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Archivi: Articoli d’archivio

  • Fragments of seaside holidays

    Fragments of seaside holidays

    Cosa rimane quando il mare non è più il rifugio spensierato delle vacanze, ma si trasforma in un paesaggio dell’anima? Con “Fragments of seaside holidays – Frammenti di vacanze al mare”, Giancarlo Ballo, in mostra alla Galleria Turelli, Montecatini Terme, dal 16 al 30 settembre 2025, ha offerto uno sguardo inusuale e profondamente riflessivo sui luoghi di villeggiatura e le esperienze balneari.

    L’autore invita a fare un passo oltre la superficie dorata e affollata delle località balneari, per scoprire un mare che, invece di accogliere, interroga. Le sue trenta fotografie, in bianco e nero, sono spazi sospesi, dove l’orizzonte non promette fuga, ma espressione di una solitudine interiore che si fa paesaggio. Non è il mare che conosciamo, ma quello che esiste quando ci fermiamo a guardare davvero, quando l’immagine perfetta delle vacanze si dissolve, lasciando spazio a un’inquietante ma autentica riflessione sull’esistenza.

    Lontano dall’immaginario convenzionale della vacanza come luogo di svago, leggerezza e spensieratezza, Ballo propone una visione che sfida le aspettative e invita a una meditazione più intima e profonda. Gli scatti in bianco e nero, caratterizzati da un’essenzialità quasi ascetica, interrogano il paesaggio balneare come uno spazio emotivo e mentale, e non come la semplice scenografia di un’idea di evasione.

    La scelta di Ballo di concentrarsi su composizioni minimali, che evitano ogni decorazione superflua, esalta un’atmosfera di silenzio e sospensione. Ogni immagine, pur mostrando frammenti di un’ambientazione costiera, trascende la semplice rappresentazione visiva, trasformandosi in un luogo di riflessione esistenziale. Le figure umane, sempre marginali e rarefatte, appaiono più come ombre o silhouette appena accennate, quasi fantasmatiche. In questo modo, l’autore non si limita a immortalare corpi, ma piuttosto cattura stati dell’essere.

    La relazione tra l’individuo e l’ambiente marino è un incontro che sembra essere sempre in bilico: un contrasto sottile, una tensione tra appartenenza e alienazione, tra presenza e assenza.

    Il mare, tradizionalmente simbolo di libertà, evasione e rinascita, diventa qui il teatro di un conflitto interiore. Il suo orizzonte, che normalmente rappresenta la vastità e l’infinito, appare come una barriera emotiva, un confine incerto che separa il passato dal futuro, la certezza dall’incertezza. In questo spazio ambiguo, il mare non offre più l’abbraccio rassicurante della natura incontaminata, ma si trasforma in un paesaggio che riflette la fragilità dell’essere umano e la sua costante lotta contro l’impermanenza della vita.

    L’aspetto formale delle fotografie, ridotto all’essenziale, contribuisce a creare un’atmosfera di desolazione e sospensione. Le geometrie spoglie, i contrasti netti tra luce e ombra, il vuoto che riempie lo spazio visivo, sono tutti elementi che rendono l’esperienza visiva tanto intensa quanto inquietante. L’assenza di colori e la scelta del bianco e nero accentuano questa sensazione di distacco dal mondo esterno, isolando il soggetto in un microcosmo dove il tempo e il luogo non sono più rilevanti. Non c’è un’indicazione chiara di dove si trovi il fotografo o i suoi soggetti: l’immagine sembra trasportarci in un universo senza tempo, dove l’unico dato certo è la solitudine che permea ogni angolo di scena.

    In un’epoca in cui l’industria delle immagini e delle vacanze ha ridotto il mare a una cartolina patinata di benessere e spensieratezza, Fragments of seaside holidays ci restituisce un’immagine radicalmente diversa: quella di un’umanità che si trova di fronte a sé stessa, in tutta la sua vulnerabilità e solitudine. Ogni scatto è una riflessione sulla condizione umana, sulla difficoltà di trovare un senso in un mondo che spesso sembra privo di risposte definitive. La bellezza delle immagini di Ballo non sta dunque nel piacere estetico immediato, ma nell’interrogarsi e nel porre domande per le quali non è facile trovare risposta. La fotografia non consola, ma spinge lo spettatore a guardare oltre la superficie, a confrontarsi con ciò che normalmente cerchiamo di sfuggire: il vuoto, la solitudine, la transitorietà dell’esistenza.

    Ed è proprio in questa tensione tra il silenzio degli scatti di Gianfranco Ballo e il rumore silenzioso della nostra vita interiore che “Fragments of seaside holidays” riesce a colpire nel segno, restituendo un originale spunto di riflessione.

  • Laura Gioso pittrice dell’acqua

    Laura Gioso pittrice dell’acqua

    Nata sotto il segno dei Pesci, già destinata a confrontarsi con un ambiente intriso d’acqua, vive tra le acque del Po, dell’Adige e della fitta rete di fossati e canali.

    Questo fa sì che l’artista LAURA GIOSO s’innamori di quell’ambiente – il Polesine – con il quale entra in un profondo contatto di empatia; ma non le basta. Talvolta da questo territorio vuole fuggire, ma non lo abbandona perché dalle radici trae energia, dinamicità, creatività e voglia di andare oltre l’immaginazione.

    Un luogo speciale, il Polesine, in continua trasformazione, stagione dopo stagione: lo scorrere delle acque permea lo stato d’animo di Laura aprendosi in visioni che sulla tela danno vita ad immagini velate di emozioni.

    L’acqua, con il suo continuo fluire, le permette di cogliere colori, riflessi straordinari.

    Il riferimento è alla Padania, un territorio piatto caratterizzato da umidità diffusa e da nebbie, che a volte cela e a volte, dissolvendosi, rivela il reale richiamando visioni oniriche. Vivere vicino all’acqua, quindi, favorisce il viaggio creativo, immaginario, fantasioso, che, lungo filo della memoria, si presenta ancorato ai soggetti in cui si identifica.

    Le esposizioni di Laura Gioso propongono il fascino del tempo che scorre incantando l’osservatore. L’artista pone un’attenzione particolare allo studio del colore, giocando sulle stesure velate e sfumate ma anche sovrapposte, che riportano sulla tela i soggetti della natura, in stretto rapporto con l’acqua, il cielo e la terra. Laura Gioso è un’artista astratto-figurativa: la sua astrazione non è qualcosa di incomprensibile, ma un modo diverso di vedere e analizzare la realtà, sono visioni emozionanti quanto i paesaggi sfiorati dalla nebbia.

    La sua lunga carriera di docente di disegno geometrico e discipline pittoriche, svolta tra Venezia e Rovigo, ha dato a Laura Gioso l’opportunità di mettere a frutto il consistente bagaglio di conoscenze e competenze, con particolare riferimento all’ambito della pittura.

    Scrive di lei il critico e storico dell’arte Alfredo Sigolo: “La formazione di Laura Gioso ha spaziato in vari ambiti della creatività, dagli insegnamenti del maestro Saverio Rampin al Liceo Artistico di Padova, a quelli di Carmelo Zotti ed Ennio Finzi all’Accademia di Venezia, dove si è diplomata con una tesi sul cinema muto. Una passione, quella del cinema, che l’ha portata a collaborare con il giornalista e critico cinematografico Carlo Montanaro e a maturare un interesse parallelo per la fotografia, educato e disciplinato ai corsi di Fulvio Roiter… Nella maturità Laura Gioso compie una decisiva presa di coscienza di sé: nella sua produzione le proprie matrici culturali non sono restituite in modo letterale e pedissequo ma declinate secondo una personale visione e sensibilità. Ad affiorare sono certe modulazioni cromatiche fatte di trasparenze più o meno intense, un’attitudine alla semplificazione e sovrapposizione delle forme, nelle quali si riconoscono gli esiti post spazialisti di matrice veneta dei suoi grandi maestri segnatamente Finzi e Rampin, oltre a inattese vibrazioni che rinviano ad esperienze ottiche di figure come Heinz Mack… Nell’ambito di quell’identità fluviale che caratterizza gli artisti che operano nella vasta area della valle del Po, l’artista rodigina occupa una posizione riconoscibile. A prendere forma sulla tela è un paesaggio instabile, impermanente, in continuo divenire, che sembra richiamarsi a quella successione di stati di coscienza descritta da Henri Bergson, in cui passato, presente e futuro si rincorrono, tra percezione e memoria, in un tempo che non è fisicamente misurabile ma attiene all’esperienza soggettiva dell’artista”.

  • Roberta Fava e il colore

    Roberta Fava e il colore

    Ha riscosso grande successo di critica e di pubblico la mostra personale “Magia di colori” dell’artista tagliolese Roberta Fava. L’esposizione – opere in acrilici e spatole – allestita dal 16 al 30 settembre scorso presso la Galleria G1 di Chioggia, in Calle S. Giacomo 644 e gestita da Giorgio Debei, è stata accolta con grande cordialità dalla cittadina clodiense. Già preceduta da una certa notorietà, in quanto la pittrice aveva partecipato a una mostra collettiva nel febbraio 2024, Roberta, ha fatto ritorno a Chioggia con questa personale legata all’espressività astratta e al colore.

    Il suo percorso artistico è iniziato molti anni fa, con la ricerca ininterrotta di nuove tecniche, materiali e linguaggi espressivi, riconoscibili e inconfondibili. “Ho cominciato con la pittura nel 1996 – ci racconta – perché ne sentivo la necessità; avvertivo la voglia di riprendere in mano matite e pennelli che avevo abbandonato durante gli studi universitari e poi l’insegnamento per anni presso la Scuola Media Elia Maestri di Taglio di Po. Inoltre in quel periodo mi interessavo maggiormente di poesia, di scrittura e di giornalismo. Infatti ho pubblicato diverse sillogi poetiche – Come un giullare, Frammenti, Non solo amore, Grappoli di stelle, Arcobaleno dei fiori, Lo zoo naturale e il romanzo La rosa d’argento, scritto a quattro mani con l’indimenticabile scrittrice rodigina Loredana Cappellazzo – e cantavo nei cori Parrocchiale e Le note del fiume”.

    La passione per la pittura ha portato l’artista a frequentare laboratori vari, cominciando da quello a Rovigo, dove con il professore Gianpaolo Milani riprendeva a osservare e a dipingere sulle tele paesaggi, fiori, animali, persone e altri soggetti con la tecnica impressionista, che aveva molto ammirato in occasione della visita a una mostra degli Impressionisti a Parigi. Dopo un lungo periodo di attività, ha incontrato altri artisti e partecipato a mostre collettive in Italia e all’estero.

    Da qualche anno è passata alla pittura con la spatola, con l’acrilico oltre che con l’olio, dopo aver affrontato l’acquerello. Infine con il maestro pittore Valeriano Lessio è avvenuto il passaggio dal figurativo all’astratto: non più linee riconoscibili, ma colori intensi, decisi e accennati, che creano sensazioni, rivelano gli stati d’animo nella profondità del cuore umano e “offrono spunti di riflessione sul mondo interiore dell’artista”.

    “Il passaggio – come lei stessa spiega – è stato lento ma determinato dalla possibilità di dipingere con i colori amati da sempre: il pastello, l’azzurro, il verde, il rosa; colori che – sottolinea Roberta – mi comunicano serenità, gioia, dolcezza, speranza secondo le sfumature e le emozioni che producono. Èstato bello e rilassante lavorare con i colori: talvolta cominciavo con un’idea e poi scoprivo delle figure – immagini non prevedibili. Era come essere dentro a delle macchie colorate, come quando con il figurativo mi trovavo in mezzo ai campi di grano o in un paesaggio fiorito”.

    “Sono sensazioni – specifica l’artista – che non si spiegano con la logica. In questo tipo di pittura predomina l’immaginazione, in un contesto libero, dove le regole classiche della pittura non vengono seguite ma si vive la magia dei colori”. “Ma questo passaggio – e ci tiene a sottolinearlo – non vuol dire abbandonare il passato pittorico, ma inserire nella mia esperienza altre tecniche e possibilità espressive diverse. Insomma un arricchimento pittorico e un profondo desiderio di dare pace e serenità a quanti si soffermano a guardare una mia opera”.

    Roberta Fava vive e opera a Taglio di Po. Insegnante di lettere, poetessa, scrittrice, nutre una grande passione per l’arte, iniziata col presentare il lavoro pittorico di alcuni artisti proprio sulle pagine di Ventaglio Novanta. Successivamente si avvicina all’arte pittorica da autodidatta, poi sotto la guida di noti maestri – Giampaolo Milani, Silvio Zago, Alberto Finco, Valeriano Lessio – sperimenta diverse tecniche pittoriche, passando dalla matita alle tempere, dall’acquarello all’acrilico e all’olio.

    Ha ricevuto numerosi premi e segnalazioni in occasione di concorsi d’arte e mostre. Ha fatto parte dell’Associazione Artisti del Delta di Porto Viro (Rovigo) con cui ha esposto le sue opere in numerose mostre; una delle più apprezzate quella a Malta, isola fantastica dove pensa di ritornare.

  • Rabbiato, artista dell’essenziale

    Rabbiato, artista dell’essenziale

    Il 20 luglio in quel di Presciane, piccola comunità tra San Bellino e Castelguglielmo, si celebra la festa di Santa Margherita V.M. Quest’anno, oltre alla tradizionale ricorrenza religiosa, si è colta l’occasione per festeggiare anche le creazioni in ferro di Guido Rabbiato cittadino di Presciane. La giornata è stata arricchita da un intervento musicale di Vinicio Baccaglini e da una visita alle formelle artistiche realizzate da Natale Calesella.

    La chiesa del paese, edificata oltre mille anni fa e recentemente restaurata, presenta all’interno una unica navata. Sopra il portale di ingresso campeggia un pregevole organo costruito da Gaetano Callido nel 1782; è uno strumento di non grandi dimensioni ma di altissima qualità e straordinaria accuratezza costruttiva, esempio significativo di organo neoclassico Veneto.

    Accanto alla chiesa, nell’area che un tempo ospitava il vecchio cimitero, gli abitanti hanno deciso di realizzare un giardino dedicato alla Patrona, e qui è stata collocata la scultura della Santa, realizzata da Guido Rabbiato accanto alle formelle di Natale Calesella. Di queste: 22 rappresentano la storia della salvezza e della speranza Cristiana, 16 ricordano alcuni momenti della vita di S.Margherita e 4 riassumono la storia della chiesa di Presciane. Di queste artistiche formelle in terra cotta modellate da Calesella abbiamo già parlato nel n. 66 di questa rivista (pag. 111 e 113).

    Ora rivolgiamo la nostra attenzione alle particolari realizzazioni di Guido Rabbiato, definito l’artista dell’essenziale in quanto egli trasforma il filo di ferro in sculture capaci di esprimere emozioni immediate.

    Nato a Castelguglielmo (RO) il 2 maggio 1956, fin da giovane mostra attitudini artistiche, ma decide comunque di frequentare una scuola professionale ed avviarsi ad un percorso lavorativo, prima a Fratta Polesine ed in seguito a Bologna. Dal 2016 con il pensionamento, si dedica pienamente alla sua vera passione, unendo le competenze tecniche e le esperienze artigianali acquisite alla ricerca creativa.

    Crea opere tridimensionali modellando e saldando il filo di ferro, anche se talvolta ha sperimentato tecniche differenti. Il principale elemento trattato è il fil di ferro con il quale dà vita ad immagini che talvolta sceglie anche di colorare. Nel corso degli anni la sua produzione si fa intensa, si perfeziona e si arricchisce di nuovi soggetti in particolare durante l’epidemia del Covid.

    Le sue opere, inizialmente ispirate alla vita quotidiana, spaziano successivamente dalle immagini sacre, ai paesaggi, ai profili di volti, animali, fiori, fino all’interpretazione di grandi capolavori della letteratura. Tra queste spicca la rappresentazione della “Divina Commedia” realizzata in omaggio ai 700 anni dalla scomparsa di Dante. Più recentemente ha scelto di dar vita ad opere con tema personaggi celebri quali Peppone e Don Camillo, fino ai capolavori della letteratura.

    L’artista, con stile essenziale e raffinato, riesce a trasformare un materiale semplice in poesia restituendo leggerezza e profondità ad ogni creazione. Significativi i riconoscimenti ricevuti in varie occasioni, tra cui: il Dono di un Mappamondo a Castelguglielmo, collocato nei pressi del Comune; l’Esposizione dei suoi lavori all’ospedale di Adria ed altre località del Polesine; il Dono di alcune sculture visibili sui sentieri dell’altopiano del Nevegal.

    Tra i premi ricordiamo i 1100 anni del Catello di Rovigo 2020 – Circolo Culturale arti decorative RO – opera proposta come logo manifestazione; Tracce e frammenti d’arte 224 – ass.art.culturale Artisti del Delta Porto Viro Ro – segnalato dalla giuria con l’opera Cleopatra; Il viaggio ed altri mondi 2023 – Circolo Culturale A.D.RO – primo premio per sezione scultura; Il viaggio metafisico – 2024 – titolo “leggerezza” – Circolo Culturale A.D. primo premio sezione scultura – opera posta al museo virtuale di Garofolo MuViG; il Centenario dell’assassinio dell’On. Giacomo Matteotti 2024 – Cittadella della cultura Lendinara – raccolta tematica di materiale; i Fiori e Giardini 2025 – circolo Culturale A.D. Rovigo – premio sezione scultura.

  • I velieri di Carlo Campi

    I velieri di Carlo Campi

    Conosco Carlo Campi da diversi anni e mi permetto di dire che ne ho seguito il percorso artistico con molta attenzione e ammirazione.

    Riservato e apparentemente schivo, questo pittore lascia libero il suo spirito creativo quando affronta il mondo dell’immagine. Sotto questo aspetto egli si trasforma in un curioso, attento e sovente pignolo cacciatore di soggetti da catturare, analizzare e trasformare.

    Ecco allora Carlo che abbraccia la sua terra, quella da cui orgogliosamente proviene: a metà strada tra il ferrarese, di cui conserva il parlato e il rodigino, territorio dove vive da molti anni. Sono i campi, le case lungo i fiumi, gli alberi che costeggiano i corsi d’acqua, le golene che le piene hanno fecondato con appassionati abbracci ad ispirarlo.

    L’acquerello, usato con crescente maestria, ha costituito il suo strumento espressivo per nobilitare una tecnica che si rivela tra le più impegnative. Mostre, concorsi, adesione a Circoli culturali ne fanno un Artista a tutto tondo perché alla pittura si è aggiunta la fotografia praticata in seno alla ormai storica Ass. boarese ATHESIS di cui è socio.

    L’amore per la Natura del territorio e gli eventi, che in questo si organizzano, lo hanno visto presente in innumerevoli Mostre con le sue opere apprezzate ed esposte anche in città come Viernheim, gemellata con il capoluogo polesano. Suoi sono inoltre i due bellissimi manifesti divulgativi delle Fiere di Rovigo del 2007 per il 527 esimo anniversario e del 2019, in occasione del 537 esimo.

    Ma Carlo ha voluto percorrere le vie che guidano alla scoperta della bellezza fino alla montagna con i suoi paesaggi dolomitici riproposti da diversi versanti per farci assaporare ogni visione con gli occhi dell’anima lasciando che la loro delicata e nel contempo vigorosa essenza possieda i nostri sensi.

    Ha quindi proseguito il suo immaginario viaggio verso il mare raccontando, con gli amati acquarelli, la sua immensità addentrandosi nel meraviglioso mondo della navigazione culminato nell’ultima sua fatica esposta presso il “Circolo delle Arti Decorative” e dedicata ai velieri. La Mostra ha rappresentato un autentico viaggio nel passato dove l’uomo, il mare e il vento sono affascinanti protagonisti di straordinarie avventure.

    Questa rassegna non può essere vista con un’occhiata veloce perché ogni opera ci conduce a bordo di un’imbarcazione che ha onorato la storia della marineria passando attraverso evocazioni di fatti, luoghi e personaggi che hanno riempito libri scritti per sognare.

    Antiche popolazioni, navigatori alla ricerca di nuove terre nella sconosciuta immensità dei mari e degli oceani, mercanti alla ricerca di preziose novità e di prodotti che hanno cambiato l’economia di un luogo, corsari e pirati, agguerriti eserciti guidati da Comandanti che hanno segnato la storia sono presenti nelle opere che oggi abbiamo la gioia di ammirare.

    Ogni quadro è una pagina di un libro che Campi idealmente crea con i suoi colori, sempre usati con raffinata armonia e spiccato senso cromatico. Qui si svela ancora una volta la forza creativa dell’uomo capace di imbrigliare la natura al suo servizio. I velieri infatti imprigionano il vento con la geniale struttura della stoffa che si fa appunto vela: forza motrice, naturale potenza capace di sostituire le braccia dei rematori.

    E qui le affascinanti raffigurazioni di Campi ci seducono col loro realistico dinamismo, facendoci tornare alla mente la voce mai udita di personaggi come: Amerigo Vespucci, Vasco de Gama, Cristoforo Colombo, l’ ammiraglio Nelson, Napoleone e, per la nostra fantasia, il fantomatico Olandese Volante o il capitano AKAB…

    Realtà e sogno che il pennello di questo raffinato artista ha fuso nel gradevole universo pittorico del quale ora siamo fortunati fruitori. Grazie Carlo, narratore di storie attraverso le immagini; a te dedico questa mia composizione.

    VELIERO

    Sei figlio del bosco… albero che si dona al mare… Nelle tue fibre hanno inciso storie le stagioni e così ogni luna ti ha donato i suoi baci di luce.

    Ti abbandoni all’estro delle maree e ascolti la loro voce: ora carezzevole e materna, ora ruggente e rabbiosa.

    Poi ti affidi alla potenza del vento, che inorgoglisce le tue vele con la salsedine del suo respiro e obbedisce alla forza delle corde, redini per il cavallo imbizzarrito prigioniero nella tua anima errabonda.

    Così solchi il mare e disegni rotte per naviganti immortali.

  • Vittorio Ingegneri (1935-2024)

    Vittorio Ingegneri (1935-2024)

    A un anno dalla scomparsa e a novanta dalla nascita, un tributo alla figura di Vittorino Ingegneri appare doveroso, soprattutto in virtù della sua proficua e incessante attività in ambito letterario e giornalistico.

    Nonostante l’occupazione lavorativa – di tutt’altra natura – svoltasi nel mondo creditizio di importanti Istituti bancari di Padova e Rovigo, Vittorino (nome di battesimo che si alternerà a Vittorio nel corso degli anni) ha continuato a coltivare le sue passioni per poesia, lirica e letteratura vernacolare, traducendo in maniera alquanto suggestiva e convincente l’amore per la sua terra di origine e i sentimenti legati ai ricordi di una fanciullezza umile ma spensierata, malgrado le vicissitudini connesse alle intemperanze del Grande Fiume.

    Trasferitosi da Adria a Padova intorno agli anni ‘60, giornalista e pubblicista del Veneto, ha diretto per quindici anni circa, dal 1979, il periodico “Proiezione Noventa” edito dal Comune di Noventa Padovana.

    Nel 1982, insieme a un gruppo di volonterosi, ha fondato la Rivista mensile italiana in lingua veneta “Quatro Ciàcoe”, di cui è stato Presidente. L’impegno costante nella difesa e nella divulgazione della cultura e delle tradizioni del territorio veneto e della Città del Santo – sia in qualità di membro del corpo redazionale, sia in qualità di autore degli articoli, firmati con lo pseudonimo Dinerio – gli valse il riconoscimento di “Padovano Eccellente” dal Sindaco di Padova nel 1995 e, successivamente, nel 2017, l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana da parte del presidente della Repubblica.

    Particolarmente sensibile alle tematiche dell’agricoltura, ambiente e tipicità alimentari, stante le sue origini biografiche e l’affezione ai valori e alle peculiarità della vita rurale, Vittorio Ingegneri è stato socio dell’Associazione Regionale Giornalisti Agroalimentari Ambientali (ARGAV) del Veneto e del Trentino. Lo scopo di queste righe è soprattutto quello di porre l’accento sul contenuto delle sue pubblicazioni, alla luce del sorprendente recupero di termini assolutamente desueti in un dialetto definito “rùstego”. Opere dal sapore vagamente ruzantiano che lo identificano come “un vero archeologo di antiche parlate, cultore di un glossario in gran parte oggi sconosciuto ai più e praticamente quasi scomparso” (Gianluigi Peretti in “Padova e il suo territorio” n. 187, giugno 2017).

    Una delle ultime pubblicazioni, “Grassie, barba!” (F.lli Corradin Ed., Urbana, 2012), patrocinata dalla Regione del Veneto, dalla Provincia di Padova, dal comune di Noventa Padovana e dalle Associazioni Veneti e Padovani nel Mondo è un’opera che sintetizza le peculiarità e l’originalità dell’Autore particolarmente sul versante glottologico. Una pubblicazione molto apprezzata, che fu oggetto di numerose presentazioni alla presenza di autorità e studiosi del settore; tra questi, in primis, il professor Michele A. Cortelazzo già professore emerito di Linguistica italiana all’Università di Padova, dove ha ricoperto importanti ruoli gestionali, accademico della Crusca e autore di numerose pubblicazioni e contributi scientifici.

    Il volume, curato dallo scrittore e poeta Mario Klein (co-fondatore e direttore della Rivista Quatro Ciàcoe), “Viajo so le traze de on modo de rajonare e de discórare de i nostri veci, con domande, risposte e spiegazion tra el fiosso Lalo e’l barba Nerio” si compone di 72 racconti e si pregia, oltre alla sapiente prefazione del professor Cortelazzo – vera e propria lectio magistralis che muovendo dall’accurata analisi del testo indaga importanti prospettive del “mondo dialettofono”- del nutrito glossario e dell’opera pittorica del paesaggista veneto Franco Santi. I dialoghi presentano una molteplicità di personaggi che nel loro conversare di origine polesana e basso-padovana raccontano situazioni e storie che rievocano cultura, tradizioni e usanze del tempo passato ma che affrontano altresì argomenti decisamente contemporanei. Il tutto sapientemente condito dalla nostalgica e poetica saggezza di fondo, evidente nelle varie raccolte.

    Il Polesine terra natale e di fanciullezza, è stato altresì luogo di costanti frequentazioni. A Lendinara risiede la famiglia della sorella Loredana, nominata “Donna eccellente a. 2011” nell’ambito di un’iniziativa polesana per il costante e faticoso impegno in ambito famigliare, assistenziale e sanitario.

    Un Polesine definito “la mèio strica ca ghe sia” nella poesia che dà il titolo all’omonima silloge Vècia tera mia… (Vittorino Ingegneri, F.lli Corradin Ed., Urbana Pd. 2016) della quale riportiamo il testo.

    Cara vecia tera mia la mèio strica ca ghe sia nel tenpo robà al mare, gnonde le me verde pole ga scominsià a butare rebuti in bela siera, scolta el me cuor che dole là, su n’ara in custiera, ’fa i pagni de la lissia picà al cordin za molo. Varda che bruto el brolo co’ sti vignài incalmà de garba ua grinton, che no sento ingripolà le bote del me vin pi bon. Cossì pa ‘e tradission adesso ca ghe penso: a le funsion de ani indrio chel profumin d’incenso, dabon, pi no lo sento mio. Da on credo inbastardìo de chi prega in sgobaton straviarme no vorìa, par via de ‘a devossion raisà te ‘a zente mia. De alte glorie pur svanpìa tera, te resti la più bela, pa ‘e maneghe de fanela che invocava Gesù e Maria co’ na svernia, senpre quela.

  • Mario Paparella (1913-2007)

    Mario Paparella (1913-2007)

    Rovistando tra le mie carte, mi è capitato tra le mani un vecchio manoscritto proveniente dal Venezuela intitolato Tracce storiche di una famiglia polesana, in cui con ricchezza di particolari e in un italiano incerto era descritta la vicenda della famiglia Paparella, oriunda del Venezuela e originaria di Bosaro. Mi aveva fatto avere il testo manoscritto il nipote di Rovigo, Carlo Alberto Schiesaro, quando collaboravo alla rivista dell’Associazione Polesani nel Mondo. Il documento non è un memoriale autobiografico: è il racconto di una vita che si è formata nell’austerità della campagna polesana e si è realizzata professionalmente nel contesto in fermento del Venezuela postbellico.

    La storia di Mario Paparella rappresenta una di quelle vicende esemplari che raccontano, meglio di tante cronache ufficiali, il Novecento vissuto tra il Polesine e il Venezuela, tra le campagne segnate dalla povertà e i grandi processi di modernizzazione oltreoceano. Medico, emigrante, protagonista della lotta contro la tubercolosi, Paparella ha incarnato la figura di un “uomo di frontiera”: sospeso fra due mondi, ma sempre fedele a un’idea di servizio e responsabilità.

    Era nato il 24 agosto 1913 nella “Casa Vecchia” della famiglia Paparella a Bosaro; era cresciuto in un ambiente di ristrettezze economiche, ma ricco di legami familiari. La figura dominante della sua infanzia fu la nonna Eugenia Menoni, donna energica e autoritaria, capace di tenere unita la famiglia nonostante le difficoltà della Grande Guerra e le perdite di familiari dovute a malattie come la tubercolosi.

    L’educazione di Mario seguì un percorso di determinazione e sacrificio: cinque anni di scuola elementare a Bresparola di Polesella, otto di scuola secondaria a Rovigo percorrendo ogni giorno non pochi chilometri in bicicletta, poi l’Università di Ferrara per i primi studi di Medicina e successivamente Bologna, dove completò il corso in Clinica Medica e Chirurgica, laureandosi nel 1940.

    Il suo percorso accademico si intrecciò con obblighi familiari, come l’assistenza alla nonna malata, e con la progressiva consapevolezza del proprio ruolo sociale. Il matrimonio con Teresa “Tosca” Schiesaro nel giugno 1940 coincise con la mobilitazione bellica: l’Italia entrava nella Seconda Guerra Mondiale e Paparella, già medico, veniva arruolato.

    Inviato in Grecia, visse in prima persona il crollo del regime fascista e la complessa fase dell’armistizio, ritrovandosi prigioniero in un campo di concentramento. Qui il medico divenne figura di riferimento per i compagni di internamento, occupandosi della cura dei malati in un contesto di precarietà estrema.

    Il ritorno in Italia nel 1945 lo trovò disilluso dalla politica e provato dall’esperienza, ma animato dalla necessità di ricostruirsi una vita. In un’Italia devastata, l’occasione lavorativa arrivò dall’Ospedale Antitubercolare di Rovigo, grazie all’intercessione del dottor Ghibellini. La tubercolosi, ancora piaga sanitaria mondiale, fu il campo di specializzazione che aprì a Paparella una nuova prospettiva.

    Nel 1947 la svolta della sua vita, chiamato a far parte del nascente Sanatorio Antitubercolare di Barquisimeto in Venezuela. L’anno successivo lo raggiunse la famiglia, con i figli piccoli e persino i mobili di casa, segno evidente del desiderio di stabilirsi definitivamente oltre oceano, ricominciando la strada della propria esistenza.

    L’impatto con la nuova realtà fu duplice: da un lato, il medico polesano trovò un contesto sanitario arretrato, con vaste aree ancora prive di infrastrutture igieniche di base; dall’altro, visse in prima persona l’accelerata modernizzazione del paese sudamericano, che in pochi anni passò da condizioni quasi rurali a un’urbanizzazione rapida.

    Mario Paparella ebbe un ruolo centrale nello sviluppo dell’ospedale, contribuendo all’aumento dei posti letto, alla creazione di un’area residenziale per i medici e alla formazione di un’equipe professionale stabile. Collaborò strettamente con figure di rilievo della sanità venezuelana come il dott. Luis Gómez López e il dott. Baldó, portando con sé un metodo clinico di impronta europea e un approccio pragmatico alle emergenze sanitarie.

    Oltre alla pratica ospedaliera, Paparella incarnò la figura del medico residente “totale”: reperibile a ogni ora, pronto a intervenire non solo per motivi clinici ma anche per questioni organizzative e logistiche dell’ospedale. La moglie Tosca partecipò attivamente come ausiliaria di Radiologia, trasformando l’impegno professionale in un’opera familiare.

    La presenza di Mario Paparella non fu limitata all’attività medica: fu un impegno totale, giorno e notte, nel garantire il funzionamento della struttura e nel seguire i pazienti. Per oltre vent’anni i coniugi Paparella furono il cuore pulsante del sanatorio di Barquisimeto, fino al 1970, quando decisero di spostarsi in una casa propria, senza mai recidere i legami con l’ospedale.

    Mario Paparella morì a Barquisimeto il 21 maggio del 2007. La sua presenza più che ventennale a Barquisimeto lasciò un’impronta tangibile: il riconoscimento ufficiale per uno straniero come lui di “funzionario di carriera amministrativa” testimonia l’apprezzamento per il suo lavoro. Allo stesso tempo, anche in Italia gli fu riconosciuta la sua opera di emigrante portatore in terra straniera dei valori italiani e nel 1992 gli fu conferito il titolo di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana.

    La sua vicenda rappresenta un esempio emblematico di mobilità professionale e sociale tipica dell’emigrazione qualificata del dopoguerra: un percorso in cui le competenze acquisite in patria trovano pieno riconoscimento in contesti in espansione.

    Il manoscritto ci restituisce una figura di emigrante legato alla propria funzione: pragmatico, poco incline alle idealizzazioni politiche ma fermamente ancorato al senso del dovere e alla responsabilità verso la comunità servita. Si percepisce una certa nostalgia per l’Italia, non tanto idealizzata, quanto riconosciuta come radice identitaria, e al contempo un sincero attaccamento alla nuova patria venezuelana. E proprio questa prospettiva soggettiva costituisce il valore documentario del testo: Paparella non scrive da storico, ma da protagonista, consapevole di appartenere a una generazione segnata da guerre, epidemie e migrazioni.

    Il suo contributo medico in Venezuela, soprattutto nell’ambito della lotta alla tubercolosi, è il lascito più rilevante: un’opera di lunga durata che ha inciso sulla vita di migliaia di pazienti e sulla formazione di una struttura sanitaria di riferimento. A ciò si aggiunge il merito di aver preservato, attraverso la scrittura, la memoria di una famiglia e di un’epoca, restituendo un frammento autentico di storia polesana e italo-venezuelana.

    Mario Paparella è stato, nella sua essenza, un uomo di frontiera: tra campagne venete e città sudamericane, tra la medicina come vocazione e la guerra come imposizione, tra la memoria delle origini e l’impegno nella costruzione di un mondo futuro in terra straniera. Il suo manoscritto non è soltanto un tributo alla famiglia, ma un documento vivo su come un medico del Novecento abbia saputo mettere la propria competenza al servizio di comunità diverse, lasciando un segno in entrambe.

    La sua storia di emigrante si intreccia così con la grande storia dell’emigrazione italiana del dopoguerra. Non un’emigrazione di sopravvivenza, ma qualificata, portatrice di competenze che trovavano pieno riconoscimento in un contesto in espansione. Il medico polesano incarnò perfettamente questo modello: un professionista che, grazie alla propria formazione, seppe costruirsi un ruolo di rilievo in una nuova patria, senza mai rinnegare le proprie radici, ma è anche quella di un uomo che, partito dalle campagne del Polesine, seppe affrontare le sfide del mondo globale con professionalità, coraggio e spirito di servizio. Un “medico-pioniere” che ha lasciato un segno profondo in due continenti, testimone della possibilità di trasformare le difficoltà in crescita e di costruire ponti tra culture diverse.

  • Giannina Giunta (1925-2015)

    Giannina Giunta (1925-2015)

    Nel centesimo anniversario della nascita e nel decimo della morte, ricordiamo Giannina Giunta, apprezzata insegnante di Rovigo nata in città nel 1925 in via Belfiore e morta, a novant’anni, nel 2015, nella sua casa in Corso del Popolo. Una donna che ha dedicato tutta la sua vita all’insegnamento, all’attenzione nei confronti dei più bisognosi ed inoltre con i suoi scritti ha lasciato un’interessante memoria di un’epoca.

    Giannina Giunta ha partecipato alla vita culturale della sua città e, quando è stata libera dagli impegni di scuola, ha pensato di mettere per iscritto i ricordi che, di volta in volta, si affacciavano alla sua memoria: quegli avvenimenti di cui era stata protagonista o semplice spettatrice fin da bambina. Testimonianze raccolte in tre libri: il primo “Rovigo, Rovigo” pubblicato nel 1994, il secondo “Rovigo, passato e dintorni” nel 2004 e il terzo “Amo la mia città, Rovigo, e tanti ricordi” nel 2009.

    Sono tre volumetti che hanno uno stesso filone. Si tratta infatti di episodi e aneddoti che fanno riferimento alla vita di Rovigo ed ai personaggi realmente vissuti in questa città nel primo Novecento; alle usanze della nostra campagna polesana negli anni precedenti o di poco successivi alla guerra 1940-45; a vicende e fatti, spesso tristi, di quella guerra che ha toccato anche Rovigo e persone della città.

    Giannina Giunta, dopo aver conseguito il diploma magistrale, si è specializzata alla scuola ortofrenica di Firenze e ha seguito corsi di aggiornamento a Bressanone, Roma e Verona.

    È stata la prima insegnante polesana ad occuparsi di ragazzi “difficili” ottenendo risultati insperati. Per questo, nel 2009 la Provincia di Rovigo le ha conferito un importante riconoscimento: “Un ringraziamento dovuto per i lunghi anni di lavoro svolto con professionalità e impegno costante”.

    Giannina ha collaborato con quotidiani e riviste locali. Ha fatto parte degli “Amici del teatro” di Rovigo ed è stata socia fondatrice del “Gruppo Autori Polesani”.

    Di volta in volta Giannina ha presentato i suoi libri a Rovigo e in qualche località dei dintorni. Con i suoi scritti non ha voluto fare un’opera letteraria, ma ha inteso lasciare un documento che ha più che altro un valore storico. Il riferimento è a quella storia che ci ha riguardato da vicino, che tutti noi, di una certa età, abbiamo vissuto quotidianamente in quegli anni. Una galleria di avvenimenti e personaggi che sembrano marginali nella vita della città, ma che – invece – costituiscono il sale di tante vicende di un passato da non dimenticare.

    Certi racconti – che sembrano semplici aneddoti locali – vanno a inserirsi nelle grandi vicende nazionali: come la guerra, l’emigrazione, l’alluvione del Polesine del 1951, la scuola e il mondo della cultura, il modo di fare villeggiatura delle gente o semplicemente quello di vivere e lavorare.

    Episodi, scenette apparentemente isolate le une dalle altre, ma che – tutte insieme – costituiscono un mosaico, che propongono un percorso completo per conoscere la Rovigo della prima parte del secolo scorso. Una ricostruzione fatta non soltanto attraverso gli avvenimenti o i personaggi più significativi della città, ma anche in virtù di quelle figure e di quelle storie di contorno che hanno completato la vita stessa del luogo.

    In questi libri Giannina mette sempre in risalto i valori più importanti che queste figure hanno espresso nella loro vita: l’onestà, la laboriosità, il senso del dovere, la generosità, il rispetto, l’amicizia e – anche quando parla di persone un po’ strane o delle più emarginate – non le descrive mai con derisione o disprezzo, ma sempre con comprensione e carità, trovando ogni volta in esse il loro aspetto più umano.

    Anche il modo stesso in cui i libri sono scritti, che è un modo semplice, con storie brevi, appena abbozzate, penso abbia il suo valore. Credo che proprio per questa caratteristica essi abbiano un loro pregio particolare. Giannina racconta quanto è accaduto attorno a lei in modo spontaneo, come esce dalla sua mente, come sgorga dal suo cuore, e lo dà al lettore nella sua essenzialità, proprio come stesse parlando direttamente con lui. E possiamo vedere questo nei racconti che fa, racconti che avrebbero potuto essere molto più lunghi, con esposizioni molto più particolareggiate, anche un po’ più romanzate, se vogliamo. Invece Giannina butta giù la scenetta in modo schematico e lascia tutto il resto ai nostri ricordi.

    Il lettore viene trasportato nel passato. Giannina gli fa respirare l’aria e i sapori di una volta, gli fa rivedere la città, i luoghi, gli avvenimenti, le diverse persone e i mestieri che le hanno caratterizzate. Riporta alla luce, con familiarità e attualità, i vari personaggi incontrati in quel tempo lontano, figure ormai scomparse: quelle importanti che hanno lasciato una traccia durevole di sé nei cittadini o quelle più semplici che sono rimaste soltanto nella mente di Giannina. Le fa rivivere nuovamente come esistessero ancora e le presenta sempre senza nostalgie e rimpianti ma con tanto affetto – come fa con la levatrice, le lavandaie, el strassaro, el spazacamin, el gelataro, le sartine. Oppure quando ricorda il carnevale, le due fiere di Rovigo, i luoghi del Delta e in particolare quando parla dell’Adigetto e dei suoi caratteristici ponti, che univano le sue due rive e collegavano i due distinti quartieri della città.

    Ecco, proprio di questo Adigetto, si potrebbe dire che si sente un qualche cosa di particolare, un certo affetto più profondo, perché deve essere stato molto importante e presente nella vita di Giannina, bambina e poi fanciulla, come pure nella vita stessa della città perché l’Adigetto – per Rovigo – non costituiva solo una immagine estetica, ma era anche il fulcro economico di attività che si sviluppavano lungo il suo percorso. Ricordiamo, infatti, i barconi che trasportavano il sale, il pesce e le verdure che arrivavano da Chioggia, o anche soltanto le lavandaie che lavavano i panni nelle sue acque – allora pulite – come pure le due figure di Libero e Anita, come Giannina le descrive, che andavano sulle sue sponde a bagnare e a battere il baccalà.

    Per concludere possiamo dire che Giannina Giunta ci ha presentato storie e fatti, che si propongono come miniature, come piccoli quadri dipinti con colori – a volte tenui e a volte forti – da una acquarellista attenta e sensibile. Brevi scenette che diventano testimonianze di vita vera; a volte episodi lieti e gioiosi, a volte ricordi tristi e crudi di un periodo duro della nostra vita, però sempre scenette che sanno anche diventare poesia.

    Sono fiero di poter dire di aver presentato in diverse occasioni Giannina Giunta e i suoi libri, pubblicazioni che oggi più di ieri rappresentano testimonianze preziose di un passato da non dimenticare.

    A lei ho dedicato una poesia in lingua polesana che, a conclusione di questo mio scritto, ripropongo qui a lato per gli amici di Ventaglio90.

  • Il maestro Nazareno Fogagnolo

    Il maestro Nazareno Fogagnolo

    Sono passati pochi anni dalla scomparsa di Nazareno Fogagnolo (1934-2018), maestro storico del coro “Monte Pasubio” di Rovigo.

    Nazareno ci ha lasciato ricordi indimenticabili del suo impegno, che pure inizialmente lo aveva preso limitatamente al tempo libero dalla professione. Come spesso succede nella nostra vita, questo impegno è andato ben oltre i confini iniziali e Nazareno l’ha esercitato con una serietà e determinazione davvero straordinarie. In un primo momento, il suo ruolo è stato quello di affiancare il maestro fondatore del coro Mario Casetta, cui tuttavia appena due anni dopo succedette come titolare.

    Relativamente alla mia esperienza, quando entrai a far parte del Coro, l’attività era già stata avviata da otto anni. Conoscevo da tempo alcuni coristi, ma erano rapporti per lo più sporadici. Mi piacevano quasi esclusivamente i canti di tradizione alpina e di guerra e mi preparavo a presentarmi al maestro con qualche esitazione.

    Mi colpì la fretta del primo incontro, quasi dovesse seguire degli orari rigorosi. Ci fu un breve scambio di parole, presumibilmente in linea con il suo carattere poco incline alla conversazione. Dovevo, nelle sue intenzioni, incominciare a cantare le canzoni che conoscevo. Senza tanti preamboli, mi fece cenno di provare l’assolo de “La pastora”, un canto di tradizione trentina incluso nel repertorio della SAT, il primo e più famoso gruppo corale maschile tuttora attivo e noto in tutto il mondo del folklore popolare.

    Mi sentii sotto osservazione, ma mi impegnai a ripetere abitualmente la parte, senza incertezze. Nei brevi intervalli fra un’esecuzione l’altra, a tu per tu confermavo il mio interesse per la musica tradizionale, sperando in cuor mio che Nazareno non introducesse i canti polesani di cui avevo sentito parlare. Ma le cose sono andate diversamente dai miei desideri… e io ho dovuto ricredermi.

    Un nuovo corso di ricerca e recupero della tradizione polesana

    All’epoca, il mondo del canto popolare era in piena riformazione, grazie soprattutto a musicisti e direttori di fama come Gianni Malatesta e Bepi DeMarzi, che avevano impresso alla loro opera un carattere fortemente innovativo, ben al di là della tradizione dei canti alpini e di guerra. A questa tradizione, gradualmente, sconfinando anche negli ambiti della musica moderna e d’autore (Gianni Malatesta, per es.) Nazareno aveva aggiunto brani assai noti di musica leggera, che in senso più ampio potevano considerarsi popolari. Pensiamo a “Blue moon”, “My way”, oppure testi di origine pavana, ispirati da un gusto di recupero letterario di origini cinquecentesche (per es. “Anzoeta” legato all’opera di Angelo Beolco detto “Ruzante”) oppure brani dei Beatles (Hey Jude”, “Yesterday”). Il ricchissimo repertorio di De Marzi aveva invece relazione con i temi sociali oppure paesaggistici oppure ancora di natura ambientale. (“L’aria x”, “Scapa oseleto”, Benia Calastoria” etc.).

    Tutta questa produzione allargava notevolmente l’ambito della musica corale popolare ed esercitava una forte spinta a rivolgere l’attenzione alla cultura popolare propria di ciascun paese e regione, approfondendo le origini del proprio mondo e della storia locale, quella che non figura nei libri di storia.

    Era proprio questo lo spirito che cercava di affermare Nazareno, che dalla tradizione di montagna e di guerra aveva ormai preso le distanze, perché questo gli consigliavano i musicisti che aveva preso a modello, anche se, per la verità, i nuovi brani non incontravano i gusti della maggior parte dei coristi rodigini.

    Benché Il coro non disponesse di grandi risorse economiche, Nazareno non si rassegnava a perpetuare il solito repertorio e, in cuor suo, conservava il desiderio di costituire un’antologia di canti totalmente polesani, con l’obiettivo, appena possibile, di incidere un LP originale. Era un progetto che perseguiva quasi con ostinazione.

    E non si limitava Nazareno a farci provare i pochi brani polesani già ricostruiti. Per conto suo aveva infatti preso contatti con i musicisti che conosceva di più, a cui mostrava le parti degli spartiti nuovi, armonizzati assieme a un maestro di Conservatorio, Piero Avanzi.

    Ebbene, il merito di Nazareno Fogagnolo è stato proprio quello della ricerca, assecondando i suggerimenti degli spiriti innovatori e inseguendo la produzione di un’autonoma musica popolare polesana sulle tracce dell’opera di Antonio Cornoldi, musicista assai noto in Polesine e autore del libro “Ande, bali e cante del Veneto”, con particolare attenzione alla realtà polesana. In questa infaticabile opera di ricerca, Nazareno si è avvalso della collaborazione del musicista polesano Piero Avanzi, autore delle armonizzazioni dei canti polesani che poi hanno dato forma al primo L.P. originale edito nell’ormai lontano 1982. (“Le nostre storie”).

    Non si è accontentato Fogagnolo di questo successo, che ha rappresentato il primo grande passo verso la formazione di un’identità ben riconoscibile, fondata sulla cultura polesana e una produzione antologica legata ai musicisti da cui il nostro maestro ha tratto suggerimenti e indicazioni. È stata un’opera costruita su una vicenda musicale in evoluzione, da cui sono poi nate altre collaborazioni, LP e musicassette via via sempre nuove. Tutto questo ha fatto conoscere il “Monte Pasubio” ben al di là dei confini provinciali e regionali, con escursioni e viaggi fuori Italia e scambi con altre formazioni popolari dentro e fuori dal ns paese.

    La vocazione di Fogagnolo

    Qual è stata la molla che ha fatto scattare tutta questa ricerca?

    Ricordo le tante conversazioni avute con lui negli anni. C’era nel personaggio un insieme di motivazioni, che variavano dall’educazione religiosa, assai presente nella sua famiglia, alle radici culturali formatesi in seminario, dove, come accadeva allora, si mandava un figlio a studiare. Qui Nazareno aveva appreso, oltre alle materie classiche del ginnasio, anche i rudimenti musicali.

    Uscito dal seminario, aveva conservato l’interesse per la musica, sia pure in forma autodidattica. Vi era assai portato, come ha dimostrato l’esperienza successiva, perché aveva innato il senso ritmico e melodico che gli faceva apprezzare quella cultura che ammirava, pur non conoscendola in modo particolare.

    Fogagnolo aveva trovato la sua strada, conservando uno spirito di profonda umiltà che lo spingeva ad arricchire la sua formazione. Lo aiutava l’esperienza, l’impegno a non mancare mai alle prove del coro, anche quando vi arrivava con la febbre alta, dando a tutti l’esempio. Capitava più di qualche volta di trovarsi in un gruppetto sparuto, specie durante le vacanze o quando gli impegni della professione si facevano pressanti.

    Lui, Nazareno, c’era sempre e come sempre costruiva la preparazione del brano, con collaudata abilità didattica. Oltre ai maestri ormai noti in tutto il mondo, trovava il modo di conoscere altri musicisti, perfino in Francia, dove il coro era poi stato invitato a cantare dal sindaco di Le Val Gautier, che conosceva la musica sinfonica e dirigeva il coro locale di quella piccola comunità vicina alla città di Arles.

    C’era poi, in Nazareno, la vocazione ad aiutare il prossimo, nata anch’essa in famiglia, motivata dalle necessità di sostenere le sorelle suore, una della quali era missionaria ad Haiti; a questo, si aggiungeva l’impegno di mandare viveri e risorse ai poveri, partecipando ad associazioni sociali assai attive in Polesine.

    Questa dimensione sociale, coltivata anche nella direzione della Biblioteca Comunale di Costa, dava un carattere concreto alla sua vita. Come mi aveva confidato più di qualche volta, aveva avvertito la mancanza di figli nella propria famiglia e, a seguito di un affidamento avviato per togliere da un orfanotrofio un bambino di otto anni, aveva sofferto per il mancato aiuto dell’assistenza sociale e del giudice che poteva dare l’assenso. Aveva vissuto l’episodio con profondo dispiacere, alimentato anche dal fatto che sua moglie aveva subito da poco un intervento che l’aveva di fatto esclusa dalla relazione con le scelte di suo marito. Da allora, Nazareno non ripeté la sfortunata richiesta di adozione e, come l’intera vita ha confermato, accettò l’esito precedente con umiltà e rassegnazione. Aveva pur sempre tante ragioni importanti di vita, a partire dall’attività commerciale e dall’esperienza del coro, nella quale si era calato con tutto se stesso.

    L’eredità

    Quando l’età avanzata e la salute un po’ cagionevole lo spinsero verso il ritiro, volle assicurarsi che il coro continuasse la sua storia. Si apprestò così a condividere questa scelta con persone di sua fiducia, individuando il suo successore nell’attuale direttore Pierangelo Tempesta. La sua presenza, all’interno del gruppo, fu tuttavia sempre più sporadica, perché egli percepiva l’impressione di non essere utile alla sua creatura.

    Andavo spesso a trovarlo assieme a un compagno del coro: erano momenti di autentica confidenza, un rapporto di vita e umanità che in passato si era poco approfondito.

    Resta della sua opera, oltre al ricordo, un bilancio attivo di risultati, che, oltre alle incisioni discografiche e alle tounèes in Italia e in Europa, trova riconoscimento nell’identità corale polesana e nella fondazione di una prestigiosa sede per il coro nella chiesa-auditorium di S. Rocco di origine quattrocentesca, di proprietà della Curia vescovile, restaurata grazie al sostegno dell’allora “Cassa Rurale Polesana”, oltre che al lavoro intenso degli stessi coristi.

    In ambito più personale, resta sempre vivo il valore umano della sua testimonianza, esercitata in quella forma di paternità e amicizia cui mai è venuto meno.

  • Gian Antonio Cibotto e Carlo Rambaldi

    Gian Antonio Cibotto e Carlo Rambaldi

    A prima vista può sembrare che il conterraneo Gian Antonio Cibotto, scrittore e giornalista polesano, e Carlo Rambaldi, il “mago oscar degli effetti speciali” originario di Vigarano Mainarda (Ferrara), abbiano ben poco in comune.

    Ma non è del tutto così, anche se i loro mondi si presentano completamente diversi: il primo ha iniziato la sua attività come giornalista e critico letterario e teatrale, affiancandovi in seguito un’inesauribile e fortunata vena creativa di scrittore; l’altro, com’è risaputo, ha lasciato una traccia indelebile nell’immaginario mondiale con le sue indimenticabili creazioni per il cinema, come E.T o King Kong.

    Entrambi, in questo anno del loro centenario di nascita, omaggiati con varie iniziative, tra cui per il “nostro” Cibotto, l’attuale mostra “Gian Antonio Cibotto (1925-2017). Il gusto del racconto”, inaugurata a Palazzo Roncale il 5 dicembre.

    E a questo punto bisogna fare riferimento ad un terzo personaggio quasi coetaneo ai primi due: Renato Dall’Ara (1924-1982), autore del film “Scano Boa. Violenza sul fiume”, opera tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore polesano. Merito della collezionista Silvia Nonnato, proprietaria dell’Archivio “L’Immagine in movimento” di Adria, che si è occupata della sezione espositiva sull’attività di Cibotto per il cinema. Sua la scoperta di una singolare curiosità: «Le strade dello scrittore e del futuro premio Oscar – ha infatti spiegato l’esperta – si sono incrociate grazie al film “Scano Boa” di Renato Dall’Ara, una pellicola che ha immortalato le speranze e le fatiche di un territorio unico e affascinante come il Delta del Po».

    Vediamo ora di riavvolgere il filo che lega i tre autori.

    Cibotto

    All’origine di tutto, l’emblematico romanzo citato di Cibotto, del 1961, che ha fissato nella memoria collettiva quel suggestivo lembo di terra chiamato Scano Boa. Luogo questo alquanto familiare allo scrittore lendinarese, che nell’incipit del libro lo descrive così: «Avvertenza: è inutile cercare sulla carta geografica le località nominate in questo libro… L’esattezza geografica non è che un’illusione. Il Delta Padano, per esempio, non esiste. Lo stesso dicasi, a maggior ragione, per Scano Boa. Io lo so, ci sono vissuto».

    Questo storico scanno del Delta del Po, il più orientale e proteso dentro all’Adriatico, si configura come una lunga lingua di sabbia dorata, raggiungibile solo via mare, ricca di fascino per il suo paesaggio incontaminato e selvaggio. Una sorta di paradiso perduto ai confini della realtà, “l’isola che non c’è”.

    Unica traccia di presenze umane, restano gli ultimi casoni, tipiche costruzioni di canne un tempo utilizzate da pescatori e cacciatori, che, in un passato non lontano si animavano per la pesca dello storione (grosso pesce anche di qualche quintale, oggi scomparso), quando, nella tarda primavera passava dal mare al fiume per deporvi le uova; speranza di guadagno e di riscatto da un’atavica miseria, come ben ci racconta Cibotto nel suo libro.

    «Sullo schermo della mente gli appariva sempre il ricordo dello storione, l’immagine del pesce dalle squame di metallo che significavano quattrini. Ma tanti, una pioggia, come nei racconti che gli facevano i pescatori scappati due anni prima dalle zone alluvionate, le sere che si riunivano intorno alla grande aia della fattoria padronale per cantare in coro».

    Temi che non potevano lasciare indifferente il “cantore del Polesine e del Veneto”, perdutamente innamorato della sua terra, il quale era solito definirsi “scrittore estinto”, proclamandosi cioè estraneo alla società attuale, attratto piuttosto dalla memoria collettiva, senza però mai abbandonare l’indagine giornalistica né l’inclinazione autobiografica, come ben testimoniano le sue note Cronache dell’alluvione e Stramalora, ispirati rispettivamente all’alluvione del Po nel 1951 e al disastro del Vajont del ‘63. Così scelse di imperniare il suo romanzo sulla leggendaria figura del pescatore di storioni, attorno al quale intrecciò una vicenda, tratta da un episodio realmente accaduto, nello scenario di quello sperduto isolotto.

    Tra suggestioni de Il vecchio e il mare (Ernest Hemingway, 1952) e un’impronta verista, Cibotto vi racconta la storia di un singolare terzetto disperato che arriva in un misero villaggio di pescatori (Scano Boa) in un Delta senza tempo: un vecchio pescatore in cerca di guadagno con la pesca dello storione, la nipote e un cane bastardo. Ma gli abitanti non li accolgono bene, attribuendo loro la causa di ogni disgrazia, tra cui il mancato arrivo degli storioni; mentre la giovane subisce la violenza di un bellimbusto del paese.

    Quando poi i grossi pesci compaiono nelle acque di Scano, tutti gli uomini tentano di pescarli, compreso il vecchio, che però annega e, durante il trasporto della bara in barca, la fanciulla dà alla luce un bimbo.

    L’episodio è ispirato ad un vero fatto di cronaca riferito da un articolo di giornale, nel quale si parlava della nascita di una bambina sulla barca che stava trasportando il feretro di un pescatore annegato nel Delta (6 febbraio 1954).

    Dall’Ara

    La stessa notizia aveva ispirato, già nel ‘54, il cortometraggio in 16mm dell’allora debuttante cineasta, Renato Dall’Ara, anch’esso intitolato “Scano Boa”.

    Dall’Ara, per anni dimenticato anche se valente cineasta nativo di Sant’Apollinare (RO), era allora un giovane architetto di trentasei anni, proprietario di una fabbrica di scarpe e iscritto al PCI. Il corto, prima produzione cinematografica totalmente polesana, realizzato con un gruppo di compagni di partito e cineclub, rodigini e ferraresi, spopolò nei festival dei cineamatori in Italia e all’estero. Da lì iniziò il sogno di Dall’Ara di farne un lungometraggio, che avrebbe realizzato nel 1961, il cui soggetto, con l’aiuto di vari sceneggiatori tra cui Benedetto Benedetti, era a sua volta ispirato al romanzo di Cibotto.

    Un film indubbiamente datato, che tentava di fondere intenti documentari (naturalistici e di denuncia sociale, sulla scia del cinema neorealista), con necessità di produzione (si veda la presenza di attori di rilievo internazionale: Carla Gravina/Clara, José Suárez/Baroncello, Alain Cuny/il cavarzerino padre di Clara), ma impreziosito da un felice bozzettismo epico-popolare, quasi da commedia all’italiana, che lo rendono ancora oggi rara testimonianza di un’epoca e di una civiltà ormai scomparse.

    In realtà, la pellicola rimase a lungo misconosciuta, fino alla sua riscoperta qualche anno fa da parte di Lab 80 e alla sua riproposizione alla 15esima edizione di “I Mille Occhi”, che le ha procurato un rinnovato interesse, tale da collocarla accanto ai capolavori di Ermanno Olmi.

    Rambaldi

    Ed è proprio per la realizzazione del film che entra in gioco un giovanissimo Carlo Rambaldi agli inizi della sua straordinaria carriera. Allora trentenne, egli si trovava a Pila per la realizzazione di un documentario a colori intitolato “Pescatori di storioni” (1956) di Antonio Sturla. Ma, poiché gli storioni in quel periodo fuori stagione non c’erano, fu chiesto a Rambaldi (che all’epoca stava sperimentando le applicazioni dell’elettromeccanica nella creazione di “sculture semoventi”) di realizzarne tre esemplari finti, che risultarono così realistici da rendere credibile il documentario e gli stessi storioni meccanici furono poi impiegati anche nel lungometraggio di Dall’Ara.

    Ecco, dunque, spiegato come la suggestione di Scano Boa e quella dei suoi ancestrali storioni, hanno unito in un singolare connubio Cibotto e Rambaldi, due straordinari coetanei, il cui genio, manifestatosi in ambiti diversi, si celebra quest’anno nel loro comune centenario.

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