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Archivi: Articoli d’archivio

  • Rodney Smith, tra reale e surreale

    Rodney Smith, tra reale e surreale

    Dal 4 ottobre 2025 al primo febbraio 2026 la città di Rovigo accoglie il grande pubblico con un evento espositivo di valenza internazionale dedicato a uno dei fotografi più famosi della nostra epoca.

    Curata da Anne Morin e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in collaborazione con diChroma photography, la nuova esposizione di Palazzo Roverella celebra il fotografo Rodney Smith (1947-2016).

    Non si tratta di una semplice mostra, ma della prima retrospettiva in Italia intitolata al maestro americano: sono circa centoventi gli scatti presenti, perlopiù in bianco e nero, suddivisi in sezioni tematiche che riflettono quella che è la ripartizione dell’archivio di Rodney Smith, situato a New York e gestito, a partire dal 2016, dalla moglie Leslie Smolan.

    Tutte le foto esposte sono state stampate nel 2024 presso l’Estate of Rodney Smith da Patricia Barrett – che in passato aveva lavorato con lo stesso fotografo — mediante l’uso di tecnologie d’avanguardia: in questo modo il visitatore ha la possibilità di ammirare in alta definizione, e senza modifiche postume, quello che negli anni addietro il professionista americano aveva immortalato in analogico.

    Rodney Lewis Smith nasce a New York nel 1947 da una famiglia abbiente e apprende i primi rudimenti di fotografia dal custode della villa in cui abita con i genitori all’età di soli nove anni. Dopo avere ricevuto in dono dal padre una Kodak Retina Reflex III in età adolescenziale, la sua passione si sviluppa di pari passo con quella per gli studi filosofici e teologici: nel 1970, infatti, egli consegue una laurea in Letteratura Inglese e Studi Religiosi e nel 1973 ottiene un master in Teologia presso la Yale Divinity School newyorkese, proprio mentre sta studiando fotografia con Walker Evans.

    Animato da una continua ricerca del significato della vita, Smith trova nel mezzo fotografico il linguaggio idoneo per esprimersi nel migliore dei modi: “Il discorso teologico non mi ha mai fornito le risposte, ma ha formulato e posto le domande giuste. Come possiamo formulare e comprendere la nostra stessa esistenza? Le fotografie potrebbero essere le mie risposte, risposte o domande a queste domande”.

    Egli esordisce con un lungo periodo di spostamenti, che lo porteranno a immortalare popoli e luoghi di tutto il mondo (da Gerusalemme al Mississipi, passando per il Galles, Haiti, il Sud America e la Francia), per dedicarsi poi alla fotografia commerciale e a quella di moda, con la quale a partire dal 2002 sperimenterà anche l’uso del colore.

    Una produzione iconica raffinata, elegante e dalla notevole precisione formale, quella di Smith, in grado di dialogare anche con l’opera dei suoi maestri di riferimento: il famoso documentarista Walker Evans e il leggendario fotografo di paesaggio Ansel Adams. Dal primo egli eredita la capacità di trovare la bellezza nell’ordinario e nel dimenticato, dal secondo la perfezione tecnica delle immagini.

    L’americano, inoltre, è visivamente attratto dalla luce naturale intensa e direzionale, in grado di illuminare emotivamente soggetti e luoghi: essa palesa in maniera chiara i soggetti, ma è contemporaneamente capace di rivolgere loro un’attenzione più profonda. All’aria aperta, poi, egli ama fotografare i cieli nuvolosi e le atmosfere nebbiose e uggiose, che lasciano nello spettatore una sensazione di irrisolto.

    La prima sala, intitolata La divina proporzione, evidenzia sin da subito come precisione, equilibrio e armonia di forme e volumi siano i caratteri distintivi delle immagini di Smith. In esse, egli ha trasformato quella sensazione di claustrofobia provata da bambino – quando viveva in una casa imponente in cui tutto doveva rimanere in ordine e al suo posto – in un estremo senso della composizione: quest’ultima rappresenta per la fotografia ciò che il ritmo è per la musica, dice lo stesso maestro, e perderne il senso equivale ad avere un battito cardiaco accelerato.

    La seconda sezione, Gravità, rivela quanto siano numerosi i legami con il mondo del cinema: la fisicità esagerata del film muto, ravvisabile nella iperbolica gestualità dei protagonisti immortalati; la suspance dei thriller di Alfred Hitchcock, evidente nelle figure spesso colte in precario equilibrio sul bordo di grattacieli, appoggiati a una balla di fieno o in altre situazioni sfidanti la legge di gravità; le inquadrature di Wes Anderson, riscontrabili nelle perfette simmetrie delle scene fotografate; la bombetta e il bastone, simboli di Charlie Chaplin, che popolano a profusione gli scatti di Smith e contribuiscono a rendere gli ambienti senza tempo; l’uso del bianco e nero, fautore di immagini atemporali, che aumenta la drammaticità delle scene ed elimina la distrazione dei giochi cromatici.

    Come sottolinea la tappa espositiva Spazi eterei, ogni fotografia rappresenta una dimensione parallela, una replica del reale, il sogno che si fa vivo in un’altra dimensione quando al contempo si dorme fisicamente nel mondo reale: con le loro atmosfere sospese e fiabesche avvolte nella nebbia, Gemelli sull’albero (1999) e Donna in equilibrio su un ramo (1998) esemplificano in maniera evidente questo concetto.

    Amante della topiaria in stile francese, il giardino della sua casa è governato da geometria e decoro e, verso la fine della carriera, diventa anche il luogo ideale per i suoi scatti: erba curata, siepi dalla forma geometrica e modelli spesso abbigliati con vestiti eleganti sono protagonisti di “un mondo di ottimismo e felicità. Nelle immagini ci sono spesso estrosità e gioia… dove felicità e bellezza prevalgono, dove la vita, nonostante le difficoltà, può offrire momenti di grande gioia”.

    La quarta sezione, Attraverso lo specchio, introduce il visitatore al tema della logica sospesa. Le atmosfere catturate dal fotografo appaiono spesso surreali, proprio come quella in cui è immersa Alice di Lewis Caroll quando precipita lentamente nel Paese delle Meraviglie, ritrovandosi a vivere un’esperienza straniante avulsa dalla realtà.

    Sono infatti composizioni rigide ma gioiose, al limite tra realtà e sogno, quelle di Rodney Smith: lo dimostrano, a titolo esemplificativo, Gery e Henry cercano di acchiappare una farfalla (1996), Don salta su una balla di fieno n.1 (1999) e Nathan salta con un ombrello sul tetto (2011) esposte a Rovigo.

    Segue poi Il tempo, la luce e la permanenza, che ribadisce quanto sia obliterata la dimensione temporale nelle fotografie Smith: lo confermano le foto di una quercia secolare, di alcuni papaveri che emergono da uno sfondo neutro privo di connotazioni spazio-temporali e, ancora, i ritratti di Bernadette, musa dall’eleganza imperitura che incarna un ideale di femminilità senza tempo.

    Infine, Passaggi, riunisce scatti che rappresentano luoghi di transizione, dove inizio e fine, prima e dopo, dentro e fuori si incontrano: porte, finestre, specchi, maschere, scale a chiocciola e non, ad esempio. Non si sa mai esattamente che cosa accada, tutto è costantemente in bilico tra più situazioni possibili e sta a noi scegliere la destinazione da raggiungere.

    Nonostante la sua avversione per la tecnologia moderna, nel 2009 il fotografo newyorkerkese inizia a scrivere un blog che è ancora oggi consultabile. Esso si configura come un saggio che, a cadenza settimanale, accompagna il lettore alla scoperta delle sue immagini, con disquisizioni in tema di fotografia, visioni e sogni personali. Il blog si intitola The End: in pieno stile “Rodney Smith”, esso rappresenta da una parte l’opera conclusiva degli ultimi anni della sua vita, ma dall’altra anche l’inizio di una nuova scoperta.

    Un ricco calendario di visite ed eventi, volti ad approfondire l’opera del maestro americano, è consultabile nel sito di Palazzo Roverella e nei canali web e social di Pop-Out. Di grande interesse sono risultati gli appuntamenti di novembre coadiuvati dall’esperto fotografo Davide Rossi: una visita tematica con laboratorio di sviluppo fotografico in camera oscura dedicato agli adulti e un workshop ludo-didattico, sempre in camera oscura, pensato per i bambini.

  • Il cammino dell’anima

    Il cammino dell’anima

    LA CITTÀ

    Si è dileguata la nebbia mentre il sole si congeda dal giorno i palazzi, prima velati, si palesano con il loro grigiore. Poche persone camminano, incerte e lente, lungo i marciapiedi infogliati. Sono avvoltolate in sé stesse È domenica oggi. Domani saremo nuovamente desti. Lo squallore dei Palazzi dissolto dal fare del giorno. Le angosce di oggi celate. Sarà il calar della nebbia, la mia speranza.

    CLESSIDRA

    Clessidra che, sfuggente, misuri il tempo. Indi, ti plachi. Miro il tuo bassoventre colmo, sovrastato dal bulbo vacuo. Avverto, d’incanto, l’immensità del tempo che cessa. Anelo somigliarvi. Senza principio. Senza fine. Non morto. Non vivo.

    LA VIA DEL VECCHIO OSPEDALE

    La via è ornata dalle luminarie di Natale. La tenebra sta vincendo sul giorno. Le campane rintoccano vicine. Cammino ed alzo gli occhi verso le luci fioche. Cammino volgendomi alla tenebra che incombe. Cammino e il suono delle campane mi strazia. Quante volte sono stato in questa via, ora allegra, ora triste. Quante volte ho posato lo sguardo sulle finestre semichiuse delle case. Quante volte ho posato il piede incerto sul pavimento sconnesso del portico. Ad ogni passo un pensiero. Ad ogni passo un ricordo. Ad ogni passo si rinnova lo sgomento per l’eterno.

    STRINGIMI

    Ci sono giorni nebbiosi, che accompagnano la noia, durante i quali gli attimi felici sono radi ed il malessere più sovente. L’esistenza scorre e affievolisce, come la fiamma di una candela esausta. Non morte. Non vita. Quando tutto questo nulla mi avvampa attorno fino a sfocare il sole e la luna, prendimi per mano e stringimi. Amore mio.

    ARRIVA LA BEFANA

    Erano giorni sereni quelli delle vacanze di Natale. Il freddo alle finestre, la cucina economica che sobbolliva calda, profumando di cibo buono. Attendevo, trepido, la Befana. “Stanotte riva la Vecéta e la te porta el carbon.” Mi canzonava una nonna accogliente come una buona coperta. Attendevo in quella notte; dopocena, un rumore un segno… quando, d’improvviso, da un foro del soffitto, che portava il caldo buono, alla camera da letto, cadevano mandarini, noci e caramelle . In quegli istanti, la nonna era indaffarata altrove’ La lasciavo fare per vivere il mio sogno, per non deluderla. Ora, già vecchio, ho freddo, mi manca quel profumo di mandarino, quanto una coperta calda.

    L’INGEGNERE

    Tutta la vita a riparare crepe di muri e solai sfondati. Tutta la vita a sentirci le vite degli altri. Le virtù, i vizi, le contrarietà. Tutta la vita ad ascoltare, fra calcinacci, il respiro affannato del fare, le parole rotte dalla fatica. Tutta la vita a riparare crepe e solai sfondati. Tutta la vita a generarne altri senza sapere se, un giorno, anche il mio respiro, sarà udito, fra le crepe.

    LA MIA NOTTE

    Delicata, come solo la notte può essere, mi avvolgi, nel tuo manto oscuro. Conduci i miei affanni verso l’oblio, tiepido e disperato, che temo e anelo. Scoccasse un lampo a schiarirti ne sarei folgorato.

  • Volevo andare a scuola

    Volevo andare a scuola

    Germania-Ulmer Strasse 137 Avevo appena terminato le elementari e, come tante mie compagne di scuola, avrei voluto proseguire gli studi, ma non avevo ancora capito che mio padre, uomo dal carattere chiuso e autoritario, avverso a qualsivoglia forma di cultura, aveva altri progetti per me. A me, ovviamente, non era dato conoscerli né tantomento discuterne, per cui, con i soliti modi imperiosi e senza alcuna spiegazione, mi disse che nel giro di qualche giorno, sarei dovuta partire con lui alla volta della Germania, dove già da parecchi anni era emigrato e lavorava.

    Fu lungo e triste il viaggio che ci portò da Salerno (allora abitavo a Cava dei Tirreni) a Stoccarda, in Germania. Non ricordo quante ore, seduta accanto a mio padre, trascorsi in quel vagone affollato, dove la puzza di sudore di quanti erano saliti sul treno prima di noi si mescolava a quella di formaggi stagionati e salami fatti in casa, tirati fuori dalla valigia di cartone all’ora di pranzo.

    Finalmente arrivammo a destinazione – Ulmer Strasse 137, zona periferica della città – che era già buio pesto. Nella poca luce, riuscii a malapena a intravedere file e file di baracche ammucchiate, basse e immerse nell’oscurità. Mio padre tuttavia riconobbe subito la sua ed insieme entrammo.

    Un brivido gelido mi percorse la schiena: io, poco più che bambina, mi trovai catapultata in un mondo di soli uomini, molti dei quali già dormivano nei letti a castello. Nessun arredo ingentiliva la camerata tranne qualche mobiletto sgangherato, recuperato chissà dove, e su uno di questi un fornello a gas, come quello della cucina di casa mia. Le brande a noi destinate erano state messe in un angolo, rischiarato a malapena dalla luce fioca di un’opaca plafoniera. L’impatto, visivo ed emotivo, fu così forte che, nonostante la stanchezza, non riuscii a chiudere occhio per tutta la notte: mi giravo e rigiravo senza pausa e continuavo a farmi mille domande: perché mio padre mi ha portato qui in Germania, strappandomi ai miei affetti e al mio piccolo mondo di ragazzina undicenne? Perché mia mamma non glielo ha impedito? Che progetti ha mio padre per me? Che farò io? Ero spaventata, disorientata, persa nei miei pensieri e mi sentivo terribilmente sola e confusa.

    Si fece presto mattina: in quello stanzone squallido tutto d’un tratto si mescolarono il calpestio sulle assi di legno del pavimento, voci concitate, suoni e parole incomprensibili. Erano di uomini che, visti alla luce del giorno, portavano in faccia i segni del duro lavoro, che li aspettava a qualche chilometro di distanza. Si capiva dai loro movimenti rapidi e dai toni scattosi con cui si parlavano tra loro che avevano una gran fretta, tanto che non si erano neppure accorti di me, che continuavo a starmene rincantucciata. Anche mio padre si preparò per andare al lavoro, ma non mi disse quando sarebbe tornato. E così, dopo tanto trambusto, rimasi sola per quasi tutta la giornata nella baracca, e sarebbe stato così anche in seguito, quando mio padre aveva il turno di mattina.

    A farmi compagnia rimanevano solo pensieri tristi e ore piene di sgomento in cui la nostalgia di casa la faceva prepotentemente da padrona. Spesso uscivo, vagabondavo nei pressi della baracca, ma senza mai allontanarmi troppo: non conoscevo nessuno, non capivo la lingua di quella terra sconosciuta e non sapevo dire neppure una parola in tedesco, per cui mi tenevo lontana dalle persone che incontravo strada facendo.

    Stavo fuori tanto tempo perché nella baracca non ci volevo rimanere: c’erano sempre troppi uomini e mi spaventavano i loro sguardi. Un giorno la fortuna mi venne incontro: mentre camminavo lungo i binari che portavano alla miniera di carbone poco distante, una signora, dalla finestra della sua casa si rivolse a me: “Ehi tu bambina, come ti chiami? Dove vai? Dove abiti? Vieni qui che parliamo da vicino”. Quella voce e quelle parole, un po’ in dialetto veneto, un po’in italiano, furono come un lampo di luce in quel mondo oscuro in cui mi trovavo. Con la gioia nel cuore, risposi che ero la figlia di un emigrante e che vivevo in una delle baracche là nei paraggi, assieme a mio padre e a lavoratori italiani.

    Dopo di allora cominciai ad andare da lei ogni giorno: non più giovanissima, conservava tuttavia una sua bellezza ed era dolce, garbata e molto materna. Mi raccontava di lei, del marito e dei suoi figli, Roberto e Maria Luisa, che poi ebbi modo di conoscere e di cui apprezzai le qualità. Nacque tra noi un’affettuosa amicizia e quella famiglia, i Righetti, di Verona, diventò la mia nuova famiglia: mangiavo con loro, dormivo in camera con Maria Luisa, mi portavano a messa la domenica e passavo là le mie giornate.

    Di tanto in tanto ritornavo alla baracca. Quelli che ci vivevano erano tutti affettuosi e premurosi con me, e, a modo loro mi volevano bene. E anche mio padre sembrava contento. Ma, conoscendolo bene, – poca voglia di lavorare, litigioso e facile all’ira – mi meravigliavo che tutto filasse liscio per quanto riguardava il lavoro, anche se in verità non me ne parlava mai. Un giorno, però, circa quattro mesi dacché eravamo a Ulmer Strasse 137, accadde quel che temevo: mio padre, dopo una lite violenta col datore di lavoro, fu licenziato in tronco.

    Senza darmi nessuna spiegazione né la possibilità di salutare la famiglia Righetti che con tanto affetto mi aveva accolta, mi portò via. Mi disse soltanto che ci saremmo trasferiti in un’altra città – Esslingen am Neckar, non molto distante da Stoccarda. Fu per me un nuovo, grande e profondo dolore, che dovetti comunque superare da sola.

    Da allora sono passati tanti e tanti anni, ma conservo ancora nella mente e nel cuore il ricordo della famiglia Righetti. Non furono certamente giorni felici, quelli che seguirono, che mi hanno sempre ispirato amare considerazioni.

    Certe fasi della vita mi sono passate davanti come paesaggi attraversati da un treno ad alta velocità. Bambina, per poco tempo – neanche il tempo di rendermi conto che la fanciullezza dovesse associarsi alla spensieratezza, alla leggerezza e ai giochi, già gravata di pensieri e di responsabilità – ero passata all’adolescenza, e tutto d’un tratto mi sembrò di essere diventata definitivamente grande…

    Ero cresciuta non tanto in senso fisico – ero più bassa dei miei coetanei, piccola e magra, tanto che mi si potevano contare le ossa – quanto nella mente e nello spirito, dopo una dolorosa e drammatica esperienza vissuta, a soli undici anni, da emigrante in Germania, dove mio padre, che lì lavorava, mi aveva portato.

    Se questo fatto da un lato mi aveva profondamente segnata, mettendomi di fronte a situazioni assurde e impensabili per una ragazzina di quella età, dall’altra mi aveva reso forte e combattiva, facendo nascere in me la convinzione che, se avevo superato quella durissima prova (lontana da tutti i miei affetti, costretta a provvedere da sola a me stessa e ai miei bisogni quotidiani in quella terra straniera, di cui non sapevo niente e della cui lingua non capivo neppure una sillaba) sicuramente avrei potuto superare qualsiasi ostacolo.

    In Germania restai per più di un anno, dopodiché, finalmente, mio padre mi riportò in Italia. Ma non fu come mi aspettavo…

    I problemi infatti si presentarono subito dopo il mio agognato ritorno a casa, e anche nei giorni a venire non mancarono, anzi si misero in fila uno dietro l’altro: la situazione economica era molto precaria, eppure io volevo continuare ad andare a scuola, alle medie, dopo quella parentesi in Germania.

    Come avrei potuto? Soprattutto come affrontare il discorso con mio padre, uomo avverso alla cultura e stupidamente arroccato alla convinzione che chi andava a scuola era solo un parassita e non aveva diritto ad alcunché? In casa eravamo in tanti, undici tra sorelle, fratelli e genitori, troppe le bocche da sfamare, pochi i soldi da spendere, per cui vivevamo di pane e pane, in ristrettezze, tra mille sacrifici e rinunce.

    Quello che però più mi faceva arrabbiare, era sentir dire da mio padre – proprio da lui che di voglia di lavorare ne aveva davvero poca – che noi figli, almeno quelli più grandi, avremmo dovuto contribuire al mantenimento della famiglia, lavorando e portando i soldi a casa. All’epoca lo facevano già da tempo le mie sorelle maggiori Maria e Carmela, ma io non avevo nessuna intenzione di seguirle in questo percorso né tantomeno di lasciarmi intimorire e scoraggiare dalle minacce e dalla furia di mio padre di fronte alle mie “pretese”.

    Risoluta e consapevole che mi sarebbe costata cara, un giorno, tutto d’un fiato, gli dissi che io sarei andata a scuola, checché ne pensasse, e che avrei provveduto a me stessa e alle mie necessità. Non lo avevo forse già fatto – gli ricordai – quando ero stata in Germania? Per tutta risposta, mi arrivò in faccia uno schiaffo così forte che ne portai i segni per qualche giorno, ma non servì a farmi cambiare idea e, ai primi di gennaio del 1963, andai ad iscrivermi alla scuola media, Istituto G. Trezza di Cava dei Tirreni. La felicità che provai fu però subito guastata da mille dubbi e preoccupazioni: come avrei potuto andare a scuola senza libri né quaderni, senza vestiti né scarpe di mia proprietà? Dissi a me stessa (novella Rossella O’Hara) che ci avrei pensato dopo, che le soluzioni le avrei trovate e che sicuramente ce l’avrei fatta! Intanto avevo vinto quella prima, durissima battaglia!

  • Sandro Zanellati (1950-1995)

    Sandro Zanellati (1950-1995)

    A trent’anni dalla morte, Porto Tolle dedica a Sandro Zanellati due mostre (settembre 2025, municipio; ottobre 2025-aprile 2026, sala della musica), doveroso omaggio alla memoria di un artista che non va dimenticato.

    Un personaggio che ha lasciato un ricordo vivo Alessandro Zanellati (per tutti Sandro) nato a Porto Tolle il 24 marzo 1950. Sandro ha frequentato le elementari nella frazione di Donzella dove, già nei primi anni di scuola, ha dimostrato una spiccata predisposizione per il disegno.

    A Porto Tolle nascono le sue prime esperienze con i colori. La pittura è un hobby che lo appassiona e lo gratifica molto finché nel 1965 inizia ad esporre partecipando a mostre collettive. Si tratta di pittura da studio su cavalletto con, inizialmente, uso quasi esclusivo dell’azzurro o dei toni violacei.

    Nel 1972 si trasferisce a Milano per dedicarsi definitivamente alla pittura. Vivere e lavorare a Milano era la condizione del suo progetto di essere artista.

    I colori, almeno nel primo periodo, restano gli stessi, ma la tecnica diventa via via più raffinata, quasi impeccabile ma, nella casa di via Giulio Uberti 29, che diventa anche il suo studio e, qualche volta, anche sede per mostre, sperimenta nuovi colori e nuove tecniche.

    È anche il periodo dei suoi piacevolissimi paesaggi, omaggio alla terra polesana: una stradina che si perde nel nulla, la sagoma di un albero, una bicicletta appoggiata a un muro; una “campitura” di colore diventa campagna o un campo di grano punteggiato dal rosso dei papaveri.

    Diceva spesso: “Non posso fare a meno di dipingere i miei paesaggi, non solo perché piacciono alla gente e mi danno praticamente da mangiare; con i paesaggi torno a casa”. Pure una camicia e un cappello appesi ad un chiodo potevano rievocare l’ambiente polesano.

    A Milano, spesso esponeva negli spazi all’aperto dedicati dal Comune ai giovani artisti, o anche in luoghi meno strutturati o improvvisati, specialmente nei primi anni.

    Il soggiorno milanese è stato interrotto intorno al 1980 da alcuni brevi periodi con Sandro a New York. Suoi dipinti sono stati allora esposti alla Harrison Gallery.

    È poi la volta del CORPO ASTRATTO, una raccolta di dipinti esposta nel 1992 alla galleria “Le Case” di Milano e presentata in catalogo da Michele Passalacqua. È stata una delle ultime esposizioni a Milano di Sandro.

    C’è chi ha visto, in tali quadri, una svolta radicale nella sua produzione pittorica. In realtà, nell’apparente diversità, si coglie una grande coerenza di ricerca tra queste ultime opere e quelle maturate nel corso degli anni.

    È del 1994 l’ultima mostra, da lui stesso organizzata a Porto Tolle, seguita subito dopo dalla mostra in sala Cordella ad Adria.

    Nel 1996, ad un anno dalla morte, la Biblioteca Civica di Porto Tolle e l’Amministrazione Comunale dedicano a Sandro un’importante mostra antologica.

    I disegni costituiscono una porzione importante della sua vasta produzione artistica. Non sarebbe stato giusto ignorare del tutto l’esercizio grafico quotidiano che lo ha tanto occupato, per cui si è ritenuto doveroso riservargli spazio.

    Nei disegni, Sandro usava il segno in modo essenziale e rigoroso, riuscendo a creare immagini che stupivano per la vitalità e l’equilibrio compositivo. Purtroppo i disegni sono poco conosciuti perché solo in rare occasioni sono stati esposti in mostre. Andrebbero sicuramente rivalutati e valorizzati anche perché, sia che si tratti di semplici schizzi istintivi eseguiti di getto, sia quando si traducono in elaborazioni grafiche più elaborate, diventano quasi un diario che ci aiuta a comprendere meglio la personalità più autentica di questo interessante artista.

  • Attraversare Ponti, inclusione

    Attraversare Ponti, inclusione

    La Fondazione Banca del Monte di Rovigo opera nel territorio provinciale nell’ambito dei cosiddetti settori di intervento, sostenendo progetti propri o di realtà istituzionali e associative a questi riconducibili.

    Per il settore sociale la Fondazione ha considerato con interesse il progetto “Attraversare Ponti” dell’O.D.V. “Effatà!” di Adria a favore del quale è intervenuta con un contributo per la sua realizzazione.

    “Effatà” è una parola aramaica che significa “apriti”. Viene pronunciata da Gesù nel Vangelo di Marco (7, 34) nel contesto della guarigione di un sordomuto: “…guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà” cioè “Apriti”. L’espressione “Effatà” è quindi utilizzata per indicare l’apertura alla comunicazione, alla comprensione e alla vita, sia in senso fisico che spirituale.

    Volto all’integrazione e all’emancipazione di donne adulte straniere, in prevalenza di lingua araba, il progetto, realizzato nel territorio adriese, ha visto l’attivazione di un corso di italiano completamente gratuito, svolto da insegnanti volontari (Donatella Cominato, Laura Braghin, Novella Franceschi, Maria Beatrice Pizzo, Maria Letizia Portieri), con il supporto e l’ausilio di un mediatore culturale. Questa figura è fondamentale nel costruire un ponte tra le partecipanti e le insegnanti, facilitando la comunicazione e l’interazione, e per superare le barriere linguistiche, culturali e sociali che possono ostacolare l’integrazione e l’accesso ai servizi locali.

    Al fine dell’integrazione sociale il progetto ha inteso favorire la partecipazione attiva delle donne – con scarsa o nessuna alfabetizzazione in lingua italiana – nella comunità locale attraverso, quindi, l’apprendimento della lingua italiana ma anche ha contribuito a potenziare l’autonomia delle partecipanti, facilitando l’accesso al lavoro, all’istruzione e ai servizi sanitari e ha sensibilizzato la comunità promuovendo l’interculturalità per ridurre pregiudizi e discriminazioni.

    Il progetto è stato utile anche per spiegare usi, costumi e normative locali per facilitare l’adattamento.

    Il percorso di alfabetizzazione si è focalizzato su differenziati moduli di apprendimento della lettura e della scrittura in italiano adeguati al livello di conoscenza delle partecipanti (principianti, intermedio, avanzato). A questi si sono aggiunti laboratori pratici e attività che hanno simulato situazioni quotidiane, come fare la spesa, utilizzare i trasporti pubblici o interagire con le istituzioni e, inoltre, sessioni informative su temi rilevanti come diritti e doveri, salute, educazione dei figli e opportunità lavorative.

    Il corso, iniziato a gennaio, si è tenuto per tutto il primo semestre dell’anno e vi hanno partecipato 34 iscritte, prevalentemente di nazionalità marocchina e poi turca e nigeriana.

    Il corso di alfabetizzazione si è concluso il 28 maggio presso i locali del Centro Parrocchiale di Carbonara ad Adria con la consegna degli attestati e la condivisione dei piatti tipici delle varie nazionalità preparate dalle corsiste e di quelli locali delle insegnanti.

    Nell’ambito del progetto, oltre al fondamentale corso per imparare l’italiano, sono stati effettuati anche incontri con rappresentanti di enti ed istituzioni per una migliore comprensione ed approccio ai servizi sociali, sanitari e culturali e di orientamento in generale. E’ stato anche messo a disposizione uno “Sportello di ascolto al femminile” da tenere alla fine delle lezioni per richieste particolari e per allieve che avessero dimostrato interesse e domande, a volte personali, anche all’interno del gruppo classe.

    Tra i momenti più coinvolgenti per il gruppo docenti-allieve sono da ricordare senz’altro l’incontro con una operatrice sanitaria dell’Ospedale di Adria, dipendente dell’Aulss 5 Polesana nei reparti ostetricia e maternità e pediatria, che ha illustrato i servizi offerti per le donne, le mamme e i bambini, e l’uscita didattica al Museo Archeologico Nazionale di Adria con la mediazione linguistica di Hanane Ben Mohamed.

    Il bilancio dell’intero percorso è stato molto positivo perché all’interno dei gruppi si è creato un clima di collaborazione, di rispetto e di amicizia che ha permesso, senza pregiudizi di sorta, la conoscenza reciproca delle culture di appartenenza.

    All’efficacia del progetto, insieme alla convinta partecipazione attiva delle corsiste e alla condivisione della Fondazione Banca del Monte, ha contribuito certamente la costruzione di una rete di collaborazioni con realtà locali quali Parrocchia Carbonara Adria, Sportello delle Opportunità Adria, Circolo Noi APS Carbonara Adria, Caritas Diocesana. Il volontariato attivo unito alla professionalità del mediatore culturale, in questo progetto garantito dal sostegno della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, ha dato vita ad una sinergia tra associazioni ed istituzioni dimostrando che è possibile produrre tangibili azioni sul territorio in termini di integrazione e cittadinanza.

  • Le Stanze di Casanova

    Le Stanze di Casanova

    Una mostra originale è stata allestita a Palazzo Boldrin di Lendinara, dove ha sede la Cittadella della Cultura nonché la Biblioteca Civica Baccari: “Le Stanze di Casanova. Un personaggio tra storia e cultura popolare”.

    Inaugurata sabato 4 ottobre alla presenza del Sindaco Francesca Zeggio, del Presidente della Fondazione Banca del Monte di Rovigo Giorgio Lazzarini e dei curatori Mihran Tchaprassian, collezionista, Nicola Gasparetto direttore della Biblioteca, e Andrea Tincani, studioso di cinema, la mostra, per il riscontrato interesse ha prorogato i termini di chiusura, prevista inizialmente per il 15 novembre, fino al mese di dicembre consentendo di soddisfare le richieste di visita.

    L’iniziativa è stata organizzata nell’ambito delle commemorazioni per i 300 anni dalla nascita di Giacomo Casanova dalla Biblioteca Baccari e da ARCI Provinciale di Rovigo, con il sostegno del Comune, della Fondazione Banca del Monte di Rovigo oltre di BVR Banca Veneto Centrale e di Fulvia Tour, con la collaborazione del Circolo Arci G. Cavazzini.

    La finalità del progetto è stata quella di osservare con un nuovo sguardo la storia e il mito di Casanova, facendo emergere alcuni aspetti collegati alla cultura popolare, ma anche di evidenziare i legami tra Casanova e il Polesine. Questi ultimi sono testimoniati dalla presenza di alcuni cimeli casanoviani nei fondi settecenteschi della Biblioteca Civica di Lendinara e dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Dalle fonti emerge quindi il legame diretto ed indiretto di Giacomo Casanova con letterati polesani e lendinaresi. A Lendinara si trovano alcune edizioni originali di Casanova, fatto importantissimo vista la rarità delle pubblicazioni del veneziano, e riferimenti a contatti con lo studioso e politico Giovanni Battista Conti. In Accademia dei Concordi, nel fondo autografi, è conservata una lettera di Casanova del 1783 indirizzata a Vienna all’abate Eusebio Di Lenna, in cui viene citato il famoso libraio e critico d’arte Francesco Saverio Bartoli.

    Nella mostra sono state esposte molte locandine cinematografiche dei film dedicati a Casanova dal 1948 ad oggi, diversi fumetti che ne raccontano le storie, realizzati tra gli altri da Altan, Milo Manara, Guido Crepax, Beppe Madaudo e Renato Callegaro, varie edizioni delle Memorie di Casanova, oggettistica e manifesti pubblicitari ispirate al veneziano. Intervallate a queste visioni moderne gli allestitori hanno voluto esporre le edizioni originali casanoviane sopra elencate nonché una selezione delle opere di Giovanni Battista Conti insieme ad alcune stampe originali del Settecento con mappe, vedute ottiche e scene di vita e storiche.

    La mostra è stata completata da una breve rassegna cinematografica che si è tenuta presso la Biblioteca Baccari e presso la sala della sede del Circolo Arci G. Cavazzini in piazza Tien An Men a Rovigo: “Le avventure di Giacomo Casanova” di Steno, “Il Casanova” di Federico Fellini, “Il mondo nuovo” di Ettore Scola, “Don Giovanni” di Joseph Losey. Nel corso dell’allestimento espositivo, inoltre, nelle serate del 14 novembre e del 19 dicembre, sono state organizzate conversazioni con i curatori della mostra atta a comprendere la popolarità del veneziano e restituirgli la dignità di brillante letterato e uomo di teatro, oltre ad approfondire il suo legame con la nostra terra e le illustri personalità lendinaresi del Settecento.

    “La Fondazione Banca del Monte di Rovigo apprezza questo lavoro di ricerca e di approfondimento su Giacomo Casanova – figura spesso legata al costume – che mette in luce il suo valore culturale e la sua erudizione, con particolare riferimento ai rapporti che ha intrattenuto con personalità di pregio del Polesine come Giovanni Battista Conti di Lendinara, letterato ed intellettuale. Interessante per la Fondazione contribuire a dimostrare che nel passato il Polesine ha avuto legami con centri di cultura importanti, assumendo un ruolo nello sviluppo culturale e sociale, e come auspicio per coltivare quella consapevolezza identitaria per il proseguimento dell’attività di valorizzazione del territorio”, ha affermato a conclusione dell’iniziativa il presidente Giorgio Lazzarini motivando il sostegno dell’ente alla iniziativa.

    Le Stanze di Casanova
    Palazzo Boldrin, sede della mostra
    Palazzo Boldrin, sede della mostra
    Un momento della presentazione
    Un momento della presentazione
    Le Stanze di Casanova
    Le Stanze di Casanova
  • Premiata Mara Zampieri

    Premiata Mara Zampieri

    L’eccellenza della lirica italiana ha brillato ancora una volta nel pomeriggio di venerdì 24 ottobre al Teatro Tullio Serafin di Cavarzere, con la consegna del prestigioso Premio Internazionale Tullio Serafin al soprano Mara Zampieri.

    Il riconoscimento, giunto alla sua settima edizione, è stato istituito nel 2018 per volontà della Città di Cavarzere e dello storico Circolo Tullio Serafin, nato negli anni Settanta per ricordare il maestro di Rottanova ed oggi presieduto da Nicla Sguotti. La direzione artistica del Premio è affidata, sin dalla prima edizione, al M° Nicola Guerini e l’iniziativa si pregia della partnership esclusiva con Festival e Premio Internazionale Maria Callas, presieduti dallo stesso Guerini.

    La cerimonia di consegna, presentata da Filippo Greggio, è stata un fluire di emozioni e ricordi, seguendo il filo dei momenti più significativi della carriera dell’illustre ospite,

    che ha dialogato con il direttore artistico, percorrendo un viaggio ideale nei prestigiosi teatri che l’hanno vista trionfare, al fianco dei più apprezzati interpreti e diretta da grandi maestri, tra i quali Giuseppe Sinopoli, Daniel Oren, Claudio Abbado, Riccardo Muti e Seiji Osawa.

    Momento culminante della serata la consegna del Premio, al centro del quale è posta la medaglia commemorativa del ‘79 disegnata dallo scultore Alessandro Caetani, riconiata in esclusiva per il Premio Internazionale Tullio Serafin dalla storica Fonderia Picchiani e Barlacchi di Firenze, che realizzò l’originale.

    A suggellare lo speciale momento, la consegna a Mara Zampieri del “biscotto del Maestro”, dolce ideato dal cake designer Raniero Bonato per l’Ottobre Serafiniano ispirandosi alla figura di Tullio Serafin, con ingredienti che richiamano le origini venete ma anche il respiro internazionale della sua carriera. Per la premiata è arrivato anche il Prosecco Doc che la Cantina di Cona ogni anno dedica al Premio.

    Nella seconda parte della serata ha preso vita l’edizione numero quarantasei del concerto “Omaggio a Tullio Serafin”, tradizionale momento in ricordo del Maestro al quale quest’anno hanno partecipato gli allievi del Conservatorio “Antonio Buzzolla” di Adria: Mattia Midrio e Matteo Pacchiega al violoncello e Veronica Yumi Bini al pianoforte.

    In occasione dell’Ottobre Serafiniano tra le città di Adria e Cavarzere ha preso vita un gemellaggio culturale, ispirato a Tullio Serafin e al Teatro Comunale adriese, inaugurato sotto la sua direzione il 24 settembre 1935.

    A evidenziare il legame artistico tra le due città nel nome di Serafin era presente per l’amministrazione comunale di Adria l’assessore Giorgio Crepaldi che, insieme all’assessore alla Cultura di Cavarzere Ilaria Turatti, ha consegnato a Matteo Pacchiega la borsa di studio “Tullio Serafin” destinata a giovani musicisti cavarzerani del Conservatorio adriese. Presente anche il sindaco di Cavarzere Pierfrancesco Munari che ha ringraziato la presidente Nicla Sguotti e tutti i componenti del Circolo Tullio Serafin per le tante iniziative di alto profilo promosse in ricordo del grande direttore.

    La serata si è conclusa con una cena presso la sala ristorante dell’Ipab “Andrea Danielato” con un menù ispirato a Tullio Serafin, valorizzato dai vini della Cantina di Cona e coronato dal gran finale con una creazione a tema serafiniano del pasticciere Raniero Bonato.

  • “Il futuro è arrivato in bicicletta?”

    “Il futuro è arrivato in bicicletta?”

    Sabato 25 e domenica 26 ottobre FIAB Rovigo – Amici della bici ha celebrato i suoi primi vent’anni con una “due-giorni” di iniziative pubbliche intitolata “Il futuro è arrivato in bicicletta?”, inserita nel calendario dell’Ottobre Rodigino e ospitata in Pescheria Nuova.

    «Una ricorrenza importante per fare il punto, rinnovare motivazioni e tracciare nuove traiettorie» ha spiegato la presidente FIAB Rovigo Damiana Targa. L’evento di FIAB Rovigo ha volutamente richiamato il titolo di un ciclo di incontri del 2005 proposto allora dalla Scuola di Quartiere, da cui nacque l’idea di fondare l’associazione per promuovere mobilità sostenibile, ambiente, socialità e cultura mediante la bicicletta.

    Nel pomeriggio di sabato è stata inaugurata la mostra fotografica “20 anni di FIAB Rovigo”, con oltre 200 immagini esposte insieme a tutti i programmi sociali dal 2006 al 2025, testimonianza della crescita dell’attività, della presenza dell’associazione sul territorio e delle iscrizioni: dai 18 soci fondatori a oltre 230 odierni. Evocativo l’angolo in sala dedicato alla storica figura del polesano Luigi Masetti, primo cicloviaggiatore, sul finire dell’Ottocento, con la ricostruzione del suo storico “bicicletto”. Al taglio del nastro, oltre alla presidente FIAB Rovigo Damiana Targa, Susanna Maggioni vicepresidente di FIAB Italia, Matteo Franzoso per la Provincia di Rovigo e Andrea Denti del Comune di Rovigo. La serata è proseguita con la proiezione del documentario Cycling Soundtrack di Andrea Gobbi che ha raccontato il suo viaggio da Manchester alle Marche unendo chilometri pedalati alla musica e la produzione di una colonna sonora condivisa con musicisti e artisti locali incontrati lungo il percorso. A seguire la presentazione del libro Controvento di Ilaria Macchi.

    Domenica, dopo i saluti in videocollegamento dello scrittore e cicloviaggiatore Emilio Rigatti, si sono svolti approfondimenti con relatori nazionali e locali. Susanna Maggioni (FIAB Italia), Giorgio Osti (sociologo, università di Padova, fondatore dell’Associazione Aree Fragili che ogni anno regala un convegno di altissimo profilo alla città di Rovigo), Daniele Codato (presidente La Mente Comune, ingegnere e ricercatore presso l’Università di Padova) sono intervenuti sul tema “Bici e società”.

    Tutti e tre i relatori sono stati concordi nell’affermare che la bici ha prodotto in passato e produce tutt’ora cambiamento nella società: dall’autonomia di movimento al contributo per rendere l’ambiente più sano, amichevole e sereno per tutte le persone e le città. <<La ciclabilità va supportata con scelte politiche e amministrative perché produce una maggioranza silenziosa (quella dei pedali) rispetto ad una minoranza rumorosa (quella dei motori)>> ha affermato Maggioni. Il sociologo Osti ha parlato di bicicletta in termini di bilanciamento tra salute, cultura e politica, ammettendo che il cambiamento è sempre difficile ma che la bici è uno strumento che fa rete, crea ponti e sinergie e consente di connettere tra loro centri minori, superando l’isolamento. A conclusione di questo primo step, Codato, che aderisce al movimento internazionale Ciclofficine, ha esposto l’esperienza di oltre 12 anni di attività sottolineando la promozione di economia circolare nella mobilità ciclabile con il riutilizzo di bici che altrimenti andrebbero distrutte e che tale esperienza favorisce la socialità e l’accoglienza.

    Il round successivo “Quanta strada abbiamo fatto” ha visto ospiti Antonio Dalla Venezia (coordinatore regionale FIAB Veneto), Marco Passigato (progettista, pianificatore e formatore sulla mobilità ciclabile) e Pierpaolo Romio (direttore e fondatore di Girolibero).

    Il focus è stato sulle ciclovie e il loro sviluppo: da una parte la promozione delle strade per bici, dall’altra l’importanza della pianificazione che di fatto, in un circolo virtuoso, portano trasformazione: più ciclabili significa più persone in bici con il risultato di meno auto in circolazione. Dalla Venezia ha sottolineato l’importanza di essere associazione, ricordando che il coordinamento FIAB veneto è diventato consulente della Regione del Veneto. Passigato ha presentato testi di strumenti tecnici, definiti “cassetta degli attrezzi”, per la progettazione di reti e infrastrutture. Ad esemplificare il lavoro dell’associazione Dalla Venezia ha ricordato il recupero dell’ex tratta ferroviaria Treviso-Ostiglia, destinata ad essere camionabile, divenuta invece un frequentatissimo percorso ciclabile. È stato poi Romio a confermare quanto sia aumentata la richiesta di cicloturismo, non solo di stranieri in Italia ma anche di gruppi italiani che scoprono beni culturali e ambientali della propria regione e della propria nazione grazie all’estensione di vie e reti ciclabili.

    Spazio poi a “Il quotidiano: la città e la provincia”, confronto tra esperienze locali e istituzionali con l’assessore ai lavori pubblici del Comune di Rovigo Lorenzo Rizzato, che ha invitato FIAB a pungolare le amministrazioni, e Andrea Colombo (avvocato, esperto di politiche di mobilità sostenibile e sicurezza stradale, già Assessore alla mobilità e ai trasporti del Comune di Bologna e, più di recente, project manager di Bologna Città 30) che ha presentato il progetto Bologna Città 30: l’esperienza di un modello di città che ha fatto la coraggiosa scelta di rimettere al centro le persone, con risultati concreti già nel primo anno in termini di sicurezza (zero morti sulle strade), qualità dell’aria (riduzione dell’inquinamento del 40%) e aumento della ciclabilità (+10%) e con un aumento dei tempi di percorrenza urbana di soli 54 secondi. <<La mobilità pubblica è un ambito molto difficile, deve risultare da un processo fatto con serietà ed il coinvolgimento dal basso dei cittadini stessi>>. Il percorso che ha portato alla realizzazione del progetto è stato infatti lungo oltre due anni ma <<ora i bolognesi non vogliono tornare indietro, anzi chiedono l’espansione delle zone a 30 km orari>>.

    A conclusione dei lavori, i partecipanti hanno raggiunto in bici via Miani per l’inaugurazione di una rastrelliera porta-biciclette donata da FIAB Rovigo alla città e dedicata alla memoria di Anna Paganin, socia fondatrice scomparsa. L’evento si è chiuso con un brindisi conviviale in Pescheria Nuova. A tutti i relatori FIAB Rovigo ha dato in omaggio la maglietta “20 anni Fiab”.

    Sono stati due giorni intensi, che hanno messo in evidenza quanto la mobilità ciclabile non sia solo una scelta ecologica, ma anche culturale e sociale. FIAB Rovigo guarda ora al futuro prossimo con energia rinnovata, pronta a proseguire il percorso verso una città più accogliente, sicura e sostenibile per tutti.

  • CTG Rovigoti: 1965-2025

    CTG Rovigoti: 1965-2025

    Sessant’anni di CTG (Centro Turistico Giovanile) Gruppo Rovigoti raccontano una storia che ha cambiato il modo di vivere, conoscere e amare il Polesine. Una storia fatta di visioni, volontari, luoghi ritrovati, comunità ricostruite. Un vero “Rinascimento del Polesine”, come lo definisce Donatella Girotto, anima del gruppo.

    In questo clima nasce il progetto nazionale della Vacanza Globale, forma di turismo non consumistico. La meta simbolo è Scano Boa, isola selvaggia del Delta senza acqua né luce, dove il CTG sperimenta un modello educativo unico: responsabilità dei partecipanti, vita comunitaria, attività marine con istruttori, contatto diretto con pescatori e ambiente. Luoghi veri, non turistificati, dove centinaia di giovani italiani hanno vissuto esperienze indimenticabili.

    Per sostenere questa crescita, negli anni ‘70 nasce il primo Corso Guide di Turismo Sociale, da cui si sviluppa la figura iconica dell’Animatore Culturale e Ambientale (ACA). Gli animatori, insieme a dirigenti e soci CTG, vivono quotidianamente il territorio, ne conoscono storia, paesaggi, tradizioni, persone. Collegano ambiente, cultura e spiritualità, costruendo esperienze che fanno emergere l’identità dei luoghi “dal basso”, insieme a chi li abita, alimentando una comunità attorno al Polesine, non solo un’offerta turistica. Esempio di questa filosofia sono iniziative come “Badia a porte aperte” e “Un Museo, un Itinerario”, sviluppati per far conoscere ai cittadini e ai turisti luoghi fino ad allora non valorizzati e poco conosciuti. In continuità nasce la proposta, aperta a tutti, “Gli itinerari del sacro” che prevede il corso con esperti su 20 chiese tra le più importanti del Polesine e la creazione di schede didattiche da lasciare ai parroci per una distribuzione ai parrocchiani e ai visitatori.

    Tutte le domeniche di primavera a Lendinara numerosi visitatori hanno partecipato ai “Percorsi tra storia, arte e devozione” con la novità per la prima volta dell’apertura e visitazione del giardino storico di Cà Dolfin Marchiori. A Fratta Polesine, 3mila anni di storia vengono raccontati attraverso le visite dall’Antiquarum alla Villa Badoer di Andrea Palladio.

    Nel 1984 un gruppo di Dirigenti CTG fondano la Cooperativa Turismo & Cultura, che trasforma un enorme patrimonio di volontariato in un progetto professionale: lavoro culturale per giovani e meno giovani, continuità negli itinerari, nei progetti scolastici, nell’accoglienza e nei servizi museali. Da questo nucleo prende forma il CeDi, rete educativa che introduce nel territorio le celebri animazioni di eccellenza, rendendo i musei spazi vivi, partecipati, accoglienti.

    Nel frattempo, sempre negli anni ‘80, il CTG promuove, con il Comune di Rovigo e la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova-Rovigo, il recupero della Torre Mozza, il monumento più antico del capoluogo, allora abbandonato e sconosciuto. Diventerà sede del gruppo, polo informativo, spazio espositivo per mostre, tra cui: “Sono nato al castello” e “Rovigo sei bella”.

    Nel 1987 l’instancabile dirigente del CTG Giuseppe Marangoni, scrive la prima guida turistico-culturale completa del territorio: “Polesine Delta del Po – Guida alla terra dei grandi fiumi” Edizioni Turismo & Cultura. Un’opera da 30.000 copie vendute, capace di dare identità a un territorio che per secoli era stato percepito come marginale. Il suo titolo ispirerà, anni dopo, il nome del Museo dei Grandi Fiumi.

    Si rafforza l’attenzione al mondo della scuola. Un altro progetto nato all’interno del CTG, ideato e realizzato da Laura Marangoni è “Tradizioni tra danze e canti popolari”. Numerosissime le scuole di tutto il Veneto nelle cui aule studenti di tutte le età danzano e cantano rievocando momenti di socialità e divertimento legati alle stagioni e agli usi e costumi del mondo contadino Veneto.

    Gli anni ‘90 si aprono con la stagione degli Ostelli del Delta. Nel 1992, nella pianura del Polesine, nasce a Gorino Sullam il primo Rifugio con il recupero di manufatti abbandonati. Luogo pionieristico: 60 posti letto, cucina tipica locale, 50 biciclette, canoe, gommoni, barca per la foce. Migliaia di giovani e famiglie vi trovarono un luogo vero, comunitario, in relazione con pescatori, agricoltori e abitanti.

    Poco dopo nasce Amolara ad Adria che, da ex idrovora in un Palazzo neoclassico tra i più preziosi della provincia di Rovigo, viene recuperata dal degrado in collaborazione con il Consorzio di Bonifica diretto dal dottor Carlo Piombo, viene trasformata in ostello con alloggio, ristorante e sala riunioni e un Museo dei fiumi del Delta, esempio perfetto di come recupero storico e turismo sostenibile possano convivere.

    Parallelamente il CTG e la Cooperativa Turismo&Cultura collaborano, in convenzione con il Comune di Rovigo, alla nascita del già citato Museo dei Grandi Fiumi. In particolare assumono il ruolo di segreteria tecnica per l’organizzazione del Simposio Internazionale “Verso il Museo dei Grandi Fiumi”, a cui partecipano nel 1998 i rappresentanti dei grandi fiumi d’Europa: Po, Danubio, Guadalquivir, Rodano, Tamigi, Tago, Reno, Ebro, Vistola.

    Sempre nel 1998 il CTG compie un’azione decisiva: salva dalla discarica la grande mostra storico-documentaria su Giacomo Matteotti, realizzata nel 1974 dal Ministero dell’Interno. La restaura e la riallestisce al Liceo Classico Celio di Rovigo, la scuola frequentata dallo stesso Matteotti, restituendo alla città un pezzo importante della sua storia.

    Il rilancio della Mostra funzionò da stimolo all’apertura della Casa Matteotti grazie all’impegno del sindaco di Fratta Riccardo Resini e all’azione di Matteo Matteotti, con cui il dirigente Ctg Giuseppe Marangoni stabilì una preziosa collaborazione.

    In questi sessant’anni, tanti altri progetti hanno lasciato un segno profondo: la pubblicazione dedicata ai Capitelli del Polesine, frutto di una delle prime ricerche partecipate sul territorio, coordinata da mons. Alberino Gabrielli; le “camminate in Polesine”, per conoscere il territorio camminando: il Campus giovani, vacanze attive sulle spiagge del Parco del Delta; i viaggi di Capodanno nelle città d’arte italiane; la collaborazione, in convenzione con il Comune di Fratta Polesine, per l’apertura della Casa Museo Matteotti, con l’elaborazione di visite guidate e progetti didattici capaci di coinvolgere e commuovere migliaia di visitatori da tutta Italia. Indimenticabile il percorso drammatizzato “Le stanze della memoria” del regista e attore Luigi Marangoni con la collaborazione dell’attrice Sarah Lanzoni e degli storici Nicola Gasparetto e Sara Fumaneri. L’evento diventò anche un qualificato supporto didattico per la conoscenza della storia dell’illustre Polesano.

    Negli anni 2000 rinasce un altro luogo-simbolo: il Mulino al Pizzon di Fratta Polesine, complesso di archeologia industriale oggi Ecomuseo, locanda e ristorante, dove ancora una volta i volontari danno vita a un monumento ritrovato. Qui continuano a vivere i valori e gli ideali del CTG. L’Ecomuseo è un luogo dove la storia, la cultura e l’ambiente si incontrano. Ha scritto Donatella Girotto riguardo al progetto la cucina cuore pulsante dell’Ecomuseo, di cui è responsabile: “La nostra cucina è un omaggio ai grani antichi e ai prodotti del territorio. Collaboro tra l’altro con la Confraternita della Polenta di Badia Polesine e lo storico della cucina Giovan Battista Donati per creare piatti esclusivi e autentici, come le colorate polente integrali a km 0, abbinate alle carni tradizionali, alle verdure e alle erbette di campo.

    La vita del CTG Rovigoti è percorsa dal genio di Cristiano Fenzi, infaticabile dirigente, che con le sue invenzioni grafiche ha esaltato i contenuti delle iniziative.

    Il CTG Rovigoti ha seminato visioni, linguaggi, luoghi e comunità, grazie anche alla positiva risposta di amministratori illuminati di enti pubblici e privati, studiosi, direttori di museo, docenti, privati cittadini che hanno contribuito alle idee e alle attività proposte.

    Sessant’anni dopo, tutto questo non è passato e presente: è un patrimonio vivo, consegnato a chi il Polesine lo ama e lo amerà.

  • Il Cibotto

    Il Cibotto

    Il Premio Letterario Internazionale “G.A. Cibotto”, giunto all’ottava edizione svoltasi lo scorso 16 novembre, si è rivelato ancora una volta un format vincente, richiamando scrittori, poeti e saggisti da ogni parte d’Italia e dall’estero.

    Ideato dalla scrittrice Angioletta Masiero, presidente dello storico circolo culturale “Autori Polesani”, il concorso intitolato al noto scrittore, saggista e poeta Giannantonio Cibotto, – del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita -, ha incontrato fin dalla prima edizione l’interesse del comune di Lendinara, luogo di nascita dei familiari dello scrittore.

    Ma com’è nata l’idea di dare vita al premio intitolato a Giannantonio Cibotto? Lo chiediamo all’ideatrice del concorso letterario

    “Ero legata a Toni da una profonda amicizia – risponde Angioletta Masiero – e ho ritenuto giusto che la sua figura e le sue opere non venissero dimenticate. Molti suoi romanzi fanno parte dei capolavori della letteratura del ‘900. Cibotto ha dedicato la sua intera vita alla scrittura, alle storie di uomini e donne invisibili, ha portato avanti una battaglia in difesa di chi non ha voce, non ha potere, ha riscoperto e valorizzato il teatro veneto del passato che il tempo aveva cancellato. Non si è mai fermato Toni Cibotto. Ha scritto libri di racconti e di proverbi, di ritratti e di poesie, di saggi. Ha amato il nostro Polesine e il meraviglioso Delta, ha diretto la Rizzoli, ha scritto sceneggiature per il produttore di cinema Leo Pescarolo, ha collaborato con Rambaldi…

    È stato un idealista, un sognatore, un solitario, Toni. Un’anima inquieta e malinconica. Gli ho voluto molto bene e ho pensato che intitolargli un premio letterario fosse doveroso. Per ricordarlo e onorare la sua opera e il suo talento”.

    Come è stata accolta l’iniziativa del Premio letterario dedicato a Cibotto?

    “Pochi mesi dopo la sua scomparsa (12 agosto 2017) ho iniziato a darmi da fare per cercare di concretizzare la mia idea. Ne ho parlato con il presidente dell’associazione culturale “Il Circolo” di Rovigo, dott. Paolo Avezzù, che mi ha offerto il suo sostegno e la sua collaborazione. Anche l’allora sindaco di Lendinara Luigi Viaro è stato molto disponibile ed ospitale. E così pure l’allora assessore alla cultura Francesca Zeggio, oggi sindaco di Lendinara. Per cui il Premio Letterario dedicato a G. A. Cibotto, pertanto, si è svolto a Lendinara e lo sarà anche nei prossimi anni. Ho scritto il bando di concorso, l’ho inviato a riviste letterarie nazionali, a quotidiani e a scrittori, e la risposta è stata immediata e massiccia. Hanno iniziato ad arrivare romanzi, saggi, libri di poesie, a centinaia. Ecco, è cominciata così l’avventura del “Premio Cibotto” che, ad ogni edizione, è andato sempre più crescendo”.

    Oltre a rendere omaggio e ricordare Giannantonio Cibotto, quali altre finalità ha il Premio?

    “Ha come finalità individuare e divulgare libri di vari generi letterari anche auto editi da autori di talento ma poco conosciuti. Premiare e valorizzare opere valide ma che non compaiono sugli scaffali delle librerie in quanto edite da piccole case editrici che non possono permettersi di offrire ai loro autori una distribuzione a livello nazionale. Il Premio, inoltre, permette ai diversi autori di conoscersi, entrare in contatto e confrontarsi; favorisce amicizie letterarie.”

    Tra i tanti premiati delle varie edizioni del concorso ve ne sono alcuni che ricorda in modo particolare?

    “Sì, purtroppo diversi autori che abbiamo premiato nelle precedenti edizioni del concorso Cibotto, sono recentemente scomparsi lasciando un grande vuoto nel nostro cuore e nel mondo della cultura. Penso allo scrittore, saggista e poeta padovano Brunello Gentile, al saggista bresciano Giorgio Bertolizio, al raffinato e immaginifico poeta bergamasco Ermellino Mazzoleni, al nostro Luigi Costato, all’artista padovano Francesco Lucianetti, alla giovane poetessa veneziana Carla Tombacco scomparsa prematuramente.”

    E tra gli autori stranieri chi ricorda con particolare emozione?

    “Ricordo con grande emozione lo scrittore libanese Robert El Asmar per il suo romanzo di impronta autobiografica che riporta vicende di forte drammaticità. Anche la dottoressa ematologa Ileana Tudor originaria di Bucarest mi è rimasta nel cuore per la sua profonda umanità e sensibilità. Non posso poi dimenticare la baronessa Sibyl Von Der Schulenburg, scrittrice di raro talento, premiata più volte al nostro concorso.

    Questa ottava edizione del concorso chi ha visto sul podio?

    “Vincitori per la sezione di narrativa edita sono risultati il noto avvocato cassazionista Nicodemo Gentile di Perugia, la scrittrice ravennate Ornella Fiorentini. Per la saggistica edita, invece, si sono classificati ai primi posti l’avvocato Luca Azzano Cantarutti, autore dello splendido volume “Ville Venete” e il noto saggista della Newton Compton, il veneziano Luca Colferai , autore del suggestivo volume “Venezia esoterica”. Marcello Tagliente, poeta carrarese, ha vinto la sezione di poesia edita, mentre per la poesia inedita si sono classificate prime Claudia Palombi di Montegrotto Terme e Gianna Patrese di Rovigo.

    Chi ha consegnato i premi?

    “Vorrei precisare che i premi consistono in splendide vetro fusioni realizzate dall’artista internazionale Jone Suardi e raffiguranti l’unicorno. A consegnare i preziosi premi sono stati i membri del Comitato d’Onore: il direttore della biblioteca comunale dott. Nicola Gasparetto, l’assessore alla cultura di Lendinara, il dott. Paolo Avezzù consigliere comunale e presidente de “Il Circolo” di Rovigo, il vicequestore dott.ssa Maria Olivieri, il direttore del semestrale “Il Ventaglio Novanta” prof. Lino Segantin”.

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