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Archivi: Articoli d’archivio

  • L’interporto di Rovigo

    Grande festa lo scorso 10 aprile per l’inaugurazione dell’Interporto di Rovigo. A solennizzare la conclusione di massima dei lavori dello scalo rodigino, punto primario lungo la strada d’acqua che partendo dal mare permette di raggiungere Mantova, c’era il gotha del mondo politico regionale e provinciale, accolto da Mario Borgatti, presidente dell’Interporto.

    L’obiettivo della giornata, oltre che celebrativo, si è subito qualificato come pratico: dimostrare concretamente la possibilità di fruire da subito delle strutture finalmente divenute operative, offrendo da una parte la possibilità di navigare lungo l’asta fluviale, e dall’altra di utilizzare lo scalo rodigino in tutte le sue potenzialità, come snodo di scambio tra treno, motonave e autocarro. Una possibilità di interazione tra vari vettori dunque, che legittima il nome interporto del nuovo scalo rodigino, sorto lungo il Canalbianco in zona Borsea, definitivamente collegato alla stazione ferroviaria con un doppio binario e agevolmente raggiungibile per via stradale.

    Ad una motonave, la Andes 2000 proveniente da Mantova, è stato affidato il compito di solcare per prima la via d’acqua in direzione di Rovigo: presso lo scalo di Canda è salito a bordo il folto gruppo di rappresentanza, capitanato dal presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan, con l’obiettivo di verificare direttamente l’idoneità del percorso fluviale. All’interporto rodigino, in perfetta coincidenza con l’approdo dell’imbarcazione con a bordo circa 200 passeggeri, l’arrivo di un convoglio ferroviario proveniente dalla stazione di Rovigo.

    Clima delle grandi feste ed autentica soddisfazione per tutti i presenti. E soprattutto certezza di aver raggiunto un traguardo importante per il futuro del Polesine, come è stato sottolineato nei brevi ma efficaci interventi dei vari oratori: Galan che ha ribadito l’impegno della Regione Veneto per il completamento di un’opera da troppo tempo incompiuta, avviata nel lontano 1938 da Mussolini; Borgatti che ha ringraziato il presidente della Regione per aver fortemente creduto nella realizzazione della via navigabile ed ha evidenziato la collocazione strategica dell’interporto rodigino, tra poco più facilmente raggiungibile per via terra con la realizzazione di una bretella di raccordo con la Superstrada per Verona e quindi anche con l’autostrada Bologna Padova tramite il casello di Villamarzana di prossima costruzione.

    Il presidente dell’interporto, guardando al futuro, ha inoltre sottolinato come la collocazione geografica della struttura rodigina sia in grado di svolgere un grande ruolo verso i mercati dell’Est ed ha auspicato ulteriori sostegni finanziari da Regione e Stato per attivare forme di cofinanziamento europeo al fine di far lievitare le potenzialità dello scalo rodigino.

    In tutti la consapevolezza che, con la realizzazione dell’Interporto di Rovigo, si è aggiunto un nuovo importante tassello alla crescita del capoluogo, divenuta più credibile negli ultimi tempi grazie all’attivazione di strutture di servizio, tra cui il Cen.Ser che ha iniziato a proporre iniziative fieristiche di rilievo, e i poli culturali rappresentati dall’Università e dal Museo dei Grandi Fiumi, presso il quale – quasi in contemporanea con l’avvio dell’Interporto – è stata inaugurata la nuova sezione relativa all’età del Ferro. Si tratta di iniziative che, aggiungendosi alle molte altre in dirittura di arrivo, dovrebbero spezzare definitivamente quel “cono d’ombra” che per troppo tempo ha penalizzato il Polesine, attirando investimenti e flussi di varia natura.

    L’idrovia in particolare – realizzata utilizzando le tratte fluviali del Po di Levante, Canalbianco, Tartaro e Fissero – è in grado di assicurare la percorrenza di traffici non solo commerciali ma anche turistici, collegando Venezia con Mantova, assicurando la possibilità di proseguire poi verso Cremona ed interessando quindi Milano e la Svizzera. I vantaggi economici del movimento lungo le vie d’acqua sono ben noti ed ampiamente sfruttati da paesi come la Germania e la Francia, mentre per l’Italia costituiscono un’esigenza sentita anche sul piano ecologico, dato il limitato impatto ambientale determinato dal traffico fluvio-marittimo.

    Queste dunque le premesse per lo sviluppo dell’interporto rodigino, che può inoltre contare sul prossimo avvio di un’adiacente area industriale da cui si attente un considerevole ampliamento delle potenzialità produttive del capoluogo. Analogamente si stanno intensificando i progetti dei comuni polesani toccati dall’idrovia, tutti interessati al potenziamento dell’interporto di Rovigo, come punto focale di avvio di quella che è stata definita “la strada azzurra del Polesine”.

  • Libri in redazione

    VOCI VENETE NEL MONDO

    Edizioni Diemme, Taglio di Po, 2001

    Il libro, pubblicato col patrocinio della Regione Veneto, si presenta in una veste tipografica accurata ed elegante. E’ ben rilegato, conta 421 pagine, e l’autore si avventura in un campo estesissimo perché il patrimonio lirico veneto è sempre stato molto fertile per la forte e numerosa presenza di appassionati, di artisti e cantanti, di esteti. Si è insomma contraddistinto per una innata creatività ed una geniale intraprendenza.

    Per riassumere tutto questo, Padoan ha compiuto un corposo lavoro che abbraccia un periodo storico che va dal 1500 ai giorni nostri, frutto di ricerche accurate e scrupolose durate vent’anni. Comprende circa trecento profili biografici di artisti, ma sono più di settecento quelli nominati e centosettanta le fotografie. Un omaggio a tante voci venete, scrive Padoan, note e meno note, prestigiose o semplicemente modeste, che in vari modi hanno operato nei teatri di tutto il mondo, mantenendo alto il prestigio e la gloria dell’arte melodrammatica.

    Quattrocento anni di melodramma esaminati con competenza e professionalità da uno studioso che, oltre al suo grande interesse per le pubblicazioni scientifiche (si è laureato in scienze naturali presso l’Università di Padova), sin da giovanissimo ha coltivato questa sua passione per il melodramma ed in particolare per i cantanti lirici del Veneto.

    (Nicola Berti)

    LA GUERRA SUL PO

    Ferrara, 2000

    Diversi gli studi apparsi negli ultimi tempi (ai quali si fa riferimento anche di seguito in questo spazio dedicato alle recensioni) che lumeggiano aspetti di storia, cultura ed arte della zona rivierasca del Po.

    Alberto Astolfi fa precedere il titolo del suo libro (che ha visto la luce grazie al contributo dell’Amministrazione Comunale di Polesella, dell’Amministrazione Provinciale di Ferrara e della CoopSer di Ferrara) da un occhiello in cui si specifica “Polesella 22 Dicembre 1509”, chiaro riferimento al mitico episodio d’arme, in cui un manipolo di armati di Casa d’Este, guidati dall’intrepido cardinale Ippolito, distrusse la potente flotta fluviale veneziana, acquartierata presso il porto di Polesella.

    Ma “La guerra sul Po” va ben oltre al conflitto che, avviato dal patto sottoscritto nel 1508 a Cambrai, si concluse nel 1512 con l’estensione del territorio polesano sotto il dominio della Serenissima. Il volume dà infatti conto di una lunga serie di conflitti che dai primi anni del secolo XIV al XVII videro opposte Venezia e Ferrara, senza che mai la prima riuscisse a raggiungere il suo obiettivo di eliminare la Casa d’Este, che anzi in più occasioni trovò l’appoggio più consistente per la propria salvezza proprio nel popolo del contado.

    Nel volume viene innanzitutto dato particolare risalto alla “Guerra del Sale” 1482-84, di cui vengono riportate tutte le fasi, con la conclusione a favore di Venezia, che assicurò il dominio sul Polesine di Rovigo da parte della Serenissima. Segue di pochi anni l’accennato conflitto scaturito dalla Lega di Cambrai, in cui Venezia si vide costretta a difendersi da una forte coalizione capeggiata dal papa, riuscendo alla fine a capovolgere la situazione a lei sfavorevole grazie alla sua diplomazia e ad alcune circostanze propizie. L’ultimo grande conflitto, che per più anni vide il Polesine percorso da eserciti contrapposti, fu quello denominato “Guerra del Castro” o dei Barberini, consumatosi con consistente spargimento di sangue e notevoli distruzioni tra il 1641 è il 44, senza approdare ad alcun cambiamento dell’influenza delle potenze belligeranti.

    Lo studio di Alberto Astolfi chiarisce dunque la situazione politico militare lungo le rive del Po, di cui Polesella ha rappresentato un punto chiave, con la contrapposizione dei due stati confinanti. Un contrasto politico ed armato durato quattro secoli, di cui vengono ricostruite soprattutto le vicende militari, evidenziando come, dalla secolare stagione di conflitti, Venezia non sia mai riuscita a conseguire l’obiettivo principale di sottomettere Ferrara e nemmeno quello più limitato di portare i confini della Repubblica fino alla riva sinistra del Po. Una situazione questa concretizzatasi solo quando il territorio nel XIX secolo passò sotto il dominio dell’Austria, che fece sancire dal Congresso di Vienna il nuovo confine del Veneto e la nascita della provincia di Rovigo, ratificata poi, dopo la terza guerra di Indipendenza dal Regno d’Italia.

    AA. VV.

    TRA ACQUA E TERRA

    Edizioni Comunicarte, 2001, Ferrara

    L’opera, che si presenta con il sottotitolo, “Storia materiale in Transpadana”, nasce come secondo volume della serie “Transpadana Ferrarese, Terra e Genti di Confine”, a completamento della seconda edizione del Premio “Francesco Ravelli”, promosso dal Comune di Ficarolo con il Patrocinio della Regione Veneto, dell’Amministrazione Provinciale di Rovigo, nonchè del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

    Il libro si apre con “L’assedio di Ficarolo”, uno studio di Sergio Mantovani che ricostruisce le fasi salienti della Guerra del Sale, le cui sorti si decisero nel giugno del 1482 proprio con la caduta della fortezza di Ficarolo, strenuamente difesa dagli estensi. Le truppe della Serenissima guidate da Roberto Sanseverino, dopo una fulminea azione su Melara e Bergantino, trovarono infatti una dura resistenza nel bastione di Ficarolo che, affiancato dalla dirimpettaia fortezza di Stellata, vide tra gli strateghi della difesa anche Federico di Montefeltro duca di Urbino. Solo la pervicacia del Sanseverino, nonostante alcune fasi sfavorevoli della guerra, portò alla vittoria veneziana e alla successiva pace di Bagnolo bresciano.

    Paolo Tommasi e Raffaele Ridolfi sono gli autori del saggio successivo dal titolo “Il possesso fondiaro in Transpadana, alla luce el Catasto Caraffa del 1779”. Voluto dal papa Pio VI per un accurato censimento del territorio ai fini fiscali, il catasto, redatto dal cardinale Caraffa, è oggetto di studio e riflessioni da parte dei due ricercatori. In particolare, per quanto riguarda la Transpadana vengono evidenziati aspetti contrastanti circa i possedimenti fondiari: mentre nei comuni di Canaro, Occhiobello e Raccano i terreni censiti sono in larghissima parte appannaggio della nobiltà, a Melara Bergantino e Calto la situazione si capovolge, con un grande frazionamento della campagna, nelle mani non tanto di una ricca borghesia, ma di piccoli proprietari con scarsissime prospettive di crescita.

    Il terzo studio, dal titolo “Il regime delle acque negli statuti ferraresi del basso medioevo”, opera di Federica Cimino, ricostruisce l’organizzazione gerarchica preposta al controllo delle acque del territorio estense, caratterizzata da molteplici figure, quali il podestà, il giudice degli argini, il notaio e il sovrastante degli argini, fino al cavarzelano. Vengono inoltre descritte le caratteristiche cui dovevano uniformarsi gli scolatori delle varie acque, comprese quelle di tipo fognario. Infine una descrizione dei mestieri legati all’acqua, tra cui quello del barcaiolo, del pescatore e del mugnaio.

    Tutte le ricerche si presentano corredate da un ricco apparato bibliografico e di note, in grado di stimolare ulteriori studi ed approfondimenti relativi alla fascia rivierasca del Po nota come Traspadana ferrarese.

    I GIORNI DEL GRANDE FIUME

    Minerva, Bologna, 2001

    Tra le pubblicazioni realizzate in occasione del 50° anniversario della grande alluvione del ‘51, una particolare citazione merita l’accurato volume edito dalla Minerva, ricco di 180 riproduzioni in bianco e nero realizzate, nei “giorni del grande fiume”, da Walter Breviglieri, uno dei più valenti fotografi del ‘900 che immortalò, in immagini di grande forza comunicativa, i momenti della tragedia vissuta dal Polesine.

    L’autore, che in attesa del cinquantenario aveva iniziato a riordinare il suo poderoso archivio di documentazioni visive, è stato anzitempo strappato dalla vita nel corso del 2000, per cui non ha potuto assistere alla realizzazione della pregevole iniziativa editoriale. Il cui completamento è stato possibile grazie all’impegno della figlia Paola e dello stesso editore che, in una postfazione al volume, pensando al tempo dell’alluvione, ricorda il suo personale interesse alla realizzazione editoriale, legato all’origine polesana della madre.

    La parte fotografica dell’opera è preceduta da un intervento di Sergio Zavoli che ricorda alcuni concitati momenti dell’epoca, tra cui l’operazione simultanea delle varie sedi RAI, unite “per lanciare nell’etere, tutte insieme, la sigla della ‘Catena della fraternità”.

    Altre testimonianze sono offerte da Franca Varignana, Pierluigi Cervellati, Antonio Faetati, e dai sindaci del tempo: Nerio Campioni di Occhiobello, Sante Tugnolo di Adria e Giancarlo Morelli di Rovigo. Ma il pregio fondamentale del volume – quello che sta alla base dell’opera e ne qualifica l’importanza – sta tutto nell’eccezionale repertorio fotografico che, con le 180 immagini pubblicate, costituisce una documentazione visiva di eccezionale importanza, utilissima per comprendere il dramma che, a metà del XX secolo, colpì la provincia di Rovigo, impegnandola per anni in un’immane azione di riscatto, i cui frutti sono oggi chiaramente riscontrabili.

    (Lino Segantin)

    SANT’ANTONINO PRETE E MARTIRE

    Comunicarte, Ferrara, 2001

    Un importante contributo per agevolare la conoscenza del patrimonio architettonico ed artistico del Polesine ci giunge dall’opera di recente pubblicazione, composta da saggi di vari studiosi interessati a fare piena luce su uno degli edifici sacri più originali della nostra terra, quale si configura la chiesa di Ficarolo. Un tempio dalle notevoli valenze artistiche, unico per la pianta ovale, in cui si fondono più figure ellittiche, e caratterizzato al suo interno da elementi modellati con stucco forte.

    Il volume, terzo della serie “Transpadana ferrarese, Terre e Genti di Confine”, si apre con l’intervento del curatore, Massimiliano Furini “La parrocchiale di Ficarolo: storia e tratti salienti di un gioiello architettonico altopolesano”, in cui l’autore, dopo aver ricostruito la storia della prima realizzazione del tempio nel X secolo e della sua riedificazione alla fine del XVI, tratteggia l’attuale costruzione avviata nel 1763, opera geniale dell’architetto ferrarese Gaetano Barbieri. Il tempio si presenta originale per la pianta e per l’interno, reso solenne dalla presenza di 11 statue di santi accolte in nicchie delimitate da slanciate paraste culminanti con capitelli corinzi.

    Stefania Malavasi e Paolo Pezzolo sono gli autori dello studio successivo “Note per la storia Politica e religiosa di Ficarolo dalle origini alla pace di Bagnolo (1484)”, in cui vengono ricostruiti i momenti più significativi della storia del centro rivierasco, noto in particolare per la rotta del Po del 1152 (che diede vita al nuovo corso poi denominato Po di Venezia( e per la Guerra del Sale che vide le truppe veneziane concentrate nell’espugnazione della fortezza eretta dagli Estensi.

    Giancarlo Crepaldi con “Il miracolo della lacrimazione dell’immagine della Beata Vergine dei Magi” si sofferma sull’evento prodigioso, verificatosi nel giugno 1602, su un’immagine della Madonna dipinta su una tavola lignea, tuttora custodita e venerata nella parrocchiale.

    L’aspetto achitettonico ed artistico viene approfondito in vari interventi: Fabrizio Fiocchi nel suo contributo “Gaetano Barbieri, un architetto ferrarese per la chiesa di Sant’Antonino” traccia il profilo della formazione artistica e professionale dell’autore del tempio; Daniele Milan e Daniele Paggio con il saggio “Dal rilievo architettonico ai principi compositivi del progetto di architettura”, evidenziano i precedenti borrominiani e barocchi ispiratori dell’opera del Barbieri; Francesco Amendolagine con lo studio “Ultimi intrecci tardobarocchi: architettura e decorazione a stucco forte nel duomo di Ficarolo”, analizza il ricco modellato interno, opera probabile dello stuccatore Alessandro Turchi; Ilario Bellinazzi con l’intervento “Pittori Ficarolesi nella chiesa di Sant’Antonino”, si sofferma sulle opere di Ercole Sarti, Giuseppe Ghedini e Alberto Mucchiatti conservate nel tempio, sulle quali offre il suo contributo anche Donata Samadelli con “Il restauro delle pitture: tecniche e metodologie di intervento”.

    Il volume, fondamentale per conoscere ed apprezzare il tempio di Ficarolo, ricco anche di illustrazioni fotografiche che permettono di focalizzare gli apetti più pregevoli sotto il profilo artistico ed architettonico, si chiude con l’interevento Ida Maria Fuggetta “Vasi e suppellettile sacra nella chiesa di Sant’Antonino Martire”.

    GIUSEPPE E FERMO BELLINI

    Ed. Minelliana, 2002

    “Giuseppe e Fermo Bellini intellettuali traspadani dell’800”, questo il titolo completo del libro, di Luigi Lugaresi edito da “Minelliana-Comune di Bergantino 2002”.

    In alcuni periodi storici, in particolari concomitanze “politiche”, di concerto, spesso, con eventi e fatti eccezionali che ne hanno provocato l’ascesa, si è assistito al fiorire ed al prosperare di vari personaggi e personalità, originarie di piccole comunità, o di zone ben definite, di frequente “terre di confine”, che si sono distinte in vari campi culturali, del tutto impensabili, date le umili origini e la mancanza di precedenti addentellati.

    Tale fenomeno di fioritura di personalità eccezionali si è concretizzato, per quasi tutto l’800, anche per parecchie eminenti figure originarie della cosiddetta “Traspadana Ferrarese” e, dopo l’istituzione del Regno Lombardo-Veneto, nell’appena costituita “Provincia del Polesine”.

    La ricerca del Lugaresi si incentra su due straordinari personaggi, nativi di Bergantino, fratelli, che hanno illustrato con le loro opere e la loro attività personale, in vari campi, sia la propria famiglia, sia il paese d’origine, che anche tutta la “Traspadana”, sempre al centro dei loro pensieri ed interessi.

    Ci si riferisce appunto ai due fratelli Bellini: Don Giuseppe e Fermo. Il primo, sacerdote, ha descritto attraverso i suoi studi e le sue pubblicazioni tutta la Traspadana, fu il primo ed originale divulgatore delle vicende storiche e sociali del territorio, tanto da apparire quasi il “deus ex machina” di ogni manifestazione culturale. Il fratello, Fermo, divenne affermato cultore di musica, visse a Milano gli anni della Prima Guerra d’Indipendenza, distinguendosi anche come patriota, giornalista, scrittore ed editore. In tale accezione l’analisi delle vicende dei due Bellini serve a comprendere la personalità di tali figure ispiratrici di più di una generazione.

    VIVIAMO CON IL PO

    Coop. Sociale Progetto, 81, Rovigo, 2001

    Da anni impegnato nell’ambito della produzione poetica, Giuseppe Pietroni ha voluto raccogliere in un volumetto dedicato al grande fiume le sue più significatve liriche a soggetto polesano. Nel realizzare l’opera l’autore, milanese di nascita ma abitante a Ficarolo fin dall’infanzia, afferma di essersi reso conto improvvisamente e con chiarezza “di avere il Polesine dentro il cuore” e di non poter sfuggire al fascino della terra dei fiumi e della sua storia.

    Di qui l’idea di realizzare la raccolta di poesie che, partendo dal Po, il fiume …ricco di ghirlande/ e ancor di fior e di sogni…, si dilata sul territorio della provincia per cantare aspetti paesaggistici, urbani o sociali: Rovigo, …coi muri arroccati d’edera/ e filande a primavera nel mite sapore della campagna…; Lendinara …illustre castello di nobil viso..; Castelmassa …ospitale patria d’artigiano…; Ceneselli, paese in cui …i fratelli Gazzi accendon molte luci della fede…; Calto animata dalla …”Zingaresca” popolare festa d’un paese savio…; Trecenta …Annejanum dai molti angoli spesso ritrovati.

    Altri versi sono dedicati alla campagna o alle iniziative di animazione del territorio, come la lirica dedicata – caso davvero unico nella storia della poesia – alle APT, inneggiando all’attività di promozione turistica. L’intento oltre che poetico, anche “sociale” della raccolta, è espresso chiaramente dallo stesso autore, che auspica che la lettura dei propri versi spiani la via ad una idea positiva del futuro del Polesine nel cammino della civiltà umana.

    UVA BIANCA

    Edizioni del Leone, Venezia, 2002

    Versi precisi, relogari e densità di dramma nelle liriche della Sivieri, che manifesta nelle proprie composizioni la sua apprezzabile formazione classica.

    A ragione insignita di vari riconoscimenti per le sue liriche (Premio Serra ad Abano Terme, Premio Alte Ceccato), Delmina Sivieri si propone con una poesia esistenziale, venata qua e là di pessimismo, che, dietro la superficie liscia e fluida della forma, fluttua con emotività e svapora nel gioco del paradosso.

    L’amore, la tensione dell’attesa sono la punteggiatura di una vita che ha il linguaggio della fugacità delle occasioni, delle catene del quotidiano e della fatica inevitabile del discernimento e del confronto.

    L’amore è il codice di decifrazione privilegiato della vita e dell’esperienza, tant’è che l’autrice dedica il volumetto, nitido e sobrio come la sua scrittura, “A coloro che amano, alla loro nascosta fatica”.

    Piccoli gioielli stilistici “Irrisione”, “Nutrimento”, “Memoria” “Evoluzione”, limpidi e trasparenti come acque sorgive e nel pari mobili, duttili nei loro significati. Talvolta ironica, la Sivieri rende al Polesine pagine di sofisticata e gradevolissima poesia, lanciando le sue piccole perle aggraziate con modestia e saggezza.

    PENSIERI DI CARTA

    Edicom , Rovigo, 2001

    Si tratta veramente di pensieri, come suggerisce il titolo della silloge poetica proposta da Chiara Converso, giovane insegnante elementare che, nella prefazione all’opera esordisce affermando che le parole sono fragili momenti, pensieri che non afferrano mai le vere emozioni. Sta a noi decidere se fermarli sulla carta o meno. La poesia dunque è un momento di scelta ed il foglio bianco la vita, avara di certezze, ma che può essere in qualche misura “controllata”.

    Tema dominante delle composizioni la fugacità delle emozioni e delle sensazioni. Nella lirica di apertura “In silenzio”, il paesaggio malinconico di contorno scivola impercettibilmente da funzionale ambientazione a stato d’annientamento: rapide e silenziose sono le mutazioni dell’anima. Qualche pagina dopo “Tango” descrive il tempo come una nota furtiva, nostalgica e “Frammenti” rinforza l’idea di una scansione temporale che assurge a codice storico, difficile da decifrare come un idioma antico, perchè la vita si perde nel passato dei ricordi.

    La quotidianità è la fonte primaria di ispirazione con voci, sguardi, gesti, filtrati con parole semplici come i concetti che le sottendono: la relatività del tempo, l’attesa, l’incertezza della vita, l’abbandono, l’indifferenza.

    Chiara Converso continua ad esplorare sensazioni, con parole asciutte, quasi mai descrive paesaggi; si limita a registrare fedelmente le emozioni, dando vita ad un intimo diario che la fa crescere giorno dopo giorno.

    (Erica Tiozzo)

  • Isolana

    LA RAPINA

    Fu alla fine di un giorno qualunque, quando il cielo si colora di viola e tu nella divisa nuova (era la prima volta, ricordi?) portavi la tua giovinezza all’atto estremo della vita. Fu quando più forte ululava il lupo nella foresta e i cieli erano gonfi di dolore: veniva il vento da praterie lontane increspava l’orizzonte. Quanti erano i banditi? Forse uno soltanto fece del tuo sangue un lago. Si frantumava la vita Al di là di ogni confine: volavi nel vento E dentro alla leggenda.

    Era il crepuscolo di una sera qualunque.

    Ora l’ombra ti veste di ricordi, torneranno sugli alberi i germogli e le stelle a schiarire i cieli per l’ultima favola. Ma tu, creatura d’innocenza, resta con gli occhi chiusi perché anche il cielo non possa farti male

    ISOLANA

    Giochi sulla riva dell’isola Ninfa e fanciulla, madreperla rara in danza con l’onda. Il cristallo della solitudine appena ti disfi ora.

    Con brividi sottili il vento ti scapriccia i capelli gonfia la veste leggera accesa di colori.

    Improvvisa una luce in te s’adombra insinua nel sorriso la sua trama di mistero; allora muovi le belle mani, forse rispondi ai richiami dell’amore alla magia di mondi lontani che tu sola conosci. Forse il bianco volo del gabbiano ti fa tremare d’inquietudine.

    All’ultimo azzurrio del crepuscolo dolce ti allontani senza rimpianti stretta alla tua giovinezza ancora senza tempo.

    Nel silenzio che si fa penombra vibrano ciglia odorose: lasciano pulviscolo di luna sopra i tuoi passi.

    MADRE

    (Per mia madre che muore)

    Precipita la notte, conchiglia di penombra cuore del mondo; di brividi si svuota di schegge di sogno. Di memorie si fa pietra.

    A lungo hanno gridato le rondini nei cieli.

    Ora ho lasciato il tuo grembo veramente. Amore non ti sfiora sei fatta di cristallo, non hai più favole per questo pianto. Sei andata leggera, un soffio di neve, il grembiule ancora delle faccende; sei in un mondo che non so ma il tuo passo ricordo e come la veste ti danzava nel venirmi incontro. Tu, fiore della mia allegra ala paziente della giovinezza nido d’ogni incanto.

    Cerco i tuoi occhi, non trovo che stelle.

    Portami alla terra fonda ove molli sciolgono i capelli ove s’adagia fragile la lunga veste d’ombra, vuote le mani, perdute le carezze. Bimba ancora sarò per il tuo affanno.

    Frange di luna, angeli dimenticati, nell’infinito trattenendo la tua voce per non perderti due volte.

    Pure a me ritornerai. Forse nel tempo, quando, smarrita l’antica magia, l’azzurro tutto si rifà prodigio; o dolcemente, quando da rilucenti sponde di rugiada verrà il tuo canto lontano dormi-veglia delle notti in pianto.

    Con te sarò nel vento.

    Con te in silenzio, quando sulle grandi ali di luce insieme muoveremo alla quiete.

    Per un attimo avremo lo stesso respiro.

    Allora, lievi allargherai le braccia come per benedire, ed io in te più lieve rinascerò nel grembo.

  • Co’ penso

    CO’ PENSO

    Co’ penso mi vedo ancora me mama in travesa e zopéi sentà sul fogolaro al ciaro del canfìn a sponciazare busi e a tacar tasseli so ‘e braghe di fradei, a fare ‘l so redin o la rede de la negossa ca servéa a me pare co’ l’ndaséá a pescare.

    Co’ penso mi vedo ancora me mama curva dessora ‘na zapa a rmpare i loti de tera sichi brusà e sugarse lagreme e sudori co’l fià. Portare muci de fen co’ soto du angùn, inasiare in cusina ‘l magnare par i veci e i cugnà.

    Co’ penso mi vedo ancora me mama co’ la testa zà bisa e tanti ani mucià, cucià drento ‘l brolo a sunare straversà de bisi e fasoi e destregolare, destregolare… sentà sul meale.

    Co’ penso mi vedo ancora me mama in t’on dì de sisara destirà in te ‘na cassa co’ l’abito novo, co’ i oci serà, le man messe in crose e intorno ‘na luse de ziri impizà e tanti fiori ca paréa istà.

    EL TENPORAE

    Xe note fonda. Vento che fis-cia. piova che picia sora i balcùn. Tronà ca spaca el zielo. Zòete che smove i copi de la cà. Can che baia, porte ca sbate. I spiriti di morti i gira in tinèo. La zente se rodola insonà drento le cuerte, ‘na vecia la prega brusando l’ulivo benedìo. Le saete le xe manco seche. D’on trato la piova se chieta, vien fora e po se sconde la luna de novo, el zielo no xe pi de fogo. Sona la sveia in te la stala. Lievate boaro ch’el dì se fa ciaro e drio el paiaro l’arcobalén l’anunzia on zorno serèn.

    I FASOI BALOTONI

    “Bron, bron, bron…”. brontolava i Balotoni noando drento el brodo, fasendo rebaltòni e corse a l’impazà, scontrandose co’ la zegola e ciapando scuzonà dal coercio de la pegnata ca li tegnèa stropà. “Bron, bron, bron… a ne s-ciopa el cuore a furia de bojare! Siora cuoga, par carità, la ne daga tregua ca sen zà s-ciopà!” “ ‘Na s-cianta ancora stè a fogo lento, po’ finirà ‘sto gran tormento, dal fornelo ve sotrarò e, fin a doman ve lassarò in conzièro par far la delissia d’ogni sculiero”. “Bron, bron, bron…” brontolava i Batoloni “chissà se el nostro brodeto piasarà a veci e putini o si preferirà i dadini ai nostri fasoloni che, boni, boni, boni si, ma, ‘na s-cianta dopo ca te li ga magnà, ‘sti birbanti, par de soto i se fa sentire co’ dei supioti ca te fa morire!” (Premiata al Concorso “Ulgibos” di Cavarzere)

    LETÀRA A DANIELE

    Adio, Daniele nuvola de bòcoli biondi, fasòlin col dente che spionava l’alba da soto la tèra isguazà. Adio, bochina de rosa. El to dire gera un desfare de note che carezava corde sonore de viòle. El to soriso on s-cioco de papavaro schizà su la fronte. Adio, Daniele. Domàn te sirà lassù, volanda col filo sbregà. Fra zielo e tèra te lassarà ‘na nuvola de bòcoli biondi e do oci aqua-marina sranà su falìve d’insogni

    Le to man picinine zogarà fra le stele co’ piume de lòdole a sbusàre le nuvole. I to bianchi ditini zercarà rami de fole desperse ne l’aria. El miracolo che vinze la morte stanote g’ha perso. Adio, Daniele, frègola de carne che g’ha sfrisà l’anema del tempo, picolo coriandolo senza carnevae. Fra mile e mile ànzoli doman te spuntarà, ciaro bucaneve de zielo, a inpizàre el silenzio. (Premiata al “Poetar Padano di Carpi)

    ZOGHI DE ‘NA OLTA

    Na olta che salti a la corda e a scaloòn e che partie a sasseti sentà sora al meale co la Nori e la Santina finchè me fradéi zogava a ciocheta co i botùn sora i rochèi! No’ se spendea schei e se se desmentegava chi grandi gera a tola magari chi magnava… Ancuò ‘sti zoghi bei i xe desmentegà e i putini inveze de zugare i sta par ore e ore incolà al televisore par vardare inbambolà tuta la serie di cartuni animà!

    ZERCAVO EL FOGOLARO

    Mezodì. Rompéa l’odor de le menestre cote i tòchi sechi del campanòn de piaza. El portòn de scola de colpo se verzéa. Xolava fora i fioi come s-ciapi de oséi smarazà. Pozà a on paracaro solo mì restavo a spetàr me opà. Po’, in cana a la bici ‘ndàvino par ‘na strada longa de campagna deserta e dissestà. Lu ‘l muso duro, mi la boca sarà. A casa nissùn ne spatava. La porta gera inciavà. Le pegnate lustre al so’ posto come me mama le gheva lassà. Co’ lagreme sconte zercavo al fogolàro ma le manine verte spalancà rancurava solo frègole de zènare giazà. (1° Premio al Concorso Regionale “Bruno Tosi” di Verona)

  • Erano solo speranze

    Gnagna Savina, detta la maturlana, poche cose non sapeva della gente del paese e quelle poche non avevano importanza. Questo provocava inquietudine.

    Incominciarono allora a mettere su un tale castello di dicerie e di pettegolezzi contro di lei che si vide trasformata in pochissimo tempo in perfida maga e strega scellerata. Gnagna Savina aveva venduto l’anima al diavolo che viveva nella sua stamberga, tetra come un vecchio maniero, là lungo la riviera, sotto l’aspetto ora di gallo, ora di gatto, ora di pipistrello o di qualche altro animale che la fantasia eccitata rendeva sempre più pauroso. Qualcuno giurava addirittura di avere assistito di persona (‘per caso, credetemi!’, si affrettava a dire) a certe pratiche sotto la cappa del camino in fondo all’abituro, da sola con la compagnia, si pensi!, di quegli animalacci che mettono i brividi solo a guardarli. Là preparava fatture e filtri e veleni; il diavolo in persona l’assisteva per uccidere a distanza con lo spillone nella fotografia, e si nutriva di carne umana e rapiva i bambini e sottraeva ostie consacrate per i riti sacrileghi e….chi più ne ha più ne metta! La vecchia, insomma, finì per diventare una “strolica”. Le sue facoltà di astrologa, guaritrice, chiromante, negromante, fattucchiera, veggente ed, infine, di maga e di strega in filo diretto con l’aldilà, erano riconosciute universalmente. Tutti ci avrebbero scommesso dei capitali, anche i più increduli, sicuri di farci su affari d’oro.

    Gnana Savina lasciava dire. Con un’alzata di spalle scivolava via su tutto, compiangendo coloro che sproloquiavano contro di lei e li sopportava con la stessa pazienza con cui aveva superate le traversie della vita che l’avevano temprata dentro, ma resa aspra ed intrattabile. Sembrava anzi che ci trovasse gusto ad alimentare le dicerie. Così la figura in nero di lei, inarcata sul dorso quanto una canna inarcata, il mento ed il naso protesi sulla voragine della mascella sdentata che formavano sul volto una struttura repellente, e quegli animalacci che la seguivano come ombre, ecco, generavano timore, astio, prevenzione, sospetto, misti ad un’irresistibile morbosità, curiosità, attrazione.

    Ogni volta che erano costretti a passare nei pressi della stamberga sulla riviera, non mancavano, tutti, di rallentare il passo e di tirare il collo oltre il muricciolo di cinta, nell’orto della maturlana e di sbirciare nell’abituro caliginoso in cui abitava, per quel fascino che esercitano i luoghi misteriosi. Tutti volevano vedere, controllare, verificare per potere testimoniare durante un’eventuale conversazione e potersi vantare di avere visto qualcosa di unico, quasi un segreto, che volentieri rivelavano a chiunque, raccomandando a ciascuno di tenere per sé il privilegio di tanta confidenza.

    Se solo avessero avuta la sfortuna (o fortuna?) di intravederla arrancare sulla riva del fiume, ella stessa trasformata in arconcello, a trascinare secchi d’acqua o nell’orto a curare le erbe, subito recitavano un responsorio, preceduto da un gesto che poteva essere anche un segno di croce, ed incrociavano dietro la schiena indice su medio. Anche i bambini sussurravano: Nafeta, benzina, ojo drento on goto par onzare el simioto a la vecia Savina, (nafta, benzina, olio in un bicchiere per ungere la schiena alla vecchia…) e stringevano contemporaneamente forte forte, dentro i pugni, i pollici per strozzarle il cuore, così insegnavano i grandi, per impedirle di fare filtri contro e toglierle perfino il respiro, ché per una strega, come quella, era meglio venisse a mancare addirittura.

    Invece Savina, la maturlana, continuava a sopravvivere. Ogni mattina all’alba era là nell’orto con le sue erbe, segno di contraddizione, oggetto di rispetto e di sospetto, di venerazione e di preoccupazione, di riguardo e di dubbio, perfino di servilismo e di viltà. La sua fama di fattucchiera e di veggente aveva ormai superato i confini del paese e ogni pomeriggio si concedeva ai visitatori che venivano da lontano per avere da lei una risposta.

    Negli anni di solitudine, infatti, dopo la morte del marito (morto di veleno, si diceva, per mano sua) e dei figli, portati via tutti, ed erano quattro, in un sol colpo dalla guerra, più che l’arte della magia e delle alleanze con le forze occulte, Gnagna Savina aveva curata con vera passione le facoltà delle erbe. Era divenuta esperta di infusi, decotti, tisane, pozioni, sciroppi, estratti di erbe come nessun altro, tanto che la fama di guaritrice aveva varcato i confini del paese. Una moltitudine disperatamente disposta a crederle, con gli occhi ancora pieni degli orrori della guerra, con la speranza di ritrovare un figlio, un fratello che ancora non dava notizie di sé, disperso non si sa dove, in Russia o in Africa, ogni giorno si affacciava sulla soglia della strolica per essere consolata.

    Gnagna Savina si concedeva con un po’ di mistero; a piene mani, per ognuno, generosamente, trovava una parola di certezza, un conforto, una speranza ed insieme un intruglio dei suoi, per darvi maggiore consistenza, in cambio di qualche soldo, quello che potevano, senza tariffa, che permetteva anche a lei di avere qualche speranza. di vivere.

    I ben pensanti del luogo, i “consumacristi” o “scannacristi”, come li gratificava la vecchia, non lo potevano sopportare. Si scandalizzavano che le autorità le permettessero di continuare a parlare con tanta gente. “Come lo può sopportare, lei, signor Sindaco? E’ uno scandalo. Come ne esce la fama del nostro paese? (dicevano) E lei, arciprete (dicevano), ha il dovere di bollare questo sacrilegio (dicevano). Si diffonde la superstizione, si incoraggia l’ignoranza (dicevano). Cosa ne può sapere una vecchia scema (dicevano) di cure e di malattie? E’ un cattivo esempio per i nostri figli!”

    A dire il vero, la vecchia male non faceva e neppure turbava eccessivamente l’ordine pubblico; insomma non dava alla fine fastidio. Al contrario, tanto concorso di gente favoriva i guadagni del signor sindaco l’unico gestore di osteria e di locanda del paese, e degli altri commercianti. Tuttavia ogni tanto il sindaco mandava il cursore a dare un’occhiata, più per fare tacere le critiche che per convinzione, e ordinava di tanto in tanto al maresciallo di mandare qualche carabiniere a fare un po’ di paura alla maturlana, “ma con discrezione, mi raccomando”.

    Il maresciallo Esposito, buona pasta di meridionale, anch’egli mandava con scarso convincimento ed eseguiva l’ordine solo per dovere d’obbedienza. Trattava la maturlana sempre in punta di guanto e con tutta la cautela possibile. “Io sono superiore a queste cose. Che sia una maga, per carità, io me ne fotto – confidava agli amici – però …e se poi lo fosse davvero? Meglio tenerla dalla propria parte, la strega! Non si può mai sapere!”

    Monsignore, invece, era indignato, anzi furioso, per suo conto senza l’incoraggiamento dei fedeli. Era addirittura ossessionato. Durante le omelie domenicali si lamentava e s’infervorava con i fedeli “sul male che alberga subdolo tra di noi” e “la pianta della superstizione che cresce nei nostri orti e che inganna con lusinghe”. Finiva comunque per invocare ogni volta dall’Altissimo pietà ed anatemi insieme, “contro l’anima di Savina, divenuta ricettacolo di corruzione e di scandalo”. Alludendo poi “ai tiepidi ed agli indifferenti, nonché complici” che trattavano con tanta superficialità un caso di morale come questo, entrava in polemica con le autorità, in particolare con il sindaco ed il maresciallo dei carabinieri.

    Ogni tanto, inoltre, Monsignore inforcava per conto suo la bicicletta. Con la cappa svolazzante come una vela dietro le spalle e la tonaca che gli disegnava il corpo segaligno, volava nell’antro della strega per sorprenderla nel mezzo dei riti demoniaci che si diceva celebrasse giornalmente nello stanzone semibuio dove abitava. Sembrava egli stesso un diavolo o, se si vuole, un angelo vendicatore, mentre pigiava furente sui pedali lungo l’argine. La sua immagine, riverberata dall’acqua, sembrava inseguirlo e dava l’impressione veramente che le forze divine si fossero finalmente decise a porre fine allo scempio. Severo ed inquisitorio straripava nella casa senza riguardo travolgendo ciò che glielo impediva. Con il libro sacro, l’acqua benedetta e la stola raccolta sulle spalle, si faceva largo tra gli oggetti che ingombravano lo stanzone, recitava, così, alla brutta, un responsorio e, sempre, il salmo 118 contro la presenza del maligno. Poi si riteneva in diritto di maltrattare un po’ la strega e minacciarla senza misericordia. I “vade retro satana” e i “non praevalebunt” in quelle occasioni si sprecavano.

    Gnagna Savina se ne stava quieta e rassegnata, Non si spaventava ormai più, la maturlana, come le prime volte, alle sfuriate del prete. Aspettava che spiovesse e ritornasse la bonaccia, come si aspetta sotto un ricovero lo sbollire di un temporale estivo

    Una volta sola aveva reagito. “Cosa mi dici ogni volta, arziprete! Io vivo qui sola e senza mezzi. Vivo di questo. La gente è semplice e mi crede. Questa, se vuoi, è l’unica mia risorsa”.

    “E brava, lei! – si era scandalizzato il prete – e brava! Proprio con il diavolo dovevi metterti? Bel cliente ti sei trovata!”

    “Non dire bestialità, arziprete; non dare credito a quegli scannacristi che ti ritrovi attorno e a quelle quattro troione che ogni mattina vengono da te a battersi il petto davanti all’altare. Non ne vale la pena. Perché ti dai tanta pena per me che, in fondo, non do fastidio a nessuno, proprio a nessuno!”

    “E questo gatto e questo gallo che sono l’incarnazione del demonio? E i pastrocchi che fai qui con il tuo padrone? – aveva insistito il prete.

    “Oooh, arziprete, un gatto ed un pollo sono quello che sono. due animali, come gli altri che vedi qua attorno, i soli che sono rimasti a farmi compagnia, ormai. Loro ed io qui, in questo zoo, insieme, finché non sarà anche per noi la nostra ora. Ciò che succede qui è solo apparenza, solo apparenza, per dare importanza alle mie parole e alle mie erbe. Solo questo. Quelli che l’ignoranza della gente chiama filtri e pomate del diavolo, non sono che acqua con qualche erba e gli unti demoniaci solamente miscugli di farina, oli, cera e, qualche volta, miele, secondo i casi.

    Guarda questo, arziprete – si era avvicinata ad uno scaffaluccio malfermo in fondo allo stanzone – , guarda qui. Questo è estratto di olio di assenzio. Lo sai che è capace di togliere la stanchezza e fare andare via la febbre? E questo qui è olio rosso di iperico, ottimo contro le scottature, le ustioni, le piaghe e le ulcere. E questa è cedronella contro l’asma e l’angoscia. Con una particolare lavorazione diventa buona per il mal di testa, l’insonnia; cura perfino il mal di denti. E questo, ci crederesti? E’ succo di ortica, l’umile ortica che cresce tra i ruderi e lungo le strade. E’ buono contro la caduta dei capelli. Ah, questa poi è la più ricercata. Questa si chiama “Aqua insensià”. Non è che acqua con qualche goccia di essenza di liquore, anice per lo più. Come medicina non ha nessuna importanza, ma è ottima contro gli stati depressivi e l’ansia. La gente ci crede e io gliela do, e va via ed è contenta e si sente bene. Perché non dovrei farlo?”

    “Questa è roba della natura, arziprete. Non ha nulla di diabolico. Io so che tutti quelli che vengono da me sono spauriti, insicuri, disorientati, con mille magagne; talvolta non hanno più coraggio di continuare con questa vita diventata così difficile per tutti e piena di incognite. Io li capisco, lo sai? Eh, la vita è stata dura per tutti. Talvolta non hanno più il coraggio di continuare a vivere. Io li comprendo, sai? Eh., questa guerra, questa guerra ci ha rotto dentro! Vengono qui da me solo in cerca di speranza. Le mie predizioni, i miei filtri, le formule, i gesti, le giaculatorie, ecco, sono solo speranze, arziprete, speranze. Quelli non hanno paura di me più che delle proprie ansie; cercano solo qualche grammo di speranza. Io non distribuisco che speranze… ed un po’ di solidarietà, se si vuole. E quelli se ne vanno più certi del loro futuro. E quello che do loro come contenesse chissà quali poteri, è innocuo: ci credono, perché mi credono una strolica, una maga. Ciò basta. Io sono diventata un parafulmine, arziprete, per tutte le creature che chiedono aiuto alla strega, alla maturlana, la pazza, come mi avete battezzato senza l’acqua santa. Come un parafulmine me ne sto in cima a questo mondo in attesa della fine della tempesta, finché la gente non avrà trovata la sua pace e si sarà dimenticata di me”.

    Un giorno il “parafulmine” fu smantellato. Arrivarono, questa volta, i carabinieri dalla città con l’ordine di sequestrare tutto e di internare Gnagna Savina, la strolica, in fama di tenere corrispondenza con l’aldilà, per turbamento dell’ordine pubblico ed esercizio abusivo della professione medica.

    L’ordine fu eseguito, ma la gente sentì che l’esistenza ed il futuro erano diventati di colpo meno sicuri e rassicuranti.

  • La fotografia

    Raramente mi soffermo a guardare una réclame appesa ai muri. Quando rientro a casa sono stanco, affaticato dalla routine del lavoro, inoltre le ultime sedute psichiatriche mi hanno veramente stressato: quel medico svizzero mi disorienta, mettendo sempre più confusione dentro le mie idee già di per sé sconvolte (tu es boulversé, mom amour – mi diceva una mia conquista di giovinezza, riferendosi a certe mie paranoie, amiche intime di una incipiente schizofrenia). Mi sono sempre autoconsolato delle mie stranezze, pensando che anche geni come Nietzsche e Schouman – solo per citare due a caso fra i grandi – pare fossero schizofrenici o giù di lì.

    Ebbene, non sono un abituale estimatore di pubblicità sui muri – dicevo – ma quella foto di un mese fa, appesa in un vicolo che non percorro quasi mai, mi sta letteralmente ossessionando, al punto che perdo molto, troppo del mio tempo, a fare ricerche infruttuose che mi nevrotizzano sempre più.

    Non è un’attrice quella donna che reclamizza nientemeno che un romanzo (ditemi se potrebbe esserci qualcosa di più distante da me, che di libri ne ho letti pochini – se si eccettuano i manuali di informatica, legati al mio lavoro e qualche libruzzo di fantascienza o opuscoletti pornografici –, che lettore non lo sono stato mai, visto che ho preferito praticare qualche sport e viaggiare, quando mi è stato possibile); non è una star, non è la Marini, non è la Parietti, eppure leggo in lei un fascino sottilmente allusivo, uno chic dell’anima che si fa calore del corpo, che mi attira, mi prende, come un’estetica calamita e io stesso non so darmene del tutto ragione.

    Ho copiato il nome della casa editrice in un foglietto. È francese. In questi giorni avrei dovuto inviare un ispettore del mio laboratorio informatico a Parigi, per trattative commerciali. Andrò di persona, sospendo così anche le sedute psichiatriche, concedendomi una pausa, un breve e desiderato respiro, allontanandomi da quel funebre occhialuto, con il suo accento crucco e i suoi impercettibili oh oh, ogni volta che finge di non scandalizzarsi per le mie “perversioni” sessuali (ma uno psichiatra non dovrebbe essere nietzscheanamente al di sopra del bene e del male? E non mi direte che è poi cosa tanto grave se preferisco un rapporto in chat-line erotica ad uno reale, in cui mi dovrei sciroppare anche gli odori, i sudori e gli escreti di donne che oltretutto pretendono rassicurazioni amorose?).

    Parigi mi ha accolto percorsa da un vento frizzante che ha increspato la Senna, fatto volare lontano il mio cappello e irritato la mia gola, tutto in un baleno, tutto in una volta, senza soluzione di continuità.

    L’indomani, eccomi nella casa editrice a cercare lumi sulla donna del ritratto fotografico. Lunga attesa per essere ricevuto dal direttore, in un salottino odoroso di croissant, seduto su un duro divanetto, sogguardato da una maliziosa segretaria che ha arrotato tutte le erre che aveva a disposizione, per dirmi che Monsieur **** mi avrebbe ricevuto, presto anzi prestissimo. Un prestissimo lungo a dire il vero, estenuante, molestato anche da una mosca che mi si era affezionata come nessuna donna mai, nel corso della mia cinquantacinquenne esistenza.

    Finalmente, il naso peduncoloso del severo Monsieur si sporse, sormontato da occhiali spessi e non proprio di specchiata pulizia e la sua bocca si aprì poco, con avarizia per invitarmi ad entrare.

    Gli spiegai, arrossendo e quasi balbettando, che avrei desiderato ragguagli sulla donna del ritratto, perché – interessandomi di pubblicità (nel dire balle, come tutti gli “schizo”, sono un vero maestro) -, la ritenevo indispensabile per reclamizzare gioielli di lusso, vista l’aria aristocratica che spirava dal suo volto, mista a una sensualità di stampo borghese.

    «Ce n’est pas possible!»- gracidò più volte la vocetta blesa del peduncoloso. Madame ***** è una scrittrice e compare solo nelle copertine e nella pubblicità dei sui libri, inoltre, quella foto è del 1992.

    Posso sapere almeno il nome?

    «Presto fatto, disse il direttore – subodorando profumo di affari – quante copie del suo ultimo romanzo intende acquistare?»

    «Cinquecento – risposi senza pensare, pronto al rimando – purché mi dia il numero privato della signora a cui voglio esprimere tutta la mia ammirazione».

    «Mille – rispose, al rialzo l’ometto».

    Avrei accettato anche un milione, la mia paranoia mi pulsava dentro come un piccola tirannica vaporiera.

    All’inizio fu fredda al telefono, lusingata dall’acquisto, ma distante. Non accettò di incontrarmi personalmente (aveva troppo da fare ed era in partenza…); su mia insistenza mi dette la sua mail.

    Tornato a Milano le scrissi un messaggio pieno di lodi e di quella umiltà che non provo, ma che mi piace tanto imitare (tutto questo rientra nel quadro clinico del mio squilibrio mentale, dice lo psichiatra); la spocchiosetta rispose cautamente, con poche battute.

    Immaginavo i suoi occhi abbassati sulla tastiera, le ciglia sembravano proiettare ali d’ombra su quelle guance gentili, mentre la bocca, arrossata da un carminio leggero, si increspava lievemente, per nascondere la noia di un rapporto forzato.

    Non mollavo l’osso. Più lei tergiversava e resisteva, più io mi facevo insistente, rallentando la presa, quando avevo osato troppo, lodando ora la sua vis artistica, ora il suo aspetto di candida malizia, il suo sguardo ammiccante, la sua mano solcata da vene sottili. Davo prova di aver letto il suo romanzo riga per riga, commentando avverbi, aggettivi e spazi di silenzio e respiri dei protagonisti, senza trascurare la forza di un’interpunzione molto particolare.

    Non smettevo. L’ossessione stava raggiungendo effetti parossistici.

    Cosa avrei voluto ottenere?

    Portarla a letto? No, le mie manie mi fanno prediligere rapporti virtuali.

    Farla innamorare?

    Anche, ma soprattutto umiliarla, cancellando dal suo volto la sicumera di quello sguardo in tralice, ironico, che pareva mi volesse dire: «sono una regina e tu il mio valletto, non ce la farai mai…».

    Metterla in ginocchio volevo.

    Dominarla.

    Schiacciarla.

    Dimostrarle che ero il padrone con la frusta…

    Miravo ad un rapporto d’amore parlato, fingendo d’amarla.

    Lavorai a lungo.

    Non fu facile persuaderla a scaricare in computer una chat, dove io navigo come quel velista che sono anche nella realtà; feci io la registrazione per abbindolarla meglio (ridevo così forte che la voce mi usciva dalla gola in rantoli rochi di crudele soddisfazione…).

    Chattammo per lunghe settimane.

    Faceva la riottosa.

    «Domani non posso, perché devo uscire a cena col marito…»

    «Oggi solo pochi minuti, perché poi devo studiare»

    Studia, studia, mi spazientivo io, preparandole lo scherzetto.

    Un pomeriggio la gasai talmente, titillai a tal punto le sue voglie represse, accesi in lei un fuoco così vivo , da ottenere un vero appuntamento.

    Sarei tornato a Parigi e l’avrei ricevuta nella mia stanza d’albergo.

    Tutto stabilito.

    Tutto preordinato.

    Solo che alloggiai nell’albergo di fronte, per godermi la scenetta.

    Dio, che risate!!!

    La vidi salire la scalinata, con passo molle.

    Mi accorsi solo allora che apparteneva alla specie di una di quelle donne che più che camminare “sfilano”, tanto la sua falcata era languida e naturale.

    I capelli erano più corti e ricci che nel ritratto.

    Il naso, di profilo, sembrava lievemente aquilino, ma nonostante il binocolo, non vedevo bene i particolari, e soprattutto mi sfuggiva lo sguardo, quello sguardo che mi era costato mille libri, sedute psichiatriche suppletive e soprattutto notti insonni a congegnare il mio piano satanico.

    Dopo un’ora, la vidi ridiscendere: adesso non sfilava, incespicava.

    Ripartii allegro come un grillo.

    A casa trovai una mail disperata in cui era divisa tra il dolore che mi fosse capitato un incidente e l’umiliazione che l’avessi giocata.

    Non risposi al telefono, finché non fui sicuro che mi avessero cambiato il numero.

    La mia vita continuò come sempre, con donne virtuali, molto meglio di quelle in carne ed ossa con pretese di essere amate.

    Mi parve che i miei disturbi nervosi subissero un miglioramento.

    In libreria, dopo un paio d’anni, vidi esposto un suo nuovo libro. Lo acquistai, incuriosito.

    Niente foto nel retro di copertina.

    Nella bandinella si leggeva: «Esce postumo, l’ultimo struggente romanzo di ****».

    Peggio per lei, pensai di primo acchito.

    Eppure quella morte stava tormentandomi subdolamente: la sentivo come un contraccolpo sordo.

    Mi saltava addosso all’improvviso, vulnerando il mio proverbiale cinismo.

    Rivedevo il suo sguardo all’improvviso, riflesso nella vetrina di un negozio; presi a vederla dentro il televisore, mi compariva nel bel mezzo di un film, affiancandosi al primo attore, ieratica, distante, lunare come un incubo.

    Un bel mattino, proprio mentre facevo colazione nel bar centrale della mia città, avvertii nel tinnire del cucchiaino sul bordo della tazza, le note dolci della sua risata, una breve cascatina di perle, quasi si fossero sciolte all’improvviso quelle che nel ritratto lei

  • La vita copiata

    Laureatasi nel 1936, da due anni la signorina Innocenti era insegnante di lettere presso il ginnasio della città.

    Appena entrata in classe aprì il registro, scorrendo l’elenco degli studenti: “De Novis – chiamò con decisione – De Novis in storia”.

    Il chiamato s’alzò dal quarto banco con la stessa spinta di chi si offre volontario. Era sempre elegante, pur essendo figlio del custode della scuola, che l’aveva avviato al ginnasio, un po’ per l’influenza del contatto e parecchio per ambizione, per un abbaglio comprensibile sulle qualità del figlio, che avevano invece il fiato grosso. Il genio era stato promosso in seconda a settembre, e quest’anno… mah!, era inutile pronosticare, giugno ancor lontano, ma tutti e due i De Novis contavano sulla loro premura verso gli insegnanti, il padre nei corridoi, il figlio in aula, sempre pronto, col sorriso in bocca a rendersi utile, vuoi per un gesso, per un registro o una carta geografica. A riguardo, era veramente impareggiabile.

    Ora era interrogato su Carlo Magno, che dimostrò di conoscere, ma in un’esposizione stentata, sorretta da frasi del testo. Incerto sulla data di morte di quel pezzo da novanta, sillabò un 813, sperando, nel percorso dalla prima sillaba all’ultima, di raccogliere un suggerimento, ma tutti zitti, solo una mano alzata. Era di Manocchio, che l’anno prima aveva avuto il coraggio di dire Somalìa, spostando l’accento sulla i, come non era mai capitato a nessuno, e tutti giù a ridere, lei a spaccarsi la mano sulla cattedra a intimar silenzio, con l’animo che le sussultava dal riso. L’indomani la satira feroce, cantata dai compagni nell’ombra dei corridoi:

    Manocchio è un bel ranocchio / che quando dal banco va via, / dice subito una fesseria, / che si chiama Somalìa.

    Tutto rivide l’insegnante in un attimo, tutto risentì, mentre alzava il disco verde sulla data di morte di Carlo Magno, un 814 schizzato come un getto d’acqua compresso, e chiamava fuori proprio il Manocchio ancora su quell’argomento, congedando il De Novis e apprestandosi ad ascoltare questo secondo orale.

    Anche questa volta, tutto come sul libro, e nessuna traccia degli approfondimenti fatti dall’insegnante; l’esposizione era corretta, ma insulsa, senza stile e con tante parole del testo. Egli diceva, e l’insegnante si sorprese a pensare ai tanti alunni che in quel momento, in tutte le scuole del regno, ripetevano qualcosa, diversi magari su Carlo Magno. Chissà cosa avrebbe detto l’Imperatore dinanzi a un plagio così generale e grottesco, dopo secoli di civiltà!

    Un plagio che si estendeva dovunque, nei saggi ginnici e nei campi Dux, nei pensieri dei gerarchi e nei discosi del capo alle folle oceaniche, strabocchevoli in tutte le parti d’Italia, nelle uniformi del sabato Fascista e nel saluto balilla.

    Ma intanto Manocchio faceva pausa, e lei ne approfittò per mandarlo a posto, fattosi ormai un giudizio, ma anche per sentir parlare su un altro argomento, e interrogò Addabbo sui Comuni.

    Addabbo aveva la parola sciolta, la frase intonata, ordine, chiarezza e filò leggero come un angelo, richiamando, al pari di sempre, la platea, a cui egli dedicò il fascino delle ultime parole, leggermente marcate nell’enfasi: “E così le città, sconfitte dal Barbarossa, ma senza mai perdersi d’animo, si unirono concordi nella lega di Pontida, e tutte le forze comunali alleate, tutti gli abitanti, i grandi i piccoli, combatterono a Legnano come un sol uomo, e inflissero all’Imperatore una sconfitta, da cui egli non si risollevò più. La patria italiana rinasceva per la prima volta nei Comuni della Lega Lombarda”. Così finì, con la grinta del Giovanbattista genovese, e tutto l’uditorio, riconoscendo in lui una promessa eroica e trasferendosi freudianamente nella sua figura, gittò l’applauso incontenibile: “Bravo, Addabbo!”.

    Quegli alunni arrivaron tutti, De Novis in coda, ma presente tuttavia all’appello, grazie alla sua gentilezza, all’esame di maturità, e lo superarono, iscrivendosi ognuno alla facoltà per la quale aveva attitudine, come si diceva non senza un po’ di retorica. Ma nel frattempo scoppiava la guerra, dove tutto un ventennio, gonfio di parole, esplose, facendo “pum”, come il sacchetto di carta nelle mani del ragazzo.

    Tutta una rovina, ma l’Italia si risollevò. Adesso era un’altra nazione, orizzonti nuovi, scuole nuove, con tutta una fiumana di studenti e tanti De Novis, un tempo già al lavoro dopo la quinta elementare, ma adesso tesi al diploma superiore ed anche universitario, il tutto senza sottomissioni, gentilezze forzate o sorrisi alle labbra.

    L’ex-signorina Innocenti, diventata Conti da diversi anni, insegnante ormai al Liceo storia e filosofia, applaudì ai tempi apportatori di dialogo, che non le era riuscito negli anni di cartapesta; ma tutti i “blue-jeans” che affollavano i banchi, quei capelli arruffati, lunghi, capelloni, al dire comune, quei fianchi mascolinizzati del sesso una volta gentile, buttati all’emancipazione, accolsero con ghigno le pretese di un confronto fra la tradizione e il tempo attuale, considerando inutile ogni sforzo dialettico in questo senso, per approfondire, come lei diceva, le verità secondo il detto: “veritas filia temporis”; né tanto meno badavano al suo: “non nova sed novae”, vale a dire: non cose nuove (nihil novi sub sole) ma modi nuovi.

    No, essi appartenevano al loro tempo (nessuno però glielo contestava) e avevano a noia dei tempi degli altri, che non capivano. Questioni attuali volevano, dibattute con le nozioni che sapevano e non sapevano; questioni sociali, economiche, rivendicazioni, l’affare della droga, la nevrosi, le assemblee di classe e quelle più grandi di scuola. Anche il linguaggio è cambiato, pareva dicessero, ponendosi “sulla piattaforma”, collocandosi “al vertice”, andando “al limite”, vivendo “il collettivo”, portando avanti o recependo il discorso nella misura in cui…”, ecc. ecc.

    L’ex-signorina permise che esternassero la loro personalità, per un sospetto venutole dal fondo, che potevano aver ragione, ma se lo tolse subito, perché, dietro un armamentario di frasi impersonali, c’era solo tanta voglia di far sempre vacanza.

    Almeno gli alunni prebellici avevano il pudore di un pò di diligenza! Nulla era cambiato nelle sue classi, ognuno perseguendo il proprio “particulare”, di guicciardiana memoria, dietro il carro del partito unico di ieri o dei partitti massicci di oggi. Allora, indispettita contegnosamente, com’era nella sua indole educata, spiegò com’era suo costume, facendo nuovo l’antico, e, con l’autorevolezza del sapere, li fece rientrare. Poi cominciò a interrogare.

    “D’Acunzo – chiamò – D’Acunzo in storia”. S’alzò un omino con baffi, un pelo di barbetta, gli occhiali a coronamento: un intellettuale, alle apparenze. Lei: “Sentiamo, che mi sai dire sul fenomeno comunale?”. Egli s’era preparato, su un altro testo, non in adozione, era provvisto di parlantina, e iniziò scorrevole, attirando l’ascolto. Fece in sintesi la storia, con riflessioni di quando in quando, e invaghì la massa alla conclusione: “Il Comune, riconosciuto libero dopo la sconfitta apportata al Barbarossa, rappresentò la vittoria degli interessi borghesi, nascosti sotto il nome di patria, e deluse le aspettative del collettivo popolare, che si era fatta l’illusione di combattere per un patriottismo comunardo. La patria – terminò con convinzione marcata – non fu che una sovrastruttura, come tanti valori tramandatici, della classe dominante”. E qui, sul punto fermo, uno scroscio di applausi l’abbracciò con un sol grido unanime: “Bravo, bravo D’Acunzo! D’Acunzo, sei tutti noi!”.

    Mentre ritornava al posto, le veniva facile, all’ex-signorina, il raffronto tra le marionette d’una volta, anche le più celebri, passate per i suoi banchi, e queste, e non ci vide differenza, al di là d’interpretazioni di circostanza, se non del tono.

    E guardando sul registro in cerca del nome dell’alunno, e scrivendone il voto, si ritrasse definitivamente in un pensiero, che le era balenato talvolta, cioè che per avere un nuovo “establishment” occorreva, come sempre, una conversione religiosa-spirituale nell’intimo, che ad ogni uomo dava la possibilità di sentirsi un altro, e unito, contemporaneamente, con tutti.

  • Le creature impossibili di Enzo Romanin

    Il concetto della metamorfosi, cioè della trasformazione di esseri umani in piante, in animali (per punizione in rocce, per aver offeso gli Dei o per salvarsi da animali feroci) è antica quanto il mondo. Ovidio e Apollonio ne hanno parlato nei loro scritti e anche autori di fiabe come Esopo, Fedro e molti altri ancora hanno fatto propria l’idea della mutazione ad opera di incantesimi.

    Anche nel campo della pittura e della scultura alcuni artisti hanno seguito questo filone. Enzo Romanin è uno di questi. Con la sua manualità dà vita a creature particolari, metà fiori e metà animali, che si tramutano in altri esseri che emanano dolcezza, simpatia, tenerezza, rispetto e talvolta sorpresa. Sono le “Creature Impossibili”, diventate tali dopo elaborazioni durate anni di studio, di ispirazione e di creatività.

    Con materiale semplice, un cotto pastoso, fatto personalmente, egli scolpisce questi soggetti particolari: piante, fiori che diventano donne, uomini o animali.

    Il rapporto dell’artista con la Natura, è molto vissuto, soprattutto con le piante grasse che non tutti amano perché pungono. Le piante grasse dello scultore rodigino, invece, hanno un’anima, sono dolcissime, dotate di sentimenti delicati, che temono gli uomini e che si proteggono dagli esseri, con gli aculei.

    A colpo d’occhio, quando le si ammira, arrivano alla mente le immagini di certi personaggi dell’America latina, dei popoli Maya, degli Incas, degli Atzechi, di certi sacerdoti-sciamani dotati di una grande forza interiore. Alcune racchiudono la saggezza celeste, la luce illuminante, in forme pacate e serene, della serenità conquistata. Altre statue sono la metamorfosi di alcuni fiori-animali che diventano altre creature, come la statua della ballerina, il cui corpo è composto da un grande fiore tropicale, l’ibiscus, che vive molto poco, i cui petali si aprono a suon di danza. Le ultime statue sono creature strane ed impossibili perché, attraverso la Metamorfosi, sono diventate “Esseri” composti da fiori, animali, volatili, con una loro individualità, rispettosa delle altrui presenze e vite solari.

    “Animali-Statue” che non accettano più di nutrirsi di altri esseri, ma prendono “l’energia vitale” dal sole, dalla luce, come se essi desiderassero un mondo di pace e di armonia, non solo di colori, di proporzioni, ma soprattutto di scelta di vita e di esistenza.

    Talvolta si è colpiti dall’aspetto altero di una faccia di uomo, simbolo della superbia, del pavoneggiamento e allora sovvengono alla memoria Fedro ed Esopo, scrittori antichi che ammonivano l’umanità per mezzo delle loro favole: venivano colpiti, attraverso le vicende degli animali, i difetti e le mancanze di quei tempi. Parimenti Romanin mette il dito su certi aspetti umani da cambiare, li frusta, li mette in ridicolo. E’ l’ironia un’arma potente per far comprendere la verità in un mondo che si bea solo dell’apparenza.

    In altre sculture, alte fino a due metri, domina il senso della leggerezza, della libertà, della delicatezza.

    Le due statue, “Maternità” e “L’Attesa” a forma di piante grasse trasmettono dal loro volto una dolcissima espressione materna e di paziente attesa. Sì perché la maternità è un atto creativo del Cielo, che viene accolto con pacatezza, con serenità, con trepidazione, come un mistero antico.

    Alcune statue infine sono attorniate da fiori semplici e nello stesso tempo fragili e delicati. Alcuni, come ad esempio le campanelle, ancora da aprirsi completamente o chiuse del tutto, o come l’ibiscus, lo stramonio, il fiore delle streghe perché una pianta allucinogena, o come ancora il papavero e il cardo.

    Per rendere ancora più delicata l’immagine delle statue, l’artista le dipinge con colori ad acquerello ed olio, colori che rendono gli ornamenti floreali più originali e simbolici. Colore e materia si uniscono per dare a queste opere un aspetto unico e particolare. Sono opere mutanti, trasformate in “Creature Impossibili” dalle mani esperte di quest’artista rodigino che, innamorato della Natura, è riuscito a render “umane” le piante che quotidianamente vivono accanto a noi, quasi in simbiosi.

    Non esistono più i confini, nei suoi lavori, tra pianta e persona e animale: la statua diventa un essere unico, con corpo di un fiore, con cosce di un animale e con i polpacci di un altro e così via, in una creazione armonica ed incessante.

    Nato a Rovigo dove abita, Enzo Romanin, geometra, ha frequentato la facoltà di Architettura, poi lasciata per dedicarsi all’insegnamento di Educazione Tecnica nella scuola media. Appassionato da sempre anche di scenografia, è giunto alla creatività manuale un po’ per volta, spinto da un’esigenza interiore. Ha iniziato, prima a creare maschere, adornate da fiori e frutta e poi, di seguito, piccole bambole, le cui vesti erano petali di fiori e infine è arrivato a realizzare grandi opere di un metro e mezzo e talvolta di due.

    Ha già allestito delle mostre con le sue “Creature” a Rovigo, ad Abano, a Ferrara presso la galleria d’Aste”, a Padova presso una fioreria, ottenendo interesse per il suo lavoro artistico: altre mostre sono in programma.

  • Il murale della bonifica

    Il complesso dell’Amolara di Adria, nato nella seconda metà del XIX secolo come importante idrovora in grado di smaltire in Canalbianco le acque piovane di un vasto comprensorio del Polesine centro-orientale, dal 1992 aveva esaurito la sua funzione, registrando un periodo di evidente decadenza e di rapido deterioramento.

    A salvare l’originale struttura da una fine indecorosa è intervenuto un progetto, su ideazione della Coop. Turismo & Cultura e curato dal Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco proprietario dell’immobile, che ha ottenuto il sostegno della Regione Veneto ed ha visto in breve tempo una completa ristrutturazione e riconversione del complesso.

    L’Amolara è così tornata a vivere, adibita a nuove funzioni, di cui le prevalenti sono legate all’attività turistica, con particolare riguardo all’aspetto ricettivo e museale. Come si è avuto modo di parlare in precedenti interventi su questa rivista, è stato attivato un Ostello ed avviato il Septem Mària Museum, dedicato alla civiltà delle acque, di cui la bonifica rappresenta uno degli aspetti più significativi, e alla conoscenza della storia della zona con particolare riguardo al profilo geologico e naturalistico.

    Ora un nuovo capitolo si è aperto all’Amolara: l’inaugurazione di un grande murale, realizzato dal pittore adriese Elvio Mainardi all’interno dell’Ostello, sulla parete di fronte all’entata principale. Un’opera di sicuro talento che si inserisce perfettamente nel percorso museale che dovrà completarsi con la realizzazione di un Archeoparco all’esterno del monumentale complesso.

    Ma lasciamo la parola al prof. Umberto Tessari che ci illustra gli aspetti artistici e descrittivi dell’opera:

    “E’ un mirabile racconto visivo che prende avvio dai silenzi delle capanne preistoriche barenali, per approdare alla città moderna su cui campeggiano i campanili della cattedrale e della chiesa di S. Maria Assunta della Tomba. Una sintesi difficile da realizzare, attenti ad evitare la trappola dei luoghi comuni e quella della “retorica” sentimentale, spesso, purtroppo, implicite nei capitolati commemorativi, delle committenze. Mainardi ha affrontato coraggiosamente le dimensioni notevoli della parete; ha disposto le sezioni visive con finestre a trittico, intersecanti, recuperando storicamente le impaginazioni degli antichi polittici veneziani, un legame, questo, che sottolinea anche la continuità culturale delle immagini. Con un disegno forte, incisivo, privo di distrazioni decorative, ha interpretato il lavoro duro della campagna; lo scavo e l’arginatura dei canali di smaltimento delle acque; l’avvento secolare della maternità e della prima educazione dei figli; la stesura dei “patti”; i momenti di sosta e di riflessione, necessari per alimentare consapevolezza e decisione. Il pittore, gran esperto nella figurazione, ha cercato, quindi, in ogni tratto, di amalgamare il vigore caratteriale dei personaggi presenti, con una particolare tipologia d’ambiente; ha ricreato l’affanno delle ore difficili e lo ha collocato entro paesaggi che alternano alla pesante atmosfera operativa, serene oasi di luce. E con le luci, affidate ad una attentissima regia distributiva, ecco il colore; quel raffinato, eloquente colore, portato a codici di moderno espressionismo, che costituisce la nervatura essenziale dell’intero dipinto.

    Come farebbe un musicista, componendo un “poema sinfonico” o una “rapsodia” per orchestra, così Mainardi attrezza la sua parete in chiave di risonanze grafiche emblematiche e di tessiture cromatiche, affidate spesso alla magia dei toni complementari.

    Davvero, questa, è una importante opera d’arte, sincera e attualissima, che onora la Committenza e l’intera città di Adria; un’opera che, lo si tenga ben presente, non potrebbe essere perfettamente compresa, nè valutata in giusti termini, se non si sono precedentemente capiti e partecipati tutti i parametri di umanità sofferta, che hanno disegnato il profilo storico e geografico del Polesine.

    Le generazioni future troveranno, dunque, in questo murale, la piccola Bibbia di una città che fu gloria degli Etruschi e di Roma, castello militare e centro commerciale dell’Esarcato; emporio veneziano, sede di una tra le prime Accademie di Umane Lettere; sede oggi di un prestigioso Museo Archeologico Nazionale.

    Plinio il Vecchio potrebbe ritenersi soddisfatto per aver descritto con tanta diligenza e amore la terra polesana, nella sua “Naturali Historia”; Elvio Mainardi ha concluso brillantemete il ciclo, donandoci questo straordinario monumento artistico che riassume tutti i capitoli del lungo racconto. Gliene siamo profondamente grati, e formuliamo l’augurio che molte persone possano sostare, davanti a questo dipinto, attente a capire, godere il mistero dell’arte, fare memoria di un passo tra i più significativi della storia comune, veneta e italiana.

  • I percorsi pittorici di Stefania Schiesaro

    Le belle sale di Villa Rezzonico a Sant’Urbano, ospitano, da alcuni mesi, numerose opere pittoriche di una giovane artista rodigina: Stefania Schiesaro.

    Pittrice e architetto, poco più che trentenne, Stefania Schiesaro ha già al suo attivo varie ed importanti mostre personali. Con l’opera dal titolo “Racconto rosso” ha partecipato all’iniziativa ideata dall’Accademia dei Concordi “Un dipinto al mese”, che ha riscosso notevole successo.

    I suoi dipinti, affascinanti e originali, nascono dalla profonda attrazione dell’artista per il mito, rappresentato nella sua dimensione classica, sia nella letteratura che nella pittura antica.

    Ed è proprio la passione per il mito che ha spinto Stefania “verso il concepimento di superfici di grandi dimensioni nelle quali, unitamente al caos primordiale, costituito da un rilevante uso di materia pittorica, si inseriscono dialetticamente alcuni frammenti di dipinti della pittura rinascimentale e barocca, in un’alternanza di astrazione e figurazione finalizzata ad una sorta di spiazzamento visivo. Ritorna quindi incessante – afferma l’artista – la contrapposizione tra due realtà e dimensioni dell’essere, in un difficile gioco di antinomie nel quale, giorno dopo giorno, si consuma l’inquietudine del vivere”.

    Stefania Schiesaro, molto riservata, è poco loquace. “Per chi, come me, è timido ed introverso, – spiega l’autrice – risulta quasi più spontaneo e naturale esprimersi con la magia dell’espressione grafica, con la forza della parola scritta o con la gestualità e l’energia della danza.”

    Le chiediamo come sia nata la sua passione per l’arte. “Mio padre dipingeva, – risponde l’artista – mia madre mi regalava tavolozze e colori, tele e cavalletti; un pittore, amico di mio padre mi ha insegnato i primi rudimenti. In seguito, ho ricevuto in dono degli acquerelli ed un quaderno per scrivere i miei pensieri. Ero in un periodo di forti tensioni interiori, difficili da esprimere, ma che sentivo di dover esternare per liberarmi dal loro peso.

    Ho iniziato a rappresentare il mio mondo interiore attraverso il simbolismo delle parole e del disegno. Sono nati così i miei primi acquerelli e le mie poesie; entrambi carichi di elementi simbolici: la sfera perfetta, centro gravitazionale incorruttibile, la ciclica luna che, in un abbraccio celeste, tenta di adeguarsi alle forme della sfera fondendosi con questa; la spada che, con un taglio lacerante, irrimediabilmente li divide; l’idea quasi ossessiva dei “quattro elementi”, interpretati ad acquerello, decritti, studiati ed analizzati in prosa. Quasi contemporaneamente, nella mia professione di architetto, ho “incontrato” un materiale particolare, quale la fibra di vetro, che mi ha catturato per la sua trama aggrovigliata e per il suo modo di riflettere luce”.

    “E’ così che ha avuto origine la tua prima serie di quadri?”

    “Sì, erano quadri neri, lacerati, divisi fra due sentimenti contrastanti nei quali si giustapponevano due metà contrapposte: una geometrica e chiusa e l’altra instabile e aperta alle sollecitazioni cromatiche più disparate. Era la lotta tra due mondi, tra due stati d’animo, che si rivelava anche nei titoli apposti in calce: logica e istinto, dubbio e certezza, tempesta e sereno, passione e ragione.”

    “La tua prima personale?”

    “Nel 1999, presso la Tavernetta di Palazzo Roncale; il titolo: “Equilibri”.

    Da allora, l’arte di Stefania Schiesaro è un susseguirsi di rinnovamenti, di ricerca, di prove sull’analisi accurata di ogni dettaglio che l’artista prende in considerazione.

    La facilità con la quale intuisce e sviluppa i suoi soggetti è sorprendente. Non si riscontrano ripetizioni o edonismi, ma una capillare messa a punto dei mezzi espressivi che mostrano tutta la loro elasticità davanti alla mirabile composizione. Una composizione a largo respiro, complessa e risolta nei minimi dettagli, preziosa in fase realizzativa ed affascinante per l’originalità cromatica.

    Il colore riesce ad accentrare nei soggetti tutta la vastità delle emozioni, dei suggerimenti lirici che ne seguono. Il pigmento di Stefania è musica; delicato e ambrato nei toni, fuoriesce a volte con impeto studiato e sapientemente contenuto dal gioco dei cromatismi.

    Nel tempo, l’artista si è rivolta a materiali quali rame, legno, sabbia, carta, mosaico, frammenti di vetro, polveri d’oro. Alcuni presenti fin dalle prime realizzazioni, ma utilizzati in modo via via più libero a creare paesaggi d’anima.

    “In seguito, – sottolinea Stefania – alcune riflessioni sulla pittura contemporanea ed alcune necessità interiori, mi hanno gradualmente avvicinato ad una nuova espressione nella quale era più visibile il tratto figurativo, interpretato e rivisitato alla luce della tradizione e della memoria delle grandi opere del passato.”

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