassegna sono state proposte diverse attività pensate per un pubblico diversificato per interessi e fasce d’età. Esperti specifici come Roberto Macellari hanno trattato i temi dei profumi nel mondo antico, mentre Mario La Rosa e Laura Noviello hanno proposto una performance musicale con strumenti ricostruiti sulla base della documentazione giunta dal mondo antico.

    Particolarmente apprezzata un’attività per famiglie con dimostrazione della lavorazione del vetro a cura di ‘Officina temporis’, ma va sottolineata l’ampia partecipazione anche agli Scavi aperti a San Basilio, alle visite guidate in Museo accompagnate da un’animazione con il gruppo Danze antiche di Villadose, una performance teatrale di Antonino Varvarà con testi di Euripide e un incontro formativo di Angelo Cimarosti sul reportage archeologico. Una mostra d’arte a cura di Roberto Antico e una di stampe antiche proposta da Edoardo Zambon, hanno fatto da cornice nei luoghi della rassegna. I partecipanti hanno inoltre potuto apprezzare la convivialità gustando i prodotti tipici durante gli apericena allestiti dall’Istituto Cipriani presso la Fondazione Franceschetti di Cola.

    Sono stati previsti incontri con alcuni registi dei film proposti, ricordiamo in particolare due figli d’arte come Nicolò Bongiorno, che ha presentato ‘I Leoni di Lissa’, un docufilm sull’esplorazione subacquea in Adriatico nei luoghi della Battaglia di Lissa e Giovanna Taviani, che con ‘Cùntami’ percorre le strade della Sicilia, incontrando chi mantiene ancora viva la tradizione dei pupari e dei cantastorie.

    Alla fine della rassegna gli spettatori hanno votato il film che più hanno apprezzato, aggiudicando il premio del pubblico a In carne e bronzo il santuario di San Casciano dei Bagni di Brigida Gullo con la regia di Eugenio Farioli Vecchioli, che documenta le ricerche presso il santuario etrusco e romano di San Casciano dei Bagni, una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi decenni. Al secondo posto, Panorami Sommersi. Le origini di Venezia di Samuele Gottardello, mentre il terzo posto è andato a I leoni di Lissa di Nicolò Bongiorno.

    L’aspetto innovativo del progetto è stato colto favorevolmente da un’ampia rete di enti pubblici e privati che hanno collaborato e sostenuto l’organizzazione dell’iniziativa. Un esempio di ampio coinvolgimento a livello locale è stato rappresentato dai progetti didattici con le scuole, in particolare con il liceo “Bocchi-Galilei” e l’IPSEOA “Cipriani-Colombo” di Adria: il primo istituto è stato coinvolto in un’attività di didattica cinematografica (ETRUSCREEN, da un suggerimento che viene dai ragazzi stessi attraverso un concorso indetto dal Rotary Club di Adria) per la realizzazione di un cortometraggio proiettato durante il festival; il secondo ha proposto con il progetto Delta e Gusto, piatti e ricette ispirati al mondo etrusco finalizzati alla valorizzazione enogastronomica dei prodotti del territorio tra l’antico e i giorni nostri.

    Va comunque rimarcata la partecipazione di pubblico frutto di un lungo lavoro condiviso tra le ideatrici della rassegna, Alberta Facchi direttrice del Museo archeologico nazionale di Adria, Emanuela Finesso presidente del Circolo del Cinema Carlo Mazzacurati di Adria, affiancate da chi vi scrive. La direzione artistica è stata affidata ad Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele che hanno “esportato” nel Delta e ad Adria la loro esperienza nell’ideazione e organizzazione del Festival del Cinema Archeologico di Licodia Eubea, che giunge quest’anno alla quindicesima edizione. Il team è già al lavoro per l’organizzazione dell’edizione 2026. La rassegna è stata realizzata con il sostegno di vari enti: la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Bancadria Colli Euganei, Ente Parco Regionale Naturale Delta del Po Veneto, Comune di Adria, Regione del Veneto, Fondazione Franceschetti Di Cola, Rotary Club Adria.

  • Sulle vie dell’ambra

    Sulle vie dell’ambra

    Nell’ambito dell’articolato Festival “Sulle vie dell’ambra”, svoltosi a Rovigo dal 6 al 16 novembre, fra le varie riuscite iniziative, ha destato interesse apprendere che i due villaggi protostorici di Frattesina e Campestrin sono i più antichi d’Europa, smentendo l’opinione diffusa che il nostro territorio sia stato nel passato sempre inospitale e soggetto a ripetute alluvioni (Vedasi Editoriale a pag. 3).

    Sull’esito del Festival, che ha diffuso conoscenze e aperto qualche nuovo interrogativo, riteniamo opportuno dare la parola alla dott.ssa Elisabetta Brusa, ideatrice e direttrice artistica del Festival, con la quale ci incontriamo.

    Dieci giorni molto impegnativi in onore dell’ambra, materiale prezioso conservato a Rovigo presso il Museo dei Grandi fiumi. Il Festival, una iniziativa davvero ragguardevole.

    “Buongiorno Direttore e grazie per l’opportunità che ci viene offerta di parlare di un Festival che è partito nel 2024 e che quest’anno ha festeggiato la seconda edizione, passando dalle due giornate iniziali a dieci giorni come lei ha ben sottolineato. Lei dice “in onore dell’ambra”, che a Rovigo fa bella mostra di sé nella sala dell’”Ambra” appena si entra al Museo dei Grandi Fiumi, ed è proprio da questa considerazione che era nata l’idea di proporre qualche anno fa all’Assessorato alla Cultura di Rovigo il progetto che poi siamo riusciti a realizzare. Un progetto che ha fondamentalmente l’ambizione di arrivare a vanificare la visione di un territorio povero e inospitale, a causa delle ripetute inondazioni, per rilanciare invece l’immagine reale di un luogo ricco di cultura, di storia, di saperi congiunti, che può trasformarsi nel tempo in un punto di riferimento a livello internazionale, proprio grazie al suo essere stato all’interno di un’ antica Via dell’Ambra, che la storia ci spiega andare dai paesi del Mar Baltico al Mediterraneo con un Polesine al centro come luogo di relazioni, di scambi, di commerci, di lavorazione di materiali preziosi.

    L’esistenza a Rovigo del CPSSAE, Centro polesano di studi storici, archeologici e etnografici, meravigliosa fonte di conoscenza e di scoperte continue, necessariamente destinate ad un pubblico non solo di esperti della materia, insieme alla consapevolezza della presenza di una mitologia legata al territorio, attraverso la figura di Fetonte, hanno alimentato la voglia di provare a incrociare i percorsi narrativi con l’obiettivo di arrivare a creare un pensiero originale, identitario e soprattutto inclusivo, perché all’interno dello stesso percorso convivono e si intrecciano scienze, arti, sperimentazione, formazione e produzione di pensiero critico, all’interno del quale l’ambra si pone come motore di un interessante intreccio di relazioni.

    Da queste conoscenze e considerazioni è nata dunque l’idea del Festival.

    “Proprio così. Ha preso concretezza l’idea del Festival che, non a caso, si chiama “Sulle vie dell’ambra” per sottolineare la forza di un movimento continuo dettato da una pluralità di linguaggi che vanno – e l’abbiamo proprio visto nell’edizione di quest’anno – dall’incontro con altri paesi europei presenti in queste antiche strade, all’immersione nei testi antichi per raccontare a giovani studenti delle scuole secondarie di II grado, e non solo, come i miti classici possano essere fonte di stimolo per la lettura della nostra contemporaneità.

    Nei dieci giorni del Festival abbiamo attraversato molti mondi. Siamo partiti con un forte segnale “europeo”, dedicando l’apertura del Festival presso la Camera di Commercio di Rovigo, all’Estonia come paese ospite. Facendo sedere ad uno stesso tavolo – grazie alla collaborazione con l’Associazione Italia/Estonia – imprenditori rodigini insieme ad imprenditori estoni, abbiamo cercato di riaprire in modo contemporaneo possibili relazioni commerciali a cui una nuova via dell’Ambra può portare.

    Davvero ampio poi il programma sviluppato con le scuole. Possiamo dire che questi dieci giorni del Festival sono stati dieci giorni consecutivi pieni di molti incontri, fatti di un pubblico vario che, se pur appartenente a diverse fasce d’età, era comunque accomunato da una voglia di conoscenza e di scoperta, che credo sia il successo più grande in cui potevamo sperare”.

    Che significato può assumere per il Museo, e più in generale per il Polesine, il primato europeo attribuito al villaggio di Frattesina, leader nella lavorazione dell’ambra del Baltico?

    “La scoperta del villaggio di Frattesina è indubbiamente una scoperta di rilevanza internazionale, che ha cambiato la storia, con tutte le implicazioni che questo comporta, anche in quanto ricaduta sulla presenza dell’ambra al Museo dei grandi Fiumi di Rovigo, che è uno dei centri italiani per eccellenza di questa preziosa resina.

    Ancora più interessante in questo momento, e come scoperta recente, è comunque la presenza del vetro nel territorio del Polesine, per cui possiamo aggiungere oggi alla scoperta dell’ambra anche quella delle origini dei primi materiali vetrosi in ambito europeo, perché le più antiche testimonianze archeologiche di lavorazione del vetro risultano essere documentate, grazie agli scavi, proprio nell’Italia nord-orientale e in particolare a Frattesina di Fratta Polesine. E siamo nel XII-X sec.a.C. Pare che qui si producessero due tipi di vetro grezzo – ben distinguibili chimicamente da quelli egizi e vicino-orientali -, con cui venivano prodotte soprattutto perle anche riccamente decorate. Grazie agli scavi condotti nell’ambito del progetto “Prima Europa. La Protostoria del Polesine”, proprio a Frattesina, come ci ricorda Paolo Bellintani, Presidente del CPSSAE, sono stati portati alla luce i resti di una fornace per la produzione/lavorazione del vetro, ad oggi la più antica d’Europa.

    Proprio per connetterci con questi studi il Festival ha organizzato, in concomitanza con la conferenza del 15 novembre dedicata dal CPSSAE a questa recente scoperta, la costruzione di un forno protostorico: un intervento di “archeologia sperimentale” a cura di Nicola Albertin e Sheila Mancini, della sezione CPSSAE “Officina Temporis”, con cui si sono potute produrre proprio le perle di vetro “tipo Frattesina”, in modo da poter toccare con mano la realtà di un tempo remoto.

    La proposta ha coinvolto moltissime persone, ed era bello vedere il Museo, casa adottiva del Festival grazie anche alla collaborazione di tutto il personale che nel Museo lavora, pieno di gente di ogni età che andava e veniva, bambini piccoli compresi, passando dalla sperimentazione alla visita della Mostra, nelle sale Polivalenti o nelle Sale Espositive, alla ricerca di quella storia di cui le stesse piccole perle erano portatrici.

    Le giornate dell’ambra hanno portato a Rovigo una importante rappresentanza dell’Estonia, paese sul Baltico da cui partiva l’ambra grezza alla volta di Frattesina dove veniva lavorata. Come si sono concretizzati i rapporti? Ci saranno ulteriori esiti?

    “Per prima cosa devo sottolineare che il Festival ha potuto attivare una collaborazione con l’Ambasciata estone e l’Associazione Italia/Estonia grazie al supporto della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, del Comune di Rovigo e della Regione Veneto. Senza le collaborazioni ufficiali, che hanno permesso anche l’entrata nel Museo dei Grandi Fiumi di antichi reperti estoni di ambra e vetro, rimasti in esposizione per tutta la durata del festival, questi rapporti difficilmente si sarebbero potuti attivare.

    La domanda che può sorgere però in questo caso è: ma perché proprio l’Estonia? Potremo dire, per prima cosa, che in Italia esiste un’Associazione Italia/Estonia, la cui presidente Ülle Toode è molto attiva e molto interessata alla creazione di relazioni internazionali, e che, inoltre, i reperti estoni che siamo riusciti a portare in Italia hanno ampiamente confermato il grande flusso di mercanzie e di mercanti esistenti tra Italia e Estonia e risalenti ad epoche antiche. Tutti elementi che ci parlano della presenza, in epoche remote, di un’importante via dell’ambra, a doppia percorrenza perché, se dall’Estonia arrivava materiale grezzo a Frattesina, è anche vero che in Estonia arrivava poi il materiale lavorato proveniente dall’Italia.”

    E ciò è documentato?

    “Durante tutta la durata del Festival, tra i reperti in esposizione al Museo dei Grandi Fiumi, provenienti dall’Estonia, conservati nella collezione dell’Università di Tallinn, e selezionati per l’occasione dall’archeologa estone Monika Reppo – mai fino ad oggi esposti al pubblico – non poche sono le monete romane recuperate in Estonia grazie ai recenti scavi, così come molti sono stati i frammenti di vetro trovati, addirittura di scuola veneziana.

    Un’altra interessante motivazione, però, che ci ha spinto ad aprire una relazione con il paese baltico, e qui rientriamo nell’ambito della mitologia, è la constatazione di come i miti tramandati oralmente si rincorrano dimostrando quanto siano in grado di rispondere alle necessità del pensiero umano, indipendentemente dalla zona geografica in cui nascono”.

    Grazie, dott.ssa Brusa, per le delucidazioni che ci ha fornito e, in attesa del prossimo Festival, accogliamo in un apposito riquadro la narrazione della storia antichissima su cui si fonda il principale mito baltico non dissimile dal mito di Fetonte.

  • La poesia di Emanuela Greghi

    La poesia di Emanuela Greghi

    Emanuela Greghi nasce a Castelmassa dove tuttora risiede. Si laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi “Ca’ Foscari” di Venezia, intraprende la carriera scolastica come Docente di Tedesco e insegna attualmente in un Liceo Linguistico della provincia di Verona.

    Dal 2024, con la pubblicazione di tre raccolte di poesie, si fa conoscere come autrice di poesia e appassionata di fotografia poiché – come lei stessa afferma – la fotografia le ha insegnato ad osservare e ad apprezzare aspetti del paesaggio durante i suoi spostamenti quotidiani per raggiungere il Liceo: ambienti che prima non le avevano mai suscitato particolare interesse e coinvolgimento.

    Ora, invece, lo sguardo si posa sul particolare in modo spontaneo e il “vedere” attraverso l’obiettivo si trasforma in un “sentire” partecipato e il “sentire” in un “vedere”. Dall’esperienza sensoriale della fotografia scaturiscono parole cariche di interiorità profonda.

    L’atto creativo di Emanuela nasce da necessità, dall’intima urgenza di dare forma espressiva a pensieri, riflessioni, emozioni, immagini che ritornano, soprattutto sul far della sera. In quel preciso momento, con la mente sgombra dai mille assilli quotidiani, la sua parola poetica dà voce alle emozioni, al vissuto che trova il proprio spazio sulla carta, cogliendo l’anima di ciò che esiste, cercando nuovi orizzonti su cui posare lo sguardo nella libertà di accogliere tutto quello che la vita ci riserva.

    Poesia della vita che offre una dimensione legata alle pulsioni dell’anima e alla rappresentazione di un tempo e di uno spazio trasfigurati dagli occhi dello spirito che portano alla luce ciò che si trova nell’oscurità e, complice il silenzio, si imprimono nei versi.

    I temi più ricorrenti sono legati al paesaggio, alla natura, all’avvicendarsi delle stagioni che seguono i moti dell’anima, anticipano memorie, delineano emozioni, creano sospensioni del tempo che aprono a nuovi orizzonti in cui le parole risuonano di echi trascorsi che irrompono a dare nuova vita al silenzio.

    Nei componimenti troviamo un immaginario reale che riporta ad altri temi cari all’autrice che ritroviamo nelle tre raccolte pubblicate finora.

    La prima raccolta dal titolo “Alla sorgente”, pubblicata da Robin Edizioni, ci invita ad instaurare un rapporto empatico, intimo e intenso con situazioni, cose, luoghi e persone da cui scaturisce la linfa poetica.

    Da questa raccolta proponiamo:

    CAMMINO

    Tra notti buie e tiepide schiarite lento si snoda il sentiero. Incerto è il passo, obbligata la via. Trasfigura lo sguardo l’irresistibile anelito di un approdo vicino, di un riposo voluto. Cauta l’anima guada il torrente, indugia il pensiero su istanti eterni che separano dalla meta di un camminare stanco.

    SCRIVERE

    Scrivere per poter vivere, per dare senso a giornate di buio, per stanare dolorosi pensieri e condannarli all’esilio. Scrivere per insorgere contro un pallido esistere o per travestirlo con pietose speranze. Scrivere per amare cose e persone, per riaffermare certezze e porsi nuove domande. Scrivere per creare accordi nuovi su uno spartito di cielo.

    ALLA SORGENTE

    Ritorno alla sorgente con la mia brocca rotta, anche un ultimo zampillo può bastare a rinfrescare le molte arsure. Attingo acqua alla fonte, come la Samaritana al pozzo, per ricevere vita nuova e proseguire in pace il mio cammino. Un nuovo inizio non ha età, attira ogni cuore che cerca. Vado alla sorgente, il crepuscolo serale mi accompagna, riconosco il cammino compiuto, attendo, serena, la nuova alba.

    VITA

    Ho ascoltato un cuore in preghiera annodare sogni e desideri come nastri di seta intorno a ciocche ribelli. Ho amato il silenzio più delle parole, ho creduto a parole nuove nate dal silenzio. Ho cercato i sì nella vita, disseminati ovunque, ho deposto le domande, ho abbracciato le risposte. Ho amato il mistero, la sua trasparenza negli occhi di un bambino. Ho vissuto la mia narrazione, ho condiviso le mie fatiche.

    “Liberi respiri” il titolo della seconda raccolta di poesie pubblicata da Robin Edizioni. Respirare vita, restituire poesia, perché i respiri sono nati liberi, e lo sono anche diventati liberi attraverso la cura sapiente della parola che inonda di luce il vivere, che crea nuovi orizzonti oltre i confini, che guida i passi verso inesplorati cammini.

    “Respiri eterni / Più non sono / ma onque vivono. / Per sempre” (da Respiri)

    Proponiamo:

    PAESAGGIO

    Paesaggio di sempre accompagna il mio andare, bellezza di un nulla fatto di terra scura velato di nebbia in cui affonda lo sguardo incapace di sostare. Oltre il pioppeto corre una strada sterrata, testimone di antichi cammini e di passi stanchi al calare di ogni sera. Grigiore ovunque, colori spenti di pennelli leggeri intinti di malinconia. Eppure sentirsi a casa, essere parte del quadro, di questo mondo solitario da sempre amato.

    IL GRANDE FIUME

    Patriarca della pianura, incedi solenne tra le ben note sponde lambite da secoli dalle tue acque possenti. L’abbraccio del mare ti attende, non conosce tregua il tuo andare.. Mi impauriva, da bambina, quanto di te si raccontava. Di destini inghiottiti dai tuoi vortici voraci. E ancora adesso, mentre osservo il tuo corso, luci ed ombre fanno ingresso nella mente, pensieri inquieti si depositano nell’animo. Eppure solo tuoi sono i tramonti di insuperata bellezza, i rossi sanguigni dell’ultimo sole all’orizzonte. Tue le passeggiate sugli argini amati, tra profondi respiri e liberi sguardi senza confini. Amato, temuto Fiume di tutta una vita, che accanto a te ha percorso il suo cammino.

    UN CUORE DI CARNE

    Vi darò un cuore di carne, capace di fendere il muro di gelidi sguardi, amante di ogni sorriso fiorito su umani volti, cercatore del vero oltre mille barriere. Un cuore nuovo, in ascolto di imploranti silenzi, accogliente rifugio di dolorosi cammini. Darà la vita, la sua, per ciò che ama, e non avrà timore alcuno di aver sbagliato strada.

    TO EMILY D.

    Le tue api amatissime ancora ronzano laboriose e vivono di te. Dolce-amaro nettare succhiano dai fiori della tua solitudine, stillando gocce di versi senza tempo. Mostrano i fiumi, i mari e le care montagne, il rosso dei tramonti e quello del mattino. Ogni cosa chiusa in una stanza, la tua, di un’anima che ha trasceso il limite umano e ha solcato i cieli.

    L’ultima raccolta “Cammini”, edizione Controluna, ci accompagna a percorrere i molti cammini che la parola, libera e liberante, consente. Ci concediamo soste di stupore, pause di silenzio, folgorazioni di luce, per poi ripartire alla ricerca dell’anima mundi, senza bastone né bisaccia, ma nudi e liberi.

    L’abitare la terra ci rende viandanti alla perenne ricerca della sua bellezza; è un peregrinare solitario, ma condiviso, è un andare che arricchisce di senso la nostra esistenza.

    Il verso diventa un solco che parte dall’io e raggiunge il tu dando compimento ad ogni cammino. Queste le poesie:

    AUTUNNO

    Siamo spogli di tempo. Quello vero, che non abbiamo vissuto. Inesorabile si stacca dai rami dei nostri giorni come foglie d’autunno refrattarie al quotidiano morire. Lo inseguiamo invano, sperando che ci attenda. Mentre a terra troviamo l’attimo importante che avvizzisce tra le inutili foglie testimoni del nostro frettoloso andare.

    UN RICORDO

    Fremeva nel cassetto quel ricordo lontano … Cercava casa altrove. Rannicchiato attendeva il dischiudersi di una mano amica, pronta a incastonarlo, una volta ancora, nel ventaglio della memoria. Sapeva. La fredda brina del mattino l’avrebbe reso gelo, la fitta nebbia della sera lo avrebbe sepolto. Ma lui voleva uscire e vivere e non morire.

    I TUOI OCCHI

    Varco la pupilla dei tuoi occhi, attraverso l’iride di cielo e trovo i sentieri della tua anima. Li percorro cauta e pensosa, voglio capire chi sei, da quale fonte scaturisce la luce del tuo sguardo, quale rivo sotterraneo alimenta il tuo dolore. E alla fine del mio viaggio, raggiunta la porta del tuo cuore, avrò forse ritrovato anche me stessa.

    SAREMO

    Saremo mattini di fuoco dopo timide albe trapuntate di sogni. Saremo nuvole dense di piogge dirompenti, benefiche foriere di nuovi inizi. Saremo il canto dolce della sera in cui arpeggiano ricordi e velate nostalgie. Saremo effluvi di libero Spirito, anime pure in ascesa verso infiniti cieli. Saremo il quadro che abbiamo dipinto con parole e silenzi, tra lacrime e sorrisi circonfusi di luce. Saremo.

  • I colori della pace

    I colori della pace

    FUTURO

    Tu, Elia, hai il futuro a portata di mano, io no, perché sono anziano. Volo con la fantasia: ti vedo giocare con l’intelligenza artificiale, ti vedo rugbysta rodigino, ti vedo un bel figo biondo dagli ondulati capelli che fa innamorare procaci fanciulle, ma una t’attira e vorresti sposarla, cose da ragazzi, ché nulla è scritto nella vita. Poi ti vedo studiare, studiare al Liceo e all’Università, studiare ingegneria spaziale e chimica quantistica… come mi turbano queste manie scientifiche e questo mondo misterioso! Non ho più freni, ora ti vedo pilotare un’astronave a forma di fungo, scendere incerto tra le rocce e le sabbie vermiglie di Marte e poi a piccoli balzi avanzare in quel mondo sconosciuto in cerca di un futuro che c’è, ma non si vede: il futuro di ogni uomo. Vai Elia, cammina verso il futuro, prima sulle polveri di un mondo scarlatto, e poi chissà dove.

    È l’unica ragione per cui t’invidio, mio caro e avventuroso nipote: tu passeggi sulle rocce del rosso Marte e io no, perché sono anziano, ma forse, in un tempo ancora ignoto, graviterò tra miliardi di fotoni che s’incrociano nello spazio. Intanto tu cammina, cammina Elia, cammina verso il futuro.

    I PIEDINI DEI BAMBINI

    I piedini dei bambini così intatti, le dita come gemme, e il calcagno nuovo rosato e rotondo come un calcagno di bimbo che non ha fatto un passo, come tutto ciò che è intatto, quando premono la terra e la gente si consola del passo nuovo che picchia la terra. Allora fanno come le mele colte dall’albero che, lasciate sull’asse, il loro peso, il loro lieve peso ne schiaccia la rotondità, come la terra schiaccia il calcagno del bimbo ai suoi primi passi.

    DONNA

    È strana la violenza sulle donne, ma forse gli uomini d’abitudine pensano alla guerra e così brutalizzano e disprezzano la donna portatrice di peccato. Quale peccato? Smarriti senza speranza, non ricordano che la donna, madre delicata o puttana ostinata, li ha partoriti soffrendo, che Gesù è figlio di Dio ma è nato da donna. Piangono le donne e Dio ne conta le lacrime, piangono per gli uomini stolti, immemori che sia nata da una costola dal lato del cuore per essere amata, non dai piedi per essere calpestata, ma dal fianco per reggerli con forza.

    HO DIPINTO LA PACE

    Avevo una scatola di colori, brillanti, decisi, alcuni caldi, altri molto freddi. Sulla strada, davanti a casa mia, cadevano bombe e sparavano droni: io non avevo il rosso per il sangue dei feriti, non avevo il nero per il pianto degli orfani, non avevo il bianco per il volto dei morti, non avevo il giallo per le sabbie sulla bara. Ma avevo l’arancio per la gioia della vita e il verde per i germogli e il celeste dei cieli splendenti e il rosa per i sogni. Mi sono seduto e, sotto le bombe, ho dipinto la pace.

    Poesia su un Gesù (anzi Joshua) depresso e sconcentrato dalla inarrestabile violenza dell’uomo e, forse, dall’inutilità del suo sacrificio.

    JOSHUA

    Me ne sto preoccupato davanti alla Sapienza indecifrabile del mio Sommo Genitore, Creatore perplesso del mondo intero. Avrete capito che io sono Joshua, miei fedeli credenti, alcuni mi chiamano Gesù, altri Issa, sono insomma il figlio di Colui Che É. Però, nonostante le serie premesse, sono nato in una stalla da una donna obbediente e da un uomo buono e inconsapevole, mio compito era salvare il genere umano dalla malvagità inconsueta con cui il Divino Padre l’aveva creato, pensai che poteva farlo Lui stesso, ma poco importava perché Lui era me e io ero Lui. Nella mia vita terrena ne vidi di tutti i colori, in una notte uccisero fanciulli inermi, con i miei supposti genitori divenni un immigrato, tornai alla mia terra e cominciai a predicare l’amore e la bontà, secondo il Paterno Insegnamento. Mia madre affettuosa diceva “Che combini, figlio mio?”, mio padre non capiva, il Padre Divino insisteva perché il mio corpo affrontasse la perfidia dell’uomo. Resuscitai i morti, risanai gli storpi, pescai pesci in un lago agitato, pochi apostoli e donne fiduciose mi seguirono in quell’avventura, ma tutto ciò era dettato dalla Sapienza di Colui Che É. Pestai i piedi a qualche sacerdote e a un procuratore che chiedeva la verità, la verità fu la mia morte spaventosa, fustigato senza pietà e crocifisso su un colle mentre il sole si oscurava. Risorgere fu un affare complicato, nessuno credeva che fossi risorto, solo una povera vedova osò credere quando per caso mi vide tra le tombe

    e un apostolo gentile che mi infilò le dita nel buco lasciato dal chiodo. Ricordo solo che lasciavo la terra e salivo al cielo in una nuvola d’oro. Ora me ne sto preoccupato tra bianche nubi e il mio Padre Divino rimane perplesso perché il genere umano è più feroce di prima, uccide, tortura, fa strage di bimbi e donne, come mille anni fa, anzi come sempre. Cos’è servito il dolore impresso al mio corpo con frustate devastanti e una croce indegna? Qualcosa non va in questo mondo, direi quasi quasi che il mio Genitore non controlla la sua Creazione ne’ l’umanità che follemente continua ad essere spietata. Eppure osservo stupito questi strani uomini, li osservo gioire tra bombe e missili, mentre stuprano donne e massacrano bambini, mentre fanno regali a figli e anziani tra raffiche di proiettili traccianti, li osservo sollevare un pino senza rami in una piazza distrutta da un drone e appendere a quel misero pino palle colorate, stelle luccicanti, pupazzi sorridenti e poi gridare tra le fiamme “È nato, è nato!”. Ma non parlano di mio Padre che tentenna, cantano invece la Nascita, in una misera capanna, di Joshua, di Gesù, di Issa, incerto, sconfortato e dubbioso ma salvato da uomini assurdi che Lui Stesso doveva salvare e che hanno il coraggio di dirgli “Bentornato tra gli umani, tra una bomba e l’altra è ora di salvare il mondo. Buon Natale, Joshua!”.

  • La videopoesia

    La videopoesia

    Mi chiamo Stefano Caranti residente a Santa Maria Maddalena (RO), poeta, videopoeta, videomaker e regista. Dagli anni ‘80 ho manifestato la passione per la poesia e l’interesse per l’informatica, iniziando i primi esperimenti con l’iconico home computer Commodore 64 e l’ausilio per le registrazioni su nastro con il walkman per unire voce, suoni, musica e le immagini create con l’elaboratore utilizzando anche il sintetizzatore vocale SAM, un programma pionieristico per quei tempi che consentiva al computer di “parlare”. Ho unito così con gli anni l’arte poetica con le competenze informatiche avventurandomi nella realizzazione di videopoesie con l’obiettivo di abbracciare e coinvolgere un più ampio ventaglio di persone di varie fasce d’età al campo artistico-poetico compreso il coinvolgimento delle scuole. La poesia è un pò demodè nell’attuale contesto sociale, ma vedremo come è stato possibile renderla ancora più “magica” cambiandole d’abito e presentandola in una nuova veste.

    Viviamo in un tempo in cui tutto scorre velocissimo in quest’epoca di “comunicazioni di massa”, dove siamo interconnessi a livello planetario, ma paradossalmente viviamo l’”incomunicabilità di massa”, tutti interconnessi ma soli, sempre più spesso ci sentiamo isolati. Viviamo in una società che ha perso i punti di riferimento, tutto si consuma in fretta, (emozioni, notizie, fatti) tutto diventa obsoleto in fretta, non abbiamo il tempo di fermarci o perlomeno rallentare, perdendo la capacità di osservazione e ascolto ed apprezzare anche i momenti di silenzio. Viviamo in un mondo sempre più distorto, folle, rovesciato, dove il bene e il male si sono scambiati di posto, dove la funzione poetica ha il compito di tracciare linee guida per riscoprire i valori perduti in una società che ha perso i punti di riferimento, in modo da poter essere ognuno di noi partecipi e protagonisti e rendere così la nostra terra più a dimensione uomo.

    Così facendo possiamo riattivare nuovi e sani processi creativi del pensiero e codici mentali in azioni concrete per la conservazione della salute, il potenziamento della felicità, la riscoperta dell’umanità per una più pacifica convivenza tra i popoli e fratellanza universale.

    Ho sentito così l’esigenza di cercare un ponte in modo da riarmonizzare la parte terrena e spirituale, per rallentare i ritmi e scendere più in profondità, condividere e creare nuove interconnessioni per portarci a un livello vibrazionale più elevato di coscienza e consapevolezza per spirito e anima.

    Questo ponte l’ho trovato con la sperimentazione, ascolto, ricerca, studio e creazione di opere videopoetiche dove classico e moderno si incontrano, tradizione e tecnologia si uniscono in esplorazioni immersive dove lo spettatore è parte di un viaggio nella fusione tra parola, musica e immagini video per vivere e farsi ispirare da una nuova esperienza multisensoriale.

    E come se la tecnologia avesse messo a disposizione della poesia tutti gli strumenti per creare come complemento ed evoluzione una nuova modalità comunicativa contemporanea, che riceve sempre più consensi con l’obiettivo di amplificare il significato della poesia (già evocativa in se stessa con la sua musicalità, fisicità, significante e significato) ma ora non più solo ancorata alla parola ma di espanderla oltre la pagina stampata, aggiungendo altri strati interpretativi attraverso contenuti audiovisivi. Alcuni esempi di videopoesie sono fruibili inquadrando i qr-code.

    LA TELA DEL TEMPO

    “Che fiorisca un tempo di meravigliosa e infinita bellezza, dove gli Esseri di Luce possano danzare e mantenere intatta la loro purezza di cuore… questa sarà una gioia da condividere nella luce dell’amore che ci accompagnerà per sempre verso straordinari giorni d’infinito.”

    Dipingo il battito di ciglia tra cielo e terra, la vita che si espande così come si è espanso il mondo con occhi d’infinito e meraviglia, effimera al passaggio del tempo e di comete.

    Dipingo il plenilunio e polvere di stelle sul pavimento nudo, un petalo di rosa rischiarata che dondola sul mare alla deriva.

    È tempo, è il nostro tempo di cogliere la vita.

    IL MESSAGGIO

    Gli ulivi danzano tra colline inzuppate, al ruggire del tuono, solcati da correnti veloci e tendono i rami alla pioggia che cade, scrosciante, da nubi dal colore di pece.

    Un raggio di sole che filtra e scompare.

    Gli ulivi danzano nei lampi di luce, tra la terra e il cielo un battito di ciglia.

    IL CANTICO LONTANO

    Vorrei trovare semplici parole guardando il firmamento, con il cuore che batte complici le stelle io mi ritrovo ad innalzare al cielo questo mio canto.

    “Meravigliose sono le tue leggi che ancora non conosco ma che bramo svelare i tuoi misteri in questa dimensione di passaggio.

    Dimmi se puoi, dove cercare tra le infinite vie di questa notte per far finire nel nostro mondo il male?”

    Tremula di luce questa sera, come la voce mia che scioglie il tempo, come la cera è sciolta al lume di candela.

    Nello spazio immenso, il cantico lontano dell’attesa.

  • L’odore del mare

    L’odore del mare

    Io sono legato alla terra: quella nera che ti stacca un piede se ci metti dentro la scarpa appena comincia a liberarsi dell’acqua e poi diventa dura come un granito. Forse per questo la sento come un qualcosa che mi rode dentro, che mi tiene legato alla campagna che da piccolo, anche quando avevo appena smesso i pantaloni corti, amavo conoscere girando da solo in cerca di posti sconosciuti e poco frequentati.

    Allora le campagne mi sembravano delle foreste inesplorate, dove rischiavi di perderti se ti dimenticavi da dove eri entrato. Erano pomeriggi caldi, assonnati e quasi appiccicosi.

    Saltavo il fosso, percorrevo per un centinaio di metri uno stradone che mi portava ad un bivio, dove la campagna si divideva e diventava quasi una foresta. In lontananza si vedeva il muro esterno di Villa Badoer e lì, a volte, ci arrivavo dal retro, dove adesso c’è la rotatoria. Entravo da una porta piccola che strideva un po’, ma non c’era problema: dentro non c’era mai nessuno.

    Mi perdevo nelle immense sale che per i ricchi veneziani in vacanza erano i magazzini, passando poi per le stanze dove un tempo ormai lontano i signori banchettavano in mezzo a figure mitologiche.

    Una volta fuori, tornavo a casa passando sempre per la campagna. Superavo il ponte che divideva la campagna dei Vicentini con quella dei Mantovani e continuavo per gli stradoni che facevano da cornice ai campi. Dentro la campagna si trovano ancora le baracche di canne che erano il luogo degli incontri amorosi del padrone. Capanne grezze ma sempre ben curate per appuntamenti clandestini, dove a rischiare erano le ragazze più belle, costrette a cedere oppure ad essere licenziate. Era davvero difficile resistere ai ricatti del padrone che a volte veniva invischiato nello stesso suo gioco se non voleva essere scoperto dalla moglie.

    In questa campagna tra Villanova del Ghebbo e Fratta Polesine io ci sono solo arrivato. Mio nonno era di Porto Tolle e l’aver conosciuta la Onorina quando lei aveva solo sedici anni, lo portò a staccarsi dal mare per venire ad abitare nella terra che era nera e dura ma assicurava un pasto. La sua casa era sull’argine dell’Adigetto e il riscaldamento era costituito dalle solite canne del granoturco, o fromenton, con le paglie che a volte finivano dentro la minestra.

    Però a me il mare ha sempre fatto un effetto speciale. Come se ci fossi nato, anche se non l’avevo mai visto. Così ogni tanto, anche oggi, mi viene la voglia di vedere il mare. Questa distesa azzurra che tanto contrasta con il mio mondo.

    Allora prendo la moto, una Daemlin vecchia di sei anni, che adopero solo qualche volta, e parto per il mare. Quello che cerco non è lontano: il mio mare è quello di Rosolina Mare, di Porto Caleri, di Barricata e di Boccasette. Non ne frequento altri.

    Quando ero giovane sono andato a Milano Marittina, sulla riviera romagnola. Erano gli anni sessanta, ma già allora si capiva che lì le vacanze erano un’industria. Sono andato anche a Jesolo, al Lido di Venezia, a Sottomarina. Troppe case, troppi servizi, sembrava di essere in città. Così da tanti anni vado solo sul Delta, dove trovo ancora quegli odori che mi fanno star bene. L’odore del legno che marcisce di Porto Levante, la salsedine che senti nell’aria transitando sul quel cordone ombelicale che ti porta ad Albarella, oppure quell’intenso odore di resina che avverti quando la provinciale finisce e Rosolina Mare ti dà il benvenuto con i suoi pini.

    Quando parto per questi viaggi, che altro non sono che gite di poche ore, mi perdo nei ricordi e faccio sempre il confronto con quello che era il mare negli anni sessanta e quello che è adesso. Con la memoria torno a quei tre giorni assieme a Giorgio, mio cugino, quando ancora Rosolina Mare si chiamava Rosapineta. Nemmeno un soldo in tasca, una tenda prestata dal prete e tanti pomodori raccolti lì vicino per mangiare qualcosa. Poi la pattuglia dei carabinieri che ci carica sulla sua jeep e ci porta alla stazione di Loreo per rispedirci a casa.

    Ricordo le case, ancora segnate dall’alluvione. Monumenti silenziosi alla tragedia che ha segnato questa terra. Poi mi vedo con la Pina, appena sposati, correre con la vespa per un sabato pomeriggio al mare. Un grande albero, che ancora c’è vicino a Villanova Marchesana. Pit stop dentro la campagna polesana, di un viaggio fatto di niente ma ricco di felicità.

    Questo è il mio mare, quello della mia terra che quando arriva all’azienda agroturistica di San Gaetano è ancora grano, fagioli e zucche. Poi cambia e diventa mare, salsedine, legno che marcisce e gracchiare stridulo dei gabbiani.

  • Magna ca te magni il tuo

    Magna ca te magni il tuo

    Pochi anni fa, mentre viaggiavo in treno alla volta di Roma, s’inscenò un divertente diverbio tra una mamma e suo figlio Carlo (ne ricordo ancora sorridendo il nome) a causa di un panino con tonno e cipolline che il ragazzino non intendeva consumare come pranzo durante il viaggio.

    La madre, una santa donna che aveva profuso tutte le spiegazioni possibili, tra cui: “me l’hai chiesto proprio tu il panino con tonno e cipolline”, ad un certo punto guardò spazientita Carlo e in dialetto veneto gli sibilò: “Magna, ca te magni il tuo, magna e tasi” e aggiunse, schiarendo la voce: “O lo mangio io”, questa volta In italiano, riprendendo un tono più sereno e volutamente signorile, forse per distogliere l’attenzione creatasi tra i viaggiatori, divertiti dal gustoso fuori programma.

    Ed eccolo arrivare immediato, alla memoria, il ricordo di un racconto sui miei bisnonni materni in cui, una quasi identica frase, pronunciata in altro dialetto, era divenuta storica e tramandata con svariati e divertenti commenti alle generazioni a venire, fino a me.

    I miei bisnonni non navigavano certo nella ricchezza, ma insomma neppure pativano stenti, anche se il capofamiglia era un semplice impiegato dello Stato e, per arrotondare lo stipendio, scriveva lettere per chi non ne era in grado e svolgeva altri compiti per assicurarsi guadagni extra.

    La moglie, brava casalinga e madre, aveva il compito di gestire denaro e spese, cosa che faceva con grande attenzione e attitudine: i conti quadravano sempre.

    Certo, il mio bisnonno, suo marito, a volte lamentava la mancanza di qualcosa di speciale a tavola durante le ricorrenze, ma la mia bisnonna, sua moglie, rispondeva che era impossibile sgarrare per poter arrivare a fine mese dignitosamente.

    Arrivò la festa di fidanzamento della prima figlia femmina e la consuetudine voleva che i festeggiamenti fossero a totale carico della di lei famiglia. Ovvero quella dei miei bisnonni. Un bell’impegno economico… ma non si poteva fare certo una brutta figura agli occhi degli invitati e dei congiunti del futuro sposo. Il bisnonno raccomandava costantemente alla moglie di non lesinare su nulla, lei gli ripeteva che nulla sarebbe mancato, senza strafare, naturalmente.

    Fu durante la ricerca di un vecchio piano in legno, per allungare il tavolo che avrebbe accolto gli ospiti, che il bisnonno avvistò, in soffitta, una scatola che si distingueva dagli altri oggetti, perché fin troppo pulita. Preso dalla curiosità, l’aprì. Tra qualche vecchia foto, merletti sgualciti e nastrini ingialliti, ecco lì la sorpresa: un gruzzoletto di soldi ben legato da una corda sottile. Non una cifra enorme, ma pur sempre una quantità inaspettata, quanto ragguardevole, di denaro.

    Dopo il primo smarrimento e una veloce riflessione, ipotizzò che sua moglie avesse messo da parte quella somma, di certo per poter affrontare qualche improvvisa emergenza. Era risaputo che lei lo definiva un potenziale scialacquatore, mentre era da tutti etichettata come spilorcia, tirchia, taccagna, mano corta, ingenerosa e via dicendo. E brava la sua sposa avara e furbetta…

    Il giorno appresso, festa del fidanzamento, poco prima che s’adunassero gli ospiti, un carrettino si fermò davanti casa e un giovanotto iniziò a scaricare: una cassa di vini, un cesto di bellissime rose, diverse profumatissime focacce con le verdure e una torta incredibile: una cassata di dimensioni tali da poterne offrire certamente anche agli ormai curiosissimi vicini di casa, per quanto era gigantesca!

    La mia bisnonna, stupefatta quanto allarmata, non riusciva a capacitarsi da dove venisse tutto quel ben di Dio, ma il muscoloso giovanotto non sapeva dirle chi lo avesse ordinato. Comunque, poteva starne certa, tutto era già stato pagato. Un vero mistero che tuttavia non poteva essere discusso mentre futuri consuoceri e parenti tutti facevano ingresso nella sala da pranzo, resa particolarmente accogliente da vini di ottima qualità, gustose focacce, quel meraviglio cesto di rose e la cassata in bella vista, come si conviene ad un’opera d’arte. L’insieme sollevò tra i presenti molti commenti sopresi quanto estasiati e sinceri applausi.

    La bisnonna, arrivato il momento di servire il magnifico dolce, riuscì finalmente a sussurrare al marito: “Sono preoccupata assai, e se tutta sta roba non era indirizzata a noi? Ma chi l’ha ordinata, se nessuno se ne vanta? E se è un errore di consegna e poi dobbiamo ripagare tutto?”

    Il bisnonno, sornione e pacifico, le rispose in dialetto siciliano: “Mancia, mancia, che dillo toi manci e dillo toi saziattinni”, ovvero: “mangia, mangia, che mangi del tuo e del tuo saziatene”.

    Lei, stupìta ma non certo stupida, lo guardò negli occhi…capì e, arrossendo, gli sussurrò di rimando: “Sempre e solo per la famiglia, soprattutto per i nostri nipoti lo feci, non te ne scordare mai”. E mai festa di famiglia fu più dolce e apprezzata, e mai più il mio bisnonno andò a curiosare in soffitta.

    Sorridevo mentre il treno percorreva veloce la bella campagna toscana, pensando che è sempre stupefacente come una frase (in questo caso quella della mamma esasperata, rivolta in dialetto veneto al suo polemico figlioletto) ne possa richiamare alla memoria un’altra tanto simile seppure pronunciata in altra epoca e regione…dal mio bisnonno e in dialetto siciliano.

    Nel frattempo Carlo si era arreso avidamente al suo panino con tonno e cipolline, che tutti i passeggeri a portata di naso, certamente gli invidiavano. Io pure continuavo a deglutire, un po’ per l’aroma delizioso che si spandeva ormai prepotente nella carrozza ferroviaria, un po’ perché quel ricordo d’un evento lontano, per giungere fino a me aveva attraversato moltissimi anni e la vita di molte persone della mia ascendenza… eppure rimaneva sempre un piccolo gioiello di emozioni familiari ancora tramandate e da tramandarsi tra generazioni.

    Evviva i nonni!

  • T R E N O

    T R E N O

    Chissà se le mie sensazioni di libertà erano anche le sue, quando partivo con un qualsiasi mezzo di trasporto per andare a fare una gita, mentre “Treno” serrando tra le gambe la sua bicicletta, percorreva il più delle volte in solitudine, chilometri di strada, apparentemente senza una meta. E quelle volte che qualche giovanotto chiedeva di fare il percorso assieme, Treno sorrideva fra sé, perché sapeva che la richiesta era dettata per un raffronto, che non ci sarebbe mai stato.

    Erano fatti di una pasta diversa. Treno era un arguto pensionato appassionatamente innamorato della sua bicicletta e di quello che rappresentava; ed intendiamoci, non una bicicletta da corsa professionale, ma una composizione di tante biciclette da lui stesso assemblate, un veicolo quasi rozzo e pesante, che non era paragonabile agli splendidi esemplari di marchi prestigiosi e famosi per avere rivoluzionato il mondo del ciclismo: mezzi leggerissimi, eleganti, elaborati, costosi, confortevoli, con cui a volte pavoneggiandosi e vestiti di tutto punto, con maglie set traspiranti, pantaloncini imbottiti di gel aderenti, giacche antivento, guanti, casco, occhiali, porta borraccia, pompe, kit, scarpe e copri scarpe, i suoi giovani amici si accostavano per pedalare assieme.

    Per non parlare delle bibite energetiche di Treno, che erano delle bevande a base di acqua con succo di limone, che lui stesso si preparava ogni giorno, e nulla avevano di miracoloso come tutte quelle bevande contenenti sostanze stimolanti molto in voga. Eppure Treno arrivava a destinazione e con lo stesso passo rientrava, a differenza dei suoi compagni di squadra, che ci riusciranno a rientrare in paese, ma non contemporaneamente.

    Treno li aveva distanziati senza alcuno sforzo già da molti chilometri. Non erano bastate le numerose marce delle potenti bici da corsa, quanto le loro costosissime attrezzature, né le loro mirabolanti bibite spaziali. Mitici i calzini che lasciavano intravedere una gambetta nervosamente bronzata dal sole, come le braccia e il suo bel volto segnati dal tempo, dai suoi vissuti e dai milioni e milioni di giri della catena della sua bicicletta.

    Gioventù moderna, servirà ben altro per intaccare e fiaccare il nostro Treno e la sua tempra, formatasi negli anni con la fatica e la costanza, con la maturità e la crescita interiore, con il suo amore per l’aria e il vento, il sole e la pioggia, i lunghi silenzi e tutti quei paesaggi stregati, che sfilavano davanti ai suoi occhi, dagli alberi e dai fiori, dai colori e dai rumori, dalla presenza umana. Un giovanotto di altri tempi con una impalpabile fibra di cuoio, che aveva saputo accettare, godendo di quello che la vita gli aveva offerto e lui aveva saputo accogliere: il lavoro, la famiglia, i figli, i nipoti, le sue passioni, il piacere dei suoi anni, l’approfondimento delle conoscenze, dei tantissimi rapporti sociali intrecciati nei decenni, dell’intimo sentire legato alla religiosità, accarezzata e saldata giorno per giorno, ogni giorno come un giorno buono.

    Rinchiuso nell’armadio il suo vestiario di lavoro, si era dedicato a quello che più lo faceva stare bene, investire nello spazio temporale la gioia assoluta quanto sottile, di fare quello che più gli piaceva: pedalare. Pedalare e pedalare, non per cercare chissà quali cose, ma per ristorarsi di quello che avrebbe incontrato e compiuto, ogni giorno, metodicamente pieno di energia. Non esisteva la parola ozio nel suo vocabolario; l’ozio ingrassava e rallentava il reflusso del sangue al cervello, facendoci vedere le cose con meno obiettività, meno limpide e veritiere.

    Treno, se lo volessimo paragonare a un albero, sarebbe perfettamente rappresentato dalle sequoie, che imperterrite seguono la loro crescita al di là delle altre chiome, per vedere le cose dall’alto, accarezzate dai soffi di vento più puri; tra spiriti liberi ci si potenzia vicendevolmente. E siccome i suoi polmoni non si riempivano mai abbastanza, ogni giorno partiva con la sua bicicletta, piccola tappa in piazza a salutare qualche conoscente e via, per strade, stradine, colline, vallate, alla ricerca di quel ristoro che veniva saziato solo temporaneamente dall’ebbrezza dell’aria frizzante sulla pelle, gratificata la vista dei tanti paesaggi, del calore del sole, della rugiada sulle palpebre, della pioggia sulle spalle, della nebbia sulle ossa… sempre avanti, tra primavere, estati, autunni e freddi inverni. Tutto compariva e scompariva alla sua vista.

    Ancora oggi, a Lendinara, in Piazza Risorgimento manca quella piccola atletica figura, che lesta scivolava silenziosa marcando il manto stradale e che, con dovizia di fare prima di partire per la sua meta, salutava gli amici alzando la mano sinistra scuotendo il capo, piantonati questi al bar davanti a un bicchiere vuoto oppure sui marciapiedi, immobili nelle loro posizioni.

    L’uomo in movimento invece era Treno, figlio del garbìn (libeccio), il vento caldo del mezzodì.

  • Germano Sprocatti e la fotografia

    Germano Sprocatti e la fotografia

    Osservare, studiare, catturare l’immagine e raccontare le emozioni con l’obiettivo. Sono queste le costanti sequenze di vita di Germano Sprocatti, il narratore della natura e delle architetture padane.

    A lui appartengono storie di fatti quotidiani, situazioni, personaggi caratteristici ed eventi raccontati attraverso foto divenute preziose documentazioni d’archivio. Sprocatti ha prestato la sua grande abilità di fotografo a testate locali e nazionali, lasciando traccia anche nelle prime edizioni di Ventaglio Novanta.

    Conoscitore attento della nostra terra si è dedicato a documentarne la trasformazione della società attraverso la fotografia, in bianco e nero inizialmente, a colori in seguito. Molti articoli a carattere naturalistico sono stati corredati dai suoi scatti didascalici, capaci di cogliere gli aspetti più originali e peculiari delle zone padana e non solo.

    Germano Sprocatti nasce nel 1940 a Ceneselli, nell’Alto Polesine. Dopo la formazione scolastica di base, frequenta a Torino la scuola di Fotografia e ben presto inizia la sua carriera di fotografo e artista. A 20 anni, durante il servizio militare, produce foto come paracadutista. Documenta la vita all’interno della scuola di paracadutismo a Pisa, ottenendo riconoscimenti e soddisfazioni.

    All’età di 24 anni apre il negozio di artigiano fotografo a Castelmassa in piazza Libertà condotto fino al 2007. La sua vita professionale si sviluppa tra le richieste dei clienti e il desiderio di esplorare la natura, le civiltà e il territorio.

    Interessanti gli scatti sulle architetture rurali: i fienili, le barchesse, le case padronali e quelle dei braccianti. In questo periodo si colloca la sua collaborazione come fotografo ufficiale con le grandi testate: Airone, Europeo e Eurodot. A tal proposito, Germano riferisce esperienze legate al Reportage durato 10 giorni sul Delta del Po per il periodico l’Europeo, finalizzato a studiare il fenomeno del bradisismo causato dall’estrazione del metano a secco, senza l’introduzione di altro materiale nella sacca.

    E ancora, sempre per l’Europeo, un’indagine studio sull’Istituto di Ficarolo che analizzava il fenomeno sociale legato al gran numero di giovani del meridione che lo frequentavano, spesso disadattati e talvolta privi di famiglia. L’individuazione e la documentazione fotografica delle cause, come la povertà, la promiscuità, la ricerca degli strumenti necessari ad affrontare una vita dignitosa, il bisogno di inserirsi in un territorio economicamente più sviluppato, ha fatto sì che il problema venisse conosciuto a livello nazionale. “Cercavano un ambiente adeguato, afferma il fotografo, per acquisire gli strumenti necessari ad affrontare una vita dignitosa”.

    Germano ha amato molto viaggiare, tant’è che ogni volta, dal ritorno dal viaggio, si sentiva arricchito nell’esperienza e nell’anima grazie ad un evidente cambiamento del punto di vista che inevitabilmente ogni viaggio regala. Ma che anche fa ritrovare.

    Attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, riscopre le bellezze del suo territorio e, in quanto cultore della civiltà contadina, ne documenta le radici. È il momento dell’affermazione della sua identità, della sua appartenenza all’ambiente padano e della memoria. Soprattutto in questo ambito Germano si sente maggiormente coinvolto e appassionato.

    Studia le caratteristiche della sua gente attraverso le immagini ritrovate in archivio, dove si legge la fatica del lavoro dei campi nelle espressioni dei volti scavati dei contadini e delle loro famiglie, ed anche i momenti di vita quotidiana vissuta nelle case rurali condivise con altre famiglie durante le feste.

    Le sue immagini raccontano la lunga storia della cultura rurale, non come semplice rappresentazione di un mondo scomparso ma piuttosto come traccia viva di una continuità che approda nella società attuale dove alcune tradizioni e riti sopravvivono ancora.

    Gli anni ‘70 / ‘80 – evidenzia Germano – hanno rappresentato il periodo d’oro della fotografia in bianco e nero; l’impiego della fotocamera con obiettivi intercambiabili è stata un’esplosione sia artistica che professionale ed economica. Germano si era dotato di una Rolleiflex 6 x 6 biottica munita, appunto, di 2 obiettivi: uno per inquadrare e mettere a fuoco il soggetto, l’altro per scattare le foto.

    Importante è divenuta poi la presenza sul mercato delle macchine digitali che nascono negli anni ‘90, mentre le telecamere nel 2000. Era dunque necessario adeguarsi ai tempi attraverso lo studio continuo e l’impiego costante delle nuove tecnologie. In effetti il suo luogo di lavoro, anche oggi è uno “studio fotografico personale” per continuare a definire la sua attività artistica che è in continua evoluzione.

    Anche la natura ha avuto il suo ruolo dominante, il mondo degli uccelli e degli insetti, piante e fiori campestri, acqua e territorio. E qui si inserisce la sua attenta ricerca per immagini rivolta alle api e alla loro utilità, ricerca attualmente in atto.

    Per contribuire a far conoscere il territorio polesano Germano Sprocatti pubblica tre libri fotografici con testi di accompagnamento: Zelo in 200 scatti, in cui viene descritto il periodo vissuto da una comunità di 1500 abitanti con tutti i servizi per effetto di una base aeronautica militare, oggi trasformato in dormitorio; La campagna tra il Po e il Tartaro che descrive per immagini il crepuscolo della civiltà contadina; ed infine Corte Borellona – dalla zappa al computer-.

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