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Archivi: Articoli d’archivio

  • La “Bibbia Istoriata Padovana”

    La “Bibbia Istoriata Padovana”

    Il recupero della memoria storica della fortunata parentesi del Trecento, in cui Padova fu governata dalla signoria dei Da Carrara, ha portato negli ultimi anni ad attribuire alla città l’azzeccato appellativo di “Padova urbs picta”, il cui valore culturale ha avuto la consacrazione dell’UNESCO: un chiaro riferimento alla straordinaria stagione in cui grandi artisti da Giotto, ad Altichiero, Giusto dei Menabuoi ed altri, prestarono la loro opera in edifici iconici, tuttora presenti nel tessuto urbano.

    Ed ora – dal 17 Ottobre 2025 al 19 aprile 2026 – la città può godere (ed essere testimone al mondo) di un eccezionale documento pittorico: quello della BIBBIA ISTORIATA PADOVANA, opera di grande valore, realizzata alla fine del XIV secolo da eccellenti miniaturisti, presenti alla corte dei da Carrara, che nel loro raffinato operato risentirono della temperie culturale ed artistica dei grandi pittori attivi a Padova all’epoca.

    La mostra – allestita nel Salone dei Vescovi del Museo Diocesano si qualifica come un evento culturale atteso e difficilmente ripetibile. Iniziativa di grande spessore, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in primis dal presidente Gilberto Muraro e curata da Alessia Vedova con la collaborazione scientifica di Federica Toniolo, che nel giorno dell’inaugurazione hanno espresso le loro puntuali considerazioni sull’evento assieme al vescovo Claudio Cipolla, all’assessore Andrea Colasio e al presidente dell’Accademia dei Concordi Pier Luigi Bagatin.

    La “Bibbia Istoriata Padovana”, capolavoro della miniatura dell’epoca, subì nei secoli le traversie della storia: dal 1405, quando per mano della Serenissima ebbe tragicamente fine la Signoria Carrarese, della Bibbia Istoriata si persero le tracce.

    Sicuramente, nel tempo, il prezioso volume fu smembrato e due porzioni staccate giunsero sul mercato dell’antiquariato probabilmente in epoca sette-ottocentesca: ad assicurarsene una fu la potente famiglia rodigina dei Silvestri, grandi bibliofili oltre che collezionisti d’arte; la seconda giunse in Inghilterra, acquisita dal Duca di Sussex. I Silvestri legarono la loro intera biblioteca, e quindi anche la loro parte della Bibbia, all’Accademia dei Concordi; la Bibbia Sussex giunse invece alla British Library. Di eventuali ulteriori porzioni del manoscritto miniato non c’è, ad oggi, traccia.

    Le due parti della “Bibbia Istoriata Padovana” riunite nel magnifico Salone dei Vescovi, oggi compreso nel Museo Diocesano, si caratterizzano per le accurate sequenze di immagini miniate accompagnate da spiegazioni proposte a mo’ di didascalia: non è infatti raro leggere il rinvio a “Como qui si è depento”. Dunque un racconto affidato più alle scene miniate che alle parole; una sorta di meraviglioso fumetto, in cui il testo scritto – e questa è una particolarità che stupisce non poco – è proposto in volgare con inflessioni venete e padovane, un esempio raro, dato che le Bibbie di quell’epoca erano soprattutto in lingua latina.

    La porzione del manoscritto miniato conservata a Rovigo contiene l’incipit del sacro testo, ovvero la Genesi, oltre alla storia di Ruth. Quella londinese riporta la parte centrale del Pentateuco (Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio) e il libro di Giosuè.

    “Le illustrazioni della Bibbia Padovana dimostrano di guardare ai grandi cicli pittorici che Giotto, Altichiero, Giusto de’ Menabuoi avevano realizzato per i Carraresi e per le potenti comunità religiose della città, secondo uno stile particolarmente sobrio e realistico” ha sottolineato Alessia Vedova, curatrice della mostra. “La visita all’esposizione è un’occasione da non perdere – ha osservato Federica Toniolo professoressa all’Università di Padova di Storia dell’arte medievale – per apprezzare la qualità raggiunta dai miniatori e vedere riflessi nelle vignette, come in uno specchio, gli usi e i costumi, gli spazi architettonici e il territorio rurale della Padova tardo medievale”.

    Il percorso espositivo si apre con una sala immersiva dove i visitatori sono condotti a rivivere l’ambiente storico ed artistico della Padova del Trecento. Si passa poi ad ammirare i due preziosi volumi originali protetti da teche di sicurezza, dopodiché il visitatore ha l’opportunità di godere della visione di tutte le pagine della Bibbia, riprodotte in fac simile, potendo così seguire lo svolgimento delle “Storie” in essa illustrate.

    A conclusione della visita alla eccezionale mostra, non manca la possibilità di inoltrarsi nel ricco Museo Diocesano, in cui sono conservate opere di rilievo dal Medioevo a Canova. E visitare – con un unico biglietto – il Battistero della Cattedrale, ammirando il celebre ciclo di affreschi di Giusto de’ Menabuoi, le cui scene dipinte, soprattutto nel tamburo della cupola, furono modelli iconografici per la Bibbia.

  • Il Teatro Eugenio Balzan

    Il Teatro Eugenio Balzan

    Il Teatro Sociale di Badia Polesine, disposto quasi di fronte alla chiesa arcipretale e di fianco all’edificio comunale, a due passi dall’ex Monte di Pietà, si inserisce nello schema urbanistico del centro storico di Badia, rappresentando un bene storico ed artistico di grande valore per la cittadina.

    Bartolomeo Dente primo proprietario, ideatore e finanziatore dell’opera

    Alla fine del ‘700 e agli inizi del’ ‘800 vi fu in Italia una fioritura di nuovi teatri e, per quanto riguarda il Teatro di Badia, i pochi documenti che sono giunti fino ai nostri giorni chiariscono che venne eretto nel 1813, su un’area pubblica. Una tesi ne attribuisce la realizzazione al solo badiese Bartolomeo Dente, persona facoltosa, colta e amante della bella musica, Podestà e primo deputato amministrativo a Badia Polesine; un’altra invece lo vuole affiancato da Giuseppe Bianchi e dalla famiglia Rosini.

    Lo studioso Claudio Vallarini, basandosi su un atto notarile del 1812, rivela che la commissione del progetto fu affidata all’architetto rodigino Santo Baseggio (1749 – 1822), affermato progettista che aveva partecipato ad una serie di lavori nella chiesa di S. Bartolomeo a Rovigo e ad un progetto, anche se non vincitore, legato al teatro La Fenice di Venezia datato 1790 che ottenne ampio consenso dal pubblico.

    L’atto notarile presenta una descrizione chiara e dettagliata: 3 ordini per complessivi 44 palchi; interno tutto dipinto; sipario con 7 teloni per i vari cambiamenti di scena con le relative quinte. La platea e l’orchestra dovevano essere fornite di panche. L’intero teatro doveva essere illuminato, mentre i palchi erano resi indipendenti grazie ad una porta provvista di serratura. Due panche adornavano i palchetti che dovevano essere dipinti sia ai lati che nel soffitto e decorati da un padiglione con frange e fiocchi. Ogni palco aveva un prezzo che variava a seconda dell’ordine, dell’importanza e della disposizione.

    La Società dei Palchisti e il rinnovo del Teatro

    Il Teatro rimase di proprietà di Bartolomeo Dente fino al 1836, anno in cui passò alla Società di Palchisti che ne cambiò il nome trasformandolo in “Teatro Sociale”. Dente mantenne però alcuni privilegi, come l’ingresso gratuito agli spettacoli per i propri congiunti e per gli eredi, per gli anni a venire.

    Nel 1855 il Teatro era cresciuto sia d’importanza che di spettatori. Risultò quindi necessario un intervento radicale di restauro, ampliamento ed abbellimento. Vennero aggiunte sei nuove logge di proscenio (tre a destra e tre a sinistra) e fu impreziosito con eleganti decorazioni in stile rococò, in linea con la moda dell’epoca.

    L’intero complesso assunse una bellezza ed un’eleganza tale da farlo definire dallo stesso pubblico Piccola Fenice, vuoi per la somiglianza con il grande teatro veneziano, vuoi per la bellezza degli interni. I lavori di restauro e abbellimento furono affidati all’architetto Giovan Battista Meduna, progettista scelto per la ricostruzione del teatro “La Fenice” di Venezia dopo l’incendio del 1836 e del teatro Dante Alighieri di Ravenna. I restauri degli interni furono commissionati a grandi artisti quali:

    • il lendinarese Luigi Voltolini, intagliatore attivo in Polesine, tra le cui opere troviamo scene religiose nella chiesa parrocchiale di Fratta Polesine;

    • il ferrarese Francesco Saraceni, noto per aver disegnato la statua del poeta Ludovico Ariosto nella piazza omonima di Ferrara;

    • Giovanni Abriani, che si occupò dei disegni e dei dipinti.

    Il Comune di Badia contribuì all’esercizio del Teatro, versando un contributo annuale che sarebbe servito a pagare parte delle spese degli spettacoli, con l’impegno che il palco acquisito, con l’andare del tempo, divenisse di proprietà del comune stesso.

    Per l’inaugurazione del rinnovato teatro, nell’agosto del 1856 venne messo in scena “Macbeth” di Giuseppe Verdi. La programmazione teatrale proponeva opere e operette, commedie, tragedie ma anche feste di beneficenza, che riuscivano ad attirare un pubblico folto ed eterogeneo: dalle famiglie nobiliari badiesi e dei paesi limitrofi, alla ricca borghesia, ma anche le classi meno abbienti. Il teatro veniva inoltre usato dagli enti locali per mettere in scena saggi e spettacoli di vario genere, come la Società di Ginnastica, o dai bambini dell’asilo “Vittorio Emanuele”. Da ricordare anche i fastosi veglioni organizzati in occasione del giovedì grasso per raccogliere fondi al fine di poter mandare i bambini dell’asilo in colonia durante i mesi estivi.

    Nuovo secolo, nuovi problemi

    Con il nuovo secolo il teatro raggiunse l’apice della notorietà, ma fu anche l’inizio dei problemi economici. Il primo scoglio da affrontare furono le spese per la rappresentazione di Manon Lescaut di Puccini, diretta da Ercole Casalini di Milano. Il costo per la realizzazione fu ingente circa 15.157 lire, che fu in parte pagato grazie alla vendita dei biglietti e in parte da un anonimo cittadino badiese.

    Le opere liriche, sebbene fossero le più apprezzate e partecipate, richiedevano enormi costi e non di rado a fine stagione il bilancio chiudeva in perdita. Si registrò inoltre una diminuzione delle entrate da parte dei proprietari dei palchetti, spesso eredi di proprietari originari che ormai abitavano lontano da Badia. Non pochi avevano nel frattempo deciso di vendere il proprio palchetto o di non pagare il canone annuale che era considerato troppo elevato a fronte di una stagione teatrale ridotta.

    Per cercare una soluzione alle varie problematiche ed attrarre nuovi fruitori nel 1901 venne nominata una Commissione amministrativa che decise di ridurre il canone a 10 lire annue. A queste difficoltà si aggiunse anche l’apertura nel 1899 del nuovo teatro “Politeama” con molti più posti a sedere, ampio palcoscenico, buona acustica e, soprattutto, palchetti affittati di anno in anno.

    Nel 1905 per celebrare i 50 anni dal restauro del 1855, il presidente dell’epoca, Camillo Dal Fiume, decise di mettere in scena La Tosca di Puccini. L’opera richiamò a teatro una grande folla ma non ottenne un buon parere dalla critica.

    Nonostante quest’ultimo spettacolo, la situazione peggiorò drasticamente e il teatro venne chiuso. Per un certo periodo si ipotizzò l’idea di venderlo o di affittarlo. Vi fu anche chi propose di trasformare il Sociale da teatro a cinematografo, idea che non ebbe seguito a causa delle ingenti spese per la sostituzione degli impianti.

    Dal 1925 alcuni locali del Teatro vennero utilizzati dal Partito Nazionale Fascista, probabilmente ad uso di segreteria del partito e per riunioni politiche. Il rapporto continuò anche fino a tutto il 1933 con l’affitto dell’atrio e del soprastante ridotto al Fascio di Combattimento.

    Il primo gennaio del 1946 l’amministrazione e la gestione furono presi in carico direttamente dal comune di Badia Polesine, in seguito ad una relazione dell’ufficio tecnico che dichiarava come, dal 1905, il teatro fosse chiuso e in stato di abbandono e non poteva in nessun caso essere utilizzato.

    Una prima trance di lavori venne realizzata tra il 1969 e il 1971 grazie all’intervento del professore Ivan Tardivello, Ispettore onorario delle Belle Arti, che riuscì ad inserire il Teatro nel piano di restauro di edifici e monumenti del Veneto.

    Riconosciuta la proprietà del Comune, attivati importanti lavori di restauro, e dedicato ad Eugenio Balzan

    Vi era però un problema irrisolto, di non poco conto, che poteva pregiudicare altri finanziamenti e successivi lavori di ripristino: consisteva nella individuazione precisa della proprietà. Il dilemma ebbe soluzione il 26 gennaio 1983 quando l’intera proprietà dello stabile venne assegnata, dal pretore di Lendinara, al Comune di Badia Polesine, in virtù del possesso continuato per oltre un ventennio, con la sentenza di usucapione.

    Fu così possibile il 24 maggio 1983 dare il via ad importanti lavori di restauro su progetto dello stesso comune di Badia Polesine in collaborazione con uno studio professionale di Padova, grazie ad un finanziamento del Ministero dei Beni Culturali sulla base di un ampio progetto sul recupero dei teatri storici della Regione del Veneto.

    Il restauro coinvolse la sistemazione degli stucchi e delle pitture della sala; la ricostruzione dei palchetti; la posa della carta da parati; il rifacimento del marmorino delle pareti della platea; il consolidamento delle fondazioni e della copertura; la realizzazione dell’impianto antincendio e il rifacimento dell’impianto elettrico. Si è provveduto poi all’ampliamento del golfo mistico.

    Nel 2001 l’Amministrazione comunale ha poi ripreso l’iniziativa pubblicando un nuovo bando di concorso per l’affidamento del progetto di completamento dei lavori, vinto dallo studio dell’architetto Luigia Luisella Pennati di Milano.

    Il Teatro anche dopo i restauri ha mantenuto una facciata semplice, il piano terra è privo di qualsiasi lavorazione mentre il primo piano è abbellito da cinque balconcini balaustrati. All’interno, a fianco della porta d’ingresso, due scale conducono ai palchetti suddivisi in tre ordini; altre scale nascoste, a fianco della platea, conducono direttamente al sottopalco.

    Sul paliotto di proscenio sono raffigurate le tre muse dell’arte: teatro, poesia ed epica, musica. Sul soffitto della sala figure femminili in atteggiamenti di danza. Nei tre ordini dei 50 palchi, vi sono varie decorazioni con disegni floreali ed altri motivi geometrici.

    Nel febbraio 2011 il Teatro, per volere della Giunta Comunale, venne intitolato all’illustre concittadino Eugenio Balzan, giornalista e amministratore del Corriere della Sera.

    Il 17 maggio 2011 è stato inaugurato e riaperto al pubblico, venendo restituito alla città nel suo massimo splendore.

    Testi di riferimento:

    • Antiche Memorie – Il teatro Balzan e i palazzi di Badia Polesine – Mara Barison e Francesco Occhi

    • Le istituzioni di Badia ottocentesca: Teatro Sociale Balzan – Biblioteca Civica “Girolamo Bronziero”.

  • La Madonna Nera di Pradespin

    La Madonna Nera di Pradespin

    Tutto ebbe inizio dal pericolo annunciato di una imminente rotta del fiume Adige che diventava sempre più alto, impetuoso, incontenibile, minacciando di rompere gli argini in località Pradespin di Lendinara.

    Il 21 giugno 1837 tutti i residenti del luogo lavorarono incessantemente per rafforzare le sponde del fiume temendo che da un momento all’altro questo potesse oltrepassare gli argini e la furia dell’acqua non conoscesse confini.

    Le Autorità a quel punto sgomberarono tutta l’area adiacente la riva destra dell’Adige e molti abitanti del luogo, presi dalla disperazione e dallo sconforto, si recarono nella Basilica della Beata Vergine del Pilastrello di Lendinara per pregare la Madonna e chiedere la grazia. E come d’incanto la mattina del 22 giugno il pericolo era scampato.

    Gli ingegneri dell’epoca che sorvegliavano le acque non seppero darsi una spiegazione logica: quella possibile era che si trattava di un miracolo. Si disse che la Madonna lendinarese del Pilastrello non avrebbe mai permesso che tutto andasse distrutto; aveva deciso di graziare quella terra ed i suoi abitanti fermando la furia delle acque.

    Si narra che, nei giorni di massima piena, alcune sentinelle messe di guardia agli argini, avessero visto una vecchietta che si bagnava le mani nelle acque dell’Adige. Avvisata del pericolo, la vecchietta così rispose: “Non temete figlioli, l’acqua non ha mai inondato e né mai inonderà il pavimento della Chiesa del Pilastrello in Lendinara” Intendeva così avvisare gli abitanti che le acque non sarebbero salite oltre gli argini e di non temere alcunché.

    Un oratorio sulla sommità arginale (1837) sostituito da un successivo (1893)

    Verso la fine del mese, più precisamente il 30 giugno 1837, si formava una Commissione Primaria per promuovere una sottoscrizione popolare per erigere sulla sommità arginale un monumento di devozione, proprio sul luogo dello scampato pericolo. Veniva pertanto progettato “l’Oratorio Capitello dedicato alla Madonna”, con il concorso delle Parrocchie di S. Sofia, S. Biagio, Saguedo, Barbuglio, Villafora, Rasa, Bornio e Villanova del Ghebbo.

    Iniziarono da subito i lavori di costruzione dell’Oratorio, portati a termine alla fine dell’anno 1837. Ma purtroppo il sacro edificio non ebbe vita lunga. Infatti veniva abbattuto il 23 settembre 1892 per motivi di messa in sicurezza della riva destra del fiume.

    Immediati furono però i progetti di ricostruzione, cosicché il Capitello di Pradespin venne riedificato più in basso nel 1893, dove sorge tuttora.

    Nell’anno 1929 una magnifica statua lignea della Madonna del Pilastrello ad opera dello scultore Antonio Muner della Valgardena fu donata all’Oratorio di Pradespin sostituendo il quadro che si trovava al suo interno.

    Il 20 giugno del 1937, primo centenario dello scampato pericolo, la statuetta della Madonna Nera realizzata da Muner fu accompagnata in processione dal Santuario del Pilastrello fino alla Località di Pradespin per la benedizione delle acque dell’Adige e delle terre vicine e successivamente presso la Chiesa di San Barnaba in Saguedo per la benedizione ai fedeli per poi ritornare nella sua dimora ancora attuale.

    Il 25 maggio 2003, Monsignor Andrea Bruno Mazzoccato Vescovo di Adria e Rovigo, proclamò la Madonna Nera di Pradespin protettrice della Comunità Parrocchiale di Barbuglio e Saguedo.

    Poi un lungo silenzio: la Chiesetta purtroppo è stata abbandonata all’incuria per venticinque anni. Fortunatamente poi è ritornata al suo antico splendore grazie all’amore e alla dedizione di un gruppo di volontari guidati da Ivano Borghesan, promotore del restauro, che hanno dedicato il loro tempo per il ripristino di tale bene. Cosicché sabato 15 giugno 2019, a conclusione dei lavori, furono riaperte le porte ai fedeli e ai visitatori desiderosi di sostarvi in silenzio e preghiera.

    La squadra di volontari costituita insieme ad Ivano Borghesan da cittadini, imprenditori e da Franco Menegazzo, maestro di intaglio del legno, artista e poeta, ha saputo valorizzare al massimo questa Chiesetta lungo l’argine dell’Adige, sistemando il tetto, il marciapiede esterno, gli interni, restaurando il rosone e completando tutti i lavori utili per valorizzare il sacro edificio.

    Una visita alla chiesetta di Pradespin

    Una visita alla chiesetta può iniziare dalla lettura delle due epigrafi marmoree applicate sulla sua facciata, ideate dal predetto maestro Menegazzo: quella sul lato destro riporta l’incisione: “QUAM MULTA QUAM PAUCIS!”, che significa “quante numerose cose con poco!” e quella sul lato sinistro invece: “SOL DIEM REFERT”, che significa che “il sole riconduce il giorno, e, porta la luce dove c’è ogni ombra”.

    Franco Menegazzo, alias Camaiore, ha inoltre dato nuova vita al rosone con il suo Cristo intarsiato nel legno, ed ha inoltre espresso la sua arte anche all’interno delle Chiesetta realizzando il Cristo intarsiato nella porticina del Tabernacolo e la Madonna del Rosario col bambino, anch’essi intarsiati nel legno e avvolti da una corona di ulivo.

    All’interno della Chiesetta è stato inoltre restaurato anche l’antico Confessionale dove leggiamo l’iscrizione “CONFIDE REMITTUNTUR TIBI PECCATA TUA” ovvero “Confida che i tuoi peccati ti siano perdonati”.

    All’entrata, vicino al portone d’ingresso ad accogliere i fedeli si trova un’acquasantiera marmorea vegliata dal Cristo dai polsi legati, mentre al di sopra del tabernacolo, sul muro, vi è l’immagine della Madonna Nera con il Bambino e sopra di essa la scritta ad arco: “QUO VADO? QUIDQUID SUM ET QUONIAM ROGO TU CERTO NOSCIS VIRGO MARIA”, che sta a significare che “Dove vado? Ciò che sono e perché prego, tu certo lo conosci Vergine Maria”.

    Ritornando all’esterno della Chiesetta non si può non notare la particolarità del piccolo campanile a vela che forma un tutt’uno con la facciata, alloggiando tre piccole campane, simbolo di una spiritualità più antica intima e raccolta.

    Il recinto in legno lasciato aperto davanti alla Chiesetta vuole invitare ogni visitatore ad entrare con rispetto verso questo luogo di fede e di pace circondato dalla natura, perciò nei pressi del recinto è stato affisso un messaggio per tutti coloro che varcano la soglia intitolato “UNA PROMESSA MANTENUTA”, seguito da un invito alla preghiera.

    Una volta al mese, da maggio ad ottobre, presso la Chiesetta di Pradespin viene celebrata, al suo esterno, la Santa Messa: i fedeli si raccolgono in preghiera nella quiete della natura, vegliati dalla Madonna Nera con il suo viso dolce e il suo sguardo profondo, che tiene in braccio il suo bambino con la mano destra benedicente in segno di pace.

    Ogni anno la seconda domenica di ottobre viene celebrata la festa della Madonna del Rosario, che è una delle più importanti celebrazioni in cui la Chiesa Cattolica venera Maria: viene celebrata la Santa Messa con una processione finale dalla Chiesetta di Pradespin fino al vicino Capitello Votivo della Madonna del Rosario.

  • La Madonna in Gloria di Boara

    La Madonna in Gloria di Boara

    Entrando nella parrocchiale di Boara Pisani, si svela ai nostri occhi un vero capolavoro barocco, e gli sguardi convergono subito verso la grande tela attribuita ad Antonio Marinetti, detto il Chiozzotto, pittore attivo in ambito veneto nel XVIII secolo.

    L’opera, collocata con solennità nel catino absidale dietro l’altare maggiore, rappresenta la Madonna con Gesù Bambino in gloria, circondata dai santi San Liberio papa, Sant’Agostino d’Ippona, San Giuseppe e San Giovanni Nepomuceno. La composizione si sviluppa secondo un impianto piramidale che converge verso la Vergine, vero fulcro della scena, e guida l’attenzione dell’osservatore in un viaggio tra cielo e terra, luce e colore, devozione e poesia visiva.

    La corretta identificazione dei santi è essenziale per comprendere appieno il senso storico e spirituale dell’opera. La chiesa di Boara Pisani infatti, dedicata alla Madonna della Neve, offre già un indizio decisivo: la figura del papa, che si staglia a sinistra dietro la Vergine, è San Liberio, legato al miracolo della nevicata che segnò il luogo di costruzione della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Nonostante in passato fosse stata avanzata l’ipotesi di papa Onorio III, la connessione con la fondazione della basilica e la tradizione mariana più antica rendono chiara la scelta iconografica, conferendo al ponte tra storia e fede una solenne verità visiva.

    Sant’Agostino emerge dalla penombra di sinistra, dietro il pontefice, e il suo cuore ardente, che regge tra le mani, diventa simbolo di una spiritualità intensa, ardente e meditativa.

    San Giuseppe, appare sul lato sinistro mentre regge in mano il bastone fiorito. La sua figura è stata confusa in precedenza con San Filippo Neri, ma la sua iconografia, priva di vesti clericali e segnata dal chiaro elemento attributivo, lo identifica immediatamente come sposo della Vergine, custode discreto e vigile.

    San Giovanni Nepomuceno, patrono dei confessori, è a sua volta stato confuso in passato con San Gaetano per il crocifisso stretto tra le mani, ma la corona di stelle, lo zucchetto da sacerdote e la palma del martirio a terra lo rendono subito riconoscibile, evocando il suo legame simbolico con le acque, i ponti e il martirio subito per difendere il segreto della confessione.

    La Vergine, al centro del cielo, si erge in tutta la sua maestà, avvolta nel mantello blu e nel manto rosso. Il blu, che sfuma tra le pieghe dei drappeggi, parla di purezza e trascendenza celeste; il rosso vibra come il segno di amore, passione e vicinanza agli uomini, unendo il cielo alla terra in un abbraccio simbolico.

    Il Bambino, adagiato sul braccio destro della madre, apre le braccia in un gesto accogliente, quasi a invitare ogni fedele a farsi parte del suo regno celeste. Due angeli fluttuano tra le nuvole: uno, protetto sotto il manto della Vergine, ricorda la tradizionale iconografia della Madonna che accoglie sotto il suo manto i fedeli, simbolo di protezione e misericordia.

    Tra i santi, disposti a gruppi di due a sinistra e a destra, e la nuvola che avvolge Maria, gli angeli e il Bambino, si intravede un piccolo spaccato paesaggistico: una reminiscenza della grande tradizione veneta dal Cinquecento in poi, un respiro di mondo terreno che si fonde con il cielo.

    Lo sguardo della composizione è orchestrato con cura poetica: Maria e il Bambino volgono gli occhi verso i santi a terra, San Giovanni Nepomuceno fissa il crocifisso con intensità, mentre solo San Giuseppe stabilisce un contatto diretto con lo spettatore, tessendo un filo invisibile che coinvolge chi osserva. Questo intreccio di gesti e sguardi crea un dialogo silenzioso, dove cielo e terra, santi e fedeli, storia e devozione si incontrano in un’unica armonia visiva.

    Antonio Marinetti, il Chiozzotto (1719-1796), dimostra in quest’opera la sua abilità nel coniugare rigore iconografico, teatralità e poesia. Formatosi a Chioggia, Marinetti assimila la lezione di Giovanni Battista Piazzetta, maestro del chiaroscuro e della profondità emotiva. La luce che accarezza i santi e i cieli, i panneggi mossi come da un vento celeste e i colori vibranti trasformano il catino absidale in un piccolo teatro del sacro, dove la funzione mediatrice di Maria tra cielo e terra diventa tangibile, visibile e poetica, secondo i canoni della Controriforma.

    Nella parrocchiale di Boara Pisani, sulle sponde del fiume Adige, la grande tela di Marinetti offre ancora oggi ai fedeli e ai visitatori un incontro con la bellezza e la devozione, un canto visivo dove luce, gesti e sguardi sospesi tra cielo e terra narrano la storia dell’arte veneta del XVIII secolo.

  • Un’impronta veneziana a Badia

    Un’impronta veneziana a Badia

    Nell’articolo pubblicato nel numero 64 di Ventaglio 90 (Gennaio 2024) avevamo concluso la nostra passeggiata, lungo la contrada San Rocco di Badia, in piazza della Madonna della Salute, dando un doveroso appuntamento futuro per una visita “virtuale” all’interessante Oratorio che le dà il nome. È giunto perciò il momento di onorare la promessa, con una breve descrizione di questo importante gioiellino architettonico di tipica impronta veneziana.

    La data di fondazione

    Va detto subito che, per molti anni, la fondazione dell’Oratorio della Beata Vergine della Salute è stata erroneamente attribuita all’anno 1630, come tempio votivo sorto a ringraziamento per la fine della grande pestilenza che afflisse l’Italia in quel periodo e che è anche quella citata dal Manzoni nei suoi Promessi Sposi. Una circostanza plausibile, considerato sia il fatto che quella pestilenza colpì duramente anche Badia, decimando la popolazione, sia il fatto che molti furono gli edifici sacri eretti per la fine del morbo nella Serenissima. Il più famoso di questi è senz’altro la Chiesa della Salute, che si può ammirare nel capoluogo veneziano nell’area della Punta della Dogana.

    A sostegno di questa tesi stava anche la circostanza che, a Badia come a Venezia, coincidesse la celebrazione della festività, il 21 novembre. Secondo il calendario canonico, in quella data cade la ricorrenza della Presentazione della Vergine, ma nella Repubblica Veneta, dopo la liberazione dalla grande pestilenza, quel giorno divenne dedicato alla Madonna della Salute.

    A ulteriore riprova del 1630, come data di fondazione, sembra stare anche l’iscrizione che si legge nella grande lapide di marmo presente sulla facciata dell’Oratorio, che riporta tale anno come quello di erezione. Se non che, analizzando bene la scritta, si intuisce che la lapide risulta ben postuma rispetto alla costruzione dell’edificio e apposta dalla famiglia Migliorini, divenuta proprietaria, solo nel 1807, in occasione di alcuni lavori di restauro. A dire il vero alcuni dubbi su tale data emergevano già dal fatto che, nel 1666, l’Oratorio non compare nell’elenco (peraltro molto preciso) degli edifici religiosi della città, presente nella relazione dopo la visita pastorale di mons. Francesco Grassi, vescovo di Chioggia e Vicario dell’Abate Commendatario della Vangadizza. E pure nella mappa di Badia del Piva di inizio settecento, è sì presente in loco un edificio religioso, ma totalmente diverso dall’attuale costruzione, tanto da far pensare che si tratti in realtà della raffigurazione dell’Oratorio di San Rocco, demolito a inizio Ottocento, il quale dava il suo stesso nome alla contrada.

    Ma la svolta definitiva sulla data di fondazione ce l’ha data il lavoro certosino di un nostro ricercatore storico locale, il prof. Roberto Viaro, che nei suoi studi a Venezia e a Modena sull’Abbazia della Vangadizza, si è imbattuto in documenti incontrovertibili che posticipano di quasi un secolo la fondazione dell’Oratorio della Beata Vergine della Salute.

    Viaro, nel Quaderno del 2002 del Museo Civico Baruffaldi, infatti ci riferisce che in quel luogo, già nel 1706, sul muro esterno di una bottega era dipinta un’immagine della Madonna “Madre di Dio” che aveva cominciato ad operare miracoli e prodigi, tanto da diventare meta di pellegrinaggi spontanei da parte della popolazione, anche da fuori città.

    La bottega con l’immagine della Madonna si trovava non lontana dalla Vangadizza e ricadeva nelle proprietà della famiglia del nobiluomo veneziano Giovanni Francesco Loredan, che nel 1716 inviò delle suppliche al Senato della Repubblica Veneta e all’Abate Commendatario della Vangadizza, Card. Pietro Priuli, per l’erezione a proprie spese di un Oratorio al posto della bottega di sua proprietà.

    Dai vari carteggi a riguardo, volti a perorare la costruzione dell’edificio, si rileva come la motivazione della richiesta consistesse nel dare un giusto e dignitoso riparo all’immagine sacra, cui il patrizio era particolarmente devoto anche per una grazia ricevuta. Ma anche per un altro motivo, più “curioso”, e cioè per dare una comodità alla sua famiglia, che nei “tempi piovosi” avrebbe potuto partecipare alla Messa domenicale senza bagnarsi per raggiungere la più lontana parrocchiale di San Giovanni Battista.

    Il documento però che ci consente finalmente di stabilire la corretta datazione dell’Oratorio al 1719 è la licenza, datata 4 giugno di quell’anno, con cui Don Giuseppe Baccaglini, Pro Vicario Generale della Vangadizza, constata la corretta realizzazione dell’edificio sacro e autorizza la possibilità di celebrarvi i riti sacri secondo i canoni stabiliti.

    Al momento la documentazione reperita (ma ci sta lavorando sempre il prof. Viaro) non ci dice esplicitamente chi fu l’architetto della costruzione, anche se appare fortemente plausibile l’attribuzione a Giorgio Massari (1687-1766), sia per lo stile della chiesa sia perché era l’architetto di fiducia della famiglia Loredan.

    Si tratta di un nome famoso, il maggiore architetto veneziano del suo tempo, autore di opere importanti sia a Venezia – come Palazzo Grassi, Palazzo Rezzonico e le Chiese dei Gesuati e di San Marcuola – sia in terraferma, come la famosa Villa Cordellina di Montecchio Maggiore.

    Aspetti artistici ed architettonici

    Esternamente l’Oratorio si caratterizza per una facciata neoclassica, in stile palladiano, coronata da un frontone triangolare, con cornice a dentelli. Al centro del timpano si trova una piccola apertura circolare con un sole raggiato in marmo. La facciata è rinserrata agli angoli da semicolonne binate corinzie che si elevano al di sopra di alti basamenti.

    Sempre al centro si apre un grande portale, con cornice in marmo, sormontato da architrave, mentre più in alto si trova un ampio finestrone a lunetta.

    Nelle pareti oblique, che raccordano la facciata ai fronti laterali, vi sono i bassi portali feriali, di cui uno successivamente murato, e al di sopra di questi si trovano due nicchie che accolgono due grandi statue in pietra, su mensoloni, raffiguranti la Fede e la Carità. Più laterali stanno altre due statue di Santi a cui il tempo non ha risparmiato una certa usura.

    L’interno è a unica campata con pianta ottagonale e volta a botte, originariamente sormontata da una lanterna in legno e vetri che doveva dare una gran luce all’edificio. Purtroppo la stessa è stata demolita e chiusa nel secolo scorso a causa della sua distruzione dovuta a un fortunale.

    Nelle pareti laterali, non decorate, si inseriscono nicchie a tutto sesto che accolgono le pregevoli statue dei profeti Mosè, Daniele, Geremia e Re Davide, attribuite allo scultore carrarese Pietro Baratta (1668-1729).

    L’abside si presenta semicircolare, coperto da una volta a catino, con uno stupendo altare marmoreo policromo attribuito a Giovanni Marchiori (1696-1778), con la presenza di statue raffiguranti San Francesco delle Stimmate, Sant’ Antonio da Padova, San Domenico di Guzman, fondatore dell’Ordine dei Predicatori, e una Santa ancora non ben identificata, nonostante alcuni simboli presenti nella raffigurazione (abito monacale, corona in testa e libro in mano). Purtroppo negli ultimi anni risultano spariti – non si sa bene come – sia il pregevole giglio che il Santo reggeva, sia la grande Croce lavorata che era nelle mani del Poverello di Assisi.

    Sopra l’altare, inserito in un imponente e baroccheggiante baldacchino, sempre marmoreo, sta il quadro della Madonna con il Bambino, sorretto e attorniato da eleganti statue di angeli. In realtà l’immagine che si vede oggi è una artistica copia fotografica su tela, realizzata e donata dal gruppo Ctg La Mongolfiera, in memoria del socio Carlo Andreella, prematuramente scomparso, mentre il prezioso quadro originale è custodito per motivi di sicurezza presso la Canonica dell’Arcipretale.

    Non conosciamo l’epoca di origine e la storia specifica dell’immagine della Vergine, ma si tratta di un dipinto staccato da un muro con una tecnica particolare e inserito in una cornice. Alle figure della Madonna e del Bambino, in occasione di un restauro a Venezia del 1957, sono state aggiunte due corone d’oro con pietre preziose incastonate, e questo è il motivo per cui l’originale non è qui conservato, essendo l’Oratorio da anni per lo più chiuso e incustodito. Una curiosità ulteriore, ma degna di nota, dato il personaggio: le preziose corone apposte all’immagine furono benedette dall’allora Patriarca di Venezia, il Cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, colui che divenne Papa l’anno successivo con il nome di Giovanni XXIII, conosciuto come il “Papa Buono” e poi fatto Santo.

    Sempre nella citata Casa Canonica di San Giovanni Battista, si trovano anche alcuni altri quadri, di discrete dimensioni, raffiguranti miracoli della Madonna della Salute e provenienti dall’Oratorio. Tra questi ex-voto, uno sembra raffigurare un prodigio nei confronti di una fanciulla muta che riacquista l’uso della parola grazie all’intercessione della Vergine. Considerati gli abiti nobiliari della ragazza e dei suoi famigliari che le stanno attorno, probabilmente si tratta di una ragazza appartenente alla stessa casata dei Loredan e questo potrebbe anche spiegare la particolare devozione verso Maria del fondatore dell’Oratorio, già accennata prima.

    Ma ci resta da sottolineare ancora un’ultima curiosità: sul retro dell’altare si apre uno stretto cunicolo che si introduce all’interno dello stesso. Al termine di questo si può ancora intravvedere, tra resti di decorazioni e di angeli dipinti, la scritta “Ecce Virgo” e su una lastra di alabastro una figura quasi del tutto scomparsa della Madonna. E’ con tutta probabilità l’antica immagine miracolosa esistente sul muro della bottega, origine del culto popolare, e attorno alla quale è stato poi edificato, come abbiamo visto dai documenti, l’Oratorio che ancora oggi possiamo ammirare.

    Le mani dei devoti, che negli anni l’hanno sfiorata per farsi il segno della croce, l’hanno oramai quasi completamente cancellata, per cui si possono oramai solo intuire i contorni dell’immagine, che però appare simile a quella presente negli ex voto già citati. Attorno, poi stanno numerosi graffiti a mano, vergati a matita o incisi nelle pareti, che riportano nomi, date o località di provenienza degli antichi visitatori di due secoli fa. È un caso in cui la “maleducazione” dello scrivere sui muri si è tramutata in una testimonianza storica.

    Come già detto, ogni anno, il 21 di novembre si celebra la ricorrenza con una grande festa e processione. Per l’occasione viene riportato all’Oratorio il quadro originale della Beata Vergine della Salute per la venerazione dei fedeli che accorrono in gran numero, mentre la contrada viene animata tutta la giornata da un caratteristico e affollato mercatino autunnale.

    L’autore del testo, Alberto Ferrari è attualmente presidente provinciale del Comitato del CTG di Rovigo, Associazione nazionale fondata nel 1949, e di cui è stato anche ai vertici romani per molti anni, ricoprendo i ruoli di Segretario Generale e Presidente Nazionale. Sempre a Roma è stato pure Segretario Generale dell’Associazione Ambientalista Movimento Azzurro, mentre a Bruxelles ha rappresentato il mondo delle realtà del Turismo Sociale italiano nel Consiglio dell’OITS, l’Organizzazione Internazionale del Turismo Sociale.

  • Palazzo Bentivoglio a Castelmassa

    Palazzo Bentivoglio a Castelmassa

    Elegante ed appariscente, sulla piazza principale di Castelmassa si eleva Palazzo Bentivoglio di proprietà della famiglia Cazzola.

    Un immobile storico del quale, nonostante innumerevoli ricerche, non è stata rinvenuta la documentazione più antica: quella relativa alla data di costruzione del “Casino dominicale dei Bentivoglio” da cui ha avuto origine l’attuale palazzo.

    Si può ipotizzare che la costruzione si collochi tra il 1609, anno di inizio della bonifica “Bentivoglio”, ed il 1638 anno di costituzione del “Monte Bentivoglio” in cui si accenna alle tenute di Massa.

    Ma per parlare del palazzo e della storia che lo attornia, dobbiamo partire dalla famiglia di cui il Palazzo porta il nome: i Bentivoglio.

    Origine del casato

    I Bentivoglio hanno origini antichissime, feudatari insediatisi a Bologna già nel XIV secolo. Attorno alla metà del 1400 e gli inizi del 1500 prendono possesso della città e, per circa 40 anni, ne diventano i Signori, esercitando un ruolo di primo piano sulla storia di Bologna in ambito non solo politico e militare ma anche culturale, affermandosi come grandi mecenati delle arti e delle lettere.

    Nel 1506, con l’annessione del capoluogo allo Stato Pontificio, i Bentivoglio furono costretti a spostarsi a Ferrara, trasferendosi presso quello che ancor oggi è conosciuto come Palazzo Bentivoglio (nell’attuale via Garibaldi), mantenendo sempre buoni rapporti con gli Estensi tanto che ricoprirono incarichi di rilievo nel governo della città.

    La Bonifica Bentivoglio

    Nel 1600 Enzo Bentivoglio si offrì di continuare l’opera di bonifica dei territori ferraresi compresi tra il Po e il Tartaro, iniziata dal padre Cornelio. Chiese ed ottenne dal Papa il permesso di procedere con la bonifica, a carattere speculativo, di circa 20.000 ettari di territorio, tra cui il piccolo borgo di Massa Superiore, l’attuale Castelmassa, adducendo motivi di pubblica utilità.

    Ottenuto il permesso, nel 1609 iniziarono le opere di bonifica che trasformarono gradualmente quei territori paludosi in terreni fertili e produttivi, grazie ad un complesso sistema di drenaggio del terreno in vari canali che confluivano in un condotto principale che si riversava nel Po. Nel progetto di bonifica entrò anche il conte Alessandro Nappi la cui famiglia aveva dimore e terreni a Massa Superiore.

    Le risorse delle due casate non furono però sufficienti per completare l’opera per cui, su concessione del Papa, furono costituiti i cosiddetti “monti”, una sorta di strumento finanziario con il quale venivano raccolte dai privati delle quote per finanziare l’opera. Nonostante le contestazioni dei possidenti locali, l’opera di bonifica fu portata a termine nel 1618 e rappresentò l’evento storico-ambientale determinante al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e al progresso di tutta la zona.

    Alla bonifica agraria seguì la costruzione di numerosi edifici sparsi nel territorio: corti coloniche, magazzini/granai, chiese, ville e casini dominicali. Di conseguenza fu notevole l’incremento demografico, che subì una forte impennata. Massa Superiore passò nel corso di due secoli da circa 600 abitanti nel 1600 a 4.000 nel 1800.

    Mentre il conte Nappi riuscì a rientrare dai debiti contratti con i propri azionisti, i Bentivoglio risultavano ancora debitori di ingenti somme e questa situazione li costrinse ad ipotecare molte proprietà tra cui quelle di Massa Superiore, Zelo e Stienta che vennero date in enfiteusi ai “montisti”, cioè agli azionisti del “Monte Bentivoglio”.

    L’impresa finanziaria avviata da Enzo Bentivoglio non ebbe pertanto esito positivo per il casato, tanto che nel 1766 i “montisti” vennero riconosciuti liberi proprietari dei beni ipotecati con sentenza della Corte Apostolica, diventando di fatto condomini proprietari. E da allora il Palazzo, sede amministrativa del complesso dei beni dei montisti divenuti proprietari, fu conosciuto anche come “Condominio Bentivoglio”.

    La storia del Palazzo

    L’aspetto attuale è frutto di diverse ristrutturazioni. Nel corso degli anni, infatti, l’edificio si unì ad altre costruzioni confinanti e nel 1835 venne fatta una sistemazione complessiva innalzandolo di un piano.

    I lavori durarono circa 20 anni e la data della presunta fine, era presente sul pianerottolo della scala principale che con l’ultima ristrutturazione è stata tolta e sostituita con le iniziali dei proprietari “CG” Cazzola – Greco.

    L’intervento, terminato nel 1858, trasformò radicalmente l’architettura dell’edificio rendendolo la struttura più imponente della piazza, diventando un simbolo tangibile e imponente dell’influenza economica della famiglia Bentivoglio in Polesine. Questa prima ristrutturazione ha fatto riaffiorare il pavimento originale in terrazzo veneziano e gli affreschi del soffitto.

    In tutta la documentazione nota, il palazzo viene costantemente descritto come “rimaneggiato”, termine che chiarisce come le alterazioni subite nel tempo si siano discostate dall’iniziale stile architettonico, anche se la trasformazione più incisiva è stata quella ottocentesca, tanto che oggi l’edificio si presenta con caratteristiche estetiche tipiche delle grandi residenze del tempo, con elementi neoclassici.

    La facciata principale dell’edificio che dà su Piazza della Libertà è imponente ma semplice, caratterizzata da mattoni faccia a vista, tipici dello stile ferrarese.

    Il piano terra è caratterizzato da un porticato ad archi ribassati sostenuti da doppie colonne sormontate da un semplice capitello. Salendo con lo sguardo, osserviamo la facciata movimentata dalla presenza di cornicioni marcapiano, doppi nei piani nobili e singoli per il sottotetto. Le finestre sono tutte poste in corrispondenza delle arcate del porticato, creando ritmo e simmetria. Al di sopra dell’arcata centrale si trova un terrazzino appena aggettante, sul quale affaccia una porta.

    Sotto allo spiovente del tetto sono visibili le finestrelle del granaio, sempre poste in corrispondenza degli archi e delle finestre del piano nobile, per creare continuità e simmetria.

    Dopo un periodo di declino e mancanza di manutenzione, agli inizi degli anni ‘90 del secolo scorso l’intera proprietà venne acquistata da una società per conto della famiglia Cazzola. Furono avviati consistenti lavori di restauro che interessarono sia l’edificio principale che si affaccia sulla Piazza, che i fabbricati della corte interna e i giardini.

    I lavori furono completati nel 1995 ed attualmente il complesso comprende molteplici unità funzionali: cinque unità residenziali; quattro unità adibite ad uffici; alcuni garage; una palestra; un granaio che oggi viene affittato a chi ne fa richiesta, per ricevimenti, banchetti ed eventi di vario genere.

  • Il Museo della Torre Colombaia

    Il Museo della Torre Colombaia

    Nella campagna di Pontecchio, ai confini con Guarda Veneta, si erge villa Salvioni costruita alla fine del ‘500.

    La villa, acquisita dalla famiglia Fracasso nel 1967, sorge all’interno di una cinta muraria che la separa dalla vasta campagna. È completata da un oratorio dedicato a San Giovanni Battista e da una torre colombaia che, solitaria, si innalza discosta di un centinaio di metri dalla casa padronale sulla cui facciata è presente lo stemma della famiglia Salvioni: è costituito da 2 leoni rampanti verso un vaso di fiori (forse salvia) poggianti su un ponte a 4 arcate e sottostante bandiera a strisce.

    Nel 2023, Lodovico Fracasso, attuale proprietario della villa, ha avviato i lavori di restauro della colombaia, affidati allo studio Massarente.

    La torre presenta un’altezza di 18 metri e svetta sulla campagna di Pontecchio Polesine offrendo, dal piano più alto, una accattivante vista degli argini del Po, che scorre a poco più di un km di distanza. La torre, a pianta quadrata di 5 metri di lato, si articola in 4 piani oltre al piano terra.

    Sono state ricostruite le scale in legno che permettono l’accesso alle oltre 1000 nicchie in laterizio che ospitavano i nidi dei piccioni. Il tetto, in travi di legno e rivestito con coppi e tavelle, è stato ricostruito utilizzando tecniche antiche: è stato montato a terra ed issato sulla Colombaia tramite una gru alta più di 30 metri. Il restauro, completato nel 2025, ha previsto anche un sistema di illuminazione interna ed esterna e la connessione internet.

    Il progetto di recupero, cofinanziato con fondi del PNRR, prevedeva la realizzazione di un ecomuseo per la cui realizzazione Fracasso si è affidato al Gruppo Archeologico di Villadose presieduto da Enrico Maragno. È stato costituito un gruppo di lavoro cui hanno partecipato anche l’archeologa Sandra Bedetti, l’architetto Cinzia Pozzato e Graziano Zanin del Gruppo Fotografico Athesis di Boara Pisani. Si è deciso di sviluppare tre temi: colombaie e allevamento dei colombi, storia del territorio di Pontecchio e dintorni e coltivazioni che si sono succedute in questo territorio dall’età del Bronzo ai tempi moderni.

    Sono stati realizzati 19 pannelli con testi e fotografie, integrati con QR Code che rimandano alla traduzione dei testi in inglese e all’approfondimento sugli argomenti trattati.

    I primi tre pannelli sono dedicati alle colombaie e riportano tra l’altro le raccomandazioni del grande architetto Vincenzo Scamozzi utili per la realizzazione di questi particolari edifici. L’allevamento, che ha radici nell’antichità, era molto praticato nel Rinascimento per la sapidità della carne, per le uova e per il guano che era un ottimo fertilizzante.

    Per quanto riguarda la storia della zona sono stati allestiti 6 pannelli dedicati all’età del Bronzo, al periodo etrusco, all’età romana, al Medio Evo, al Rinascimento e all’età moderna. E’ incredibile come questo territorio sia stato frequentato nel corso dei secoli, a partire dal Bronzo Medio, documentato dal sito della Zanforlina datato al 1600 a.C. che si trova a circa 800 metri dalla colombaia. Poi le presenze di Etruschi e romani dipendenti dal municipio di Atria che hanno sfruttato le risorse agricole anche con la realizzazione di centuriazioni. Nel Medio Evo è documentata in zona la presenza bizantina grazie al rinvenimento di monete di Costantino IV alla Bordeghina. Poi – dopo gli Adelardi, feudatari ferraresi che erigono una serie di castelli lungo il Canal Bianco – arrivano gli Estensi. Nel Rinascimento si assiste alla bonifica attuata da Ercole d’Este nel 1471, dopodiché arrivano i Veneziani che, dopo la guerra del Sale nel 1484, acquisiscono Pontecchio e Polesella e l’accesso al Po. In epoca moderna, dopo l’arrivo dei Francesi e successivamente degli Austriaci, il territorio nel 1866 passa al regno d’Italia. Segue un periodo caratterizzato da grande miseria e alluvioni che spingono molti abitanti all’emigrazione.

    Oltre ai pannelli illustranti il succedersi delle epoche e delle vicende della storia, nella restaurata torre colombaia sono stati collocati altri 8 pannelli dedicati a particolari coltivazioni che hanno connotato il territorio: il gelso e baco da seta, il mais, la vite, il vino marzemino, la barbabietola, la canapa, l’aglio bianco, il grano duro.

    Sono molte le informazioni interessanti presenti nei testi: per esempio nel pannello dedicato al Marzemino si cita una poesia del 1786 in cui l’abate di Arquà Polesine, Pietro Bertaglia esalta il vino prodotto dai Salvioni a Pontecchio.

    Nel pannello dedicato alla barbabietola si ricorda che fu Napoleone a promuoverne la coltivazione in Francia e a realizzare i primi zuccherifici nel 1811, mentre la coltivazione della canapa fu introdotta dalla Serenissima per la produzione di corde e vele necessarie alle navi che uscivano dall’arsenale.

    La coltivazione del mais, importato dall’America è segnalata in Polesine a partire dalla metà del 1500. Invece l’allevamento del baco da seta nelle famiglie contadine era un’attività integrativa al lavoro agricolo e ha favorito la piantumazione nelle nostre campagne di molti alberi di gelso.

    Il Grano duro invece viene coltivato nel nostro territorio solamente dagli anni 70 del ‘900 dopo che una sperimentazione dell’Istituto di Agronomia ha dimostrato la sua coltivabilità in Norditalia.

    Il percorso interno, salendo i vari piani della torre, si conclude con la presentazione della pasta Fracasso, una eccellenza prodotta col grano duro coltivato a Pontecchio.

    All’inaugurazione dell’originale Museo verticale (l’unico in Italia) avvenuta il 20 settembre, hanno presenziato i sindaci della zona, la Regione Veneto col consigliere Laura Cestari e l’onorevole Nadia Romeo.

    Dopo la presentazione del museo da parte di Enrico Maragno e la benedizione del parroco di Pontecchio don Fabio Bolognesi, si è passati ad un rinfresco offerto dai proprietari con la collaborazione degli studenti dell’Istituto Alberghiero di Adria, nel corso del quale sono stati apprezzati i piatti a base di Pasta Fracasso.

    La famiglia Fracasso ha affidato la gestione delle visite della torre colombaia alla cooperativa Pop Out Servizi Culturali che garantisce apertura ogni ultima domenica del mese Tel. 3914983435.

  • La terra dei gorghi

    La terra dei gorghi

    La presenza di gorghi è una caratteristica peculiare del Polesine – specie nella parte terminale del corso dell’Adige e del Po – per cui può essere definito “la terra dei gorghi”. In nessuna altra parte d’Italia e forse dell’intera Europa sono stati così tanto presenti questi laghetti legati a rotte fluviali.

    In questo articolo presentiamo l’elenco dei gorghi ancora presenti ed i risultati di una ricerca bibliografica, cartografica e sul campo, raccomandando una attenzione particolare indirizzata alla conservazione, valorizzazione e gestione di queste forme acquatiche che contribuiscono alla ricostruzione della storia del nostro territorio.

    GORGHI ESISTENTI

    ARIANO NEL POLESINE:

    Gorgo Rotta Martino (area SIC IT3270006)* è nato in seguito alla rotta del Po del 1705 ed è ubicato a nordest della frazione san Basilio in località Ariolo.

    Gorgo di Cà Florida, ubicato circa 1 chilometro a nord della frazione di Rivà, lungo la via Romea.

    Gorgo Rotta Grande, già presente nella Carta Militare Austriaca del 1814, risulta oggi ridotto di dimensioni e si trova lungo la via Romea tra le frazioni di Rivà e Piano, nei pressi di Palazzo Nichetti.

    ARQUA’ POLESINE:

    Gorgo di Borgata Gorgo: mostra una forma rettangolare ed appare nelle carte dell’Estimo Veneto del 1708, è ubicato subito a nord della strada che collega Arquà Polesine a Villamarzana.

    BADIA POLESINE:

    Gorgo del Bisatello in località Villa d’Adige a 300 metri dall’argine destro dell’Adige vicino a Castagnaro, cartografato in una mappa del 1833 come un gorgo di grandi dimensioni, venne in seguito in parte interrato ed oggi ci troviamo con due gorghi divisi da via Fornace.

    BERGANTINO:

    Gorgo le Giare, di forma circolare venne generato dalla rotta del Tartaro del 1767, si trova lungo via Tartaro a breve distanza dall’argine destro del Canalbianco e dalla località Torretta.

    BOSARO:

    Gorgo della Fossa, deriva il nome dalla Fossa di Polesella ed è posizionato tra l’argine destro del Canalbianco e via dei Turolla, risulta nelle mappe del 1775 e 1842 ma poi scompare per riapparire dopo l’alluvione del 1951.

    CASTELNOVO BARIANO:

    Gorgo Marola, risulta di forma rettangolare ed appare nella mappa catastale del 1842; è localizzato a nord-est della frazione di San Pietro Polesine, in adiacenza all’argine destro del Canalbianco.

    CAVARZERE:

    Gorgo di Cà Labia (geosito n. 30 della provincia di Venezia)**, cartografato nel 1892, risulta ora di ridotte dimensioni rispetto al passato ed è localizzato poco a sud dello scolo Tartaro in località Cà Labia, che si trova a sud-ovest del centro urbano.

    FIESSO UMBERTIANO:

    Le Gorghe è rappresentato in una mappa del Catasto datata 1842, si trova a nord della frazione Ospitaletto, lungo la via Traversagno che lo separa in due bacini di forma irregolare.

    GIACCIANO CON BARUCHELLA:

    Gorghetto, mostra dimensioni ridotte, è di forma ovale e si trova in adiacenza all’argine destro del Canalbianco tra Zelo e San Pietro Polesine e viene rappresentato nella mappa catastale del 1842.

    OCCHIOBELLO:

    Gorgo di Occhiobello, creato dall’alluvione del 1951 e presenta un andamento stagionale, in quanto scompare nei periodi di magra; è ubicato nella golena del Po tra Occhiobello e Santa Maria Maddalena.

    PETTORAZZA GRIMANI:

    Gorgo Leze, ubicato 400 metri a sud dell’argine destro dell’Adige e circa 1 chilometro a nord-est della località Botti Barbarighe è stato generato dall’alluvione del novembre 1951.

    PINCARA:

    Gorgo Dolfin, è di forma circolare ed è ubicato ad ovest del centro urbano, delimitato in parte dalle vie Traversagno Marconi; già rappresentato nel catasto del 1842.

    ROSOLINA:

    Gorghi di Cà Diedo, localizzati tra l’argine destro dell’Adige e la strada 309 Romea. 2 gorghi del Po di Tramontana, si trovano entro il paleoalveo dell’estinta ramificazione del Po delle Fornaci.

    TAGLIO DI PO:

    Gorgo Cà Nunziatella, già presente nella Carta Militare Austriaca del 1814 e nella mappa catastale del 1842, si trova circa 2 chilometri a sud del centro urbano, tra via del Gorgo e via Romea

    TRECENTA:

    Gorghi di Trecenta (area SIC IT3270007)*, Gorgo della Sposa, Gorghi Magon, Gorgo Bianco, Gorgo Gaspera, Gorgo Bottazza, Gorgo Zucolo. Si trovano nell’area interna al paleoalveo del Po di Adria, ad ovest del centro urbano.

    Gorgo Magarino, ubicato a sud-ovest di Sariano e un tempo di notevoli dimensioni, oggi è ridotto a due piccole aree acquatiche divise.

    Gorgo Malopera si trova a Pissatola, lungo il corso del canale Malopera, nella parte settentrionale del territorio di Trecenta.

    Totale gorghi esistenti: 26

    * SIC = Sito di Importanza Comunitaria della Rete Natura 2000.

    ** Geosito = Luogo di interesse geologico censito da SIGEA e prov. di Venezia.

    GORGHI ESTINTI

    ADRIA:

    Gorgo dei Preti, venne interrato nel lontano 1498 in quanto rappresentava un pericolo per la città (Romagnolo e Bocchi).

    Gorgo della Goresina vicino alla località Curicchi di Bottrighe (Romagnolo).

    Gorgo di Corcrevà nei pressi dell’omonima località poco a nord di Bellombra (Romagnolo).

    ARIANO NEL POLESINE:

    Gorgo della Scala, localizzato tra l’intersezione del vecchio Scolo Veneto con il cordone di san Basilio, viene rappresentato nella Carta del Ferrarese del 1814 e venne chiuso negli anni 50-60 del 1900 (Bondesan M.).

    Gorgo Rotta Piccola detta della Crocetta Capellona, presente a Rivà nella Carta del Polesine di Rovigo 1786 di Marchetti-Milanovich.

    Un gorgo era presente nella cartografia del 1972, localizzato lungo la via Romea subito ad ovest del cordone di dune fossili noto come cordone di Rivà, poco a nord della Rotta Grande.

    Altri Quattro gorghi sono rappresentati nella Carta del Magistrato Acque del 1972, sul lato occidentale del cordone di dune fossili denominato di San Basilio.

    ARQUA’ POLESINE:

    Gorgo de’ Malagugini, nei pressi dell’abitato (Romagnolo).

    CASTELGUGLIELMO:

    Gorgo di Castelguglielmo, era ubicato nei pressi della piazza (Romagnolo).

    CAVARZERE:

    Gorgo Mirabello localizzato in località Cà Labia oppure nelle vicinanze di Lezze (Ferrarese).

    Gorgo della Beba in località Buoro Vecchio ad est dell’attuale gorgo Labia (Levorato).

    CEREGNANO:

    Gorgo Grumolo prende il nome dalla località posta circa 1 chilometro ad ovest di Ceregnano ed è localizzato tra via Risorgimento e la vecchia curva della strada provinciale 4 (Romagnolo).

    GIACCIANO CON BARUCHELLA:

    Gorgo di Cà Nova nelle campagne ad ovest di Giacciano (Bondesan M.).

    LOREO:

    Nelle tavolette IGM del 1892 e del 1934, poco ad ovest del rilevato stradale di via Retinella viene riportato l’idronimo “il Gorgo”, senza evidenziarne la forma. Il gorgo non compare nella carta topografica del 1950.

    PAPOZZE:

    un grande Gorgo si generò nelle adiacenze dell’argine sinistro del Po di Venezia nel 1790, risulta rappresentato nella carta del Ferrarese del 1814 e venne chiuso tra il 1947 – 1949 (Bondesan M.).

    PORTO VIRO:

    Due gorghi, uno in località Fornaci vicino all’argine destro del Po di Levante in prossimità del toponimo Chiavichino ed il secondo poco a sud della località Cao Marina. Sono entrambi presenti nella cartografia IGM del 1897, ma il primo è già rappresentato nella mappa catastale del 1852.

    ROSOLINA:

    Tre gorghi, uno nella zona compresa tra l’argine destro dell’Adige, il canale Po-Brondolo e la linea ferroviaria Rovigo-Chioggia, tra osteria Tiozzo e palazzo Doria segnati nell’IGM del 1897. Un secondo gorgo di forma allungata era presente nella località Volto di Rosolina in via Aldo Moro, che risulta rappresentato nella tavoletta IGM del 1966. Il terzo, di ridotte dimensioni e di forma circolare era sito in via Dune nella parte periferica a nord-ovest del centro urbano.

    ROVIGO:

    Gorgo della Spianata ancora presente nel 1904, viene indicato a km 2,5 da Rovigo sulla via del Bosaro con una profondità di circa 6 metri rispetto al piano stradale (Lorenzi).

    Gorgo di Santa Libera presso la località Borsea con una profondità misurata nel 1904 di circa 5 metri rispetto al piano campagna adiacente (Lorenzi).

    TRECENTA:

    Gorgo dell’Osteria, si trovava nella zona del vecchio ospedale, tra viale De Amicis e viale D. Alighieri ed era rappresentato nel Catasto Napoleonico, è stato chiuso nel 1935 (Bondesan M.).

    Gorgo Spino era ubicato lungo la via omonima, in un’area poi occupata da vasche per allevamento ittico.

    Gorgo Marzanata è stato chiuso alcuni anni fa, era rappresentato nel Catasto Austro Italiano del 1842 con una forma circolare ed in posizione esterna all’Argine Circondariale.

    ALTRI GORGHI ESTINTI NON LOCALIZZATI

    Gorgo Gottola (Romagnolo)

    Gorgo Giacomelli presso il Tartaro, “….altri gorghi erano segnalati a Bergantino, Ceneselli, Ficarolo, Castelguglielmo e Gaiba in località Trento” (Bondesan M.).

    Totale gorghi estinti non localizzati: 7

    TOTALE GORGHI IN POLESINE:

    26 + 28 + 7 = 61

    Tre gorghi tre storie, 61 gorghi 61 storie

    Tra gorghi attivi, estinti e non localizzati sono ben 61 i gorghi polesani, per ognuno dei quali esiste una storia particolare. Ci soffermiamo ora a considerare tre gorghi, evidenziando la loro storia.

    IL GORGO ROTTA MARTINO AD ARIANO NEL POLESINE

    Il gorgo denominato Rotta Martino è stato generato dalla rotta del Po Grande a Corbola avvenuta alle nove della sera del 5 novembre 1705. È detta “rotta del Prete” perché avvenne in vicinanza della Canonica di don Sante Forza.

    L’argine del Po cedette tra Santa Maria in Punta e Corbola vecchia, nel froldo del Polesinello nell’area denominata la bassa di don Santo. Questa è stata la più grossa rotta storica locale, la massa d’acqua alluvionale ricoprì l’intera isola di Ariano e scavalcò gli argini del Po di Goro, allagando anche parte del territorio ferrarese.

    Il gorgo risulta ubicato a circa 10 km dal luogo di origine della rotta fluviale, pertanto le acque alluvionali hanno incontrato dapprima il cordone di dune fossili di S. Basilio e lo hanno superato, aprendo un varco fino al successivo allineamento dunoso, il cordone di Cantarana, dove si è generato il vortice ad asse verticale che ha creato la cavità.

    Il varco arginale venne chiuso nel 1716, pertanto la falla fu lasciata aperta per oltre 11 anni e questo permise la bonifica per colmata di vaste aree depresse, rendendo di conseguenza l’isola di Ariano più abitabile. Durante questo decennio gli abitanti di Corbola furono costretti ad abitare sugli argini del Po, vivendo in capanni di canna e paglia.

    IL GORGO LEZE (LEZZE) A PETTORAZZA GRIMANI

    Nel territorio comunale di Pettorazza Grimani si trova ben segnalato un laghetto con due indicazioni stradali di tipo turistico (colore marrone) che riportano l’idronimo “gorgo Lezze”. La località Lezze, attribuita al gorgo, si trova tuttavia nel territorio comunale di Cavarzere.

    Nella pubblicazione di M. Bondesan del 1995, era stato conferito il nome “gorgo di Botti Barbarighe”, ma l’autore stesso ammetteva che l’attribuzione era impropria, in quanto il gorgo è sito in località Scuole. Nella successiva pubblicazione “I gorghi del Polesine” del 2004, diventa gorgo Leze. Per questo gorgo veniva indicata una profondità di circa 5 metri e nel recente passato un utilizzo per la pesca.

    La cavità è stata creata dall’alluvione del Po del 1951, quando il 18 novembre 1951 le acque provenienti da ovest hanno incontrato il rilevato dell’argine sinistro del Canalbianco e del Canale Po-Brondolo. La massa d’acqua ha invertito la direzione andando da est verso ovest fino a raggiungere quasi Rovigo. In questo imprevisto cambio di direzione, la massa alluvionale ha incontrato l’ostacolo costituito dalla strada provinciale n. 30, peraltro limitato a poco più di un metro. Le acque dell’alluvione, prima di sormontare o sfondare il rilevato stradale hanno trovato nei sedimenti sabbiosi del dosso dell’Adigetto la possibilità dell’innesco dell’erosione, generando così il gorgo. La commissione Bellezze Naturali di Rovigo riporta che “…il vortice scalzò il terreno, fece franare il terrapieno della strada e inglobò un’abitazione che era situata in quel posto”.

    Riguardo la località Lezze, il nome deriva da l’Adese che passa a Ladese, poi l’Ese, ancora a Lese e quindi Lezze. Nella carta del Polesine di Rovigo di Marchetti – Milanovich del 1786 troviamo scritto “Adigetto morto detto anche Lezze”.

    L’Associazione Salute Ambientale “Il Tarassaco” ha in gestione “l’Oasi del Gorgo Leze” da aprile 2022. Nell’ambito del progetto “Centoboschi” ha provveduto al ripristino della biodiversità mediante rimboschimento perimetrale, la messa a dimora di vegetazione acquatica e l’immissione di fauna ittica. Inoltre ha provveduto all’apposizione di nidi per uccelli, mammiferi e insetti pronubi. L’accesso al luogo è soggetto ad autorizzazione che si ottiene inquadrando il QR Code presente in un pannello illustrativo posto all’ingresso e compilando la richiesta.

    IL GORGO LABIA A CAVARZERE

    Poco a sud dello scolo Tartaro, in località Cà Labia si trovano i resti di quello che nel passato era un gorgo di più ampie dimensioni. La forma relitta si colloca su una ramificazione estinta dell’Adige che si staccava poco prima del centro urbano e seguiva all’incirca il corso dell’attuale Tartaro; la sua origine viene attribuita ad una rotta in destra Adige avvenuta probabilmente nel corso del 1800.

    Abbiamo la testimonianza della presenza del gorgo Labia nella tavoletta IGM del 1892 con dimensioni maggiori della forma attuale, in quanto un parziale interramento è stato operato qualche decennio fa.

    Il piccolo gorgo è stato inserito tra i geositi della provincia di Venezia con il numero 30, pur tuttavia non è fornito di alcuna indicazione e neppure presenta alcun pannello illustrativo. Trovandosi collocato all’interno della campagna coltivata, senza una strada di avvicinamento agevole, risulta di difficile individuazione ed accesso. Rispetto ad altri gorghi, è quasi del tutto assente la vegetazione arbustiva ed arborea che cresce spontaneamente a forma di corona sulle sponde, la presenza vegetale qui si limita al contorno perimetrale di canna palustre.

  • La Beata Vergine del Pilastro

    La Beata Vergine del Pilastro

    A tutti nota come la Chiesa della Madonna del Pilastro, sembra essere, oggi, una presenza “dormiente” nella campagna polesana.

    Nella sua sobria architettura ad unica navata rettangolare (11 x 20 m, alt. 11 m) con abside a base quadrata, si trova lungo la strada che collega Loreo a Porto Viro, sulla quale si presenta con una facciata con tetto a capanna. Quattro lesene, su basamenti aggettanti, slanciano la semplice facciata verso un timpano sommitale con oculo e cornicione. Un portale con due finestre frontali, e altre laterali, arieggiano e illuminano l’interno.

    Osservando l’architettura, con i segni delle sue trasformazioni nel tempo, è facile intuire come la chiesa sia stata rimaneggiata diverse volte nella sua storia. Le parti a nord e ad est sono connesse ad altri ambienti (privati), oggi, ad uso di civile abitazione, ma sorti nel passato come ambienti conventuali.

    Gli interni evidenziano un ampio spazio luminoso. Marmi bianchi, rosa e policromi, ricoprono il pavimento e impreziosiscono, nelle gole definite da sobri archi di trionfo, l’altare maggiore e due altari laterali settecenteschi. Slanciate lesene perimetrali sostengono un imponente cornicione in raccordo con un ampio soffitto ligneo a cassettoni. Simmetrici all’altare si trovano due ambienti adibiti a sacrestia.

    Il campanile è collocato ad est dell’edificio in connessione con l’altare laterale. Osservando l’impianto architettonico circostante, ciò fa intuire che una originaria edificazione della chiesa rispettasse i canonici orientamenti ovest-est. Tale supposizione verrebbe avallata dal tamponamento della lunetta sulla facciata dell’altro altare opposto.

    Su queste brevi osservazioni si innesta un lungo passato fatto di storie e leggende, di bonifiche e di uso del territorio, di legami tra comunità locale e religiosità.

    Sorta nel 1153, rimaneggiata più volte nei secoli e definita, nella sua forma attuale nel 1615 per volontà del Vescovo Pier Paolo Milotti, la chiesa dedicata alla Beata Vergine del Pilastro risulta essere la più antica del territorio deltizio.

    Osservando le mappe storiche si notano simboli e informazioni molto preziose. Il piccolo nucleo urbano di Loreo è solcato da canali e delimitato ad est dal Po delle Formaci. Evidenti sono le chiese nel territorio, tra cui quella del Pilastro, il cui toponimo evidenzia una posizione e una funzione portuale, mentre ad oriente, sulle paludi marine, iniziavano a sedimentare embrionali litorali costieri.

    Le fonti storiche riportano che nel 1486 una congregazione di monaci Celestini si insediò qui, in quello che era un convento, poi soppresso dalla Serenissima nel 1769.

    I monaci, un po’ come era consuetudine in quel tempo, si dedicarono per secoli alla bonifica del territorio, alla coltivazione dei fondi rurali, ad opere di carità verso i bisognosi e alla preghiera. Sicuramente, vista la posizione del convento, offrivano ospitalità a viandanti, pellegrini e forestieri.

    Proprio a questi eventi si associa la narrazione della tradizione popolare. Un tempo lontano una signora chiese un passaggio, verso Cremona, ai titolari di due imbarcazioni pronte a salpare dal Pilastro di Loreo. La donna fu allontanata bruscamente dalla prima barca, mentre veniva benevolmente accolta a bordo nella seconda. Nella notte si scatenò un tremendo nubifragio sulla Pianura Padana. La prima barca affondò nelle acque del Po mentre l’altra raggiunse con particolare velocità la destinazione. I marinai scesero sottocoperta per vedere la signora, ma di lei non trovarono traccia. Si convinsero di aver assistito ad un miracolo. Tornati a Loreo, raccontarono il loro vissuto e, credendo di aver trasportato la Vergine Maria, si prodigarono a celebrare il miracolo rinforzando il credo mariano e onorando il luogo ecclesiastico del Pilastro di Loreo. A tale miracolo è dedicata l’opera pittorica che sovrasta il portale d’ingresso, un rifacimento dell’originale andato perduto.

    All’imponente dipinto si interfaccia una piccola scena pittorica mariana. Collocata sull’altare maggiore (di sobrio gusto rococò), incorniciata da una pregevole cornice dorata del XX sec., spicca una dolce immagine di Madonna con Bambino. Si tratta di una copia dell’originale seicentesca custodita oggi nella Chiesa della Santissima Trinità di Chioggia, facente parte, come inserto sommitale, della pala d’altare che celebra la Presentazione di Maria fanciulla al Tempio di Andrea Vicentino, XVII sec.

    Gli altari marmorei laterali presentano due dossali rococò con cimasa ad arco ribassato scomposto impreziosito da un emblema vescovile. L’altare a destra accoglie una tela che delinea un abate santo. L’aureola sul capo, con molte probabilità fa pensare alla figura di S. Pietro Morrone divenuto Papa Celestino V nel 1294, fondatore della congregazione dei Celestini, dei cui adepti si occuparono del convento con la chiesa del Pilastro dal 1486 al 1769.

    L’altare a sinistra risulta spogliato dalla sua tela originale, il cui vuoto viene rivestito da un tessuto rosso che accoglie al centro un dipinto della vergine, opera appartenente al patrimonio ecclesiastico della comunità loredana.

    Nonostante nella chiesa non si celebrino più i riti sacri, se non in eccezionali occasioni liturgiche, la comunità del Pilastro ricorda con particolare affetto il tempo in cui la chiesa era vissuta da bimbi, nonne e gente locale; adornata da paramenti e oggetti sacri (oggi custoditi nella chiesa arcipretale S. Maria Assunta di Loreo).

    Purtroppo, l’edificio avrebbe bisogno di cure particolari: umidità e lievi cedimenti strutturali sull’arcata absidale evidenziano lo scorrere del tempo. Una infiltrazione dal tetto è stata invece, recentemente, risolta grazie all’attenzione di alcuni fedeli locali che si prodigano con particolare apprensione alla cura del luogo sacro. Molto viene fatto dai residenti del Pilastro di Loreo, soprattutto da alcune donne che si dedicano alla pulizia del luogo, all’allestimento floreale sugli altari e all’organizzazione dei rituali sacri come l’allestimento del presepe, dell’apparato del mese dedicato al Fioretto (maggio) e soprattutto all’apertura della chiesa per la notte della Santissima Trinità a cui si lega la cerimonia dei Fradèi della Confraternita della Santissima Trinità che arriva in processione dal Duomo di Loreo.

    La comunità locale ha coinvolto anche il parroco, la curia e l’amministrazione comunale con un accorato appello al fine di poter programmare interventi per preservare questo patrimonio edilizio e religioso.

    Fede, devozione e legami culturali rendono unico questo luogo sacro. Uno scrigno d’arte e di storia che ancora è fortemente radicato nel territorio nonostante lo scorrere del tempo.

  • Le Ca’ del Delta

    Le Ca’ del Delta

    Di Ca’, cioè di case padronali veneziane nel Delta, costruite per lo più dopo il Taglio di Porto Viro (1600-1604) e il formarsi del Delta moderno, ce ne sono tante. E hanno dato il nome alla maggior parte dei paesi del Basso Polesine. Marina Bertoncin, nel suo libro Logiche di terre e di acque, 2004, dopo averne elencate alcune (Ca’ Cappello, Ca’ Venier, Ca’ Emo, Ca’ Labia, Ca’ Zen, Ca’ Vendramin, Ca’ Pisani, Ca’ Cornera, Ca’ Farsetti, Ca’ Tiepolo, Ca’ Garzoni, Ca’ Soranzo, Ca’ Dolfin, Ca’ Zuliani) scrive che “Sembra un appello di Canalgrande”. E aggiunge “Alcune di queste corti si consolidarono al punto da trasformarsi in centri abitati come Ca’ Vendramin, Ca’ Venier, Ca’ Zuliani e Ca’ Cappello. È proprio attraverso, questa, che lei chiama la “venezianizzazione del Delta”, che si sviluppa, da questo momento in poi, l’”identità” del Delta.

    Un’identità storica da preservare

    Per molti il ricordo di questo ruolo di avamposto veneziano – fondamentale per l’estensione del dominio della Serenissima non solo sull’asta navigabile del Po, ma anche sull’Emilia Romagna – è stato rimosso, dimenticato e riservato solo agli studiosi del passato. E così il Delta ha un po’ smarrito la sua identità storica. Una identità che ne fa un luogo unico nel Veneto, perché in nessun altro territorio regionale la terra è stata assegnata per intero e in modo esclusivo alle più famose famiglie patrizie di Venezia.

    È una specificità che è venuta sfumando nel tempo, con il ritiro dei signori veneziani, dopo la conquista napoleonica e il dominio austriaco, ma che invece rimane testimoniata e possiamo dire incisa nel territorio con il nome delle località.

    Una memoria da recuperare e da difendere, almeno per quello che ancora si può fare. Si sa che il Delta è noto in Italia e nel mondo per la bellezza della natura, per la varietà della flora e della fauna, ma ha anche un patrimonio edilizio singolare che va conosciuto e salvaguardato.

    Tutte le Ca’ hanno conosciuto trasformazioni, modifiche, ampliamenti ma tuttora si caratterizzano per alcuni elementi identificativi: non solo per le notevoli dimensioni, ma soprattutto per il salone passante, al piano terra e al piano nobile, per il terzo piano a granaio, per elementi di fregio sia interni sia esterni, per i rustici nelle vicinanze e per l’oratorio, richiesto da Venezia.

    Le Ca’ perdute

    Purtroppo non tutte le Ca’ hanno avuto la stessa importanza e si sono conservate. Tante sono andate perdute. Di alcune abbiamo solo il nome, ma neppure sappiamo se mai siano esistite, come Ca’ Renier, alla foce del Po di Levante, dove è rimasta una chiesa del 1737, o Ca’ Giovannelli, di una famiglia che nel Delta era proprietaria di ben tre prese (proprietà terriere), come pure Ca’ Avogaro, Ca’ Giustiniani, Ca’ Orio, Ca’ Sanudo, vicino alla chiesa di Rosolina, di cui abbiamo la collocazione nelle mappe storiche. L’identificazione di queste Ca’ perdute nei secoli scorsi richiede degli studi molto approfonditi.

    Molto più facile ricordare le Ca’ perdute negli ultimi 50 anni. Di alcune siamo riusciti, come CE.RI.DO.δ. (Centro di Ricerca e Documentazione del Delta) a ricostruire nel sito www.cadelta.it, con precisione, l’esistenza, attraverso foto, in particolare fornite dal fotografo Toni Gnan, e attraverso le mappe. Su altre abbiamo buone probabilità di aver individuato la collocazione e la funzione.

    È stato un lavoro impegnativo svolto da un gruppo di ricercatori, Giulia Becevello, Lara Girotti, Stefano Turolla, seguiti dal Comitato scientifico formato da Marina Bertoncin ed Elena Svalduz dell’Università di Padova, Luigi Contegiacomo, Antonio Giolo, Luciano Scarpante; c’è stata inoltre la collaborazione di molti altri esperti conoscitori del Delta, come si può vedere nel sito citato, a cominciare da Sandro Vidali e da Sandra Bedetti, a lungo presidente del CERIDO.

    La perdita di alcune Ca’ è qualcosa di imperdonabile, o perché erano tra le più antiche e famose, come Ca’ da Marina, detta “Il Castello”, e come Ca’ Cornera in destra Po di Venezia, o perché hanno dato il nome al paese, come Ca’ Donà.

    Nel sito citato si trovano le foto in particolare di Ca’ Cornera, imponente, con annesso oratorio, che si trovava in destra Po, dove tuttora esistono le località Cornera e Cornerina. Non siamo invece riusciti a ritrovare foto di Ca’ Cornera in sinistra Po di Venezia, demolita, come altre, per problemi idraulici: una Ca’ che si trovava nei pressi dell’attuale e più recente Ca’ Cornera adibita a ristorante e molto conosciuta per le mostre curate con sensibilità e competenza da Giampaolo Gasparetto.

    Altra Ca’ perduta è quella di Ca’ Cappellino, paese in cui attualmente c’è la sede di un gruppo scout e il museo del miele.

    Molti, percorrendo la suggestiva “Via delle Valli” nel Comune di Rosolina. hanno potuto e possono ammirare la Chiesa dedicata alla Immacolata Concezione in località Moceniga, restaurata di recente; tanti non sanno però che accanto c’era un casone e altri rustici di notevoli dimensioni.

    Di Ca’ perdute ne abbiamo identificato 12, ma si può aggiungere anche Ca’ da Marina, di cui si è conservato in condizioni pietose solo l’oratorio.

    È una storia triste perché si è perso un pezzo di identità del Delta, ma ancora più tristi sono le prospettive se non si interviene in molte altre situazioni, tenendo presente che molte di queste Ca’ ancora esistenti sono in condizioni tali, da rischiare la caduta o l’abbattimento nei prossimi anni.

    La costruzione del sito Internet non ha voluto, perciò, essere soltanto un’amara constatazione sul passato, ma un forte richiamo ad enti pubblici e privati per salvare quanto più è possibile questo patrimonio storico unico e strettamente legato alla identità di questo territorio.

    Le Ca’ da salvare

    Ecco in particolare un elenco delle Ca’ che rischiano di più o che sono in un tale degrado per cui sono difficilmente recuperabili: Ca’ Garzoni, Ca’ Mora, Ca’ Soranzo – Mocenigo, una di seguito all’altra lungo la strada arginale che da Donzella porta a Santa Giulia; Ca’ Soranzo, in particolare conserva all’interno significative decorazioni. Ca’ Pasta, famosa perché vi sono nate la celebre pilota Antonietta Bellan Avanzo e la sorella Elettra, madre di Roberto Rossellini, ma particolarmente interessante per un cimitero, ora inglobato dalla vegetazione; un cimitero usato fino agli anni ‘60 del secolo scorso e luogo dove è stata girata l’ultima scena del celebre film “La donna del fiume” con Sofia Loren e Rick Battaglia. Ca’ Pisani, possente, con annessi e una chiesa. Ca’ Cappello, una delle più antiche, detta “Il Vaticano” presente in tante mappe e con una imponente arcata che sta cedendo di anno in anno. E ancora Ca’ Nordio, lungo la strada Romea, avvolta dalla vegetazione, Ca’ Querini-Motte, che in passato è stata proprietà dei Loredan, dei Querini, dei Contarini, dei Tiepolo, e ora è irriconoscibile, Corte Retinella, vastissima, che lo scorso anno è stata oggetto di un incendio, Ca’ Grimani, anch’essa avvolta dalla vegetazione, Ca’ Zanchi-Vianelli, prestigiosa e dalle decorazioni interne suggestive.

    Prospettive di valorizzazione

    Per nostra fortuna non solo alcune Ca’ risultano in buone condizioni e abitate, ma in diversi casi, sono state di recente restaurate e sono utilizzate come ristoranti, come hotel, o come agriturismi.

    Una adeguata valorizzazione di queste Ca’ potrebbe incentivare l’imitazione delle Ca’ tuttora “vissute” e innescare un processo di attrazione turistica, come succede in Toscana, dove i casali sono beni di grande prestigio e di grande interesse a livello internazionale.

    Non è impossibile riutilizzare a fini turistici la maggior parte di queste Ca’, come abitazioni, bed and breakfast, agriturismi, anche perché alcune sono vicine a zone balneari e comunque tutte in luoghi di notevole interesse storico e ambientale.

    Con la collaborazione dei Comuni si cercherà di costruire dei percorsi, come ha fatto il Comune di Taglio di Po. Però il tutto esige una nuova consapevolezza da parte di tutti gli operatori pubblici e privati di questo territorio.

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