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Archivi: Articoli d’archivio

  • Eugenio Balzan, una vita per il Corriere

    Il Polesine ha recentemente reso onore ad un altro dei suoi figli illustri. Si tratta del badiese Eugenio Balzan, al quale, il 21 maggio scorso, è stato intitolato l’Istituto di Istruzione Superiore Liceo Scientifico, che ha sede proprio a Badia Polesine. Alla presenza delle massime autorità civili, politiche e scolastiche, l’ambasciatore Bruno Bottai, attuale presidente della “Fondazione Internazionale Balzan”, ha ripercorso le vicende umane dell’insigne badiese¹.

    La vita

    Balzan nacque a Badia Polesine il 20 aprile 1874, in una facoltosa famiglia di proprietari terrieri, presto impoveriti a causa della perdita delle terre nella disastrosa rotta dell’Adige del 1882. Gli anni giovanili, pertanto, furono per Balzan piuttosto difficili, segnati dalla morte di ben tre fratelli, dalle difficoltà economiche familiari, da un matrimonio non riuscito.

    Nel breve volgere di qualche anno, Balzan svolse molte attività, fra le quali anche quella di decoratore e di geometra al catasto di Verona, poi si improvvisò corrispondente per l’“Arena”, il giornale della cittadina scaligera. Ma Balzan aspirava a ben altro e così, nel 1897, entrò nel “Corriere della Sera”.

    In una lettera di quello stesso anno scrisse ad Adolfo Rossi²: “…ho il Diploma di Geometra e la Patente di Segretario Comunale ma non mi sento inclinato a coteste professioni, mi sento attratto irresistibilmente al giornalismo…, da vari anni, – anni vissuti più seriamente che non lo comportasse la mia giovane età – io sogno di diventare giornalista”.

    Al “Corriere” approdò come semplice correttore di bozze: si trattava di un incarico provvisorio e, nello stesso tempo, di una sfida, in quanto il giovane dovette lasciare il lavoro sicuro al catasto. Fu tuttavia la sua grande occasione: divenne presto cronista, poi capocronaca, inviato speciale e, dopo appena sei anni, nel 1903, Luigi Albertini, comproprietario e direttore del quotidiano, lo nominò direttore amministrativo, carica che Balzan ricoprì con grande merito per trent’anni.

    L’epoca Albertini-Balzan al Corriere coincise con gli anni delle tirature più alte: dalle 75.000 copie del 1900 alle 600.000 nel 1920 (con una media giornaliera di 800.000 copie nel periodo della Grande guerra). Di questi anni occorre sottolineare il forte potere economico, ed indirettamente anche politico, gestito da Balzan, con la consueta discrezione e severità.

    Venne nominato, in rapida successione, cavaliere, grande ufficiale e, infine, commendatore. Divenne uno degli amministratori della Scala, presidente della Federazione degli Editori; innumerevoli furono le sue amicizie: Toscanini, Boito, Giordano, Puccini, Praga, Barzini, Sacchi, Fraccaroli, Simoni e tanti altri personaggi di spicco dell’epoca.

    Nuove difficoltà, però, erano all’orizzonte. Nel 1925 venne cancellata dal regime fascista la libertà di stampa e i proprietari Albertini, liberali, furono estromessi dal “Corriere”: fu forse la scelta più difficile di Balzan, che, nonostante gli inviti a lasciare, restò al giornale, per permettere a quella che considerava ormai una sua “creatura” di sopravvivere.

    Riuscì a tenere unita la redazione, a soccorrere i giornalisti non graditi al fascismo; continuò ad essere essenziale nella difficile navigazione del “Corriere” fra lo stretto controllo del regime, per quanto riguarda la linea politica, ed una propria indipendenza intellettuale e dignità culturale, tanto che il quotidiano rimase accessibile anche a collaboratori tutt’altro che in linea con il fascismo. Spesso fu proprio Balzan ad intervenire, con le sue conoscenze, per superare veti e proteggere singoli collaboratori in difficoltà. Da parte sua, invece, il fascismo lo logorava con un’incessante campagna di pettegolezzi e di denigrazione.

    Nel settembre del ‘29 venne nominato direttore del “Corriere” Aldo Borelli, giornalista di grande fiuto, capacità e qualità umane e così maturarono le condizioni affinché Balzan potesse lasciare il quotidiano milanese, ponendo fine ad anni di precario compromesso personale con il regime. Balzan lasciò il “Corriere della Sera” l’11 maggio 1933 e scelse la Svizzera come residenza e rifugio.

    Gli anni svizzeri furono caratterizzati da una vita appartata e tranquilla, a Zurigo e a Lugano; anni di contatti ed amicizie con i numerosi fuoriusciti italiani, nonostante la sorveglianza della polizia segreta fascista. Dopo l’8 settembre del ‘43, Balzan divenne un punto di riferimento per i numerosi italiani rifugiati in Svizzera, fra i quali diversi giornalisti e colleghi del “Corriere”.

    Dopo la guerra, egli tornò in Italia, precisamente nella sua terra natale, nel 1948. In cinque anni, Balzan tornò in Polesine in varie occasioni per offrire il suo benefico contributo, non solo di idee, a favore dello sviluppo di queste comunità e di Badia Polesine in particolare. Alla vigilia di una sua importante visita, morì improvvisamente, a Lugano, il 15 luglio 1953.

    La fondazione internazionale Balzan

    Negli anni trascorsi in Svizzera, Balzan si dedicò all’amministrazione oculata del proprio reddito. Così, alla sua morte, la figlia Lina si ritrovò erede di una cospicua fortuna, che volle destinare ad un’opera che onorasse la memoria del padre. Nel 1957, a Lugano, fu costituita la “Fondazione Internazionale Balzan”, che oggi opera attraverso due diversi Consigli di Fondazione: uno, con sede a Zurigo, si occupa dell’amministrazione del patrimonio lasciato da Balzan, al fine di offrire i mezzi economici per permettere al secondo Consiglio, che ha sede a Milano, di attribuire un prestigioso premio, che in termini puramente economici nulla ha da invidiare, ad esempio, al più famoso premio Nobel.

    La “Fondazione Internazionale Premio Balzan” assegna annualmente quattro riconoscimenti ripartiti in due categorie: “lettere, scienze morali e arti” e “scienze fisiche, matematiche, naturali e medicina”. L’ammontare di ciascun premio è di un milione di franchi svizzeri, di cui la metà da destinarsi ad un lavoro di ricerca o di diffusione della scienza, favorendo preferibilmente i giovani.

    Con un intervallo non inferiore ad un triennio, la Fondazione assegna anche un “Premio per l’umanità, la pace e la fratellanza fra i popoli”. Quest’ultimo riconoscimento è stato assegnato ad autentici protagonisti della nostra storia: alla Fondazione Nobel (1961), a papa Giovanni XXIII (1962), a madre Teresa di Calcutta (1978), all’Alto Commissariato ONU per i rifugiati (1986), ad Abbé Pierre (1991), al Comitato Internazionale della Croce Rossa (1996) e ad Abdul Sattar Edhi (2000); in via eccezionale quest’ultimo premio è stato di due milioni di franchi svizzeri. I premi vengono assegnati, ad anni alterni, a Berna e a Roma, alla presenza del capo dello Stato dei rispettivi Paesi. La Fondazione ha distribuito, negli ultimi vent’anni, oltre 42 miliardi di lire ad 82 scienziati e studiosi nel mondo.

  • L’ultimo “savatin”

    Una generazione di ciabattini e calzolai, quella dei “Bega”, che a Bottrighe si tramanda da oltre un secolo le peculiarità di un mestiere antico, che negli ultimi anni – nell’era di un consumismo esasperato – ha fatto registrare una consistente flessione degli addetti, tanto da far temere che sia irrimediabilmente in via di estinzione. Stiamo parlando del laboratorio di “savatin” (ciabattino) all’interno del negozio di calzature di Paolo Cominato, che tutti conoscono col soprannome di “Bega”, in via Vittorio Veneto.

    Quella dei “Bega” è infatti una tradizione di famiglia che si trascina di generazione in generazione, lasciando ricordi e aneddoti di alcuni aspetti particolari. Una attività che nel passato spaziava anche in campi oggi davvero impensabili: ad esempio quello del dentista. C’è ancora qualcuno a Bottrighe in grado di ricordare i bisnonni di Paolo, Francesco e Toni, che, tra un tacco ed una suola, spesso alternavano il lavoro di ciabattino con quello di cavadenti. In questo caso, prima di procedere all’estrazione, provvedevano ad anestetizzare il paziente con un bel sorso di grappa. Un altro personaggio di cui è tuttora vivo il ricordo è il nonno, Sante, a cui – è accertato – si deve il soprannome “Bega”, ovvero litigio, passato poi a figli e nipoti. Motivo dei suoi frequenti litigi, le ragioni di un grande cuore sportivo. Sante era infatti dirigente dell’allora squadra di calcio del paese, che non si limitava a difendere con argomentazioni sempre pronte, ma che sosteneva concretamente col suo lavoro di ciabattino, trascorrendo notti intere a riparare gratuitamente palloni di cuoio e scarpe per i giocatori.

    Chi poi non ricorda Alceste? Donna attivissima, sorella di Sante, prima collaboratrice del fratello e successivamente del nipote Francesco, sempre pronta a tirare spaghi, colorare e lucidare scarpe. E’ la stessa Alceste ben nota per la sua umanità ad Adria, ove si recava settimanalmente dalle suore Canossiane per riparare, con autentica opera di carità, le calzature delle consorelle e di molti scolari indigenti.

    Infine l’ultimo pioniere dei “Bega”, Francesco, padre di Paolo, scomparso alcuni anni orsono, che aveva gestito a lungo, col fratello Elia, il negozio di famiglia. Quel Francesco “Bega” che con molta pazienza ha insegnato e trasmesso al figlio il mestiere di ciabattino. Una tradizione che non si è fermata e che ancora oggi, nonostante l’imperante globalizzazione ed il proliferare dei grandi centri commerciali, prosegue senza interruzione a Bottrighe grazie appunto a Paolo “Bega”.

  • Omani, bestie e altri anemali

    Era ricca la tradizione popolare di personaggi, spesso frutto di fantasia, a volte mostruosi, nati per stupire, irridere o spaventare. Si trattava spesso di vere e proprie maschere di cui è bene, quanto meno, preservare il ricordo.

    MORTO CA PORTA EL VIVO

    Si tratta di una figurazione molto popolare delle feste di carnevale, una creatura grottesca ed immaginaria che, quando appariva sulle piazze o sul ‘paviolo’ (la pista da ballo all’aperto) suscitava molta curiosità ed ammirazione. Al di là di ogni considerazione festaiola e folcloristica, potremmo dirla la configurazione di un trapasso.

    La figura è, o era, caratterizzata da un simulacro che indossava una maschera sbiancata e pitturata in modo da caratterizzare un cadavere appena uscito dalla tomba (el morto) che portava a cavalluccio sulle spalle una maschera viva e vegeta (el vivo), con il volto truccato in modo da suggerire salute, vitalità, energia che si manifestavano in piroette e giri sfrenati di ballo.

    E’ importante notare che i tronchi delle due figure (quella viva e quella morta) erano legate entrambe dallo stesso paio di pantaloni e prendeva i loro ruoli di morto e di vivo dalla cintola in su. Questo punto del corpo segnava così la linea di demarcazione tra la vita e la morte.

    Nella tradizione popolare, all’inizio della quaresima, si usava impiccare sulla piazza il ‘carnoale’ (raffigurato come un vecchio in deperimento organico) come all’inizio del nuovo anno era bruciata la ‘vecia’, pubblica esecuzione di un tempo superato, entrambe cerimonie di inizio di una nuova stagione della vita, di catarsi e di rinnovamento di cicli vitali.

    Il Morto-ca-porta-el-vivo, con l’altra figura Bonbasin² esprime, in effetti, un’idea di insopprimibile vitalità che caratterizza tutto il mondo rurale. Nella simbologia della maschera la morte genera la vita, il vivo trova la sua ragione d’essere, nasce da ciò che è morto, come dalla crisalide prende la vita la bellissima farfalla.

    Per la gente dei campi il limite tra la vita e la morte è estremamente labile per il concreto senso delle cose che la contraddistingue; realisticamente i cicli della vita si esprimono nel momento in cui altri si chiudono e dalle loro ceneri si alimenta l’ulteriore esistenza. In questo c’è il richiamo ai significati propiziatori, di ascendenza pagana, che il cristianesimo poi, nobilitandoli e finalizzzandoli a significati spirituali e morali, ha fatto propri.

    Questa figura, che appariva solo durante le ‘mascarade’ (il corso mascherato dei carri allegorici), si caratterizzava per i balli prolungati e sfrenati a cui dava vita al suono del classico concertino con la fisarmonica e prima con la semitonata, chitarra e mandolino a cui si accoppiava.

    Anche Morto-ca-porta-el-vivo purtroppo ha subito la sorte degli altri personaggi della tradizione popolare, nel momento in cui la cultura contadina è stata soffocata dalle recenti trasformazioni sociali ed ha perduto la propria identità. Queste figure allegoriche, mitiche, restano, se restano, ormai nel ricordo di qualche anziano o sono relegate in qualche documento di etnologia e di folclore.

    MOROSIN

    Era una maschera locale di cui si è persa perfino la memoria. Per l’aspetto libidinoso e lascivo, spesso fu confusa con l’altra più nota del Bonbasin.

    Si tratta di una specie di amorino rustico dall’aspetto orripilante, affamato, disordinato e libidinoso, che si atteggia a ‘consuma femmine’. E’ così convinto di essere presso le ragazze e le donne, talmente di gentile aspetto e raffinato e irresistibile, che insieme con gli atteggiamenti svenevoli di galante incallito, di raffinato cicisbeo e artefatte positure, altera ancora le sue credute efebiche fattezze con ciprie, pitture, tinture, profumi ed altro per sottolineare le sue qualità di amatore instancabile alla Casanova.

    Il risultato di tutto ciò era un mascherone orripilante e repellente da mettere addirittura spavento.

    Non resta di lui quasi memoria; resta un riferimento in una frase idiomatica: ‘on muso cofà quelo del morosin’, usata una volta da certi padri per rimproverare le figlie che osavano adoperare sulla persona altro che la canonica acqua e sapone della tradizione, anche se poi ne veniva fuori tutt’altro che una maschera.

    Anche questa frase ormai è quasi sconosciuta, pure se in giro ancora si possono vedere talvolta qualche ‘muso cofà el morosin’ di certe leggiadre signore che non intendono riconoscere agli anni i loro legittimi diritti.

    TOROTOTELA

    Girava un tempo per queste contrade, non so che strano tipo di menestrello-trovatore, cantastorie-girovago o accattone-poeta, che cantava andando qua e là, certe sue nenie pittoresche.

    Mi vegno qua a portarve/ Le nove dei paesi. / Camino mesi e mesi/ E tuto so contarve,/ le nuvole me conta,/ le foje si confida,/ le rane che se fida/ ghe ne zonta…. (vengo qua a portarvi le notizie dai paesi: cammino per mesi e di tutto so raccontarvi; le nuvole a loro volta mi raccontano, le foglie si confidano, e le rane che si fidano ci aggiungono…)

    Accompagnava il suo canto pizzicando uno strano strumento (detto anch’esso ‘torototela’): un paio di corde tese su un’asticella che si inseriva in una zucca (quella detta ‘violina’) o in una vescica piena d’aria, che fungeva da cassa armonica di risonanza.

    ‘Vardè ‘sto me stromento/ che porto su le spale:/ o del ben o del male/ con mi lu l’è contento,/ andemo con la neve/ o pure con el sole/ per strada o care fiole – o per la sieve) (guardate questo strumento che porto sulle spalle: nel bene o nel male, con me esso è contento, andiamo per la neve oppure con il sole per le strade o care figlie, o lungo le siepi) (G.Piva)

    Viveva con quello che gli davano per le sue canzoni: (‘Se la me porta de la farina,/ la sachetina l’è preparà,/se la me porta on toco de graso,/ la pegnatina se cunzarà’)(Se mi dà della farina, la sacchettina è già pronta; se mi porta un pezzo di lardo, la pentoluccia io condirò).

    D ormiva dove capitava, senza alcun altro scopo che cantare raccontando e poi raccontare cantando.

    Il ‘Torototela’ polesano era amabile, poeta e filosofo; cantava e suonava per sé, ‘per le tose e per le spose’ (torototela gente/ che protege le tose/ che consiglia le spose/ per on paneto o gnente/ che se ferma ‘na scianta/ e le beleze canta/ e per questo ve canta la so canta…’) (sono il torototela, gente, che protegge le ragazze, che consiglia le donne sposate per un pane o anche nulla, che si ferma un momento e canta le bellezze, e per questo vi canta la sua canzone..)

    Un vero cittadino del mondo!

    Non si fermava mai. Ultimamente, tempi duri, si permetteva di offrire in vendita qualche genere di merceria (lacci da scarpe, un sacchetto di naftalina, qualche lametta da barba, due rametti di lavanda, qualche ‘spagnoletta’ di filato per cucire, qualche ago…, e il pojana o il barbanera, i classici lunari meteorologici del mondo contadino) roba da poco, tanto per avere il pretesto della sua presenza.’(…) a go ‘na sporta de basi pei morosi,/ ‘na sporta de palanche pei strassoni,/ zente, torototela, zente, torototà,/par vu ‘na stela morta go robada,/ par vu la stela morta slusarà’(ho una sporta piena di baci per i fidanzati, una sporta di denari per gli straccioni, gente, il totototela, per voi una stella morta ho rubato, per voi una stella morta brillerà) (E.F.Palmieri).

    ‘Dime torototela,/ cossa te ga in scarsela?/ Signora, se ve comoda,/ go la felicità,/Torototela, torototà’ (allora dimmi, torototela, dimmi cosa c’è nella tua tasca? Signora, ci tengo la felicità) (E.F. Palmieri).

  • Operazione “Venice I”

    Comunemente si ritiene che gli alleati anglo-americani, abbiano raggiunto il Polesine negli ultimi giorni di guerra, cioè attorno al 25 aprile 1945. La cosa corrisponde sostanzialmente al vero, in quanto in quell’occasione la provincia di Rovigo fu attraversata dalle armate inglesi e italiane che inseguivano i tedeschi ormai in ritirata. Ma, ad essere più precisi, si dovrebbe dire che, nella “terra tra i due fiumi”, gli alleati (una dozzina), arrivarono ben diciotto mesi prima, ovvero, nei primi giorni del novembre 1943.¹

    Non giungevano da terra, ma dal mare, ed un veloce motoscafo, partendo da Termoli (Campobasso), la notte del 2 novembre 1943, li aveva sbarcati.² Al comando di quegli uomini, vi era un frate dei missionari della Consolata, P. Domenico Artero³ e la sua missione non aveva un compito militare in senso stretto, ma uno scopo umanitario: il recupero dei prigionieri di guerra alleati che, a seguito dell’Armistizio, avevano abbandonato i loro campi di detenzione, ed ora vagavano nella disperata ricerca di aiuto per raggiungere le terre liberate dell’Italia meridionale o della Svizzera.

    Dopo che i campi erano stati aperti, gli ex prigionieri (spesso vere e proprie larve umane che non si reggevano neppure in piedi) erano in balìa del nemico che, se li avesse trovati, li avrebbe certamente ricatturati o, al peggio, uccisi. Fu proprio Padre Artero, cappellano militare dei campi (distribuiti tra Padova e Chioggia), a dare ai suoi l’ordine di abbandonarli⁴, prima che i tedeschi, il 10 settembre 1943, arrivassero, in massa, nel Veneto. Raccolse tutti i 210 suoi prigionieri, e li convogliò, aiutati da una guida, verso Chioggia, da dove, tra le difficoltà della fame, della sete e la fatica di camminare, l’esercito dei miserabili raggiunse la pineta di Ravenna. Qui P. Artero si fermò, provando ancor più una profonda pietà per i suoi prigionieri, ma avendo capito che quella massa, in quelle condizioni, non avrebbe mai raggiunto il Sud, prese una decisione irrevocabile. Disse loro: “Passerò il fronte da solo e mi presenterò al Comando inglese con i vostri nomi, poi tornerò indietro in aereo o con un sottomarino, entro sette giorni. Se non torno entro quella data, disperdetevi”. Il vigoroso frate, però, se eccedeva nella generosità, lacunava in senso pratico. Era infatti impossibile in soli sette giorni passare il fronte e credere che gli alleati potessero predisporre un piano di salvataggio per tutta quella gente. Padre Artero raggiunse infine gli alleati, dopo che per strada aveva rischiato di essere fucilato, poiché ritenuto una spia, ma prima di tornare al nord e predisporre l’organizzazione per la fuga dei prigionieri, dovette rimanere a Termoli circa un mese.

    Come gli altri suoi nuovi compagni, egli dovette attendere le condizioni adatte alla partenza, compresi i mezzi per il trasporto e gli uomini a cui sarebbe stato affiancato. Era stato inquadrato nell’ ”I. S. 9”, un’unità paramilitare al comando del colonnello Tony Simonds, che si occupava del recupero di prigionieri oltre le linee nemiche. Era un’Agenzia Segreta molto “sui generis”, l’“I. S. 9”, il cui primo requisito richiesto a chi ne faceva parte, era l’assenza della paura, o meglio, una certa tendenza ad andare incontro al pericolo, se questo non andava a lui incontro.

    Nella variegata compagnia del col. Simonds, tra gli agenti che venivano preparati ad oltrepassare le linee, vi erano, oltre a P. Artero, un altro religioso (anch’egli di nome Domenico, ma dell’Emilia Romagna, la cui missione avrebbe avuto esito per lui tragico), un ex fantino, uno studente di Cambridge, uno stilista di moda, un giovane comunista francese che aveva combattuto in Spagna ed un “piccolo principe”italiano, Augusto Ruffo di Calabria (piccolo solo per i suoi diciotto anni), al quale, più o meno nelle stesse ore in cui P. Artero veniva sbarcato a Rosolina Mare, una pallottola di mitragliera interrompeva per sempre il suo sogno di fare qualcosa contro la tirannia.⁵

    L’operazione predisposta per P. Artero, era stata denominata in codice “Venice I”, e prevedeva l’installazione di una base avanzata dell’ ”I. S. 9” nell’isola dalmata di Lussin Piccolo, la quale avrebbe permesso ai prigionieri fuggitivi dalla costa jugoslava e veneta, di poter essere trasportati anch’essi a Termoli. Né Padre Artero però, né il comandante Simonds, sapevano che Lussin Piccolo stava per essere occupata dai tedeschi, ed i loro piani fallirono.

    Fu invana, perciò, l’attesa del motoscafo, la notte del 9 novembre, sulla spiaggia di Rosolina Mare. Il frate vi si era recato con settantanove ex prigionieri e a mezzanotte, con una lampada azzurrata e dalla luce fioca, aveva cominciato le segnalazioni verso il mare aperto, ma nessuno dal mare rispose. Alla delusione per il mancato imbarco, si aggiunse quella più allarmante dei tedeschi che, nascosti tra le dune, li avevano circondati, ma nonostante ciò, tutti riuscirono a fuggire. Per sicurezza però, la gran parte dei subalterni di P. Artero, quelli che erano sbarcati con lui, erano stati rimandati a casa.

    La notte del 17 novembre, Radio Londra trasmise una frase in codice, che confermava l’arrivo del motoscafo nelle notti seguenti. Fu la nebbia però, quella notte, che impedì l’incontro. Nuova delusione e nuova fuga “inosservati, fra gli ortolani di Chioggia, che coltivavano i loro giardini tra le dune (…) Ero salvo per la seconda volta”.

    P. Domenico si recò alla spiaggia, ancora, la notte della vigilia di Natale. Quella volta però solo con dodici prigionieri, i quali erano nascosti in una capanna ed egli passò il Natale con loro: “Pregammo e cantammo insieme gli inni degli inglesi. Non sapevamo che era l’ultima ora che passavamo insieme”. Ad una taglia sul suo capo di 50.000 lire, infatti, si era aggiunto un ufficiale inglese traditore, che cercava di catturare gli ex prigionieri con l’inganno.

    Fuggì ancora, il frate, ma quella volta fu proprio l’ultima, e qualche tempo dopo, raggiunse la Svizzera. Mentre fuggiva, un sommergibile “badogliano” sbarcava sulla spiaggia di Caleri tre uomini ed uno di essi, Salvatore Carsigli (si presume munito di ricetrasmittente), avrebbe fatto parte del gruppo di P. Artero.⁶ Forse non fecero nemmeno in tempo a toccare terra, che i tedeschi, se li portarono via.

    In Svizzera, al console britannico che voleva dargli una ricompensa per quanto fatto, il frate chiese di poter essere trasportato in aeroplano in Kenya, dove, prima della guerra, era stato missionario. Tornò dunque in quel Paese, e vi rimase fino a quando la morte lo colse, il 2 ottobre 1979, all’età di 75 anni, tra la “sua” gente.

  • Calto paese dalle antiche origini

    Secondo la tradizione, Calto, oggi piccolo comune annidato sulla riva del Po, avrebbe origini zingaresche. Una tribù di nomadi, vagando tra “polesini”, cuora, canali e canneti delle paludi polesane, avendo trovato un dosso più elevato ed asciutto, avrebbe deciso di stabilirvisi, dando origine ad un borgo che prese il nome di Cadalto, Cavalto, o Falco.

    I Caltesi erano fieri ed orgogliosi di queste loro origini celebrate dal 1947 con una manifestazione folclorista dalla quale, all’inizio, era rigidamente escluso ogni “forestiero”. La ricorrenza, chiamata “Zingaresca” rievocava, quasi in forma teatrale, la fondazione del paese: veniva, per tempo, eletto un Re, il “Köning”, che bandiva un “Befehel” col quale, nel giorno stabilito, radunava nella piazza del paese tutta la popolazione, divisa per tribù: si allestivano i bivacchi, si accendevano i falò, si banchettava con il pesce pescato dal Po, polenta e vino novello.

    La rappresentazione era arricchita dalla fantasia dei partecipanti, che intessevano uno sfondo storico all’avvenimento, immaginando il passaggio di Papa Leone X che andava ad incontrarsi con Attila nella vicina Governolo, una sosta del generale Ezio che incalzava le orde degli Unni, l’insediarsi di gruppi sbandati dei barbari con carriaggi e famiglie, ormai stanchi di seguire il proprio re verso Aquileia e verso la tendopoli in terra slava.

    Questa tradizione, però, non trova riscontro in documentazioni scritte, né in particolari tracce culturali riconducibili alla cultura Rom. D’altra parte è pur vero che, ancora oggi, gli abitanti dei paesi vicini considerano i Caltesi “persone diverse, un po’ strane”. Li chiamano “i tzigagn da Calt”. Li definiscono “poeti, artisti, musicisti itineranti, trafficoni, attaccabrighe, avventurieri, strambi e geniali” (M.Sarti: Lacio-Drom 1977: Gli Zingari di Calto). Di certo sono sempre stati insofferenti delle regole, incuranti dei giudizi delle comunità vicine, amanti della vita libera ed indipendente e dell’anticonformismo. Un anonimo visitatore scriveva nel 1893 “Visitando quel borgo vi si trova un non so che di diverso, sia per i tipi degli abitanti, sia per la loro indole. Essi vivono molto indipendenti e formano una società a parte fra loro…” (Coccopani Imperiale 1893).

    La fantasia popolare è contraddetta dall’obiettività storica, e forse le origini di Calto sono molto più antiche. E’ difficilmente probabile e dimostrabile la presenza zingara in Italia prima del 1000. Se la storia contraddice la leggenda e la tradizione delle origini, quali altri fatti o motivazioni concorrono a dare agli abitanti questa connotazione? Quali dunque le origini di Calto?

    Qualcuno riporta l’etimologia del nome al latino Castrum, o molto più romanticamente a Calthum (un fiore giallo che infesta le golene del Po). Non è da accantonare, invece, l’ipotesi che l’origine etimologica sia da ricercarsi nel termine toponomastico di Kaitò, che in lingua “Leponzio”, parlata da popolazioni transalpine, giunte per invasioni intorno al 400 a.C., significherebbe “rifugio, presidio, difesa”: l’equivalente del latino “Arx”, località che ricorda una battaglia (Catu), o semplicemente “Rocca” dal gallico “Catus”, nome comunissimo nell’onomastica celtica (Fogolari, A.L.Prosdocimi: “I Veneti Antichi” Editoriale programma, 1967).

    Fonti storico-letterarie (Polibio, storie, II, 17; Livio Historiae V, 33) permettono di poter identificare questa popolazione, guidata da Elitovio (Livio, V, 35), giunta in epoca successiva alla spedizione di Belloveso, con i Cenomani, che occuparono “…la pianura che andava dall’Olio-Chiese al Mincio e oltre, fino al territorio veronese, e a sud fino al Po” (D.Vitali: I Celti in Italia, Bompiani, 1991). Il sistema insediativo era basato essenzialmente su finalità militari di presidio lungo i confini fluviali.

    Anche se non conosciamo molto sulle modalità di coesistenza tra popolazioni autoctone ed antichi gruppi celtici, una cosa è certa: questi imposero nei rapporti politici e commerciali il loro dominio. Ne risulta che il linguaggio acquisito riguardò oggetti di genere specifico, come armi, abbigliamento, lavori dei campi, e domestici, di cui è rimasta traccia nella parlata locale: Busgat, maiale, dal celtico “bausch-cat”, animale gonfio, panciuto, (cfr. il germanico bauschen, gonfiare); bigat, lombrico, dal celtico Wich-cat, animale molle (cfr. il germanico Weich, molle), Gatarol, tana di animale, passaggio stretto ed angusto, tombino idrico; loov, famelico e misterioso animale abitatore dei boschi, dal celtico Low, leone.

    L’attuale via Mazzini è chiamata comunemente “Ghet”. Ritengo insostenibile la tesi di un “ghetto”, in senso moderno in un paese come Calto, riterrei più plausibile la tesi del toponimo “Geht” che in lingua celtica significava semplicemente “Strada”.

    Nel 197 a. C. il condottiero romano Cornelio Cetego vinse, sul Mincio, i Cenomani e li costrinse a rinnovare il foedus (Patto di sottomissione). La lingua e la cultura latina si sovrapposero all’esistente. Di derivazione latina sono infatti termini del dialetto locale come albi (trogolo): “alveus albus”, trogolo (di marmo) bianco. La parola mina viene usata per indicare una negazione. Deriva dal latino “quam minus” (meno che … meno di …) Tipico esempio di sovrapposizione latina al Celtico è il verbo sgranfgnàr (graffiare), deriva dal celtico krapso, incrociato col latino graphiare.

    L’esistenza di un agglomerato di case con il nome di Calto è accertato già nei primi secoli dell’era cristiana. Ne fa fede la “Tabula Peutingeriana (uno stradario grafico dell’era imperiale), che riporta una “Statio” in corrispondenza di Calto, che interseca la via consolare (Ad Padum) che univa Milano, Mantova, Ostiglia, Ferrara, Ravenna, con un’altra strada romana che, proveniente dal Po, all’altezza di “Vicus Serminus” (Sermide ?), seguendo l’argine della Fossa Pastrina, si dirige verso l’attraversamento del “Tartarus vel Mincius” e delle “Fossae Phylistinae”( La strada consolare Altinate?).

    Toponimi tuttora esistenti, come “Albinea”- località posta a levante; “Colonnelli” (da Columnella nome del proprietario del fondo? O da columen – dosso?), resti di centuriazioni, rilevabili dall’osservazione aerea, testimoniano questo passato romano.

    Non si possono escludere altre sovrapposizioni avvenute a partire dal IV dopo Cristo, quando l’Imperatore Valentiniano e nel secolo successivo, l’Imperatore Teodosio, gli imperatori Onorio ed Odoacre mandarono nelle terre attorno al Po, da Ostiglia al mare, Alemanni e Rugi, cui più tardi si unirono i Goti, dispersi dai Bizantini. Ma di queste è difficile trovare traccia.

    Più accreditata è l’opinione che anche il territorio caltese sia stato soggetto di infiltrazioni longobarde fin dall’inizio del VII secolo. I Longobardi dopo aver conquistato Padova, Monselice, Brescello e Mantova, col Re Astolfo nel 751 si impossessarono anche della Transpadana Ferrarese, (allora non ancora separata dal Po di Venezia come si desume dal “Liber pontificalis”, e dal “Codex Carolinus”) e delle altre terre dell’Esarcato che erano rimaste bizantine. La dominazione militare longobarda terminò nel 757 dopo molte incertezze politiche: insistenti richieste di restituzione da parte di Stefano II, interventi di Pipino, promesse di restituzione da parte del Re Astolfo. Nonostante ciò l’ipotesi più probabile è che gli occupanti longobardi siano rimasti.

    Il fatto potrebbe trovare riscontro in alcuni toponimi (Malborghetto, Co’ di Mulin ,Frassamonti), in diversi termini idiomatici, (“Pecar, dal longobardo “behhar”- germanico becher: bicchiere-; Befehel: ordine perentorio; la dedicazione della primitiva chiesa a San Giuliano e il culto di santi tipici della cultura religiosa longobarda che si diffuse dopo la conversione (Sant’Agata, San Michele, Santo Stefano) di cui c’è testimonianza nella locale chiesa parrocchiale.

    Il Malborghetto, e il Co’ di Mulin” conservano ancora oggi una struttura insediativa tipica della civiltà longobarda: sono due nuclei urbani allungati, con fabbricati addossati originariamente, costruiti su fondi coltivabili con fossi d’irrigazione e di confine, con strade che separavano longitudinalmente i possedimenti.

    Con estrema certezza possiamo affermare che nel 754 d.C., Calto era un borgo consolidato con una sua importanza territoriale e strategica, tanto che entra nell’inventario dei territori della promessa di donazione che Pipino, re dei Franchi, fece a Papa Stefano II a Querzy, territori restituiti nel 757 da Desiderio all’Esarcato e che sarebbero poi stati inglobati nella “Res pubblica romana”.

  • Le Muneghette di Rovigo

    Girando per le strade della Rovigo vecchia, se si osserva attentamente, si può comprendere quanto l’evoluzione temporale abbia inciso su questa città. Si possono riconoscere, ad esempio, tratti delle mura antiche il cui perimetro, delineato sulla pianta stellare della città, da Pierre Mortier nel XVII secolo, era lungo non più di un miglio e mezzo. Se ne riscontrano resti in prossimità del castello medioevale, dell’ospedale vecchio e di altri punti corrispondenti alle antiche porte¹.

    Se si percorre la linea del tempo, si possono individuare anche le varie trasformazioni di molti edifici dovute ai dominatori di turno: estensi, veneziani, francesi, austriaci, fino a ritrovarci la città odierna alquanto cambiata rispetto ai Catastici². Suffragata da alcune nozioni basilari, mi lascio affascinare dal linguaggio delle pietre che sanno suggestionare l’immaginazione, senza nulla togliere al nostro passato per certi aspetti legato alle vicende nazionali ed europee.

    E’ nota la miseria endemica nel territorio polesano dovuta a malattie, guerre, epidemie ricorrenti e dannosissime alluvioni; eppure nella Rovigo del Settecento, ad esempio, che contava circa 6000 abitanti e i poveri certo non mancavano, si respirava un clima di vivacità culturale, artistica, economica, religiosa di notevole rilievo³, risentendo di una buona amministrazione da parte dei nobili rappresentanti del Governo della Serenissima e della notevole proliferazione di congregazioni religiose, ospedali e opere di carità incentivate dalla Riforma cattolica seguita al Concilio di Trento (1545).

    Tale religiosa effervescenza si manifestò con la presenza a Rovigo, prima del 1770, di ben 7 conventi⁴, di cui, dopo il 1771, vennero soppressi dalla Repubblica Veneta quelli minori: di S. Antonio Abate, detto dei Domenicani, degli Agostiniani e dei Padri di S. Gerolamo, detti della Fraglia. Tra gli ordini femminili, le monache di S. Filippo e S. Giacomo, le Agostiniane e le monache Terziarie Francescane, note come le “Muneghette” o Monachette o ancora Monachelle, a cui qui si intende dedicare particolare attenzione.

    Rimasero invece attivi altri ordini: i monaci Benedettini della congregazione degli Olivetani situati nel borgo di S. Bartolomeo, dediti alla lavorazione della lana; i Minori Conventuali di S. Francesco, il cui convento comprendeva un ampio orto e la Scuola della Concezione (oggi, la bella chiesa del Cristo)⁵; i Cappuccini, presenti a Rovigo dalla fine del 1500 e situati inizialmente nel borgo di S. Bernardo dove avevano eretto il convento e la Chiesa dedicata a S. Michele Arcangelo, un complesso monastico poi ampliato e divenuto successivamente sede dell’Istituto Magistrale “C. Roccati”. Era rimasto anche un convento delle monache agostiniane della SS. Trinità, fondato nel 1499.

    Dopo il 1805, in applicazione alle leggi napoleoniche sui beni ecclesiastici, queste comunità religiose seguirono il destino della maggior parte dei monasteri subendo la soppressione.

    A Rovigo fu definitivamente assoggettato a questa sorte anche l’attivo gruppetto di suore del Terzo Ordine di S. Francesco d’Assisi che, nonostante la precedente interdizione della Repubblica Veneta, continuava ancora, con amore e zelo, a svolgere il suo devoto servizio a Dio e al prossimo. La mia attenzione si è soffermata proprio su queste religiose, tra le più umili del tempo, anche in considerazione del fatto strano che, ancora oggi, pur essendo stato tale Ordine soppresso da quasi due secoli (1805), è diffusa la reminescenza relativa a queste monache chiamate, come detto le “Muneghette”.

    Probabilmente il vivo permanere del loro ricordo si deve anche all’Associazione Suor Maria Felicita Baseggio che, mediante studi e pratiche devozionali rivolti alla mistica rodigina, frequentemente ne ravviva la memoria. La Serva di Dio, infatti, apparteneva al convento delle Terziarie Francescane fino alla sua soppressione e all’unione con quello delle eremite Agostiniane. Tra le più povere degli ordini mendicanti, le Terziarie Francescane giravano discrete di casa in casa per la questua e devono essere rimaste nel cuore della popolazione per la loro estrema mansuetudine e modesta condizione di vita.

    Non si è persa la memoria nemmeno del luogo dove sorgeva il loro minuscolo convento, ossia nei pressi del Tempio della Beata Vergine del Soccorso, comunemente detto della Rotonda. Riferimenti circa l’ubicazione esatta del convento delle Terziarie Francescane si riscontrano nel citato Catastico del 1775 conservato presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo nel quale viene registrata la sede delle RR. MM. Terziarie di S. Francesco con il loro recinto di casa, chiesetta e corte⁶.

    Le fonti – per la verità piuttosto avare di informazioni relative a queste monache⁷ – ci informano che, precedentemente, all’inizio del ‘700, le Terziarie Francescane alloggiavano in una casa con cappella privata situata non lungi dal duomo, presso il vecchio seminario, edificio che oggi è occupato dalla Questura.

    Il trasferimento nella casa comune situata di fronte al bellissimo campanile del Longhena, il quale sorge nell’area retrostante il tempio della Rotonda, avvenne in seguito ed è documentata dalla trasformazione ad uso convento dell’edificio avvenuta nel 1738. Un ampliamento si registrò successivamente, grazie ad una permuta in base alla quale le suore ottenevano la confinante casa del sagrestano della Rotonda, che fu così facilmente incorporata nella nuova struttura, mentre cedevano una casa di loro proprietà posta nella contrada chiamata “Stradon della Madonna” (oggi piazza XX Settembre) attaccata alle mura della città⁸.

    L’ubicazione del convento in questo luogo, è confermata anche da una petizione rivolta al Vescovo nel 1737, perché concedesse di celebrare in convento. Papa Clemente XII, nell’accogliere la richiesta, concesse la celebrazione per sette anni; papa Benedetto XIV concesse poi all’Ordinario la facoltà di scegliere il Sacerdote per la Terziarie⁹.

    Presso il convento fu costruita una piccola chiesa privata con campanilino a cavaliere che, nel 1782 fu aperta al pubblico per le funzioni quotidiane, tramite la realizzazione di una porta sulla piazzetta.

    Il tempietto era munito di un unico elegante altarino in marmo con una pregevole pala dell’Immacolata Concezione in gloria di Angioletti e nel piano S. Francesco d’Assisi e S. Chiara, con un altro bell’angioletto ai piedi, un po’ nascosto dal piccolo tabernacolo. La graziosa opera era del ferrarese Giacomo Parolini¹⁰.

    Nell’anno successivo le Francescane ottennero di poter seppellire nella propria chiesuola le Monache estinte che prima usavano inumare nella chiesetta vicina dedicata a S. Maria della Neve, detta la “Madonna del Terzo Ordine”. Dal Catastico citato, tale Oratorio risulta corrispondere a quello segnato antistante il sagrato della Chiesa di S. Francesco sul confine tra l’orticello ed il chiostro dei Frati Conventuali, ossia tra la contrada S.Francesco e la stradella della Concezione. Esso costituiva la sede frequentata dal Terzo Ordine di Laici francescani di ambo i sessi¹¹. Che i Fratelli e le Sorelle del Terzo Ordine Francescano fruissero di tale chiesetta può essere comprovato da una iscrizione risalente al 1573 di cui si dà notizia nella parte interna di una Copertina del fascicolo 1 “Istrumenti e Testimonianza” dove si legge: “Memoria della nostra pietra sepolcrale fratibus et sororibus Terzii Ordini”¹².

    Pur rimanendo nella vita secolare questi pii uomini e donne cercavano di vivere secondo l’esempio di S. Francesco d’Assisi. Essi portavano lo scapolare e praticavano determinate regole in base ad uno statuto approvato dall’Autorità Religiosa. La Chiesetta comune esisteva già nel 1572 ed il Campagnella la descrive e ne dà le dimensioni: “…nello entrar nel convento dei PP: Francescani, sulla sinistra ritrovasi essa piccola chiesuola, detta il Terzo Ordine, dedicata alla B. V. della Neve; è a un solo altare di legno, con cappella dipinta rappresentante la sudd. B. V.; essa è larga 22 piedi, lunga lo stesso. Fu demolita nel 1806”¹³. Il Bartoli ne elenca una quindicina di quadri nei quali G. B. Tosi e Alfonso Aldiverti dipinsero la vita e la passione di Gesù con i Santi S. Francesco d’Assisi e S. Antonio da Padova¹⁴.

    Tornando all’edificio delle Muneghette che sorgeva di fronte al campanile della Rotonda, sappiamo che, dopo lo scioglimento della comunità, lo stabile venne usato come abitazione civile, poi caserma della Finanza, ed infine, venduto dal Demanio Statale, fu demolito nel 1860, compresa l’annessa chiesetta.

    Del conventino è rimasta solo una bella immagine disegnata dal rodigino Eugenio Piva. L’area scoperta fu donata dal nobile Venezze al Comune di Rovigo, divenendo Piazzale Soccorso che di recente è stato debitamente lastricato e sottratto al parcheggio disordinato delle auto.

    Si conosce dunque la data precisa di scioglimento delle Terziarie del Serafico S. Francesco a Rovigo, ma non è possibile dire altrettanto per la loro origine a Rovigo. Tuttavia l’iscrizione citata, scolpita su una lapide sepolcrale delle Terziarie Francescane, attesta la loro presenza in città già nel ‘500.

    Le monache osservavano la regola di S. Francesco approvata da papa Nicolò IV nel 1299, erano dirette dal Parroco di S. Giustina riguardo ai Sacramenti e soggette alla “Pastoral Vigilanza” di due Cittadini Nobili della città di Rovigo eletti con funzione di Protettori e Commissari per tutte le necessità del Convento. Non possedevano fondi, solo i beni derivanti dall’attività spirituale, dalla questua e dalle contribuzioni delle giovani convittrici per ricevere una conveniente educazione cristiana e civile. Tra di loro c’era chi recitava l’Ufficio in Coro, dette coriste, e chi si dedicava alle faccende domestiche, dette converse, ma tutte erano impegnate nelle pratiche di pietà.

    Lo spirito religioso era tenuto vivo più dalla prassi che da regole scritte, per cui il vescovo mons. Arnaldo Speroni, nel 1772, pose delle norme fisse a vantaggio della serenità del chiostro. Lo stile di vita era caratterizzato da preghiera, lavoro e pratica della questua, che avveniva con la benedizione prima dell’uscita e al rientro in convento da parte della superiora.

    Povertà, modestia, spirito di adattamento, silenzio, ubbidienza erano, dunque, alla base del vivere comune. Seguendo l’insegnamento di S. Francesco (ancora oggi molto vivo nel cuore di un enorme stuolo di seguaci nel mondo) queste “Muneghette”, non di nobile lignaggio, ma misere tra i miseri e devote incarnatrici dello spirito francescano, in umile operosità si adoperarono per il bene e la pace. Per questo, accolte e amate dalla gente semplice, vivono ancora nel ricordo finché ci sarà qualcuno che ne rammenta l’esistenza.

  • Sancta Maria de Castro Adriani

    Il progetto di restauro e ampliamento della chiesa di Ariano sembrava essere nato sotto i migliori auspici. Nel 1604 Francesco Perinatti, mercante ed esperto in costruzioni edilizie, appartenente ad una delle più note famiglie vissute ad Ariano tra il XVI e il XVII secolo, venne eletto massaro della Confraternita del Santissimo Rosario. Forte del consenso ricevuto, portato per indole all’impegno e alla realizzazione di obbiettivi concreti, si fece promotore di un’iniziativa che da tempo stava a cuore dei confratelli: edificare una cappella all’interno dell’antica chiesa parrocchiale di Santa Maria della Neve, allora intitolata Santa Maria del Castello di Ariano.

    Desideroso di porre rimedio alla precaria situazione in cui si trovava il sacro edificio, troppo basso di soffitto, umido e di dimensioni inadeguate, propose al quasi ottantenne arciprete della parrocchia, don Pietro Pavanati, di rialzare il pavimento e di estenderlo in lunghezza verso la via pubblica di 14 piedi (metri 5, 65). Il Perinatti assunse l’impegno di procurare il denaro occorrente con elemosine e di integrare le offerte, se fosse stato indispensabile, con risorse proprie.

    Il sacerdote ritenne conveniente la proposta e subito offrì, a titolo personale, un contributo di tre moggia di calce (due metri cubi circa), regolarmente registrate nei libri contabili. Ben presto iniziarono i lavori e i muratori, sotto la guida dei capimastri Sebastiano Munari di Chioggia e Bartolomeo Rigoli di Ariano, procedettero ad ampliare la chiesa, a rialzare il pavimento e a costruire la cappella, secondo l’intenzione della Confraternita del Santissimo Rosario.

    Inaspettatamente, però, nel dicembre del 1607 crollò (ruinò e diruppò) una parte della vecchia struttura muraria e le cose iniziarono a prendere una piega imprevista. Il ripristino della chiesa, divenuta inagibile, “nello stato di prima e nella primiera sua forma”, riutilizzando le vecchie pietre, iniziò a rilento nel 1608. Spesa prevista: settecento scudi circa, nettamente inferiore rispetto a quella che si troverà poi a sostenere la Comunità, avendo deciso, dopo qualche incertezza iniziale, di attuare un radicale intervento di ricostruzione rispondente alle moderne esigenze.

    Il 20 aprile 1609 il Consiglio della Comunità di Ariano, convocato dalla viva voce del banditore (precone) e dal suono delle campane, deliberò di conferire un ampio mandato al padre cappuccino Francesco da Ferrara, affinché potesse “trovar modo di fabricare, et perfetionare la Chiesa d’Arriano, già principata con ellegere, et deputare li assistenti, et fabricieri, tanto per ritrovar danari da fabricare, quanto di provedere de matoni necessarii”.

    Evidentemente si riconoscevano a padre Francesco le doti necessarie per portare a termine l’importante compito. Il frate, apprezzato predicatore quaresimale, per avere “tante volte in questo luoco seminato la parola di Dio”, dichiara di accettare per amore di Dio lo speciale incarico conferitogli a benefizio dell’universali questo popolo.

    Monsignor Giovanni Paolo Previati (o Preveati), arciprete titolare della parrocchia di Ariano, succeduto a don Pietro Pavanati morto il 23 aprile 1605, intese molto bene la decisione degli amministratori e dichiarò che la determinazione del Consiglio della Comunità non pregiudicava in alcun modo i diritti che competevano alla sua persona in ordine all’esecuzione dei lavori.

    Dell’attività di padre Francesco da Ferrara, su cui aveva fatto affidamento la Comunità di Ariano, non rimane documentazione o testimonianza nemmeno indiretta: sembra sparito nel nulla. Qualche grave quanto imprevisto impedimento probabilmente lo costrinse ad abbandonare l’opera appena intrapresa. Pertanto i lavori del cantiere subirono un inevitabile rallentamento.

    Ne approfittarono gli amministratori della Comunità, incerti sul tipo di progetto da realizzare, per interpellare l’architetto ferrarese Giovanni Galvano. Questi consigliò di abbattere la parte dell’edificio rimasta in piedi e di procedere alla ricostruzione con migliorie: un intervento più impegnativo ed ambizioso rispetto al semplice ripristino dell’opera preesistente. Il progetto, che prevedeva l’innalzamento del soffitto e la costruzione di cinque cappelle sporgenti in fuori (quattro delle quali a volta ed archi intagliati di pietra) discusso ed approvato in un’apposita seduta consiliare, ottenne il gradimento dell’arciprete. Francesco Perinatti, uomo di assoluta fiducia, accettò l’incarico di elemosiniere e di fabbriciere, nonché quello di provvedere all’acquisto del materiale necessario (pietre, tegole, legname e ferramenta).

    Questa volta i lavori proseguirono senza intoppi. Alla conclusione (autunno 1610) si tirarono le somme: lusinghiera l’opera realizzata, ma la spesa risultò di molto superiore alla previsioni e alle risorse finanziarie disponibili in bilancio. La Comunità di Ariano spese effettivamente del suo (cioè di denaro pubblico) per calce, pietre, manodopera ed ogni altro materiale occorrente (expendidit tam in calce, lapide et alia materia et in operariis ex aere suo proprio) 6.665 scudi e dieci soldi: un onere finanziario enorme, circa dieci volte quanto era stato preventivato soltanto due anni prima.

    Gli amministratori, in mancanza di un fondo di cassa, si impegnarono a far fronte al debito mediante un atto pubblico rogato dal notaio Gaspare Rasori, distribuendone una parte in tre rate annuali, impegnando l’affitto percepito dal bosco posseduto dalla Comunità ed attivando una rigorosa politica di bilancio. Deliberarono di imporre una tassa in ragione di sei scudi per testa, a carico di tutti coloro che erano sotto la cura di detta chiesa.

    Nessuno sfugge: la tassa colpisce indifferentemente esenti e non esenti, compresi i residenti nelle piccole località di Serravalle e Mesola che mugugnano e lasciano intendere di non gradire di essere sottoposti a questo Commune (la dichiarazione, resa spontaneamente dal mastro di legname Giacomo Molini, rivela la diffusione di un tenace sentimento di appartenenza al proprio minuscolo borgo pari all’avversione a qualsiasi imposizione fiscale straordinaria). Pagano il tributo persino i soldati, dislocati dal legato pontificio di Ferrara nella postazione di Ariano e nel palazzo della Mesola per poter meglio controllare la parte orientale del polesine di Ariano, ove si andavano moltiplicando le situazioni conflittuali e le controversie con i confinanti Veneziani che estendevano la sovranità di fatto sui terreni acquitrinosi che stavano emergendo dal mare a causa degli abbondanti sedimenti alluvionali depositati dal nuovissimo taglio del Po a Porto Viro (1604). Ragguardevole la somma ricavata, mille scudi o poco più, ma ancora largamente insufficiente.

    Per contenere il debito accumulato la Comunità prese persino la drastica decisione di sospendere lo stipendio al medico Galeazzo Landini, al maestro di scola Fabricio Barbiero ed al farmacista (speziale) per una somma equivalente a 300 scudi l’anno. La sospensione e il differimento del salario a tempi migliori per questa particolare categoria di dipendenti comunali, mentre si ripercuote negativamente sulla qualità della vita della popolazione di Ariano, sottolinea la gravità della crisi, resa più acuta dal rifiuto dell’arciprete di concorrere alle spese di riparazione per la parte che gli spettava (pro portione ad eum spectantem).

    Il Consiglio della Comunità di Ariano sosteneva infatti che l’arciprete, per precise disposizioni normative (iuxta dispositionem legum et canonum) aveva l’obbligo di pagare la terza parte della somma complessiva, pari a 2218 scudi e 8 soldi di moneta ferrarese. Ma, più volte invitato a contribuire, questi aveva sempre fermamente rifiutato, sostenendo trattarsi di un’imposizione indebita.

    Per dirimere la controversia e ottenere giustizia, non restava che ricorrere alla superiore autorità del vescovo di Adria.

    Il 23 gennaio 1611 i rappresentanti della Comunità, convocati in seduta pubblica nel palazzo sede del podestà (in palatio iuris) per trattare le questioni di interesse pubblico (pro negotiis publicis tractandis), deliberano di conferire la carica di Sindaco e le funzioni di procuratore a Pietro Bassi, che pertanto assume la veste di legittimo rappresentante degli interessi della Comunità della Terra di Ariano in ogni causa, lite, questione sia in atto che futura, comprese le liti civili e criminali, e davanti a qualsiasi giudice (ad omnem causam, litem, questionem qua ipsi constituentes habent, vel habituri sunt…et alias lites tam civiles quam criminales et coram quocumque iudice).

    Si aprì così un lunga controversia giuridica fra la Comunità di Ariano e l’arciprete Giovanni Paolo Previati. Dopo uno scrupoloso esame delle risultanze processuali, sentito il parere di autorevoli esperti del diritto canonico e civile, il 9 dicembre 1613 il vescovo della Diocesi di Adria Ludovico Sarego sentenziò: “che il suddetto reverendo arciprete sia tenuto ed obbligato a contribuire al restauro ed alla ricostruzione della chiesa della Terra di Ariano, avvenuta per opera dello stesso arciprete e degli uomini e parrocchiani di Ariano, per la terza parte delle spese richieste dalla Comunità, la quale terza parte, detratte le elemosine e le altre offerte donate per amore di Dio,… si riducono a 504 scudi di moneta ferrarese”.

    L’arciprete avrebbe risarcito l’addebito con i i proventi e i redditi di cui beneficiava come titolare della chiesa di Ariano, in tre rate di eguale importo (in tribus iustis et aequalibus ratis), la prima delle quali da corrispondere il giorno 8 settembre 1614, festa della natività di Maria Santissima e le successive, con identica cadenza, negli anni 1615 e 1616. Diluire la restituzione della somma in tre anni significava lasciare frutti e proventi più che sufficienti per il sostentamento dell’arciprete e del cappellano.

    La tesi sostenuta dalla Comunità di Ariano viene accolta in linea di principio, ma il debito rivendicato, quantificato in 2218 scudi e 8 soldi di moneta ferrarese, viene drasticamente diminuito a seguito della diversa valutazione contabile delle elemosine raccolte dai parrocchiani, considerate a tutti gli effetti contribuzioni alla spesa e non semplicemente ad essa aggiuntive.

    La sentenza, formulata al termine di un processo ineccepibile nella forma e nella sostanza, ispirata a criteri di moderazione e di equità, dimostra che l’autorità vescovile aveva mantenuto un atteggiamento rigorosamente super partes. Ma entrambi i contendenti si dichiararono delusi e manifestarono il proposito di interporre appello al Legato pontificio di Ferrara e di procedere oltre, se necessario, fino allo stesso Pontefice (usque ad Sanctissimum).

  • I Martelli di Canaro (I parte)

    Paviole, antica borgata compresa nei possedimenti della Mensa Arcivescovile di Ravenna prima e del Duca d’Este poi, proprio sotto l’argine del Po, c’è la villa Martelli-Piccioli, un edificio dalla maestosa facciata in stile veneto-palladiano, definito nel 1858 dall’ampliamento e ristrutturazione del fabbricato preesistente che, a sua volta, era stato ricavato nel 1842 dalla ricomposizione di un gruppo di fabbricati nei quali risiedevano dalla fine del ‘500 i Martelli.

    La storia di questa famiglia, di origine fiorentina, si intreccia con tutte le grandi vicende che, dal medioevo, al rinascimento, al risorgimento, all’unità nazionale, hanno segnato la storia di Firenze, di Ferrara, del Polesine e di Canaro, per la rilevanza economica, sociale e culturale di moltissimi dei suoi membri.

    I Martelli di Firenze

    Abbraccia 800 anni di storia l’albero genealogico di questa famiglia che Fabrizio Martelli (1923-1984), nella pregevole pubblicazione “I Martelli di Canaro”, Torino 2001, curata dal cugino Adolfo e dai figli Giorgio e Peter, ha ricostruito con passione, attingendo soprattutto all’archivio di famiglia.

    Le origini documentate – il capostipite è un Martello nato intorno al 1236 e morto nel 1288 – si collocano nella Firenze della prima metà del ‘200 e ai primi del ‘300 i Martelli erano già una delle famiglie stabili più influenti della società fiorentina. Artieri spadai, guelfi bianchi, i Martelli videro riconosciuto il loro peso crescente con l’elezione di Cino o Cienno, figlio di Arrighetto, alla carica di gonfaloniere di giustizia nel 1330, ma fu Roberto (n. 1409), eletto per sette volte priore delle arti e investito di altri incarichi pubblici, a dare enorme prestigio alla famiglia che, nel giro di due secoli, resse il gonfalonierato di giustizia per ben undici volte. L’ultimo fu Francesco di Roberto nel 1517, pochi anni prima del definitivo avvento della signoria medicea.

    I Martelli erano stati sostenitori ed alleati dei Medici, fin dalla lotta contro gli Albizzi che si era conclusa nel 1434 con il ritorno al governo della città di Cosimo il Vecchio, di cui Ugolino Martelli (n. 1400) era grande amico. Questa amicizia e questa fedeltà furono ben ricompensate: Ugolino, tra il 1434 e il 1479, ricoprì oltre cinquanta cariche pubbliche, tra cui quella di gonfaloniere (3 volte) e più volte quella di maestro di zecca, un incarico che fu affidato anche ad altri sette membri della famiglia. Fu anche governatore di Pisa, capitano di Pistoia, Livorno e Arezzo.

    Analoghi benefici godettero i suoi fratelli: Roberto, il banchiere della famiglia, priore dal 1439 al 1446, nominato nel 1439 conte palatino dall’imperatore Giovanni Paleologo durante il Concilio Ecumenico trasferito da Ferrara a Firenze a causa della peste; Antonio (1401-1480), capitano di Pistoia, priore e poi gonfaloniere nel 1472; Bartolomeo, capitano di Pistoia e priore; Domenico, laureato in giurisprudenza, signore di Perugia, ambasciatore e gonfaloniere nel 1476.

    A questi cinque dei dodici figli di Nicolò, la famiglia Martelli deve gran parte della sua fortuna: imparentati con alcune tra le più rinomate famiglie fiorentine, quali gli Antellesi, i Bartolini, i Medici, i Soderini, gli Strozzi ed i Ricasoli e con i signori di Noceto e Perugia, furono tra i principali protagonisti della vita politica e pubblica di Firenze.

    Nella cerchia del potere mediceo, i Martelli prosperarono per tutto il ‘400. La cacciata di Piero, il figlio di Lorenzo il Magnifico, nel 1494, l’avvento della repubblica savonaroliana e le lotte intestine crearono seri problemi ai Martelli, sia economici, che di sicurezza. Problemi che si ripresentarono dopo il ritorno definito della signoria medicea con il duca Alessandro. Il rapporto tra le due famiglie si era ormai incrinato e non sarebbe più stato lo stesso, anche se nel 1570 Cosimo il Grande, che stava per essere nominato dal papa granduca di Toscana, sposò Camilla Martelli, dalla quale tre anni prima aveva avuto un figlio, Giovanni de’ Medici e poi una figlia, Virginia.

    Camilla visse a Palazzo Pitti fino al 1574, anno in cui morì Cosimo, per ritirarsi poi, anche per l’inimicizia del figliastro Francesco, nuovo granduca, nel convento delle Murate e quindi in quello di Santa Monica, dove morì nel 1590.

    La potenza dei Martelli, famiglia di politici, mercanti e banchieri è testimoniata anche dai ritratti del Bronzino e del Pontormo e dalle sculture e dalle architetture di Donatello, di cui furono protettori e mecenati. Il grande architetto e scultore (1386-1466) fu praticamente allevato in casa di Nicolò di Ugolino, diventando amico del figlio Roberto. Per la famiglia Martelli scolpì un David ed altre opere. Nella cripta dei Martelli nella Basilica di San Lorenzo, il sarcofago di Ugolino e della moglie è opera di Donatello.

    Tra i Martelli si segnalarono anche uomini di cultura e religiosi. Tra i primi, una citazione merita Pietro di Braccio, autore agli inizi del ‘500 di quattro libri di matematica, membro con Nicolò Macchiavelli dell’Accademia Platonica fondata da Cosimo de’ Medici. Pietro lo si incontra ad Arezzo nel 1502, commissario per Firenze all’incontro con la delegazione del Re di Francia Luigi XII guidata da Ugolino di Girolamo Martelli per trattare il ritorno di Arezzo ai Fiorentini. Ospitò in casa sua nel 1508 Leonardo da Vinci e nello stesso anno anche lo scultore Giovanfrancesco Rustici.

    Alcuni Martelli furono anche ambasciatori del Governo fiorentino presso il papa e l’imperatore. Domenico di Nicolò, laureato in legge, fu inviato a Siena nel 1456 e poi dal papa Della Rovere dal quale ebbe l’investitura a cavaliere. Braccio di Domenico guidò con Francesco Valori e Piero Capponi l’ambascieria che trattò con Carlo VIII nel 1494. Tra i religiosi, oltre al già ricordato Ugolino, vescovo di Glandeves, che nel 1540 fondò con Daniele Barbaro l’Accademia degli Infiammati, si segnalano Braccio, di Pietro, vescovo di Fiesole nel 1530 e poi di Lecce, Giuseppe, di Matteo, arcivescovo di Firenze nel 1722, ed infine, il più prestigioso, Francesco, di Marco, Legato di Ferrara nel 1663, arcivescovo di Corinto, nunzio apostolico in Polonia nel 1679, patriarca di Gerusalemme nel 1698 e quindi cardinale nel 1706.

    Gli ultimi decenni fiorentini

    Ugolino, di Girolamo, del ramo di Antonio, si schierò con Savonarola, per cui, dopo la condanna a morte del frate, lasciò Firenze e si rifugiò in Francia, dove i Martelli, nel pieno delle loro attività commerciali e bancarie, erano molto conosciuti. Sia Antonio che Girolamo, rispettivamente padre e nonno di Ugolino, erano stati introdotti alla corte dal duca d’Orleans che nel 1498 succedette a Carlo VIII sul trono di Francia con il nome di Ludovico o Luigi XII. Tra il re e Ugolino, che lo aveva incontrato e conosciuto quando era venuto a Firenze con Carlo VIII nel 1494, si stabilì un rapporto di amicizia, tanto che il sovrano lo autorizzò ad aggiungere nello stemma di famiglia – un leone rampante tenente un martello – il capo dello stemma d’Orleans, d’azzurro ai tre gigli d’oro, con una fascia d’argento.

    In quel periodo (1500) Nicolò Macchiavelli era legato straordinario di Firenze alla corte francese e conosceva bene i Martelli, tanto che per inviare i suoi dispacci a Firenze utilizzava la copertura di Giovanfrancesco Martelli, il cui figlio Lodovico nel 1530 fu protagonista con Dante Castiglioni di un celebre duello con i fuorusciti fiorentini Giovanni Bandini e Bertino Aldobrandini durante l’assedio di Firenze da parte delle truppe imperiali di Carlo V e del papa Clemente VII. Nel duello Lodovico perse la vita, ma la sua figura fu celebrata in romanzi storici quali “L’assedio di Firenze” di Francesco Domenico Guerrazzi e il “Nicolò De Lapi” di Massimo D’Azeglio.

    Ugolino ebbe un figlio, Lodovico (1500-1555), che crebbe alla corte di Francia, insieme alla figlia del re, Renata.

    Ciascuno dei figli di Nicolò (1377-1435), di cui si è già detto, generò rami distinti della famiglia, alcuni dei quali si sono estinti prima della fine dell’800. Di certo si sono estinti nel 1618 il ramo di Domenico, nel 1648 quello di Francesco e nel 1752 quello di Roberto. Esistono ancora, invece, quelli di Bartolomeo, Ugolino ed Antonio. Ed è il ramo di quest’ultimo che riguarda le vicende ferraresi e polesane della famiglia.

    I Martelli di Ferrara

    Dopo la morte del re nel 1515 e quella del padre nel 1516, a Lodovico non restò che affidarsi completamente a Renata di Francia che nel 1528 sposò Ercole d’Este, il figlio del duca Alfonso I, e venne a Ferrara. Lodovico, che si era appena sposato, la seguì. Di lì a poco nacque il suo unico figlio chiamato Alfonso in omaggio al duca che, per interessamento della nuora, gli concesse il feudo di Traghetto, sul Reno, ai confini con il bolognese.

    Lodovico divenne così il capostipite dei Martelli ferraresi, che si lasciavano alle spalle 300 anni di storia fiorentina ed entravano, sempre da una posizione di privilegio, nella cerchia della corte estense, da oltre un secolo centro culturale di primaria grandezza.

    Renata, divenuta duchessa di Ferrara nel 1534 dopo la morte di Alfonso I, si lasciò affascinare dalla dottrina calvinista fino a professarla apertamente, aprendo così le porte ad un’eresia che non poteva essere tollerata nei territori del papa. Nel 1554 Ercole II fu costretto ad intervenire drasticamente, licenziando e rimandando in Francia tutta la famiglia della moglie e il suo seguito, compreso Lodovico Martelli che lasciò a Ferrara il figlio ventiseienne Alfonso, al quale era appena nato il figlio Giovanni Antonio.

    Spinto dall’Inquisizione, il duca processò e condannò numerosi seguaci calvinisti, bandendo dal ducato tutti i fuorusciti fiorentini scappati da Firenze dopo il ritorno dei Medici. Non fu meno duro Alfonso II, succeduto ad Ercole nel 1559, che rimandò in Francia la stessa Renata.

    Per Alfonso Martelli, anche se di cose religiose non si era mai particolarmente curato, la situazione si fece preoccupante e cercò di defilarsi, evitando la corte.

    Nel frattempo Giulio Martelli, discendente di Giovanfrancesco, abbandonata la Francia per sfuggire alle vendette del duca Alessandro de’ Medici, era riparato nella Garfagnana e i suoi discendenti, dopo la devoluzione di Ferrara, si stabilirono a Modena formando un altro ramo della famiglia.

    Alfonso, che aveva perduto il feudo di Traghetto, acquistò alcune terre nel Polesine, nella Transpadana ferrarese, dedicandosi con il figlio alla bonifica di territori spesso coperti dalle acque.

    Alfonso morì nel 1570, mentre il terremoto sconvolgeva Ferrara, e Giovanni Antonio si ritirò completamente a vita privata. Ebbe tre figli: Andrea, nato nel 1584 a Ferrara che, dopo la morte del padre avvenuta nel 1615, si stabilì definitivamente in Polesine; gli altri due, Antonio ed Alfonso, abbracciarono la carriera ecclesiastica, diventando entrambi monsignori.

    Antonio divenne rettore di Pontelagoscuro e Alfonso di Canaro nel 1620. A monsignor Alfonso si deve dal 1620 la regolare tenuta dei registri parrocchiali di un paese che, diviso dal Poazzo tra Ferrara e Venezia, contava poche case sul versante ferrarese e un paio soltanto su quello veneto.

  • Cristina, regina di Svezia, a Ficarolo

    All’inizio della seconda metà del XVII secolo, l’abdicazione al trono della regina Cristina di Svezia e la sua successiva conversione alla fede cattolica destarono in tutta Europa una enorme impressione.

    Di questa donna dalla singolare e complessa personalità e dal comportamento sovente inesplicabile e bizzarro, i contemporanei ci hanno lasciato alcuni significativi ritratti.

    C’è innanzitutto quello abbozzato da un uomo scaltro che ben sapeva leggere nel cuore degli altri come Pierre Chanut, legato di Francia in Svezia e amico di Cartesio: “estremamente mobile ed espressiva nella fisionomia, con una voce ordinariamente molto dolce, che talvolta poteva divenire un po’ grossa; piccola di statura, anche perché non portava tacchi alti; dotta fino all’inverosimile: seria, ponderata nella conversazione; assai incline alle alte speculazioni dello spirito; generosa, ma talvolta sospettosa e diffidente. Semplicissima nel vestire, senza ombra di civetteria e pur capace di esercitare un fascino inesplicabile sugli uomini che l’attorniavano”.

    C’è poi quello testimoniato da padre Mannerschied (confessore dell’ambasciatore spagnolo a Stoccolma don Antonio Pimentel del Prado) al duca di Guisa: “ella è molto educata e piacevole, parla otto lingue e il francese particolarmente bene, come se fosse nata a Parigi; il suo sapere supera quello della nostra Accademia e della Sorbona messe insieme; è estremamente dotata sia per la pittura sia per altre cose e conosce gli intrighi della corte meglio degli stessi cortigiani. In sintesi, ella è una creatura straordinaria”.

    E c’è ancora l’osservazione di Susanna Åkerman: “in un’epoca di grandi sommovimenti come il XVII secolo, ogni mossa insolita di una ancor più insolita sovrana veniva facilmente interpretata come un segnale del verificarsi di avvenimenti straordinari e le attese politiche facilmente si trasformavano in speranze provvidenziali”.

    Non è da escludere, infatti, che l’abdicazione, la fuga dalla Svezia “in habitus virilis” e la pubblica conversione alla fede cattolica di Cristina si ispirassero, in anni di attesa e predizioni apocalittiche, alle speranze millenaristiche diffuse dai mistici spagnoli, cui avevano dato segretamente ascolto anche illustri personaggi, compreso, pare, lo stesso pontefice Alessandro VII.

    Di conseguenza, il comportamento talora contraddittorio e spesso ambiguo di questa regina senza più regno veniva inteso come il momento cruciale di un disegno più vasto, in conseguenza del quale ella avrebbe potuto incarnare la conciliazione fra la religione cattolica e quella protestante nel quadro di un nuovo assetto politico europeo.

    Proprio in quei giorni convulsi e gravidi di speranze e timori, si registra un rapido soggiorno di Cristina di Svezia a Ficarolo.

    Il 3 novembre 1655, alle dieci del mattino, a Innsbruck, nella chiesa di San Francesco, la giovane regina aveva confermato pubblicamente e platealmente il suo passaggio alla religione cattolica. Dopo di che, accompagnata da un piccolo e scelto corteo del quale facevano parte diversi importanti prelati e don Antonio Pimentel del Prado, si era rimessa in viaggio per raggiungere Roma.

    Giunta a Trento e poi accolta trionfalmente nel ducato di Mantova, avrebbe voluto portarsi a Venezia. Ma, il Senato veneto, ben attento a non dare adito a pericolosi fraintendimenti e a suscitare ipotesi che avrebbero potuto turbare i buoni rapporti con le altre potenze, aveva ritenuto opportuno che la regina si tenesse alla larga dai suoi territori, adducendo il pretesto che la comitiva proveniva da paesi sospetti di peste, e si era limitato ad inviare una deputazione ai confini dello stato per farle onore.

    Cristina era stata, perciò, costretta a ripiegare subito in quelle zone del Polesine che erano allora dominio della Chiesa e a fare una sosta a Ficarolo, terra di confine.

    In quell’occasione, ci racconta Girolamo Baruffaldi nella Historia di Ferrara, papa Alessandro VII “pensò far bene di mandare alcuni Nunzj incontro ad essa ne i confini dello Stato ecclesiastico per riceverla con le dovute forme. Furono questi tra i più ragguardevoli Prelati, che avesse la Corte Romana, cioè Annibale Bentivoglio Ferrarese Arcivescovo di Tebe, Luca Torreggiani Fiorentino Arcivescovo di Ravenna, Filippo Cesarini Romano Chierico di Camera et Inrico Caraccioli Decano della Camera di NS. E con loro venne il Signor Fulvio Servanzio uno de’ Maestri di Cerimonie di S.Santità… Aveva a questi Sua Santità consegnata una pomposissima Carrozza tirata da sei bellissimi Corsieri, una Seggia con otto seggettarj, et una Lettica con i suoi Muli stornelli per servigio di detta Maestà, con quantità di Palafrenieri, et Servi vestiti con la Pontificia Livrea… Il dì vigesimo di Novembre, la mattina in fretta accompagnati da un pessimo, et dirottissimo Tempo, pervenuti nella Terra di Ficarolo, colà alloggiarono la sera, dove seco trovossi ancora D. Innoncenzo Conti Mastro di Campo generale di Sua Santità, con due Compagnie di Cavalli, e fra queste una comandata dal Signor Carlo Teodoli Marchese di S.Vito… Il dì dopo partendosi (con l’incomodo di una pioggia sregolatissima) s’avanzarono verso Mellara, per colà alle confina Mantuane ricevere Sua Maestà”.

    Solo che Cristina di Svezia era già arrivata a Calto, dove all’inclito corteo non restò altro che portarsi il più rapidamente possibile e di là accompagnare “Sua Maestà nella bella terra di Ficarolo dove la notte alloggiò nella sontuosa, et nobile abitazione del Signor Bernardino Schiatti, Cittadino Ferrarese, da esso a tal effetto addobbata superbamente, eccettuatane la Camera preparata per Sua Maestà, la quale era ornata di Broccato d’oro, et cremisino, con Letto, Baldachino, et suppellettili da gli Ambasciatori portate da Parma”.

    Il giorno seguente, continua il racconto di Baruffaldi, la regina “udita, ch’ebbe la Messa, celebratagli dal suo confessore in detta abitazione, e dopo aver conferito con Don Luigi Pio Principe di S.Gregorio, venuto, per detto effetto, da Roma per le poste, da essa ricevuto con tutte le dimostrazioni di stima, proprie d’una Regina, e dovute a un Principe, fatta una leggiera collazione, verso le ore diciassette montata sola nella carrozza di Sua Santità, s’avanzò verso Ferrara, servita da’ detti Nunzii, e dal suddetto principe, con la Vanguardia di più compagnie di cavalleria, et uno squadrone di fanti”.

    A ricordo dell’avvenimento, sulla facciata di villa Schiati c’è una lapide: “Christina / Suecorum Gothorum Vandalorumq. / Regina / Spreta / Corona / Fidem Catolicam Palam Omnipotenti Professa / Romam Petens / Hic Se Recepit / Noctem Ac Diem Commorata / Anno A Virginis Partu / MDCLV Die XXII Novembris”.

    Quanto alla villa che per una notte diede ricovero ad un personaggio di tale rilievo, va detto che quasi certamente essa è di origine cinquecentesca, anche se non è stato però rinvenuto a tutt’oggi un documento riguardante l’edificio anteriore al 1685. La villa, che si ispira al gusto e alla cultura ferrarese, è uno dei rari esempi rimasti in Polesine di certi modelli e tipologie costruttive emiliane.

    A farla edificare era stata con molta probabilità la famiglia Arienti.

    Nel 1643, Carlo Arienti aveva lasciato la casa e la proprietà, con altri beni mobili e immobili, alla sorella Diana. Quest’ultima era sposata con Bernardino Schiatti, al quale aveva dato ben sei figli tutti viventi (Angelo, Diana, Giuseppe, Giovanni, Franco e Anna Caterina), che avrebbero ereditato, alla sua morte, ogni proprietà.

    E dunque nei giorni della sosta di Cristina di Svezia, come ha ricordato Baruffaldi, la villa, gli immobili e i terreni annessi appartenevano a Bernardino Schiati e a sua moglie.

    La villa non si presentava sostanzialmente diversa da come la possiamo vedere oggi, ripetendo quasi le linee di un sobrio e stilizzato castello con le svelte torri laterali e il pinnacolo sormontato da una banderuola, i due camini e la cornice dentellata. Alla villa, che era separata dalla strada da un fitto filare di alberi, si accedeva attraverso una cancellata e, al termine di un breve vialetto, si poteva scorgere la facciata con una scala a doppia rampa semicircolare e un portale arcuato, che in seguito sarebbero stati sostituiti.

    Nel 1685, la villa e la proprietà sarebbero stati ceduti al conte Giovanni Battista Saracco. Come recita il dettagliato atto notarile accompagnato da una pianta dell’edificio (relativa però al solo pianterreno e comprendente 12 siti), si trattava di un "casamento da Patrone posto sopra detto Terreno, tutto di Pietra, murato in calcina di buona qualità, con due Torresini dalla lati, coperto di coppi, e sollevato".

    I Saracco, nobile famiglia originaria di Pavia, terranno la villa ininterrottamente dal 1685 fino al 1897, quando l’edificio passerà ai Giglioli e nel 1931 al Comune di Ficarolo.

  • A cavallo per corti e gorghi

    Quello che qui proponiamo è un itinerario, sperimentato a cavallo, lungo le vie campestri tra Baruchella e Sariano. Grazie alla collaborazione fra le Sezioni Veronese e Polesana di “Natura a Cavallo” (l’Associazione che nel 2000 organizzò un viaggio in sella da Canale d’Agordo a Roma) in una tranquilla e soleggiata domenica di fine primavera, un drappello di trenta cavalieri ed amazzoni ha potuto immergersi nella verde campagna altopolesana alla scoperta delle tante bellezze che questa terra, nella sua apparente piattezza, nasconde al distratto visitatore.

    Il gruppo è partito dalla seicentesca corte Bentivoglio d’Aragona di Baruchella¹ puntando su Zelo dove, dopo aver toccato le Grandi Valli Veronesi, ha varcato l’antico confine fra il Ducato Estense e la Repubblica di Venezia superando il fiume Tartaro su un ponte costruito nel periodo austriaco, recentemente restaurato e sopraelevato con un’ardita opera di ingegneria per permettere il passaggio di grossi natanti lungo la nuova idrovia.

    Costeggiando anche alcuni suggestivi “gorghi”, antichi specchi d’acqua di origine alluvionale la cui rilevanza naturalistica ed ambientale è stata finalmente riconosciuta in tempi recenti, si è raggiunto Sariano nel cui “Castello”, un cinquecentesco complesso edilizio sorto su una precedente fortificazione di stile emiliano, si è fatta una sosta molto confortevole per cavalli e cavalieri. I primi si sono deliziati su un ampio prato verde,i secondi hanno potuto pienamente apprezzare l’ospitalità e l’impegno con cui l’Associazione A.N.T.E.A. di Trecenta aveva organizzato un fornitissimo punto di ristoro.

    Percorrendo poi il tratto di un’antica strada romana, lo squadrone, attraversando la vasta tenuta dei conti Spalletti è giunto ai “Dossi”, grande corte dominata da imponenti rustici, oggi pressoché disabitata, ma un tempo alquanto popolosa, infatti sono ancora ben visibili le strutture delle vecchie scuole elementari con annessa chiesetta.

    Lasciata la corte e preceduti da una elegante carrozza ottocentesca condotta da Luigi Milan, attuale proprietario della corte Bentivoglio di Baruchella, attraverso un bianco chilometrico stradone, il gruppo ha raggiunto l’Agriturismo “Ca’ Pozza” dove lo attendevano alcuni rappresentanti della sezione di Rovigo dell’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria che con la loro presenza hanno voluto esprimere un affettuoso apprezzamento ed un incoraggiamento verso chi pratica ancor oggi l’equitazione di campagna rinverdendo quella gloriosa tradizione che, in tempi ormai lontani, fu il simbolo e la stessa ragion d’essere dell’Arma di Cavalleria.

    Assieme al Presidente emerito Lubomir Nachtigal, vecchio ufficiale boemo già istruttore di cavalleria all’Accademia Militare di Praga, che con tanta passione rifondò la sezione polesana dell’A.N.A.C., erano presenti l’attuale presidente Sergio Rossi,il vice-presidente Giuseppe Paolo Rebato ed alcuni altri soci.

    Al termine del pranzo, caratterizzato da ottimi piatti della tradizione locale, dopo i saluti dell’attuale presidente Sergio Rossi, contraccambiati con calore da Mauro Ferrari presidente della sezione veronese di Natura a Cavallo e dopo uno scambio di omaggi fra i responsabili delle due associazioni, ha preso la parola il Sig.Nachtigal che con i saluti ha voluto esprimere anche tutto il suo entusiasmo per l’avverarsi di questo significativo momento, in cui la storica Cavalleria incontra sul campo i suoi eredi più genuini. Con altrettanto entusiasmo ha accolto la proposta di Mauro Ferrari di stabilire periodici rapporti fra le due Associazioni affinché il patrimonio morale della vecchia Arma, costituito da alti ideali e grande esperienza, sia trasmesso ai moderni cavalieri che meglio ne interpretano lo spirito.

    Dopo il rituale “bicchiere della staffa” lo squadrone si è ricomposto in sella, puntando su Trecenta per ammirare Palazzo Pepoli², imponente edificio di stile militare emiliano fatto erigere nel XVI secolo dalla bolognese famiglia Pepoli su un precedente manufatto medievale. Attualmente è di proprietà della Regione Veneto alla quale è pervenuto dai conti Spalletti successori dei Pepoli. In tempi recenti il complesso è stato oggetto di un grandioso e intelligente intervento di restauro che lo ha fortunatamente sottratto al degrado in cui era ormai ridotto. Conosciuto come il “Palazzon” sorge ai margini di Trecenta dove l’A.N.T.E.A., con inesauribile ed esemplare senso di ospitalità, aveva predisposto un altro generoso punto di ristoro.

    Lasciato l’elegante abitato trecentano, l’allegra brigata ha puntato sulla Fossa Maestra, un’opera idraulica del periodo austriaco, realizzata per dare definitiva sistemazione alla bonifica delle Valli Grandi Veronesi e, cavalcando lungo i sui argini soffici e ombrosi, ha raggiunto agevolmente Giacciano la cui Parrocchiale, edificata dalla famiglia Bentivoglio, contiene un pregevole bassorilievo dedicato ad Adelaide Foscarini e attribuito ad Antonio Canova. Paternità questa avvalorata anche dal professore Giuseppe Fiocco, famoso storico dell’arte nato proprio in Corte Bentivoglio d’Aragona, dove poco dopo si è conclusa fra la soddisfazione generale la bella giornata trascorsa in buona compagnia, in un paesaggio suggestivo, anche per il determinante apporto di passione, di esperienza equestre e di collaborazione della dott.Lorenza Gallo.

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