È ben noto come 150 anni fa, nel corso del 1858, Camillo Benso conte di Cavour abbia portato a termine il suo progetto di alleanza del Regno dei Savoia con la Francia, sottoscrivendo a Plombières l’accordo con Napoleone III. Patto che l’anno successivo avrebbe portato l’imperatore a scendere in campo con l’esercito francese a fianco di quello piemontese contro l’Austria, con la conclusione vittoriosa della Seconda Guerra di Indipendenza.
Molto meno noto è che, nello stesso anno, anche un rodigino fu ammesso a conferire con l’imperatore dei francesi, ottenendo anch’egli un importante sostegno per il proprio progetto.
Si tratta di Giovanni Miani (nato a Rovigo nel 1810) che nel 1858 riuscì ad ottenere da Napoleone III armi, munizioni e una dotazione di denaro per una spedizione nell’Africa nera, ideata con l’obiettivo davvero ambizioso di scoprire le sorgenti del Nilo.
È intuibile il motivo che portò il Miani a puntare sulla Francia per un sostegno determinante al suo sogno. L’egittologia era infatti nata proprio in Francia, dopo la spedizione militare di Napoleone Bonaparte. La quale, se non aveva portato frutti sul piano politico-militare, aveva dischiuso l’interesse per l’affascinante mondo dei faraoni. E si dovette proprio ad un ufficiale dell’esercito napoleonico, J. F. Champollon, la prima decifrazione dei geroglifici, grazie al ritrovamento della famosa stele di Rosetta.
Ovviamente Miani preparò adeguatamente il terreno prima di poter accedere all’incontro con l’imperatore, facendo stampare a Parigi una mappa che indicava le supposte origini del Nilo in una mitica regione biblica dell’Africa, detta dell’Offir, ove dovevano trovarsi i favolosi tesori di re Salomone. Una mappa che, accanto ad aspetti fantasiosi, presentava importanti dettagli di valore scientifico, tanto da attirare l’attenzione della Società Geografica di Parigi che, dopo un incontro col Miani, lo accettò come proprio membro. Credenziali importanti queste per il Miani, onde poter essere ammesso al cospetto dell’imperatore. E Napoleone III, non alieno da miraggi di grandezza, subì certamente il fascino del rodigino, grande sognatore dotato di buona loquela, e gli accordò il richiesto sostegno finanziario.
Miani aveva 48 anni, era nel vigore delle sue forze e alla base del suo sogno c’era una preparazione culturale non troppo ordinata, ma sicuramente vasta, tanto da permettergli di spaziare in vari ambiti, da quelli musicali (prima sua grande passione), a quelli linguistici, storici, etnografici, astronomici ed altri ancora. Determinato nel perseguire i propri obiettivi, sapeva rapportarsi proficuamente con le massime autorità del tempo.
Dopo il fruttuoso incontro con Napoleone III, Giovanni Miani ottenne di essere ricevuto dal Kedivè (viceré) egiziano, che pure si mostrò subito interessato all’impresa. La scoperta delle sorgenti del Nilo avrebbe infatti realizzato un sogno antichissimo: quello del controllo da parte dell’Egitto su tutto il corso del grande fiume, dalle sorgenti alla foce, un sogno che nemmeno i faraoni, nell’epoca più splendida del grande regno, erano riusciti a coronare.
Ma Miani, come giunse ad ipotizzare un’impresa tanto ambiziosa quanto pericolosa?
L’infanzia e la giovinezza
È davvero particolare la storia personale dell’esploratore, che a Rovigo ebbe i natali il 17 marzo 1810 e che nel capoluogo polesano visse i primi quattordici anni della sua vita. Anni sicuramente amari, caratterizzati da ristrettezze ed angherie, essendo egli figlio di una ragazza madre, la quale lo aveva lasciato in custodia presso alcuni parenti, mentre lei, per assicurarsi il necessario per vivere, si era portata a Venezia, al servizio del nobile Alvise Bragadin.
Quante volte Giovanni Miani durante la sua infanzia si era sentito apostrofare col tagliente nomignolo di “bastardo”! Quante volte i parenti, tutt’altro che affettuosi, gli avevano rinfacciato di mangiare più di quanto garantisse il sostegno economico che la madre mandava!
Ma improvvisamente un magico risveglio1: Giovanni, cresciuto a Rovigo, tra privazioni, umiliato e demotivato, scontroso e ribelle, all’età di 14 anni vide inaspettatamente dischiudersi un mondo nuovo. Fu chiamato a Venezia nella nobile dimora del Bragadin, il quale, privo di figli, lo prese a ben volere, assicurandogli una istruzione completa in varie discipline che comprendevano le lettere, le lingue, la matematica, le scienze, la musica, le arti marziali e il disegno.
Solo dopo quattro anni, nel 1828, morendo il Bragadin, il diciottenne Giovanni Miani si trovò designato come erede dei beni del nobiluomo veneziano da dividere con un altro giovane, il figlio dell’amministratore.
Un cambiamento repentino della sorte permette dunque al giovane rodigino, che aveva vissuto un’infanzia tra ristrettezze ed umiliazioni, di disporre di un patrimonio in grado di dischiudergli le porte alla bella vita, ai viaggi, alle facili avventure amorose, ma anche a progetti impegnativi, sostenuti da una fertile fantasia e forse scaturiti da un prepotente senso di rivalsa covato fin dai tristi anni dell’infanzia.
Una vita irrequieta
Gli eventi storici hanno su di lui un’attrazione fatale, cosicché nel 1838 raggiunge Milano per assistere all’incoronazione dell’imperatore Ferdinando d’Austria a re del Lombardo Veneto, poi, nel 1840, a trent’anni lo troviamo in Spagna nel corso di una guerra interna, pronto ad imbracciare le armi a favore della regina Isabella di Spagna e a comporre un inno che fu cantato nel giorno della vittoria. Poi eccolo nel dicembre dello stesso anno a Parigi, raggiunta per assistere al corteo nei Campi Elisei per accogliere solennemente il ritorno in patria delle ceneri di Napoleone.
Si fanno frattanto sempre più vivaci i suoi interessi in campo musicale. Folgorato da una sorta di brama enciclopedica, si porta a Londra per approfondire le conoscenze musicali, poi raggiunge la Scozia, successivamente lo troviamo a Torino e poi a Venezia dove in pochi giorni compone un’opera lirica, ambientata al tempo delle crociate, intitolata “Un torneo a Tolemaide”, che tosto fu messa in scena a Padova.
La consistente messe di materiale raccolto in campo musicale gli fa concepire l’idea di dare alle stampe una grandiosa opera enciclopedica: “La storia della Musica di Tutte le Nazioni dal principio del Mondo”. Un’iniziativa questa che fa luce sul carattere esuberante del Miani, facile ad accendersi per entusiasmi non sempre sorretti da valutazioni realistiche, tanto che l’iniziativa, destinata al fallimento, fagocitò buona parte delle sue sostanze.
Ma ben presto è il sacro fuoco della patria ad accendersi: nel 1848 Miani è a Roma in attesa che Pio IX dia vita al programma giobertiano, assumendo un ruolo guida nella realizzazione della nuova Italia. Ma le speranze restano deluse e quindi eccolo accorrere a Venezia, dove è stata proclamata la repubblica, pronto a combattere contro gli austriaci2.
L’infausta conclusione della prima guerra di Indipendenza e la resa di Venezia lo inducono ad una decisione clamorosa: abbandonare l’Italia alla volta di Costantinopoli, capitale dell’impero turco, dove riesce a procurarsi una scrittura teatrale. Ben presto si sposta però in Egitto, e al Cairo trova da vivere come precettore nonché come fiduciario di un latifondista di origini ebraiche, per conto del quale segue alcune piantagioni di riso.
Nel frattempo si accende l’interesse per l’antica scrittura dei geroglifici: si iscrive pertanto a corsi di egittologia, senza mai abbandonare la sua passione per la musica, né rinunciare completamente al progetto di opera universale a cui aveva già dedicato non poco tempo e sostanze. Un ritorno di fiamma questo che lo indurrà a lasciare l’Egitto per raggiungere Parigi dove avrà modo di frequentare dei corsi di acustica alla Sorbona.
Una vita irrequieta dunque quella del Miani, caratterizzata da continui spostamenti in relazione all’affacciarsi di nuovi quanto improvvisi interessi. E per un progetto che naufraga, uno nuovo ne scaturisce, inducendo l’instancabile personaggio alla continua ricerca di un approdo che stenta a delinearsi chiaramente.
Ma alla fine è la suggestione dell’Egitto ad avere la meglio, cosicché nel 1853, lasciata Parigi, raggiunge Marsilia per imbarcarsi alla volta della terra del Nilo. Durante il viaggio non resta inoperoso: studia sestante, bussole e barometri, acquisendo conoscenze che qualche anno dopo saranno fondamentali per potersi spostare con cognizione nell’intrico della foresta africana. E ad Alessandria, dove trova sistemazione come docente di italiano e francese, approfondisce gli studi sull’orientamento, dedicandosi con passione all’astronomia, alla topografia, alla storia naturale, nonché all’apprendimento dell’arabo per potersi muovere con maggior padronanza.
Miani esploratore
Si delinea così il vero grande obiettivo da perseguire: esplorare territori sconosciuti per raggiungere le sorgenti del grande fiume.
La prima risalita del Nilo viene effettuata dal Miani nel 1857 in compagnia di due allievi. La navigazione (una sorta di prova generale per le successive imprese) lo porta a raggiungere l’Alta Nubia (l’attuale Sudan), dove l’esploratore rodigino acquisisce informazioni utili, che gli permetteranno di delineare una carta geografica con l’indicazione della zona delle possibili sorgenti del Nilo. Quella carta che l’anno successivo gli varrà il buon accoglimento in seno alla Società Geografica di Parigi e il sostegno finanziario di Napoleone III alla agognata spedizione nell’alto Nilo, nonché il benestare del Kedivè egiziano.
La via sembra spianata, ma ben presto si registrano alcune contrarietà, tra cui la scarsissima affidabilità dei collaboratori più stretti che mandano in fumo una parte delle risorse. Imperizia nella scelta da parte del Miani o mancanza di persone serie tra le poche disponibili ad un’avventura dai più non a torto stimata rischiosissima?
In ogni caso la prima vera spedizione ha inizio il 10 maggio 1859 partendo con due imbarcazioni dal Cairo, mentre in Italia da 11 giorni è iniziata la Seconda Guerra di Indipendenza.
Fin dall’avvio si intensificano gli screzi con i collaboratori. Ma per fortuna Miani trova due occasionali compagni di viaggio: gli italiani Orazio Antinori e Pompeo Zucchi, con i quali condivide la maggior parte del tempo, trasferendosi addirittura nella loro barca mentre il convoglio risale il Nilo.
Miani è pienamente consapevole della particolarità della sua impresa ed annota scrupolosamente ogni cosa su un diario personale: sembianze del paesaggio, aspetti climatici (fino a 50° all’ombra e mancanza di vento che costringono l’equipaggio a trainare le barche con grosse funi), caratteristiche dei villaggi, usi, costumi, tradizioni; sottolinea la bellezza e la disponibilità di un gruppo di danzatrici, ma anche dà spazio a sfoghi personali nei confronti dei collaboratori irrispettosi ed indisciplinati.
Il 1° Giugno viene raggiunta Assuan, dove Miani si ferma ad ammirare il Colosso di Ramsete. Qualche giorno dopo è a Dongola, luogo piacevolissimo, ricco di giardini deliziosi e di donne seminude e compiacenti. Occorre frattanto lasciare le barche per proseguire lungo il deserto noleggiando 40 cammelli.
Il 20 luglio viene così raggiunta Khartoum, dove l’accoglienza da parte dei residenti di origine europea è splendida, tanto che Miani, licenziati con una sorta di buona uscita i collaboratori poco affidabili, decide di accettare l’invito dei nuovi amici di compiere una lunga escursione nel Sennar lungo il Nilo Azzurro, sperando nel frattempo di superare lo stato febbrile che lo debilitava. Si susseguono giorni spensierati tra osservazioni ornitologiche, battute di caccia, annotazioni dei costumi caratteristici dei vari villaggi, fino al ritorno a Khartoum che avviene il 7 novembre, e solo allora Miani riceve informazioni relative alla Seconda Guerra di Indipendenza, annotando il suo disappunto di patriota italiano per la pace di Villafranca sottoscritta da Napoleone III l’8 luglio, senza il completo raggiungimento degli obiettivi previsti.
Quasi un mese passa per i preparativi del viaggio che d’ora in poi sarà veramente impervio e pericoloso anche per l’ostilità di molte tribù, per cui, oltre ai portatori e agli interpreti, è necessario dotarsi di una scorta armata. Le barche di Miani lasciano Khartoum il 5 dicembre tra brindisi augurali e spari a salve. La salute non assiste l’esploratore soggetto a dissenteria e forti attacchi di febbre. Ma la sua determinazione è incrollabile e non gli manca la forza per esercitare l’autorità necessaria per scongiurare defezioni. Puntuali si susseguono le sue descrizioni dei villaggi e delle situazioni incontrate (i Niam-niam si presentano docili, i Kik piuttosto selvaggi).
Più la spedizione procede, più aumentano le difficoltà ambientali e di approvvigionamento dei generi alimentari. L’ultimo villaggio conosciuto da europei è Gondokoro, raggiunto il 28 gennaio 1860, da poco abbandonato dai missionari per lo stato di ribellione armata dei nativi. La miseria è estrema e le donne – annota Miani – vendono le figlie per un sacchetto di frumento. Dopo una sosta di circa un mese per far fronte a vari problemi (dalle difficoltà di navigazione, ai ricorrenti tentativi di insubordinazione; dalla necessità di reperire alimenti, ad una infermità del Miani azzoppato da una brutta ferita ad un piede) la carovana di circa 250 persone riprende il viaggio, avanzando in un ambiente quanto mai ostile anche per le sempre più copiose piogge equatoriali.
A fine marzo viene raggiunto il villaggio di Galuffi (nell’attuale Uganda). E qui la stanchezza, le malattie, l’inclemenza del tempo e le distorte informazioni ricevute inducono Miani a decidere il ritorno, rimandando all’anno successivo la conclusione della missione per raggiungere le sorgenti del Nilo. Suggestiva e solenne la cerimonia di saluto, ma più importante dal punto di vista storico-geografico l’iniziativa di Miani di incidere su un grande albero di Tamarindo data e nome, nella consapevolezza che nessun europeo si era spinto tanto avanti nell’esplorazione dell’Africa nera. L’“albero del viaggiatore”, o “l’albero di Miani” così sarà indicato per decenni nella cartografia dell’Africa equatoriale il luogo raggiunto da Giovanni Miani, indubitabile testimonianza del primato della sua impresa.
La via del ritorno è imboccata il 29 marzo 1860 e subito si presenta molto difficoltosa. Le piogge torrenziali hanno ingrossato a dismisura i torrenti il cui superamento si rivela difficile, con perdita anche di parte delle attrezzature. Stanchezza e nervosismo complicano la situazione e un litigio con un capo tribù sbocca in una crudeltà difficilmente comprensibile: Miani, ormai esausto, ordina di far fuoco sugli indigeni, di distruggere il villaggio e continuare la marcia.
La carovana il giorno 11 aprile entra infine a Gondokoro dove si fa festa per due giorni. Poi il viaggio riprende, ostacolato dal ripetersi di spaventosi uragani e da attacchi di febbre violenta che debilitano l’esploratore, il quale però resiste con forza d’animo ad ogni avversità fino all’arrivo a Khartoum, dove, il 22 maggio, viene accolto festosamente dalla comunità di europei e ristorato con buon cibo per rimetterlo in forze.
Abbastanza avventuroso si presenta anche il rientro al Cairo, iniziato con una navigazione fluviale il 15 luglio, poi con l’attraversata di un’ampia zona desertica fino al Mar Rosso, lungo le cui sponde (la egiziana e la araba con sosta a Gedda) si procede con navigazione marittima fino a Suez toccata il 22 agosto 1860.
Due giorni dopo giunge al Cairo con 14 casse di reperti e una carta dettagliata della sua esplorazione. E subito si prodiga per realizzare il suo obiettivo: trovare quanto prima i sostegni per una nuova spedizione. È necessario ripercorrere la via tracciata fino a Galuffi e di lì procedere per raggiungere le mitiche sorgenti del grande fiume.
Al Cairo tutto sembra andare per il meglio. L’eloquenza del Miani, unita alla sua determinazione, conquistano Scerif Pascià ministro degli esteri egiziano, che ottiene un mandato dal viceré affinché a Khartoum vengano forniti all’esploratore mezzi e scorte militari.
La nuova spedizione prende il via il 2 dicembre 1860. Miani entusiasta riparte dal Cairo dopo essersi informato delle vicende italiane, ed aver appreso con soddisfazione il successo dell’impresa di Garibaldi. Tappe del viaggio: Assuan ed Abu Simbel (13 gennaio 1861) con visita ai rispettivi templi.
I problemi nascono però ben presto a Khartoum, raggiunta il 17 febbraio, dove non trova l’attesa collaborazione del governatore, che a lungo temporeggia nel fornirgli l’occorrente del viaggio, eludendo gli ordini del kedivè. Miani, dopo sei mesi di inutile attesa, spazientito, il 4 luglio del 1861 decide di tornare al Cairo per informare di persona il viceré dell’infido comportamento del suo governatore. Nel frattempo alcuni dubbi di Miani trovano conferma: il governatore di Khartoum aveva di proposito ostacolato il suo piano, indotto a ciò da emissari britannici, onde favorire la spedizione degli inglesi Speke e Grant, anch’essi sulle tracce delle sorgenti del Nilo.
Il ritorno in Europa
Una terribile alluvione flagella frattanto l’Egitto: un disastro economico che richiede la massima attenzione del Kedivè, per cui Giovanni Miani decide di rinviare a tempi più propizi l’attuazione dei suoi progetti. Conviene tornare in Europa per trovare nuovi finanziatori.
E questa parentesi europea si presenta sicuramente interessante per Miani che porta con sé le famose casse con i cimeli raccolti e, nell’ottobre del 1861, può allestire una mostra a Firenze e poi, il 1° gennaio del 1862, a Torino.
Ma sarà a Venezia (raggiunta dopo un passaggio a Parigi e poi a Londra) che avrà i maggiori consensi. Alla città Miani dona le 14 casse di cimeli rari e stringe importanti amicizie, in particolare col cav. Lazzari direttore del Museo, che gli fa consegnare 1.000 fiorini per le spese di trasporto della collezione donata. A Venezia non gli mancano dunque i riconoscimenti che fugano l’iniziale diffidenza manifestata dalla città nei confronti di un personaggio tanto strano, che si aggirava con lunga barba bianca, vestito alla turca con turbante e barracano. Nella città lagunare Miani verrà anche gratificato dall’amore, sincero e disinteressato, dell’affittacamere Annetta Damin.
Anche il 1863 si apre positivamente con vari riconoscimenti ed attestati di stima, al punto che la Società Geografica di Vienna, lo invita per una conferenza che schiuderà a Miani le porte ad un incontro con l’imperatore Francesco Giuseppe, il quale si rivelerà prodigo nei complimenti e disponibile ad un sostegno ad una nuova spedizione.
Ma ecco, proprio a Vienna la notizia ferale: gli inglesi Speke e Grant hanno individuato le sorgenti del Nilo presso il lago Vittoria. “Questo fu per me un colpo mortale”, scrive Giovanni Miani, che cade in una preoccupante depressione, al punto che l’imperatore, avutone notizia cerca di sollevarlo offrendogli 1.000 fiorini perché si rechi di persona in Egitto a verificare l’attendibilità della notizia. Altri 1.000 fiorini gli vengono assegnati dal Municipio di Venezia e 600 dalla Camera di Commercio.
Ora non si parla che di Miani, il quale in breve diviene il rodigino più noto a livello europeo di tutto il secolo.
E gli aiuti continuano ad affluire da più parti. Viceversa in Egitto, nonostante l’interessamento che si premura a garantirgli il ministro degli esteri, seguitano a nascere problemi che forzano la sua permanenza a Venezia dove non gli mancano le premurose cure della convivente Annetta Damin, la quale inutilmente spera di trattenerlo presso di sé.
Miani non si dà per vinto e continua a verificare la possibilità di una nuova spedizione e a ricevere sostegni ed apprezzamenti, tra cui il titolo di “cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro”, attribuitogli da Vittorio Emanuele II nel corso del 1865.
Frattanto, nel corso del 1865, dall’Egitto gli giunge un’offerta di lavoro: organizzare un giardino zoologico a Khartoum. Non è quello che desidererebbe, ma l’occasione di portarsi in Africa, proprio nella città base per ogni spedizione, viene ritenuta un’occasione da non perdere. Si prospetta inoltre l’opportunità di seguire delle ricerche per conto di vari musei d’Europa.
L’ultima spedizione
A Khartoum il lavoro non manca, ma Miani è sempre in attesa dell’occasione propizia per avviare una importante spedizione. Riceve frattanto lettere affettuose da Annetta che sollecita un suo ritorno: sollecitazioni che cadono nel vuoto giacché il suo animo è completamente soggiogato dall’idea di una impresa che gli dia la meritata fama. Di quando in quando gli sembra di scorgere una possibilità propizia che poi però inevitabilmente tramonta. Frattanto gli anni passano e le forze cominciano a scemare, cosicché nel 1871, ormai sessantunenne, decide che non può più attendere.
L’impresa Ghattas ha frattanto programmato una spedizione nel Monbuttu, una provincia dell’odierno Congo-Zaire, alla ricerca di avorio. Miani decide di parteciparvi, stipulando un contratto in veste di ricercatore dello zoo di Khartoum.
La terza spedizione ha inizio il 15 marzo 1871. E quasi subito la navigazione si presenta difficilissima per i frequenti dislivelli del territorio: 16 giorni per guadagnare cento metri!, scrive Miani nel suo diario. Gli alimenti ben presto scarseggiano, c’è solo grano fradicio: il non più giovane esploratore è costretto ad arrangiarsi sciogliendo estratto di carne Liebig nell’acqua. L’insidia è rappresentata ora da piogge torrenziali, ora da miriadi di insetti, ora dai topi dai quali risulta impossibile difendere le provviste. La salute di Miani vacilla, una ferita alla mano sinistra gli provoca una paresi stabile al braccio. Nonostante tutto è impegnato in osservazioni scientifiche della flora e della fauna e nella redazione di una carta del territorio: “…sono italiano… andrò avanti”, scrive con orgoglio. Ma ecco la scoperta più mortificante: la ditta Ghattas è scarsamente interessata al recupero di zanne di elefante; l’obiettivo economico più redditizio è rappresentato dalla cattura di negri da vendere come schiavi. Nelle annotazioni di Miani nettissima è la condanna per gli scomodi compagni di viaggio di cui non si può liberare.
A novembre viene decisa una lunga pausa presso una stazione fluviale per la festa del Ramadan. È l’occasione per riprendere le forze e compiere osservazioni sugli usi locali. Poi a dicembre la marcia riprende e Miani arriva al nuovo anno profondamente debilitato. In una annotazione del febbraio 1872 afferma di aspettare tranquillamente la morte. La marcia frattanto non si arresta e, dopo che il mulo su cui cavalcava muore di stenti, gli viene fornito un toro per cavalcatura.
Il primo maggio incontra il re Munza, capo di un villaggio scelto per una sosta. Miani, con la sua lunga barba bianca e il comportamento indomito, suscita il rispetto e l’ammirazione dei nativi che fanno la fila per vederlo portandogli dei doni. Miani riprende le forze e le annotazioni nel suo diario, e fa issare una bandiera tricolore sulla sua capanna. Tra l’altro ci informa di aver ottenuto dal sultano due pigmei in cambio del proprio orologio.
Il 25 maggio ha inizio il viaggio di ritorno, mentre Miani sente progressivamente scemare le forze, finché ad ottobre avanzato decide di fermarsi in un villaggio del Monbuttu per attendere la fine. Qui passa gli ultimi giorni a costruirsi la bara e a dare disposizioni da eseguire dopo la sua morte.
Al momento del trapasso gli è vicino un soldato fedele, mentre tutta la tribù segue con trepidazione lo svolgersi degli eventi. Quando Miani spira, il capo tribù gli rende onore sparando a salve, poi gli fa tagliare la lunga barba per tenerla come ricordo. Nella tomba, assieme al corpo del “leone bianco” (così era soprannominato con deferenza dai nativi) viene posta l’inseparabile pipa e un vaso di tabacco. È il 21 novembre 18723.
NOTE
1 A proposito di questo improvviso quanto felice cambiamento di vita, nelle sue memorie Giovanni Miani così si esprime. “Mi svegliai (per così dire) nella illustre casa di S. E. Pier Alvise Bragadin”, espressione questa riportata in entrambi i testi consultati per la stesura del presente articolo: Graziella Civiletti Un veneziano in Africa, ERI Edizioni Rai, 1991; Gianpaolo Romanato (a cura di) Giovanni Miani e il contributo veneto alla conoscenza dell’Africa, Minelliana, 2006.
2 La proclamazione della Repubblica a Venezia avvenne il 22 Marzo 1848, data considerata sacra nella memoria di Giovanni Miani, il quale ogni anno, anche nel corso delle spedizioni, dedicherà al ricordo un patriottico momento commemorativo. Circa il ruolo alquanto particolare rivestito dal Miani nei giorni della difesa di Venezia, dove fu arruolato come artigliere, vedasi l’interessante saggio di Maria Teresa Pasqualini Canato “Giovanni Miani e i Moti del 1848-49” nel citato volume “Giovanni Miani e il contributo veneto alla conoscenza dell’Africa”.
3 La data della morte di Miani è presunta. Fu il missionario Daniele Comboni, circa un anno dopo, a stilare l’atto di morte, avendone solo allora avuta notizia. Nel documento il Miani viene definito “celeberrimus audacissimus eques”, a significare la grande ammirazione che l’esploratore aveva saputo suscitare tra i contemporanei. Vedasi: Gianpaolo Romanato, op. cit.