Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • Un abbraccio ai Veneti nel Mondo

    “S emo strachi ma contenti”. E’ stata colta al volo dal sindaco Fausto Merchiori la frase, pronunciata da uno dei giovani Veneti nel Mondo, sabato 30 settembre, mentre la delegazione al completo saliva scale dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Nella sala Oliva dell’Accademia si è infatti svolta un’importante tavola rotonda, ultima fase di una settimana ricca di incontri in tutta le regione da cui cento e più anni fa sono partiti, per non tornare, i predecessori dei giovani Veneti nel Mondo. E il sindaco di Rovigo ha voluto citare, durante il suo intervento, l’espressione spontanea, sottolineando l’emozione che gli aveva dato la frase pronunciata nella comune lingua veneta, tuttora viva e vegeta non solo nella nostra regione, ma anche nello stato del Rio Grande del Sud in Brasile. La consapevolezza dei forti legami che ancora uniscono la nostra terra con aree lontane è stata evidenziata dal primo cittadino, che ha sottolineato il proprio compiacimento per la scelta di Rovigo e del Polesine come sede dell’importante iniziativa sostenuta con determinazione dalla Regione Veneto. Un evento scaturito da un’idea progettuale nata in seno all’associazione Polesani n el Mondo, ed ottimamente coordinata da Marco di Lello, vicepresidente dell’Associazione. La giornata del Convegno, cui ha portato il suo caloroso saluto anche il presidente della Provincia Federico Saccardin, ha coronato una settimana di incontri, vissuta con intensità e vivo interesse da 14 giovani provenienti, oltre che dal Brasile, dall’Argentina, dall’Uruguay, dal Sudafrica, dal Canada e dall’Australia. Un’occasione particolare di conoscenza della terra dei loro progenitori non solo sotto il profilo storico ed artistico, ma soprattutto umano e di relazioni. Aspetti questi ultimi che dovranno costituire l’alimento fondamentale per irrobustire i legami tra le comunità dei veneti sparse per il mondo e la terra di origine. L’apertura dei lavori della mattinata presso l’Accademia dei Concordi è stata affidata a Don Valentino Tonin, presidente dell’associazione Polesani nel Mondo, che ha rimarcato l’utilità dell’iniziativa, da vedersi in un contesto di azioni finalizzate a migliorare il dialogo, con l’auspicio che questo porti la serenità dello spirito, quanto mai necessaria ai nostri giorni.

    L’assessore regionale ai Flussi Migratori Oscar De Bona ha poi evidenziato l’opportunità della legge regionale che disciplina i rapporti con le comunità dei veneti all’estero. Legge che prevede l’azione di un organismo di coordinamento denominato “Consulta dei Veneti nel Mondo”, della quale fanno parte i rappresentanti dei Comitati sorti in vari paesi dove vivono discendenti dei veneti colà emigrati. Attualmente i Comitati attivi sono 14. Da qui l’iniziativa che ha coinvolto i 14 giovani, rappresentanti della Consulta giovanile, ai quali – a conclusione dell’esperienza del soggiorno veneto – è stato affidato il compito di rinvigorire i legami con la terra dei padri. E’ seguito l’intervento del prof. Giorgio Franceschetti, delegato del rettore dell’Università di Padova, che ha relazionato su “La cooperazione interuniversitaria con l’America Latina”, basata sul binomio formazione e ricerca. Poi la relazione del presidente dell’Accademia dei Concordi Luigi Costato che ha trattato il tema “La riscoperta della radici in un mondo globalizzato – l’emigrazione e la storia”, evidenziando la trama di problematiche e dinamiche sociali che, dai tempi più antichi, hanno comportato le migrazioni di popoli e persone e sottolineando come nei paesi civili sia necessario impostare i rapporti tra residenti ed immigrati sulla base della tolleranza e della reciprocità degli atteggiamenti, ispirati dal rispetto delle leggi. Ha concluso la mattinata l’intervento di

    Giorgio Beghetto, vicepresidente della Consulta, veneto che risiede in Canada, il quale ha sottolineato l’importanza dell’azione della Regione Veneto a favore del mondo dell’emigrazione e le opportunità che nascono dall’infittirsi dei rapporti tra i veneti emigrati e la terra di origine.

    Lungo i rami del Po

    Il pomeriggio è stato dedicato ad un’escursione nel Delta del Po, durante la quale i giovani delegati sono stati raggiunti, da una troupe di RAI International a bordo dell’imbarcazione solcante i rami del grande fiume. E’ stata l’occasione per i delegati di parlare delle loro vicende di giovani discendenti di emigrati dal Veneto, delle loro speranze, dell’amore che all’estero le comunità degli emigrati dall’Italia provano per il loro paese lasciato, dell’importante opportunità di soggiorno vissuta con base di accoglienza presso la “Casa del Polesano” di Porto Viro. Una struttura ricettiva attivata un anno fa dall’associazione Polesani nel Mondo proprio per ospitare emigrati dal Veneto e loro discendenti e mantenere vivo il filo che li lega alla terra lasciata che mai si dimentica. Renzo Lando, rappresentante dei Padovani di Montreal, ha fatto sorridere quando ha parlato dei festeggiamenti della comunità veneta ed italiana per la vittoria della nazionale italiana nell’incontro conclusivo dei Mondiali di calcio. Con lui altri due delegati dal Canada: Sabrina Angaran e Giorgio Beghetto. Alvirio Tonet, esprimendosi nel tipico “talian” del Rio Grande, dove il 98% degli abitanti sono discendenti di emigrati dal Veneto, ha ricordato le vicende durissime vissute dai suoi progenitori, sempre vive in famiglia. Rodrigo Passarelo, ventenne studente universitario di S. Paolo, ha invece raccontato una storia completamente diversa: nella maxicittà brasiliana il ricordo delle radici si era del tutto affievolito. Solo cinque anni fa, all’età di quindici anni, quasi per caso, ha individuato le sue origini italiane. Da allora una folgorazione, un desiderio ardente di riannodare i fili con un passato che in famiglia era stato rimosso. Sono iniziate le sue indagini e ha scoperto che i suoi antenati erano partiti nei primi anni del ‘900 proprio da Rovigo. Impellente il desiderio di apprendere l’idioma dimenticato iscrivendosi ad un corso di lingua italiana. Poi l’attività all’interno dell’associazionismo veneto di S. Paolo, ed infine il grande regalo inatteso: essere scelto per far parte della delegazione dei 14 giovani invitati dalla Regione Veneto da tutto il mondo per una settimana di formazione con base alla Casa del Polesano di Porto Viro. E nella Casa del Polesano i giovani rappresentanti del Veneto nel mondo si sono conosciuti a fondo, intrecciando amicizie che non verranno meno: lo hanno ricordato Luisa Fusaro, residente a Buoenos Aires, An drea Boschiero dell’Uruguay, i tre rappresentanti provenienti dallo stato brasiliano di S. Caterina Guilherme Bortoluzzi, Vitor Fabris e Cinthia Mancini. Quest’ultima in particolare ha avuto modo, nella gita in barca, di vedere per la prima volta il territorio di Porto Tolle, luogo di partenza dei suoi avi. E ancora Antonella Serafin rappresentante del Sudafrica, Richard Cavallin del Venezuela e i delegati dall’Australia Alex Dal Santo e Robert Bonotto. Una settimana ricca di incontri quella vissuta dai giovani delegati che, partendo dalla Casa del Polesano di Porto Viro hanno dapprima raggiunto Venezia per una visita a Palazzo Balbi, accolti dall’assessore Oscar De Bona, e nei giorni successivi si sono trasferiti a Vicenza, Verona, Mestre e Treviso per incontri istituzionali, utili per gettare le basi di relazioni future. Un bilancio dell’impegnativa settimana conclusasi a Rovigo domenica 1 Ottobre con l’approvazione, presso il Museo dei Grandi Fiumi, di un documento di sintesi è stato così tratteggiato dal coordinatore dell’iniziativa Marco di Lello, vicepresidente dell’Associazione Polesani nel Mondo: “Grazie a questo incontro sono state gettate le basi per una programmazione futura dove i giovani potranno sviluppare progettualità in collaborazione con le associazioni storiche del Veneto e potenziare quella rete di contatti con tutti i giovani nel mondo”.

  • I Frati Cappuccini a Rovigo

    In ogni festività dell’anno liturgico, sia nelle grandi celebrazioni del Santo Natale o della Pasqua del Signore sia nelle domeniche del Tempo Ordinario, chi frequenta la Chiesa dei Cappuccini a Rovigo la vede sempre affollata di fedeli. Ci si può chiedere se ci sia una motivazione. Ebbene c’è, e forse è da trovarsi nell’atmosfera di accoglienza e spiritualità che questa Chiesa offre e nella disponibilità continua dei nostri frati a rispondere ai bisogni spirituali e materiali della gente.

    L’Ordine dei Cappuccini

    Sottolineato come questi umili religiosi siano chiamati ad una vita di assoluta povertà e di totale dedizione al prossimo, va detto che l’Ordine dei frati Minori Cappuccini nasce da una corrente di riforma dei Frati Minori Osservanti (distinti a loro volta dai frati Minori Conventuali con una Bolla di Leone X del 1517). Nel 1500, secolo dell’errore luterano e della Controriforma, i Francescani prendono un posto notevole nel ripristinare l’equilibrio spirituale del primitivo Cristianesimo in seno alla Chiesa Cattolica. Come? Con le armi di una vita rigorosa di penitenza e con l’amore. Le nozze con Madonna Povertà e il Cantico di Frate Sole ridestano nel popolo cristiano la spiritualità più innamorata che paurosa di Dio, aperta alla bellezza e alla gioia. L’Ordine dei Cappuccini viene riconosciuto ufficialmente da Clemente VII nel 1528. Gode di stima, ammirazione e popolarità nella società del tempo, affermandosi come una delle forze maggiori sia in Italia che in Europa. I Cappuccini si fanno amare per l’austerità di vita, il digiuno, la disciplina, le veglie, ma anche per lo zelo e l’impegno dei loro capi nel sopportare con pazienza ogni sorta di persecuzioni, l’ardore nel predicare la carità e nell’assistere gli appestati. Ottengono fiducia presso sovrani ed aristocratici ricevendo incarichi anche diplomatici. Con Gregorio XIII possono esplicare all’estero un loro attivissimo apostolato specialmente nella Francia secentesca 1. Le Costituzioni sono approvate nel 1536 e nel 1552 e l’osservanza della Regola diviene lo scopo della riforma dei Cappuccini, concretizzato in una vita condivisa tra poveri, umili, malati, moribondi, condannati a morte. Luigi XIV li chiamava “i frati della peste e del fuoco” per la loro presenza costante nei luoghi di calamità e pericolo 2.

    I Cappuccini oggi a Rovigo

    I Cappuccini, che tradizionalmente sono sempre stati in mezzo alla gente e sostenuti dalle autorità politiche e civili, continuano anche oggi, con lo spirito contemplativo ed apostolico delle origini, un servizio nella Chiesa, umile, nascosto, generoso, gioioso, spesso eroico, perseguito con la santificazione personale, la preghiera individuale e comunitaria, la povertà mendicante secondo la Regola, l’intenzione e lo spirito di San Francesco, la disponibilità al ministero della predicazione in città e nelle parrocchie e delle confessioni, l’assistenza ai malati e ai soldati, l’attività in terra di missione. E’ quanto attesta fra’ Silvano Galuppi, Guardiano del Convento di Rovigo, di squisita semplicità e vicinanza alle persone considerate fratelli e sorelle. I frati sono diminuiti, rispetto al passato, afferma, in Convento attualmente ce ne sono 14, 11 sacerdoti e 3 fratelli laici, ma le attività sono quelle di sempre: celebrazioni, predicazioni, accoglienza ai poveri, soprattutto con la mensa, momenti di preghiera aperti a tutti, confessioni, adorazioni, celebrazioni delle ricorrenze francescane (Stimmate, Festa di San Francesco, Perdon d’Assisi…), sostegno ai parroci nelle missioni popolari, ritiri in Convento di Gruppi che lo chiedono. Sono molto amati per la semplicità, lo stile di vita essenziale e fraterno (vita di comunità), facilità di dialogo, capacità di cogliere il peso delle sofferenze, dei drammi umani, disponibilità ad ogni richiesta della gente. Riguardo alla Pastorale, oggi i frati sono inseriti nella Chiesa con il carisma francescano proprio dell’Ordine. Il Guardiano coordina la vita della fraternità dove ognuno ha un ruolo nel servizio. In un territorio povero di fede com’è il Polesine, i Conventi di Rovigo, Lendinara e Adria, fra le altre, hanno finalità vocazionale molto importante per la Diocesi, in particolare per la presenza del Seminario. La Provvidenza non ha mai fatto mancare il dono delle vocazioni alla vita francescana, anche se si sente, come per la Chiesa in generale, il calo dovuto principalmente allo stile di vita secolarizzato che oggi allontana da Dio. La vita dei frati, ribadisce fra Silvano, dipende da Colui che è il Padre di tutto, noto con il nome di Provvidenza, che assicura il necessario non solo ai frati ma anche a tutti coloro che bussano al Convento. Le difficoltà che i frati possono incontrare sono le stesse della società attuale, in cui nuovi poveri, non solo extracomunitari, sono una realtà in Italia e anche in Polesine. Nel Convento c’è fra Arcangelo, atteso dalla gente, il quale da oltre 35 anni gira il Polesine per la questua. E’ una figura di straordinaria semplicità che raccoglie la carità dei generosi polesani, ai quali dà parole di saggezza, fede e speranza. In città la carità è caratterizzata dall’antica tradizione dell’offerta del pane per i frati e i poveri. Il rapporto con il Vescovo e i Sacerdoti delle parrocchie è ottimo e in sintonia con il Progetto Diocesano, come quello con le autorità civili che si può definire amichevole, sapendo che possono contare sui frati per il servizio anche civile offerto alla gente della città.

    Sulle orme di S. Francesco

    Ma è lecito chiedersi quando sono approdate tra noi queste testimonianze di santità. Allora si deve ritornare sulla linea del tempo e far riferimento agli scritti di Francesco Bartoli 3, del canonico Ramello 4, di Nicolò Biscaccia, eruditi rodigini del XVIII e XIX secolo, dai quali veniamo a sapere che la presenza dei seguaci del Santo d’Assisi a Rovigo e in Polesine è rilevante ed articolata. Risalgono infatti al 1200 le prime fondazioni di Minori Conventuali a Rovigo (Chiesa del Cristo e S. Francesco) e a Lendinara; nel 1400 si incontra la stessa famiglia francescana ad Adria, Badia e Fratta Polesine. Nel Cinquecento giungono appunto i Cappuccini che fondano il Convento di S. Michele nel borgo S. Bernardo, area poi occupata dall’ex Istituto Magistrale” C. Roccati” (ora Liceo Sociopsicopedagogico e Liceo Artistico). Nei primi decenni del secolo successivo essi aprono case a Lendinara e a Badia. Nel medesimo secolo si ha una comunità francescana dei Minori Riformati ad Adria e ad Ariano, mentre a Lendinara in S. Biagio vengono accolti i Minori Osservanti, detti comunemente “zoccolanti”. L’unica presenza femminile è costituita dalle terziarie francescane di Rovigo, chiamate anche le “muneghette” 5. Alcuni Conventi vengono chiusi già in periodo medioevale, altri soppressi dalla Repubblica Veneta nel 1769, mentre tutti conosceranno la soppressione in forza delle leggi napoleoniche 6. L’arrivo stabile in città di una famiglia di Cappuccini, nella seconda metà del Cinquecento, è desiderata con insistenza dalla popolazione e dal Vescovo Canano, che ravvisava in quei frati un validissimo aiuto alla sua opera di rinnovamento. Il Convento stesso dei F.F. Minori Cappuccini viene edificato con gli aiuti dei fedeli della città. Nelle fonti si legge: “Nel 1564 il Magnifico Consiglio della città di Rovigo incaricava due cittadini di scegliere il luogo per costruire un convento dei Cappuccini; ma non essendo questi riusciti a trovarlo, con decreto del 27 settembre 1567, fu assegnata ai Cappuccini un’elemosina di 200 ducati con i quali essi acquistarono in seguito il terreno per il loro convento e per la chiesa”. Sorge così un piccolo Convento nel borgo (già citato), chiamato S. Bernardo, aperto nel 1568 7. Era di proporzioni molto modeste, basso, angusto, proprio in una bassura, di scarsi mezzi e poco frequentato. “Per l’inclemenza del clima” nel 1617 viene abbandonato. I Padri, approfittando di un legato fatto a loro favore dal defunto Carlo Battaggia (fondatore e benefattore del pio luogo delle Zitelle), acquistano dell’altro terreno, demoliscono il primo Convento e riedificano dalle fondamenta il Convento con locali più ampi, più decorosi, più salubri, consoni alle necessità dell’Ordine. Attigua al Convento viene pure fatta costruire una chiesetta, ora chiusa al culto, dedicata a S. Michele Arcangelo e consacrata dal Vescovo di Adria, Ubertino Parafava, il 28 settembre 1625. L’Ordine trova così la via libera per svolgere tranquillamente la sua missione, accrescendo rinomanza nella sede rodigina. In tale momento di favore i cittadini, senza distinzione di classe, si recano alle funzioni che i Frati promuovono, attratti dal desiderio di un po’ di pace, in un tempo di dissidi e odi politici. Parecchi abbracciano la vita cappuccina e l’edificio comincia a non bastare più. Nel 1744 vengono costruiti nuovi locali fra cui la biblioteca. Per la maggiore larghezza di mezzi, di programma di fede e di assistenza al prossimo sofferente, il Convento di Rovigo è ritenuto degno dai Superiori dell’Ordine di diventare sede di noviziato dei chierici e anche di studio di Teologia morale. In tal modo il Convento concorre a fare nel 1700 di Rovigo un ottimo centro di attività intellettuale e culturale.

    Dopo la soppressione napoleonica

    Con la soppressione del 1810, anche i Cappuccini devono abbandonare il Convento e la città. Non riescono a portar via tutto e molti documenti sono distrutti o dispersi per cui poco è rimasto a testimonianza del rigoglio di quella organizzazione religiosa in Polesine e in Rovigo. Il Demanio cedeva il fabbricato dei Frati al Municipio che nel 1819 lo adibiva a “Ospizio dei poveri”. Ma, passata la bufera napoleonica, i Cappuccini possono rientrare in città.

    Il ritorno dei Frati è caldeggiato dal Vescovo Molin che vedeva in loro l’utilità delle prestazioni. Ma anche il notabile Giacomo Giro, si adopera per gli amati Cappuccini. Infatti detta, a favore del Municipio, il lascito di una sua proprietà, situata a S. Bartolomeo, a condizione che venga ridata ai Frati l’antica sede di S. Michele. Ciò desta la simpatia di tutto il paese e il consenso del Municipio che da una parte risolve il problema di ricoverare la povera gente nel complesso di S. Bartolomeo, e dall’altra vede soddisfatto il desiderio di riavere i Cappuccini.

    Così, nel 1847 i Frati fanno di nuovo il loro ingresso nella nostra città. Il convento viene radicalmente restaurato con l’aiuto dei fedeli e riaperto con grande solennità nel 1851. Ma per le esigenze cresciute e i locali divenuti di nuovo insufficienti, i Cappuccini decidono di trasferirsi individuando un luogo adatto nella campagna oltre Porta Arquà in via Tassina (ora via Cappuccini). Il terreno era stato donato da un generoso benefattore, volutamente rimasto anonimo.

    Il nuovo complesso monacale

    Nel 1887 vengono poste le fondamenta della nuova Chiesa con annesso Convento, dedicando il nuovo complesso monacale a San Lorenzo da Brindisi. Con povertà di mezzi disponibili, tra enormi difficoltà, l’opera prosegue per lo spazio di circa un settennio. Alla fine del 1892 il Convento viene inaugurato dal padre Angelo d’Aviano, che ne era stato l’umile e grande animatore, prendendo possesso ancor prima di essere terminato. Il Vescovo Polin, che aveva largheggiato in donazioni per il suo compimento, lo benedice.

    Scoppiata la Prima Guerra Mondiale, nel 1917, a seguito della disfatta di Caporetto, i Frati devono cedere la loro sede alle autorità militari. Poi, cessate le tensioni politiche, presenti anche nel nostro territorio a seguito della guerra, possono di nuovo intraprendere l’azione di ascesa morale e spirituale.

    Dal 1895 il Convento diviene sede anche del Seminario Serafico “Lorenzo da Brindisi”, che dal 1937 occupa un nuovo edificio collegato al Convento stesso, sorto su un appezzamento di terreno donato all’Ordine da un Lorenzoni di Lendinara. E’ una struttura moderna, comoda, rispondente a tutte le esigenze dell’igiene e della didattica 8.

    Il complesso Chiesa e Convento ha ospitato anche quanto i buoni Cappuccini sono riusciti a salvare di sacro. Bartoli e Ramello avevano elencato con tanta diligenza opere d’arte di vari autori, anche importanti, molte delle quali con le soppressioni andarono disperse 9. La Chiesa dei Cappuccini, autentica oasi di pace e di spiritualità, si presenta semplice, improntata nello stile francescano della tradizione, e si congiunge agli ambienti del Convento ricalcando modelli architettonici quattrocenteschi. Sulla facciata in due nicchie sono collocate le statue in terracotta di San Francesco e San Lorenzo da Brindisi. L’interno presenta un’unica navata ai cui lati si aprono quattro cappelle con volte a crociera. Nel presbiterio con volta a crociera si aprono due coretti laterali. Entrando, a destra, molto interessante è il busto di fra’ Angelo d’Aviano del 1917 in terracotta, l’unica opera presente nella Chiesa di Virgilio Milani, grande scultore rodigino che molto operò in città e in Polesine 10. Si tratta di una scultura che riproduce con geniale ispirazione le genuine fattezze espressive del padre fondatore della Chiesa e del Convento, “in giusta corrispondenza colla mente e col cuore” 11. Quasi tutta l’intera decorazione plastica in terracotta della Chiesa è opera, invece, di Giuseppe Milani, uno scultore di elevata sensibilità artistica, nativo di Battaglia Terme e vissuto a Rovigo nel secolo scorso. Nell’altare dedicato a Sant’Antonio due formelle rappresentano il “Miracolo dell’asino che si inginocchia all’Eucarestia” e la “Predicazione di San Francesco ai pesci” Queste opere, le uniche scolpite dall’artista Ermes Simili (1970) 12 in questa Chiesa, si inseriscono a compimento nel progetto decorativo stabilito dallo scultore Giuseppe Milani, scomparso nel 1958 13. Lo stile nel bassorilievo è quello di Milani, ma ammodernato sugli esempi della plastica contemporanea da Giacomo Manzù e a Emilio Greco 14. Molto bello è anche il gruppo scultoreo in terracotta rappresentante San Giuseppe con il Bambino Gesù. Decorano le cappelle della Madonna, di S. Giuseppe e di San Francesco bassorilievi morbidamente modellati nella corrispondenza di movimento, raffiguranti una splendida Annunciazione e Incoronazione della Vergine, ricca di grazia La fuga in Egitto, La morte di San Giuseppe, San Francesco che addomestica il lupo e San Francesco in estasi soccorso da un angelo 15. Percorrono le pareti perimetrali della Chiesa 14 Stazioni della Via Crucis di intensa drammaticità. Nel presbiterio, di efficace narrazione scenica, vi è un pannello in terracotta a bassorilievo con Cena in Emmaus posto sul paliotto dell’altare. L’artistico tabernacolo in rame dorato, a forma di tempietto, coevo alla costruzione della Chiesa, impreziosisce la collocazione del Santissimo. Sopra a questo si eleva al centro il grande Crocifisso, candido, in terracotta. Il Cristo, occhi vivi e bocca semiaperta, nello strazio composto dell’agonia, trasmette intensi sentimenti di pietà e speranza di salvezza.

    Numerose ed interessanti sono le opere a olio su tela collocate nei vari ambienti: Coro, Sacrestia, Corridoi, Cucina, Refettorio, Ufficio del Superiore, Sala capitolare.

    Il Complesso dei Cappuccini si completa con il Seminario “S. Lorenzo da Brindisi”, struttura di accoglienza vocazionale per ragazzi di Scuola Media di Primo Grado. E’ Direttore responsabile P. Matteo Saccanelli, mentre Coordinatore Didattico è P. Mario Violin, che cortesemente ci illustra gli aspetti qualificanti di questa Scuola Paritaria. Fin dall’inizio del Novecento i ragazzi (giunti ad un centinaio), provenienti dalle varie zone del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, percorrevano un cammino di ricerca vocazionale. Nel corso degli anni sono gradualmente diminuiti di numero. Nel 1968 il Seminario ha ottenuto il riconoscimento legale per le classi prima e seconda e nel 1970 anche per la classe terza. Oggi sono circa quaranta i ragazzi che frequentano questa scuola orientata su valori cristiani e culturali, secondo le direttive ministeriali e le esigenze dei ragazzi. Dopo la terza media essi possono proseguire gli studi e la ricerca vocazionale. A Thiene per la Scuola Media di Secondo Grado è attivo un Seminario con vari indirizzi statali e paritari: Liceo Classico, Istituti Tecnici e Professionali.

    Anche i genitori, che costituiscono il Consiglio d’Istituto, sono coinvolti nelle attività formative. I ragazzi, oltre alla preghiera e allo studio, sviluppano varie attività: teatro, giornale scolastico, viaggi d’istruzione. Gestore della scuola è l’Ente Provincia Veneta dei Frati Minori Cappuccini di Venezia. Rappresentante legale è il Superiore Provinciale. L’aspetto amministrativo è curato dall’Economo. Come tutte le Scuole Paritarie, anche questa è associata alla FIDAE (Federazione Istituti di Attività Educative), che raggruppa tutti gli Istituti di ispirazione cristiana. P. Mario ricorda che molti sono stati gli studenti frequentanti il Seminario di Rovigo e divenuti persone illustri, anche nella Chiesa. Curiosa l’intestazione delle antiche pagelle: “Cospectus progressus Moralis et Scientifici Alumnorum – Seminarii Seraphici – Rodigi”.

    Grazie alla tradizionale generosità della gente polesana, il Seminario può far fronte a tutte le spese di gestione.

    Concludo questa trattazione condividendo quanto qualcuno ha detto, ossia che “la vita, in tanto vale in quanto spesa per il bene degli altri, in umiltà e sacrificio” 16. E una miriade di frati si sono ispirati a questa norma divenendo santi, molti noti, ma la gran parte ignoti, per lo stile di vita, un modo di essere e di operare disinteressato, sincero, disponibile, comprensivo, umano, solidale, paziente. Tali qualità hanno differenziato i Cappuccini non solo dagli altri Ordini religiosi ma anche dai frati delle altre famiglie minoritiche francescane. Potrà apparire l’esistenza dei Frati Cappuccini di Rovigo una goccia di bene nell’oceano della vita, goccia comunque necessaria ed essenziale per i poveri e per tutti coloro che avvertono in loro la presenza di Dio.

    NOTE

    1 Fr. Agostino Gemelli o.f.m. “Il Francescanesimo” Milano 1969 – p. 154 e segg.

    2 “La vita dei Frati Cappuccini” – Roma – L’Italia Francescana 1978 – p. 8

    3 F. Bartoli “Le pitture sculture ed architetture della città di Rovigo” Venezia 1973 – p. 46

    4 A. Ramello “Cenni intorno alla chiesa e convento dei pp. Minori cappuccini di Rovigo” Rovigo 1851

    5 V. “Ventaglio Novanta” N° 26 p. 54 e segg.

    6 “Centri Francescani nell’antica Diocesi di Adria”

    7 C. Semenzato “Guida di Rovigo” Vicenza, 1966 – p. 212

    8 A. Broglio “Il Convento e Frati Minori Cappuccini di Rovigo” Rovigo, 1956 – p. 5 e segg.

    9 “Il Sacro nel Polesine” – “Gli oratori nella Diocesi di Adria” a cura di Pia e Gino Braggion

    10 Virgilio Milani nacque a Rovigo il 29 febbraio del 1888. Aveva compiuto gli studi artistici all’Accademia di Venezia. Morì a Rovigo di leucemia il marzo 1977, all’età di 88 anni, dopo un’incessante attività artistica Lasciò numerosissime opere a Rovigo e in Provincia. Presso il complesso di S. Bartolomeo è stata allestita recentemente una mostra permanente di alcuni suoi lavori significativi.

    11 V. Sgarbi “Rovigo le Chiese” p. 43 e segg.

    12 Ermes Simili, pittore, scultore, xilografo, originario di Castelmassa (RO).

    13 Giuseppe Milani nacque a battaglia Terme (PD) il 30 maggio 1893, ultimo di sette figli da Giuseppe e Anna Lupi. Aveva studiato all’Istituto d’arte “P. Selvatico” di Padova per conseguire il diploma accademico nel corso di scultura a Venezia. Si affermò in Polesine e nel 1934 si trasferì con la famiglia a Rovigo, dove morì nel 1958, dopo un’intensa attività.

    14 V. Sgarbi, op. cit. p. 46.

    15 A. Nave “Virgilio Milani e la scultura del Novecento in Polesine” – Minelliana, Rovigo, 2004 – p.188.

    16 “La vita dei Frati Cappuccini” op. cit. – p. 14.

  • Dare anima ai musei

    Dare anima ai musei

    Sono i giovani i principali referenti dell’impegnativo progetto “Salvare il Patrimonio, Dare Anima ai Musei”, messo a punto dalla Cooperativa “Turismo & Cultura” di Rovigo, il cui punto di avvio è la conoscenza partecipe e profonda della storia, delle tradizioni, in una parola dell’anima del Polesine Di ciò sono perfettamente consapevoli l’Amministrazione Provinciale di Rovigo, gli Istituti di Istruzione Superiore orientati al turismo e, ovviamente, la Cooperativa Turismo & Cultura che ha elaborato il progetto. Il percorso intende partire dalla corretta percezione del consistente valore del patrimonio artistico, storico e culturale del Polesine, per attivare ogni possibile azione volta a salvaguardarlo, promuoverlo e “viverlo” pienamente. Un obiettivo che impegna la cooperativa dal 1984, anno di fondazione e continuerà a catalizzare l’attenzione sicuramente anche per gli anni a venire. Uno dei volani del Progetto “Salvare il Patrimonio, Dare Anima ai Musei” è la possibilità offerta dai programmi di “Terza Area” all’interno delle scuole. La Terza Area è un percorso formativo caratterizzato dall’invito fatto dalla scuola al mondo del lavoro a presentarsi e farsi conoscere nelle aule. Turismo & Cultura collabora da anni con gli Istituti di Istruzione Superiore per il Turismo “Cristoforo Colombo” di Adria e “Marco Polo” di Rovigo, che diplomano gli operatori turistici della provincia, fornendo i progetti ed i docenti di Terza Area in relazione all’educazione ambientale, le professioni turistiche e la formazione. Un’esperienza di scambio e crescita per giovani ed adulti promossa dall’Amministrazione Provinciale di Rovigo con l’attiva partecipazione degli Assessorati all’Ambiente, al Turismo ed alla Cultura che non fanno mancare il loro sostegno ai due importanti convegni “L’ambiente visto dai giovani”, con sede a Trecenta, e “Il Parco visto dai giovani” con sede ad Adria, ideati da Turismo & Cultura. “Dare anima ai Musei” significa arricchire il concetto di museo come luogo deputato alla conservazione, custodia ed esposizione con nuovi contenuti in grado di parlare anche ai giovani. C’è però un “prima”, del Museo, ed è l’attenzione ai beni culturali, la conoscenza, l’azione di salvaguardia: ecco quindi il concetto di “Salvare il Patrimonio”, tramite un’azione didattica volta a far percepire agli alunni dapprima l’esistenza e l’importanza del concetto di “bene culturale”, quindi le primarie esigenze di salvaguardia, conservazione e promozione del bene stesso. Gli studenti vengono stimolati a dare un’anima nuova e moderna ai musei tramite la realizzazione di iniziative concrete che portino i musei stessi ad essere un luogo

    Un progetto innovativo messo a punto da “Turismo & Cultura” per gli studenti all’interno dei programmi di “Terza Area” realizzare in prima persona concrete iniziative di “animazione”. Uno degli obiettivi principali di questa fase è la realizzazione di iniziative ed idee finalizzate a dotare i Musei della Provincia di “appeal” nei confronti del mondo giovanile, elemento attualmente assente nella maggior parte dei casi, partendo dal punto di vista dei giovani stessi. Quindi, elaborazione di proposte concrete da parte dei ragazzi nei confronti dei Musei del territorio relativamente alla fruibilità degli stessi ed alla loro animazione secondo un’ottica giovanile. La variabile critica di successo del Progetto “Salvare il Patrimonio, Dare Anima Ai Musei” è costituita dallo staff di insegnanti ed organizzatori che guidano gli studenti nel percorso formativo. Turismo e Cultura ha individuato uno staff composto da professionisti nei settori della comunicazione, dell’animazione museale, culturale ed ambientale, della conservazione e del management dei beni culturali e dell’imprenditoria turistica. Il percorso proposto è articolato in una solida fase teorico-formativa che trova immediato riscontro e attuazione pratica nella fase realizzativa. Questo porta gli studenti ad acquisire un metodo di lavoro, ad avere un approccio concreto ma creativo, sviluppando non solo competenze precise legate alle professioni turistiche, ma anche la capacità di comprendere ed utilizzare i complessi meccanismi alla base della promozione, del marketing, della divulgazione del settore turistico e culturale nel nostro territorio. Ma “Salvare il Patrimonio, Dare Anima ai Musei” non consiste per Turismo & Cultura solo in un valido percorso didattico nelle scuole superiori. Questo Progetto rappresenta anche il motivo ispiratore ed il volano per l’attività di promozione culturale, artistica ed ambientale dei prossimi anni: un approccio, una mentalità, un punto di partenza per arrivare alla sostanza delle cose.

    Per ogni ulteriore informazione ed approfondimento è possibile visitare il sito www.turismocultura.it o scrivere all’indirizzo cedi@turismocultura.it CeDi-Turismo & Cultura ha sede presso il Museo dei Grandi Fiumi, Piazzale S. Bartolomeo 18, Rovigo. Tel. 0425.21530, tel e fax 0425.26270

  • INDICI GENERALI VOL. 21-30

    Tematiche varie in ordine alfabetico

    ANNIVERSARI

    ARTISTI RECENSITI

    ATTIVITA’ PRODUTTIVE

    GEMELLAGGI

    INIZIATIVE CULTURALI E SOCIALI

    MUSICA & TEATRO

    PAGINE DI NARRATIVA

    PAGINE DI POESIA

    PREMI

    SCUOLE

    STORIA E TRADIZIONI

    UN RICORDO

  • San Pio X in Festa

    Fervono i preparativi, presso il Quartiere San Pio X di Rovigo, per la 18.ma manifestazione promossa con lo slogan “È qui la festa”. Punto di aggregazione per i festeggiamenti che, come ogni anno si aprono a metà giugno è la Scuola Media, davanti alla cui palestra viene allestito lo stand gastronomico, mentre nel vasto spazio verde antistante sono individuati gli spazi per l’orchestra, il ballo ed altri divertimenti.

    All’interno delle scuole sono poi allestite le mostre d’arte e degli hobby di artisti sia del quartiere che legati da rapporti di amicizia con abitanti di Pio X. Mostre non qualsiasi, perché il loro obiettivo è portare alla luce “quel po’ di artista” che c’è dentro ognuno di noi e che non sempre e non da tutti è valorizzato. Così, accanto ad opere di personaggi già noti, sono presenti alla mostra di S. Pio X anche realizzazioni di artisti “della porta accanto”; o ancora vengono esposte creazioni particolari, o infine collezioni “invidiabili”. Si va da immagini e figure create con sassi a quelle inventate o costruite con i fiori; dalle collezioni di macchinine a quelli dei trenini, o dalle ricostruzione in miniatura degli attrezzi, dei lavori, delle cose di un mondo che ormai è solo nel ricordo; un ricordo che, però, non può e non deve essere dimenticato, perché fa parte di un passato da rispettare e, come tale, è anche un po’ di noi.

    La festa di S. Pio nasce diciotto anni fa come sostegno al “Gruppo Sportivo S. Pio X” attivo fin dal 1959, allorché, su iniziativa di alcuni ragazzi di allora, incoraggiati e sostenuti dal parroco Don Carlo Ferrari, si organizzano attività di calcio sul campetto a fianco della ex chiesa. Sono tempi davvero epici quelli che caratterizzano i primi anni del gruppo sportivo: gli spogliatoi sono ricavati nei sotterranei della vecchia casa canonica, mentre le docce sono costituite da due bidoni lasciati dai muratori. Lino Bernardinello, Benito Accorsi, PierFrancesco Bellinello, Renzo Bragato, Rino Galiazzo, Giorgio Stecca, il maestro Zambello sono tra i pionieri di un’avventura che da più di 40 anni accompagna la crescita, non solo fisica, di tanti “ragazzi/e” del quartiere.

    Nel 1971, la svolta che trasforma il Gruppo Sportivo in “Polisportiva S. Pio X”, con l’allargamento delle attività all’atletica, alla ginnastica psicomotoria per i bambini delle scuole elementari, alla pallavolo maschile e femminile: in questa fase da ricordare l’opera instancabile del maestro Raffaele Sansone e la preziosa disponibilità del signor Felice Turazzi. La sede diventa la saletta attigua al bar, nella ex canonica.

    Di solito, la storia di una società sportiva viene identificata con campionati e trofei conquistati. Senza voler togliere gloria ai calciatori degli anni ’60 (titolo regionale allievi C.S.I.) o ai pallavolisti/e degli anni 70/80 (come non ricordare le gesta della pallavolo maschile arrivata alla I.a divisione?), la vera piccola storia dell’attuale Polisportiva è scritta dalla molteplicità e dalla qualità delle relazioni instaurate. Lo sport diventa il collante che tiene insieme, con entusiasmo e disponibilità a cooperare, persone di ceti e culture diverse, testimoniate da tanti “ex ragazzi/e” che ancora oggi ricordano le loro esperienze in Polisportiva come momento forte e significativo della loro crescita fisica, umana e sociale.

    Obiettivo, infatti, della Polisportiva non è qualunque sport, non tutto lo sport… ma quello che incontra l’uomo. Sport come momento di amicizia e come esperienza di festa. Sport come attività che reca in sé una carica straordinaria ed affascinante di umanità, di gratuità, di coraggio, di pazienza, diventando avventura che riempie di segni, di obiettivi, di speranza.

    La “Polisportiva S. Pio X” si realizza dunque come comunità viva e aperta, vissuta da tutti e da ciascuno con gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ed è in questo contesto che, ogni anno, a metà giugno, a chiusura e contemporanea apertura delle attività, viene inserita la festa dello sport, nel cui slogan “È qui la festa” è riassunto il programma da vivere insieme. Accanto a giochi, attività sportive, tornei, manifestazioni di vario genere e stand gastronomici – veri centri di aggregazione – è riservato un ampio spazio alle mostre che, come detto, quest’anno, in occasione del 18° compleanno della festa, si presentano particolarmente ricche.

  • A colloquio con Adriano Mazzetti

    Un giro di lancette, e tra incontri, impegni, obiettivi, problemi, soddisfazioni, l'orologio della vita segnala che sono trascorsi trentacinque anni… velocemente, incredibilmente, ma è proprio così. Ed è tempo di concludere una delle tante fasi dell'esistenza.

    Adriano Mazzetti, direttore dell'Accademia dei Concordi di Rovigo, accolto nell'Istituzione il 2 gennaio 1969, sta per salutare la Concordiana, per andarsene in pensione. “Fa parte della mia personalità chiudere le esperienze a scadenza naturale, senza rimpianti, per intraprendere altre sfide – racconta il direttore – tanto più che ho maturato gli anni di servizio giusti per il pensionamento. Con serenità, dunque, saluterò l'Accademia per perseguire altre mete, dedicarmi a nuovi impegni e coltivare altri interessi”.

    – Com'è mutato – gli chiediamo – il concetto di cultura durante tutti questi anni? Ha assistito alla metamorfosi dal cartaceo al digitale…

    “L'Istituto è cresciuto, da locale si è proiettato in realtà vaste, quella italiana ed europea fino a diventare testimonianza della cultura italiana all'estero. È cresciuto nelle persone, nei rapporti con altre istituzioni, come patrimonio. Basti pensare all'acquisizione, grazie a lasciti, di alcuni edifici come palazzo Oliva, Matteotti (in sede di trattative), Nagliati, punto di riferimento, quest'ultimo, dei giovani e di tutta la città. Sul piano culturale, grazie all'Accademia, Rovigo si è trasformata da piccola cittadina a realtà provinciale di largo respiro”.

    – Cosa rammenta del suo lungo cammino durato 35 anni? Sicuramente da questa esperienza poliedrica sboccia qualche ricordo che lascia il segno più di altri nel bagaglio della memoria…

    “Di certo è ancora viva nella mia mente l'immagine della mia entrata in Accademia. Ero carico di ottimismo e fiducia giovanili. Sono stato accolto nell'ufficio di direzione dal professor Alberto Broglio, già anziano e pensionato, che aveva guidato l'Istituto per 40 anni. Nelle settimane successive, la dottoressa Maria Bonetti, che aveva ricoperto per decenni l'incarico di vicedirettrice, mi ha fatto conoscere i vari settori della Concordiana, illustrandomi in particolare fondi e raccolte di pregio della biblioteca accademica. Presidente era l'onorevole Giuseppe Romanato, apprezzato per la grande onestà intellettuale e la sensibilità verso i giovani”.

    – Come vede l'Accademia del futuro?

    “Di certo, al passo con i tempi, in evoluzione, utile nella molteplicità di proposte culturali fortunatamente presenti nella realtà polesana, attenta alle innovazioni legate soprattutto all'introduzione dell'automazione nelle procedure bibliotecarie, alle iniziative di dialogo con istituzioni lontane, alla ricerca di una nuova forma di organizzazione aziendale e amministrativa. Ma soprattutto, si dovrà far leva sul coinvolgimento di giovani professionalità, puntare sull'unione di forze che, lavorando insieme, potranno davvero creare un'istituzione all'avanguardia. Da sottolineare, inoltre, che l'Accademia è libera, indipendente, politicamente parlando: di fronte a un obiettivo, tutti si danno da fare per perseguirlo. La concordia è una delle sue caratteristiche, termine, non a caso, presente nella denominazione e nello stemma”.

    – Come definirebbe il rapporto tra cultura e giovani nell'ambito dell'Accademia?

    “La mia esperienza, umana e culturale, mi ha proiettato al centro di un rete di rapporti nella quale ero in grado di captare il polso di una situazione in continuo movimento, dove cultura e nuclei culturali sono punto di riferimento per i giovani: un aiuto ad esprimersi, un incoraggiamento, una realtà per aprire la strada alle nuove generazioni. La cultura è come un fiume carsico: improvvisamente fuoriesce dal letto e semina i propri frutti”.

    – Cosa augura all'Accademia?

    “La sollecito ad evitare bilanci, a raccogliere energie, a cercare nuove collaborazioni, a riprendere il cammino. La strada che, pur tra limiti inevitabili, spero potrà avvalersi di quella ‘sapientia’ che, in ambienti privilegiati quali l'Accademia, matura come frutto della vita, dello studio e del dialogo. ‘Sapientia’, per ripetere le parole di Roland Barthes, che è nessun potere, un po' di sapere, un po' di saggezza e quanto più sapore possibile”.

  • Il pane di Loreo

    Il pane alimento ed elemento inscindibile della quotidianità, essenza profonda che segna dalla sua origine gli eventi dell’umanità. E verso questa produzione, che affonda le sue radici nella preistoria, Loreo manifesta da sempre un’attenzione particolare. Cosicchè negli ultimi tempi si è inteso dar vita ad una idonea manifestazione: la “Sagra del Pane di Loreo”, la cui prossima edizione si terrà domenica 15 giugno.

    Si intende attraverso questa manifestazione, rivivere uno spaccato di storia, di cultura, di tradizioni proprie di una società prettamente agricola com’era nel finire dell’ottocento, e che avrebbe lasciato di lì a qualche anno il posto a quella del ventesimo secolo, segnando il sopravvento della meccanizzazione nell’agricoltura.

    Loreo è paese dalle antiche origini, che vanno sin dai primi insediamenti di epoca romana passando successivamente attraverso la sua pieve bizantina ricostruita durante il dominio della “Serenissima” su volontà del Vescovo Grassi, e su progetto del famoso architetto veneziano Baldassare Longhena. Tappe importanti, in un contesto in cui non poteva mancare quella tradizione di fare il pane tipica del luogo, che rende il paese unico in ambito regionale e nazionale.

    Si è partiti dalla “battitura” del grano, con costumi tipici dell’epoca e con l’utilizzo delle “verzee” caratteristici bastoni legati tra loro, adatti con l’uso a staccare i chicchi dalle glume delle spighe mature provenienti dalle “faie” cioè govoni di piante di grano raccolte a mano col “segheto” (piccola falce).

    Già nella passata edizione dell’iniziativa, la possibilità di rivivere la battitura del grano, accompagnata da canzoni e musiche di un tempo, per lo più inneggianti all’amore e alla prosperità, ha fatto balzare a ritroso nel tempo la memoria di migliaia di persone convenute per assistere a questo avvenimento.

    Era evidente la commozione negli occhi degli anziani; per qualche attimo il loro cuore ha battuto come una volta, pensando a quelle fatiche di giovinezza che venivano fortemente superate dalle tante speranze per la loro “bella”, che a sua volta contava su quei pochi “schei” guadagnati con la “medanda” per comprarsi il filo, che avrebbe utilizzato nelle lunghe notti d’inverno per ricamare con tanto amore la sua “dote” in attesa dell’agognato evento: il matrimonio, fulcro delle proprie aspirazioni.

    Momenti storici, seppur diversi, ma accomunati dall’amore per la vita e per la terra, quando procurarsi il pane era cosa primaria e quando la sfrenata rincorsa al superfluo non esisteva.

    Ed ecco, dopo tante fatiche, si festeggia con canti, musiche, buon vino, pane, salame e miele: è la “ganzega”, (festa che si svolgeva un tempo sull’aia).

    Continuando così come una volta, sotto gli antichi portici loredani durante la manifestazione, le tante persone presenti possono assaporare il buon pane di Loreo nelle sue forme particolari, prodotto dai fornai paesani che danno sfoggio del loro estro nell’arte panificatoria.

    La prima Sagra del Pane di Loreo, ideata lo scorso anno, ha trovato eco al di fuori dei confini provinciali. Già nella sua prima edizione ha ottenuto il patrocinio del Comune, della Provincia di Rovigo, della Regione Veneto e dell’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po con la partecipazione di numerose autorità provinciali e regionali nonché parlamentari convenuti per l’occasione.

    È stato bello vedere così tanta partecipazione e cogliere i tanti segnali di consenso e di affetto ricevuti dalla gente, ma oltremodo piacevole ritrovarsi insieme con tante persone diventante attori per l’occasione e collaborare con la Pro – Loco che ha contribuito in modo fondamentale alla realizzazione della manifestazione.

    Rievocare così come una volta le nostre tradizioni, porta a scoprire quegli aspetti ormai quasi dimenticati della vita di un tempo e della storia della nostra comunità, diventando nel contempo momento didattico e ludico per gli alunni delle scuole, che per l’occasione hanno la possibilità di partecipare esponendo le proprie opere raffiguranti il pane nella storia.

    La “Sagra del Pane di Loreo” è già diventata tradizione, e anche quest’anno il programma sarà particolarmente nutrito per allietare questo avvenimento.

    L’appuntamento è fissato per la terza domenica di giugno per far festa tutti insieme con il buon pane di Loreo.

  • A colloquio con Leonilda Prosdocimi Tiengo

    Proseguendo l'iniziativa avviata nel 2002, destinata a diventare il fulcro dell'incontro con le donne che la Commissione Pari Opportunità e il Comune di Rovigo organizzano nella ricorrenza dell'otto Marzo, un particolare riconoscimento è stato consegnato alla signora Leonilda Prosdocimi Tiengo, per le doti di umanità e altruismo profuse nell'attività culturale e sociale.

    Al di fuori delle notizie biografiche che tutti i giornali hanno pubblicato, mi incuriosiva conoscere la persona, capire le ragioni che, dal profondo l'hanno spinta a dare tanto nei diversi ambiti in cui ha operato.

    L'incontro per un'intervista è diventato dialogo con un'amica che mi sarebbe sempre piaciuto avere. La signora inizia parlandomi della prima giovinezza, segnata dall'amore per gli studi letterari, in cui ha conseguito la laurea a soli ventidue anni, e dall'amore vero, quello che conduce al matrimonio e alla creazione di una famiglia. Oltre a questa c'è l'insegnamento, una palestra di rapporti umani dove i giovani imparano ad apprezzare la letteratura e quei valori che danno senso alla vita. Le chiedo di ritornare a qualche episodio di quel tempo.

    “Ho avuto tantissime manifestazioni di affetto dai miei alunni. Ricordo con commozione le parole di una ragazza che, improvvisamente, aveva perso il papà: mi disse: ‘Ora devi pensarci tu…’. Ricordo un'alunna che si era innamorata di un ragazzo di una classe più avanti e chiese il mio consiglio su come comportarsi. Le suggerii di tenere i contatti a mezzo di lettere e, quando ricevette la prima missiva, venne da me perché la leggessi per prima. ‘Mi fido di te!’, le risposi e riconsegnai la busta. Nella ricorrenza della festa della mamma c'era sempre un mazzo di fiori per me perché ero la mamma di tutti”.

    – Lei ha lasciato la scuola da diciotto anni; come vede i ragazzi di oggi tra i quindici e i diciotto anni?

    “Hanno le ali tarpate; il sogno della felicità è stato sostituito dal desiderio di avere e di potere. Oscillano tra il pericolo di chiudersi in se stessi e quello di farsi inglobare dal gruppo, di essere condizionati.”

    – E la scuola?

    “La scuola è in crisi perché non sa tenere il passo con i cambiamenti troppo rapidi dei mezzi di produzione e di comunicazione. C'è una libertà di programmazione impensabile ai miei tempi cui, però, non corrisponde la preparazione del personale docente. La riforma attuale presenta molti aspetti positivi in quanto cerca di porre ordine in un contesto troppo lasciato all'improvvisazione. Qualsiasi indirizzo scolastico deve preoccuparsi di creare nel giovane quella elasticità mentale che gli consente di orientarsi e affrontare i cambiamenti che la società impone. I giovani devono raggiungere la compiutezza di se stessi e rendersi conto che non si è soli”.

    – Dal 1990 lei si prodiga in favore dell'UNICEF, perché questa scelta di volontariato?

    “Mi ha spinto la necessità di continuare a ‘dare’, cioè trasmettere quell'amore e quei contenuti personali che prima avevo trasfuso nella scuola, come insegnante e come preside. Attraverso l'UNICEF e la convenzione sui diritti dell'infanzia, approvata dall'ONU nel 1989 e ratificata dallo Stato italiano nel 1991, posso tenere vivi i rapporti con la scuola e i giovani, andando nelle classi a parlare dei progetti e delle iniziative avviati dall'UNICEF. Non c'è la gratificazione immediata in questo tipo di volontariato ma la certezza di lavorare per qualcosa che produrrà effetti duraturi nei posti più sperduti del mondo”.

    – Per molti anni lei ha diretto la società Dante Alighieri; cosa ricorda di significativo?

    “Ho lasciato la guida della Dante perché era più facile sostituirmi in questo incarico che in quello dell'UNICEF. Di quegli anni ricordo con particolare piacere le lezioni tenute all'Università Popolare, dove gli studenti della terza età ritrovavano con me l'entusiasmo per la poesia e il sapere. Poi la Dante mi ha permesso di entrare in contatto con persone di nazionalità diverse, accomunate dall'amore per la lingua, l'arte e la cultura italiana”.

    – Come ha fatto a conciliare tante attività così diverse con la vita familiare?

    “Finché c'è stato mio marito ho diviso il mio tempo tra la scuola e la famiglia; rimasta sola, ho cercato altri modi per donare attenzione e affetto e sentirmi ancora utile a qualcuno”.

  • I vent’anni della Ciabatta

    La Ciabatta Italia ha compiuto venti anni. L’anniversario è stato celebrato presso il cortile dei Molini adriesi e l’avvenimento rientrava tra le manifestazioni del calendario del “Settembre adriese 2002”.

    “Un tipo di pane genuino e con una ricetta originale” afferma il suo “inventore”, Arnaldo Cavallari che è riuscito a farlo conoscere non solo in tutta l’Italia, ma anche all’estero, sia nel vecchio che nel nuovo continente. Cavallari, durante i festeggiamenti, ha fatto gli onori di casa ed ha organizzato numerosi stand ricchi di prodotti tipici locali. Il tempo non è stato clemente in quei giorni di festa. Raffiche di vento e copiose precipitazioni notturne avevano divelto alcune strutture per cui gli organizzatori sono stati costretti a ridimensionare le loro esposizioni.

    Molte persone, nonostante tutto, sfidando la pioggia e la temperatura notevolmente abbassata, hanno visitato gli stand assicurando così una affluenza imprevista. Prese addirittura d’assalto le numerose bancarelle con in mostra i prodotti della nostra terra, in particolare il vino, l’aglio “polesano”, gli insaccati “fatti in casa” e vari tipi di pane comune e “biscotto” frutto di ricette tipicamente del posto.

    La protagonista indiscussa è stata la Ciabatta Italia offerta ai numerosi visitatori e sfornata sul momento da alcuni fornai adriesi che hanno collaborato all’iniziativa e che fanno parte del Consorzio dei panificatori adriesi creato sempre da Arnaldo Cavallari. I fornai che si sono ritrovati vicino a Cavallari adesso sono chiamati “I magnifici otto”: sono stati autorizzati alla produzione della ciabatta dal suo inventore con un apposito certificato rilasciato tempo fa in occasione della presentazione pubblica di un’altra iniziativa sempre relativa al pane adriese, quella di “Adria, Città del pane”.

    La ciabatta ha permesso alla città di Adria di inserirsi a pieno titolo nel circuito nazionale dei Comuni che hanno la prerogativa di possedere un proprio “pane” genuino che non contiene conservanti o additivi chimici. Accanto, quindi, all’anniversario, è stata sottolineata l’importanza della nuova iniziativa che va ad incrementare le qualifiche attribuite alla città di Adria conosciuta per il suo Museo (e di conseguenza “città etrusca, greca e municipio romano”), per la passione che gli abitanti nutrono per l’opera lirica e per la presenza di uno dei teatri più importanti della regione (“Città della lirica”) ed ora questo nuovo appellativo.

    Tutto ciò ha preso avvio ad Altopascio (provincia di Lucca) quando quel Comune ha inteso convocare tutte le città italiane potenzialmente capaci d’esprimere qualcosa di originale sull’argomento del pane. All’appuntamento sono giunti nella località toscana ben ventitré Comuni che ora fanno parte dell’associazione nazionale “Città del pane”. La nuova realtà si è dotata di un proprio statuto e l’adesione di Adria è stata votata all’unanimità dal consiglio comunale.

    A coronamento di tutte queste iniziative è nata anche una nuova rivista mensile “Il Delta” che si occuperà non solo del pane, ma tratterà anche di gastronomia, di fatti d’attualità, di turismo, cultura e sport. È già uscito il primo numero dedicato quasi esclusivamente al pane che è tanto importante nella nostra alimentazione perché, dicono gli esperti alimentaristi, può salvarci da ictus ed infarto. Il presidente dell’Ente Regionale Parco del Delta del Po, Dimer Manzolli, auspica che gli stessi principi naturali della Ciabatta Italia siano osservati anche per altri alimenti. L’“arte bianca” dei Molini adriesi e di Arnaldo Cavallari costituisce un prodotto che ha varcato i confini nazionali tanto che la Ciabatta si produce in Sudafrica, in Croazia, a Santo Domingo ed in altri Paesi, portando nel mondo il nome di Adria.

  • La tartaruga

    La “Tartaruga” non è solo il rettile simpatico e lento che tutti conosciamo, ma anche una compagnia teatrale, nata nel 1997 a Lendinara che da allora, passo dopo passo, nonostante il nome, ha fatto notevoli progressi per garantire all’affezionato pubblico ore di divertimento sereno e di sincere risate.

    Tre le fondatrici storiche del gruppo: Luisa Corso, Nair Ravazzolo, tuttora apprezzata regista e Giuliana Biscuola che, assieme a Rosi Chinaglia, ci racconta la storia della compagnia. Apprendiamo innanzitutto che gli attori sono aumentati nel corso degli anni, passando dagli otto nove del ’97 ai tredici quattordici attuali. Tutti affrontano con grande entusiasmo e profondo senso di responsabilità la mole di lavoro, comprese le due prove settimanali che la preparazione e la messa in scena di una nuova rappresentazione comporta.

    Fondamentali, per la buona riuscita di ogni lavoro, anche la collaborazione e il sostegno offerti dall’Università Popolare di Lendinara e in particolare dal suo Presidente Gualtiero Bellucco.

    Cavallo di battaglia della “Tartaruga” è sicuramente “Il Barbajozo” di Gianni Sparapan, commedia esilarante, ben interpretata, che ha riscosso un successo travolgente nelle varie piazze in cui è stata rappresentata. Molteplici infatti le uscite della compagnia esibitasi, oltre che a Lendinara, anche ad Adria, Casale di Scodosia, Castelbaldo, Pernumia e nel parco della villa di S. Urbano, offrendo momenti di allegria non disgiunti dal risvolto culturale in occasione di fiere e di feste paesane.

    L’impegno e la simpatia del gruppo teatrale sono emersi anche in altri spettacoli proposti, come “La sposa e la cavalla” “I oci parlanti” e l’opera “Tutta colpa del vento”, di cui Nair Ravazzolo è stata non solo regista, ma anche autrice del testo. La compagnia, costituita da Luisa Corso, Giuliana Biscuola, Rosi Chinaglia, Silvano Scavazzin, Gino Bazzan, Morris Furegato, Rosetta Magon si è arricchita negli ultimi tempi con l’apporto di Gigi Grossi, Tiziano Fontan e la figlia Velida, Marisa Buson e Mario Zennaro e si avvale ora anche di due nuove giovani promesse: Raffaella Trivellato e Alice Bazzan brave e piene di entusiasmo.

    Notevole anche l’apporto di Liviana Furegato non solo come suggeritrice, ma anche per la scelta dei testi da rappresentare. Valido infine il contributo della truccatrice Laura Tognolo.

    Programmi per il futuro? Continuare a soddisfare gli altri e a gratificare noi stessi, proseguendo con l’entusiasmo e la passione che ci contraddistinguono, ci dice Giuliana Biscuola. Una promessa che è anche un bell’augurio, visto che l’impegno, e il gusto per il divertimento proprio non mancano al gruppo teatrale lendinarese, che in un futuro non lontano spera di potersi esibire nello storico teatro Ballarin, di cui sono finalmente iniziati i lavori di ripristino.

Pubblicità