Grande partecipazione di amici, soci e simpatizzanti a Pettorazza Grimani, ultima tappa delle “peregrinazioni” lungo le “Strade del Sacro”. La manifestazione, organizzata dalla sezione rodigina di “Italia Nostra” nella ricorrenza giubilare 2025, ha accompagnato cittadini e appassionati in diversi luoghi polesani di devozione. Presenti alla visita, Fabio Bellettato, Presidente di Italia Nostra, la professoressa Andreina Milan ricercatrice universitaria e architetto, Lisa Cesaretto esperta della storia locale e Matteo Cesaretto Presidente de “Il Tarassaco” vivace realtà associativa di promozione ambientale e culturale. La giornata si è articolata altresì nella visita della grandiosa “Corte Grimani” completandosi, nel pomeriggio, con la passeggiata ambientale al “Gorgo Leze”.
La visita, nella giornata primaverile del 24 maggio 2025, è iniziata da Pettorazza Papafava, frazione di Pettorazza Grimani, con la visita alla “Madonna delle Grazie”, uno dei più suggestivi, quanto sconosciuti, santuari della Diocesi di Rovigo-Adria.
Il Santuario della Beata Vergine delle Grazie di Papafava, risalente al sec. XVII, al suo interno conserva la dolce immagine della Madonna delle Grazie, affresco di autore ignoto di scuola padovana del sec. XVI, originariamente posta sull’antico pilastro che segnava il confine tra la Repubblica Veneta e i Carraresi di Padova.
Il pilastro con l’Immagine della Madonna è stato voluto espressamente dai rappresentanti della Serenissima, inviati nel 1519 a mettere pace tra i contendenti. Da quel momento il luogo divenne meta di devoti con l’Immagine continuamente ornata di fiori e di ceri. Pochi anni dopo era costruita una prima cappella, denominata Santa Maria del capitello, eletta a protezione della comunità. L’Immagine della Madonna, considerata miracolosa, fu onorata da ex voto testimonianti le grazie ricevute. Seguiva, nel 1691, l’erezione della chiesa attuale.
Dal 1730 sino ai primi anni Novecento un’imponente processione che si snodava lungo la riva sinistra dell’Adige, fino al Santuario, ricordava la liberazione dalla peste, ottenuta per intercessione della Beata Vergine.
L’aula sacra e l’intero paese hanno conosciuto momenti drammatici con i bombardamenti del 23 aprile 1945, a soli due giorni dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale. La distruzione gravissima toccava la copertura, minacciando la totale perdita del santuario: ciò malgrado, l’altare della Madonna e gli arredi sacri rimanevano integralmente illesi.
Parzialmente ricostruito nel 1949, l’edificio presenta un’elegante facciata rinascimentale a doppio ordine sovrapposto: il primo registro composto da lesene doriche, il secondo ordinato da peducci a voluta con capitelli ionici. La facciata è stata recentemente recuperata col sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.
A seguire, il folto gruppo dei “pellegrini culturali”, si è indirizzato verso Corte Grimani.
Va detto innanzitutto che il comune di Pettorazza Grimani presenta la peculiarità di essere suddiviso in due parrocchie, conservando l’antica ripartizione territoriale comunale.
In origine, il territorio della frazione di Papafava era racchiuso dall’enorme ansa dell’Adige, denominata “Volta Grimana”, rettificata dalla Serenissima tra il 1782 e il 1784. Essendo ubicato sulla riva sinistra del fiume, dipendeva dalla giurisdizione ecclesiastica e civile padovana.
Diversamente, le terre all’esterno dell’ansa appartenevano ai veneziani, in pratica un feudo in possesso della potentissima famiglia Grimani, che attribuiva, come costume dell’epoca, il proprio nome all’antico “Borgo di San Giovanni”, che assumeva pertanto il nome di Pettorazza Grimani.
La Corte rurale Grimani (ora Ricciuti Ranellucci), nota in paese come Palazzon, circondato da un suggestivo paesaggio rurale integralmente conservato. Oggi è situata nei pressi del vecchio ingresso del paese, collegata alla strada arginale dell’Adige, dal quale dista poche decine di metri.
Il complesso, che ha origine nei primi edifici sorti nel XVI secolo, sorti addossati all’ansa del fiume prima del raddrizzamento del suo alveo, venne sviluppato su iniziativa della famiglia veneziana Grimani, ai margini del territorio allora controllato dai Papafava.
Nel 1524, Antonio di Vincenzo Grimani richiese al Consiglio generale di Adria l’affitto di vaste tenute comprese nelle cosiddette “Valli di Adria”, entrandone definitivamente in possesso nel 1560, con la costruzione della villa e l’avvio dell’edificazione del complesso rustico, meta della visita programmata.
Con squisita ospitalità, la dott.ssa Ricciuti ha accompagnato i visitatori nel cuore del grandioso complesso rurale, tra scuderie, barchesse, la monumentale aia e i granai. Dal 1989 la Corte è sottoposta al vincolo di tutela monumentale, grazie al riconosciuto suo valore storico ed artistico.
A conclusione della giornata, una merenda organizzata con l’ausilio delle Associazioni locali presso l’oasi naturalistica “Gorgo Leze”, oggetto di rinaturalizzazione ad opera dell’associazione “Il Tarassaco”.
Per la descrizione di questo particolare sito naturalistico si rinvia, in questo stesso numero di Ventaglio Novanta, all’articolo sui Gorghi del Polesine a cura di Daniele Bergantin (p.24).
Lo scorso 3 ottobre, in concomitanza con l’apertura della mostra autunnale di Palazzo Roverella – dedicata al grande fotografo newyorkese Rodney Smith – sono state inaugurate anche due nuove sale espositive, che vanno ad arricchire l’esposizione permanente della Pinacoteca al piano nobile dello stesso edificio, gestita dalla Fondazione Cariparo in convezione con il Comune di Rovigo, l’Accademia dei Concordi e il Seminario Vescovile di Adria-Rovigo. Prime uscite, per così dire, di alcuni capolavori finora mai visti, che ampliano la storia della pittura rodigina in un lungo arco temporale dal ‘600 al ‘900, ed ora resi disponibili al pubblico gratuitamente. Inoltre, ha trovato posto nella “Sala dei Ritratti” la scultura lignea di San Gaetano da Thiene, patrono dell’Accademia, recentemente restaurata e realizzata dal disegno di Giambattista Piazzetta.
Le ultime due sale espositive si vanno ad aggiungere ad altre due – dedicate, rispettivamente, ai “Ritratti settecenteschi di personaggi illustri” e a “Giovanni Bellini e i belliniani” -, che rappresentano ora solo una selezione decisamente parziale della ricca collezione della Pinacoteca, considerata tra le più importati della nostra regione in merito all’arte veneta, con oltre 600 opere, delle quali 419 provenienti dalla comproprietà dell’Accademia dei Concordi e del Comune di Rovigo e 192 dipinti del Seminario Vescovile, per la maggior parte derivanti dal cospicuo lascito Silvestri e il resto da successive acquisizioni e donazioni.
Né va dimenticato in un’altra sala attigua, la recente esposizione del “Diorama” (dipinto su carta di 22 metri per 1,75 di altezza del 1887) di Giovanni Biasin con la spettacolare veduta panoramica del bacino di San Marco.
Il Seicento Veneto
La prima sala, che accoglie i visitatori all’inizio del percorso, espone alcune interessanti opere del Seicento Veneto di Girolamo Forabosco, Sebastiano Mazzoni e Luca Giordano, tutti pittori prevalentemente barocchi. Il XVII secolo, com’è noto, è stato infatti segnato dal grande movimento del Barocco in ambito artistico, letterario e musicale, che proseguì l’allontanamento dalle forme armoniose ed equilibrate del Rinascimento iniziato dal Manierismo del secondo Cinquecento, alla ricerca di “effetti speciali”, miranti al coinvolgimento emotivo e sensoriale, introducendo per la prima volta la contaminazione fra le arti, al fine di suscitare “stupore” (parola-chiave) e meravigliare.
Ne conseguì una prospettiva alterata che, in un’ansia di infinito, eliminava il punto di fuga unico a favore del dinamismo di torsioni e di violente contrapposizioni di luci-ombre a tinte forti; la realtà si frammenta in particolari slegati fra loro, mentre nelle figure domina la sensualità e la carnalità in una visione edonistica audace, che adombra la morale sia nelle scene mitologiche che in quelle sacre.
Ne è un esempio il dipinto – che appare per primo di fronte all’entrata – di Girolamo Forabosco¹ Giuseppe e la moglie di Putifarre (legato Casalini), ispirato a un episodio biblico tratto dalla Genesi. In esso è evidente la resa decisamente sensuale del tentativo di seduzione da parte della moglie (la Bibbia non ne riporta il nome) dell’ufficiale faraonico, che aveva in custodia Giuseppe, venduto dai fratelli come schiavo in Egitto.
La donna è rappresentata in vesti succinte da cui trabocca la sua sinuosa femminilità, mentre Giuseppe, che pure cerca di evitarne la visione, non può astenersi dal toccarne la mano tra il rifiuto e la tentazione. Le due figure emergono da un fondo scuro riverberate da una luce alla Caravaggio, che ne mette in evidenza i pallidi incarnati, avvolti in vesti altrettanto chiare ed evanescenti, in forte contrasto con il mantello rosso di Giuseppe, protagonista nella parte centrale della scena, quasi in un abbozzato tentativo di dividerli.
A lato, sempre nella parete opposta all’ingresso, un altro episodio biblico ha ispirato il quadro di Sebastiano Mazzoni² Loth e le figlie (lascito Silvestri), altro racconto dalla Genesi.
In esso il soggetto del vecchio sedotto e ubriacato dalle figlie per unirsi a lui a sua insaputa, al fine di assicurargli una discendenza, è reso in modo edonistico, con un richiamo ai riti dionisiaci. L’intreccio sensuale e morboso dei corpi, nei quali spiccano le profane nudità delle giovani discinte – in una decisa accentuazione degli aspetti scenografici, che sovverte l’equilibrio della prospettiva rinascimentale -, emerge preponderante occupando quasi tutto lo spazio.
Alla cura di certi dettagli (il drappeggio delle vesti, le trecce della sorella di schiena, le trasparenze del vino nella coppa sorretta dall’altra), corrispondono altre parti meno curate (le capigliature degli altri due, il volto di Loth scuro in ombra, i visi delle figlie), su un fondale appena accennato, lasciando l’impressione di un’opera incompiuta, che allude alle forme incomplete e aperte barocche.
È ancora di Mazzoni il terzo quadro che rappresenta La morte di Cleopatra (legato Casalini), di dimensioni più ridotte. L’opera, di proprietà dell’Accademia dei Concordi, venne svelata per la prima volta alla Mostra della “Pittura italiana del Sei e Settecento”, nel 1922 a Palazzo Pitti, ma con erronea attribuzione a Francesco Maffei. Fu il critico Giuseppe Fiocco a restituirla, due anni dopo, al pittore fiorentino, mettendone in risalto la caratteristica “pittura a spirale”. Il noto soggetto storico vi è reinterpretato ancora una volta in un’ottica barocca di forme voluttuose e caravaggeschi effetti di chiaroscuro, ottenuti attraverso sapienti contrasti pittorici tra lucentezze delle vesti e nude trasparenze dell’incarnato, che risaltano la moribonda, e, all’opposto, le cupe tonalità nero-bronzate dell’ancella a sinistra, cui fa da controcanto l’enorme sagoma rossastra della figura di spalle sulla destra. Pur in una ricerca posturale che dispone la regina al centro, abbassata nella posizione distesa, compresa dalle due figure ai lati (un’ancella in piedi ed una piangente reclinata su Cleopatra, forse la sorella Anna), in un sapiente gioco di linee diagonali, la costruzione è ancora una volta “rotta” dalla sproporzione della figura di spalle sul lato destro. Il tutto reso con la pennellata “sfrangiata e vaporosa”, che è la cifra di Mazzoni.
Ai lati dell’entrata, vi sono invece due creazioni di Luca Giordano³: Ulisse e Calipso (lascito Silvestri) e l’Allegoria della Fortuna, concesso dalla Diocesi di Adria-Rovigo.
La prima appartiene a un gruppo di tele a soggetto mitologico di gusto classicheggiante, realizzate dal pittore per varie committenze, in caratteristico formato a taglio orizzontale. Richiami al classicismo sono evidenti negli elementi architettonici, tra cui spiccano un pilastro, che divide a metà la scena e l’altare sul quale la ninfa sta compiendo un rito; ma alcuni dettagli svelano l’influenza barocca: i pilastri malconci e le elaborate decorazioni ai piedi dell’altare e delle brocche e, soprattutto, il movimento dei personaggi e la vaporosità cromatica delle loro vesti. Se qui è presente un accenno di sfondo paesaggistico, esso risulta appena suggerito, senza cura, come le figure in secondo piano.
L’Allegoria della Fortuna si presenta, invece, come un mirabolante tripudio, decisamente barocco, dal movimento vorticoso di figure sacre e profane (angeli, cupidi e satiri), in una visione edonistica di corpi nudi o seminudi umani, mitologici e di animali (evidente l’asino in primo piano sul lato destro), che si intersecano e mescolano con vicinanze inaudite per la morale dell’epoca.
La sala dedicata a Mario Cavaglieri
La quarta ed ultima sala rappresenta invece la seconda novità, interamente riservata ad uno degli artisti più significativi di Rovigo: Mario Cavaglieri⁴ ed espone quattro dei suoi capolavori di proprietà dell’Accademia dei Concordi, tre dei quali risalenti ai primi anni ‘20 dedicati all’amata moglie Giulietta (Juliette) Catellini, sua principale musa ispiratrice, e la riproduzione del bolognese Palazzo della Mercanzia, (1943), colto da una suggestiva vista dall’alto.
La grande tela Giulietta alla veranda (1913), in un emblematico interno da Belle Èpoque, è stata resa celebre come icona della retrospettiva, curata da Vittorio Sgarbi e coordinata da Alessia Vedova nel 2007, che esponeva 150 opere dell’artista, proprio a Palazzo Roverella. Giulietta, sposata nel 1921, divenne ben presto la modella prediletta, anche se non l’unica (l’artista era particolarmente attratto dall’universo femminile, dai ritratti eleganti su commissione a pose più quotidiane e disinibite): egli ne studia e sperimenta la figura in varie pose e situazioni, come si può vedere anche nelle altre due opere al Roverella Jiuliette con la sciarpa (1920), che l’ha immortalata in un’austera quanto elegante posa da seduta, e Sul cavalcavia (L’attesa) (1912).
Di quest’ultima, a dire il vero, non è specificata l’identità, ma la silhouette familiare ci induce a pensare alla moglie, immersa in un desolato e solitario paesaggio campestre, che ricorda uno scorcio polesano. D’altronde, Cavaglieri, pur avendo trascorso solo una breve parte della sua vita nella città natìa e nonostante il suo spiccato amore per la Francia, non la dimenticò mai, tanto da firmare le sue ultime opere con la scritta “Mario Cavaglieri di Rovigo”.
Apprendiamo frattanto dal presidente dell’Accademia dei Concordi Pier Luigi Bagatin che è in corso una campagna di controllo scientifico dell’intera collezione, al termine della quale dovrebbe essere pubblicato un catalogo completo.
Non resta che formulare l’auspicio, che in un giorno non troppo lontano la città, in accordo con le istituzioni, trovi uno spazio adeguato per un vero e proprio museo, che accolga tutto questo cospicuo tesoro, in impianto permanente, per renderlo fruibile pubblicamente, in ottemperanza a quanto stabilito nel “Contratto Gnocchi”.
1. Girolamo Forabosco (Venezia, 1605 – Padova, 1679) è stato un pittore barocco attivo fra il 1636 e il 1644 soprattutto nella città natale, da dove si spostava per delle parentesi a Padova, in cui diresse una scuola di pittura. Allievo di Alessandro Varotari (detto il Padovanino), da cui prese il classicismo formale, e influenzato dal virtuosismo cromatico e raffinato del genovese Bernardo Strozzi (giunto a Venezia all’inizio degli anni Trenta), non scevro dalle suggestione caravaggesche, fu a sua volta maestro del naturalista Pietro Bellotti e del classicista Gregorio Lazzarini.
2. Sebastiano Mazzoni (Firenze 1611 – Venezia 1678), pittore barocco fiorentino per nascita, veneziano di adozione dal 1638. Artista poliedrico – egli stesso si definì: “poeta e pittore e doppio matto” -, fu allievo di Baccio Del Bianco, uno dei principali esponenti della corrente giocosa della pittura toscana ed apprezzato inventore di macchine teatrali. Sul suo esempio, Mazzoni si affermò come artista-letterato, orientato alla poesia satirico-burlesca in una simulata autodenigrazione, che tradusse poi in una pittura caricata e bizzarra, dallo stile fantasioso ed estroso, tendente a movimenti vorticosi, resi con una libertà di tocco ed un colore liquido precorritori della pittura settecentesca. Apprezzato in vita, fu poi dimenticato, fino alla riscoperta nel Novecento, in occasione della Mostra della “Pittura italiana del Sei e Settecento” tenutasi a Palazzo Pitti nel 1922.
3. Luca Giordano (Napoli, 1634 – 1705), pittore napoletano, operò anche a Madrid, Firenze, Venezia e Roma; tra i principali protagonisti della pittura napoletana del Seicento e uno dei più influenti esponenti del Barocco europeo, con più di 50 anni di carriera, durante la quale assimilò rielaborandole tutte le principali correnti pittoriche secentesche. Dal naturalismo di Caravaggio allo stile neo-veneto, frutto degli studi dei grandi maestri classici del Cinquecento, come Tiziano e Paolo Veronese, sfociando nel Barocco, sotto l’influenza di Peter Paul Rubens, Giovanni Lanfranco e Pietro da Cortona, per divenire infine apripista della stagione Rococò del Settecento. È uno dei pittori più prolifici della storia dell’arte, con oltre tremila opere eseguite, per un’importante committenza pubblica e privata a livello europeo (d’Avalos, Medici, reali di Spagna).
4. Mario Oddone Cavaglieri (Rovigo, 1887 – Pavie-sur-Gers, 1969), nacque a Rovigo da una facoltosa famiglia ebrea borghese, originaria di Venezia e poi trasferitasi a Padova, dove il giovane Mario si formò allo studio di Giovanni Vianello, iniziando ad esporre neanche ventenne a Roma. La sua parabola artistica, segnata da un’intensa quanto fortunata attività espositiva, passò dagli esordi padovani insieme a Felice Casorati, alla grande stagione di Ca’ Pesaro e delle Biennali veneziane, che consacrarono la preziosa ricercatezza della sua arte, fino agli anni del volontario ritiro nella campagna francese. Cavaglieri attraversò il suo tempo rimanendo sempre fedele a una propria originaria vena artistica di derivazione naturalistica; indifferente alle avanguardie, eppure modernissimo. Pittore di raffinato edonismo, spesso accostato al vate D’Annunzio – entrambi affascinati dalle belle donne, dagli oggetti rari e dall’opulento lusso dei salotti mondani di fin de siécle, immersi in atmosfere sensuali e decadenti -, è stato un artista di respiro europeo, con una formazione composita e cosmopolita. Dall’influenza, negli anni giovanili tra Padova e Venezia, delle secessioni mitteleuropee austro-tedesche alle sollecitazioni moderniste dei “dissidenti” di Ca’ Pesaro (Felice Casorati, Gino Rossi, Ugo Valeri), fino alle suggestioni, con lo spostamento a Parigi, dei formalismi francesi (Nabis e Fauves). Nella maturità sviluppò una poetica, che oscillava tra l’intimismo lievemente malinconico di sapore proustiano e l’aristocratica celebrazione delle classi agiate, declinandola con un “impressionismo sostanzioso” (Roberto Longhi), fatto di pennellate materiche e dense, in un fantasmagorico tripudio di colori, che sono una festa per gli occhi.
L’ambra salverà il Polesine? La domanda, scherzosa ma non troppo, è nata a margine dell’intenso programma culturale sviluppato in una decina di giornate (dal 6 al 16 novembre), dedicate ad un apposito Festival intitolato “Sulle vie dell’ambra” con fulcro il Museo dei Grandi Fiumi.
Giornate fitte di iniziative, nel corso delle quali si è fatto il punto sugli importanti esiti degli studi relativi agli eccezionali rinvenimenti polesani del prezioso materiale. Quantità davvero sorprendenti di ambra (chilogrammi soprattutto di resti di lavorazioni) sono state infatti rintracciate negli anni scorsi soprattutto in due siti circoscritti, conosciuti come Frattesina e Campestrin, nelle campagne di Fratta e Grignano.
E la notizia più eclatante, giuntaci dagli archeologi, è che i due villaggi protostorici summenzionati, sono i più antichi d’Europa. Villaggi tutt’altro che rudimentali, organizzati per una pacifica convivenza degli abitanti e dotati di officine attive, in cui venivano lavorati materiali preziosi qui giunti da terre lontane: in particolare l’ambra dai paesi baltici, l’avorio e le uova di struzzo dall’Africa. Vi erano dunque valenti artigiani che lavoravano la materia prima dando vita a preziose realizzazioni che, seguendo itinerari fluviali e marini, raggiungevano poi la Grecia e l’Oriente. Dunque, una vera organizzazione di import – lavorazione – export, che aveva come riferimento principale Frattesina, villaggio industrioso, attivo ai tempi di Ulisse.
Un primato eccezionale, questa particolarità, che sta destando l’interesse degli archeologi e degli storici, finalmente pronti a smentire l’opinione diffusa che il nostro territorio sia stato nel passato sempre inospitale e soggetto a ripetute alluvioni.
Sull’esito del Festival, che ha diffuso conoscenze e aperto qualche nuovo interrogativo, dedichiamo un resoconto a pag.137, dando la parola alla dott.ssa Elisabetta Brusa, ideatrice e direttrice artistica del Festival.
Nell’ultima settimana di luglio si è svolto, presso l’Abbazia della Vangadizza, a Badia Polesine, il XIX Festival dei Popoli: “un festival per dare voce agli oppressi e ai diseredati”, come lo definisce Sergio Garbato nella sua presentazione sul Resto del Carlino (19 luglio 2002). Un atteso appuntamento estivo per chi s’interessa di diritti umani, anche perché il Centro Documentazione Polesano, l’associazione che organizza la manifestazione, è legata alla figura di don Pier Antonio Castello, conosciuto in vari contesti culturali del nostro territorio.
Nei quasi 30 anni che lo separano dalla sua nascita, l’associazione (oggi onlus) ha assistito, documentandolo, al cambiamento di prospettiva con cui si guarda ai diritti dei popoli: lontani, separati, sconosciuti, i popoli del Terzo Mondo venivano guardati come se fossero in attesa della nostra civilizzazione. Al massimo veniva riconosciuto loro il ruolo di vittime della colonizzazione e si andavano denunciando i danni del neocolonialismo. Oggi i popoli sono qui: ci pongono davanti il loro diritto ad una identità diversa, c’interpellano, ci chiedono giustizia, ci ricordano il nostro debito, quello che sta alla base del nostro sviluppo: uno sviluppo, peraltro, che, insieme alle sue incredibili conquiste, sta manifestando anche le sue contraddizioni, la sua insostenibilità, la sua violenza in quanto produce divario.
“I nomi dello sviluppo – Popoli nella globalizzazione” era infatti il titolo di quest’ultimo Festival dei Popoli.
Secondo la formula ormai consolidata, lungo i lati del chiostro è stata allestita la mostra fotografico-documentaria con la funzione, attraverso un taglio quasi didattico, di rappresentare il filo conduttore dell’intera manifestazione, che ha visto succedersi azioni varie e diverse: dibattiti, teatro, musica e danza.
A Gianni Tognoni, il Segretario generale del Tribunale permanente dei Popoli, noto a Rovigo anche per la sua professione di medico ricercatore presso l’Istituto Mario Negri e per questo spesso interpellato nell’ambito della Sanità, il compito di aprire la manifestazione parlando della fatica dei popoli: in estrema sintesi, questa globalizzazione è un affare, ma solo per pochi e richiede l’impegno di tutti per uscire dalle contraddizioni.
Con sfaccettature diverse, gli altri dibattiti hanno trattato l’economia, le difficoltà dell’Africa, le speranze che sono nate a Porto Alegre, vedendo la partecipazione di personalità come Leonardo Asta, docente di geografia economica all’Università di Padova, padre Gino Barsella, direttore di Nigrizia, Alfredo Somoza, presidente dell’Icei (Istituto di cooperazione economica internazionale) e hanno attirato un pubblico numeroso in modo soddisfacente, interessato e partecipe, suscitando negli organizzatori l’impressione di un risveglio dell’attenzione verso problemi che sembravano ormai relegati agli “addetti ai lavori”.
Coinvolgenti e suggestivi i momenti dedicati alla drammatizzazione, da “Parole per l’uomo”: lettura di brani assai “densi”, accompagnata da uno sfondo musicale originale, frutto di sperimentazione di due giovani ferraresi, il dramma argentino “La perdita de mi Alhama” proposto dalla compagnia sudamericana “Periplo”, dove la comunicazione avveniva oltre il linguaggio verbale.
Grande e consueto il richiamo provocato dagli African Brothers, il gruppo di percussionisti composto da africani di diversa provenienza e da polesani: hanno offerto un repertorio rinnovato, per celebrare il decimo anno di partecipazione al Festival dove, appunto, rappresentano non solo la voce dei popoli, ma anche l’integrazione, dato che la loro presenza ha arricchito la nostra cultura.
Assai prestigiosa risulta, da ormai nove edizioni, la performance di Thierry Parmentier, il danzatore-coreografo che ha costituito un motivo di vasto richiamo per la chiusura del Festival. Con il suo “Fra terra e cielo”, creato per l’occasione, Parmentier, accompagnato da Martina Danieli, ha offerto uno spettacolo di arte ad alto livello.
Mostra nella mostra: il Refettorio dell’Abbazia accoglieva una personale di Laura Marra dedicata allo Yemen: 42 foto in bianco e nero stampate in proprio mediante le quali “ha raccontato a tratti con delicatezza a tratti con convincente incisività, uno Yemen ricco soprattutto di grande umanità e di profonda dignità” (Paolo Aguzzoni, Il Gazzettino, 7 agosto). Laura, lucana di nascita ma bolognese di residenza, era alla sua prima esposizione personale e, per sigillare la collaborazione con il Centro Documentazione Polesano, ha fatto dono all’associazione delle fotografie esposte.
Un Festival, per concludere, che ha suscitato attenzione anche sulla stampa, che ha coperto tutte le iniziative, e che ha lasciato un segnale di incoraggiamento a far sì che l’appuntamento estivo non venga interrotto.
Era giusto e sacrosanto dedicare alla polenta la sua festa. A Villa d’Adige (la Villabona dei nostri vecchi), in quel di Badia Polesine ai confini con le Valli Grandi veronesi, la festeggiano, con valenza regionale da diciannove anni. Ne hanno ben ragione visto, come risulta da documentazione certa, che proprio da quelle parti la Serenissima Repubblica ha avviato le prime semine del mais, o meglio, del granoturco, fin dal 1554.
A Villa d’Adige in occasione della Festa della Polenta, vengono programmati, oltre la tipica festa paesana, anche convegni, mostre, spettacoli inerenti la storia e la cultura del territorio. Con l’edizione ‘02, svoltasi dal 13 al 18 settembre, con il coinvolgimento dell’ISRSS “Bonaventura Gidoni”, l’istituto che a Badia si occupa di studi e ricerche sulla storia locale, è stato organizzato un convegno sul tema degli OGM, gli organismi geneticamente modificati. L’Amministrazione Provinciale e la Camera di Commercio rodigine lo hanno patrocinato con l’adesione delle organizzazioni professionali, Assoagricoltori, Cia e Coldiretti.
Il mais è una delle colture più direttamente interessata all’approccio con le nuove biotecnologie. La sua importanza economica a livello mondiale è primaria e la pianta, dal punto di vista della sua fisiologia, si presta benissimo ad essere modificata per migliorarne ulteriormente la sua grande potenzialità produttiva. Del resto, la sua storia, comune a tutte le piante addomesticate, lo insegna: il mais coltivato dagli Aztechi e importato con le spedizioni di Cristoforo Colombo, assomigliava ben poco agli attuali ibridi coltivati.
E’ stato il lungo, paziente lavoro di selezione, ricerca e di miglioramento genetico, soprattutto dagli inizi del secolo scorso, a portare ai risultati attuali. Ora, grazie a nuove conoscenze sulla biologia, a nuovi potenti strumenti di indagine e di operatività multidisciplinari, intesi come “ingegneria genetica”, gli scienziati riescono a modificare il patrimonio genetico di un essere vivente.
Si apre, non solo all’agricoltura, ma all’umanità intera una nuova frontiera affascinante, quanto inquietante, per le enormi ricadute che lascia intravedere a tutti i livelli. Ne hanno discusso, con la competenza che comporta il loro ruolo, il Dott. Mario Motto, Direttore incaricato dell’Istituto Sperimentale per la Cerealicoltura di Roma e il Prof. Gianni Tamino, Docente di biologia generale e di Biologia umana all’Università di Padova. Motto ha esposto una serie di dati dai quali si evince la sostanziale maggior produttività del mais ogm a partire dal campo per finire sulla migliore conservabilità, grazie alla minor presenza delle pericolose micotossine in virtù della sanità della granella non attaccata dalla piralide. Tamino, invece ha, fra l’altro, posto l’attenzione sulla concentrazione oligopolistica della produzione del seme, negando la leicità del brevetto dei geni e rimarcando il contemporaneo pericolo, di ordine strategico, di trovarsi alla sua mercè per la disponibilità del seme.
Comunque il mais geneticamente modificato è una realtà. Oppone resistenza “naturale” al suo parassita numero uno: la piralide, la vorace larva che si nutre dei tessuti della pianta e della granella. E’ largamente coltivato, da qualche anno, in USA e altri stati maidicoli.
L’ Europa e l’ Italia per la sua coltivazione ne hanno scelto la via della prudenza: si è del parere di approfondire ulteriormente gli effetti positivi e negativi nell’ introduzione a pieno campo di organismi geneticamente modificati. Una via saggia. In fondo, non siamo costretti a rincorrere disperatamente, in agricoltura, l’obiettivo della produzione neanche a livello mondiale. E nel frattempo, gustiamoci in allegria la buona polenta preparata secondo la tradizione.
Forum giovani, atto quinto! A distanza di cinque anni l’organismo consultivo del Comune di Rovigo formato da ragazzi di età compresa tra i 16 ed i 32 anni, sembra essersi messo pienamente in moto.
Il Forum non è infatti solamente una consulta che si occupa di esaminare e dare il proprio parere sulle leggi che riguardano in prima persona i giovani, ma offre anche una funzione aggregatrice. Tra le varie iniziative che si sono messe in campo, quella che ha ottenuto maggiore successo è stato il Primo Torneo di calcetto del Forum giovani, che si è tenuto quest’estate al Palazzetto dello sport di Rovigo. Questo ha avuto modo di coinvolgere oltre alle compagnie anche categorie lavorative come giornalisti, fumettisti e perfino rappresentanti del Comune con una squadra capitanata dal capogruppo della Margherita in Consiglio comunale, Fabio Osti e dal capogruppo della Lega Nord, Simone Bedendo.
Ma non è solo questo l’unico scopo della consulta giovanile: sia il presidente, Francesco Musco, che il vicepresidente, Nicola Vallese, hanno parecchi progetti in mente che porteranno ad un maggiore coinvolgimento della gioventù rodigina e non solo. “Recentemente – spiega il vicepresidente – ci è pervenuta la richiesta da parte dell’amministrazione di esprimere un parere su un bando regionale rivolto proprio ai giovani”. Il Forum dovrà dunque presentare un progetto, o meglio un’idea, che il Comune presenterà in Regione, con l’obiettivo di affrontare e combattere il disagio giovanile. Il Forum si occupa anche della scuola e racchiude al suo interno anche delle consulte studentesche, che stanno lavorando e hanno lavorato molto in passato. Proprio il gruppo di lavoro che si occupa della scuola, ha sviluppato tempo fa un’utile guida rivolta a chi avesse terminato gli studi, dal titolo “Mi autoimprendo”. Quest’anno si sta invece cercando una collaborazione con la Confartigianato, per far conoscere agli studenti questo mondo e questa realtà, ancora troppo trascurata, secondo alcune statistiche recenti.
Contemporaneamente il Forum si sta muovendo anche sul versante Progetto Giovani su cui l’Amministrazione, per voce di Matteo Zangirolami, ha detto di voler coinvolgere attivamente i ragazzi, accogliendo le loro idee. Altro impegno futuro della consulta giovanile, discusso alla riunione del 16 settembre è stata la visita studio in quel di Bruxelles. “Avevamo in mente già da molto tempo di operare una trasferta – spiega il vicepresidente – per conoscere a fondo e più da vicino la realtà europea, visitando la sede del Parlamento; per questo abbiamo chiesto i fondi alla Regione, che ha risposto positivamente alla nostra richiesta”. Proprio la Regione Veneto secondo i giovani componenti è vicina alle loro esigenze. A dimostrazione di ciò basta menzionare il Forum di Jesolo: un primo e importante ritrovo, secondo i partecipanti di Rovigo, che “seppur nel concreto non ha saputo ottenere grandi risultati, è stato senza ombra di dubbio un successo dal punto di vista del rapporto umano e dell’amicizia che si è venuta a creare tra i 600 ragazzi che hanno partecipato e toccato con mano che cosa significa lo stare insieme e creare qualcosa”.
Tra i “lavori in corso” è anche da menzionare una conferenza sul tema della globalizzazione che dovrebbe vedere la presenza di ospiti illustri. La data è ancora da destinarsi ma i gruppi di lavoro della scuola e del tempo libero, coordinati rispettivamente da Andrea Denti e da Elena Brigo sono già al lavoro e sembra che la conferenza sarà destinata a “lasciare il segno” per gli importanti temi toccati.
In Polesine possiamo vantare un’esclusiva realtà libraria depositata nella biblioteca comunale “Dino Tinti” di Melara: si tratta di libri provenienti dal lontano Giappone. Sono frutto di tre donazioni effettuate negli anni 1996, 1997 e 2002. Nel complesso sono oltre 160 volumi editi tra gli anni 1973 e 1998 dono di un’importante realtà culturale nipponica, l’associazione di volontariato femminile “The Vision”, che si occupa della diffusione della cultura giapponese nel mondo.
Fa un certo effetto vedere il nome di Melara quale comune beneficiario di tali libri, nel mezzo di importanti biblioteche europeee e finora unica veneta e forse italiana. Consapevole dell’importanza di tali attenzioni, il sindaco di Melara, Barbara Losi ha provveduto, assieme alla bibliotecaria Maria Luisa Ganzerla, ad inserirli nel catalogo telematico provinciale in rete, quindi a disposizione di tutti gli amanti dei prodotti nipponici.
Nella quasi totalità sono interamente in lingua inglese ed affrontano molti temi. Così se qualcuno vorrà apprendere la lingua giapponese avrà a disposizione “Japanese for beginners” che affronta anche l’ostacolo maggiore: la calligrafia e lo speciale alfabeto composto di ideogrammi. Chi inoltre volesse apprenderne la storia può consultare “The story of Japan” in due volumi di Hirazumi Kiyoshi. Chi fosse appassionato di attori e scenografie può sfogliare il “Kabuki actors” di Masakatsu Gunji. E che dire dell’arte tutta giapponese di apprezzare il The, naturalmente ben descritto da “The book of tea” di Kakuzo Okakura? Ed ancora Hirohito e il suo tempo di Toshiaki Kawahara ed il “Self portraits tales from the life of Japan’s great decadent romantic” di Osamu Osamudazai, una guida agli avvenimenti annuali “Pictorial encyclopedia of Japanese life and events” della Gakken e via di questo passo. Sono rappresentati anche aspetti religiosi quali “Christianity and Japan – meeting, conflict, hope” di Stuart D.B.Picken. Apprezzabili le particolari tecniche delle ceramiche (Tokoname, Karatsu, Oribe, Shino e Kakiemon), ma anche pietre e bonsai, origami, la carta giapponese (famosa nel mondo), il design, ikebana ed ancora samurai la cucina (sushi ma molte altre prelibatezze), fumetti e cultura popolare (manga) ed ancora sport vari (Sumo, Judo ecc.), fiabe, costumi e concetti di vita, arte e cultura popolare, tecniche decorative dalla natura, quadri, grammatica e caratteri giapponesi.
Preciso ed utile anche uno “Who’s who of Japan”, una storia della famosa fabbrica Honda e tre videocassette e due elenchi telefonici sempre nipponici. Insomma sono rappresentati la finezza, la cultura, usi e costumi di un paese così tanto distante fisicamente da noi, quanto vicino nella vita di tutti i giorni nella televisione, negli sport ed anche cucina. Questi volumi, alcuni pregevoli tipograficamente, oltre ad un discreto valore commerciale rappresentano un’importante apertura mentale verso il mondo europeo che i giapponesi ammirano ed apprezzano.
Ma come è nato l’interesse dei giapponesi per Melara, la cui biblioteca è stata fatta oggetto del particolare dono librario? Diciamo subito che i donatori sono stati il signor Tsutomu Honda e la sua signora Mitsu Honda.
Ecco come si è svolta la vicenda. Il Sig. Tsutomu Honda, scomparso due anni fa, entrò in collegamento con la ditta melarese Moser Rides, grazie al fatto che negli anni ‘90 era il General Manager della Itochu Sanki Corporation, che era loro cliente/fornitore di giostre presso i parchi giapponesi. Tra questa società e la Moser di Melara ci furono inizialmente rapporti d’affari che continuarono però con l’amicizia e la stima personale continuata anche una volta andato in pensione il sig. Honda.
In seguito a questa amicizia, il sig. Honda assieme alla moglie è stato ospite in Italia in alcune occasioni, visitando anche il municipio di Melara, ove era allestita una piccola mostra per ricordare il concittadino Timo Pastorelli (1885-1958)¹ che nel paese del Sol Levante dimorò per oltre due decenni. Lo studioso melarese, che aveva raggiunto eccelsi risultati nel campo culturale, umanitario, visse in Giappone insegnando nell’Università di Tokyo e dando alle stampe uno dei primi libri di grammatica nipponica che si conoscano.
Dalla visita a Melara nacque l’idea di inviare al comune polesano libri giapponesi. Dopo la scomparsa del sig. Honda la moglie, signora Mitsu Honda, ha voluto continuare l’invio di materiale. Essa fa parte di un’organizzazione di volontarie, la The Vision Women’s Volunteer Group, che, su indicazione dei propri membri, dona agli enti – principalmente grandi città con numerose comunità – libri e cassette in lingua inglese sulla civiltà giapponese.
L’organizzazione The Vision è quindi una associazione no-profit, i cui membri sono donne giapponesi, tutte volontarie e mogli di uomini giapponesi d’affari che assieme hanno vissuto all’estero. Venne fondata nel 1988 da Toe Matsui. Negli ultimi dieci anni ha donato libri, e materiale illustrativo relativo al Giappone ad oltre 500 biblioteche in tutto il mondo. Ad ogni spedizione di libri e aggiornamenti vari, corrisponde una donazione da parte del membro proponente (più di U$ 250.00) e relativo pagamento delle spese di spedizione. La signora Honda ha provveduto a sue spese all’invio e spedizione del materiale librario sempre con squisitezza e sensibilità tipiche della terra del Sol levante.
Ai melaresi e ai polesani spetta ora il compito di apprezzare nel dovuto modo questi preziosi doni e di divulgarne le conoscenze.
Maurizio Preti, evergreen podista portovirese di 47 anni, amico d’infanzia della campionessa Laura Fogli, qualche mese fa, ai campionati mondiali di atletica leggera Master di Riccione (per la prima volta approdati in Italia), si è laureato vicecampione mondiale di staffetta. Una storia la sua che ha tutte le connotazioni della bella favola.
Il podista originario di Comacchio, ma ormai portovirese a pieno titolo poichè si è trasferito nel Delta, nell’allora Comune di Contarina già nel lontano 1978, anno del matrimonio, atleticamente si è formato nel Cus Ferrara. Infatti, negli anni in cui frequentava la Scuola per Periti, ha militato con onore nel sodalizio universitario estense, dal 1973 al 1975. Poi la pausa del servizio militare, svolto nella compagnia atleti dell’esercito, distaccamento di Gorizia. Quindi il ritorno al Cus Ferrara, ove rimane fino al 1978, anno del suo trasferimento nel Delta.
Qui ha fatto opera di proselitismo in favore dell’atletica leggera, questo “sport povero” in cui, correndo a “pane ed acqua” si dura quasi una vita, come Preti sta dimostrando. Ha infatti fondato a Taglio di Po il Gruppo podistico “Mobili Benetti”, che da tre anni si è trasformato in “Gruppo podistico Avis Taglio di Po”.
Maurizio Prati è stato precoce anche nei risultati, ed infatti data già al 1973 la sua prima vittoria di prestigio che lo segnala al grosso pubblico, con la conquista, ai Campionati regionali juniores dell’Emilia Romagna effettuatisi a Bologna, del titolo regionale sugli 800 metri, quella che poi è stata, per anni, la sua gara preferita.
Le soddisfazioni non sono mancate neppure durante il servizio militare, ed infatti Preti conquista un bel sesto posto ai Campionati italiani assoluti, sempre sugli 800 metri, con il record personale di 1’ 57”. Il campione ha conosciuto anche la crisi, ed infatti l’anno più problematico della sua carriera è nel 1978, quando, per motivi di lavoro, deve forzatamente rimanere inattivo per circa 7 mesi. “E’ stato il periodo più lungo ed anche l’unico della mia vita – ricorda il vicecampione mondiale – in cui ho disertato le piste”.
Poi nel 1985, a trent’anni e nel pieno della sua maturità atletica, il campione, ormai cittadino del Delta, conquista il titolo italiano assoluto sui 10mila metri in pista, che lo consacra nel novero dei grandi dell’atletica leggera.
Due anni dopo, nel 1987, giunge un altro titolo tricolore, conquistato a Ferrara, città in cui è cresciuto atleticamente. Preti si afferma nella mezza maratona, sul classico percorso di km 21,097. Ed il 1987 è veramente l’anno magico di Maurizio, che fa letteralmente “man bassa” di podi, aggiudicandosi ben 37 gare sulle 42 cui ha partecipato. Anche in seguito, la sua attività agonistica è costellata da tutta una serie di vittorie, senza soluzione di continuità, e l’atleta colleziona più di 30 titoli provinciali, delle province di Rovigo e Ferrara, nelle varie discipline, sia in corsa campestre che su strada.
Il suo palmarès atletico conta anche 8 titoli regionali, di cui solo uno è di campione dell’Emilia-Romagna, mentre gli altri 7 sono tutti del Veneto, sino all’ultimo, conquistato nel 2000 nella mezza maratona di Castelfranco Veneto. Nella sua lunga carriera, Maurizio ha voluto affrontare anche la classicissima delle gare, la Maratona, e nel 1987 sostiene la sua prima gara in assoluto di questa specialità, a Vigarano Mainarda, arrivando al nono posto, in 2 ore 31’03.
Nel 1992, affronta anche il fascino della Maratona di New York, dove fino al trentaduesimo chilometro è fra i primi trenta atleti. Poi lo prendono i crampi, e deve cedere il passo, riuscendo però egualmente a portare a termine la gara.
L’ultimo momento magico di Preti è cronaca recente. Viene infatti ufficialmente convocato a far parte della rappresentativa azzurra ai Campionato mondiali Master di Riccione. E la trasferta in terra di Romagna, è stata oltremodo fruttuosa, anche se non sarà il “canto del cigno” per questo atleta, ancora ben lungi dall’idea di appendere le classiche scarpette al chiodo. Nella prima gara di venerdì al Campionato mondiale, nei 10mila metri su strada, disputata sul lungomare di Riccione, l’atleta portovirese, anche se consegue un dignitoso diciottesimo posto su 500 partecipanti, col tempo di 35’ 27”, in verità non è molto contento di sè; ha la certezza di avere nelle gambe la possibilità di ben altri risultati.
Le cose vanno decisamente meglio la domenica, quando si corre la staffetta mondiale Master (5 atleti per 4 km), in cui Maurizio gareggia con gli altri 4 colleghi, tutti veneti: Antonio Paolini, Huber Poloni, Adriano Biscaro e Raffaele Valente. “Mi sentivo molto gasato – ricorda l’atleta portovirese – ed anche il clima, molto ventilato, era ottimale. Abbiamo, come team, superato ogni più rosea previsione. Nel mio tratto di staffetta, sono partito quinto, ma ero conscio di star bene, ed ho corso il mio tratto in un tempo che non realizzavo più dal lontano 1987, quando ho vinto i campionati italiani. Infatti – commenta compiaciuto – nella corsa breve riesco ancora ad ottenere risultati che definirei ottimi”.
Un’avvisaglia della buona prova in staffetta, che ha portato la squadra di Maurizio al titolo di vicecampioni del mondo Master, si era già avuta nella gara individuale del venerdì precedente. Nella gara sui 10 km di quel giorno, infatti, il gruppo che poi ha fatto squadra con Maurizio Preti (che era una delle tre rappresentative italiane in gara la domenica per il titolo mondiale di staffetta), era riuscito a mantenersi compatto. Infatti i suoi atleti si erano classificati tutti fra il 15° ed il 20° posto. Tale risultato, aveva fatto presagire ai 5 esperti Master veneti, la possibilità di andare a podio, come poi è avvenuto.
Questo quintetto, di per sè ottimale, ha dovuto purtroppo essere rimaneggiato, causa gli infortuni occorsi a Pelizzato a Dal Pra. La squadra di Preti è stata quindi completata all’ultimo minuto, con l’inserimento di Poloni e Biscaro.
Il nuovo team, nonostante tutto, ha però saputo imporsi in gara con uno splendido recupero, realizzato da Preti e Paolini, che hanno ottenuto, nelle loro frazioni, i due migliori tempi in assoluto. E’ stata una gara entusiasmante che ha permesso al team di conseguire un ottimo secondo posto, alle spalle dell’altra squadra italiana laureatasi campione del mondo, e composta da: Luigi Panduccio, Gino Simone, Paolo Penone, Antonio Giannescani e Gianni Lombardo.
Una supremazia, quella italiana, che è stata ribadita dal quarto posto dell’ultima staffetta nazionale in gara, giunta appena dopo la Germania. Tale team, era composto dai Master: Andreoli, Giubilato, De Chirico, Rizzo e Tubia.
Porte aperte quindi per il prossimo mondiale del 2004 in Nuova Zelanda per la squadra “tutta veneta” di Maurizio Preti, seconda su ben 52 squadre concorrenti.
Da segnalare infine che il fondista portovirese è entrato a far parte del team dei “Podisti della Storia”, concepito dal bassanese Stefano Malvestio, ed ha già partecipato a tre raid ciclo-podistici, l’ultimo dei quali si è svolto ad aprile del corrente anno. Con questa impresa, che racchiude un pò il fascino della scoperta pionieristica, il gruppo dei “Podisti della storia” ha attraversato, con un itinerario di ben 140 km, percorso da lunedì 22 aprile con partenza dal centro storico di Caorle, la bassa pianura veneta orientale e friulana, giungendo giovedì 25 a Bottazzo, in Val Rosandra, sul confine di stato sloveno, alle ore 13.
E’ stato un gesto apprezzatissimo da tutta la comunità Fiessese quello che ha compiuto Mercia Ferracini, nipote del compianto ed indimenticabile Vadis, per oltre quarant’anni impareggiabile cronista locale del Gazzettino: la concessione, in uso gratuito, attraverso un comodato con il Comune, del ricco archivio privato del giornalista, composto innanzitutto da articoli del quotidiano con cui ha collaborato con continuità dal 1960 al 2001, poi da vari altri giornali, manifesti e schedari fotografici. Un’apposita delibera della giunta del Comune di Fiesso Umbertiano ha approvato lo schema di contratto per l’acquisizione, in comodato gratuito, di detto materiale. La durata di tale comodato è stata inizialmente convenuta in cinque anni.
L’archivio Ferracini sarà custodito nei locali della biblioteca comunale e ne sarà consentita la consultazione e l’estrazione di copie a tutti i richiedenti autorizzati. In particolare l’amministrazione si è impegnata a favorire la fruizione dell’archivio da parte di studiosi, giornalisti e studenti di ogni ordine e grado. Viene inoltre assicurato l’impegno a non permettere un uso contrario o incompatibile con il preminente carattere storico, artistico o culturale dell’archivio, esercitando ogni azione di custodia per garantirne la conservazione e l’integrità. Il materiale, inoltre, non potrà essere smembrato o trasferito in altri luoghi o ad altri soggetti, senza la preventiva autorizzazione della proprietaria.
Un importante saggio della ricchezza dell’archivio Ferracini è stato frattanto offerto ai fiessesi in occasione della Fiera di Settembre, grazie ad un’esposizione curata dal cav. Mario Prando di Pincara. Sono state estrapolate le “opere” più significative di Vadis, quelle che meglio ricordano la vita e le vicissitudini del paese; quelle che mostrano l’evoluzione storica, produttiva e di costume. Una mostra molto apprezzata, che ha permesso a tanti di rivivere dei bei ricordi ad anche approfondire la storia locale.
Durante l’inaugurazione della rassegna è intervenuto Maurizio Romanato, presidente provinciale dell’Associazione della Stampa e coordinatore dei corrispondenti del Gazzettino, che, con grande emozione, ha ricordato la figura di Vadis come uomo e corrispondente. “Un profondo amore nei confronti del mestiere e soprattutto una apprezzabile capacità di approfondimento hanno incarnato in Vadis la figura del bravo cronista -ha sottolineato Romanato -. In redazione riscuoteva molta considerazione sia dai giovani che dai più anziani per quella sua grande umanità che riusciva a mettere in tutte le cose che faceva. Ha dato molto al paese di Fiesso ed alla professione e spero che questo archivio, che bene ha fatto il Comune ad allestire e catalogare, diventi mostra permanente per mantenere perpetuo il ricordo di un uomo che rimarrà sempre nei nostri cuori”.
Se il Gazzettino ha costituito per Vadis la principale testata di riferimento per un lunghissimo arco temporale, vogliamo qui ricordare anche la sua frequente collaborazione con la presente rivista, con pezzi prevalentemente relativi alla storia e al costume. Tra i vari articoli scritti per il Ventaglio, veramente particolare si presenta quello su “Le Mondine Polesane”, apparso nel n. 7, del Giugno ‘93., dedicato alla madre. Amelia Ferracini infatti nel 1925, ventiquattrenne, dopo un sopralluogo alle risaie del vercellese, organizzò il primo viaggio delle mondine polesane in Piemonte per la stagione del riso. Iniziativa questa che ripetè per oltre quarant’anni fino al 1966, divenendo autentica interprete dei bisogni di una schiera di lavoratrici polesane.
A cura del Comune di Fiesso è stato frattanto redatto un inventario di tutto il materiale concesso, composto da sedici raccoglitori contenenti gli articoli scritti da Vadis su avvenimenti accaduti a Fiesso e Pincara dall’ 8 gennaio 1960 (giorno della sua nomina a corrispondente del Gazzettino) fino all’agosto del 2001. Altri cinque raccoglitori contengono quotidiani vari rilegati, che abbracciano il periodo 1939/49, compresi quelli del periodo della seconda guerra mondiale e manifesti degli anni quaranta.
Una ulteriore ed interessante raccolta è quella relativa ai giornali e manifesti “sciolti” dove, fra gli altri, si possono trovare alcune autentiche rarità: un quotidiano del 31 luglio 1900, recante lo storico tragico evento dell’assassinio del re Umberto I; un altro, in data 31 ottobre 1922, sul nuovo governo Mussolini; in data 6 luglio 1946 sulla nascita della Repubblica; 6 Marzo 1953 sulla morte di Stalin; 29 ottobre 1958 sull’elezione di papa Roncalli; 22 agosto 1968 sul terrore di Praga.
Copiosa anche la raccolta di foto, per un totale di circa 4.500 pezzi pregiati di valore storico, oltre a 12.872 negativi di foto.
Un caloroso ringraziamento va dunque a Mercia Ferracini per aver messo a disposizione della collettività un materiale tanto copioso ed interessante, ma soprattutto il pensiero di gratitudine va a Vadis per tanti anni impegnato in un attento lavoro di documentazione, fondamentale per quanti, come lui, sono quotidianamente impegnati nell’opera di divulgazione.
Da dieci anni un successo annunciato: potrebbe essere questo lo slogan adatto per presentare la “Festa in Tassina”.
Giunta alla sua decima edizione, non ha perso lo smalto originario ma, anzi, ha saputo rinnovarsi nel tempo, offrendo sempre qualche cosa di nuovo. Quest’anno, in occasione del 10° anniversario, la manifestazione promossa dal comitato “Polisportiva Tassina San Leopoldo” ha dato il meglio di sé con un programma ricco di avvenimenti, che ha aperto i battenti il 23 agosto e li ha chiusi il 2 settembre.
Il gruppo di volontari si è dato da fare al fine di riuscire a raccogliere i fondi necessari per la realizzazione di un centro sportivo in Tassina, completo di campo di calcio, foresteria, bagni…
La missione si può dire che sia stata compiuta e il presidente della Polisportiva, è rimasto pienamente soddisfatto per come si è svolta la festa. Il calendario ha previsto la serata inaugurale di venerdì 23 agosto con ballo liscio e, come ospite, il dj Romeo Leopardo di Televeneto. Il giorno seguente è stata invece la volta della mostra alla scuola materna e alle 21 serata musicale in compagnia del “Duo Silver”. Domenica 25 agosto è toccato invece all’esposizione di quadri che si è svolta sempre all’interno della scuola materna.
La rassegna d’arte con tanto di concorso di pittura, giunto alla sua seconda edizione, ha richiamato persone praticamente da tutto il Nord Italia e ha riscosso un grande successo. Così come grande successo ha riscosso il concorso di poesia dedicato a Luciano Osti. Ad animare la serata di domenica ci ha pensato anche il gruppo musicale “Lo Zodiaco” che ha sfoderato un grande repertorio musicale di liscio, che ha coinvolto grandi e piccini, anziani e non.
Altro “richiamo” che ha attirato soprattutto i palati, è stato lo stand gastronomico, che ha presentato la cucina tipica polesana che ha saputo far innamorare anche i palati d’oltralpe. Ma il clou lo si è toccato durante la serata conclusiva, il 2 settembre, quando circa 3.000 persone hanno potuto ammirare i fuochi d’artificio. Un’affluenza di pubblico che, come gli stessi organizzatori hanno ammesso, non si era mai vista. “La sera dei fuochi – spiegano gli organizzatori – le strade erano affollate di persone; molti hanno parcheggiato la propria auto e naso all’insù hanno ammirato lo spettacolo”. Uno spettacolo che ha chiamato in causa nientemeno che i fratelli Martarello di Arquà Polesine, veri e propri maestri quando si tratta di spettacoli pirotecnici.
Anche il momento culturale con il tradizionale incontro con gli autori partecipanti al premio letterario “Poesia in Tassina” è stato all’altezza della situazione.
La tradizione è stata insomma rispettata con divertimento, danze, cultura, gastronomia e un occhio puntato al sociale e agli spazi giovanili. Non bisogna infatti dimenticare che il centro sportivo si fa di anno in anno sempre più vicino, grazie alla “Festa in Tassina” che, in virtù di una collaudata ricetta, riesce sempre a fare colpo.