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Archivi: Articoli d’archivio

  • Giocolibrando: el fabro Bacan

    Credo di essere stata fortunata: sono cresciuta in un ambiente familiare ricco di persone che amavano raccontare. Raccontava, con sorprendente efficacia la mia nonna materna, favole dalle trame tanto semplici quanto stupefacenti con personaggi improbabili che davano di sé definizioni estrose che ancora la memoria mi rimanda intatte: “Sor’se pipiolo, gato sgranfegnolo, oca orchessa, anara badessa, volpe furbessa”… erano gli animali di una storia che ricalcava la più nota “I suonatori di Brema”. Raccontava, leggendo, la mia nonna paterna sempre la stessa fiaba, quella, e solo quella, che io reclamavo con la caparbia determinazione di cui solo i bambini sono capaci. Mi piaceva precorrere mentalmente la narrazione, certa che tutto sarebbe accaduto come già sapevo. E raccontava mio padre… Storie fantastiche, storie di ogni tipo: “Giovanin sensa paura” che se ne andava per il mondo con un bastone in cui stava infilata una ciambella e affrontava incosciente la minaccia dell’Orco che ricomponeva il suo corpo, pezzo dopo pezzo, gettandolo dalla cappa del camino… “Ca buta?” e Giovanin: “E buta!”. Poi c’era la narrazione di Perseo che affrontava Medusa, e Persefone rapita da Ade, e Ulisse che ingannava Polifemo e tante, tante ancora. Quelle storie narrate erano emozione, paura, sollievo, immaginazione, erano un flusso emotivo che rinsaldava legami d’affetto. Sono cresciuta perciò con il gusto del sentir raccontare storie che poi, a mia volta, ho narrato ricalcando i tempi, le pause, le enfatizzazioni, la mimica teatrale dei miei straordinari narratori.

    E’ solo ascoltando leggere o perdendosi in racconti efficaci che si apre, a poco a poco, la strada personale ed intima della lettura, quel gusto inappagabile che ti fa divenire ingorda di racconti. Così per convinzione e per professione (sono maestra), ho iniziato con altre tre colleghe, Cinzia, Paola ed Elisa, una bellissima esperienza di animazione alla lettura che dura ormai da anni e che abbiamo chiamato “Giocolibrando”. Le storie di tanti autori, a torto catalogati come scrittori solo per bambini, sono state trasformate in azioni teatrali per renderle ancora più accattivanti e coinvolgenti. Ma di tutte le storie che ho riadattato quella a cui sono più affezionata è quella del “Fabro Bacan”. La figura del contadino o del popolano scaltro è una matrice che si ritrova in molte fiabe della tradizione orale: (“Il maniscalco di Gerusalemme”, “La zucca d’oro”, “Quello che non poteva star zitto”, per citarne alcune), poi ripresa anche nella letteratura in lingua, come Croce ha ben delineato nel suo “Bertoldo”. Mescolando con misura i diversi elementi rintracciati nelle fiabe popolari e nella tradizione dotta, ne è uscita una riscrittura teatrale che unisce alla scanzonata immediatezza del racconto dialettale il richiamo alla tradizione letteraria. Bacan – il nome ben descrive il suo mestiere – è dunque un fabbro che decide di

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    Pagina 157 sfidare un re borioso ed arrogante che mette in palio una zucca d’oro per chi gli sappia raccontare una bugia strabiliante. Molti si cimenteranno nella non facile impresa ma solo Bacan, con arguzia e scaltrezza, riuscirà ad aver ragione dell’alterigia del sovrano e a guadagnarsi la zucca. E poi ecco che nella sua bottega si fermano San Pietro e il Signore, il quale gli chiede cosa desideri per migliorare la propria vita. Bacan, nonostante San Pietro lo solleciti a chiedere la salvezza dell’anima, domanda al Signore apparenti sciocchezze: che chi sale sul suo fico vi rimanga appeso, che chi siede sulla sua panca non si possa più rialzare, un violino la cui musica faccia danzare ed un sacco nel quale chi vi entra non sia più capace di uscirne. Il Signore concede a Bacan queste bazzecole con la totale disapprovazione di San Pietro. Ma sarà solo grazie a questi “doni” che l’astuto fabbro umilierà la Morte, venuta a reclamarlo, facendola prima salire sul fico e lasciandola là appesa per sette giorni, e poi obbligandola a danzare, suo malgrado, fino allo sfinimento alla musica del suo violino. Via la Morte, arriverà il Diavolo che, credendosi più capace della compagna, intimerà a Bacan di seguirlo all’altro mondo, e Bacan prima lo farà accomodare sulla panca dalla quale Belzebù non saprà più rialzarsi e poi lo sfiderà ad entrare nel sacco, sfida che il Diavolo ovviamente accetterà ignaro della sorte che lo attende… botte da orbi a suon di martello. Nessuno quindi, dopo questi maldestri tentativi, pretende più la vita di Bacan, che campa felice sulla terra fino a rimanere l’unico essere vivente. Così sarà lui, e lui solo, a decidere di andarsene all’altro mondo dove però gli verranno sbarrate le porte. Che fa allora l’ingegnoso fabbro? “Fora dal Paradiso, el fabro Bacan col martelo el taca a piciare e pin pun pan…Sete giorni de che la confusion, gnanca el Signore de dormire l’è più bon!” Così il buon Dio, per garantirsi il sonno, intima a san Pietro di far entrare Bacan in Paradiso. Che stupenda metafora! Bacan dà scacco al potere temporale (il re) al potere della corruzione sull’uomo (la Morte e il Diavolo) e, non contento, compete con il divino e lo piega al proprio desiderio. E loro, i piccoli assetati di racconti, guardano emozionati e partecipi senza perdere una sillaba con occhi vivi e lucidi, e alla fine ti chiedono proprio quello che tu vuoi sentirti chiedere. “ Maestra, fammi leggere questa storia”.

  • Per Amore

    Istituto “C. Colombo” di Adria – Classe IV B

    Docenti: Silvia Sacchetto, Paola Zago

    Sono stato molte cose nella mia vita passata. Per quanto riesco a ricordare, all’inizio, ero parte di una delle cose più enormi che popolano questa terra: una montagna. Sfioravo le nuvole nel cielo con la mia cima appuntita, chiacchieravo col sole e talvolta con la luna nelle giornate di noia. Durante un terremoto, mi ritrovai franato ai piedi di quello che ormai, non era altro che una piccola altura, il mio monte materno. Insieme a me, altri fratelli di pietra, avevano avuto il mio stesso destino ed erano lì a consumare il loro esilio nascosti nell’erba. Io, che rimanevo il masso più grosso e spigoloso, passavo le giornate a contemplare la luce del giorno, oppure ad osservare i serpenti a caccia. C’è stato un periodo in cui non mi sentivo troppo bene, e quando pioveva, l’acqua si portava via piccoli pezzi di me e mi levigava. Diminuii leggermente di dimensione e divenni così liscio con l’andare degli anni, che tutte le lucertole facevano a gara per coricarsi leggere su di me a crogiolarsi al sole estivo. Quel giorno, il giorno in cui ebbe inizio la mia nuova vita, fu un’altra la creatura che scelse di accomodarsi su di me, sistemandosi le vesti sulle ginocchia. Tra tutti gli esseri umani che avevo visto passare di là, quella era senza dubbio la più bella, bella tanto da togliere il fiato. I suoi capelli si muovevano al ritmo del vento e sprigionavano un profumo inebriante. Mise in equilibrio sulle cosce una specie di bianco papiro e cominciò ad imbrattarla con delle tinture che lei poco prima aveva creato, pigiando sassetti colorati ed altri ingredienti insieme, fino a renderli liquidi. Il tramonto diede il primo segno della sua presenza e lei ebbe finito. Sollevando in aria il suo lavoro, scoprii che aveva riprodotto quasi perfettamente il paesaggio limitato dalla collina, solo con semplici tratti di pennello. Quando si alzò, raccogliendo le sue cose, mi colpì un senso di vuoto, certo che non l’avrei più rivista. Quella notte non dormii solo per ripensare centomila volte ai suoi dolcissimi occhi. L’indomani, mentre una fila di formiche laboriose mi adoperavano come ponte, la vidi arrivare. Bella come non mai, mi riempì di gioia quello che secondo me, era il mio cuore, o meglio quello che mai avrebbe potuto essere. Ogni giorno lei saliva sulla collina per sedersi sopra di me a disegnare. Dipingeva ora

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    Pagina 130 un coniglio che riposava tra l’erba, ora un branco di cervi che si fermava al pascolo, e io stavo lì, per ore, estasiato. Adoravo il modo in cui si mordeva il labbro appena si concentrava, ma ciò che amavo più di tutto era quando, stanca del disegno, si toglieva il mantello, lo arrotolava poggiandolo contro di me e lo usava come cuscino, riposandosi. Era bello star lì a guardarla dormire. Le sue ciglia lunghe che tremavano quando sognava, le labbra socchiuse mentre russava appena: tutto di lei era perfetto… L’aspettavo con ansia ogni giorno, persino quando pioveva e sapevo dentro di me che lei non sarebbe di certo venuta. L’aspettavo persino quel giorno in cui la pioggia aveva smesso da poco di cadere. Mi ero dato per vinto, avevo pensato anche al peggio, ma verso sera, eccola apparire all’orizzonte. Sussultai quasi dalla felicità, ma i miei sogni furono bloccati sul nascere dalla seconda figura che percorreva, molto vicina, il suo stesso sentiero. Un bel giovane correva, cercando di afferrarla ridendo. Lei scappava e strillava gettando a terra il suo foglio bianco e gli altri strumenti. Geloso come non mai, mi ero messo a spiarli e a rimuginare dalla rabbia. Quel ragazzo la stava portando via da me: era ovvio che le interessasse. L’avrebbe trattata male come tutti, lo sapevo. Lei avrebbe pianto, ma sarebbe tornata da me, e questa era l’unica consolazione che mi impediva di impazzire, vedendoli salire sempre più spesso insieme sulla mia collina, anche solo per mezz’ora. Cominciai ad ascoltarli parlare, anche se ci stavo male, e scoprii che io e il giovinetto di nome Maximus, non eravamo gli unici ad amarla: lei, dai capelli color dell’oro e gli occhi azzurri come il cielo, era già promessa ad un altro uomo, un senatore molto importante. Loro erano amanti, e nascondendosi sulla mia collina, era l’unico modo che avevano per stare insieme. Con mia grande sorpresa, in un mese o poco più, cominciai ad affezionarmi anche a Maximus, che si dimostrò galante ed intelligente. Non passava giorno che egli non arrivasse con le mani occupate da un regalo per lei. Un giorno con un mazzo di fiori selvatici, un altro con uno scialle ricamato e colorato come gli occhi della ragazza. E lei era felice. Passò un anno. Loro venivano a trovarmi anche con la neve, tutti avvolti dalle coperte e vestiti pesanti. Li ascoltavo raccontarsi storie buffe dell’infanzia e distoglievo lo sguardo quando condividevano momenti d’amore. Lei sedeva sopra di me e piangeva, il giorno del litigio. Era un’altra estate e il sole coceva da impazzire. Il giovane, che aveva lasciato crescere i capelli ricci sulle spalle, gridava e minacciava di uccidere il promesso sposo che cominciava a sospettare. La mia amata non smetteva di piangere e stringeva le mani al ventre. Da poco aveva saputo di aspettare un bambino da Maximus, ma non avrebbe potuto tenerlo, altrimenti sarebbe stata uccisa assieme al suo amante, a causa di infedeltà. Al ragazzo, come a me, non andava che il bambino, frutto d’amore, non dovesse mai venire alla luce. Lui voleva che la verità fosse messa a tavolino, ma lei gli ripeteva che non era possibile, bisognava aspettare. Maximus si infuriò e scaraventò a terra un medaglione che stringeva in mano. Lei lo raccolse singhiozzando e poi si accasciò al suolo. Se solo ne avessi avuto la capacità, avrei

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    Pagina 131 pianto anche io, pianto a non finire. Quando vedemmo in mezzo agli alberi, una figura avvicinarsi offuscata dall’afa, entrambi pensammo sicuramente che si trattasse del giovane che tornava dopo un ripensamento. Invece lei si mise una mano davanti alla bocca e trattenne un urlo. Successe tutto velocemente, tanto che mi accorsi solo dello schizzo di sangue che mi raggiunse. Non c’erano dubbi: quello era il senatore di cui tante volte avevo sentito parlare, ed aveva ascoltato tutto. L’aveva uccisa. Non potevo crederci; com’era possibile fare una cosa del genere? Aveva ucciso anche la creatura che c’era dentro di lei con un colpo di pugnale e se n’era andato con sguardo freddo, come se niente fosse successo. Lei aveva fatto con l’erba ciò che faceva in passato con colori e tela: dipinse tutt’intorno col suo sangue innocente. Il dolore lacerava i miei interni marmorei ed avrei voluto unire il mio dolore a quello del giovane amante tornato dopo poche ore che l’aveva trovata a terra inerme. Chiedeva al cielo una spiegazione mentre la abbracciava, inzuppandosi del suo sangue e vestiti. Io sapevo ma non potevo parlare e la cosa mi torturava all’infinito. Poche ore dopo, da quando era tornato in paese col suo corpo in braccio, tornò con altri ragazzi che mi sollevarono e mi portarono in città dove uno di loro mi colpì più volte con martello e scalpello per incidere una scritta sul mio dorso. Svenni più volte dal dolore, anche se era minore di quello del giovane che non mangiava più e non curvava più le sue labbra in un sorriso. La seppellirono pochi giorni dopo sul lato della strada che conduceva alla mia collina. Il giovane baciò il suo viso ancora una volta tenendo per sé i disegni come ricordo. Le fece mettere il vestito più bello e il medaglione che le aveva regalato, che conteneva le loro iniziali. BARBIA SECUNDI QUINTI. Barbia, figlia di Secondo Quinto: questo era il nome dell’unico essere che io abbia mai amato. Ora, nella fase finale della mia vita, il suo nome mi percorre lungo tutta la superficie anteriore, inciso sopra di me. Il giovane mi ha pensato anche in quel momento di dolore, facendomi diventare la sua lapide, facendomi far parte della sua vita anche dopo la morte. E per me quello è stato uno dei regali che in assoluto si possa fare a una pietra. E questo racconto è il regalo che io faccio a voi. Sì, perché questa non vuole essere solo una tragica storia d’amore, ma anche un messaggio. Un messaggio al mondo. Un messaggio per spiegare a tutti che le pietre vivono. Le pietre crescono. Le pietre amano. Le pietre piangono. E soprattutto, le pietre parlano.

    2° classificato “Per amore”

    Basato su un’idea originalissima e brillante, che illumina di una luce inconsueta la modesta stele di Barbia, dando voce appunto alla sua materia inanimata, presenta uno svolgimento vivace, pieno di notazioni ora argute ora liriche, con una conclusione che dal dramma sfuma nell’elegia.

  • Ricordo

    Autori del testo: Lucrezia Buganza, Sofia Peresani, Eleonora Pescarolo, Sofia Carturan, Martina Molaro, Francesco Agnolotto
    Classe V B ginnasio Liceo Classico “Celio” di Rovigo
    Docente: Chiara Bartolozzi

    1° classificato “Ricordo”

    Ispirato all’unico sarcofago marmoreo del Lapidario di Adria, che reca una sobria ma tenerissima dichiarazione di amore coniugale, questo racconto emerge non solo per delicatezza e complessità di sentimenti, ma anche per ricchezza di contenuti. Gli autori hanno costruito una struttura armonica, ben articolata, usando un fraseggio elegante, che coinvolge e suscita commozione.

    “Agli Dei Mani, Marcus Mustius Secundinus, ancora in vita, fece allestire il sepolcro per la moglie devotissima Terentia Capitolina.”

    Questa è la dicitura impressa sul mio sarcofago. Sono io la Terenzia citata. Sono io a riposare in eterno fra le fredde pareti di un blocco di marmo scolpito a bassorilievo.

    È stato mio marito, il mio diletto Marcus, a commissionarlo per rendermi onore nel passaggio alla morte e fare in modo che chiunque, anche nei tempi futuri, ricordi che io, Terenzia Capitolina, ero nata e vissuta: ero esistita… Mi risulta difficile ammettere che la vita è ormai solo un ricordo che sbiadisce con il passare del tempo, come un quadro abbandonato sotto la pioggia che lo rende evanescente e sfumato, cancellandone i contorni ed i colori, finché rimane soltanto la tela nuovamente intonsa. Come le figure di quel quadro, così i volti e i particolari del mio trascorso terreno si perdono sotto il battere incessante del tempo che trascorre inesorabile. Non saprei calcolare quanto sia passato dal momento del mio addio a tutte le persone, ai luoghi e gli oggetti a me cari che componevano la mia esistenza: forse molti anni, forse poche ore. Tutto ciò che rimane di intatto e bruciante in me, come macchie incancellabili di quel logoro e spento quadro, sono i sentimenti e le emozioni vissuti che ancora albergano nella mia anima. Temo che anch’essi siano prossimi all’abbandonarmi e perciò a loro mi aggrappo per paura dell’oblio che si sta impadronendo di me e per paura di dimenticare completamente le mie ore terrene, così intensamente vissute.

    Spero quindi con questa mia narrazione di poter rievocare a me stessa, e ad altri ipotetici ascoltatori sensibili e attenti, tutte le memorie che vanno via via estinguendosi nella mia mente.

    “Sono nata e vissuta ad Adria, un grande e fiorente porto sul Mar Adriatico. La caratteristica principale della città era l’incessante avvicendarsi dei mercanti che qui trovavano un ricco scalo di commercio. Ricordo le botteghe dove veniva lavorata e venduta l’ambra sotto forma di preziosi monili e le strade intasate da crocchi di bambini che giocavano allegri. Ma ciò che più mi è rimasto nel cuore della mia città natale è il mare: quella cristallina distesa così mutevole e così suscettibile. Nei giorni assolati passavo ore seduta sulla battigia a scrutare l’infinito, a studiare con lo sguardo la superficie di quel manto ceruleo per osservare ogni increspatura causata da un leggero alito di vento, per cogliere la nascita e il percorso di ogni onda destinata a morire con l’infrangersi sulle sue dune. Quando poi i miei occhi si posavano sull’orizzonte, quella lontana linea quasi invisibile, che doveva fungere da divisorio tra il blu dell’acqua e l’azzurro intenso del cielo, la mia anima cantava di gioia, commossa alla vista di tanta armonia e bellezza. Nettuno era davvero fortunato a vivere nelle profondità di quel mondo splendido!

    Più guardavo il mare, più lo amavo e più mi convincevo che non poteva avere altri confini, che era una massa ribelle e libera da ogni argine o limite. Ma sapevo invece che, oltre l’orizzonte lontano, c’erano altre terre, ricche ed interessanti, culle di culture e di civiltà antichissime. Avevo ricevuto una buona istruzione privata, degna della discendente di una gloriosa dinastia patrizia, qual ero io. Derivavo infatti da una famiglia di latifondisti molto influente nelle decisioni politiche prese a Roma, poiché mio nonno materno era stato uno stimato senatore, che ritiratosi dalla carriera politica per poter trascorrere più tempo con la moglie ed i figli, aveva scelto Adria come nuova sede e qui si era fatto costruire una fastosa villa dove ancora risiedevamo.

    Grazie ai miei studi ero quindi venuta in contatto con la cultura greca ed ammiravo questo popolo così fiero ed erudito. Ma avevo avuto modo di apprezzare anche il secolare patrimonio di conoscenze ed usanze dell’esteso Egitto e le arti militari e navali dell’ormai distrutta Cartagine. Ma tutti questi territori ora erano a noi assoggettati, inginocchiati di fronte alla magnificenza dell’Urbe e della sua forza dominatrice.

    Ero fiera di essere romana, di far parte di quell’Impero che per dimensioni, per tecnica, arte e cultura non conosceva rivali. Ogni anno partecipavo con le mie coetanee alle processioni rituali, alle feste e ai ludi celebrati in onore delle nostre divinità protettrici.

    Conducevo una vita felice, agiata ma semplice. Trascorrevo la giornata con le amiche camminando per le vie della città o per i campi incolti a raccogliere fiori profumati, parlando di tutto e di niente ma soffermandoci spesso e volentieri a tentare di indovinare il corso futuro delle nostre vite, a sognare la perfezione di un marito insigne in grado di procurarci una vita comoda, di molti meravigliosi figli e di una bella casa.

    A quel tempo, quando avevo quattordici o quindici anni, mi ero invaghita di un giovane, di un anno più grande di me, figlio di un importante commerciante della città e stavo attendendo il giorno in cui mi avrebbe chiesta in sposa, sicura che mio padre avrebbe acconsentito di buon grado. Fu quindi per me sconvolgente sapere che la mia famiglia aveva combinato un matrimonio con un uomo, molto più grande di me, ventisette anni seppi in seguito, che avevo solo visto talvolta e che speravo di non conoscere mai.

    Mi incuteva una certa sensazione di paura, lo sapevo essere un soldato ma in realtà era un centurione di alto lignaggio. L’avevo visto a volte aggirarsi per la città e mi ero guardata bene dall’avvicinarmi a lui. Sfoggiava una profonda cicatrice che gli solcava la guancia sinistra per tutta la sua lunghezza e che lo faceva apparire ai miei occhi ancora più torvo e autoritario di quanto non fosse in realtà. Era sempre scuro in volto, serio e disciplinato come conveniva ad ogni bravo miles romano.

    Timidamente provai invano a protestare con mio padre per quella decisione riguardante la mia vita, che non mi trovava affatto d’accordo. Ovviamente, per quanto i miei genitori mi avessero sempre trattata con tutto il rispetto e la considerazione possibili, in quell’argomento io non ebbi voce in capitolo e dovetti rassegnarmi a ciò che mi attendeva.

    Trascorsi lunghe notti insonni, scossa dai tremiti del pianto, un pianto silenzioso ma acutamente doloroso, proveniente dal profondo della mia anima. Dovetti quindi accomiatarmi interiormente da tutti i miei desideri e sogni infantili e affrontare con disillusione e profondo rammarico un domani che si prospettava buio e triste come gli occhi del mio futuro sposo. La preparazione del rito nuziale fu breve, in quanto tutto pareva essere già stato predisposto e ciò mi spinse a credere che l’accordo fra mio padre e Marcus Mustius Secundinus, così si chiamava il mio sposo, fosse stipulato da tempo e mi sentii ancora più umiliata per non averne mai saputo nulla.

    Mi sposai quindi con la cerimonia denominata confarreatio e divisi con Marcus la focaccia di farro che veniva offerta a Giove capitolino e che sanciva la nostra unione.

    Fu un momento terribile. Mi trovavo sola, senza più nemmeno l’appoggio della mia famiglia ad affrontare un nuovo periodo della vita a cui non ero stata preparata, con un uomo che non conoscevo e del quale temevo i modi e la personalità. Eppure, contro ogni mia aspettativa, quel giorno, una volta soli, scoprii un uomo gentile e premuroso, dolce ed accomodante seppure un po’ goffo, con il suo modo di fare da soldato, abituato alla grossolana vita dell’accampamento e della battaglia, impacciato nel muoversi in un ambiente più sofisticato ed elegante come la nostra abitazione.

    Non posso dire di averlo amato subito né di aver accettato di buon grado il suo piglio sgraziato, ma già quel giorno, il primo giorno da marito e moglie, lui riuscì a farmi sentire meno a disagio. Dovevo comunque ammettere che possedeva un certo fascino e che i suoi occhi scuri e profondi come il mare che tanto amavo, erano per me come calamite.

    Aveva morbidi capelli castani che gli incorniciavano il viso abbronzato, marcato da una mascella forte e squadrata che ben si intonava agli altri lineamenti decisi del suo viso, creando un insieme di perfetta armonia. Persino quella cicatrice, quel profondo solco, ricordo di chissà quale battaglia, si integrava bene col volto e lo rendeva più particolare ed interessante.

    Cambiai quindi atteggiamento nei suoi confronti, dimostrandomi più comunicativa e sorridente, e scoprii un uomo di grande intelligenza e cultura, sebbene fosse molto più avvezzo alle discipline pratiche e militari che non a quelle puramente concettuali come la filosofia e la letteratura, che invece io apprezzavo molto.

    Si dimostrò aperto al dialogo e al confronto, e imparammo così ad arricchirci interiormente tramite il raffronto fra le nostre educazioni agli antipodi tra loro. Ricordo che un giorno, mentre eravamo seduti su di una panca in giardino, sotto un grande pioppo che spandeva un’ampia ombra, sentendomi affrontare una discussione con slancio e coinvolgimento, rise divertito per il mio gesticolare, bloccandomi con le braccia a mezz’aria e la parola mi si smorzò in gola. Era la prima volta, dopo quasi un mese in cui eravamo sposati, che lo vedevo esprimere così esplicitamente la propria felicità. Ma ciò che più mi lasciò basita, era la straordinaria bellezza che quel semplice sorriso gli aveva conferito: sembrava quasi emanasse una luce propria che gli sgorgava dall’anima.

    Lentamente, giorno per giorno avevo imparato ad amarlo, e quell’episodio servì ad assicurarlo al mio cuore ed alla mia memoria come un Apollo in terra.

    Trascorsi dieci anni ricchi di emozioni, durante i quali il mio amore per Marcus crebbe sempre più. Ormai lo consideravo parte integrante del mio essere, un punto fermo nella mia vita, e ridevo di me stessa pensando a quanto lo avessi sottovalutato all’inizio.

    Crebbi anch’io, ormai avevo 25 anni e una maturità più cosciente. Quando Marcus si assentava, talvolta anche per interi mesi, per guidare la sua centuria contro i barbari che osavano sfidare il glorioso esercito romano, toccava a me amministrare le finanze e curare le nostre relazioni con le altre casate patrizie, oltre al mio abituale incarico di occuparmi della gestione della casa: mi sentivo una vera matrona romana, virtuosa e dedita alla famiglia.

    In uno di quei giorni, mentre aspettavo non senza trepidazione il ritorno del mio soldato, mi sorpresi a fantasticare proprio come facevo da ragazza, quando questo periodo felice ancora mi era celato. Immaginai un proseguo sereno per questa vita matrimoniale, da tempo iniziata ma non ancora completata.

    Nei miei sogni avrei vissuto fino allo scadere dei nostri giorni a fianco del mio Marcus e il futuro ci avrebbe riservato nuove e dolcissime emozioni: prima i figli, poi i nipoti e infine mi sarei accomiatata dal mondo in compagnia del mio adorato marito. Il giorno in cui scoprii di aspettare un figlio fui all’apice dell’esistenza e il mio cuore sembrò tanto colmo da minacciare di scoppiarmi in petto. Ricordo che Marcus, quando venne a conoscenza della gravidanza, si recò immediatamente al tempio della divina Giunone, patrona del matrimonio, della famiglia e del parto, nonché madre degli dei, a renderle grazie con un sacrificio.

    Era un bellissimo maschietto, con gli occhi intensi e profondi del padre. Quando lo presi fra le braccia, nessuna parola era adatta a descrivere il mio stato d’animo, così mi limitai a versare calde lacrime di gioia. Io e Marcus iniziammo subito a vagheggiare sul suo futuro: sarebbe diventato un grande guerriero, oppure un acuto oratore o un influente uomo di Stato.

    Ma, come è spesso accaduto nella mia vita, il fato aveva in serbo altri progetti e, in un uggioso giorno invernale, Atropo, la Parca che inesorabile recide il filo dell’esistenza umana, recise anche quello del mio bambino.

    Precipitai in un nero abisso da cui non sarei mai più riemersa. Tutto attorno a me perse colore, ed io smarrii il sorriso e la voglia di vivere. Fu così che mi ammalai. Un dolore incessante mi squassava il capo giorno e notte, la febbre corrodeva le mie forze e confondeva i miei sensi, anche l’acqua assumeva un sapore amaro. Marcus costantemente al mio fianco, si assentava solamente per recarsi al tempio di Esculapio, il dio della medicina, pregando per la mia salvezza.

    La sua presenza era l’unica luce nella mia esistenza. Cercava di rasserenarmi e allietare il poco tempo che mi rimaneva: -Guarirai presto, sentiremo risuonare per la casa le grida giocose dei nostri figli e la vecchiaia ci vedrà ancora uniti e felici- mi diceva.

    Il suo volto contratto dal dolore, la cicatrice, che tanto mi aveva intimorito e che tanto avevo amato, solcata da un sottile rivolo di argentee lacrime, fu l’ultima cosa che vidi.

    Questi sono i ricordi della mia vita, attraversata da gioie e drammi, felicità e tristezze. Ma il termine è ormai giunto definitivamente e sono pronta a congedarmi con animo più sereno, riappacificata con me stessa e con il mio dolore, per aver potuto ripercorrere (seppure solo nel ricordo) la mia breve esistenza colma di emozioni e di un profondo amore. Ora sono pronta a staccarmi per sempre dal mondo e raggiungere la destinazione che gli Dei mi hanno riservato. La nebbia addensandosi mi avvolge, ma…una figura…lontana, indistinta…una cicatrice…degli occhi profondi e tristi…credo di sapere…ma non ricordo…addio!»

    “Agli Dei Mani. Marcus Mustius Secundinus, ancora in vita. Fece allestire il sepolcro. Per la moglie devotissima Terentia Capitolina.”

  • Eugenio Ferdinando Palmieri

    Un nuovo allestimento di «Quando al paese mezogiorno sona» messa in scena successo e interesse in tutto il Veneto, un convegno di studi a Padova e un libro che, attraverso relazioni e immagini, propone personaggi e frammenti di esistenza, poesia e teatro a braccetto, ma anche impensabili aperture a indagini ulteriori e soprattutto una rivalutazione globale. Tutto questo per rilanciare, alla grande, quel geniale teatrante e versatile poeta, ma anche originalissimo studioso, che fu Eugenio Ferdinando Palmieri, nato a Vicenza ma rodigino di elezione, per sempre. Quattro anni fa, il centenario della nascita aveva smosso appena le acque e presto tutto pareva rientrato. E invece i frutti si cominciano a vedere oggi, in Veneto come a Rovigo, dove si rivendica intelligentemente un’identità proprio attraverso il filtro di Palmieri, che questa città aveva imparato a conoscere più a fondo dei suoi abitanti e ad amare da lontano nelle nebbie della nostalgia.

    La Rovigo di Palmieri

    Di Rovigo esiste un immaginario che si riferisce ai primi due decenni del Novecento, ma che si connota profondamente dell’eredità di una città ottocentesca. Una sorta di sereno e modesto paradiso di provincia, dove tutto o quasi viene ricondotto ad una dimensione familiare e casalinga. È la Rovigo attraversata dall’Adigetto, con case e riviere che si specchiano nell’acqua, ponti e barconi, osterie fumose e la campagna che si incunea nella città e la invade con colori e odori. È la Rovigo delle intermittenze del cuore di Eugenio Ferdinando Palmieri, “picoleta” e “fata in casa”, con la nebbia di novembre invasa dal profumo delle patate americane e delle caldarroste. È la stessa città di Livio Rizzi, “dove ancora / par le strade se sente la campagna”, con la gente che “tuto el so strussio xe d’andare a spasso / la domenega”. E Gian Antonio Cibotto poteva ancora sorprendere, oltre le ferite del tempo, “un ritornello dell’animo” e rabbrividire di antiche suggestioni: “basta un ramo d’edera aggrappato ad un muro, la chiarità trasparente di un pioppo solitario nell’angolo di un giardino, l’odore tenue di una rosa che si sfoglia in mezzo ad una aiuola, e subito la città che sembra contagiata dall’ansia di svilupparsi in altezza riprende la sua fisionomia di sempre, bonaria, umana, discreta”. Appena fuori porta, appena discosta dallo stretto viale alberato che porta al cimitero, c’era “Cauccio”, trattoria e osteria al tempo stesso, con il gioco delle bocce in cortile. Lì, si incontravano i poeti, anche perché Livio Rizzi aveva le sue serre proprio dall’altra parte della strada. E le sere e le notti si prolungavano tra piatti di pasta e fagioli e bicchieri di vino, con versi ricuciti per l’occasione, immagini spiegazzate, ricordi e rimpianti, notizie, sospiri, voci che si spegnevano nella raucedine. Fuori c’era la nebbia dei lunghi inverni, così fredda e umida da entrare nelle ossa, ma anche i colori dell’autunno inghiottiti

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    Pagina 117 dalle tenebre, i sentori di una primavera pallida e stenta e gli afrori dell’estate affollata ancora di voglie e di volti dissipati nella macina del tempo. Ma la città, quella città che era diventata ormai irriconoscibile e perfino odiosa nello scimmiottamento di una periferia urbana e nei riti dei nuovi ricchi, i poeti l’avevano già abbandonata negli anni Sessanta, poco prima di lasciare definitivamente anche questo mondo. Era, dunque, questa la città perduta di Eugenio Ferdinando Palmieri, che se n’era andato a Bologna sul finire degli anni Venti. Una partenza destinata, però, a farsi ferita mai rimarginata del cuore, con nella memoria una Rovigo che era soprattutto uno scenario sospeso nel tempo, dove ritornare di tanto in tanto, ma in incognito, come riemergendo dal passato, a incontrare pochi e fidatissimi amici.

    Una breve stagione Poetica

    Breve la stagione poetica di Eugenio Ferdinando Palmieri, ma più volte ripercorsa nel tempo, così che i versi scritti nel 1931 vengono in gran parte riscritti nel 1949 e rivisti ancora nel 1966. Era stato lo stesso scrittore, presentando negli anni estremi la terza edizione delle sue poesie, a rilevare che “la mia stagione poetica è durata poco, nel 1934 era già sul punto di finire, e io non avevo che trent’anni… Credo di poter affermare d’aver dato alla poesia in dialetto veneto le prime opere di rottura col gusto ancora dominante in quel 1931-34… Apparvi con dei testi dall’ispirazione acerbamente realistica, o liberamente immaginosa, o d’origine, perché no?, scopertamente letteraria, e dalla scrittura non insensibile alle avventurose esperienze stilistiche fuori dell’area vernacola… realismo insolitamente crudele (la provincia non è mite come sembra), con un mio funambolismo nell’accennare, nel catalogare, nel troncare, con un mio stupore e un mio ardore plebeo, con un mio western di sobborgo in sbrendoli, con una mia fumisteria, con una mia giocondità clamorosa e rissosa ma di fondo funereo”. Poeta coltissimo, tanto da sfidare l’erudizione, nel piccolo e chiuso cielo della poesia polesana, Eugenio Ferdinando Palmieri trova tradizionalmente il suo posto autorevole tra Gino Piva e Livio Rizzi. La sua stagione poetica era indissolubilmente legata agli anni Venti e Trenta, a una sorta di scapigliatura rodigina, su cui si erano affacciati anche poeti e finissimi studiosi come Diego Valeri, Edmondo Rho e Manlio Dazzi. Una svagata quanto attivissima scapigliatura, che si fregiava di etichette e titoli fascinosi (I Scariolanti, L’abbazia degli illusi, L’almanacco del Polesine), lambiccati nelle lunghe notti fumose del Caffè Lodi e che si coagulava intorno ai nomi di Guido Consigli, Aldo Luzzati, Gastone Martini, Gigi Fossati, Pino Bellinetti, Gino Pinelli, Virgilio Milani e ad intermittenze quelli di Giuseppe Marchiori e Livio Rizzi. Per questi amici e compagni di avventura Eugenio Ferdinando Palmieri scriveva su foglietti tormentati da tante cancellature, in redazione o al caffè, versi febbrili, che spinVentaglio 37:170×240 V37

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    Pagina 118 gevano l’intellettualismo programmatico fino ai margini dell’invettiva realistica, al modo, ha osservato acutamente G.A. Cibotto, del Capitan Matamoro dei comici dell’arte. Ed era come se la musa teatrale fagocitasse quella poetica in un vertiginoso giro di maschere: ecco il “masnadiero” e la riscoperta, proprio attraverso Goldoni e la Commedia all’improvviso, del Settecento nella realtà quotidiana; ma anche certi cupi squarci rurali o urbani ispirati a un robusto realismo di maniera e, nel contempo, il gusto per un paesaggismo pittoresco, che il riserbo trasforma con pochi tratti in limpida evocazione. Non uno, ma tanti poeti, per pudore e timidezza, a tessere la trama dei versi, sempre nella flagranza del travestimento.

    I versi impertinenti

    Come ha scritto a suo tempo Giuseppe Marchiori, “Palmieri aveva l’aria masnadiera e impertinente del timido: nascondeva la bontà dietro la maschera dello stroncatore dalle micidiali battute… I tipi provinciali del “remengo” e del “lazzarone”, da lui interpretati negli anni amari della giovinezza, erano le maschere polemiche della denuncia di un ambiente ristretto e maligno… “Noi si doveva nascere allora, diceva pensando al Goldoni cattivo, agli umori bizzarri di Carlo Gozzi… Un Settecento senza minuetti, critico e satirico, ricco di fermenti rivoluzionari”. Una città che si connota profondamente dell’eredità settecentesca (ma è il Settecento di certe pagine di Manlio Dazzi) e ottocentesca: un sereno e modesto paradiso di provincia, dove tutto o quasi viene ricondotto ad una dimensione familiare e casalinga, con le carrozze, le chiacchiere nella piazza grande, il teatro, quasi uno Stendhal in sedicesimo.

    A dargli una voce inconfondibile sono proprio l’imprevedibile empito letterario e il gusto per il travestimento, che potrebbero essere un limite e che, invece, nel gioco dei rimandi e dei pudori, delle nostalgie rinnegate fino all’ultimo, diventano paradossalmente il segno dell’autenticità e della sincerità, il bruciore silenzioso di una ferita che non si è mai rimarginata e continua a sanguinare in dialetto. Gioco, caricatura e parodia si mescolano all’aneddoto e al sentimento per esorcizzare la grettezza della provincia nel recupero di memorie e nella reinvenzione di una città ingrata nella aggressività verbale di personaggi che si vogliono sarcastici e beffardi, ispidi e selvatici, nell’avvampo di passioni sensuali per donne indomabili e nel retaggio di storie malavitose. Sempre ricorrendo a quel suo dialetto di “fondo polesano”, che era, ancora una volta, reinvenzione e riappropriazione: “del dialetto polesano, che a Rovigo e sulla riva dell’Adige ha modi veneti spesso tradizionali, e che sulla riva del Po ha secchezze mantovane e ferraresi, io non sono uno scudiero esemplare; il desiderio di colorire maggiormente, d’ammodernare, di rendere il vocabolo più agro o più sciolto, più arguto o più visibile, di quando in quando mi vince”. Così, Rovigo e la campagna polesana

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    Pagina 119 diventano “strasse de memoria”, dove il poeta ritrova i suoi numi tutelari e gli echi di François Villon, Jules Laforgue e Max Jacob, organizzando tirate maliziosamente plebee, per stupire e scandalizzare a ogni costo, al modo dei “poeti maledetti” e «malandrini», ma soprattutto dei “male amati”, per nascondere nell’antico infingimento letterario la delusione e la timidezza e, alla fine, il disamore.

    Quella sera con Palmieri

    Non è poi tanto dissimile da questa, l’immagine che serbiamo di Eugenio Ferdinando (Nando per gli amici) Palmieri, così come l’abbiamo conosciuto, negli ultimi tempi della sua esistenza introversa e segretamente tormentata. C’era a Rovigo, sul far del ‘68, una associazione culturale, costituita da artisti e poeti, giovani professionisti e studenti universitari, che si fregiava del nome di Thomas Mann. Fra le tante iniziative si era pensato, quasi per sfregio, a una conferenza dedicata al teatro veneto, chiamando come relatore Palmieri, che abitava a Bologna e che stava raccogliendo in volume alcune delle sue commedie. Palmieri aveva risposto che lui che non teneva lezioni e tanto meno conferenze, ma, per non deludere nessuno, ci aveva invitato tutti per una “serata di teatro” intorno ai tavoli della trattoria “da Cauccio”, che continuava ad essere, insieme alla casa di Livio Rizzi, una sorta di suo pied-à-terre rodigino. Non eravamo molti, in quella fredda e nebbiosa sera di febbraio, e Palmieri, che era timido e austero se n’era quasi rallegrato: i giovani gli mettevano soggezione. I discorsi, nel trascorrere lento delle ore, si erano infittiti e animati, ma non appena risuonava quel suo filo di voce, autorevole e invitante, si faceva subito silenzio intorno, e il poeta teatrante scandiva le parole, guardandoci di sottecchi, sempre avvolto in un morbido cappotto cammello. All’osservazione che il teatro veneto era superato e che meglio sarebbe stato occuparsi dell’altro teatro, “quello vero”, egli si era schermito e scusato, perché conosceva bene solo quello. Venimmo a sapere soltanto dopo la sua morte, che proprio lui era il temutissimo e infallibile corsivista di “Sipario”, la più importante rivista italiana di teatro.

  • Un teatro in crescita

    Si è conclusa il 13 aprile scorso la Stagione Lirica e di balletto numero 192 del Teatro Sociale rodigino, la terza “costruzione monumentale” ideata e fortemente voluta dal Maestro Marcello Lippi, sovrintendente e direttore artistico, che già guarda al 2009 con grandi progetti. Dall’inizio del suo incarico nel capoluogo polesano, il suo impegno instancabile è stato volto a inserire la città di Rovigo in un circuito artistico nazionale e internazionale di coproduzioni e scambi, creando dei cartelloni con un numero di titoli più che triplicato rispetto al passato.

    “La mia condotta – ha affermato il maestro Lippi – si è posta l’imponente obiettivo di avere in città grandi titoli e interpreti, stagioni ricche e lavoro per almeno 11 mesi l’anno per tutti i collaboratori del teatro. L’unica strategia possibile, con una somma annua a disposizione di circa 900.000 euro, è stata quella di avviare progetti con gruppi di teatri partner, per esportare e accogliere spettacoli in coproduzione. Anche per la stagione che si è conclusa posso parlare di un bilancio positivo da tutti i punti di vista, nonostante gli ultimi cartelloni siano stati sempre più difficili da portare a compimento, a causa dei vistosi tagli ministeriali e degli imprevisti, che incombono minacciosi fino all’ultimo momento su ogni produzione. Ogni partner, infatti, può creare enormi difficoltà a tutti gli altri se si ritira dall’iniziativa dopo avervi aderito”.

    Difficoltà queste ben conosciute dagli organizzatori, ma raramente percepite dai fruitori del teatro, per cui nel bilancio della stagione numero 192 si devono ascrivere poche lamentele e tanti consensi. E un duplice risultato: uno di immagine sulla scena nazionale, giacché il Teatro di Rovigo ora è molto più conosciuto ed apprezzato di prima nel resto di Italia e all’estero; un secondo di rafforzato legame con gli spettatori, grazie agli undici spettacoli proposti che da una parte hanno accontentato l’affezionato pubblico dei melomani, dall’altra hanno inteso soddisfare le esigenze dei più giovani, non trascurando di rendere omaggio a Carlo Goldoni ed infine portando qualche ventata di novità. Ed il pubblico, dal canto suo, ha accolto con crescente favore l’aumento delle rappresentazioni, facendo registrare spesso il tutto esaurito.

    Anche il balletto, con una programmazione curata interamente da Claudio Ronda, presidente dell’Associazione Balletto “Città di Rovigo”, ora è uno stabile punto di riferimento per appassionati e addetti ai lavori. Sono stati molto applauditi “Lo Schiaccianoci” di Ciaikovski e il Gran Gala della danza che ha chiuso l’intera stagione. Molte polemiche, forse indotte dalla tipologia dello spettacolo, ha invece fatto registrare “Barbablù”, la prima rappresentazione assoluta della truce vicenda di Perrault.

    Un grande successo operistico ha caratterizzato l’apertura della stagione: il nuovo allestimento dell’ “Andrea Chénier” di Umberto Giordano ha infatti riscosso il favore del pubblico e della critica, accostando grandi nomi del panorama lirico italiano con giovani talenti emergenti. Consensi si sono registrati anche per “Il Campiello” di Ermanno Wolf Ferrari, con libretto tratto dall’omonima celebre commedia di Carlo Goldoni, nonostante vari problemi sorti prima della rappresentazione: è andato in scena in extremis tra enormi difficoltà e problemi di budget, superati grazie ad una sorta di gara di solidarietà per organizzare un cast di professionisti in pochi giorni, per evitare di cancellare il titolo all’ultimo momento, poiché non sono andate in porto le collaborazioni preventivate. Nonostante le scene scarne e il coro mediocre, il pubblico ha apprezzato i protagonisti tanto da chiedere il bis dell’ultima aria.

    “Aida” di Giuseppe Verdi, il grande sforzo del Sociale, è stata ripresa su richiesta dell’Associazione Rimini in Musica e per volontà del maestro Lippi, che ha inteso recuperare il materiale scenografico inutilizzato. Ha riscosso molti più favori che critiche, e soprattutto sta facendo ancora parlare di sé, creando un importante indotto per la città e il suo prestigio.

    “Macbeth” di Giuseppe Verdi ha chiuso le “grandi” produzioni rodigine con un buon successo soprattutto dei protagonisti, che hanno realizzato in pieno il dramma voluto dal compositore.

    Ha invece acceso discussioni “Salome” di Strauss, per alcuni anacronismi e per scelte davvero crude, come il nudo in scena. Nonostante ciò pare che la collaborazione con il Teatro Nazionale dell’Opera di Belgrado sia in grado di offrire alla nostra città produzioni di buon livello e a prezzi contenuti.

    Applaudite da un pubblico non particolarmente numeroso l’opera “Tutti in maschera” di Carlo Pedrotti, che ha confermato la positiva collaborazione con il Teatro dell’Opera Giocosa di Savona, e “La Cecchina” di Niccolò Piccinni, portata in scena solo per le scuole nell’allestimento del Teatro La Fenice di Venezia, mentre l’unico titolo rimandato a data da destinarsi è stato “Il mondo della luna”, un libero adattamento dell’opera di Baldassarre Galoppi e Carlo Goldoni, uno spettacolo con marionette fuori abbonamento, che forse sarà proposto in autunno.

    Va infine citata la lodevole l’iniziativa “Operart, Bambini all’opera”, un servizio di laboratori e percorsi creativi dedicato ai bambini dai 5 ai 10 anni, ispirato alle opere in programma.

    Si tratta dunque di iniziative apprezzabili, che hanno fatto crescere negli ultimi anni l’importanza del Teatro Sociale di Rovigo, il quale è stato anche inserito nel progetto “Opera Europa”, di cui il Maestro Lippi è responsabile e che crea collaborazioni tra molti teatri, che mettono in comune le proprie risorse. Può quindi accadere di ospitare a Rovigo prove di spettacoli che poi andranno in scena in altre città, come di prestare attrezzature e personale, condividendo mezzi e risorse importanti per ottimizzare la gestione delle risorse.

    Il teatro rodigino fa inoltre parte di un programma di collaborazione regionale che si intitola “Lirica Veneto”, che crea relazioni stabili e proficue con le città di Treviso, Padova e Bassano.

    Tutto il lavoro svolto per creare delle partnership sta producendo effetti molto positivi: “Aida” è andata in scena al Palafiera di Rimini; sarà in giugno a Savona, in gennaio 09 a Novara, in febbraio 09 a Mantova e Livorno; “Andrea Chenier”, dopo le rappresentazioni di febbraio a Trento e marzo a Livorno, sarà in ottobre a Nizza; Salome è stata rappresentata a marzo a Ravenna. Si sta lavorando per portare “Nozze di Figaro” al Teatro Olimpico di Vicenza e ad Alicante; “Traviata” sarà in dicembre a Bassano e Padova; “Turandot” andrà in scena in dicembre a Bolzano, in febbraio e giugno 2009 a Trento e Savona. E per il prossimo anno i propositi sono più ambiziosi che mai, a partire dai due titoli più importanti del cartellone della Stagione Lirica e di balletto numero 193: “Turandot” di Giacomo Puccini e “Traviata” di Giuseppe Verdi.

  • I paesaggi vitali di Marisa Panin

    Il bisogno di cogliere gli aspetti più inafferrabili e indefinibili del mondo naturale, i suoi colori, le sue luci fuggevoli, di fermare il tempo e imprimerlo su un materiale per consegnarlo agli altri è una forza che gli artisti sentono emergere dentro di sé e che li spinge a creare opere d’arte. E’ cominciata così anche l’attività della pittrice villadosana Marisa Panin, che dieci anni fa ha avuto l’idea di esprimersi attraverso il canale rappresentativo dell’arte visiva. Dopo aver provato a stendere i colori sulle prime tele e aver visto che le tinte le venivano facili, ha perfezionato la sua tecnica tramite la frequentazione di corsi tenuti da pittori locali, quali Mario Secchiero e Loris Rossi. Poi la decisione di proseguire da sola, dopo che il professor Secchiero le aveva detto che “la sua forte personalità deve trovare libera espressione”, perchè i soggetti delle sue opere sono “rielaborati, arricchiti di significato e filtrati attraverso una forte varietà emotiva”. Numerose le sue esposizioni e la partecipazione a mostre collettive per lo più nella provincia di Rovigo. Tra queste da ricordare la mostra a Ca’ Patella di Villadose, nell’ambito delle iniziative per la festa del patrono San Bartolomeo e quelle presso il Circolo Arti Decorative, nel Palazzo della Gran Guardia e in Pescheria Nuova a Rovigo. I quadri realizzati in questi dieci anni superano il centinaio e molti si trovano ora nelle abitazioni di appassionati di arte, di esercizi commerciali, di ristoranti e locali pubblici, ma anche nelle case di gente non esperta, che apprezza però lo stile di Marisa Panin, molto adatto all’arredamento delle case moderne. Con una certa soddisfazione

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    Pagina 111 ci confida che una sua opera si trova addirittura in Australia, a Melbourne. Numerose anche le partecipazioni ad iniziative di beneficenza, in occasione delle quali la pittrice realizza tele di grandezza ridotta, adornate di cornici create da lei stessa con tecniche e materiali diversi. Dai suoi quadri emergono determinazione ed energia istintiva, che la portano spesso ad abbandonare i canoni della pittura tradizionale per creare opere originali e trasgressive. Tralasciando la rappresentazione perfetta della realtà, cerca infatti di imprimere nella tela sentimenti ed emozioni per poi trasmetterli all’osservatore. Specializzata nell’utilizzo dei colori acrilici e nell’impiego della spatola, non disdegna gli acquerelli e altre tecniche moderne. I colori usati, quali rosso, giallo, blu, sempre forti e intensi, concorrono a delineare figure marcate ma nello stesso tempo indefinite, realizzate senza un disegno preliminare, che lasciano spazio all’immaginazione di chi guarda e alla sua capacità di rielaborarle, di capire l’artista e di immedesimarsi. Di tutte le sue creazioni il filo conduttore è sempre lo stesso: la natura, che si rivela affascinante, misteriosa, ricca di significati, per chi ha tempo di guardarla con attenzione e di soffermarvisi, abbandonando per un momento il vivere quotidiano e i ritmi stressanti del mondo moderno. “A volte mi basta gettare lo sguardo fuori dalla finestra, a qualsiasi ora del giorno – ha spiegato – e, anche se il panorama è sempre lo stesso, la visione cambia, le stagioni ogni anno creano vedute diverse, sfumature nuove e paesaggi sconosciuti”. Protagonista dei suoi quadri è dunque la natura del Polesine, esaltata da rossi tramonti che “incendiano” l’acqua salmastra della laguna, oppure animata dai gabbiani che toccano il cielo, o ancora caratterizzata dai brulli paesaggi di campagna che nella stagione invernale si confondono con la bruma del mattino. Scorci a volte malinconici ed altre volte carichi di vitalità, tutti comunque pervasi da un senso di serenità, di immediatezza, di libertà.

    L’artista ci confida che le prossime opere che ha intenzione di realizzare avranno un soggetto nuovo: il mondo di una volta, il mondo dei contadini, dei piccoli artigiani e delle persone che vivevano nei paesini della nostra provincia. Rimaneggiando le foto grigie e consunte che sono giunte fino a noi, Marisa Panin proporrà il passato visto da una nuova prospettiva e lo rielaborerà nel suo originale linguaggio.

  • La dolcezza di Fauzia

    Dolce, delicata e colorata è la pittura di Fauzia Bertaglia, che parla al cuore e alla sensibilità di chi osserva le sue tele. Nata ad Adria e abitante a Bellombra, la Bertaglia è insegnante di Ed. Artistica, oltre che architetto con uno studio ad Adria. Dotata di un sicuro talento artistico, ha scoperto la passione per la pittura fin dal primo approccio con la scuola elementare, tanto che a sette anni ha vinto il primo premio in un concorso per bambini. Un’emozione forte, indimenticabile, che ha legato la vita di Fauzia all’espressione artistica. Negli anni ‘70 ha aderito al Circolo Artistico Adriese “Tomaso Foster” e suo maestro è stato Gino Ranzato. Si è diplomata in Arredamento presso l’Accademia di Roma e successivamente laureata in Architettura a Venezia. Dipinge usando tecniche varie, come l’acquerello, l’olio la china, ma è interessata anche all’incisione, alla xerigrafia, alla stampa. Nel primo periodo della sua pittura ha usato tonalità di colori chiari, quasi diafani con linee divisionistiche. “La prospettiva – secondo il critico francese Boulanger – è senza ombre di chiaro-scuro, ma rapporto di masse e accordi o dissonanze di toni”. La sua attività è stata ed è intensa, sorretta da grande passione ed abilità artistica. Dipinge la bellezza femminile, il paesaggio, in particolare quello polesano, la dolcezza e la ieraticità di certe immagini, gli aspetti naturali, i fiori, la frutta. La natura è esaltata nei suoi momenti più benigni, tanto da addolcire le inquietudini di chi ammira le sue tele, quasi ricevendone forza e fiducia. La Bertaglia ha partecipato a vari concorsi, ad esposizioni nazionali e straniere, ottenendo moltissimi premi, riconoscimenti, lusinghiere critiche. Tanti i giudizi positivi sulla sua arte, scritti da critici italiani e stranieri: Berti, Frizziero, Massarin, Forzato, Boulanger e Wang Kee Sin (critico

    Ampi i consensi per la pittrice, che recentemente ha allestito a Loreo una mostra tutta dedicata alla donna

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    Pagina 108 giapponese). La sua più recente mostra è stata allestita a fine anno 2007 presso l’Antiquarium (ex Biblioteca) di Loreo, organizzata dall’Assessorato alla Cultura durante la settimana dei Beni Culturali in Polesine. Una rassegna con tutti soggetti al femminile: “Donne tra Luce Mistero e Colore”, così voluta dall’Assessore Luciana Beltrame, in occasione anche dell’anno europeo dedicato alle Pari Opportunità. Donne dipinte con colori e atteggiamenti diversi: la donna ieratica, dolcissima, con fiori e foglie per capelli, simbolo forse della Madre-terra, dell’antica Cerere, dea dell’Abbondanza, della primavera, della civiltà; la donna angelo del dolce-StilNovo, di dantesca memoria. Dolce e semplice la donna materna; meravigliosa la donna fata dell’antica mitologia in armonioso gioco con la natura: l’acqua, i verdeggianti cespugli, i petali di fiori, quasi che il passato appartenga ad un mondo felice che la pittrice dipinge in una visione di sogno e di fantasia. Come se ci raccontasse le favole e i miti della Mitologia e del paradiso perduto. E poi la donna moderna rappresentata con maggior movimento di linee e di colori: la donna appare più sensuale, più agitata, più preoccupata, più vicina ai ritmi della società attuale e pressata dalle esigenze di una civiltà fattasi frenetica. Nelle tele di Fauzia Bertaglia si notano, inoltre, altri elementi importanti: linee geometriche, variopinte, spezzate che circondano la figura e gli elementi del dipinto, che servono a creare maggiore intensità: segni e simboli che manifestano partecipazione ed affetto, facendo risaltare la profondità delle

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    Pagina 109 emozioni e degli stati d’animo. Ombre e luci, linee continue spezzate, calma e movimento, divisionismo, cromatismo, sintesi, simbolismo e linearità sono gli accorgimenti usati per colpire e per spiegare il senso della vita stessa. Un altro aspetto che notiamo è l’uso sapiente della luce che spesso sovrasta dall’alto la figura, talvolta rappresentata nella sua immobilità, esaltandone le linee perfette: tutto ci riporta al sole primario, alla divinità stessa, che forse è già dentro di noi, verso la quale siamo attirati fin dai primordi. Una luce ricercata per la nostra stessa pace tra il tumulto quotidiano. Non solo opere sulle donne nella Mostra di Loreo, ma anche xerigrafie sui dodici segni zodiacali. Ogni simbolo dello zodiaco è stato umanizzato dalla Bertaglia e reso estremamente poetico, come può diventare poetica la vicenda dello zodiaco stesso. Il suo estro, la sua originalità e creatività hanno prodotto e producono opere pittoriche-liriche piene di mistero, di magia, di sensibilità che pongono la pittrice di Loreo in primo piano tra gli artisti del nostro Polesine, promettendo felici esiti anche per il futuro con opere che, ancora una volta, sapranno appagare i nostri occhi assetati di armonia.

  • Il Melone di Rovigo

    la prima volta che un rodigino riesce a conquistare la prestigiosa sede romana del Chiosco del Bramante, vicino a piazza Navona, per portarvi la propria mostra. Ma per Gianni Cagnoni, titolare della galleria d’arte ‘Il Melone, arte contemporanea’ di Rovigo, il sogno si è avverato. “I curatori della mostra, la dottoressa Mirella Panepinto e il dottor Stefano Elena, avevano visto le mie opere. Non essendoci mai incontrati, – ci dice Cagnoni – non conoscevano il mio aspetto e mi hanno chiesto se avevo una trentina d’anni. Il segno fresco dei miei dipinti li ha stregati, così come la vivacità del colore. Così, ho raggiunto Roma, e da qui è nato il progetto espositivo”. Le tele contengono diversi messaggi. “Si dividono in due filoni: ‘Mutazioni’ e ‘Rifiuti’ – prosegue, mostrando il suo prezioso librocatalogo -. Il primo fa riferimento ai cambiamenti sociali, agli stati d’animo, alle nostre incertezze che divengono sicurezza, al capire di più, con il tempo, se stessi e gli altri. Sono in continua evoluzione, nella ricerca di migliorare. Per quanto riguarda il secondo tema, ‘Rifiuti’ deve essere inteso come sinonimo di emarginazione sociale, nel lavoro, nella famiglia, nell’amore e nelle amicizie; oggi la regola generale è essere rifiutati, collezionare una serie di porte sbattute in faccia. E’ molto meno semplice imparare ad accettare chi ci sta di fronte piuttosto che criticarlo”. Ma Gianni Cagnoni non ha raggiunto con le sue opere solo Roma. Ha infatti esposto anche al Bwac (Brooklyn Waterfront Artists Coalition) di New York. “E’ un’associazione che conta circa 500 artisti di tutto il mondo e che presenta tre collettive l’anno, in uno spazio di 4mila metri quadrati, con vista su Manhattan – ci informa Cagnoni -. Oltreoceano si sono ammirate le ‘mutazioni veneziane’, dove la città lagunare è stata ritratta a colpi di pennello quasi dissolta in un manto liquido”. L’inventiva di Cagnoni non si esaurisce qui. Non solo ha portato a Rovigo parte della mostra romana, ma è riuscito a coinvolgere la città nell’avvicinarsi all’arte. Come? Era il primo aprile 2007. Nel giardino del proprio studio, in Via Celio, Gianni Cagnoni ha dato vita a “Passaggio”. All’interno di una struttura di ferro fatto arrugginire appositamente con cristallo e acido cloridrico, Cagnoni aveva posto alcune delle sue opere d’arte realizzate in passato. “I quadri esposti ormai non mi apparUna fucina d’arte, punto di riferimento per esposizioni e nuove creatività

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    Pagina 104 tengono più – aveva dichiarato’-. Il desiderio di liberarmi di questi lavori nasce dall’esigenza di allontanare dalla mia mente il prodotto di una precedente fase artistica personale, senza rinnegarla. Anzi, voglio farli rivivere attraverso chi troverà stimolo di riflessione in questi quadri, facendoli propri e trasformandone il contenuto in un messaggio scritto”. Gianni Cagnoni ha il dono di saper portare l’arte a Rovigo e fuori città, intrecciando la fantasia ad artisti di fama internazionale che ospitano e sono ospiti dell’artista. Così, il gruppo ‘Margini’, formato da Mario Lazzarini, Gianni Cagnoni e Nicola Cavallaro ha raggiunto diverse concessionarie d’auto di Ferrara e Padova. Supportati da un’impalcatura, hanno eseguito grandi dipinti con colori vivaci, mantenendo la propria vena espressiva. Sempre restando in tema di automobili, si sono poi cimentati al rendere uniche alcune vetture, rivitalizzandole con colori e immagini fantasiose. Novità soprattutto per quelli più esigenti che preferiscono viaggiare distinguendosi e portando con sé una vera e propria opera d’arte. Nella galleria rodigina si sono succedute innumerevoli esposizioni. Forse quella rimasta più impresa ha riguardato un nudo di uomo in vetrina, con i pantaloni abbassati e la maglietta che scopre il torace scolpito. Per Douglas Holtquist, l’artista del Minnesota che l’ha realizzato, non c’è nulla di strano: lavorare in rilievo gli attributi maschili è come riprodurre una qualsiasi parte del corpo, una mano o un piede. Provocazione? Slancio di curiosità? Ammirazione? Lo stesso Holtquist, all’inVentaglio 37:170×240 V37

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    Pagina 105 terno della Galleria, ha proposto un busto di donna, in marmo bianco, dove le forme morbide trasmettono una forte sensazione di plasticità, facendo scordare il materiale usato per creare l’opera. Durante la mostra, spiccavano anche i bronzi di Angelo Maineri e le sculture di Matteo Lo Greco, che con uno stile particolare riproduce, attraverso donne grasse e corpi ingombranti, tutta la leggerezza che proviene da slanci interiori, prima che da un aspetto fisico troppo voluminoso per essere considerato attraente dal punto di vista puramente estetico. E’ un continuo messaggio, quello lanciato dalla galleria di Cagnoni, che parte dalle sculture (Peggy Milleville Remorez, Sirio Perin, Antonella Cappellazzo, Matteo Lo Greco, Luciano Siviero, Angelo Maineri) per passare poi ai colori che contraddistinguono le tele, o ai collage che presentano città caotiche, piene di luci e movimento. Quadri di Françoise Calcagno, Nicola Cavallaro, Simone Del Pizzol, Stefano Fiorin, Dienke, Groenhout, Stephan Guillais, Mario Lazzarini, Octavian Micleusanu, Mauricio Morillas, Ernst Rosemberg, Naomi Park, Elisabetta Zanutto, Riccardo Zuliani. Alla galleria d’arte Il Melone, è stato poi lasciato spazio a Giancarlo Ballo, appassionato di fotografia. Le opere dell’artista rodigino, raccolte ne “L’altra metà”, sono scene di vita sospese tra realtà e sogno: le favole di ieri, dense di significati e insegnamenti, si trasformano in colorate immagini dove leggere il senso di ogni percezione visiva. Le opere di Giancarlo Ballo sembrano dipinti, usciti dalla mano di un pittore impressionista o dall’inventiva di un genio impazzito, che usa i colori della tavolozza puntando a linguaggi da riscoprire tra linnee e macchie confuse. Invece, le immagini sono fotografie, scattate a superfici riflettenti. Pazienza, fortuna e il gusto per la ricerca di qualcosa di nuovo: tre ingredienti che per Ballo sono alimento della spinta creativa. Sono sempre i dettagli a fare la differenza. Mostrano una realtà diversa, talvolta più colorata, sfumata, oppure informe, scomponendo solide certezze in diversi fasci di luce. Ballo preannuncia l’uscita del proprio fotolibro, dal titolo “Fantasmi e sensazioni sospese”. “Le immagini rappresentano scorci di realtà su cui non ci soffermiamo – conclude l’artista -, una sorta di richiamo metafisico, ombre e riflessi dove l’elemento umano è sempre presente più o meno a fuoco e leggermente evanescente”.

  • Arrivare a Rovigo

    Sono passati quasi cinquant'anni dal tempo della mia infanzia, l'età che lascia nel cuore petali di ricordi. Piano piano, col trascorrere del tempo, questi si tramutano in evanescenti bolle di sapone che scoppiano con un PLUFF!… Ed a noi non resta che la dolcezza un po' fantasiosa della memoria.

    Fatti, situazioni, personaggi ci scorrono davanti in una sorta di sfilata magica, danzante al carillon della vita che inventa ritmi e tonalità differenti. Allora, basta una strada, un angolo di casa, un portone, un viso singolare ad indurti a rievocare fatti o a ricomporre ricordi.

    È ciò che mi succede quando raggiungo Rovigo, città che amo e che dista pochi chilometri dal mio paese: Stanghella, che invece si trova in provincia di Padova, pur essendo separata da quasi quaranta chilometri dalla "città del Santo".

    Gli stanghellesi o più semplicemente, gli stanghellani sono da sempre avvezzi a far capo a Rovigo per effettuare acquisti, sbrigare pratiche negli uffici, usufruire delle strutture sanitarie o, ancor meglio, lavorare!

    Nei decenni passati, questo legame con il capoluogo polesano, era ancora più forte proprio per il breve tragitto da percorrere che, quando la motorizzazione era agli albori, veniva superato in bicicletta o addirittura a piedi.

    Il mercato del bestiame, nei ricordi di mio padre agricoltore era una tappa d'obbligo che si concludeva, per un accordo finale sui prezzi, al caffé Borsa. I mediatori, alcuni di grosso calibro, erano ricercati proprio in questo locale. Ricordo che, al ritorno da Rovigo, papà si toglieva da sotto il cappotto un doppio foglio di giornale che lo aveva protetto durante il viaggio in bicicletta dal freddo invernale. Poi faceva il suo resoconto dei mediatori incontrati: inveiva contro uno che aveva svalutato la sua proposta o ne lodava un altro perché era riuscito a vendergli una vacca ad un prezzo vantaggioso.

    E al ritorno da Rovigo c'era sempre nelle sue tasche qualche cioccolatino, di quelli buoni, con la ciliegia liquorosa che ancora in paese non erano arrivati!

    Sono ancor oggi i lucenti cioccolatini che mi ricordano l'indimenticabile atmosfera visiva ed… odorosa del caffé Franchin, in piazza Vittorio. Era un piccolo mondo magico nel quale entravo una o due volte l'anno. Costituiva la tappa conclusiva di qualche visita specialistica al vecchio Policlinico ed era il premio per non aver pianto quando entravo nell'ambulatorio del severo e serio dottore che non aveva proprio nulla che lasciasse presagire gli attuali colorati travestimenti dei medici che non spaventano più i bambini. La consolazione però c'era anche allora, ed era proprio il caffé Franchin.

    Nel bancone in vetro luccicante con rifiniture liberty d'ottone erano allineati pasticcini dall'aria assolutamente irresistibile. Il rosso vivo dell'alchermes sottolineava scure farciture al cioccolato e rilassanti cascate di glassa avvolgevano bigné dall'aspetto soffice e cremoso. Nelle bocce panciute stavano adagiati in un silenzioso ma lucente esibizionismo cioccolatini avvolti nelle livree più favolose.

    Io, la mamma, il papà sedevamo al tavolino ed io, timida bambina di campagna, ero felice e disperata allo stesso tempo: quando il cameriere con l'immacolata giacca bianca veniva per le ordinazioni, tenevo gli occhi bassi e desideravo con tutta me stessa che non mi domandasse come mi chiamavo.

    Era una domanda alla quale rispondeva la mamma e sulla quale il papà rimarcava: "La xé 'na boscarola!" Per dire che mi vergognavo perché ero abituata a vivere in campagna.

    Mi rincuoravo a poco a poco e, guardandomi intorno, ammirando piccoli pagliaccetti colorati fatti con pasta di confetto accanto a porcellini rosei di diverse grandezze. Un aroma inebriante di caffé misto a quello della cioccolata si univano in una sorta di meraviglia aerea che si respirava col desiderio che non finisse mai.

    La cosa più singolare era l'arrivo delle pastine allineate in bella mostra su di un vassoio a forma di conchiglia a due valve, sostenute da uno stelo, come un grande calice. Di fronte a me si schiudeva un piccolo tesoro. Potevo scegliere la pasta che più mi piaceva: il cannoncino alla crema! Aveva un gusto indimenticabile nel quale si univano la dolcezza dello zucchero con la delicata fragranza della vaniglia racchiusa nella spirale della pasta sfoglia.

    Immancabilmente un ricciolo di quella crema mi gocciolava sul vestito da festa e così ogni volta tornavo a casa con un "timbro-ricordo" del mio viaggio in città.

    A pochi passi dal caffé Franchin era un altro posto di cui ricordo l'ampiezza che sembrava presagire gli attuali centri commerciali. Era il negozio del cavalier Gasparetto.

    Affacciato sul lato est di piazza Vittorio, vendeva abbigliamento: dall'intimo ai capi da indossare tutti i giorni. Il locale era molto esteso e su ogni lato erano posti i banconi dove stava sistemata in bell'ordine la merce. Al centro, alla cassa, su una specie di trono stava il cavaliere che, elegantemente vestito ed ornato di occhialini a mezza luna, teneva sotto controllo i dipendenti e la situazione generale.

    Lì si trovava di tutto e spesso vi si ricorreva per acquistare, con i soldi appena guadagnati dal raccolto o dalla vendemmia, capi invernali caldi e pesanti. Erano indumenti destinati a durare tantissimo e spesso trasmessi a fratelli o cugini anche con qualche sapiente rammendo.

    Sul lato opposto, all'angolo sud-ovest del liston, era il caffé Pedavena, dove aleggiava invece, tra un continuo tintinnare di tazze e bicchieri, il penetrante aroma della birra e l'appetitoso profumo di toast inimitabili.

    Negli anni '70 era un rifugio per gli studenti che "bruciavano" qualche lezione e negli angoli bui del locale aspettavano l'ora di uscita dalla scuola per rimescolarsi a coloro che avevano frequentato.

    Ci si avviava ormai adolescenti verso la stazione delle corriere che occupava lo spazio ora onorevolmente dedicato a Giacomo Matteotti.

    E lì era un brulicare di persone, varie per età e dialetti, che ricomponevano il variegato mosaico polesano creando una colorita atmosfera nella quale lo studente carico di libri era accanto alla massaia che aveva fatto una capatina al mercato o al contadino venuto al consorzio per comperare sementi.

    Gli altoparlanti alternavano annunci di arrivi e partenze e si sentivano i nomi di paesi come Ca' Tron, Ca' Emo rievocanti l'illustre passato polesano all'ombra della Serenissima.

    Con le corriere, di quella che un tempo era la SIAMIC, si arrivava e si partiva per tornare a casa. Si rientrava dalla città, da quella Rovigo che per noi costituiva il punto di riferimento dei nostri studi effettuati nei diversi Istituti scolastici ancor oggi attivi, presenti, rinnovati.

    Il percorso per Stanghella era di pochi minuti: attraversato a Boara il ponte sull'Adige si era già in provincia di Padova…

    Così si spegne il fiammifero che ha illuminato piccoli ricordi, semplici ma per me preziosi, legati a questa città, a volte un po' "snobbata", ma dal cuore antico e forte che ha fatto parte della mia vita e di quella di molti miei compaesani.

  • I mulini sul Po

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    Pagina 89 all’argine per farli passare. In effetti, i mulini dovevano stare al centro del fiume, dove la corrente è più impetuosa, mentre i barcari, quando dovevano risalire, cercavano il molente, la corrente più molle, appunto, o per lo meno il luogo dove la spinta avversa fosse minore. Inoltre, vicino alla riva si poteva godere dell’aiuto dei cavalli sulla restara, il sentiero ad essi preposto, quando non si doveva scendere dalla barca e mettersi in prima persona a tirarla. Nei pressi dei mulini passavano i venditori di grappa, che all’alba servivano liquore con un misurino, e sostavano i carrettieri che, accompagnati da un mulo, un asino o un cavallo, si occupavano di consegnare la farina macinata ed erano solleciti a procurarsi del nuovo grano da lavorare. Insomma, si trattava di “infrastrutture” umane, che per certi tratti fungevano anche da messaggeri: i carettieri infatti trasportavano le notizie locali, facendole arrivare sul Po e di lì distribuendole. I mugnai stessi avevano degli attendenti, normalmente i figli, che trasportavano materiale facendo “il giro del mugnaio” ai vari indirizzi: si recavano a Baricetta, poi a Volta Scirocco, e così via per le terre del Fiume. Questi aiutanti portavano anche i sacchi dall’argine al mulino e viceversa attraverso una barchetta di collegamento. Oltre a ciò, avevano il compito di portare i pasti all’uomo sull’acqua. Quando, per qualche ragione, questo non succedeva, i munari non erano senza risorse: di norma pescavano qualche pesce per poi friggerlo, o usavano la farina, il loro bene fondamentale. Questa, infatti, oltre ad essere la loro unica moneta di scambio (non pagavano in denaro né all’osteria né ai venditori di grappa), era ciò che gli permetteva di non rischiare mai di morire di fame. Nelle sere d’inverno, quando restavano soli con se stessi guardando l’immagine di Sant’Antonio Abate, il protettore presente in ogni mulino, si facevano la pinza del munaro sulla bogara, un recipiente posto su di un piedistallo all’interno dell’unica stanza sul sandón grando, di solito non più grande di sette metri per quattro circa. Si prendeva un po’ di acqua di Po, una goccia dell’olio con cui ardeva la fiamma di Sant’Antonio, si mescolava e si accorpava un po’ di farina. Se il mugnaio, invece, magari d’estate, veniva visitato da qualche nipotino, preparava, sulla stessa fogara, i galìti, gli odierni pop-corn. Per prepararli ottimi esisteva un

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    Pagina 90 particolare tipo di pannocchia: era piccola, rosso-violacea, e qualcuno ne coltivava qualche piantina appositamente. I mugnai restavano a mulìn ventiquattro ore al giorno, generalmente sei giorni su sette. Se e quando si assentavano (il meno possibile) chiedevano a un collega di controllare ed eventualmente di occuparsi del mulino, ma più volentieri lasciavano l’impegno a un familiare, timorosi che sotto l’occhio “vigile” di un vicino qualche sacco “facesse le gambe”. La giornata del mugnaio non era dominata da ritmi serrati. La macina rullava mentre egli normalmente eseguiva piccoli interventi di manutenzione, magari mettendo le fodere dove c’era qualche buco. Si riempiva di stoffa e si inchiodava il tutto. La mente dell’osservatore di oggi non disegna più la sagoma interessante del mugnaio. Come i barcari, si tratta di figure dalla mentalità peculiare che nel caso dei mugnai si ricopre quasi di valenze archetipiche. In effetti, essa ha rappresentato per la gente del Polesine, per secoli, l’idea di un individuo furbo e un po’ imbroglione. A tratti, addirittura magico. Innanzi tutto, quegli uomini erano solitari. È vero, essi frequentavano qualche osteria, di cui le nostre zone erano piene: basti anche solo pensare a quella alla Mòia, alle Cà Matte, da Tancredi dove qualche volta ci si ubriacava pure. A Santa Maria, che si raggiungeva col traghetto di Gervasi, ogni anno si faceva festa il 17 gennaio, in occasione del già menzionato Santo Antonio Abate, con canti, balli, risate. Qualche volta i mugnai si riunivano per giocare a carte, perchè vigeva una certa solidarietà per i momenti di crisi: durante i temporali se c’era qualche burga da piantare sul fondo, nonostante i già citati sospetti reciproci. Tuttavia, ricevevano poche visite, preferivano non avere bambini attorno al lavoro e nemmeno le mogli erano presenze comuni, al contrario che sulle barche. Nel mulino si era lontani notte e giorno dalla terra e quasi tutta la settimana da casa. Fondamentale è che quegli uomini godevano di tempi morti in cui riflettere ed accrescere la propria saggezza, che avrebbe impressionato i contadini rendendoli ai loro occhi più misteriosi, come i pastori di tanta letteratura. Sapevano studiare il tempo e i venti, le correnti quindi, in modo da posizionare sempre la ruota nella posizione più consona. Il fatto stesso di avere a che fare con perVentaglio 37:170×240 V37

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    Pagina 91 sone, per motivi fattuali, meno avvezze a molti usi del mondo come i braccianti, aumentava il loro senso di astuzia. Ad esempio, facevano il polentìn: in altre parole, aggiungevano circa due litri d’acqua per ogni quintale di farina, mescolando bene per aumentare il peso e guadagnare di più. Ma non era soltanto questo a farli vedere come personaggi in qualche modo diversi. Il mulino è un’immagine mitica nella storia: si pensi anche solo alle favole. Chi lo manovra non soltanto ha a che fare con elementi basilari della vita come l’acqua e il grano ma, grazie all’uso di una tecnologia che sostituisce il lavoro umano, maneggia strane trasformazioni, quasi due “miracoli” nel senso latino della parola: meraviglioso e quasi spaventevole. Trasforma il grano maschile nella farina femminile. Qual èla c’la roba, insegnava l’indovinello, c’la va via òmo e la la vien casa dòna? E parché la róda dla cariola c’la va al mulìn la siga? Piange perché tra poco il grano sarà castrato. Con quel prodotto, poi, permette di compiere un’altra modificazione per molto tempo interrogativa, la lievitazione. Se a questi elementi di sapore antropologico si aggiunge la strana religiosità del mugnaio (per altro condivisa dal barcaro, che non andava quasi mai in chiesa ma adorava fervidamente un santo tanto da tenerne l’immagine sempre illuminata nel proprio mulino, chiamando quest’ultimo “Dio Ti Salvi” esattamente come tutti gli altri) la personalità enigmatica del mugnaio si delinea. Non era arrogante: però umilmente, temeva i fulmini che avrebbero potuto, assieme alla foghera, incendiare la sua proprietà fatta di legno e più di tutti temeva il Po, le sue piene e le sue gelate, che avrebbero potuto rovinare lui e la sua famiglia in pochi giorni. Così, in effetti, più volte successe. L’epoca dei mulini tramontò principalmente con la gelata del ‘29. Il ghiaccio distrusse le ultime vestigia di una società che stava perdendo se stessa: una legge impediva a chi avesse perduto un mulino di ricostruirlo; e ciò per incoraggiare la macina sulla terra e lo sfruttamento di altre energie. Fu una politica che oggi si ricoprirebbe di fama di poca sostenibilità ambientale, ma che a quel tempo profumava di progresso, e probabilmente di denaro. Col progressivo sparire dei mulini d’acqua i munari si convertirono al trasporto fluviale, ma l’avanzata automobilistica atrofizzò anche quello non più di trent’anni dopo. Quell’inverno del ‘29 fu data una luccicante festa da ballo sul Po ghiacciato, un’enorme ganzega che, forse, a noi oggi appare quasi un solstizio. Oggi, che il Po è un vecchio dio lasciato indietro sulla strada della modernità, quella incredibile festa sul ghiaccio sembra assumere la sembianze del crepuscolo della particolare, complessa e vivace cultura dei mulini sul Po.

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