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Archivi: Articoli d’archivio

  • Sole d’inverno

    SOLE D’INVERNO

    Sole d’inverno, lei è partita, nel suo tepore cerco ristoro. Come da un giro rituale falla tornare, fa’ ch’io ti senta nel suo respiro. Già piovono falde soffici e bianche sul mio digiuno… Domani giacigli di neve e pianti di fronde avranno labbra di gelida luce su cui gemere. Sole d’inverno falla tornare…

    FANCIULLA STRANIERA

    Fanciulla straniera, finché non saremo noi, finché non sarò io a stringere quella mano disperatamente tesa e riconoscerla mia, non ci saranno voli di colombe. Il tuo sguardo, sentiero di muschio, non annoderà capi di luce sulla cruna dei giorni. Finché sarà mio l’egoismo e solo tua l’inutile passione non ci sarà pace o figlia. Su ogni frontiera tu sarai sempre vittima e io carnefice.

    (Primo premio al concorso “Quinta Stagione” di Lama di Ceregnano, Ottobre 2002)

    TUTTO E’ RIMASTO INCOMPIUTO

    Sotto le vesti sei eterna primavera che dilegua ogni tenebra, ma è già tardi… Tutto è rimasto incompiuto; la voglia manifesta di un incontro, la tua immagine così perfetta che al potere di bellezza nulla devi aggiungere se non di esistere, l’incanto degli occhi che si ergono a scatti per illudere ancora la verità.

    POLESINE – ALLUVIONE 1951

    Nell’aria che fa palpitare odo ancora l’onda rabbiosa ferire. Sulle corde del vento l’ira del fiume strozzava di fango ogni grido. Le braccia protese cercavano l’aria, dall’ombra umida delle case rideva la morte.

    Ancora risento i sospiri di mamma alitare preci alle stelle e il mio animo zittire sotto lo scialle, non la voce del suo grembo che mi parea di pianto, …finchè il sonno mi consolò d’oblio.

    All’alba più non mi era accanto frenetica oltre la riva: “Papà è là giù” gridava e subito, veloce, senza ricomporsi la sua bocca arsa sul mio viso acerbo depose disperata la verità…

    (Prima classificata alla rassegna poetica Gruppo Autori Polesani, quartiere Tassina – Rovigo – Settembre 2001)

    IL CANTO DI ALLORA

    Dalla torre dove il tempo era scandito ironizzano voli di rondini. Il canto di allora ha frantumato le rocce.

    Iridate pupille non accendono più le gemme dei tigli, solo brandelli di memoria artigliano con ali di rovi la carne.

    Tu che vibrante prendevi il mio cuore per mano ora non senti come trafigge. La catena forgiata di baci s’è disciolta in anelli di fumo.

    VORREI…

    Vorrei sentire il tuo viso il suo canto di luce, risvegliare lunghi silenzi appesi a respiri di foglie per non rimpiangere più miraggi di turchine lontananze.

    …SESTO GIORNO

    Esplose improvvisa la voglia di Dio e l’Eden fu pieno di luce. Adamo non vide l’ardore del cosmo, un’assenza infinita chiudeva i confini… finché amorosa la destra divina, da lembi di cielo creò pupille di donna… e il prodigio continua…

  • Il Turno

    IL TURNO

    Uomo, un giorno su mani imploranti verso l’alto la donna che ti dorme accanto fu soave dono di grazia.

    Donna, un giorno su mani imploranti verso l’alto l’uomo che ti dorme accanto fu ardente motivo di attesa.

    Più non sono quelle mani cui foste affidati.

    E’ il turno.

    Tendete il vostro sguardo al cielo per nuovi gioiosi sogni e nobili orgogli: il messaggio passerà ad altre anime. Ciascuno si erga forte e leale a difesa dell’altro; col tempo il corpo caduco esalta e potenzia il vincolo.

    VOLA, ANIMA!

    La pena è finita con la notte. Vola, anima, innalzati veloce come il pensiero: le costellazioni non hanno più lontananze, gli incommensurabili spazi non hanno più segreti.

    Nell’universo, docili, i mondi dei primordi ti rotolano incontro illuminando il cammino con immagini di sconosciuta bellezza.

    Ravviva, non abbaglia, il vento di luce in attesa della partecipazione.

    Il mistero è infranto ed il caos si è fatto armonia. Nella vita che non muore, soltanto un sentimento pulsa: Amore.

    DELIRIO

    Spasmodici desideri di conoscenza ma il mistero rimane, deve rimanere. Sul quadrante astrale l’ora è segnata per ognuno. Perché no, potranno anche essere cascate d’azzurro e petali di rosa quando saliremo i gradini antichi de l’universo. La sfida al tempo è breve quanto il volo dell’effimera. Luce, buio, vita, morte non sono che parole. Siamo parte di un tutto, solo il delirio di grazia può contattare l’Eterno.

    NOTTE

    Si torce l’adolescente tra i lini e il sogno solleva veli di seta su desiderati avori femminili. Si scopre, inconsapevole, la casta fanciulla tra le braccia di Morfeo. Innocenti fiumane scendono di vita. Il fortunato amante scala furtivo l’inutile muro in cerca di brame. Medita, insonne, il dotto affascinato da un’ipotesi. E al vecchio è compagna la Parca in attesa dell’ultimo amplesso.

    PREGHIERA DELLA PIETA’

    Ti prego, o Signore, quando saremo tutti uniti a Te nella Tua gloria ed esaltato avrai in sommo grado e i giusti e i poveri infelici e le vittime tradite, torturate, uccise, Ti prego… fa l’impossibile: dimentica l’orrore, abbi pietà, o Signore, togli ai malvagi l’equo castigo ché rinsaviti, già avran sofferto pel male che han compiuto. Tutto per sempre sia come mai fosse accaduto. Pensa, o Signore, a quelle mamme che con ansia e con dolcezza li attesero nel ventre accarezzando la speranza che sarebbero stati onesti e non avrebbero peccato; all’infantile slancio che pur ebbero quelle piccole mani protese un dì con grazia: a quel dolce sorriso che, in anticipo, scorger ci fece il paradiso; a quei mondi felici che, ingenui tutti abbiam sognato su questa terra….. e non furono.

  • Due piccoli zoccoli di ceramica

    Era ieri… Mio nonno varcò la soglia di casa annunciando, con tono allegro e canticchiato, un regalo davvero speciale. Stupore e meraviglia c’invasero all’istante: che il nonno parlasse di regali era un evento veramente raro.

    Solo una volta, che ricordassi; il giorno di uno dei miei trascorsi compleanni, era capitato che mi avesse detto di tendere le mani e chiudere gli occhi; ed una volta riaperti mi ritrovai nel palmo di una delle mani un coloratissimo accendino… Scarico. Era scarico, questo sì, di certo non poteva regalare ad un bimbo una potenziale fonte di danno ma… la pietrina focaia era perfettamente funzionante, e, sfregandola contro la rotellina di ferro, emetteva fantastici sprizzi di scintille colorate: mi sentii al settimo cielo.

    Io vedevo il nonno come una persona straordinariamente importante e potente… Forse più di mio padre. Un dono da parte sua era da me considerato un gran privilegio; paragonabile penso all’orgoglio di un militare, appena decorato con avanzamento di grado, dal suo più importante e diretto superiore.

    In ogni caso, quel mattino non era il compleanno di nessuno di noi. Era una di quelle fantastiche giornate d’inizio primavera; colma di profumi e voglia di giocare ma… Nel calendario un giorno come tanti.

    Il nonno rimase per un po’ in silenzio al centro del soggiorno. Un felice ed enigmatico sorriso tingeva il suo volto da vecchio pescatore, mentre noi eravamo disposti in semicerchio attorno a lui, fissandolo con occhi colmi d’entusiasmo ed impazienza.

    Nella mano destra reggeva un sacchetto di carta color marroncino; cosa poteva contenere? Quale fantastico dono per noi bambini? Immagini colorate e lampeggianti, di giocattoli ai limiti della realtà si proiettavano confuse nella mia mente, fondendosi tra loro in un luminoso, misterioso e pulsante punto di domanda.

    Ecco; la mano andò ad avvicinarsi lentamente al sacchetto ed arrivò con dolcezza a sfiorarne l’estremità, mentre il volto del nonno si faceva serio e quasi solenne. Lo scricchiolio della carta da pacchi come una calda melodia faceva da colonna sonora al nostro felice stupore.

    Attesa; vibrante, viva attesa.

    La mano andò ad intrufolarsi fino a sparire all’interno del sacchetto; vi rimase qualche istante, per poi riemergere dalla grotta di carta stringendo delicatamente tra le dita un piccolo cartoccio. I nostri sguardi si spostarono allora dalla mano al viso del nonno; sguardi meravigliati, illuminati dalla stima: come se ad estrarre quel cartoccio avesse appena compiuto un magico prodigio. Lui ci rivolse allora una rapida e furba occhiatina; l’occhiatina di un mago soddisfatto del suo trucco migliore appena riuscito. Il suo sguardo sembrava dire: “Ragazzi miei, questa è vera magia; non c’è trucco né inganno.” Poi, con tutta la calma di chi già conosce ogni segreto… Iniziò a scartare.

    Vi fu allora un generale e rumoroso deglutire di saliva da parte nostra; proprio come nei cartoni animati. Lui sentendolo esplose in un’energica risata paterna: “Ah, ah, ah, i miei cari bambocci.” Esprimeva quel riso.

    Dopo la risata, continuò a scartare il pacchetto, calcando le movenze del prestigiatore; imitandole a farsa e sgranando a sua volta gli occhi in una comica espressione. Osservandolo in una posa tanto buffa la nostra tensione si allentò un attimo, ed io mi sentii un po’ imbarazzato, rendendomi conto che fino a quel momento avevo lasciato che la bocca rimanesse semiaperta. La richiusi velocemente con un clac di mascelle e…

    Con un fulmineo gesto finale, le grandi mani del nonno si liberarono del cartoccio; facendolo scivolare verso terra. I miei occhi, per qualche istante, seguirono l’ondeggiante, irregolare e leggero volo dello spiegazzato foglio di carta, per poi risalire lentamente (e non senza un pizzico di quel timore, procurato dai momenti in cui l’aspettativa ha da confrontarsi con la realtà) verso il fulcro della mia attenzione.

    Mi apparvero così, proprio al centro della sua grande mano spalancata, due lucidi oggettini, legati tra loro da un nastrino di canapa tinta d’azzurro. Erano due piccoli zoccoli di ceramica bianca, ornati ai bordi da sottili disegnini decorativi, in tratti di china blu.

    E così era quello il fantastico regalo? Due minuscoli, inutili e fragili gingilli di ceramica?

    Inoltre noi eravamo in tre, come avremo potuto spartirci quel… regalo.

    Percepii il sorriso trasognato svanire dal mio volto e, come di fronte ad uno specchio, lo vidi evaporare nel medesimo istante dal volto degli altri.

    Per alcuni momenti la delusione appannò ogni pensiero. Ad un tratto però, giunsi ad una conclusione: se il nonno, il grande nonno; il capo… se proprio lui aveva parlato di un regalo speciale, qualcosa di speciale avrebbe dovuto esserci per forza.

    Quel pensiero, oltre a sanarmi il morale, eccitò ulteriormente la mia fantasia e le mie aspettative. I due oggettini, un attimo prima insignificanti, assunsero d’un tratto il fascino di chissà quale mistero.

    Pensai: “Ora ci porgerà quei due piccoli zoccoli. Potremo tenerli in mano, toccarli, esaminarli… Potremo capire.”

    Li ripose invece nuovamente nel sacchetto e ci fece cenno di seguirlo in cucina. Una volta giunti in cucina, estrasse con lentezza da una delle tasche del suo ampio cappotto un martello, e poi un chiodo…

    Straniti lo guardammo piantare con calma e precisione il chiodo alla parete bianca della stanza, per poi appendervi con aria compiaciuta i due piccoli zoccoli.

    Nessuno di noi ebbe il coraggio di obiettare la sua decisione, ma tutti lo fissammo nell’attesa di una sua qualsiasi spiegazione che… non arrivò mai.

    Dopo averli appesi si fece serio, ci guardò negli occhi uno ad uno, come cercasse in noi un’approvazione, un minimo lampo di comprensione… E se ne andò dalla stanza.

    Trascorsero così gli istanti, le ore ed i miei giorni. Gli zoccoli rimasero appesi per anni a quella parete, ed ogni qualvolta il mio sguardo ci si posava, un interrogativo giungeva alla mia mente; un interrogativo muto, inesprimibile, soffocato dall’illogicità con cui quella vicenda apparve ai miei occhi di bambino.

    Allora avevo otto anni; ed era proprio ieri. Ora ne ho 38.

    Il nonno da mesi è morto e quella casa è ormai deserta. Tutti hanno scordato gli zoccoli di ceramica… Ma non io.

    Oggi sono andato a prenderli.

    Tornato a casa ho annunciato, con tono solenne, un regalo davvero speciale per la famiglia… Ed i miei figli sono rimasti in attesa. Ho mostrato loro, sorridendo, il pacchetto di carta marrone, e con le lente e fascinose movenze di un mago, ho portato alla luce i due piccoli oggetti. Dopodiché ho fatto cenno ai miei figli di seguirmi in cucina, dove ho lentamente estratto dalla giacca il martello, e poi il chiodo.

    Ho affisso così i due zoccoletti alla parete bianca della stanza.

    Al termine dell’operazione mi sono voltato, ed ho osservato negli occhi i miei tre ragazzi; ancora così giovani, convinti d’aver tanto tempo e tante cose da imparare prima di diventare adulti.

    Chissà se uno di loro, un giorno, si ritroverà a fare i conti con quei due zoccoletti.

    Un balbettante interrogativo è sorto nei volti dei miei piccoli figlioli, ma nessuno di loro ha chiesto nulla; forse per rispetto, o forse per paura di non aver colto il significato e far così brutta figura di fronte a me… il padre, il grande capo.

    E così eccoli lì: quei due zoccoletti. Parte dei miei anni, della mia vita e del mio sangue sono trascorsi, ma loro, come un fermo immagine, sono rimasti lucidi ed intatti, conservando l’inesprimibile e dubbio mistero del tempo; il quale vaga indifferente delle nostre esistenze, incagliandosi qualche volta tra i piccoli oggetti appesi alle pareti delle nostre cucine… E noi ad osservarli a bocca semiaperta, come bambini; chiedendoci se veramente abbiamo messo da parte qualcosa, o se è stata tutta un’illusione.

  • El torneo de balon

    Mi a no stago più a Rovigo da quasi quarant’ani, ma de la Tassina me ricordo ben, anca se alora stasevo in Comenda.

    Do o tre robe me xe restà imprese e adesso ve le conto. Intanto da putin pensavo che la Tassina fosse l’ultima nata de la fameja dei tassi, la fiola più picola del tasso e de la tassa. Dopo, più grandeselo, avendo imparà un po’ de storia, credevo che la se ciamase cussì parchè, nel medioevo, quei ca ghea da passare da lì par ndare a Rovigo, i dovea pagare na piccola tassa: na tassina appunto. Inveze son vegnù a savere, da poco, che el gera el nome de na tenua che ga dà el nome a tutta la zona.

    Da bocia, in Tassina a vegnea a pescare sui scoleti e, quando i ghe molava l’acqua marza del zuccherificio, mi e altri fioi, armà de sfiossina, a ciapavino un mucio de lussi, tenche e barboni che i vegnea a bochezare de sora da l’acqua. No so se chei scoleti i ghe xe ancora; qualche tempo fa li go zercà, ma no so sta più bon de catarli, anche parchè son capità ne la parte nova de la Tassina: nè fossi, nè scoleti, ma tanti palassi, tante bele case con vie larghe e squadrà e verde ben tegnù, e me son dito: varda ciò che quartiere de siori.

    Ma vegnemo all’avvenimento sportivo che forse i se ricorda ancora quei che de ani ga passà la zinquantina.

    A Rovigo gera sta organizzà un torneo de balon in notturna tra i vari quartieri. Ghe gera el quartiere S. Bortolo, el quartiere Duomo, la Comenda, S Pio X, S. Francesco, ognuno co la so squadra. La Tassina l’è passà par un pelo, parchè quei del Duomo diseva che Rovigo finiva dai Frati.

    Scuminzia dunque el torneo. La Comenda, che la se gà fato prestare tre zogadori dal Mardimago e do dal Concadirame, vinze le prime partie e nel quartiere la freva balonara la se alza.

    La sira, quando la squadra, partendo dal bar dedrio la cesa de la Comenda se porta al campo sportivo, un sciapo de zente ghe tien drio bacajando in coro: “ojo, petrojo, aqua minerale, par bater la Comenda ghe vole la Nazionale!… Ojo, petrojo….”

    Stessa solfa al ritorno, dopo aver vinto la partia: i comendatori scalmanà, con mi bocia in mezzo, par le vie de Rovigo, a un boto de note a urlare: “ojo, petrojo, aqua minerale, par bater la Comenda ghe vole la Nazionale!”.

    S. Bortolo, el Duomo, e San Pio i vien scartà. Resta la Tassina che, in un finale da ricordarse, bate da Comenda. Semo contenti lo stesso: l’importante gera batere quei smerdoni piazzaroi del Duomo che i crede de essere solo lori i cittadini.

    Compagnemo fin al bar la nostra squadra, ma gavemo ancora voja de cantare…

    Che la volta, par le vie de Rovigo, a un boto de note, la squadra in testa, mi bocia in mezzo, se ga sentìo bacajare: “Ojo, petrojo, saon e varechina, par bater la Comenda ghe vole la Tassina!”.

  • Sorrisi di Natale

    Quando Donada non era ancora Porto Viro, in quella parte del delta del Grande Fiume dove in primavera il cielo si confonde col mare e la terra tra le canne e le nebbia si svela lentamente offrendosi come il più prezioso dei doni del Creato, io ero lì, fresco di nomina come docente su una cattedra di lettere… Questo incarico insperato, in questa parte del mondo a me sconosciuta, esaltava ogni cosa che sapeva di fresco e profumava di nuovo.

    Abitavo allora in via XXIV maggio, un vanto per un bersagliere come me, una via stretta tra grandi orti e piccoli giardini. Per arrivare in piazza bastavano quattro passi tra due vigneti, dove le viti ordinate in filari e rette da pali spellati erano basse e straordinariamente tese.

    Si era a Natale e l’aria delle prime vacanze della mia carriera illuminava le ultime giornate di scuola nelle quali avevo proferito quasi tutta la mia anima di maestro. E quello era proprio l’ultimo giorno di scuola; avevo lezione dopo l’intervallo, ma ero partito un po’ prima per respirare quel po’ di sole che la nebbia lasciava sorridere su quelle giornate quasi invernali, ma relativamente tiepide.

    Nelle vigne i contadini avevano già avanzato la potatura e, nel vigneto vicino alla mia casa, un vecchietto dominava con le sue forbici, come una divinità pagana, scolpendo le piante con sicurezza dopo un attento esame sulla posizione e sulla lunghezza dei tralci, il tutto accompagnato da un monologo di mugugni e di ritrovate soluzioni.

    Fischiava spesso, canzoni d’altri tempi e romanze d’operetta, che lasciava nelle parti meno note per interrompersi con note marziali – sempre quelle – dell’Inno dei Lavoratori o di una marcia militare, confusa tra quella dei lagunari e quella più nota degli alpini…

    Era minuto di statura, con una giacca molto più grande della sua misura che, per il disegno della stoffa e per il taglio, era appartenuta certamente a qualcun altro; aveva due strani stivaletti corti polacchetti ed in testa un curioso berretto di lana, piuttosto sulla nuca.

    L’avevo sentito ancora e mi piaceva il suo fischiare: sembrava non far fatica, era un modulare note e fantasie in frase facili, orecchiabili e direi perfino prevedibili, molto intonate. Se non fischiava, era per assaporare – e tutto intorno si spandeva in folate di veli azzurri – quel profumo particolare, inconfondibile, che solo un buon toscano può regalare.

    Ma in quel mattino nessuna delle due cose animavano il vecchietto.

    Cesco, così si chiamava, era al suo posto, anzi era proprio intento all’ultimo filare parallelo alla strada, appena oltre una scolina interrotta da cespugli d’olmo e d’erbe secche. Mi salutò come sempre, ma non volendo fargli perder tempo feci per proseguire. Lui si fermò con le forbici a mezz’aria ed io, con atteggiamento premuroso di chi finge di sapere e invece non sa, chiesi: “Cesco, che c’è? Sta poco bene?”.

    A quelle parole Cesco si girò di scatto verso la sua casetta di calce chiara, un po’ all’interno dalla strada, col camino che fumava bianco… “Quella là – disse alzando i baffetti – ci mette tutti a catena…” poi prosegui in dialetto: “La gà bevù el servèlo anca al me Toni, poareto!”.

    Se Toni era suo figlio, non mi fu difficile capire che “Quella là” era sua nuora… Stavo per sorridere quando spiegò: “El dotor gà dito (scandendo) testualmente – Limitàr el baco e pochi sigari… e ‘ndar leto presto! e no – Niente bévar, e più del pezo, niente fumàr!.”

    Mentre io fingevo di preoccuparmi, lui sbottò in una strana profezia: “Co gò finìo… a vedaremo!”.

    Cosa dovesse finire, forse era riferito alla potatura, ma nel “vedaremo” poteva esserci la storia della destinazione della pensione ormai prossima, perché, inserite le forbici nel fodero, una assicella con una tomaia, sfregò con un sorriso arcigno il pollice all’indice segno manifesto che ci si riferiva ai soldi… Io salutai e ripresi il mio cammino, dimostrando premura, ma un po’ complice di quel segreto.

    Arrivai a scuola che la recita non era finita e c’era tempo per gli auguri al Preside. Tra i cori sgangherati e sinceri dei ragazzi sul palco e la confusione dei genitori, alcuni seduti e molti in piedi, mi tolsi il cappotto per dare la certezza di essere presente e sgattaiolai nel corridoio e poi di corsa, dietro l’angolo da Maria di “Sali e Tabacchi”.

    Sbalordita mi aprì la scatola di legno nero che custodiva all’interno una decina di sigari. Cercai nella memoria gli insegnamenti dello zio Paolo, adocchiai il più biondo, mi parve morbido e coi contorni meno frastagliati, e lo indicai deciso. Con un colpo di ghigliottina, Maria, annuendo per la mia scelta, ne fece due parti quasi perfette poi le incartò bene in una schedina della Sisal non giocata e prese i soldi con il desiderio stampato sul volto, ma senza avere il coraggio di chiedermi a chi fossero destinate le due metà di quel toscano.

    Avevo solo un grosso maglione rosso e volai da Cesco, certo che nessuno se ne sarebbe accorto. Lui era quasi a metà dell’ultimo filare e, quando mi vide saltare la scolina, capì subito; non scartò l’involto, ma si aprì il giaccone girando le spalle alla casa che adesso si vedeva meglio e fece volare la refurtiva proibita nel taschino della camicia di flanella un po’ sbiadita. Il piacere inaspettato gli aveva illuminato il sorriso scrollandogli di dosso almeno la metà dei suoi anni e la mia frase banale “Mi raccomando…” era un augurio.

    Poi via, di ritorno. L’aria mi pizzicava il volto, il sole s’era fatto chiaro e anche il grosso maglione ora non mi serviva più…

    Giunsi agli applausi, mi confusi tra i genitori e furono saluti al Preside, abbracci ai colleghi e promesse ed auguri ai genitori e ragazzi.

    Beata la lectio brevis d’un tempo! Era la cornice più adatta ad ogni vacanza… Fuori il campanone suonava appena il mezzogiorno e era già aria di festa. Cesco era là, aveva appena finito la potautura e girava tra i filari accarezzando i tralci più lunghi, mimando l’ultimo controllo, in realtà per spargere ovunque la sua gioia.

    Mi salutò che ero ancora lontano e disse forte: “Dopo pranso uno… e l’altro domàn… a la sua salute!”. Capii che aveva vinto il suo desiderio e si godeva l’attesa.

    Passato che gli fui davanti lo risentii fischiare. Il motivo mi era noto, ma la mia distrazione mi riportava alle sagre popolari del passato a quelle feste di paese dove non si respirano solo aromi e odori di torroni, zucchero filato e caramelle multicolori, ma pot-pourri di canzoni nuove e vecchi ballabili tra il cigolìo delle meccaniche delle giostre e il vociare rumoroso della gente e quei palloncini che tendono in alto anelando la libertà… mi venne voglia di casa. Ma dietro a noi intanto si era avvicinato il fragore inconfondibile della postina dalle ciglia folte. Fermò il suo motorino smarmittando e, sbandierando due cartoline gialle estratte a sorte dall’ampia borsa in pelle, gridò forte: “Alé! Sono arrivati stipendi e pensioni!!!”

    Cesco balzò sulla strada e mi strizzò l’occhio, poi scherzosamente strinse la mano alla postina e canticchiò: “Rosamunda, Rosamunda…”.

    Scoppiammo in un sorriso che non sarebbe finito più se una giovane voce femminile dalla casetta di Cesco non l’avesse interrotto con un perentorio: “E’ pronto in tavola… vegnì subito!”. Allora ci salutammo ed ognuno seguì il suo destino. Era il Natale ‘70.

    Ero a spasso col cane sull’argine dl Po qualche sera fa e qualcuno prima di me era passato portandosi il profumo inconfondibile di un mezzo toscano… anche adesso è quasi Natale… anche adesso è quasi ora di stipendio, ma non c’è più nessuno che sappia fischiare.

    Beh, se vuoi ci proverò io “…Rosa-munda, Rossamunda…”.

    Buon Natale!

  • Le bambole della nonna

    Nell’ambito della collaborazione che il Comune di Porto Viro – Assessorato al Turismo – ha da anni instaurato con la Cooperativa Turismo & Cultura di Rovigo, è stato allestito uno stand nel contesto della Fiera Campionaria svoltasi in questo attivo comune dal 20 al 23 luglio 2002, nell’intento di realizzare quella promozione dei talenti e delle risorse che danno sapore e anima ad un territorio suggestivo e affascinante come quello del Delta.

    L’azione si inserisce in un progetto più ampio volto alla valorizzazione dei Musei del territorio realizzabile solo grazie al fervido impegno della gente del posto con la propria arte e sensibilità.

    Numerosi sono gli artisti che ho avuto modo di conoscere da quando vivo in questa terra; gente comune, semplice, che crea per il solo desiderio di far vivere qualcosa frutto del lavoro delle proprie mani, e avere l’immenso piacere di dire “l’ho fatto io!”.

    Un album delle memorie e della natura com’è il Museo della Corte di Ca’ Cappello prenderà vita grazie alla passione di alcune artigiane che operano costruendo e realizzando oggetti da loro stesse ideati, e che metteranno a disposizione di scuole e visitatori la loro passione e la loro capacità creativa.

    Tre sono le artiste-artigiane che con le loro opere hanno dato vita allo stand di Porto Viro: Gianna Mazzetto di Rovigo, autrice delle pitto-sculture di cui si è parlato nel n.22 della presente rivista, Rossella Cavalieri con “le bambole della nonna”, ed Elvira Chiodin e le sue “creazioni fantastiche”; queste due ultime, che vivono nel Delta, daranno vita ad incontri al Museo, utili a conoscere e a comprendere la vita di un tempo, grazie alla possibilità di osservare ma anche di creare.

    Rossella è una persona piuttosto conosciuta dalla gente di Porto Viro soprattutto dai bambini, poiché è sempre stata sua passione quella di mettere a disposizione dei più piccoli la sua capacità creativa e la sua dolcezza.

    Le sue bambole di pezza, minuziosamente costruite con materiale povero e di recupero, raccolgono sempre grandi favori, per non parlare dei piccoli mobiletti in miniatura appositamente creati per far vivere e rendere più reali i morbidi personaggi.

    Elvira riesce invece a stupire con le sue creazioni fantastiche e colorate che sanno rendere speciale ogni evento o ricorrenza: nascite, cerimonie, eventi, fiabe.

    E’ la reinvenzione di un mondo che non c’è più, il gusto dell’arte creativa di un artigianato “casalingo” quello che Rossella ed Elvira vogliono e desiderano esprimere con i loro manufatti.

    Sicuramente il Museo della Corte sarà un ottimo laboratorio per chi avrà il piacere e la possibilità di visitarlo e di poter fare, con l’aiuto e la passione delle artiste-artigiane del Delta, piccoli elaborati che diverranno il segno tangibile di un passato e di una tradizione ancora presenti.

    Per informazioni: CeDi – Turismo & Cultura – Rovigo – Tel.0425.26270.

  • Il transvisionismo di Mario Bernardinello

    Nasce nel 1933 a Lendinara Mario Bernardinello, che ancora fanciullo si trasferisce con la famiglia a Milano, dove tuttora svolge la sua splendida ricerca artistica, inizialmente contrassegnata da una pittura figurativa di tipo classico che progressivamente si è vista impegnata in una destrutturazione informale dell’elemento reale. Le letture semantiche hanno quindi ceduto il passo alle chiavi dell’astrazione, giungendo oggi a configurarsi come transvisionismo, nuovo ambito di indagine artistica il cui manifesto, costituito nel recente 1995, ha visto, nel rinnovo dei paradigmi dell’astratto convenzionale, la possibilità di essere condotto ad una facoltà espressiva tale da permettere un dialogo continuo e sempre nuovo tra l’opera e l’osservatore.

    L’opera di Mario Bernardinello parla infatti con cento volti e mille voci. Il tema viene a costituirsi di volta in volta come la risultante mobile tra quanto in essa si evoca, e quanto si muove poi nella sensibilità soggettiva dell’osservatore. Si tratta di espressioni che riportano a figure archetipe, a dinamiche interiori che possono combinarsi in infiniti modi nell’individuo, ma che appartengono all’essere umano come specie.

    L’immagine si proietta al di fuori della materia in cui si fonde, in un impatto cromatico forte o nel movimento incisivo del gesto pittorico che è sempre potente nel richiamare ciò che nasconde l’inconscio dell’individuo, sollecitato da naturali ed irriducibili spinte verso una propria consapevolezza.

    Si sente così, in quest’Arte, un mezzo per esplorare i propri moti di energia, che percepiti nel sè come flussi fusi ed indistinti, immancabilmente tendono ad emergere dallo stato magmatico per potersi differenziare nella coscienza, ed identificarsi ad un livello superiore.

    Chi guarda, attiva in sè un occhio interiore, condotto ad un confronto personale con quanto sente nel proprio cuore. Un occhio interno che si spalanca per percepirne gli impulsi originari, le dinamiche naturali. O che si rispecchia in immagini ancestrali, legate ai percorsi del passato, alla memoria storica dell’Autore, recuperata ed elaborata per dar vita ad echi nuovi nel presente.

    Nell’opera si trattiene tutta la poesia dei colori nati e diffusi nella natura. La liricità del sentimento di quanto c’è in essa di originario e di puro, che si avviluppa ed interseca come in un ventre materno tra graffi, sovrapposizioni ed intersezioni di colore, spesso scelto per rappresentare paesaggi, dimensioni ambientali.

    Ma la visione esteriore sottende all’analisi di mondi psichici, a sentimenti dello stato spirituale, in una tensione compresente all’idea intrinseca della loro imminente apertura. Di un loro schiudersi tra tenuità cromatiche, tipiche di toni propri di una primavera perpetua.

    Territori dell’anima, dunque, dove il tempo sembra essersi fermato. Rappresentazioni in cui, proprio come in un grembo, le energie presenti sembrano infatti sciogliersi tra macchie di rosso e una luce azzurra, quasi ghiacciata, nell’indice di fertilità. Incipit latenti, dunque, il preludio del loro disgelo.

    Nella lavorazione delle tele, trattate sempre in dimensioni ampie, o dei murali e dei graffiti, nel cui fondo il cemento e il gesso perfettamente si mescolano in un durevole equilibrio, gli acrilici si fissano nelle sembianze di un affresco, da cui bagliori freddi e quasi lunari si rapprendono nella materia per poi irradiarsi nello spirito dell’osservatore, come nell’attesa di un’alba nuova.

    Un’attesa silenziosa che lambisce, attivando meravigliose alchimie.

    Quadri che sembrano costruiti di materiali naturali, come se gli ingredienti traessero origine dalle sostanze della terra, dagli azzurri nitidi di un cielo nordico o polare. Ma dai rossi di lava incandescente e fiammante, la Vita pare riprendersi dalla pietrificazione, nella quale scorre sotterraneo il fuoco che, imperituro, vuole espandersi, crescere.

    Una dinamica che somiglia un poco al percorso di ricerca artistica fatta dall’Autore, che in una pausa riflessiva di quasi dieci anni si volle arrestare, approdando poi a questo nuovo genere, successivamente assunto tra le fisionomie del transvisionismo.

    Un’Arte che è indagine psicologica, perchè la realtà in essa non viene vista, bensì “trans-vista”. Ovvero intuita ed ascoltata attraverso la percezione partecipante dell’osservatore. Un ponte che parte da inviolati mondi intagliati nel cielo o nella pietra che dirigono verso l’introspezione, dove si incontrano memorie originarie come l’archetipo della Vita, che nasce acquatica e che si imprime e si cristallizza tra le sfumature del celeste, il nero e il giallo tenue, in cui essa compare omogenea ed eterna.

    L’oggetto d’indagine viene quindi prodotto dall’attivazione di un effetto emotivo sull’osservatore, riportato indietro, a quanto si conserva oltre il tempo. Evocazioni di semplicità, di naturalezza, di primordiale. E di sentimenti contrapposti che si intrecciano sovrapponendosi tra i ricordi, portati ad una dimensione di liberazione, desiderio di tutti ma che si combina in diverso modo in ognuno.

    Un invito irresistibile, questo, a fermarsi ed ad attendere che riaffiorino istanze nuove, che riprendano a scorrere per innestarsi e dissolversi nell’animo di chi guarda. Che facciano breccia come senso di una natura fredda ed incontaminata da cui vogliano irrompere le energie calde che vi si trattengono, infuse per poter vivere immortali.

    Mario Bernardinello, esponente di spicco nel panorama della cultura contemporanea per esservi presente da oltre 40 anni con mostre, concorsi ed iniziative didattiche (cofondatore del Centro Artistico Culturale Milanese e membro attivo del Museo della Permanente di Milano), oltre che con collaborazioni galleristiche sulla scena sia nazionale che internazionale, esordirà in data da definirsi anche a Rovigo con una propria Personale, in un percorso di 40 opere accompagnate da una presentazione del Volume “Transvisionismo” del critico e storico dell’Arte Giorgio Segato.

    Onorerà così questo territorio che gli diede la nascita, e che ogni anno egli visita essendovi affettivamente molto legato.

  • Mantovani e l’ebbrezza del colore

    Da due anni la “Pescheria Nuova” di Rovigo – in seguito all’importante intervento di recupero che, valorizzando le eleganti arcate neogotiche sul Corso del Popolo, ha nel contempo dato nuova vita al ripristinato ampio spazio interno – si è imposta come l’ambiente più qualificato della provincia per significative mostre d’arte. E la stagione dell’autunno, che dopo le evasioni estive porta con sè la voglia di eventi culturali di rilievo, si è aperta lo scorso ottobre con un’ampia retrospettiva dedicata a Gianni Mantovani, artista lendinarese di rilievo nell’ambito della pittura veneta del XX secolo.

    Entrando nella grande sala, l’attenzione del visitatore era subito calamitata da due grandi quadri, percorsi da dirompenti giochi di colore, staccantisi con forza inattesa dalla bianca superficie della tela, i cui confini sfumavano nell’altrettanto candida parete.

    Il colore, deciso, vissuto con una carica vitale intensa, rivelatrice di profonde emozioni, sembra aver costituito una scelta dominante nella produzione pittorica di Gianni Mantovani, il cui itinerario artistico si è sviluppato in un lungo arco temporale, per oltre un cinquantennio, dai primi anni quaranta fino alla morte avvenuta, all’età di settantun anni, nel 1994.

    La mostra – per la realizzazione della quale ha avuto un ruolo importante l’amico Carlo Tintore, che fra l’altro ha firmato un rivelatore intervanto nell’apposito catalogo, accanto alle approfondite note critiche della curatrice dell’esposizione Marilena Pasquali e a quelle puntuali del direttore dell’Accademia dei Concordi Antonio Romagnolo – ha offerto la possibilità ad un vasto pubblico di apprezzare la ricca produzione artistica di Gianni Mantovani e comprendere l’evoluzione del suo processo pittorico.

    Partito da suggestioni naturalistiche, interpretate con una sensibilità molto personale, vivificata dalla pregnante presenza del colore, Mantovani negli anni ‘60 sembra, con decisione inattesa quanto improvvisa, voler ripudiare la forza della ricerca cromatica, per privilegiare diafane scene invernali. E’ così che sulle sue tele si stemperano paesaggi lattiginosi, coperti di neve e appena rischiarati da una pallida luce vespertina: spettrali alberi neri in primo piano e, più lontano, squadrate case silenziose, con le imposte malinconicamente chiuse.

    E’ questo un vero e proprio iato nella pittuta di Mantovani, quasi uno strappo verso il nulla, da cui l’artista lendinarese si riprende, alla fine del “periodo anomalo”, con la riconquista, più vitale che mai, del colore. Colore puro, slegato dalle forme, alla ricerca di contesti inesplorati. Caleidoscopi di luce, magiche esplosioni di colore, in molteplici accostamenti, che a volte accarezzano ed altre scuotono l’anima dello spettatore. Si passa dalle verdi mobili trasparenze, ricordo di luci filtrate tra le fronde di boschi montani, alla sinfonia dei rossi contornati da taglienti scaglie bluastre, fino alla placida danza di libere presenze cromatiche sul candido spazio della tela.

    Contraltare a queste esplosioni di colore, i disegni, a carbonciono o a china, eseguiti per lo più nella stagione invernale, quando il rarefarsi dei colori della natura suggeriva al pittore momenti di ripiegamento interiore in attesa di nuove esplosioni cromatiche.

    Questo in estrema sintesi il mondo pittorico di Mantovani, le cui proposte artistiche hanno suscitato grande interesse nella mostra rodigina che, tra gli altri apprezzati aspetti, ha avuto il merito di riportare, all’attenzione del pubblico e dei critici, un autore sensibile ed innovativo, che va senz’altro annoverato tra gli artisti polesani di maggior rilievo del secolo da poco concluso.

  • Un ricordo del Cav. Adriano Pizzo

    Tutto è iniziato da una recente lettura del libro di A. Petacco “L’Armata nel deserto – Il segreto di El Alamein”, uscito alla vigilia del 60° anniversario della grande battaglia svoltasi in Africa, nell’autunno del 1942, durante la II° Guerra Mondiale.

    Mi sono ricordata che mio padre Adriano Pizzo (scomparso nel 1991), quand’ero ragazzina, mi parlava spesso di come fosse miracolosamente scampato dall’inferno di El Alamein: dieci giorni terribili, dal 23 ottobre al 4 novembre, che videro contrapposte le forze anglo-americane del Gen. Montgomery a quelle italo-tedesche del maresciallo Rommel. Ad un tratto ho ritenuto giusto e interessante ricostruire le vicende di questo giovane soldato, che, dal Polesine, si trovò nell’inferno del deserto Africano, in mezzo a mille peripezie.

    Nato il 16/3/1916 a Solesino (PD), uno dei paesi in cui aveva lavorato il padre Antonio, segretario comunale, ma vissuto ad Adria fin dalla tenera età, Adriano Pizzo, secondo di quattro fratelli, tre anni dopo aver conseguito l’ammissione al Liceo Scientifico di Rovigo, fu chiamato alle armi di leva l’1/2/1937. Dopo il congedo illimitato per fine ferma, pensava di aver assolto il suo dovere verso la patria.

    Tutti i suoi pensieri erano, allora, rivolti alla fidanzata Annita, che il 1° maggio 1940 avrebbe sposato, coronando il suo sogno d’amore. Non avrebbe mai potuto immaginare che, subito dopo, il 30 maggio sarebbe stato richiamato alle armi a Padova per misure militari di carattere eccezionale e “mobilitato in territorio dichiarato in stato di guerra”.

    Adriano Pizzo giunse ad El Alamein il 25/10/1942 (due giorni dopo l’avvio dell’imponente operazione militare) proveniente dalla Grecia, per via aerea, col grado di Cap. Magg. marconista.

    Raggiunse l’Africa settentrionale, sbarcando a Derna e subito fu destinato, a mezzo camion, in zona operazioni al 17° Btg. misto-genio Div. Pavia (una delle tre più gloriose divisioni italiane con la Folgore e l’Ariete) sul fronte Sud, facente parte del X° Corpo d’Armata.

    Precisamente fu dislocato a El-Qattara (El Alamein), l’infernale depressione nel deserto, dove persino la natura era un nemico per i poveri soldati: caldo torrido di giorno, temperatura sotto zero di notte, topi e serpenti gli unici ospiti di terra, mentre corvi e avvoltoi volteggiavano in cielo.

    Questo in tempi di normalità, ma quando il Cap. Magg. Pizzo arrivò, El Qattara lo accolse nell’infuriare della 3° battaglia di El-Alamein, iniziata la sera del 23 ottobre, quando le forze anglo-americane colsero di sorpresa gli italo-tedeschi, scatenando all’improvviso un uragano di fuoco.

    Dapprincipio le nostre fanterie, sorprese per l’attacco inaspettato, ebbero una reazione piuttosto disordinata, poi reagirono con coraggio e determinazione, nonostante le difficoltà logistiche: la lontananza dalla base ordinaria e l’inspiegabile affondamento di molti convogli di rifornimento nel Mediterraneo.

    “Solo la superiorità dei mezzi riuscì ad avere la meglio sul valoroso impegno dei nostri soldati” era solito ripetermi. Numerosi gli atti di eroismo di cui (tramite “radio-scarpa”) ebbe notizia: un esempio i coraggiosi paracadutisti della Folgore, che, sebbene addestrati a compiti diversi, combatterono a terra come fanti, spesso in buche scavate con le loro mani nella sabbia durante l’infuriare della battaglia.

    Un immediato ripiegamento delle truppe verso nord-ovest avrebbe consentito di salvare l’armata, ma, Hitler ordinò: “Resistenza ad oltranza ad El Alamein, fino alla vittoria o alla morte!”. In questo inferno il Cap. Magg. A. Pizzo del 17° Btg. misto genio Div. Pavia, dislocato nella depressione di El Qattara, si trovò nel caos generale, tra le unità del sud, prevalentemente italiane, disperse in balìa delle forti e numerose formazioni nemiche.

    “Si salvi chi può!” Fu la parola d’ordine. Da quel momento mio padre per i suoi cari lontani risultò disperso per due anni e mezzo.

    Del X° Corpo d’armata soltanto alcune centinaia di uomini della Div. Pavia si salvarono dalla prigionia, raggiungendo il resto delle truppe superstiti sulla litoranea. Uno di questi fu A. Pizzo, che, se avesse voluto avrebbe potuto arrendersi ed, assieme ad altri Italiani, raggiungere subito una prigionia sicura.

    Ma Adriano Pizzo non era uomo da scegliere subito la resa: alla guida di una camionetta, sotto il fuoco del nemico, egli osò attraversare il deserto, fra depressioni e dune, fino alla costiera settentrionale, “… portando in salvo diversi soldati e quattro ufficiali del Battaglione in mezzo a rischi e difficoltà di ogni genere, con la sola preoccupazione di compiere fino in fondo e a qualunque costo il proprio dovere”. Così attesta un vecchio documento ingiallito, che riporta le testimonianze rese da diversi militari testimoni e firmato dal Capitano Comandante La Compagnia Mario Sassi, che inoltrò la segnalazione per una giusta onorificenza.

    Tanti anni sono trascorsi, da quando mi raccontava queste vicende, eppure ora, leggendo i suoi appunti, i ricordi riaffiorano chiaramente, prendendo la loro giusta collocazione nel tempo e nello spazio. Come quella volta in cui stava chiacchierando con un commilitone ed all’improvviso un sibilo: il salto in una buca e il compagno esanime non rispondeva più. Durante la ritirata il balzo in un burrone, alla guida di una camionetta, con il rischio che atterrasse capovolta! Andò bene ed il mezzo ripartì.

    La sfida con le tempeste di sabbia, quando il ghibli, terribile e forte vento del Sahara impediva di vedere e di respirare. Se erano costretti ad uscire dalle piccole tende improvvisate, ricordava, dovevano allontanarsi muniti di grossi occhiali aderenti, il volto fasciato come mummie aggrappati ad una corda, per poter trovare la via del ritorno. “Sembrava che la sabbia penetrasse dappertutto, persino nelle ossa!” A quei tempi A. Pizzo, se si guardava allo specchio stentava a riconoscersi: magro, scuro in volto, con baffi e pizzetto sul mento. Molti commilitoni lo chiamavano “pizzo” convinti che si trattasse di un soprannome.

    Ma non era ancora finita! In Tunisia, riunitosi finalmente alla 137° Compagnia marconisti di collegamento del VII° Btg. speciale genio, partecipò alle operazioni belliche fino alla resa a Capo Bon il 13 maggio del 1943, dove i coraggiosi soldati ricevettero l’onore delle armi da parte degli Inglesi.

    Dopo la resa, il Cap. Magg. A. Pizzo fu portato prigioniero, via mare, in Scozia e poi in Cornovaglia nel sud dell’Inghilterra. Grande tristezza in quegli anni, mitigata in parte dal clima di reciproco rispetto e solidarietà instauratosi fra lui e i carcerieri! Ricordava mio padre: “la sera noi dentro i recinti riservati ai prigionieri, loro (gli Inglesi) fuori di guardia, intonavamo assieme nelle rispettive lingue, le stesse malinconiche canzoni: “Stella d’argento” e “Lilly Marlène” pensando ai nostri cari lontani”.

    Dopo tre lunghi anni di prigionia venne finalmente rimpatriato e collocato in congedo illimitato il 22 luglio del 1946. Grande la gioia del rientro in famiglia, dopo sette anni di assenza! Allora aveva trent’anni!

    Nonostante le sofferenze fisiche e morali A. Pizzo si riteneva davvero fortunato per essere riuscito a ritornare sano e salvo, tanto da non dover pretendere altro dalla vita. Ben dice la massima latina: “Audaces Fortuna iuvat!” (la fortuna assiste i coraggiosi). La Fortuna e S. Antonio da Padova, a cui fu molto devoto, tanto da portare sempre nel taschino interno, dalla parte del cuore la sua immagine, che, consumata e a brandelli, conservò per tutta la vita.

    Dieci anni dopo, nel 1956, fu insignito della Croce al Merito di Guerra “…in riconoscimento dei sacrifici sostenuti nell’adempimento del dovere nel periodo bellico 1940-43 e nei tre anni di prigionia successivi”. Un ulteriore riconoscimento il 2 giugno 1988: dal Presidente della Repubblica Cossiga gli fu conferita l’Onorificenza a Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, a coronamento di tutta una vita di generosità ed estrema disponibilità verso il prossimo.

    Egli portò una vera e propria venerazione per queste due onorificenze, non per vanità, ma perché gli evocavano vicende lontane, intensamente vissute e sofferte, in seguito però tanto nostalgicamente ricordate, perché legate alla sua giovinezza.

    Annotazioni di queste memorabili vicende mi sono capitate in mano rovistando in un cassetto della sua vecchia scrivania ad Adria: ho trovato una cartellina contenente documenti ormai ingialliti ed appunti scritti con quella grafia minuta e chiara, che solo negli ultimi anni della sua vita diventerà un pò tremante. Mi sono subito resa conto che in quei fogli c’erano sette anni di vita, di gioventù donati al servizio militare, con grande generosità.

  • Ferruccio Viola e Celio Ricchieri

    Gli avvenimenti di cui sono stata protagonista o semplice spettatrice da bambina sono chiaramente impressi nella mia mente. Li rivedo come allora, con tanti particolari. Ho letto che non c’è da stupirsi di ciò perchè, per un meccanismo tipico della memoria degli anziani, i ricordi del passato sono più nitidi di quelli connessi ad avvenimenti recenti.

    In casa io ero “la piccola”, avevo fratelli molto più grandi di me, che spesso parlavano di sport, politica, cultura, facendo nomi di cittadini per i quali nutrivano grande rispetto. Sono perfettamente impressi nella mia memoria i nomi e i tratti biografici di questi rodigini che meritano di essere inseriti nel “libro d’oro” della città e ritengo che il loro ricordo vada tramandato ai posteri come esempio di estrema dedizione ed impegno nel campo sociale ed umano. Voglio in particolare ricordare due personaggi, fra di loro diversi anche sotto il profilo professionale, le cui vite per alcuni aspetti ebbero ad intrecciarsi: il prof. Ferruccio Viola e l’artigiano Celio Ricchieri.

    Ferruccio Viola nacque nel 1877. Era coetaneo di mio padre e fu una grande figura di educatore. A sei anni ebbe la sventura, con i fratelli minori, di rimanere orfano di entrambi i genitori. Visse assieme al nonno paterno, dimostrando interesse per gli studi, specie per le discipline scientifiche, cosicchè si iscrisse alla facoltà di Matematica presso l’Università di Padova, laureandosi nel 1898. Successivamente conseguì anche la laurea in ingegneria civile, che gli permise di ampliare i suoi interessi connessi all’attività di lavoro e alla carica di preside dell’Istituto Edmondo De Amicis.

    Nel 1904 la Giunta Municipale di Rovigo, presieduta da Amos Bernini, approvò il progetto per la graduale fondazione nel capoluogo di un Istituto Tecnico, comprendente tre sezioni: Fisica e Matematica, Ragioneria e Agrimensura. Come sede provvisoria furono utilizzati alcuni cameroni in via Trento, di proprietà dei Luoghi Pii. Di tutta l’operazione il principale artefice fu sicuramente il prof. Ferruccio Viola, divenuto poi l’anima stessa del nuovo istituto, che nel 1907 fu trasferito nel più decoroso palazzo Montalti, già sede della Regia Prefettura Austriaca fino alla conclusione della Terza Guerra di Indipendenza.

    Quando nel 1922 il complesso scolastico divenne Istituto Tecnico Provinciale “De Amicis”, il primo preside fu il prof. Viola, che nel ‘34 fu parte attiva nell’organizzazione dei festeggiamenti del trentennale.

    Il prof. Ferruccio Viola non si interessò soltanto del capoluogo, ma spese le sue energie anche per l’alto ed il basso Polesine, facendo aprire scuole tecniche a Badia ed Adria.

    A Rovigo l’evoluzione del complesso scolastico fondato nel 1904 conosce una nuova tappa nel 1941: in occasione della “Giornata Nazionale della Tecnica”, festeggiata il 4 Maggio, si inaugura il “Laboratorio-Scuola”, primo nucleo dell’Istituto Tecnico Industriale Provinciale. Il Laboratorio-Scuola fu attivato nelle officine di Celio Ricchieri, fatte espressamente restaurare ed attrezzare con macchine adatte per la preparazione e la formazione di “fabbri-meccanici”, poi “meccanici-elettricisti”.

    Per dare impulso al nuovo indirizzo industriale Ferruccio Viola fu instancabile nella ricerca delle macchine più idonee. Compì numerosi viaggi a Roma ed in altre città per procurare le attrezzature necessarie, fossero un trapano, un tornio o una lavagna, riuscendo sempre, grazie al suo impegno, a far crescere l’istituto. Si era circondato di validi collaboratori, come valenti ingegneri per la tecnologia, la meccanica e l’elettronica, ed artigiani di indiscussa capacità per i laboratori e le officine. Per tutti nutriva rispetto, stabilendo rapporti di amicizia.

    I suoi studenti di allora lo ricordano come maestro, ma ancor di più per la sua umanità e sensibilità. All’inizio dell’anno scolastico radunava le classi nella “Sacra Aula della Rimembranza” per la Santa Messa. Spesso il ticchettio del grande orologio in ferro battuto a sbalzo, opera unica di Celio Ricchieri collocata nella presidenza, accompagnava le lezioni gratuite di matematica che Viola impartiva ai suoi allievi.

    Una vita la sua passata ad insegnare, oltre alla matematica, l’onestà e la dedizione al prossimo: un seme che non può non dare frutti.

    I suoi allievi sono sparsi per il mondo, come insegnanti nelle università di Padova, Pavia e all’estero. Io ricordo in particolare Renato Bruson che in bicicletta raggiungeva l’Istituto Tecnico Industriale da un paese della padovana: ora è “ingegnere del bel canto” e gira il mondo come baritono, con nel cuore il ricordo della bontà e della generosità del suo amato professore di matematica.

    Nel 1945 il prof. Viola fu anche incaricato come reggente del Provveditorato agli Studi di Rovigo. Una vita dunque spesa per la scuola e la crescita culturale del Polesine. Si spense il 31 luglio 1966, quasi novantenne, assistito dalla moglie Maria Bellini, dalla figlia Luisa e dal genero ing. Tullio Silvestri.

    Nel frattempo i frutti dell’albero piantato nel 1904 sono maturati: l’Istituto Tecnico divenuto Statale si è trasferito in Commenda Est, dove può fruire di ampi spazi e servizi adeguati e fregirasi di un nome significativo: I.T.I.S. “FERRUCCIO VIOLA”.

    Celio Ricchieri nacque a Rovigo nel 1896. Frequentò le scuole presso il Collegio Angelo Custode ed imparò da piccolo il mestiere del fabbro presso l’officina dello zio Giovanni Businaro. Giovanissimo si sposò con la nipote dell’allora vescovo Anselmo Ricci.

    Abitava in via G. Bruno, ove sorse la sua officina in cui lavorò per oltre cinquant’anni. Si trattava di un’ampia stanza, detta “el camaron” con alte finestre che permettevano, a chi passava per la strada, di vedere i macchinari e i giovani in tuta blu intenti al lavoro. Dopo il laboratorio si apriva una breve stradina chiusa da un grande portone di rete metallica, oltre il quale sorgeva l’orto ed il parco del Seminario, oggi Archivio di Stato. (Da anni il portone non c’è più: la stradina un tempo chiusa oggi continua e, girando a sinistra, torna sul Corso del Popolo, allargandosi con uno spazio adibito a parcheggio tra il distributore Agip e il Supermercato Orva).

    Imparare un lavoro una volta era un lusso: la maggior parte dei giovani era destinata a lavori molto umili, braccianti o facchini pur di guadagnare qualche soldo, per cui quanti avevano la possibilità di entrare in un’officina erano ritenuti privilegiati. Per i genitori era quindi un grande sollievo poter assicurare ai figli la possibilità di frequentare un laboratorio qualificato come quello di Celio Ricchieri. Costui era un uomo alto, dall’espressione un po’ burbera, ma dal grande cuore e dalla pazienza infinita perché, avendo tanti figli, ci sapeva fare con i giovani.

    Dalle mani di Ricchieri uscivano veri e propri capolavori in ferro battuto: tra tutti da ricordare l’artistico portone posto davanti all’altare della Madonna delle Grazie in Duomo. Quando fu completato si diede vita ad una cerimonia che destò interesse in tutta la provincia: eravamo nel 1926 ed in piazza Vittorio Emanuele fu innalzato un altare per incoronare la Madonna delle Grazie e inaugurare, con la benedizione del Cardinale di Venezia, l’artistico portone, opera di Ricchieri. Quante cancellate davanti a belle ville della città e quanti sacelli e tombe gentilizie nel nostro cimitero ed altrove portano la sua firma!

    Dall’officina di Celio Ricchieri uscivano giovani formati nello spirito e artisti completi che si sono affermati in varie parti d’Italia e anche all’estero, facendo onore al loro maestro e alla loro città. Ricchieri era un personaggio di grande carisma e i giovani adolescenti che frequentavano la sua officina imparavano soprattutto dalle sue grandi e forti mani che, brandendo martello e tenaglie, forgiavano il ferro incandescente piegandolo sull’incudine secondo il disegno studiato precedentemente.

    Quando il prof. Carraro fece costruire la prima parte della Casa di Cura “Città di Rovigo”, per entrare bisognava passare attraverso un grande portone in ferro firmato “Ricchieri”. Nel 1935 l’artistico portone purtroppo fu tolto per farne dono alla patria: era il tempo dell’autarchia e la patria chiedeva ferro ed oro.

    Nei primi anni quaranta l’officina di Celio Ricchieri fu individuata come nucleo indispensabile per l’avvio dell’Istituto Tecnico Industriale fondato dal prof. Viola, ed allora sul frontespizio del laboratorio fu apposta l’iscrizione “Laboratorio Istituto Tecnico Industriale”. In questo laboratorio fu realizzato il grande orologio in ferro battuto e a sbalzo, capolavoro di Celio Ricchieri, opera unica posta su un lato della presidenza dell’Istituto Tecnico, a scandire il tempo dei molteplici impegni del preside Viola.

    Personaggio tutto d’un pezzo, Celio Ricchieri non si piegò al Fascismo, subendo una dura aggressione nel 1928, quando fu picchiato a sangue da tre fascisti perchè si era rifiutato di togliersi il distintivo dell’Azione Cattolica. Salvato dalle grida di alcune donne di passaggio, fu soccorso e ricoverato in ospedale per diversi giorni.

    Durante la guerra fece parte del Comitato di Liberazione Nazionale che inizialmente teneva le prorie fugaci riunioni nella centralissima piazza, sotto il monumento a Vittorio Emanuele, in barba ai fascisti.

    A conclusione della guerra tornò alla sua attività, realizzando numerosi lavori e seguendo i giovani dell’Istituto Tecnico. Nell’anno 1945-46, quando si sono diplomati i primi periti, ricordo che in piazza furono esposte apposite locandine. I ragazzi erano in festa per la conclusione del ciclo scolastico ed ancor più per la soddisfazione di aver immediatamente ricevuto offerte di lavoro da varie parti d’Italia e anche dall’estero.

    L’officina Ricchieri si trova ora in zona industriale, gestita dal figlio e dai nipoti Giovanni e Matteo che non sono da meno del loro celebre padre e nonno.

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