Il Polesine ha recentemente reso onore ad un altro dei suoi figli illustri. Si tratta del badiese Eugenio Balzan, al quale, il 21 maggio scorso, è stato intitolato l’Istituto di Istruzione Superiore Liceo Scientifico, che ha sede proprio a Badia Polesine. Alla presenza delle massime autorità civili, politiche e scolastiche, l’ambasciatore Bruno Bottai, attuale presidente della “Fondazione Internazionale Balzan”, ha ripercorso le vicende umane dell’insigne badiese¹.
La vita
Balzan nacque a Badia Polesine il 20 aprile 1874, in una facoltosa famiglia di proprietari terrieri, presto impoveriti a causa della perdita delle terre nella disastrosa rotta dell’Adige del 1882. Gli anni giovanili, pertanto, furono per Balzan piuttosto difficili, segnati dalla morte di ben tre fratelli, dalle difficoltà economiche familiari, da un matrimonio non riuscito.
Nel breve volgere di qualche anno, Balzan svolse molte attività, fra le quali anche quella di decoratore e di geometra al catasto di Verona, poi si improvvisò corrispondente per l’“Arena”, il giornale della cittadina scaligera. Ma Balzan aspirava a ben altro e così, nel 1897, entrò nel “Corriere della Sera”.
In una lettera di quello stesso anno scrisse ad Adolfo Rossi²: “…ho il Diploma di Geometra e la Patente di Segretario Comunale ma non mi sento inclinato a coteste professioni, mi sento attratto irresistibilmente al giornalismo…, da vari anni, – anni vissuti più seriamente che non lo comportasse la mia giovane età – io sogno di diventare giornalista”.
Al “Corriere” approdò come semplice correttore di bozze: si trattava di un incarico provvisorio e, nello stesso tempo, di una sfida, in quanto il giovane dovette lasciare il lavoro sicuro al catasto. Fu tuttavia la sua grande occasione: divenne presto cronista, poi capocronaca, inviato speciale e, dopo appena sei anni, nel 1903, Luigi Albertini, comproprietario e direttore del quotidiano, lo nominò direttore amministrativo, carica che Balzan ricoprì con grande merito per trent’anni.
L’epoca Albertini-Balzan al Corriere coincise con gli anni delle tirature più alte: dalle 75.000 copie del 1900 alle 600.000 nel 1920 (con una media giornaliera di 800.000 copie nel periodo della Grande guerra). Di questi anni occorre sottolineare il forte potere economico, ed indirettamente anche politico, gestito da Balzan, con la consueta discrezione e severità.
Venne nominato, in rapida successione, cavaliere, grande ufficiale e, infine, commendatore. Divenne uno degli amministratori della Scala, presidente della Federazione degli Editori; innumerevoli furono le sue amicizie: Toscanini, Boito, Giordano, Puccini, Praga, Barzini, Sacchi, Fraccaroli, Simoni e tanti altri personaggi di spicco dell’epoca.
Nuove difficoltà, però, erano all’orizzonte. Nel 1925 venne cancellata dal regime fascista la libertà di stampa e i proprietari Albertini, liberali, furono estromessi dal “Corriere”: fu forse la scelta più difficile di Balzan, che, nonostante gli inviti a lasciare, restò al giornale, per permettere a quella che considerava ormai una sua “creatura” di sopravvivere.
Riuscì a tenere unita la redazione, a soccorrere i giornalisti non graditi al fascismo; continuò ad essere essenziale nella difficile navigazione del “Corriere” fra lo stretto controllo del regime, per quanto riguarda la linea politica, ed una propria indipendenza intellettuale e dignità culturale, tanto che il quotidiano rimase accessibile anche a collaboratori tutt’altro che in linea con il fascismo. Spesso fu proprio Balzan ad intervenire, con le sue conoscenze, per superare veti e proteggere singoli collaboratori in difficoltà. Da parte sua, invece, il fascismo lo logorava con un’incessante campagna di pettegolezzi e di denigrazione.
Nel settembre del ‘29 venne nominato direttore del “Corriere” Aldo Borelli, giornalista di grande fiuto, capacità e qualità umane e così maturarono le condizioni affinché Balzan potesse lasciare il quotidiano milanese, ponendo fine ad anni di precario compromesso personale con il regime. Balzan lasciò il “Corriere della Sera” l’11 maggio 1933 e scelse la Svizzera come residenza e rifugio.
Gli anni svizzeri furono caratterizzati da una vita appartata e tranquilla, a Zurigo e a Lugano; anni di contatti ed amicizie con i numerosi fuoriusciti italiani, nonostante la sorveglianza della polizia segreta fascista. Dopo l’8 settembre del ‘43, Balzan divenne un punto di riferimento per i numerosi italiani rifugiati in Svizzera, fra i quali diversi giornalisti e colleghi del “Corriere”.
Dopo la guerra, egli tornò in Italia, precisamente nella sua terra natale, nel 1948. In cinque anni, Balzan tornò in Polesine in varie occasioni per offrire il suo benefico contributo, non solo di idee, a favore dello sviluppo di queste comunità e di Badia Polesine in particolare. Alla vigilia di una sua importante visita, morì improvvisamente, a Lugano, il 15 luglio 1953.
La fondazione internazionale Balzan
Negli anni trascorsi in Svizzera, Balzan si dedicò all’amministrazione oculata del proprio reddito. Così, alla sua morte, la figlia Lina si ritrovò erede di una cospicua fortuna, che volle destinare ad un’opera che onorasse la memoria del padre. Nel 1957, a Lugano, fu costituita la “Fondazione Internazionale Balzan”, che oggi opera attraverso due diversi Consigli di Fondazione: uno, con sede a Zurigo, si occupa dell’amministrazione del patrimonio lasciato da Balzan, al fine di offrire i mezzi economici per permettere al secondo Consiglio, che ha sede a Milano, di attribuire un prestigioso premio, che in termini puramente economici nulla ha da invidiare, ad esempio, al più famoso premio Nobel.
La “Fondazione Internazionale Premio Balzan” assegna annualmente quattro riconoscimenti ripartiti in due categorie: “lettere, scienze morali e arti” e “scienze fisiche, matematiche, naturali e medicina”. L’ammontare di ciascun premio è di un milione di franchi svizzeri, di cui la metà da destinarsi ad un lavoro di ricerca o di diffusione della scienza, favorendo preferibilmente i giovani.
Con un intervallo non inferiore ad un triennio, la Fondazione assegna anche un “Premio per l’umanità, la pace e la fratellanza fra i popoli”. Quest’ultimo riconoscimento è stato assegnato ad autentici protagonisti della nostra storia: alla Fondazione Nobel (1961), a papa Giovanni XXIII (1962), a madre Teresa di Calcutta (1978), all’Alto Commissariato ONU per i rifugiati (1986), ad Abbé Pierre (1991), al Comitato Internazionale della Croce Rossa (1996) e ad Abdul Sattar Edhi (2000); in via eccezionale quest’ultimo premio è stato di due milioni di franchi svizzeri. I premi vengono assegnati, ad anni alterni, a Berna e a Roma, alla presenza del capo dello Stato dei rispettivi Paesi. La Fondazione ha distribuito, negli ultimi vent’anni, oltre 42 miliardi di lire ad 82 scienziati e studiosi nel mondo.