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Archivi: Articoli d’archivio

  • L’aia

    Il tempo cancella molte cose, ma i ricordi non è facile dimenticarli, soprattutto quelli legati agli anni della giovinezza. Protagonista, di quegli anni ormai lontani, un ambiente oggi giorno pressoché desueto: l’aia. Il grande rettangolo in mattoni, posto a mezzogiorno davanti alle case di campagna, serviva innanzitutto per l’essicazione dei cereali. Si trattava di un selciato (proprio per questo in dialetto veneto era detto sèlese) ben livellato, realizzato con pietre particolari in grado di assorbire l’umidità dei prodotti distesi per essere essiccati. Non c’era azienda agricola, grande o piccola, che non ne avesse una. La posizione delle aie, davanti alle abitazioni si spiega con la opportunità di un controllo immediato per scoraggiare eventuali furti e con la necessità di un rapido intervento di ammasso e copertura dei cereali in caso di mal tempo. Erano poi utili come marciapiedi, specie nella stagione delle piogge, quando il fango paralizzava le corti. A quei tempi la ghiaia era un’utopia, mancava anche lungo le strade comunali, difficilmente praticabili. L’aia è sempre stata l’orgoglio degli agricoltori che la tenevano pulita, ben curata e protetta d’inverno, quando veniva coperta di paglia e foglie secche per evitare i danni del gelo. Verso il periodo pasquale veniva tolto lo strato di protezione, e questo era il segnale del ritorno della bella stagione. Erano soprattutto i bambini a fare festa sull’aia ritornata pulita con giochi e tanta allegria. Con l’estate giungeva il tempo della mietitura, ed era allora che le aie assumevano la loro funzione primaria. Dai campi i covoni di frumento venivano portati sulle aie, ammucchiati in “biche”, costruite con tanta attenzione perché l’eventuale pioggia non doveva bagnare il grano che maturava in attesa della trebbiatura. Erano queste giornate molto intense, dopo di che il biondo

    Area indispensabile per l’essicazione dei prodotti agricoli, era anche importante luogo di aggregazione

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    5-06-2008

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    Pagina 87 frumento veniva steso sull’aia e alla sera ammassato per preservarlo dall’umidità ed era allora, dopo cena, che veniva attorniato dalla famiglia coltivatrice, orgogliosa del raccolto, ormai salvo dal pericolo della grandine, compensata da tante fatiche e sudori. Per gli agricoltori era questa l’occasione, con il frumento sull’aia, di discutere del raccolto dell’annata, più o meno favorevole e delle rese in quintali dei propri campi. C’era sempre chi voleva essere superiore agli altri, denunciando quantità che poi in realtà non c’erano. Rivalità e furbizia hanno sempre caratterizzato la vita dei coltivatori diretti. Allora le aie erano anche luogo di aggregazione ed allegria giovanile, con momenti dedicati al ballo (i famosi quattro salti sull’aia) che si organizzavano soprattutto in agosto e settembre, quando si scartocciavano le pannocchie del mais. Non pochi amori sono nati in quelle serate! Di sera, attorno ai grandi cumuli si sedeva tanta gente: gli anziani in conversazione, i giovani dediti al canto corale. Nel silenzio della notte i canti si sentivano in lontananza e servivano spesso da richiamo per altri giovani che raggiungevano l’aia animata trovando modo di sedersi vicino alle signorine per corteggiarle. A conclusione del lavoro spesso il canto veniva sostituito dalla musica del giradischi e si improvvisavano alcuni balli che a volte si protraevano fino a notte inoltrata. Tutto era semplice e spontaneo, c’era tanta allegria e spensieratezza, che non veniva turbata più di tanto dalle osservazioni delle nonne che, alla vista delle stelle cadenti (allora molto più frequenti) asserivano che erano anime del purgatorio che avevano bisogno di preghiere. Oggi le cose sono cambiate, le aie superstiti sono per lo più deserte e quelle delle grandi aziende, ormai del tutto abbandonate, si sono ricoperte d’erba. Oggigiorno il frumento si lascia essiccare sulla pianta, mentre per il mais ci sono grandi essiccatoi. Nelle campagne si è ridotta molto la presenza dei residenti e i quattro salti sull’aia sono rimasti un bel ricordo, un suggestivo affresco di quel mondo contadino che per secoli è stato il perno attorno a cui ruotava una vita intensa e certamente più serena di quanto non sia quella odierna.

  • Le tradizioni del Venerdì Santo

    Alcune fotografie, appese al muro che sta dietro il banco di lavoro dell’antica macelleria di piazza a Lendinara, attirarono la mia attenzione mentre aspettavo d’essere servito.

    Appena mi fu possibile chiesi a Maurizio, macellaio cortese, spiegazione di quelle foto. Lui mi rispose trattarsi di fotografie scattate alla fine degli anni ‘40, durante la ricorrenza del Venerdì Santo. Man mano che parlava le sue parole si caricavano di amarezza e di delusione per il lento degrado della vita sociale riguardo le due piazze principali della città. “Ne è un esempio”, mi disse, “la perdita di alcune vecchie tradizioni che un tempo, sorrette dalle iniziative private, pubbliche o religiose, offrivano al centro cittadino una cornice festosa”.

    E Maurizio si dimostrò un vero cultore delle tradizioni cittadine declamando alcuni passi di una poesia del poeta Angelo Rasi: “El me paese, un fià ogni giorno, el more; a more la so zente, le so piante, le so vecie casete, i so palazi, porteghi, piaze, canpanili, ciese: Tuti ghe more, tuto ormai ghe croea..”. Vedi! – proseguì – Le cose da allora non sono migliorate: la vecchia Atene del Polesine dorme tra le pagine dei libri. Devi sapere che il giorno del Venerdì Santo, di buon mattino, commercianti, artigiani e privati cittadini si prodigavano ad ‘inbeletare’ Lendinara che, tra il sacro ed il profano, si prestava ad ospitare la sontuosa processione serale. Ma prima di questo evento la mia famiglia di macellai aveva l’usanza, per questa Sacra ricorrenza, di vestire vari capi di bestiame, mucche o tori romagnoli, con finimenti offerti da una ditta d’oltre Po”.

    Maurizio parlava con l’orgoglio di chi fa della propria professione un’arte e, tornando a rievocare il passato, continuò: “Sistemate in riga, le bestie iniziavano una sorta di transumanza che le portava per le vie della città. Lasciavano il ponte di piazza, transitando a passo pesante per la riviera S. Biagio, poi oltrepassato il ponte della stazione, scendevano per via Garibaldi sino ad arrivare in Piazza Risorgimento. Da lì il cortèo, sotto l’occhio divertito di grandi e bimbi, procedeva lento sopra il vecchio ponte di piazza costeggiando la riviera destra dell’Adigetto. Oltrepassato l’Ospedale arrivava al grande Macello Pubblico. Il bestiame veniva colà sistemato in un recinto in attesa dell’abbattimento, che sarebbe sopraggiunto nei giorni successivi. Queste foto come vedi sono la testimonianza di quell’evento e nel guardarle provo un po’ di nostalgia. In esse sono impressi alcuni indelebili aspetti della mia infanzia e il ricordo caro dei miei familiari”.

    Dopo una breve pausa che lo vedeva intento al saluto di alcuni clienti, Maurizio riprendeva il suo racconto. “Verso sera, i lendinaresi e le genti dei paesi limitrofi usavano uscire di casa per visitare le vetrine addobbate a festa. Noi bambini eravamo attratti dallo sfavillio diffuso dalle luci delle botteghe e dai palloncini alla veneziana ovunque ondeggianti al vento, dal chiacchericcio della gente che entrava ed usciva dal Caffè Grande, ritrovo del bon ton cittadino.

    Nelle piazze e per le vie, le finestre apparivano drappeggiate: alcuni esponevano ai davanzali lenzuola bianche ricamate, altri usavano stendere panneggi color rosso con bordature dorate, altri ancora le incorniciavano con vasi di fiori. Tutto questo serviva ad accompagnare la sacra processione che di lì a poche ore sarebbe sopraggiunta.

    La folla dei fedeli usciva dalla chiesa di S. Sofia che ormai era sera. Lenta, la processione si muoveva per le vie del centro accompagnata da canti sacri e dai sordi rumori delle ‘ràcole’ (cioè di strumenti che emettevano un suono che ricordava quello delle raganelle) delle ‘sbàtole’ (ovvero due assi di legno fatte sbattere l’una contro l’altra) in sostituzione delle campane “legate” la tarda mattina del giovedì. Rito, quello delle ràcole e delle sbàtole probabilmente derivato dall’antico uso di scacciare gli spiriti invernali all’approssimarsi della bella stagione.

    La processione giungeva, dopo aver percorso via Varliero, nella piazza principale dove, davanti al Municipio, veniva allestito un altare. Impartita la benedizione dall’arciprete, che per l’occasione vestiva la “pivia” nera, l’immensa massa di popolo riprendeva la marcia tra lo sfavillio delle vetrine ai lati delle strade.

    A proposito di vetrine ‘inbeletate’ – ricorda sorridendo Maurizio – mi ritorna alla mente un anedotto singolare per quel tempo: Sopraggiunta la processione davanti ad una bottega di via Cavour, la gente potè notare che in vetrina, tra festoni colorati e merce esposta, c’era un inserviente in carne ed ossa. Vestito di tutto punto, immobile, reggeva nella mano destra un vassoio con alcuni generi alimentari, mentre nel braccio sinistro teneva un tovagliolo bianco. La cosa distolse non poco i fedeli.

    Il cortèo sacro – riprende il filo del discorso – proseguiva per Largo Carducci e P.tta A. Mario sino ad arrivare nel piazzale Duomo. In Chiesa entravano per primi i bimbi con gli assordanti rumori di racole e sbatole e poi le donne e le suore che per tutto il tragitto avevano risposto ai canti e preghiere richiesti dai sacerdoti.

    Poi passava la Banda cittadina i cui suoni riecheggiavano le ultime note di una marcia funebre. Seguiva ondeggiante il Baldacchino con l’Arciprete e religiosi. Ai lati del drappo, ornato di fregi e frange pendenti, vi erano, oltre a quattro fanali accesi sostenuti da altrettanti fedeli, anche quattro carabinieri in alta uniforme e vari paggetti. Seguivano a loro volta le autorità civili e militari della città. Per ultimi entravano gli uomini che, all’eco dei primi, rispondevano con le stesse preghiere e canti, fondendosi in un unico motivo di salvezza.

    Era usanza a quell’epoca che il sacerdote e i preti tutti baciassero, a piedi nudi, la croce esposta per l’occasione nei gradini della balaustra dell’altare. I fedeli si accostavano alla croce stessa solo al termine della funzione religiosa, speranzosi di un futuro migliore al risorgere di Gesù di Nazareth nell’imminente Pasqua.

    La partecipata cerimonia terminava con le preghiere di intercessione e benedizione finale. Era davvero una manifestazione coinvolgente – conclude Maurizio – la sacra processione del Venerdì Santo che ora ricordo ripensando ai tempi felici della mia infanzia”.

  • La “Madonna del fogo”

    Comunemente, quando si va a descrivere l’impronta urbanistica di Adria, è inevitabile il riferimento alle due parti nelle quali, fin dai tempi più antichi, la città era stata suddivisa: Castello e Tomba.

    Questa distinzione, sancita negli Statuti confermati nel 1442 da Leonello d’Este, ma che certamente risalgono a tempi più remoti, non tiene conto dell’area posta all’incontro dei due rami del Canalbianco che formavano l’Isola. Un’area intensamente abitata, ancor oggi denominata Borgo Canareggio. Nelle città lagunari come Venezia, il Canareggio era il punto di raccolta della canna e dei derivati delle paludi. In quel luogo vivevano discretamente i cannaroli, le persone dedite a quel commercio.

    I cannaroli

    Anche Adria, dunque, così come la vicina Cavarzere e Loreo, aveva i suoi cannaroli. Gente che, per effetto degli antichi possessi immobiliari spettanti al Comune et Università (leggasi ai cittadini), poteva esercitare in quei luoghi pubblici oltre che “il taglio della canna e delle piante affini che natura senz’aiuto d’umana industria facea nascere”, anche la caccia e la pesca. Queste erano le uniche industrie disponibili per sbarcare il lunario e rappresentavano un bene prezioso e vitale prestato dalla natura.

    Fino all’avvento della Repubblica Veneta agl’inizi del XVI secolo, si può dire che la quasi totalità della popolazione (circa duemila abitanti) si dedicava alla raccolta ed alla lavorazione dei prodotti delle valli. Veniva in quel modo esercitato l’antico diritto del vagantivo, sancito da sempre negli Statuti.

    Non poteva dirsi certamente vita agiata per quella popolazione costretta a lottare di giorno e di notte nel fango delle paludi per trarre il necessario per vivere. I guai maggiori però dovevano giungere qualche tempo dopo, quando i mercanti veneziani decisero di abbandonare alla spicciolata i loro traffici con l’Oriente, divenuti troppo rischiosi a causa dei pirati e dei Turchi. Il Taglio di Porto Viro (16 settembre 1604), tra l’altro, aveva creato una situazione del tutto favorevole per quei ricchi che ora guardavano con particolare interesse agli investimenti fondiari in Terraferma.

    La situazione precipitò quando i nuovi proprietari avviarono le bonifiche, togliendo sempre più spazio a chi, nelle paludi, trovava l’unica fonte per sopravvivere. A completare il quadro furono emanate leggi severe che, di fatto, andavano ad estinguere i diritti acquisiti nel corso dei secoli. In seguito a ciò, molti cittadini piombarono improvvisamente nella più terribile forma di povertà.

    Privi di qualsiasi mezzo, non si diedero per vinti ed ingaggiarono la loro lotta quotidiana per vivere, fatta di artifici, di sudore e di miseria. Le loro case erano abituri fatti di canne, con i tetti spioventi per impedire alla pioggia di entrare.

    Borgo Canareggio era come una “corte dei miracoli”, dove la gente s’industriava alla meglio ad esercitare le attività di sempre, divenute ormai abusive. C’era dunque il pericolo d’incappare nelle maglie della legge, ma c’era anche il serio pericolo delle frequenti alluvioni. Alfonso Bocca, nei suoi “Annali Adriesi”, descrive la vita grama di quella gente che, per molti giorni all’anno, era costretta a vivere dentro alle piccole imbarcazioni usate per la pesca di frodo nelle valli. Col ritorno alla normalità si tornava alla vita consueta: si continuava a lavorare le arelle, costruire piccole barche, intrecciare reti, impagliare sedie con la caresìna (erba palustre). La povertà era grande, ma la voglia di vivere riusciva a superarla.

    Un quartiere a rischio d’incendio

    Agl’inizi del XIX secolo, a detta di Francesco Antonio Bocchi, le case di canna esistenti nel centro di Adria erano circa duecento. Di queste, nessuna si trovava nel quartiere di Castello, due sole alla Tomba, alcune erano sparse qua e là nelle zone periferiche, mentre la maggior parte di esse era concentrata nel Borgo Canareggio. In quel luogo, infatti, la gente viveva esclusivamente nei piccoli ed insani tugùri di canna che il Municipio era costretto a tollerare in barba alle nuove leggi veneziane, perché nessuno aveva i mezzi per sostituirli con case in muratura.

    Per quelle capanne valevano dunque ancora le antiche norme dello Statuto che, in materia d’incendio erano particolarmente severe. Basti pensare che chiunque avesse dato fuoco ad una casa, o ad un covone, un pagliaio, un legnaio presso una casa e questa ne fosse incendiata, “veniva punito del capo” (cioè decapitato) alla pari di chi tagliava gli argini.

    Si può dire che gli Statuti erano anche ben strutturati in materia di prevenzione degl’incendi. Ad esempio, era punito: chi vedeva un incendio e non si metteva a gridare al fuoco! per far intervenire i vicini; chi, spirando un vento forte, lasciava in casa il fuoco acceso incustodito, oppure lo lasciava in custodia ad un minore di quattordici anni.

    Altre sanzioni erano previste per chi, abitando in una “casa involta di canna”, non avesse posto “dai tre lati ove si fa fuoco, un graticcio di vimini smaltato di creta”.

    Queste ed altre norme evidenziano l’impegno posto dagli organismi pubblici per prevenire gl’incendi, segno evidente che il pericolo era molto elevato. Era persino stato istituito un apposito organismo di sorveglianza costituito dai Giurati al fuoco. Erano sei pubblici ufficiali scelti, tre dalla parte di Castello e tre dalla parte della Tomba. Il loro compito era proprio quello di “sopravvegliare a ciò che presenta pericolo d’incendio”. Dovevano proteggere le case di Adria e far distruggere quanto trovassero di pericoloso. Per questo, almeno in due, dovevano ispezionare ogni settimana le case e le aree circostanti, verificando che non vi fossero eccessivi accumuli di materiali facilmente infiammabili come arelle, canne, ecc..

    Ciascun cittadino infatti, era autorizzato a tenere fuori della porta di casa non più di tre fasci di quel materiale, tranne il fornaio che, per ovvie ragioni, poteva trattenere un fascio in più. Inoltre, quando spirava “immensus ventus”, come recitano gli Statuti, i Giurati, anche senza la preventiva autorizzazione dell’autorità comunale, dovevano perquisire tutte le case ritenute a rischio per verificare “se fosse fuoco non custodito”.

    Fiamme e devastazione

    Gli estensori delle leggi comunali erano ben consapevoli dei pericoli che incombevano sulla popolazione, soprattutto in relazione agl’incendi. Le cronache non lo dicono, ma il 25 Febbraio 1808 dev’essere stato proprio un giorno di grande vento perchè, nel breve giro di pochi minuti, l’incendio scoppiato alle nove di sera tra le povere case di Borgo Canareggio, distrusse quasi per intero l’agglomerato, lasciando dietro di sé un cumulo di cenere. Per fortuna nessun danno fu causato alle persone che si diedero prontamente alla fuga riparandosi al di là del Canalino.

    La notizia, peraltro già riportata dagli storici, appare in un Almanacco del 1853, riferito a “Fatti ed avvenimenti memorabili per la città e diocesi di Adria”: “Scoppiò un terribile incendio che quasi distrusse tutto intero il borgo di Canareggio di questa Città – recita la nota – la quale per prodigio speciale della Provvidenza fu salva da maggiore disastro”. Il riferimento all’intervento della Provvidenza non è casuale.

    L’incendio, scoppiato tra le povere case di canna, si fermò improvvisamente davanti al capitello che custodiva la graziosa immagine della Vergine con il Bambino venerata dai popolani di Canareggio. Le fiamme alte e minacciose sembravano ormai inarrestabili e, se fossero proseguite, avrebbero distrutto il cuore di Adria.

    Molti allora gridarono al miracolo e l’immagine, posta in una edicola di marmo, fu subito venerata come la Madonna del Fogo.

  • Francesco Ravelli (1853-1898)

    Cento e dieci anni fa, il 29 giugno 1898, si spegneva a Milano Francesco Ravelli, il più importante storico di Ficarolo, che aveva visto la luce nel paese rivierasco il 18 novembre 1853. Con le sue opere “Pagine storiche di Ficarolo” (Zanichelli, 1883) e “Note, illustrazioni e documenti per la Storia di Ficarolo e antiche pertinenze” (manoscritto la cui stesura l’impegnò dal 1887 al 1895) fece ritrovare al padano paese natale importanti radici, ai più sconosciute, ricche di riferimenti culturali. Con Ravelli, il piccolo centro viene pertanto consacrato quale nucleo nevralgico di almeno cinque secoli di storia, politica e religiosa. Francesco Ravelli era chimico-farmacista ma, nella sua breve vita, si occupò di tutt’altro. Due furono le direttrici che seguì: quella di storico e studioso del territorio e quella d’oculato amministratore pubblico, che aveva a cuore il bene morale e civico, della sua comunità. Una parte di lui era dunque rivolta alla memoria, e da qui le sue ricerche storiche, mentre un’altra guardava al quotidiano, cioè alla qualità della vita dei suoi contemporanei. E in quest’ambito si mise in evidenza rivestendo per un certo periodo, la carica di Sindaco. Come fossero profondi, in Francesco Ravelli, il senso civico e la partecipazione allo sviluppo sociale è testimoniato dall’impulso determinante che diede per la costruzione di un edificio scolastico nuovo ed accogliente e per la fondazione, nel 1874, del Teatro Sociale, una necessità che rispondeva alle esigenze della popolazione locale e non solo. Come storico, con i suoi importanti lavori, riuscì a dare al territorio della Transpadana ferrarese, e al Comune di Ficarolo in particolare, esatte nozioni intorno al suo sviluppo. Evoluzione avvenuta tutta in simbiosi con il grande fiume e le sue rotte. Il Po è il deus ex machina di ogni avvenimento, e Ravelli, con la sua arte e la sua poetica, trasforma la storia ficarolese in una vera e propria epopea, con i suoi eroi ed i suoi dei, che cadono nell’acqua o da essa prendono vita. Nei suoi scritti parla dei Celti, i primi abitanti, dei Romani, degli Estensi, dei Veneziani e di altri ancora. Descrive i castelli, i monumenti, le chiese, i campanili, gli oratori e le scuole. Narra di re, regine e importanti ospiti, ma anche degli usi e costumi del popolo.

    Aveva da poco terminato la redazione del suo secondo, e definitivo, lavoro storico quando la morte lo colse improvvisamente, nella città della Madonnina, sul finire del secolo, senza che avesse avuto il tempo di dare alle stampe il frutto delle sue minuziose ricerche. Il cordoglio per la sua scomparsa fu ampiamente condiviso a Ficarolo e, per significare l’apprezzamento della comunità nei confronti dell’illustre personaggio, nel dicembre del 1898 il Consiglio Comunale s’impegnò, con una formale delibera, “di far stampare sì bella ed interessante opera, incaricando la Giunta a studiare un progetto sulla spesa occorrente, da presentarsi al più presto al Consiglio”. Ma le buone intenzioni non trovarono poi attuazione, tanto che sono dovuti passare quasi cento anni prima che quella delibera potesse concretizzarsi. Solo la sensibilità e l’amore per il proprio paese di Paolo Masiero, Sindaco del Comune altopolesano nei primi anni ‘90, ha permesso la pubblicazione del manoscritto ravelliano in una prestigiosa veste editoriale, in copie anastatiche.

    Il premio Ravelli

    In occasione del primo centenario della morte di Francesco Ravelli, nel 1998 si fece strada l’ipotesi di celebrare degnamente la memoria dello storico ficarolese. L’idea d’istituire il “Premio Ravelli” si deve a Manuela Nicoletti e Antonio Bombarda, rispettivamente Sindaco ed Assessore alla Cultura in carica un decennio or sono. E la prima assegnazione del premio si ebbe l’anno successivo nel 1999. Il concorso si qualificò subito come un importante evento culturale e nel 2001, con il Sindaco Antonella Mantovani, s’arricchì dei patrocini del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Regione Veneto. Concorrono al “Premio” lavori di ricerca storica sulla Transpadana Ferrarese: quel territorio compreso tra il Po ed il Tartaro, che va da Melara a Polesella, interessando tutti i Comuni affacciati sulla sponda sinistra del grande fiume. Una terra di confine che, per secoli, ha vissuto sotto l’egemonia politica e culturale degli Estensi fino al 1815, quando il Congresso di Vienna ne dispose la definitiva annessione al resto del Polesine. Al concorso sono ammesse ricerche inerenti le discipline storiche, nella più ampia accezione del termine, lo studio del territorio e del paesaggio, le scienze giuridiche, naturali e mediche. Il premio in denaro ammonta a 1500 euro ed è consegnato, con una cerimonia pubblica, nel mese di dicembre di ogni anno. Inoltre, l’opera vincitrice e un estratto di quelle segnalate vengono pubblicate in un’apposita, elegante, collana. La Commissione giudicatrice, attualmente, è presieduta dal prof. Ilario Bellinazzi, Presidente del Conservatorio Musicale “Francesco Venezze” di Rovigo e valente storico del Polesine. Gli altri componenti della giuria sono il dr. Bruno Bignardi, Assessore alla Cultura di Ficarolo, la Ma Loretta Bonini, Presidente del Comitato di Gestione della Biblioteca Comunale, il prof. Mario Cavriani, Presidente dell’Associazione Culturale Minelliana di Rovigo, il prof. Franco Cazzola, Docente di Storia presso l’Università degli Studi di Bologna e il dr. Alberto Melloncelli, Direttore Responsabile de “Il Ficarolo”. L’albo d’oro del Concorso annovera tra i suoi vincitori importanti studiosi della storia altopolesana. La prima edizione – era il 1999 – fu vinta, ex equo, da Angela Ghinato con la ricerca intitolata “Piccole storie di antiche terre. Appunti storici e spunti di ricerca tra XVI° e XIX° secolo” e dalla coppia Corinna Mezzetti e Beatrice Michelini con “Un riformatore ferrarese nella Transpadana: Gian Andrea Barotti”. Nel 2000, ancora un ex equo. Vinsero “L’assedio di Ficarolo” (narra la guerra del sale del 1482) di Sergio Mantovani e “Il possesso fondiario in Transpadana alla luce del catasto Carafa del 1779” scritto da Raffaele Ridolfi e Paolo Tomasi. Seguì poi, nel 2001, Beatrice Saletti con “Luoghi di culto nella Transpadana Ferrarese”. Alberto Bimbatti, nel 2002, si classificò primo con la ricerca “Insediamenti urbani e trasformazioni territoriali nella Transpadana Ferrarese in età moderna”. L’anno successivo fu la volta di Luigi Lugaresi che narrò la storia “San Pietro in Valle: la chiesa, la parrocchia, la comunità”. Nel 2004 arrivarono primi, pari merito, Maria Rosa Mingardi, con la vita del brigante Pippone e della Commissione d’Este che lo spedì davanti al plotone d’esecuzione, e Raffaele Ridolfi con l’importante ricerca “Ultimi rinvenimenti d’archivio sulla vita del pittore ficarolese Giuseppe Antonio Ghedini”. Nel 2005 vinse, ancora una volta, Luigi Lugaresi con il lavoro “Bergantino e Melara, dalla Transpadana al Dipartimento del Mincio”. Il 2006 è stato l’anno di Michelangelo Caberletti con l’interessantissimo lavoro “Pepoli e Bentivoglio nella terra di Trecenta”. Quest’opera analizza l’ascesa e il declino delle due nobili famiglie bolognesi che, per oltre due secoli, plasmarono profondamente il territorio intorno a Trecenta. Attraverso lo studio dei fasti dei Pepoli e dei Bentivoglio, viene ricostruita anche la storia degli edifici più importanti del centro altopolesano, in particolare del “Palazzon”. Il saggio ricostruisce, con l’ausilio di un’ampia documentazione archivistica ed iconografica, patrimoni, strategie matrimoniali e destini di due grandi casate nella Transpadana Ferrarese. Lo scorso anno infine il premio è stato assegnato ad Angela Ghinato con la ricerca “La villeggiatura di Ficarolo in un inventario del 5 aprile 1892 e altre note di storia tra seicento e novecento”.

    La “villeggiatura” di Ficarolo

    Angela Ghinato, vincitrice dell’ultima edizione (ma anche della prima) è ferrarese: laureata in Lettere, ha la qualifica di archivista e nel 1996 ha conseguito l’idoneità di ricercatore storico. Nel suo bel lavoro la studiosa evidenzia come la “villeggiatura” di Ficarolo si identifichi con la cinquecentesca villa Gliglioli. La dr.ssa Ghinato ne illustra, quasi come in una saga, la storia, attraverso il profilo dei suoi proprietari e dei suoi ospiti illustri. Riporta poi, in modo minuzioso, l’inventario eseguito al momento della morte di Giovanni Battista Saracco Riminaldi, verso la fine del XIX secolo. L’elenco di tutto quanto stava nella villa, o ad essa riferibile, fornisce un’idea chiara della vita del tempo, degli usi e dei costumi. Il lavoro termina con un’appendice dedicata alla morte, nel 1907, dell’ultimo proprietario della villa: il conte Ermanno Giglioli. La pubblicazione della ricerca storica della dr.ssa Ghinato inaugurerà la collaborazione tra il “Premio Ravelli” e la Casa Editrice Minelliana che porterà, dopo un anno di transizione (l’opera del dr. Caberletti è stata stampata in proprio dall’autore, con una grafica spuria rispetto a quella di Comunicarte, che aveva editato le opere vincitrici del “Premio” fino alla settima edizione), ad una veste editoriale nuova che potremo vedere solo nel dicembre prossimo. Occasione nella quale potrebbe vedere la luce, ad opera di un pool di storici e linguisti, la trasposizione in linguaggio odierno dell’importante libro di Francesco Ravelli, attualmente di difficile lettura perché scritto a mano, con una calligrafia “da dottore” e in un italiano alquanto arcaico. L’iniziativa è del Sindaco Antonella Mantovani, e dalla Giunta Comunale da lei guidata, per onorare l’importante ficarolese nel decennale dell’istituzione del Premio a lui intitolato.

  • Giovanni Miani esploratore (1810-1872)

    È ben noto come 150 anni fa, nel corso del 1858, Camillo Benso conte di Cavour abbia portato a termine il suo progetto di alleanza del Regno dei Savoia con la Francia, sottoscrivendo a Plombières l’accordo con Napoleone III. Patto che l’anno successivo avrebbe portato l’imperatore a scendere in campo con l’esercito francese a fianco di quello piemontese contro l’Austria, con la conclusione vittoriosa della Seconda Guerra di Indipendenza.

    Molto meno noto è che, nello stesso anno, anche un rodigino fu ammesso a conferire con l’imperatore dei francesi, ottenendo anch’egli un importante sostegno per il proprio progetto.

    Si tratta di Giovanni Miani (nato a Rovigo nel 1810) che nel 1858 riuscì ad ottenere da Napoleone III armi, munizioni e una dotazione di denaro per una spedizione nell’Africa nera, ideata con l’obiettivo davvero ambizioso di scoprire le sorgenti del Nilo.

    È intuibile il motivo che portò il Miani a puntare sulla Francia per un sostegno determinante al suo sogno. L’egittologia era infatti nata proprio in Francia, dopo la spedizione militare di Napoleone Bonaparte. La quale, se non aveva portato frutti sul piano politico-militare, aveva dischiuso l’interesse per l’affascinante mondo dei faraoni. E si dovette proprio ad un ufficiale dell’esercito napoleonico, J. F. Champollon, la prima decifrazione dei geroglifici, grazie al ritrovamento della famosa stele di Rosetta.

    Ovviamente Miani preparò adeguatamente il terreno prima di poter accedere all’incontro con l’imperatore, facendo stampare a Parigi una mappa che indicava le supposte origini del Nilo in una mitica regione biblica dell’Africa, detta dell’Offir, ove dovevano trovarsi i favolosi tesori di re Salomone. Una mappa che, accanto ad aspetti fantasiosi, presentava importanti dettagli di valore scientifico, tanto da attirare l’attenzione della Società Geografica di Parigi che, dopo un incontro col Miani, lo accettò come proprio membro. Credenziali importanti queste per il Miani, onde poter essere ammesso al cospetto dell’imperatore. E Napoleone III, non alieno da miraggi di grandezza, subì certamente il fascino del rodigino, grande sognatore dotato di buona loquela, e gli accordò il richiesto sostegno finanziario.

    Miani aveva 48 anni, era nel vigore delle sue forze e alla base del suo sogno c’era una preparazione culturale non troppo ordinata, ma sicuramente vasta, tanto da permettergli di spaziare in vari ambiti, da quelli musicali (prima sua grande passione), a quelli linguistici, storici, etnografici, astronomici ed altri ancora. Determinato nel perseguire i propri obiettivi, sapeva rapportarsi proficuamente con le massime autorità del tempo.

    Dopo il fruttuoso incontro con Napoleone III, Giovanni Miani ottenne di essere ricevuto dal Kedivè (viceré) egiziano, che pure si mostrò subito interessato all’impresa. La scoperta delle sorgenti del Nilo avrebbe infatti realizzato un sogno antichissimo: quello del controllo da parte dell’Egitto su tutto il corso del grande fiume, dalle sorgenti alla foce, un sogno che nemmeno i faraoni, nell’epoca più splendida del grande regno, erano riusciti a coronare.

    Ma Miani, come giunse ad ipotizzare un’impresa tanto ambiziosa quanto pericolosa?

    L’infanzia e la giovinezza

    È davvero particolare la storia personale dell’esploratore, che a Rovigo ebbe i natali il 17 marzo 1810 e che nel capoluogo polesano visse i primi quattordici anni della sua vita. Anni sicuramente amari, caratterizzati da ristrettezze ed angherie, essendo egli figlio di una ragazza madre, la quale lo aveva lasciato in custodia presso alcuni parenti, mentre lei, per assicurarsi il necessario per vivere, si era portata a Venezia, al servizio del nobile Alvise Bragadin.

    Quante volte Giovanni Miani durante la sua infanzia si era sentito apostrofare col tagliente nomignolo di “bastardo”! Quante volte i parenti, tutt’altro che affettuosi, gli avevano rinfacciato di mangiare più di quanto garantisse il sostegno economico che la madre mandava!

    Ma improvvisamente un magico risveglio1: Giovanni, cresciuto a Rovigo, tra privazioni, umiliato e demotivato, scontroso e ribelle, all’età di 14 anni vide inaspettatamente dischiudersi un mondo nuovo. Fu chiamato a Venezia nella nobile dimora del Bragadin, il quale, privo di figli, lo prese a ben volere, assicurandogli una istruzione completa in varie discipline che comprendevano le lettere, le lingue, la matematica, le scienze, la musica, le arti marziali e il disegno.

    Solo dopo quattro anni, nel 1828, morendo il Bragadin, il diciottenne Giovanni Miani si trovò designato come erede dei beni del nobiluomo veneziano da dividere con un altro giovane, il figlio dell’amministratore.

    Un cambiamento repentino della sorte permette dunque al giovane rodigino, che aveva vissuto un’infanzia tra ristrettezze ed umiliazioni, di disporre di un patrimonio in grado di dischiudergli le porte alla bella vita, ai viaggi, alle facili avventure amorose, ma anche a progetti impegnativi, sostenuti da una fertile fantasia e forse scaturiti da un prepotente senso di rivalsa covato fin dai tristi anni dell’infanzia.

    Una vita irrequieta

    Gli eventi storici hanno su di lui un’attrazione fatale, cosicché nel 1838 raggiunge Milano per assistere all’incoronazione dell’imperatore Ferdinando d’Austria a re del Lombardo Veneto, poi, nel 1840, a trent’anni lo troviamo in Spagna nel corso di una guerra interna, pronto ad imbracciare le armi a favore della regina Isabella di Spagna e a comporre un inno che fu cantato nel giorno della vittoria. Poi eccolo nel dicembre dello stesso anno a Parigi, raggiunta per assistere al corteo nei Campi Elisei per accogliere solennemente il ritorno in patria delle ceneri di Napoleone.

    Si fanno frattanto sempre più vivaci i suoi interessi in campo musicale. Folgorato da una sorta di brama enciclopedica, si porta a Londra per approfondire le conoscenze musicali, poi raggiunge la Scozia, successivamente lo troviamo a Torino e poi a Venezia dove in pochi giorni compone un’opera lirica, ambientata al tempo delle crociate, intitolata “Un torneo a Tolemaide”, che tosto fu messa in scena a Padova.

    La consistente messe di materiale raccolto in campo musicale gli fa concepire l’idea di dare alle stampe una grandiosa opera enciclopedica: “La storia della Musica di Tutte le Nazioni dal principio del Mondo”. Un’iniziativa questa che fa luce sul carattere esuberante del Miani, facile ad accendersi per entusiasmi non sempre sorretti da valutazioni realistiche, tanto che l’iniziativa, destinata al fallimento, fagocitò buona parte delle sue sostanze.

    Ma ben presto è il sacro fuoco della patria ad accendersi: nel 1848 Miani è a Roma in attesa che Pio IX dia vita al programma giobertiano, assumendo un ruolo guida nella realizzazione della nuova Italia. Ma le speranze restano deluse e quindi eccolo accorrere a Venezia, dove è stata proclamata la repubblica, pronto a combattere contro gli austriaci2.

    L’infausta conclusione della prima guerra di Indipendenza e la resa di Venezia lo inducono ad una decisione clamorosa: abbandonare l’Italia alla volta di Costantinopoli, capitale dell’impero turco, dove riesce a procurarsi una scrittura teatrale. Ben presto si sposta però in Egitto, e al Cairo trova da vivere come precettore nonché come fiduciario di un latifondista di origini ebraiche, per conto del quale segue alcune piantagioni di riso.

    Nel frattempo si accende l’interesse per l’antica scrittura dei geroglifici: si iscrive pertanto a corsi di egittologia, senza mai abbandonare la sua passione per la musica, né rinunciare completamente al progetto di opera universale a cui aveva già dedicato non poco tempo e sostanze. Un ritorno di fiamma questo che lo indurrà a lasciare l’Egitto per raggiungere Parigi dove avrà modo di frequentare dei corsi di acustica alla Sorbona.

    Una vita irrequieta dunque quella del Miani, caratterizzata da continui spostamenti in relazione all’affacciarsi di nuovi quanto improvvisi interessi. E per un progetto che naufraga, uno nuovo ne scaturisce, inducendo l’instancabile personaggio alla continua ricerca di un approdo che stenta a delinearsi chiaramente.

    Ma alla fine è la suggestione dell’Egitto ad avere la meglio, cosicché nel 1853, lasciata Parigi, raggiunge Marsilia per imbarcarsi alla volta della terra del Nilo. Durante il viaggio non resta inoperoso: studia sestante, bussole e barometri, acquisendo conoscenze che qualche anno dopo saranno fondamentali per potersi spostare con cognizione nell’intrico della foresta africana. E ad Alessandria, dove trova sistemazione come docente di italiano e francese, approfondisce gli studi sull’orientamento, dedicandosi con passione all’astronomia, alla topografia, alla storia naturale, nonché all’apprendimento dell’arabo per potersi muovere con maggior padronanza.

    Miani esploratore

    Si delinea così il vero grande obiettivo da perseguire: esplorare territori sconosciuti per raggiungere le sorgenti del grande fiume.

    La prima risalita del Nilo viene effettuata dal Miani nel 1857 in compagnia di due allievi. La navigazione (una sorta di prova generale per le successive imprese) lo porta a raggiungere l’Alta Nubia (l’attuale Sudan), dove l’esploratore rodigino acquisisce informazioni utili, che gli permetteranno di delineare una carta geografica con l’indicazione della zona delle possibili sorgenti del Nilo. Quella carta che l’anno successivo gli varrà il buon accoglimento in seno alla Società Geografica di Parigi e il sostegno finanziario di Napoleone III alla agognata spedizione nell’alto Nilo, nonché il benestare del Kedivè egiziano.

    La via sembra spianata, ma ben presto si registrano alcune contrarietà, tra cui la scarsissima affidabilità dei collaboratori più stretti che mandano in fumo una parte delle risorse. Imperizia nella scelta da parte del Miani o mancanza di persone serie tra le poche disponibili ad un’avventura dai più non a torto stimata rischiosissima?

    In ogni caso la prima vera spedizione ha inizio il 10 maggio 1859 partendo con due imbarcazioni dal Cairo, mentre in Italia da 11 giorni è iniziata la Seconda Guerra di Indipendenza.

    Fin dall’avvio si intensificano gli screzi con i collaboratori. Ma per fortuna Miani trova due occasionali compagni di viaggio: gli italiani Orazio Antinori e Pompeo Zucchi, con i quali condivide la maggior parte del tempo, trasferendosi addirittura nella loro barca mentre il convoglio risale il Nilo.

    Miani è pienamente consapevole della particolarità della sua impresa ed annota scrupolosamente ogni cosa su un diario personale: sembianze del paesaggio, aspetti climatici (fino a 50° all’ombra e mancanza di vento che costringono l’equipaggio a trainare le barche con grosse funi), caratteristiche dei villaggi, usi, costumi, tradizioni; sottolinea la bellezza e la disponibilità di un gruppo di danzatrici, ma anche dà spazio a sfoghi personali nei confronti dei collaboratori irrispettosi ed indisciplinati.

    Il 1° Giugno viene raggiunta Assuan, dove Miani si ferma ad ammirare il Colosso di Ramsete. Qualche giorno dopo è a Dongola, luogo piacevolissimo, ricco di giardini deliziosi e di donne seminude e compiacenti. Occorre frattanto lasciare le barche per proseguire lungo il deserto noleggiando 40 cammelli.

    Il 20 luglio viene così raggiunta Khartoum, dove l’accoglienza da parte dei residenti di origine europea è splendida, tanto che Miani, licenziati con una sorta di buona uscita i collaboratori poco affidabili, decide di accettare l’invito dei nuovi amici di compiere una lunga escursione nel Sennar lungo il Nilo Azzurro, sperando nel frattempo di superare lo stato febbrile che lo debilitava. Si susseguono giorni spensierati tra osservazioni ornitologiche, battute di caccia, annotazioni dei costumi caratteristici dei vari villaggi, fino al ritorno a Khartoum che avviene il 7 novembre, e solo allora Miani riceve informazioni relative alla Seconda Guerra di Indipendenza, annotando il suo disappunto di patriota italiano per la pace di Villafranca sottoscritta da Napoleone III l’8 luglio, senza il completo raggiungimento degli obiettivi previsti.

    Quasi un mese passa per i preparativi del viaggio che d’ora in poi sarà veramente impervio e pericoloso anche per l’ostilità di molte tribù, per cui, oltre ai portatori e agli interpreti, è necessario dotarsi di una scorta armata. Le barche di Miani lasciano Khartoum il 5 dicembre tra brindisi augurali e spari a salve. La salute non assiste l’esploratore soggetto a dissenteria e forti attacchi di febbre. Ma la sua determinazione è incrollabile e non gli manca la forza per esercitare l’autorità necessaria per scongiurare defezioni. Puntuali si susseguono le sue descrizioni dei villaggi e delle situazioni incontrate (i Niam-niam si presentano docili, i Kik piuttosto selvaggi).

    Più la spedizione procede, più aumentano le difficoltà ambientali e di approvvigionamento dei generi alimentari. L’ultimo villaggio conosciuto da europei è Gondokoro, raggiunto il 28 gennaio 1860, da poco abbandonato dai missionari per lo stato di ribellione armata dei nativi. La miseria è estrema e le donne – annota Miani – vendono le figlie per un sacchetto di frumento. Dopo una sosta di circa un mese per far fronte a vari problemi (dalle difficoltà di navigazione, ai ricorrenti tentativi di insubordinazione; dalla necessità di reperire alimenti, ad una infermità del Miani azzoppato da una brutta ferita ad un piede) la carovana di circa 250 persone riprende il viaggio, avanzando in un ambiente quanto mai ostile anche per le sempre più copiose piogge equatoriali.

    A fine marzo viene raggiunto il villaggio di Galuffi (nell’attuale Uganda). E qui la stanchezza, le malattie, l’inclemenza del tempo e le distorte informazioni ricevute inducono Miani a decidere il ritorno, rimandando all’anno successivo la conclusione della missione per raggiungere le sorgenti del Nilo. Suggestiva e solenne la cerimonia di saluto, ma più importante dal punto di vista storico-geografico l’iniziativa di Miani di incidere su un grande albero di Tamarindo data e nome, nella consapevolezza che nessun europeo si era spinto tanto avanti nell’esplorazione dell’Africa nera. L’“albero del viaggiatore”, o “l’albero di Miani” così sarà indicato per decenni nella cartografia dell’Africa equatoriale il luogo raggiunto da Giovanni Miani, indubitabile testimonianza del primato della sua impresa.

    La via del ritorno è imboccata il 29 marzo 1860 e subito si presenta molto difficoltosa. Le piogge torrenziali hanno ingrossato a dismisura i torrenti il cui superamento si rivela difficile, con perdita anche di parte delle attrezzature. Stanchezza e nervosismo complicano la situazione e un litigio con un capo tribù sbocca in una crudeltà difficilmente comprensibile: Miani, ormai esausto, ordina di far fuoco sugli indigeni, di distruggere il villaggio e continuare la marcia.

    La carovana il giorno 11 aprile entra infine a Gondokoro dove si fa festa per due giorni. Poi il viaggio riprende, ostacolato dal ripetersi di spaventosi uragani e da attacchi di febbre violenta che debilitano l’esploratore, il quale però resiste con forza d’animo ad ogni avversità fino all’arrivo a Khartoum, dove, il 22 maggio, viene accolto festosamente dalla comunità di europei e ristorato con buon cibo per rimetterlo in forze.

    Abbastanza avventuroso si presenta anche il rientro al Cairo, iniziato con una navigazione fluviale il 15 luglio, poi con l’attraversata di un’ampia zona desertica fino al Mar Rosso, lungo le cui sponde (la egiziana e la araba con sosta a Gedda) si procede con navigazione marittima fino a Suez toccata il 22 agosto 1860.

    Due giorni dopo giunge al Cairo con 14 casse di reperti e una carta dettagliata della sua esplorazione. E subito si prodiga per realizzare il suo obiettivo: trovare quanto prima i sostegni per una nuova spedizione. È necessario ripercorrere la via tracciata fino a Galuffi e di lì procedere per raggiungere le mitiche sorgenti del grande fiume.

    Al Cairo tutto sembra andare per il meglio. L’eloquenza del Miani, unita alla sua determinazione, conquistano Scerif Pascià ministro degli esteri egiziano, che ottiene un mandato dal viceré affinché a Khartoum vengano forniti all’esploratore mezzi e scorte militari.

    La nuova spedizione prende il via il 2 dicembre 1860. Miani entusiasta riparte dal Cairo dopo essersi informato delle vicende italiane, ed aver appreso con soddisfazione il successo dell’impresa di Garibaldi. Tappe del viaggio: Assuan ed Abu Simbel (13 gennaio 1861) con visita ai rispettivi templi.

    I problemi nascono però ben presto a Khartoum, raggiunta il 17 febbraio, dove non trova l’attesa collaborazione del governatore, che a lungo temporeggia nel fornirgli l’occorrente del viaggio, eludendo gli ordini del kedivè. Miani, dopo sei mesi di inutile attesa, spazientito, il 4 luglio del 1861 decide di tornare al Cairo per informare di persona il viceré dell’infido comportamento del suo governatore. Nel frattempo alcuni dubbi di Miani trovano conferma: il governatore di Khartoum aveva di proposito ostacolato il suo piano, indotto a ciò da emissari britannici, onde favorire la spedizione degli inglesi Speke e Grant, anch’essi sulle tracce delle sorgenti del Nilo.

    Il ritorno in Europa

    Una terribile alluvione flagella frattanto l’Egitto: un disastro economico che richiede la massima attenzione del Kedivè, per cui Giovanni Miani decide di rinviare a tempi più propizi l’attuazione dei suoi progetti. Conviene tornare in Europa per trovare nuovi finanziatori.

    E questa parentesi europea si presenta sicuramente interessante per Miani che porta con sé le famose casse con i cimeli raccolti e, nell’ottobre del 1861, può allestire una mostra a Firenze e poi, il 1° gennaio del 1862, a Torino.

    Ma sarà a Venezia (raggiunta dopo un passaggio a Parigi e poi a Londra) che avrà i maggiori consensi. Alla città Miani dona le 14 casse di cimeli rari e stringe importanti amicizie, in particolare col cav. Lazzari direttore del Museo, che gli fa consegnare 1.000 fiorini per le spese di trasporto della collezione donata. A Venezia non gli mancano dunque i riconoscimenti che fugano l’iniziale diffidenza manifestata dalla città nei confronti di un personaggio tanto strano, che si aggirava con lunga barba bianca, vestito alla turca con turbante e barracano. Nella città lagunare Miani verrà anche gratificato dall’amore, sincero e disinteressato, dell’affittacamere Annetta Damin.

    Anche il 1863 si apre positivamente con vari riconoscimenti ed attestati di stima, al punto che la Società Geografica di Vienna, lo invita per una conferenza che schiuderà a Miani le porte ad un incontro con l’imperatore Francesco Giuseppe, il quale si rivelerà prodigo nei complimenti e disponibile ad un sostegno ad una nuova spedizione.

    Ma ecco, proprio a Vienna la notizia ferale: gli inglesi Speke e Grant hanno individuato le sorgenti del Nilo presso il lago Vittoria. “Questo fu per me un colpo mortale”, scrive Giovanni Miani, che cade in una preoccupante depressione, al punto che l’imperatore, avutone notizia cerca di sollevarlo offrendogli 1.000 fiorini perché si rechi di persona in Egitto a verificare l’attendibilità della notizia. Altri 1.000 fiorini gli vengono assegnati dal Municipio di Venezia e 600 dalla Camera di Commercio.

    Ora non si parla che di Miani, il quale in breve diviene il rodigino più noto a livello europeo di tutto il secolo.

    E gli aiuti continuano ad affluire da più parti. Viceversa in Egitto, nonostante l’interessamento che si premura a garantirgli il ministro degli esteri, seguitano a nascere problemi che forzano la sua permanenza a Venezia dove non gli mancano le premurose cure della convivente Annetta Damin, la quale inutilmente spera di trattenerlo presso di sé.

    Miani non si dà per vinto e continua a verificare la possibilità di una nuova spedizione e a ricevere sostegni ed apprezzamenti, tra cui il titolo di “cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro”, attribuitogli da Vittorio Emanuele II nel corso del 1865.

    Frattanto, nel corso del 1865, dall’Egitto gli giunge un’offerta di lavoro: organizzare un giardino zoologico a Khartoum. Non è quello che desidererebbe, ma l’occasione di portarsi in Africa, proprio nella città base per ogni spedizione, viene ritenuta un’occasione da non perdere. Si prospetta inoltre l’opportunità di seguire delle ricerche per conto di vari musei d’Europa.

    L’ultima spedizione

    A Khartoum il lavoro non manca, ma Miani è sempre in attesa dell’occasione propizia per avviare una importante spedizione. Riceve frattanto lettere affettuose da Annetta che sollecita un suo ritorno: sollecitazioni che cadono nel vuoto giacché il suo animo è completamente soggiogato dall’idea di una impresa che gli dia la meritata fama. Di quando in quando gli sembra di scorgere una possibilità propizia che poi però inevitabilmente tramonta. Frattanto gli anni passano e le forze cominciano a scemare, cosicché nel 1871, ormai sessantunenne, decide che non può più attendere.

    L’impresa Ghattas ha frattanto programmato una spedizione nel Monbuttu, una provincia dell’odierno Congo-Zaire, alla ricerca di avorio. Miani decide di parteciparvi, stipulando un contratto in veste di ricercatore dello zoo di Khartoum.

    La terza spedizione ha inizio il 15 marzo 1871. E quasi subito la navigazione si presenta difficilissima per i frequenti dislivelli del territorio: 16 giorni per guadagnare cento metri!, scrive Miani nel suo diario. Gli alimenti ben presto scarseggiano, c’è solo grano fradicio: il non più giovane esploratore è costretto ad arrangiarsi sciogliendo estratto di carne Liebig nell’acqua. L’insidia è rappresentata ora da piogge torrenziali, ora da miriadi di insetti, ora dai topi dai quali risulta impossibile difendere le provviste. La salute di Miani vacilla, una ferita alla mano sinistra gli provoca una paresi stabile al braccio. Nonostante tutto è impegnato in osservazioni scientifiche della flora e della fauna e nella redazione di una carta del territorio: “…sono italiano… andrò avanti”, scrive con orgoglio. Ma ecco la scoperta più mortificante: la ditta Ghattas è scarsamente interessata al recupero di zanne di elefante; l’obiettivo economico più redditizio è rappresentato dalla cattura di negri da vendere come schiavi. Nelle annotazioni di Miani nettissima è la condanna per gli scomodi compagni di viaggio di cui non si può liberare.

    A novembre viene decisa una lunga pausa presso una stazione fluviale per la festa del Ramadan. È l’occasione per riprendere le forze e compiere osservazioni sugli usi locali. Poi a dicembre la marcia riprende e Miani arriva al nuovo anno profondamente debilitato. In una annotazione del febbraio 1872 afferma di aspettare tranquillamente la morte. La marcia frattanto non si arresta e, dopo che il mulo su cui cavalcava muore di stenti, gli viene fornito un toro per cavalcatura.

    Il primo maggio incontra il re Munza, capo di un villaggio scelto per una sosta. Miani, con la sua lunga barba bianca e il comportamento indomito, suscita il rispetto e l’ammirazione dei nativi che fanno la fila per vederlo portandogli dei doni. Miani riprende le forze e le annotazioni nel suo diario, e fa issare una bandiera tricolore sulla sua capanna. Tra l’altro ci informa di aver ottenuto dal sultano due pigmei in cambio del proprio orologio.

    Il 25 maggio ha inizio il viaggio di ritorno, mentre Miani sente progressivamente scemare le forze, finché ad ottobre avanzato decide di fermarsi in un villaggio del Monbuttu per attendere la fine. Qui passa gli ultimi giorni a costruirsi la bara e a dare disposizioni da eseguire dopo la sua morte.

    Al momento del trapasso gli è vicino un soldato fedele, mentre tutta la tribù segue con trepidazione lo svolgersi degli eventi. Quando Miani spira, il capo tribù gli rende onore sparando a salve, poi gli fa tagliare la lunga barba per tenerla come ricordo. Nella tomba, assieme al corpo del “leone bianco” (così era soprannominato con deferenza dai nativi) viene posta l’inseparabile pipa e un vaso di tabacco. È il 21 novembre 18723.

    NOTE

    1 A proposito di questo improvviso quanto felice cambiamento di vita, nelle sue memorie Giovanni Miani così si esprime. “Mi svegliai (per così dire) nella illustre casa di S. E. Pier Alvise Bragadin”, espressione questa riportata in entrambi i testi consultati per la stesura del presente articolo: Graziella Civiletti Un veneziano in Africa, ERI Edizioni Rai, 1991; Gianpaolo Romanato (a cura di) Giovanni Miani e il contributo veneto alla conoscenza dell’Africa, Minelliana, 2006.

    2 La proclamazione della Repubblica a Venezia avvenne il 22 Marzo 1848, data considerata sacra nella memoria di Giovanni Miani, il quale ogni anno, anche nel corso delle spedizioni, dedicherà al ricordo un patriottico momento commemorativo. Circa il ruolo alquanto particolare rivestito dal Miani nei giorni della difesa di Venezia, dove fu arruolato come artigliere, vedasi l’interessante saggio di Maria Teresa Pasqualini Canato “Giovanni Miani e i Moti del 1848-49” nel citato volume “Giovanni Miani e il contributo veneto alla conoscenza dell’Africa”.

    3 La data della morte di Miani è presunta. Fu il missionario Daniele Comboni, circa un anno dopo, a stilare l’atto di morte, avendone solo allora avuta notizia. Nel documento il Miani viene definito “celeberrimus audacissimus eques”, a significare la grande ammirazione che l’esploratore aveva saputo suscitare tra i contemporanei. Vedasi: Gianpaolo Romanato, op. cit.

  • La fine delle case di tolleranza

    Quasi a chiusura della campagna elettorale, per il comizio di Lina Merlin, ai primi di maggio del 1958, piazza Vittorio Emanuele II era affollata, ma a macchia di leopardo: vicino al palco, sotto la torre con l’orologio, c’erano i socialisti, naturalmente, che alla loro senatrice facevano quasi corona protettiva; un po’ più discosti i comunisti; dietro, alcuni spazi rarefatti, con gente sparsa intorno al monumento e sotto o davanti ai portici. Quando Massimo Ambrosi presentò Lina Merlin, candidata di bandiera per la Camera nella circoscrizione di Verona, Padova, Vicenza e Rovigo, ai primi e decisi applausi si mescolarono brusii e sparsi fischi da parte di coloro che erano più lontani dal palco, poi grida e invettive a voce sempre più alta, per coprire le ammonizioni sdegnate di politici e amministratori. Lina Merlin non ci fece caso più di tanto; ai tumulti di protesta, che la sua presenza suscitava in quei giorni, si era abituata e non senza amarezza. Fece il suo comizio e, un paio di settimane dopo, risultò eletta in Polesine per la terza volta, ma di lì a tre anni – in forte dissenso con i dirigenti del partito – lasciò le file socialiste per passare in quelle del gruppo misto, sancendo il suo distacco dalla forza politica in cui aveva militato per una vita. A scatenare la gazzarra ad ogni sua apparizione e a dar vita ad attriti continui con i colleghi e i compagni, era stata quella legge che porta il suo nome e che era stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 20 febbraio 1958, dopo essere stata approvata a grande maggioranza (e a scrutinio segreto) proprio allo scadere della seconda Legislatura, diversamente da dieci anni prima, quando un primo decreto esalò insieme con Senato e Camera.

    Quelle “signorine”

    La legge, che ha compiuto da poco cinquant’anni, ha decretato la chiusura definitiva delle cosiddette case di tolleranza, mettendo fine a una situazione moralmente e umanamente insostenibile, che si era creata poco meno di un secolo prima, quando, cioè, il conte Camillo Benso di Cavour, ricalcando l’esempio francese, aveva, per così dire, legalizzato quelli che da noi sarebbero diventati i “casini”, o i “bordelli” o ancora le “case chiuse”, per via delle finestre con le tapparelle rigorosamente abbassate. Dietro quelle tapparelle, c’era una sorta di appartamento spartito su due piani, secondo una struttura che era diffusa sia alle “case” di lusso che a quelle popolari. A piano terra, l’ingresso dava subito in un salone, dove i clienti potevano scegliere le ragazze, sia sfogliando l’album fotografico, sia incontrandole. Oltre al salone, c’erano, in genere, una cucina, una cameretta con il banco, la tabella dei prezzi e la cassa; c’erano anche delle stanze riservate all’eventuale personale. Al piano superiore (ma poteva essercene più d’uno), c’erano le camere da letto, con porta indipendente che dava su un corridoio. Le “signorine” erano schedate. Il medico le visitava due volte la settimana e con la stessa frequenza alcuni agenti in borghese facevano con discrezione la loro ispezione. Naturalmente si pagavano le tasse di concessione della licenza di pubblica sicurezza e le imposte sui ricavi derivanti dalla gestione. Secondo la grandezza e il livello delle «case», le «signorine» erano in numero congruo e restavano nello stesso posto per non più di quindici giorni, poi c’era il cambio (la «quindicina»). L’unità di misura era la «marchetta», vale a dire un circoletto di metallo con un buco al centro che garantiva l’avvenuto pagamento e che corrispondeva a una prestazione semplice. Ogni «signorina» poteva arrivare a trenta o anche quaranta «marchette» al giorno. La tariffa per una «marchetta» si aggirava tra le centocinquanta e le duecento lire nei casini di terza categoria. Per un quarto d’ora occorrevano seicento lire, mille per mezz’ora e millecinquecento per un’ora. In più c’erano cento lire per l’asciugamano e il sapone.

    Le due “case” di Rovigo

    I casini non mancavano in nessuna città “degna di questo nome”, anzi, secondo una certa logica che era diventata abituale tra le due guerre, più casini c’erano, più la città era importante. A Rovigo ce n’erano due, ubicati in altrettante vie poco battute e provvide di una compiacente penombra: quello più centrale all’inizio di via Mure San Giuseppe, una casettina a due piani oggi sostituita da un grande condominio; l’altro più periferico, in fondo a via Portello, in una villa un poco isolata con l’intonaco rosso scuro, preceduta da un cortiletto che ospitava un frondoso e vecchio albero, da cui la denominazione di «pino solitario». Dei due, quest’ultimo era il più scalcinato, frequentato soprattutto da militari e da clienti alle soglie della bolletta. I rampolli della «buona» borghesia che dovevano lasciare una “vergognosa verginità” venivano preferibilmente accompagnati in via Mure, dove sovente incontravano qualche professore di liceo, amici dei genitori e studenti dell’ultimo anno, che preferivano preparare la maturità fra i profumi e gli afrori del casino. Casino che era regolato, come tutti gli altri, da ferree leggi igieniche, con prestazioni rapide di base che non costavano più di duecento lire. Si poteva però alzare la posta fino a millecinquecento e permanere nella camera un’ora intera. Le donne erano una decina o poco più e potevano arrivare anche a quaranta o cinquanta marchette al giorno (e notte). Per molte la chiusura fu un sollievo, ma per altre prese le fattezze della miseria e, paradossalmente, la perdita di una identità.

  • Pionieri dell’aria

    Quando qualche tempo fa, nel novembre 2006, presso il museo dei Grandi Fiumi di Rovigo si svolse un azzeccato convegno sui protagonisti dell’aria polesani. Notai che l’Altopolesine non era molto rappresentato e naturalmente mi chiesi se era perché effettivamente in queste zone non vi erano stati aviatori degni di nota, oppure perché, come spesso accade, il tempo aveva provveduto a stendere l’oblio sopra di essi, e quindi eravamo noi colpevoli ignoranti dell’argomento1.

    Così, animato da curiosità sulla questione e certo che in ogni paese tracce e presenze di documenti anche se deboli sono sempre rintracciabili, ho provato a spulciare fra le carte del mio archivio e, fra i molti personaggi altopolesani che ebbero una partecipazione alla Grande guerra, ne trovai due senz’altro degni di nota. Il loro nome non ha mai raggiunto un’ampia risonanza, non avendo essi compiuto gesta particolarmente eclatanti, alla stregua di Umberto Maddalena, Mario Doria, Aldo Finzi e Lionello Caffaratti, ma entrambi – fra l’altro anche cugini – sono stati fra i pionieri degli sport dell’aria ante-litteram.

    Parliamo di Enrico e Montrose Chiavegatti, appartenenti ad un’antica schiatta locale, entrambi nati nel 1891.

    Montrose Chiavegatti, melarese figlio di Quintiliano ed Argia Baldelli, è passato alla storia paesana quale eclettico negoziante, appassionato di fotografia, divulgatore di scorci del paese attraverso cartoline storiche, preciso e meticoloso nei suoi lavori di bottega sia che fossero cornici in legno che tagli di vetro su misura, o ancora aggiustatura di occhiali o penne stilografiche. Fu pure un valente e geniale apicolture, tanto che partecipò ad alcune mostre nazionali assieme al compaesano Casonati, ottenendone lusinghieri apprezzamenti.

    Penso che però in pochi siano a conoscenza che nel 1910 costruì da sé un apparecchio per volare, uno specimen di dirigibile, che in un articolo apparso sul Corriere del Polesine, viene descritto ora come aeroplanino, ora come ordigno o velivolo, insomma un apparecchio in grado di destare interesse fra la popolazione.

    In un freddo inverno dell’anno 1910, quando aveva appena 18 anni, Montrose lo sperimentò volando sopra il paese a 25-30 metri d’altezza destando enorme curiosità e compiacimento fra i melaresi. Teniamo presente che la prima scuola di aeronautica di Centocelle di Roma sarebbe sorta solo diversi mesi dopo.

    Nell’occasione su scattata una foto dal corrispondente locale del “Corriere del Polesine”, poi pubblicata a corredo dell’articolo che riproponiamo nel riquadro2. Non siamo a conoscenza dei meccanismi del velivolo e dei risvolti dell’impresa e se poi abbia avuto un seguito, certo che però un Montrose “volante” a noi melaresi ci mancava!

    Forse anche in virtù di questa sua predisposizione quando prestò servizio militare il 24 maggio del 1911, in data 24 ottobre fu diretto al battaglione specialisti del Genio. Fu congedato il 13 giugno 1913, ma richiamato alle armi col lo scoppio della Grande Guerra, il 24 aprile 1915, sempre nel Genio, passando poi al battaglione Dirigibilisti dal quale fu congedato in via definitiva il 30 agosto 19193. La qualifica era di aerostiere, cioè di addetto alla strumentazione degli aerostati (sono passati alla storia i famosi Zeppelin)4.

    Montrose visse una vita davvero lunga impegnandosi, come detto, in varie attività. Si spense a 99 anni nel 1990.

    Enrico Chiavegatti, invece, figlio di Romolo e Maria Pastorelli, s’iscrisse a Bologna all’Università inizialmente nella facoltà di Scienze Matematiche, fisiche e naturali negli anni 1910-1911, poi chiamato a svolgere il servizio militare fu arruolato nel luglio 1911. Ritornato, s’iscrisse ancora all’Università felsinea stavolta alla facoltà di Ingegneria, dove ottenne il diploma nell’anno 1914. Richiamato nuovamente per il servizio militare durante la prima guerra mondiale, fu Tenente di complemento all’Ufficio Fortificazioni di Udine ed aggregato quindi alla 35^ squadriglia.

    Morì in seguito ad incidente di volo nei cieli di Campoformido (UD) il 22 ottobre 1916 a bordo di un Voisin5, un velivolo militare comandato in quell’occasione dal S.Tenente Benedetto Baraldini che perì anch’esso in quello che doveva essere un giro di perlustrazione6.

    Significativa la dedica incisa sulla sua lapide dai genitori: “ING. ENRICO CHIAVEGATTI, TENENTE DEL GENIO CADUTO A UDINE SUL CAMPO DI AVIAZIONE PRODIGANDO I TESORI DELLA VIRTUOSA SUA GIOVINEZZA PER LA PATRIA”7.

    Cosa traspare da queste due figure è facile intuirlo ed apprezzarlo. Sono genuini sentimenti, vero orgoglio, senso di appartenenza ad una nazione, voglia di dare il meglio per essa.

    Spinti dagli ardori giovanili, i virgulti nati sul finire dell’Ottocento stupiscono oggi noi, nati e cresciuti nella “bambagia”, troppo spesso dimentichi di quanti hanno messo a disposizione la loro vita per la patria

    FONTI E BIBLIOGRAFIA

    ARCHIVIO STORICO DELL’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA, Iscritti e laureati, nel sito web: www.archiviostorico.unibo.it.

    ASTOLFI NICOLA- GIGLI LUCA, Gli assi polesani dell’aviazione, in Gazzettino, edizione di Rovigo, 15 novembre 2006, p. VIII, e Gli eroi che volavano seguendo l’istinto del 19 novembre 2006, p.XII.

    BRAGAZZI MARIO e VISINTIN MARIA TERESA, per le immagini fornite.

    DANNELE, articolo pubblicato sul Corriere del Polesine il 17 febbraio 1910.

    GENTILLI ROBERTO E VARRIALE PAOLO, I reparti dell’aviazione italiana nella Grande Guerra, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Aeronautica, Stilgrafica srl, Roma, 1999, p.183.

    RIDOLFI RAFFAELE, Aereo in volo su Melara nel 1910, in Gazzettino edizione di Rovigo, 28 novembre 2006, p.XI.

    WIKIPEDIA.ORG, l’enciclopedia libera sul Web, alla voce Gabriel Voisin.

    NOTE

    1 Il convegno aveva nel comitato scientifico Alberto Burato, Nicola Persegati e Raffaele Peretto. Vedi articoli pubblicati: ASTOLFI NICOLA- CIGLI LUCA, Gli assi polesani dell’aviazione, in Gazzettino, edizione di Rovigo, 15 novembre 2006, p. VIII, e Gli eroi che volavano seguendo l’istinto del 19 novembre 2006, p.XII.

    2 DANNELE, articolo pubblicato sul Corriere del Polesine il 17 febbraio 1910. Confronta pure: RIDOLFI RAFFAELE, Aereo in volo su Melara nel 1910, in Gazzettino edizione di Rovigo, 28 novembre 2006, p.XI.

    3 Archivio storico comunale di Melara, Liste di Leva. Un ringraziamento vada a Francesca Branchini, solerte e paziente collaboratrice a queste patrie memorie.

    4 Aerostato, letteralmente: aeromobile più leggero dell’aria e che quindi si sostiene per effetto della spinta statica che l’aria esercita su di esso. Della stessa famiglia fanno parte i dirigibili ed i palloni aerostatici, ma mentre il dirigibile è provvisto di mezzi di propulsione e direzione il pallone non ha alcuna propulsione.

    5 Il Voisin era il prodotto finale del pioniere dell’aeronautica francese Gabriel Voisin (1880-1973). Figlio di un proprietario di una fonderia compì i suoi studi all’Istituto delle belle arti di Lione. Da disegnatore lavorò dal 1903 da Ernst Archdeacon uno dei mecenati dell’aeronautica che proprio in quegli anni inizia il suo percorso. Nel 1912 subì la perdita del fratello Charles che con lui iniziò a produrre aerei giungendo a completare il primo aereo completamente in metallo. Durante la prima guerra mondiale furono prodotti qualcosa come 8.000 esemplari che da lui presero il nome. Altri velivoli famosi in quegli anni furono: Ansaldo Sopwith, Aviatik, Bleriot, Brandemburg, Breguet Michelin, Camel, Caproni, Caudron, Dorand Ar, Farman, Hanriot, HD, Isva, Lloyd 42, Macchi, Nieuport, Pomilio, Saml, Spad, SVA, Saml, Siai ecc. Il Voisin nonostante la sua bassa velocità non venne mai intimorito dagli aerei austriaci ed era riconoscibilissimo dal suo carrello triciclo sul davanti e dalla sua mole metallica.

    6 GENTILLI ROBERTO E VARRIALE PAOLO, I reparti dell’aviazione italiana nella Grande Guerra, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Aeronautica, Stilgrafica srl, Roma, 1999, p.183. Un ringraziamento va all’amico Alberto Burato per la segnalazione.

    7 Si ricorda che, nell’attimo in cui l’aereo cadde, il papà ebbe un sussulto, quasi presagendo la triste nuova. Enrico Chiavegatti riposa nella cella di famiglia Chiavegatti-Bonini nel locale cimitero.

  • Rovigo e la Grande Guerra

    Ottant’anni fa, nel giugno del 1918, l’esercito italiano era impegnato a contenere l’ultima grande offensiva austriaca contro la linea di difesa rappresentata dal monte Grappa e dal Piave, fiume questo divenuto simbolo della prima guerra mondiale, superato poi vittoriosamente dalle nostre truppe il 24 ottobre dello stesso anno.

    Anche la provincia di Rovigo, terra di retroguardia, visse momenti davvero problematici nel corso della grande guerra. Particolarmente angosciante fu la situazione determinatasi nel 1917, quando l’esercito austriaco sbaragliò le nostre difese a Caporetto, minacciando un’avanzata senza ostacoli.

    In vista di questa temuta ipotesi si pensò che il Polesine poteva costituire un’utile barriera per bloccare le truppe nemiche. E ciò grazie al naturale ostacolo rappresentato dai fiumi, i cui argini, nella peggiore delle ipotesi, potevano essere tagliati per allagare vaste aree e bloccare così l’avanzata del nemico.

    Rovigo divenne pertanto il centro nevralgico di una supposta azione di contenimento dell’avanzata austriaca, e tutta la provincia dovette sottostare ad una rigida disciplina militare, con una consistente limitazione della libertà di movimento dei singoli cittadini.

    Ma vediamo come le carte d’archivio raccontano il particolare clima che si respirava a Rovigo dopo la disfatta di Caporetto1.

    Alla metà di novembre del 1917 l’aria si era fatta molto pesante e serpeggiava la convinzione che ci si doveva preparare al peggio. Rovigo era stata dichiarata zona di guerra e, come tale, soggetta a regole ferree, tanto che i civili non si potevano spostare se privi di appositi lasciapassare. I resti della Seconda armata dell’esercito italiano si stavano radunando a Lendinara, e molti reparti muovevano alla volta del Polesine, dove si intendeva procedere alla loro riorganizzazione. Venivano allestiti in tutta fretta ospedali militari e si organizzavano treni armati, mentre ci si apprestava a fortificare l’argine destro dell’Adige. I piani militari prevedevano anche la possibilità di allagare una parte della provincia, per arrestare un’eventuale avanzata austriaca.

    La situazione era talmente problematica che il commissario del Consorzio per la bonificazione Polesana a destra di Canalbianco e Po di Levante2, Antonio Cantutti, decise di convocare i presidenti dei consorzi con sede in città: con una missiva, datata 13 novembre 1917, invitò i presidenti di tutti i consorzi di bonifica con sede a Rovigo a riunirsi quattro giorni dopo “per concretare (sono le sue testuali parole) una linea di condotta comune di fronte alla situazione presente” causata dagli “ultimi eventi militari”.

    Pertanto la mattina di Sabato 17 novembre si incontrarono i presidenti, o i loro delegati, dei consorzi per la bonifica Polesana e Padana, S. Giustina, Bresega, Campagna Vecchia Superiore ed Inferiore, Pontecchio e Due Selve, Gavello e Dragonzo, e Borsea. Fra gli altri3, presenti: Giovanni Battista Casalini (presidente in quel momento sia del Consorzio di Santa Giustina che del Bresega), Urbano Ubertone (segretario del Bresega), Antonio Campo, gli ingegneri Carlo Marchi e Luigi Crocco.

    La riunione si tenne a Palazzo Angeli, dove dal 1905 avevano sede i Consorzi Santa Giustina, Bresega ed il Consorzio di bonifica Polesana. (Nel 1928, trasferiranno i loro uffici presso Palazzo Bonanome in piazza Garibaldi, già sede della Cassa di Risparmio).

    Dopo una discussione, che nel verbale viene definita “matura”, i convenuti decisero che era necessaria una linea di condotta comune che, nel precipitare degli eventi, potesse assicurare la continuità amministrativa degli enti e la salvaguardia del personale. Si temeva, infatti, che da un momento all’altro potesse arrivare un ordine di sgombero immediato.

    Innanzitutto si stabilì che gli atti amministrativi e i documenti più importanti dei vari consorzi fossero trasferiti oltre il Po, a Bologna, il più presto possibile, “per dare maggiore tranquillità a coloro che restano” (sembra di capire che molti stessero lasciando la città). Dal verbale si desume inoltre che alcuni consorzi (il Santa Giustina, il Bresega e la Bonifica Polesana) avevano già valutato la possibilità di un trasferimento ed avevano preso accordi con un consigliere del Consorzio Santa Giustina, Gino Giolo, il quale si era offerto di ospitare la documentazione nella sua casa di Bologna e presso la sede del Consorzio per la Bonifica Renana, anch’essa a Bologna.

    I convenuti presero anche in considerazione l’opportunità di individuare un luogo, fuori dalla città, dove trasferire temporaneamente le sedi consortili per poter assicurare comunque la continuità di un servizio indispensabile. Se i consorzi avessero cessato la loro attività si poteva mettere a rischio il raccolto dell’annata agraria successiva, e ciò avrebbe avuto ripercussioni terribili sulla popolazione, già provata da requisizioni militari e stato di guerra.

    Al personale d’ufficio si decise di dare immediatamente un sussidio straordinario corrispondente ad un mese di stipendio aumentato del 20% per ogni persona a carico, perché potessero mettere al sicuro le loro famiglie. Si stabilì poi che ogni presidente avesse a sua disposizione una “congrua somma” da distribuire con un provvedimento d’urgenza al personale di campagna, nel caso arrivasse l’ordine di “sgombero imposto”. Fermo restando che il personale tutto, sia d’ufficio che di campagna, doveva rimanere al proprio posto fino a quando non fosse arrivato un ordine contrario dall’autorità militare.

    Dal verbale, nonostante la compostezza delle affermazioni e il tono formale e distaccato, traspare una profonda angoscia ed un forte senso del dovere, nella certezza che anche in quei frangenti l’opera dei consorzi rimaneva indispensabile.

    Quella stessa mattina di sabato 17 novembre la deputazione del Consorzio Santa Giustina, con molti assenti giustificati dalle “tristissime condizioni della viabilità”, deliberò di trasportare a Bologna, a casa del deputato Giolo, la documentazione, nonché di corrispondere al personale le somme stabilite nella riunione fra consorzi appena conclusa.

    Le decisioni dei consorzi erano in linea con quelle prese, in quegli stessi giorni, da altre istituzioni rodigine. Infatti anche il Direttivo dell’Accademia dei Concordi il 20 novembre inviò a Firenze un primo carico di dipinti. Successivamente, il 19 dicembre, verranno spediti a Lucca manoscritti ed incunaboli.

    Anche il Vescovo della Diocesi di Adria e Rovigo, Mons. Anselmo Rizzi, preoccupato per la piega assunta dagli avvenimenti, e paventando una catastrofica invasione del Polesine, ordinò a tutti i Parroci di accentrare presso la sede della Curia i principali arredi sacri, e con lettera del 30 novembre 1917 comunicò al Sindaco di Rovigo la propria decisione di trasferire dal Seminario allo stesso Vescovado i quadri del “Legato Silvestri”.

    A quel punto, però, gli archivi di almeno due consorzi avevano già lasciato Rovigo. Il 22 novembre infatti il segretario del Consorzio di Santa Giustina, Angelo Lucchiari, spedì a Bologna quattro sacchi di documentazione raccolta un po’ alla rinfusa: si trattava perlopiù dei registri dei verbali, ma c’era anche il prezioso catastico Grimani del 1665 e la documentazione più recente indispensabile agli usi amministrativi: i ruoli dei contribuenti, le pratiche dei mutui da pagare…. Il 24, quindi due giorni dopo, i documenti erano già al sicuro a Bologna in via Zamboni, nella casa del deputato Giolo, dove erano arrivati nel frattempo anche quelli del Consorzio Bresega.

    Grande dunque l’apprensione che si visse in quei giorni in tutto il Polesine. Ma le sorti della guerra erano destinate a mutare: la linea del Piave, grazie al sacrificio di tanti nostri soldati, tenne, e il temuto ordine di sgombero immediato non arrivò mai.

    Ad quasi un anno di distanza dalla temuta avanzata austriaca, che aveva determinato lo spostamento a Bologna dei documenti dei Consorzi polesani, l’esercito italiano dava vita alla definitiva controffensiva superando il Piave il 24 ottobre 1918 e sfondando le linee nemiche a Vittorio Veneto. Il 4 novembre l’Austria firmava l’armistizio a Villa Giusti.

    Il 29 dicembre 1918 anche per la Provincia di Rovigo veniva decretata la fine dello stato di guerra. Si poteva quindi tornare alla normalità e, l’anno successivo, nei primi giorni di aprile del 1919, i quattro sacchi di tela con tutta la documentazione fecero ritorno a Rovigo. Il presidente del Consorzio Giambattista Casalini diede ordine al segretario di rimetterli al loro posto in ufficio.

    NOTE

    1 Le notizie qui riportate sono state ricavate in gran parte dall’Archivio Storico del Consorzio di Bonifica Adige Canalbianco di Rovigo.

    2 Era questo un Consorzio speciale nato il 13 novembre 1890 con lo scopo di riunire i consorzi elementari interessati alla bonifica della riva destra del Canalbianco, un ‘consorzio di consorzi’ insomma. L’anno dopo, nel 1891, era nato anche il Consorzio per la bonificazione Polesana a sinistra di Canalbianco e Po di Levante, che ebbe vita più breve (fu infatti soppresso nel 1904, a differenza del primo che in seguito andrà a costituire l’attuale Consorzio di bonifica Padana-Polesana). Entrambi i consorzi furono presieduti da Giovanni Battista Casalini, a lungo presidente anche del Consorzio Santa Giustina.

    3 Per la Bonifica Polesana intervennero il commissario Antonio Cantutti, il segretario Bononi e l’ing. Marchi; per la Bonifica Padana Gustavo Bazzani e l’ing. Pedinelli; per il Santa Giustina il presidente G.B. Casalini e il deputato Pietro Ferrari; per il Bresega lo stesso Casalini, il deputato Ermenegildo Gasparetto e il segretario Ubertone; per il Campagna Vecchia Inferiore il presidente Luigi Crocco coi deputati Antono Campo e Marino Marinelli; per Campagna Vecchia Superiore il presidente Luigi Nagliati; i consorzi di Pontecchio e Due Selve, Gavello e Dragonzo e Borsea sono rappresentati dal segretario Napoleone Candiollo (Archivio del Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco, Archivio del Consorzio Bresega, b. 99, verbale della seduta 17 novembre 1917).

  • “Campo natura” nel delta

    Nei mesi scorsi la cronaca provinciale ha più volte portato alla ribalta l’ipotesi di un maxi-progetto turistico, di grande impatto invasivo, da realizzare nel nostro delta. Agli entusiasmi dei pochi, si sono contrapposte ampie deplorazioni nei confronti di un intervento destabilizzante sul piano ambientale nonché velleitario sotto il profilo economico. Dopo tanto rumore, il progetto, che prevedeva di utilizzare le valli da pesca per una sorta di Europa in miniatura, sembra essersi eclissato.

    A fronte di tanto scompiglio, è invece passato quasi in sordina un progetto sicuramente contenuto, in sintonia con le valenze turistico-ambientali del delta, che si prevede potrà essere realizzato entro il prossimo anno nel comune di Porto Tolle. Ne ha parlato Pierantonio Macola, imprenditore di punta nel settore, artefice fra l’altro della realizzazione di villaggio Barricata.

    “Campo natura è un progetto che punta su un turismo ambientale soft, che nasce da un’esigenza – ha osservato Macola – che coinvolge intere famiglie che utilizzano le loro vacanze coniugando relax, divertimento e riscoperta dell’ambiente attraverso momenti fatti specialmente di rapporti diretti e incontri con i protagonisti che vivono in prima persona un territorio per tutto l’anno.”

    Da queste premesse, a partire dallo scorso giugno 2007, si è messo all’opera un articolato gruppo di lavoro con l’obiettivo di creare un’attrazione unica in Europa in grado di integrare le tipicità del territorio con le attività produttive e gli operatori presenti nel delta polesano. Oltre a Confindustria Rovigo partecipano al progetto tra gli altri Eddi Boschetti e Giada Milan di WWF – Sezione Rovigo, Isabella Finotti per Aqua – I Viaggi nel Delta, Paolo Mancin Presidente del Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine, l’ing. Lino Tosini Direttore del Consorzio di Bonifica Delta Po Adige e l’architetto Giovanna Mar. Al progetto hanno preso parte anche i principali tour operator internazionali, già coinvolti nel recente passato nella promozione di Villaggio Barricata.

    “Campo Natura” prevede la creazione di un campus rivolto ai ragazzi ospiti delle strutture recettive di Porto Tolle e dei comuni limitrofi, facendoli partecipare a veri e propri laboratori all’aria aperta, dove esperti conoscitori del territorio, permetteranno loro di svolgere un percorso che li avvicini alle attività di salvaguardia delle specie animali di quest’area, attraverso momenti sia informativi che pratici, e regali loro allo stesso tempo occasioni di convivialità. L’iniziativa vedrà i ragazzi impegnati in percorsi da due giorni ad una settimana, mentre i loro genitori saranno ospitati dalla ricettività di Porto Tolle e degli altri comuni della zona.

    Il Campo Natura, situato nei pressi della Sacca degli Scardovari in un’area formatasi di recente grazie all’opera di vivificazione del Consorzio di Bonifica Delta Po Adige, sarà completamente accessibile ai diversamente abili e prevedrà al suo interno itinerari pedonali e ciclabili, percorribili dopo aver lasciato l’auto in appositi parcheggi scambiatori, nonché torrette di osservazione, zone panoramiche e centri didattici.

    L’area rimarrà inoltre a disposizione della comunità di Porto Tolle come punto d’incontro e luogo dedicato alla formazione sui temi naturalistici.

    L’iniziativa prenderà ufficialmente il via nella primavera 2009: una volta a regime il Campo Natura potrà ospitare fino a 120 ragazzi e porterà ad una destagionalizzazione del flusso turistico in arrivo a Porto Tolle, arrivando a coprire quasi l’intero anno.

    “I mercati nazionali e internazionali – ha sottolineato Macola – hanno dimostrato di recente di premiare nuove formule turistiche legate all’ambiente e alla natura e capaci di coniugare l’aspetto del divertimento e della vacanza con un’esperienza formativa. Il futuro del Delta del Po guarda verso la nuova formula dell’albergo diffuso, che vede una recettività estesa su tutto il territorio organizzata in campeggi, villaggi, bed&breakfast e agriturismo. Il progetto Campo Natura è complementare all’offerta ricettiva comunale ed è lo strumento di marketing territoriale più avanzato che permetterà di presenziare a fiere nazionali e internazionali non più con l’offerta di semplici soluzioni ricettive, ma con un’esperienza turistica completa, allineata alle più moderne tendenze europee”.

  • Corte Morarolo

    Sulla strada che da Adria porta a Bellombra, precisamente al ponte del Diavolo, si trova una vecchia casa, classico esempio di architettura rurale. È semplice e maestosa nello stesso tempo, anche se ormai in stato di visibile degrado. Del resto tutte le vecchie case rurali o sono ridotte in questo stato o sono sparite. Il clima molto umido, il terreno impregnato di acqua o le trasformazioni della bonifica sono agenti che a poco, a poco sgretolano e alla fine distruggono. Non siamo purtroppo nelle condizioni dei climi caldi-secchi dell'Egitto o della Giordania dove millenari edifici resistono allo scorrere del tempo.

    L'edificio si presenta come una grande costruzione di pianta rettangolare. Il prospetto frontale si sviluppa in altezza su due piani, più il granaio nel sottotetto. Degli originali elementi architettonici e decorativi sono rimaste tracce nelle due alte canne fumarie simmetriche che sporgono dalla parete come dei contrafforti e che si concludono in forme uguali. Queste imprimono slancio alla facciata dalla eccessiva simmetria. Con le canne fumarie esterne, un terrazzo in ferro battuto sopra la porta d'ingresso costituisce il secondo elemento architettonico della modesta ma decorosa costruzione, abitata non dal padrone del fondo ma dal "castaldo". Armonioso è il tono cromatico, dato dal contrasto fra il colore rosso bruciato delle tegole del tetto e delle due canne fumarie e quello chiaro della facciata.

    La costruzione appartiene alla campagna detta "Il Morarolo". Perché si chiami così, non si sa. Qualcuno ritiene che derivi dal termine "moraro", voce dialettale che sta per "gelso". Si pensa quindi ad un albero segna-confine. Nel Medio Evo era consuetudine piantare alberi come linea di confine fra proprietà. I contadini li ritenevano sacri e li veneravano.

    La seconda ipotesi risale alla pratica dello sfruttamento naturale del sale, che si ricavava dalle valli salse che erano una caratteristica di questi territori nel Medio Evo. Ed infatti in quell'epoca il "morarium" era la vasca di prima evaporazione dell'acqua salina. L'esistenza di saline in loco è provata da atti notarili del tempo che danno precisa descrizione del ciclo produttivo del sale.

    È forse più plausibile questa seconda ipotesi, ma la prima è più suggestiva perché unisce e confonde realtà e religiosità, le due dimensioni dell'uomo. Comunque sia, "Il Morarolo" è un pezzo di vita e di storia; è documento e testimonianza di un mondo contadino spinto nel passato dalla moderna civiltà industriale e tecnologica.

    Al "Morarolo" bisogna accostarsi con un atteggiamento reverenziale: chi lo visita, e sa ascoltare, sente voci di uomini e di donne, grida di bambini, rumore di carri, versi di animali….

    NOTA

    Sacralizzare i confini è pratica che si perde nei tempi. A Roma, otto secoli prima di Cristo, il re Numa Pompilio introdusse il culto del dio Terminus quale custode e difensore dei confini delle rispettive proprietà. Era questo un elemento di civilizzazione in una società che stava diventando stanziale da pastorale. Anche il diritto romano-barbarico e la Chiesa prevedevano pene assai severe per chi toccava i confini. Sulla sacralità del confine si sono fondate pratiche di superstizione. Se l'agonia di un moribondo si protraeva a lungo, ciò accadeva perché si riteneva che questi avesse violato la sacralità del confine. E allora per accelerare il trapasso si mettevano sotto il letto del moribondo un mattone o un coppo. Può essere plausibile questa spiegazione, tenuto conto che il nostro territorio era continuamente invaso dalle acque ed oggetto di bradisismi per cui un albero soltanto restava come segnale di confine.

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