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Archivi: Articoli d’archivio

  • Rovigo Capitale della Cultura

    Rovigo Capitale della Cultura

    L’editoriale del n. 55 di Ventaglio Novanta era dedicato al tema della possibile candidatura di Rovigo a Capitale della Cultura per l’anno 2020 o 2021. L’ipotesi, nata come è noto da una proposta del prof. Gaffeo, ha suscitato entusiasmi e speranze dell’avvio di un percorso virtuoso per sostenere l’ambita candidatura e migliorare, a livello nazionale, la visibilità del capoluogo e del Polesine. Ma come prepararsi all’appuntamento?

    Sul tema interviene la dott.ssa Alessandra Sguotti, assessore alla Cultura del Comune di Rovigo, alla quale ben volentieri mettiamo a disposizione la pagina di apertura di questo numero della rivista.

    Rovigo Capitale della Cultura. Il tema su cui dovrò e dovremo lavorare nei prossimi mesi è questo. Non si tratta di un concorso, di un progetto, di un fine. Si tratta di un percorso di cambiamento.

    Per diventare capitale della cultura bisogna cambiare il modo di pensare e sentirsi parte di questo percorso.

    Rovigo ha molto da offrire, Rovigo è fatta di cultura. La cultura è il fil rouge che connette tutti. Non è solo la città a presentarsi, è un territorio, sono i suoi cittadini.

    La cultura è fatta dalle persone, e io vorrei che tutti insieme formassimo questa squadra di propulsori di positività e bellezza che ci porterà alla nostra candidatura.

    La sfida non è vincere, la sfida è partecipare.

    Abbiamo bisogno di professionisti e non di improvvisazione. Dobbiamo costruire attorno al tema della cultura il fermento opportuno in tutti gli ambiti. La cultura è sociale, urbanistica, commercio, turismo. La cultura è impresa, è Europa, è sviluppo economico. Ognuno di noi potrà portare il suo valore aggiunto.

    Le idee sono moltissime; ora bisogna trasformare le idee in progetti.

    La comunicazione in questo giocherà un ruolo fondamentale, ed è per questo che ringrazio il Direttore Lino Segantin che so che con la sua rivista ci seguirà e accompagnerà alla scoperta del percorso della nostra candidatura.

    Ma soprattutto ringrazio Voi lettori per la sensibilità che vorrete riservare a questo tema, consci del fatto che questa sfida, non la gioca l’Assessore, la gioca una comunità, di cui io ora ho l’onore di essere portavoce.

    Come dico spesso, solo la bellezza ci salverà. Ed è dalla bellezza della nostra Rovigo che mi farò guidare.

    Rovigo, è pronta, ora tocca a noi!

    Alessandra Sguotti
    Assessore alla Cultura, Politiche giovanili,
    Progettazione Europea
    Comune di Rovigo

  • Originale esposizione al Pizzon

    Una nuova significativa esposizione, che valorizza il territorio attraverso la storia di particolari attrezzature di carattere cine-ottico-fotografico, è stata recentemente approntata presso l'Ecomuseo "Mulino al Pizzòn" di Fratta Polesine. L'area a disposizione è di circa 90 mq e l'allestimento prevede un percorso di visitazione suddiviso secondo i settori individuati ed evidenziati da pannelli informativi.

    Per ogni singolo pezzo sono state realizzate idonee didascalie ed una adeguata illuminazione. Inoltre è presente uno spazio con attrezzatura multimediale per la consultazione da parte di singoli visitatori ed una zona per eventuali proiezioni di documenti per gruppi o scolaresche. All'interno della esposizione è inoltre previsto uno spazio per raccogliere libri e pubblicazioni relativi all'argomento.

    L'inaugurazione dell'originale esposizione è avvenuta, in un clima di vera festa, lo scorso 26 marzo, a conclusione di alcuni anni di lavoro del processo di acquisizione e catalogazione delle apparecchiature cedute dalla Regione Veneto.

    Tutto iniziò con una semplice telefonata che un funzionario della Regione Veneto fece a Donatella Girotto, allora Presidente di Turismo&Cultura, in un giorno del 2010.

    Donatella contattò il sottoscritto e da qui si procedette ad un primo sopralluogo nei magazzini ubicati nei garage del palazzo della Regione in Viale della Pace. E, sorpresa!: nei vari scatoloni e casse, accatastati anche in modo disordinato, vidi degli oggetti e strumenti che mi insospettirono.

    Rovistando in quei pacchi individuai dei pezzi realmente storici, appartenuti a quello che un tempo era il Regio Ispettorato per l'Agricoltura, successivamente Ispettorato Provinciale per l'Agricoltura, passato infine alla Regione Veneto.

    Non ebbi esitazioni ed invitai Donatella ed i funzionari a stipulare un accordo di cessione in comodato d'uso di tutto il materiale. Una sequenza di documenti epistolari portò in seguito alla cessione del tutto al C.T.G. "Rovigoti" e alla Coop. Turismo&Cultura.

    E qui cominciò l'avventura, in quanto ben presto nacque l'idea di utilizzare al meglio il materiale acquisito per realizzare una esposizione didattico-museale.

    Il gruppo di lavoro che si era costituito ideò un progetto relativo alla catalogazione per mezzo di una apposita scheda dei singoli pezzi, attuando una idonea ricerca storica e una documentazione fotografica. Gli oggetti e le attrezzature sono stati suddivisi in sei settori:

    A – cine-ottico-fotografico (macchine fotografiche, cinepresa 16 mm, proiettori per pellicole 16 mm e super8, pellicole in B/N e colori anche dell'Istituto LUCE, diascopi, proiettori diapositive);

    B – chimico (analizzatore del terreno, oleacidimetro, calcimetro, microscopi);

    C – elettrico;

    D – amministrativo;

    E – agrotecnico (bilance di precisione, bilancia per il peso specifico delle granaglie, squadro, livella tacheometrica);

    F – didattico (modelli di crescita alberi da frutto, tavole didattiche per la conservazione dei cibi, modelli di innesti).

    Ogni componente il gruppo di lavoro assunse il compito di catalogare i pezzi relativi ad uno specifico settore, provvedendo alla loro pulizia e verifica funzionale.

    Da questo primo lavoro si è constatato che le apparecchiature e gli strumenti erano relativi ad un arco di tempo che andava dai primi anni del 1900 fino agli anni '60/'70. Dato il loro valore storico, scientifico e culturale, si è pensato ad un allestimento che fosse anche di carattere didattico con l'uso delle strumentazioni stesse da parte di gruppi di visitatori o dimostrazioni di animatori ed esperti.

    Si è così giunti alla concretizzazione dell'importante progetto con l'allestimento presso il secondo piano dell'Eco Museo Mulino del Pizzon di Fratta.

    Per quanto riguarda la documentazione del progetto è stato realizzato un raccoglitore per tutte le schede suddivise per settori, un CD di tutte le fotografie delle apparecchiature ed un DVD in relazione all'album di foto originale "La battaglia del grano nel Polesine 1925-1932".

    La giornata inaugurale è stata caratterizzata da un cielo terso ed un bel venticello di primavera che ha permesso agli ospiti intervenuti di godere delle bellezze del luogo. Oltre 70 le presenze registrate suddivise da soci C.T.G., amici, rappresentanze delle remiere di Padova "Amissi del Piòvego" e Venezia "Dopolavoro ferroviario", "Barcàr ad puatèl" di Ferrara.

    Il programma è iniziato la mattina con una regata di tre imbarcazioni a remi nel Canalbianco, mentre un gruppo seguiva il laboratorio di "origami", condotto dall'artista Giovanni Maurizio Pizzo, dedicandosi alla realizzazione di piccole barche di carta colorata adeguatamente piegata che ognuno ha potuto portarsi a casa come ricordo.

    Alle ore 12 la cerimonia di inaugurazione della sezione espositiva che, dopo i saluti e i ringraziamenti per le collaborazioni, ha visto il taglio del nastro da parte di Donatella Girotto e la visita guidata del Presidente Cristiano Fenzi.

    Il pranzo, preparato al meglio dalla cucina della Locanda "Mulino al Pizzòn" di Fusya e Maurizio, ha consolidato l'amicizia sugellata dallo scambio di doni tra il gruppo remiero di Padova "Amissi del Piòvego" con il neonato gruppo di voga alla veneta del C.T.G. "Remiera Pizzòn".

    Sono proseguite le brevi escursioni in barca a remi, sempre condotte dagli esperti vogatori, accompagnando gruppi di ospiti come passeggeri sulle acque increspate dal vento nel Canalbianco.

    A conclusione della giornata Maurizio Pizzo, con la collaborazione di un gruppo di volenterosi, si è prodigato nella realizzazione di una barca in carta, con la tecnica origami, di oltre un metro e mezzo, la quale è stata lasciata alle acque del fiume con all'interno un nutrito numero di biglietti augurali scritti dagli ospiti stessi che hanno espresso soddisfazione per la manifestazione inaugurale, nonché per l'affascinante luogo e il meraviglioso paesaggio, caratterizzata dal "tuffo" dello Scortico in Canalbianco.

  • Terre senz’ombra

    Nelle metropoli, le ombre degli alti edifici incombenti proiettate sulle strade e sui marciapiedi sono scure e senza luce. Gli immobili del centro, così come gli anonimi caseggiati delle periferie, si presentano ostili saracinesche che inibiscono allo sguardo la possibilità di andare più in là. Un'esperienza che limita l'anelito a superare il confine.

    Probabilmente è proprio il desiderio di vedere oltre, la voglia di respirare in spazi aperti, privi di barriere e di ombre opache a portare, negli anni '50 del Novecento, Pietro Donzelli nel Delta del Po. È una rivelazione. È la "visione" – forse inattesa ma a lungo covata nell'interiorità – di un ambiente senza confini. Ed è questo impatto, forse insperato, ma ricercato, a portare il fotografo lombardo a coniare per il Delta la definizione di "Terra senz'ombra".

    Dove quel "senza" non indica una inquietante assenza di punti di riferimento, ma l'approccio, quasi magico, ad una vastità mai prima verificata. È sentirsi parte di un universo inatteso e non ancora sperimentato; una dimensione sconosciuta da vivere intensamente, dapprima nella sua globalità, per poi scendere poco a poco a scoprirne le particolarità.

    A Palazzo Roverella, dal 25 marzo al 2 luglio 2017, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio Padova e Rovigo, e curata da Roberta Valtorta è allestita la mostra "Pietro Donzelli. Terra senz'ombra. Il Delta del Po negli anni cinquanta". Esposti oltre 100 suggestivi scatti del fotografo milanese: stampe vintage e moderne – molte inedite – che raccontano, con l'intensità del bianco e nero, il Delta del Po, come si presentava a metà del secolo scorso, visto con gli occhi dell'apprezzato fotografo.

    Dapprima sono immagini di un territorio sconfinato, appena connotato da presenze umane, come ben documenta la foto scelta quale icona per la mostra, utilizzata anche per la copertina del catalogo realizzato da Silvana Editoriale. Successivamente Donzelli, con l'occhio discreto della sua macchina fotografica, si avvicina agli ambienti, alle persone e alle cose del Delta.

    Il fotografo milanese arriva per la prima volta nel Polesine nell'aprile del '45, innamorandosene da subito. Ci torna nel 1953 per realizzare la serie di fotografie "Terra senz'ombra", capolavoro della fotografia neorealista e documento prezioso e memorabile della storia del territorio. Fotografa il Po di Levante, il Po di Volano, Adria, Goro, Rosolina, Mesola, Scardovari, l'isola di Ariano. Ambienti aperti ma poi anche gli interni. Ed allora in molte foto c'è la quotidianità, il lavoro del pescatore del contadino; ci sono le case, gli oggetti della vita di ogni giorno ed anche gli affetti. Ma altri scatti documentano i problemi delle genti del delta ed in particolare il dramma delle alluvioni, come quella che colpì gli abitanti dell'isola di Ariano nel 1960.

    In mostra ci sono anche importanti materiali di documentazione, scritti dello stesso fotografo, composizioni di fotografie di Donzelli con rime di Gino Piva, amato poeta polesano, all'epoca già scomparso da un decennio, ma con cui il fotografo milanese si sentì in profonda sintonia.

    Donzelli con le sue foto si presenta pertanto come un grande narratore, che ha dedicato una particolare attenzione al paesaggio di pianura, al fiume (immortalato nei momenti di calma, ma anche nel dramma delle rotte che tanto hanno devastato territori e uomini) al mare, al lavoro dei pescatori e dei contadini, ai momenti di svago. Ne è scaturito un vero e proprio affresco umano e ambientale. Non a caso la serie Terra senz'ombra è considerata un pilastro della storia della fotografia italiana, ed uno dei più precoci e coerenti esempi di fotografia documentaria. Nella quale il fotografo milanese ha palesato la sua capacità di raccontare la vera realtà umana e ambientale, tra la topografia e la sociologia.

    In definitiva "Terra senz'ombra – come ha sottolineato la curatrice Roberta Valtorta – racchiude in sé la piattezza del paesaggio, il silenzio, la fatica e il senso della vita nell'ampiezza della pianura assolata. Esprime anche la luce di cui la fotografia ha bisogno per raccontare che in quei territori la pianura si fa dominante, schiacciante. Ma c'è anche qualcos'altro in questo titolo, cioè la consapevolezza che il racconto si caratterizza senza ombre, schietto, vero."

    Mostra promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con Comune di Rovigo e Accademia dei Concordi.

    Info: www.palazzoroverella.com

    Pietro Donzelli (1915 – 1998)

    Una figura determinante per la diffusione della cultura fotografica nel nostro Paese

    Piero Donzelli (Monte Carlo, 1915 – Milano, 1998) con le sue immagini fotografiche ha testimoniato l'Italia dal dopoguerra agli anni sessanta, il passaggio dalla società rurale e preindustriale alla società dei consumi.

    Fotografo, ricercatore, collaboratore di riviste specializzate e curatore di mostre, Donzelli è stato una figura determinante per la diffusione della cultura fotografica nel nostro Paese. È grazie alla sua instancabile attività che sono state presentate in Italia, per la prima volta, opere di Dorothea Lange, di Alfred Stieglitz, dei fotografi della Farm Security Administration.

    A partire dal 1948 è stato tra i fondatori e gli animatori della rivista "Fotografia" e dal 1957 al 1963 è stato redattore e poi condirettore dell'edizione italiana di "Popular Photography" e nel 1961 e 1963 ha curato, con Piero Racanicchi, due volumi di "Critica e Storia della Fotografia" che raccoglievano testi e materiali sui più importanti fotografi della storia. Nel 1950 è stato tra i fondatori dell'Unione Fotografica (Associazione Internazionale Manifestazioni Fotografiche), che aveva tra i suoi obiettivi quello di spostare l'attenzione sul realismo in fotografia, promuovere manifestazioni di livello internazionale e sostenere la fotografia italiana all'estero.

    Le sue serie fotografiche affrontano il rapporto tra l'uomo e l'ambiente in cui vive. Ha lavorato su Milano, Napoli, la Calabria, la Sicilia, la Sardegna, il paesaggio toscano (serie Crete senesi) ma soprattutto, dal 1953 al 1960 sul Delta del Po e le terre del Polesine, alle quali ha dedicato una grande e importante ricerca dal titolo "Terra senz'ombra".

    La mostra allestita al Roverella presenta per la prima volta più di cento fotografie di questa serie, molte delle quali assolutamente inedite.

  • Pastore di memoria

    Maria Luisa Toffanin, affezionata lettrice – e di quando in quando anche stimata collaboratrice del Ventaglio – residente a Padova, dopo aver visitato la Pinacoteca rodigina ed essersi soffermata presso "La Natività" di Giambattista Pittoni (1687-1767), ha avvertito il desiderio di proporci alcune sue poesie a tema natalizio. Ne pubblichiamo una, nella pagina conclusiva di questo numero, assieme alla suggestiva immagine del quadro citato, opera dell'artista veneziano vissuto nel XVIII secolo.

    Con l'occasione formuliamo a tutti i lettori i più fervidi auguri di Buon Natale e Sereno 2017.

    La redazione

    PASTORE DI MEMORIA

    all'infanzia

    Vivono tenerezze nel pastore
    di gesso, in casette di cartapesta,
    ormai stinti i colori
    lise vesti pareti

    tenerezze da antiche madri ai figli
    migrate col pastore
    in mani bambine altre
    che devote ne fanno memoria

    consacrati gli oggetti
    da un alito d'eterno
    magia dell'infantile tempo
    dilatato a dismisura nel mito!

    E il presepe si forma riforma
    storia infinita d'amore
    traversata da tante vite lontane
    unite nella festa.

    E la cometa da 2000 anni riattesa
    accendendo speranza
    in umili sguardi puri
    ora riflessa nei tuoi occhi, Giulia
    è luce della Verità del cielo.

    Se l'ora rinnova nostalgia
    rinasco ai bagliori verdeoro
    del tuo entusiasmo garante
    di nostra vita per sempre

    nel pastore amato insieme
    nei domestici riti del Natale
    tu, infanzia, custode del Prodigio.

    Maria Luisa Toffanin

  • La Voga alla Veneta

    Alla confluenza tra due vie d'acqua, il Canalbianco e lo Scortico, dove si trova l'Ecomuseo Mulino al Pizzòn (alla periferia di Fratta Polesine), ha sede un romantico imbarcadero per la pratica della Voga alla Veneta con le tradizionali barche a fondo piatto e senza timone, tipiche della laguna veneta e di Comacchio.

    Questa pratica, tutt'ora utilizzata dai gondolieri della città più bella del mondo, sport agonistico per professionisti del remo e della forcola – e pure diverso modo di vivere il turismo fluviale – da qualche anno è dunque approdata anche in una zona centrale del Polesine, grazie ad una iniziativa promossa dal Ctg.

    Tutto è iniziato quando i vogatori del Ctg di Rovigo hanno portato a termine il recupero di tre barche per la pesca di laguna e di lago, restaurandole in un apposito "squero" (cantiere veneziano) appositamente attivato in un locale adiacente al Museo del Pizzon.

    Va detto che nei periodi in cui i vogatori polesani non sono impegnati in regate con altre società remiere della specialità, sono soliti percorrere le quiete acque del Canalbianco, portando a spasso amici e conoscenti ad ammirare il panorama da un punto di vista – quello del fiume – che assicura insospettabili emozioni.

    Tanto l'entusiasmo registrato, per cui i vogatori hanno pensato di sviluppare questa attività remiera, proponendo corsi di avviamento alla voga per bambini e adulti da tenersi nei fine settimana a partire dalla primavera, mettendo a disposizione la loro esperienza in tutta sicurezza.

    La tecnica della voga alla veneta – caratterizzata dal fatto che il vogatore sta in piedi, a poppa dell'imbarcazione – ha origini antiche che derivano dalla condizione idrogeologica della nostra laguna. Nasceva dalla necessità di procedere a remi da un punto di osservazione idoneo a scandagliare, con occhio vigile i bassi fondali delle barene e dei canali lagunari. L'assenza di chiglia e timone aumentava la capacità delle imbarcazioni leggere di avanzare senza pericolo di arenarsi, specie con la bassa marea.

    Esistono sostanzialmente due modi diversi di voga in piedi, in relazione alla situazione del corso d'acqua in cui questa viene professata.

    Innanzitutto c'è la voga a remi incrociati, detta "alla valesana", perché molto praticata nelle valli da pesca, anche con fondali di pochi palmi d'acqua, da un solo vogatore, magari con l'aiuto della vela al terzo (vela di forma trapezoidale tipica con i colori della famiglia di appartenenza). Questa tecnica, con la quale si riesce a navigare anche lungo i fiumi, risultava impraticabile negli stretti spazi dei canali di Venezia, dove ci si incrocia con altre barche.

    I vogatori pertanto affinarono una nuova tecnica con un solo remo a poppa rialzata, dando vita così all'esclusivo sistema del "voga e para" o "premi e staissi". Consiste nel far seguire al colpo di remo (di spinta) il recupero con la pala immersa e moderatamente angolata, compensando la tendenza della prua a ruotare, e ottenere così una corretta andatura rettilinea della barca.

    Questo gesto spiega la costruzione asimmetrica delle gondole e altre barche simili progettate per essere condotte con tale tecnica, riducendo lo sforzo stabilizzatore e aumentando la governabilità dell'imbarcazione.

    Braccia, gambe, caviglie e busto in movimento fanno della voga alla veneta uno degli sport più completi.

    Fino a pochi anni fa non c'era riscontro che questo modo originale di vogare in piedi venisse praticato nell'entroterra polesano, fino a quando non è stato portato in auge da qualche appassionato come Cristiano, Luca ed Eligio proprio nella zona del Pizzòn dove il Canalbianco riceve le acque dello Scortico.

    Questo gruppo di amici, dopo un discreto periodo dedicato all'acquisizione di tale divertente pratica, partecipa regolarmente alle manifestazioni delle società remiere quali l'apertura del Carnevale di Venezia, Vogalonga, Regata Storica e Riviera Fiorita (processione di barche d'epoca lungo il fiume Brenta).

    In queste occasioni si sono incontrate allegre compagnie provenienti anche dalle città di Amburgo, Monaco di Baviera, Cremona e altre, presentandosi nei loro costumi tradizionali. Si è così scoperta la diffusione internazionale della Voga alla Veneta che oramai pullula di associazioni in tutto il mondo, ed ora si intende diffondere nei nostri corsi d'acqua polesani.

    Già, il nostro Polesine, territorio solcato da fiumi e canali come nessun altro in Italia – e con un patrimonio da esplorare come il Delta, sulle tracce dei vecchi pescatori di valle – non può non riscoprire la Voga alla Veneta, come nuova opportunità di turismo ludico sportivo, da praticare in un clima di tranquillità e totale sostenibilità ambientale.

  • 200a Stagione Lirica

    Aida, una delle opere più famose al mondo, e Franco Zeffirelli, tra i registi più stimati e profondi di oggi, si sono uniti per inaugurare il 23 ottobre 2015 la 200a Stagione lirica del Teatro Sociale rodigino.

    È stato scelto l'allestimento a suo tempo voluto fortemente e curato da Franco Zeffirelli per aprire le celebrazioni del bicentenario verdiano nel 2001 a Busseto: un autentico capolavoro che non ha smentito le aspettative affascinando il pubblico del teatro di Rovigo.

    Per l'occasione la ripresa è stata affidata a Stefano Trespidi, all'epoca allievo, poi assistente del maestro, che ha scelto una fedelissima riproposizione dell'allestimento originale. Il palco rodigino, più grande di quello del teatro di Busseto, ha costretto la dilatazione di alcuni elementi scenici, che però sono stati efficaci nella cura dei dettagli, nell'impatto generale, nella precisione realistica. Per i sette quadri dell'opera sono stati creati ambienti imponenti e versatili: dalla scena di Tebe agli interni del palazzo reale, dalle rive del Nilo alla prigione finale, fondali e oggetti scenici sono stati coordinati per creare un impatto imponente, realistico, con prospettive credibili. C'era dunque l'Aida tradizionale, con alte statue (il dio-sciacallo a sinistra, la dea-gatta a destra del proscenio), geroglifici, arpe e figuranti, però, nelle invenzioni migliori, suggerendo la consueta grandiosità come di scorcio, rivelando ancora una volta l'abilità e l'esperienza del celebre regista fiorentino.

    Molto positiva la prova del cast, a partire dalla protagonista Donata D'Annunzio Lombardi, che ha dato ad Aida una voce cristallina e precisa, forse poco "verdiana", ma con buona presenza scenica e momenti preziosi e commoventi, come l'aria "Oh patria mia". Ottima la prova del giovane Dario di Vietri, un Radames dalla vocalità piena e generosa, pulita e precisa, anche se in alcuni momenti poco disinvolto nella gestualità scenica. Giovanna Casolla ha mostrato, dopo decenni, di saper ancora stupire e commuovere, con un'interpretazione di Amneris che non ha lasciato nulla al caso, che ha abbinato raffinatezza e potenza, oltre a capacità attoriali straordinarie. Il baritono Sergio Bologna è stato un Amonasro convincente sia dal punto di vista timbrico, per la sonorità ricca, sia da quello scenico, con un ruolo difficile ma determinante nell'atmosfera dell'opera. Applauditi anche i comprimari Elia Todisco (Ramfis), George Andguladze (Il Re d'Egitto), Sofio Janelidze (Una sacerdotessa), Emanuele Bono e Michele Cerullo (un Messaggero).

    Sul podio, a guidare voci e l'orchestra Regionale Filarmonia Veneta, Marco Boemi. Ottima la prova del coro LiVe, assicurata dal preparatore Giorgio Mazzucato, che ha curato in modo particolare il ritmo e le dinamiche.

    Davvero splendidi i costumi realizzati nel 2001 da Anna Anni, geniale e precisa nei dettagli filologici, purtroppo scomparsa pochi anni fa. Solo uno dei balletti, quello del I atto, ha trovato posto nell'allestimento ed è stato proposto dalla compagnia Fabula Saltica con coreografia di Claudio Ronda, che ha accentuato l'intensità emotiva del momento rappresentato.

    Il Teatro Sociale di Rovigo, inserito dal 1967 nella lista dei Teatri di Tradizione italiani, ha dunque festeggiato i 200 anni di attività con una splendida "Aida", cui seguiranno "Madama Butterfly" di Puccini e "Simon Boccanegra" di Verdi. Va detto che i rodigini amano l'opera da secoli: si tramanda che il primo melodramma sia stato allestito nella sala della Loggia dei Notai nel 1683, e che ben presto le stagioni divennero tre all'anno, anche se la più importante era sempre in autunno, in occasione della tradizionale fiera d'ottobre.

    L'attuale edificio del Teatro, su progetto dell'ingegnere rodigino Sante Baseggio, fu costruito tra il 1817 e il 1819 e aperto al pubblico il 3 marzo 1819 con la messa in scena de "L'ombra di Fetonte, ossia l'omaggio della riconoscenza rodigina" di Sante Campioni. L'inaugurazione ufficiale però fu il 26 aprile 1819 con "Adelaide di Borgogna" di Pietro Generali.

    Due anni di pausa furono necessari a causa di un incendio che nel gennaio 1902 distrusse l'edificio, di cui resta solo la facciata del Ridotto. La nuova inaugurazione si tenne il 12 ottobre 1904 con "Iris" di Mascagni per cui salì sul podio lo stesso compositore.

    Al Sociale ci sono stati debutti di alto livello: nel 1914 vi fece il suo debutto straordinario un giovanissimo Beniamino Gigli nella "Gioconda" di Amilcare Ponchielli; nel 1944 salì per la prima volta sul palco Renata Tebaldi interpretando "Mefistofele" di Arrigo Boito. Altri debutti di rilievo sono stati quelli del tenore Francesco Tamagno nel 1874 con l'Africana di Meyerbeer; del baritono Riccardo Stracciari nel 1899 nella Boheme di Puccini.

    Negli anni '30 salirono sul palco del Teatro Sociale nomi quali Giovanni Malipiero, Giovanni Inghilleri, Rosetta Pampanini, Augusta Concato, Maria Gentile, Mara Zamboni, con un'annata speciale nel 1939 con produzione di altissimo livello e interpreti quali Lina Pagliuchi, Beniamino Gigli, che tornava spesso in Polesine a ricevere il sostegno e gli applausi di chi per primo lo aveva acclamato, Mario Basiola, Antonio Moriggi e Giuseppe Lugo.

    Durante la seconda guerra mondiale, a causa dei bombardamenti verso città di rilievo, come Milano, e la conseguente chiusura dei loro teatri, Rovigo si trovò a ospitare artisti eccellenti. Vi si esibirono direttori d'orchestra come Antonio Votto e Giuseppe Del Campo e cantanti come Toti Dal Monte, Mafalda Favero, Margherita Carosio, Maria Caniglia, Lina Pagliuchi, Pia Tassinari, Oneglia Fineschi, Mario Basiola, Giuseppe Lugo, Francesco Merli, Antenore Reali, Beniamino Gigli, Aureliano Pertile, Ferruccio Tagliavini, Giovanni Malipiero e il grande Mario del Monaco.

    Dopo il 1945 Iris Adami Corradetti fu tra i protagonisti di Traviata insieme ad Afro Poli; Armando Salvarezza e Piero Guelfi furono invece gli straordinari interpreti di Faust. Memorabile la stagione 1948 con Mario del Monaco al fianco di Renata Tebaldi per "Andrea Chenier" e con una entusiasmante Maria Callas nei panni di Aida. Dopo gli anni Cinquanta si ricordano cantanti di fama internazionale: tra questi Luciano Pavarotti, Mirella Freni, Franco Corelli, Renato Capecchi, Giulietta Simionato, Magda Olivero, Alfredo Kraus, Myriam Pirazzini, Pier Miranda Ferraro, Raina Kabaivanska. Costanti e seguitissime le esibizioni al Sociale degli artisti rodigini: Elena Rizzieri, Dino Mantovani, Rina Malatrasi, Nello Romanato e Katia Ricciarelli.

  • Sasse-Rami

    Sicuramente è un pregiato fiore all'occhiello nell'ambito delle iniziative volte a valorizzare l'agricoltura, indicando percorsi produttivi sempre più legati alla sostenibilità e a sistemi ecocompatibili.

    Stiamo parlando di "Sasse-Rami", da diversi anni l'Azienda-pilota di Veneto Agricoltura, il braccio operativo della Regione Veneto nel settore agricolo. È operativa in quel di Ceregnano – via G. Verdi, 35 – tel. 0425476019 – e promuove una serie di manifestazioni che consistono in prove sperimentali e dimostrative mirate.

    L'azienda fruisce di 214 ettari complessivi, dei quali 190 SAU (superficie agricola utilizzata) investita a seminativi e affiancati da impianti di diverse specie frutticole quali pesco, melo e pero vite. Ospita anche un allevamento biologico di suini e di numerose specie avicole per la conservazione della biodiversità. L'elemento "ambiente" presenta fasce boscate e di agroforestazione.

    L'Azienda è stata costituita anni fa ed è gestita da tecnici agronomi in relazione con l'Università di Padova, CNR Ibaf e altri centri di ricerca ed ha lo scopo di verificare l'effettiva possibilità dell'applicazione pratica e operativa delle innovazioni da proporre agli agricoltori nella conduzione economica della loro attività. Fa parte di un complesso di consimili sparse nel territorio veneto e che rispondono, nelle diverse realtà, a quanto prima richiamato.

    Il dirigente responsabile è il Dr. Lorenzo Furlan e l'azienda è a porte aperte e visitabile tutti i giorni. I diversi ambiti operativi vengono vagliati e proposti all'imprenditoria agricola che nel recepirli risponde a quelle che sono le esigenze moderne dell'agricoltura con la necessaria e adeguata professionalità.

    Stiamo parlando del settore primario, al quale spetta produrre cibo nelle quantità e qualità utili per sfamare gli attuali sette miliardi di persone che popolano la diversissima configurazione geografica ed antropologica del pianeta. Nell'Azienda di Sasse-Rami i rurali e, soprattutto i non addetti, hanno modo di rendersi conto di come si dovrà operare nelle nostre plaghe per rispondere all'impegno al quale sono chiamati con una visione particolare all'economia gestionale incentrata su un diverso e meno impattante utilizzo dei mezzi tecnici.

    Le ultime generazioni rivendicano bisogni che si differenziano sempre più dalle precedenti che hanno operato dal dopo guerra fino agli anni '70-80' del secolo scorso. Risolto il problema della sicurezza alimentare, ne sono emersi di nuovi originati dall'applicazione pratica delle tecnologie prima richiamate, per cui l'agricoltura, intesa come "arte di coltivare la terra ed allevare gli animali" deve rivedere gli schemi operativi.

    Appaiono due i versanti del confronto: 1°, soddisfare l'aspetto economico dell'impresa, in pratica laddove si produce; 2° estendere il suo ruolo ben oltre i confini dei campi per configurarlo nel contesto generale inteso come ambiente del quale l'agricoltura non solo è parte integrante ma è chiamata per sua natura a conservarlo e migliorarlo. La stessa politica dell'Ue è sensibile a questo aspetto e nel formulare la PAC (Politica Agricola Comune) intende sempre più privilegiarlo nel senso più ampio che possa contenere l'accezione.

    Emerge, così, una coscienza imprenditoriale disposta a ragionare in termini culturali nuovi, che si compendiano in concetti come agricoltura agrituristica, di precisione, conservativa, ecocompatibile, lotta integrata, biologica, biodinamica. Dato che, come attività produttiva anche il settore primario concorre ad inquinare l'ambiente, è necessario trovare l'equilibrio tra il produrre cibo in quantità e qualità sufficiente con il massimo contenimento dell'inquinamento, salvaguardando il reddito aziendale. Una nuova tecnologia viene in soccorso.

    Qualche esempio: il sistema satellitare GPS, l'impiego del laser, le analisi chimico-fisiche-biologiche eseguite in laboratori sempre più sofisticati, la disponibilità di mezzi tecnici, di servizi innovativi e la divulgazione.

    Tutto questo significa "Sasse-Rami".

    Ecco il nuovo volto dell'agricoltura che l'Azienda e le altre consimili propongono all'imprenditoria agricola e in generale alla società, per affrontare il futuro.

  • A tavola col tartufo

    Apprezzamenti al ristorante "Amolara" di Adria per l'evento di conoscenza dedicato a "sua maestà il tartufo", prelibato fungo ipogeo (cioè che vive e si riproduce sottoterra), nei confronti del quale il Polesine si presenta come terra vocata alla produzione e alla raccolta. Nelle aree rivierasche ai grandi fiumi si sviluppa il "tartufo bianco pregiato", mentre nelle zone residuali degli antichi cordoni di dune della linea di costa pre-etrusca, dove oggi crescono piante litoranee, trova il suo ambiente idoneo il "tartufo bianchetto", detto anche "marzuolo".

    Ai convenuti all'interessante iniziativa, ha parlato del tartufo in Polesine l'esperto Enrico Vicentini, autore fra l'altro di un documentato volumetto intitolato "Il Tartufo delle Dune", pubblicato in occasione della Festa del Tartufo tenutasi recentemente a Porto Viro.

    L'attenzione è stata focalizzata in particolare sul "bianchetto", che può essere raccolto da gennaio ad aprile quando giunge a maturazione. Indispensabile per l'individuazione l'ausilio di un cane appositamente addestrato, in grado di riconoscere al fiuto la presenza dei tartufi pronti per la raccolta, che viene fatta dal "tartufin" con un apposito attrezzo denominato "vanghetto".

    Nell'occasione dell'incontro è stata presentata l'attività del gruppo "Amici del Tartufo Polesano", interessati alla valorizzazione del prelibato fungo, all'addestramento dei cani e a preservare i siti naturali da azioni di ricerca indiscriminata che possono ledere gravemente l'equilibrio vegetale che favorisce il proliferare del tartufo.

    Il quale vive e si riproduce in simbiosi con le radici delle piante, contraccambiandone l'ospitalità preservandole dall'attacco di organismi patogeni. L'associazione – come ha evidenziato nel suo intervento l'attivo membro Giorgio Padovan – è anche impegnata nella messa a dimora di piante micorrizate, ovvero già predisposte allo sviluppo del tartufo le cui spore sono state preventivamente inserite nell'apparato radicale.

    Al convegno ha fatto seguito una prelibata cena "al tartufo" sapientemente predisposta da Paolo Bordin, titolare del Ristorante Amolara.

    In apertura un doppio antipasto: fonduta di polenta, formaggio e tartufo; bruschette all'olio di tartufo.

    Primo: tagliolini al burro di tartufo; riso del delta al tartufo.

    Secondo: uova al tegame con scaglie di tartufo; straccetti di pollo al tartufo con patate "soffegà" al profumo di tartufo.

    Dolce: biscotti esse al cioccolato di tartufo. Vini della casa.

    Commenti ampiamente positivi per il tartufo e complimenti vivissimi per il team che in cucina ha predisposto piatti in grado di valorizzare al meglio il genuino sapore del fungo ipogeo.

    Per ulteriori informazioni relativamente all'associazione "Amici del Tartufo Polesano", Tel. 3483109428, posta elettronica: amicideltartufo@gmail.com, blog: amicideltartufo.myblog.it.

  • Gino Navicella

    Per Bottrighe è quasi un'istituzione, ma non solo, poiché il commendatore Gino Navicella è imprenditore di successo e personaggio assai conosciuto in tanti ambiti, amministrativi e sociali, locali e nazionali.

    Nato a Pettorazza nel 1923, all'età di quattro anni giunse con la famiglia a Bottrighe dove tutt'ora risiede con la moglie Milena. E fin dall'infanzia manifestò doti di impegno e interesse al miglioramento sia personale che sociale.

    Le condizioni della famiglia lo portarono a cercare quanto prima di rendersi utile, cosicché dopo le elementari, ha fatto di tutto per affermare la propria autonomia ed imparare un mestiere. Tanti sacrifici e tante fatiche, lavorando di giorno e studiando di sera per migliorare la propria posizione e conseguire fondamentali conoscenze e abilità sul piano tecnico.

    Fu così che ottenne il diploma di disegnatore tecnico, e poi di aggiustatore meccanico e di tornitore.

    "Facevo trenta chilometri al giorno in bicicletta – ci racconta Navicella che ci accoglie cordialmente nella sua azienda – sei volte la stessa strada di cinque chilometri, andata e ritorno da Bottrighe ad Adria, senza asfalto, con pioggia vento e quando c'era la neve mi spostavo a piedi. Tutto ciò per andare al lavoro, tornare a pranzo, ritornare al lavoro e poi a casa nuovamente per la cena per poi ripartire per i corsi serali".

    Un impegno che ha dato ben presto i suoi frutti, al punto tale che, dopo aver lavorato come dipendente, nel dopoguerra Navicella pensa di dar vita ad una sua impresa. È così che, dopo l'alluvione del '51, durante la ristrutturazione dello zuccherificio locale, costituisce la società "Costruzioni Installazioni Riparazioni Meccaniche ed Affini".

    L'iniziativa imprenditoriale, dopo i primi anni di difficile avvio, si consolida partecipando all'ampliamento dello zuccherificio di Bottrighe e successivamente alla costruzione dello zuccherificio e dello stabilimento per la produzione dell'acido citrico di Casei Gerola (Pavia). È poi la volta degli ampliamenti degli zuccherifici di Fano e Foggia e dello stabilimento di glutammato a Bottrighe.

    Lo svilupparsi dell'attività, rende necessario il potenziamento della società cosicché nel 1963 costituisce la "Costruzioni Meccaniche Polesane" nota con la sigla Cmp. Un trentennio di attività consolidata fino alla metà degli anni '90 quando, con la chiusura di tanti zuccherifici, la situazione sembra precipitare anche per la Cmp. Ma se una porta si chiude, una nuova se ne apre: l'esperienza maturata relativamente agli apparecchi a pressione, rappresenterà il nuovo sbocco per l'azienda.

    Inizia infatti la costruzione di scambiatori di calore e apparecchi a pressione destinati in tutto il mondo. Con la conoscenza poi del Gruppo Ravagnan di Padova inizia una collaborazione che porterà l'ingresso societario in Cmp, l'ampliamento con un nuovo grande capannone ed il potenziamento della produzione su un'area di 24 mila mq. con una quarantina di addetti.

    "Da tempo – spiega Navicella – stiamo realizzando colonne per reazione di vari metri di diametro, alte anche a sino a 50 metri, dal peso di circa 200 tonnellate. Abbiamo ottenuto tutte le certificazioni nazionali, recentemente la Stamp Asme americana, e ci stiamo perfezionando per l'ottenimento di quella cinese, indispensabili per realizzare impianti destinati all'estero".

    "Purtroppo la crisi si sente in maniera alquanto pesante – aggiunge – ma abbiamo buone prospettive per superarla".

    "Manca però – conclude Navicella con un po' di delusione – l'impegno da parte delle giovani generazioni, la voglia di apprendere una specializzazione in questo settore, della quale oggi ne sentiamo l'estrema esigenza".

    Gino Navicella è cavaliere al merito del lavoro dal 1963 e commendatore dal 1988. Innumerevoli le sue esperienze amministrative nei consigli e fondazioni del credito cooperativo "Santa Maria Assunta", cassa di Udine e cassa di risparmio di Padova e Rovigo. È stato presidente del Consorzio Industriali Formazione Innovazione, presidente dei Metalmeccanici e nell'esecutivo di Confindustria provinciale, consigliere della Camera di Commercio e componente della giunta nazionale di Federmeccanica.

    L'impegno per il lavoro non gli ha mai impedito di dedicarsi al sociale. È stato delegato del sindaco, presidente, ora onorario, dell'Avis di Adria, medaglia d'oro e fronda per 75 donazioni effettuate, consigliere regionale e vice presidente provinciale Avis.

    Da sempre presidente, ora onorario, dell'associazione calcio Bottrighe, nonché presidente del comitato per la ricostituzione del Comune di Bottrighe, unico a completare la pratica inoltrata al competente Ministero. È stato infine presidente dei comitati che hanno realizzato i monumenti ai Caduti e quello dedicato al concittadino aviatore Umberto Maddalena.

    Tante altre iniziative attuate a Bottrighe si devono alla disponibilità e alla generosità di Gino Navicella, orgoglioso, tra l'altro, di aver trovato, grazie anche alle sue competenze, l'azienda milanese Maff (specializzata in delicati lavori eseguiti anche per il Vaticano) che ha riprodotto perfettamente in bronzo il consunto angelo ligneo, installato poi sulla cupola della torre campanaria del paese.

  • Non solo in Biblioteca

    Mentre si attende che la Biblioteca comunale, da piazza della Repubblica si sposti nella nuova sede di via Navi Romane (dove sarà ospitata nei locali del restaurato ed ampliato ex Macello Comunale, nato alla fine anni 20 del secolo scorso) l'attività culturale della Biblioteca portovirese, lungi dall'entrare in stasi in attesa del trasferimento, si implementa.

    E lo fa in modo quanto mai originale, individuando "punti prestito" in ambienti che, a prima vista, potrebbero sembrare del tutto estranei alle occasioni culturali: un salone per parrucchiera ed uno di estetista.

    Ottima l'accoglienza riservata all'iniziativa, a dimostrare che l'intuizione della presidente del Comitato di gestione delle Biblioteche comunali, Elisa Cappelli, e dell'assessore alla Cultura di Porto Viro, Maura Veronese, era stata intelligente ed azzeccata.

    La cultura a Porto Viro è dunque uscita dal chiuso istituzionalizzato della Biblioteca, (uno spazio in verità, quello della Biblioteca, rimasto "ingessato" per secoli) e il nuovo contatto con la gente, ha ottenuto unanimi consensi. Ed infatti la popolazione (nella fattispecie quella femminile, vista l'ubicazione dei due "punto prestito"), si è da subito dimostrata pronta a recepire il nuovo messaggio culturale, con favore e grande disponibilità.

    Dunque, Elisa Cappelli e Maura Veronese, mettendo in atto la loro felice intuizione, hanno proceduto all'inaugurazione dei due punti di prestito. Il primo in via Trento a Taglio di Donada, presso il Salone per parrucchiera "Dive e Divine", che ha ottenuto un immediato successo, anche perché, grazie alla preziosa opera di "cerniera" operata tra Biblioteca ed il salone di parrucchiera, è stato ed è possibile rifornire le utenti-lettrici di qualsiasi libro in dotazione esse vogliano leggere.

    Poi la seconda inaugurazione, nel salone di estetista di Silvia Boandini, in via Mazzini, in zona San Giusto, "Il tempio della bellezza", un luogo, anche questo, sempre frequentato dal gentil sesso. Elisa Cappelli e Maura Veronese, hanno qui proceduto con una sobria cerimonia inaugurale, sottolineando la sensibilità di Silvia Bonandini, un'imprenditrice giovane, che ha accolto di buon grado il "punto prestito" nel suo salone dal beneaugurante nome "Il tempio della bellezza". È stato anche rilevato che Silvia, si avvale per il servizio di "punto prestito" dei libri, pure delle sue assistenti: Arianna Boscolo, Federica Albertin e Manuela Laurenti, anche loro entusiaste del servizio culturale offerto.

    La presidente Cappelli e l'assessore Veronese, hanno commentato insieme: "Abbiamo rilevato che nel primo 'punto prestito' del libro in via Trento, l'iniziativa sta funzionando molto bene, ovvio pensare al raddoppio. Le clienti poi – hanno evidenziato – nel tempo di permanenza dalla parrucchiera o dall'estetista, si avvicinano con piacere ad un buon libro, che trovano là".

    Dal canto suo, Silvia Bonandini ha detto: "Il tempo di apertura del mio salone è dalle 9 alle 20 di sera, senza soluzione di continuità, e permette a certe clienti che altrimenti non avrebbero il tempo di leggere, di avvicinarsi al libro".

    Quanto ai generi più richiesti, Elisa sottolinea che per ora sono i romanzi e la letteratura rosa, ma si può avere anche qualsiasi altro libro. Poi Maura Veronese ha concluso, assicurando che il collegamento con la Biblioteca è costante, ed assicurato senza soluzione di continuità, dalla brava Enrica Scabin.

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