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Archivi: Articoli d’archivio

  • Le realizzazioni di G. P. Giuriati

    Giovanni Paolo Giuriati ha il diploma di liceo artistico ma anche quello di geometra: grazie a quest’ultimo lavora alle dipendenze di un Ente pubblico, e così non ha molto tempo per dedicarsi all’arte, ma in compenso lo può fare in piena libertà.

    Giuriati non fa mostre, o quasi: la prima risale al 1972, e da allora ad oggi, in trent’anni, ne ha realizzate altre quattro; la penultima, alla galleria “L’Incontro” (oggi non più esistente), nel 1984, presentava la Via Crucis destinata alla chiesa rodigina di S. Maria delle Rose; l’ultima, alla galleria “Il Castello” (anche questa chiusa), nel 1991, era anche piuttosto inconsueta: anziché mirare ad esibire l’abilità creativa dell’autore, la mostra voleva illustrare la figura di Maria Felicita Baseggio (sorella di Sante Baseggio, l’architetto dell’Accademia dei Concordi e del Teatro Sociale di Rovigo), morta nel 1829 in odore di santità. Figura che ha affascinato Giuriati e gli ha suggerito una nutrita serie di bassorilievi e di quadri ad olio, mediante i quali ha interpretato visivamente i momenti salienti della vita di quella donna straordinaria.

    Giuriati, in sostanza, lavora per se stesso, e questo gli consente di sperimentare e sbagliare senza dover rendere conto ad un mercato che esige costanza di caratteristiche del prodotto, ma proprio per questo anche nelle sue opere meno riuscite è salva la sincerità delle intenzioni. Certo: non basta che la sincerità sia nelle intenzioni; essa deve passare alle opere realizzate, e talvolta, invece, la cosa non avviene per insufficienza di maturazione formale (che si spiega con la discontinuità di applicazione); ma generalmente i risultati raggiungono il livello qualitativo che li rende significanti. Penso, per esempio, a Con la sua morte addosso, terracotta dipinta e invetriata del 1971: è un ritratto di Alexandr Solzenicyn, a cui l’anno prima era stato assegnato il premio Nobel per la letteratura, che doveva fare i conti con la politica di repressione culturale voluta da Leonid Breznev. La testa dello scrittore è sovrastata da un gufo, simbolo notturno e dunque metafora del pericolo su lui incombente. Ma questo sarebbe un accostamento banale se non si risolvesse in forma espressiva: ciò che invece è raggiunto con la forza del modellato, che anima una testa impostata con classica nobiltà, suggerendo l’idea di quanto il personaggio sia non estraneo ma superiore alle vicende drammatiche di cui è stato protagonista e testimone, e dunque vincitore morale anche se dovesse rimanere fisicamente sconfitto.

    Giuriati spesso prende spunti dalla cronaca per inventare i soggetti delle sue opere; spunti che possono ridursi anche alle suggestioni di una fotografia vista su un giornale. Questo indizio del suo aggancio alla realtà materiale trova conferma nei modi “figurativi” (per dirla in modo sbrigativo) con cui si esprime, ma senza mai cadere nella banalità della “copia dal vero” anche se eseguita con scioltezza.

    Al contrario: le forme che richiamano direttamente quelle naturali sono ogni volta re-inventate, sfuggendo così al rischio della stereotipicità che è il male oscuro di tanta arte d’oggi; e questa considerazione vale sia per i singoli elementi della figurazione, sia per le composizioni, dove generalmente emerge una suggestiva originalità di concezione iconografica. Lo si vede bene, per esempio, nella Via Crucis della chiesa di S. Maria delle Rose, dove gli episodii delle singole “stazioni” sono spesso riassunti in un particolare scelto per la sua potenzialità espressiva e di sòlito reso con adeguata efficacia drammatica.

    L’intensità delle rappresentazioni tuttavia non esclude affatto i toni lirici: favorito dallo stesso materiale che usa (la terracotta è materiale morbido e luminoso come pochi) Giuriati rivela un temperamento sostanzialmente lirico e contemplativo, e tuttavia forte: ciò che gli permette anche di riproporre schemi “classici” senza cadere nella banalità della citazione: basta considerare la decorazione che circonda il tabernacolo nella chiesa di S. Maria delle Rose per scoprire la modernità con cui è reinterpretata un’impostazione rinascimentale (con una punta particolarmente felice nella figura di Maria); oppure il rilievo posto sopra l’ingresso dell’Ospedale di S. Maria della Misericordia, sempre a Rovigo, dove l’antico tèma della Madonna che accoglie sotto il proprio manto i fedeli che a lei si rivolgono è riproposto con quella vigorosa vivacità che lo rivela ancóra attuale.

  • Omaggio a Marchiori

    Ci sono gallerie, che per la cultura e l’acutezza di giudizio di chi le guida, riescono infallibilmente a costruire mostre esemplari per il soggetto e il taglio critico che le sorregge. E la galleria San Marco a Venezia della Fondazione Bevilacqua La Masa è fuori di dubbio una di queste. Lo hanno potuto verificare i visitatori, molti dei quali polesani, della mostra-omaggio dedicata alla vicenda culturale di Giuseppe Marchiori (1901-1982), nel centenario della nascita.

    Entro la scelta regìa di un apparato documentario (lettere, giornali, fotografie, riviste culturali), selezionato dal vasto archivio che oggi trova sede nella Biblioteca Comunale di Lendinara (il paese natale del critico d’arte) sono sfilate un gruppo di opere di pittori e scultori, che, soprattutto nel decennio seguito alla Liberazione, avevano diviso con Marchiori l’avventura dell’arte e della vita.

    Articolata per sezioni, ideata per ripercorrere cronologicamente il lavoro del nostro critico, la mostra è riuscita a superare i limiti del racconto di una vicenda esistenziale per proporsi come spaccato esemplare della situazione artistica di quasi mezzo secolo del Novecento.

    Il decennio del ‘30, con la sua complessità di problemi, vide un Marchiori preso da vera e propria infatuazione per l’Astrattismo di Soldati, Reggiani, Fontana; d’ammirazione per Rossi e Semeghini e soprattutto affascinato dall’arte di De Pisis ,con cui nel tempo intratterrà una copiosa corrispondenza. Poi gli anni dal 1944 al ‘50, anni di speranza e di vitalità, che provocarono il Manifesto della “Nuova Secessione Artistica Italiana”.

    Un documento questo che fu sottoscritto proprio in casa Marchiori dal quel gruppo di artisti, ormai qualificati dalla storia, come i ricercatori del secolo: Birolli, Santomaso, Morlotti, Viani, Pizzinato, Vedova, Cassinari, Guttuso, presentati nel ‘48 con altri pittori e scultori ad essi vicini alla Biennale di Venezia con la dizione “Fronte Nuovo delle Arti” e con testo introduttivo di Marchiori, loro Patron critico.

    La mostra veneziana ha evidenziato infine il rapporto del nostro critico con la Scultura, di cui apprezzava il rinnovamento linguistico nelle opere di Viani, Franchina, Consagra e Leoncillo: i curatori della rassegna con mano sicura hanno scelto alcune loro opere sistemandole nel Palazzetto Tito a San Barnaba accanto a pezzi di Calder, Moore, Arp, Armitage, Wotruba, gli scultori stranieri altrettanto profondamente amati.

    Da grande storico del Contemporaneo Marchiori si è misurato pure con la generazione delle neoavanguardie degli anni ‘60, prestando la debita attenzione a Licata, Plessi, Pozzati e Schifano. Giudica però la loro avventura artistica quale testimonianza di un tempo assai diverso dalla felice stagione di quell’avanguardia del “Fronte Nuovo” (1948-1950), che, pur dilaniata fin dall’inizio da polemiche interne e presto condotta a morte da una dialettica ammantata dai colori della politica, tuttavia è riuscita a far nascere dalle sue ceneri i più importanti movimenti degli anni Cinquanta.

    La rassegna veneziana dunque è riuscita a presentare una pattuglia di artisti ben scelta, capace di evidenziare il meglio delle esperienze artistiche in un arco di tempo, che dagli anni fra le due guerre, si estende fino agli sviluppi dell’Informale.

    Ed anche se il percorso espositivo talvolta è parso accidentale per l’assenza di alcuni Maestri e non facile, perché seguiva più uno sperimentalismo che tutto risolve con grandi invenzioni personali a scapito della linearità della complessa vicenda vissuta da Marchiori, comunque piacevole è stato il rivisitare oggi, con la lettura di qualche testo del nostro critico, una stagione che il tempo trascorso ha fatto storia.

    Lungo le sale, bella è apparsa “l’irrealtà” di Licini con quella sua storia a sé, che nulla rappresenta perché per l’artista la pittura è l’arte dei segni e del colore, anzi della forza del segno e della magia del colore. Piacevole poi l’accostamento fra l’evanescente atmosfera del “Canal Grande a San Marcuola” di Pio Semeghini e la materica “Passeggiata d’inverno” di Cavaglieri; la sinfonia dei blu nei dipinti di Gino Rossi e la luce del nero nelle tele informali di Hartung; le esplosioni di Vedova e gli arabeschi di Santomaso.

    Intingendo la penna nel succulento calamaio dell’arte di questa stagione del Novecento, estremamente viva di iniziative e progetti, Marchiori ha scritto per noi pagine indimenticabili, che oggi appaiono sempre più evidenti. Ha inoltre collaborato con una miriade di riviste fornendo articoli di notevole spessore critico, curato monografie memorabili come quella su Scipione e svolto una frenetica attività editoriale. Oggi il Novecento ci appare più colto e qualificato.

    Penso che i curatori della mostra, nel dimenticare che Marchiori, giovanissimo, esordì a Venezia proprio come pittore in una collettiva della Bevilacqua La Masa, forse abbiano voluto rispettare la sua scelta di vita: non è diventato un grande artista perché ha voluto essere tutti i pittori che gli piacevano.

  • Laura Gavioli vestale dell’arte

    La mostra “Po in controluce. Arte padana, alluvioni e dintorni” allestita presso il Museo Olivetano di Rovigo si è configurata come un evento culturale di primo piano contribuendo a dare nuova visibilità al capoluogo polesano, facendo emergere la personalità della curatrice Laura Gavioli.

    Ma chi è quest’artista, direttrice di molte mostre e in particolare di questa?

    Laura Gavioli, è nata a Ferrara e, attirata molto presto dalla pittura, deve prima frequentare il Liceo Scientifico e di seguito iscriversi all’Università, Facoltà di Lingue, prima di poter accedere all’Accademia delle Belle Arti di Bologna, dopo aver frequentato la bottega del pittore di Ferrara Marcello Tassini che l’aveva soprannominata “Vulcano”, per la sua voglia di imparare a far tutto.

    Diplomatasi all’Accademia nel 1968, incomincia ad insegnare, prima a Bologna dove ha studiato, poi, per passare di ruolo, si sposta al Liceo Artistico di Treviso, dove rimane per cinque anni; di nuovo a Bologna nei periodi caldi del 1976-77, in seguito a Ravenna al Liceo Artistico per il Mosaico, dove è rimasta per 15 anni.

    Il mosaico è stato la sua passione perché esperta dei mosaici contemporanei, e a tal proposito non si deve dimenticare che Laura Gavioli ha rappresentato l’Italia al Cairo, in Egitto, in una conferenza sul Mosaico, portando l’esperienza dell’esecuzione del tappeto, in mosaico, sul feretro del ballerino russo Rudolf Nureyev, sepolto al cimitero Sainte Genevieve sou Bois di Parigi.

    Frattanto si stabilisce, per motivi familiari, a Goro, ove risiede tuttora. Accanto alle attività lavorative, ci sono però le altre, quelle creative: il lavoro pittorico, le Mostre. Nel 1969, infatti, Bologna le allestisce, quale “promessa” dell’Accademia, una Mostra Personale, poi seguono quella di Ravenna e di altre sedi. Gli intrecci del destino la fanno incontrare con Vittorio Sgarbi che presenta la sua Mostra a Codigoro, al Palazzo Vescovile avviando una collaborazione, non più interrotta.

    A Goro, la casa di Laura diventa un laboratorio artistico con le stamperie, per esperienze tecniche varie, dove si susseguono Mostre di molti artisti, quali: Borlotti, Schifano, Moreni, Treccani, Tono Zancanaro e altri.

    Alla pittura si accosta anche la poesia: agli incontri partecipano diversi poeti e altri personaggi, come Giorgio Celli, Milva ecc. La sua attività di Laboratorio si arresta quando si dedica al sociale e alla politica. Entra nella gestione del comune di Goro e riesce a dar vita a strutture culturali e sociali mancanti: la Biblioteca, l’Asilo Nido, risistema il Teatro, lo gestisce; si interessa alla Formazione Musicale dei giovani, una tradizione di Goro; e la strada per il Castello di Mesola, ristrutturato nel frattempo, è breve. Qui ci rimane per circa 10 anni, dal 1986 al 1995.

    E’ in fondo una pioniera dell’Arte o una vestale: custodisce l’Arte stessa, la diffonde, la difende, non tollera che sia vilipesa. Diverse le Mostre che allestisce al Castello di Mesola, in collaborazione con Vittorio Sgarbi: il “I Ciclo della Rivisitazione dei Generi della Pittura Italiana nel Novecento”, “Il Paesaggio senza Territorio”, nel 1986. “La Natura Morta”, nel 1990-91. Nel 1992 “La Scultura del I° Novecento Italiano”. Una Mostra Antologica di Virgilio Guidi, una sul Mosaico e Mosaicisti, una sulla scultura di Marino Marini, una sui Ritratti, una Mostra di Cristina Naselli e Diego Esposito, artisti contemporanei viventi, e altre.

    Il suo rapporto con Vittorio Sgarbi è fruttuoso, positivo a detta della Gavioli, perché allora egli era molto più disponibile, lavoravano anche tutta la notte per un’idea che poi realizzavano la mattina seguente. Ora i tempi per il lavoro insieme sono più rallentati, dati gli impegni politici di Sgarbi, tuttavia sempre improntati alla stima reciproca, tanto che ultimamente hanno preparato la Mostra di Piacenza, aperta l’8 marzo 2002. E’ quest’ultima una rassegna sul Surrealismo padano del Novecento. Una mostra pensata e preparata da più di un anno e che vede a Piacenza l’esposizione di opere di grandi pittori, intitolata “Da De Chirico a Capioni”.

    La Mostra di Piacenza può essere considerata l’altra metà della mela rispetto a quella allestita a Rovigo. Infatti, sostiene la Gavioli, mentre nella Mostra rodigina si ammira il Realismo degli artisti che sono legati alla terra, in quella piacentina i pittori evadono dalla realtà, con il sogno fantastico, con l’evasione surreale e visionaria; il filo in comune è sempre e comunque il Po.

    Un altro punto di promozioni artistiche che la Gavioli segue da due-tre anni è il “Granaio” di Ca’ Cornera a Porto Viro, di Paolo Gasparetto e Antonella Bianchi. La conoscenza con Gasparetto, a sua volta pittore, risale al periodo in cui egli frequentava il Laboratorio di Goro e sperimentava con la Gavioli tecniche varie. Per la Gavioli, Ca’ Cornera è la proiezione di quello che faceva con il Laboratorio a Goro, per la valorizzazione di quella piccola realtà che è sempre il segno di un “microcosmo”, che rimanda ad un’idea più grande.

    Qui sono state, inoltre, allestite mostre di artisti, legati all’ambiente e al grande e possente Po, come: Marisa Occasi, Luigi Zampini, Nani Tedeschi, Ilario Fioravanti, Tono Zancanaro, Fulvio Testa, Adriana Mastellari, tutti presenti, costoro, alla Mostra di Rovigo ed altri.

    Attualmente la Gavioli sta preparando a Ca’ Cornera una Mostra intitolata “Dalla Nieva al Po”, basata su un legame simbolico tra due fiumi dell’Europa. Da Pietroburgo a Porto Viro grazie alle conoscenze dell’artista ferrarese con una sua collega che lavora all’Ermitage. Un interessante scambio culturale da cui partire per allargare i confini esponendo le opere in altri ambienti. Sarà poi il pittore-poeta Vadim Broskj, un fuoriuscito russo che ora risiede a Stoccarda, ad esporre nel Granaio di Ca’ Cornera.

    Un rimpianto della Gavioli, per quanto riguarda i suoi progetti, è il non poter esprimersi con la pittura in maniera più continuativa, anche se ultimamente ha preparato due grandi quadri, per l’Ospedale Sant’Anna di Ferrara, che si possono ammirare presso il Pronto Soccorso.

    La sua pittura era ed è legata alla ricerca del colore, dentro all’atmosfera dei grandi spazi e larghi panorami degli ambienti padani del Po. Per lei, l’Arte, la Pittura, è sempre viva finché ci sono gli artisti e finché esistono i fruitori che potranno ammirare opere pittoriche.

    Altre fruttuose attività culturali attenderanno Laura Gavioli, la Vestale dell’Arte che il Destino ha posto lungo il Po assegnandole il compito di animare molteplici iniziative culturali diffondendo l’amore per il bello.

  • Il Po in controluce

    Allestita a Rovigo, presso il complesso degli Olivetani, sede del Museo dei Grandi Fiumi, ha riscosso ampi consensi e fatto registrare un consistente concorso di pubblico la grande mostra di pittura e scultura dedicata ai più significativi artisti, attivi lungo le rive del Po. Oltre duecento le opere esposte, realizzate da più di cento autori che nel corso del ‘900 hanno vissuto e operato nella pianura Padana, traendo spesso ispirazione da paesaggi e situazioni legate al grande fiume. Un secolo di arte, un’ampia rassegna, dal cui allestimento Rovigo ha scoperto fra l’altro di aver avuto un ruolo tutt’altro che marginale nell’ambito del ‘900 italiano. E ciò grazie alla presenza in Polesine di artisti di vaglia, alcuni residenti altri soggiornanti per periodi più o meno lunghi, che hanno lasciato una traccia di rilievo nel panorama nazionale.

    La grande mostra, intitolata “Il Po in controluce”, che ha chiuso i battenti lo scorso primo aprile, ha presentato una panoramica ampia ed articolata dei fenomeni artistici e quindi anche culturali, fioriti nella pianura del Po, nel primo e nel secondo Novecento. E in mezzo, a dividere in due il secolo da poco concluso, l’emblematico 1951, anno indimenticabile in cui il Po segnò drammaticamente la provincia di Rovigo con la grande alluvione.

    La rassegna non poteva pertanto trascurare questo aspetto, che anzi ha rappresentato il volano stesso della mostra ideata per il 50° anniversario dell’immane dramma, con una sezione specifica, caratterizzata dall’esposizione di quadri di artisti famosi che hanno dedicato opere intensamente emotive al Polesine sommerso dalle acque. E proprio una tela di Arnaldo Pizzinato, intitolata “Inondazione in Polesine”, ricca di suggestioni visive e concitata nella realizzazione artistica, è stata scelta come emblema della mostra.

    L’ampia rassegna, curata da Laura Gavioli, profonda conoscitrice dei fenomeni artistici del ‘900 padano, si è presentata a tutti gli effetti come un evento culturale di grande rilievo, ideato e promosso dalla Regione Veneto, dalla Provincia di Rovigo e dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

    Oltre 3300 gli appassionati e gli estimatori d’arte che si sono portati presso il complesso degli Olivetani di Rovigo per ammirare le realizzazioni di grandi artisti quali, De Pisis, Cavaglieri, Ligabue, Minguzzi, Santomaso, Semenghini, Treccani, Guidi, Cagli, Milani, Zancanaro, Mazzacurati, Casorati, Saetti, Carlo Levi, Antonio Maria Nardi, Carlo Rambaldi, Gustavo Foppiani, Bruno Cassinari e moltissimi altri.

    La rassegna ha inoltre offerto ai polesani l’opportunità di conoscere meglio gli artisti della propria terra che, con le loro opere, diedero un contributo interessante all’espressione artistica del ‘900 italiano. Tra gli altri il già citato Mario Cavaglieri, lo scultore Virgilio Milani, i pittori, Ugo Boccato di Adria, Ervardo Fioravanti nato a Calto, Mario Capuzzo originario di Badia Polesine, Giampaolo Berto nato ad Adria, Mauro Mazzali di Castelmassa, i rodigini Vittorio Milan, Edoardo Chendi e Angelo Prudenziato, Leone Minassian che più volte soggiornò a Trecenta, nonchè gli artisti viventi quali Marisa Occari di Stienta, Luigi Zampini di Occhiobello e Lorenzo Zampirollo rodigino trapiantato a Padova.

    Centinaia di visite guidate sono state curate dalle animatrici culturali della Cooperativa Turismo & Cultura che, con professionalità e capacità di suscitare interesse, hanno saputo coinvogere i tanti visitatori della mostra. Un supporto validissimo è venuto dal pregevole catalogo, ricco di quasi 300 pagine, edito da Marsilio, predisposto per il grande evento culturale con saggi introduttivi a cura di Laura Gavioli, Vittorio Sgarbi, Gian Antonio Cibotto, Sileno Salvagnini, Marilena Pasquali, Marzio Dall’Acqua, Renzo Margonari, Stefano Fugazza, Marzio Pinottini e Giovanni Negri.

    La consapevolezza di aver dato vita ad una mostra di grande rilievo, in grado di segnare una svolta nella politica culturale della provincia di Rovigo, è stata chiaramente sottolineata fin dall’11 dicembre 2001 negli interventi di apertura dell’ampia rassegna, espressi dal presidente della Provincia Federico Saccardin, dal sindaco di Rovigo Paolo Avezzù, dall’assessore provinciale Gioia Beltrame, dal presidente della Fondazione CaRiPaRo Giovanni Sanmartini, dall’on. Gustavo Selva, intervenuto per l’occasione, e dal Presidente regionale Ville Venete Luciano Zerbinati che ha attivamente collaborato con Laura Gavioli nell’organizzazione e nell’individuazione delle opere da esporre.

    Il grande evento culturale ha inoltre portato l’attenzione su vari progetti qualificanti, attesi per il prossimo futuro, tra cui il completamento del restauro di Palazzo Roverella a Rovigo, nelle cui sale dovrebbe trovare dignitosa sistemazione la Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi, e la realizzazione di un Museo di Arte Contemporanea da dedicare a Mario Cavaglieri, pittore cosmopolita di fama internazionale che, fino alla morte, non ha mai interrotto il legame con la città di Rovigo, facendola destinataria di un lascito di alcune sue importanti opere.

  • Il tenore Giulio Lucchiari

    Cinquant’anni fa esordiva ad Adria, con Otello, il tenore polesano Giulio Lucchiari. Ad Adria, Lucchiari ritornò poi nell’aprile del ‘53 per due applauditissime rappresentazioni de Il Trovatore con la bacchetta di Nello Santi. La figura e l’arte del tenore di Villadose sono state riportate alla luce dal maestro Leopoldo Mosca e dal prof. Paolo Padoan, con la collaborazione dello storico villadosano Giocondo Penolazzi, della vedova del tenore, Rosita Plastino Pereira De Queiroz, e del fratello di Lucchiari, Leandro.

    Grazie al materiale fornito e a diverse ricerche nei teatri dove Lucchiari ha cantato, è stato possibile ricostruire la biografia e la cronologia artistica del tenore; inoltre dalle numerose registrazioni “dal vivo” conservate dalla signora Rosita, è stato possibile ricavare un master digitale contenente i brani più rappresentativi del repertorio di Lucchiari. Da rilevare che fra i numerosi brani inclusi, ci sono anche “Ah si, ben mio” e “Di quella pira” da il Trovatore adriese del ‘53: interpretazione elettrizzante, grazie anche alla bacchetta di Santi; fra l’aria e la cabaletta c’è il “duettino” fra Manrico e Leonora – tradizionalmente tagliato – nell’accompagnamento del quale si ode l’organo a canne del Comunale, prima che giacesse dimenticato e semi sepolto per quarant’anni fra materiale di palcoscenico. Il compact disc con la voce di Lucchiari, diventerà il secondo di una serie – il primo è stato quello dedicato al soprano Elena Rizzieri – dedicata alle voci polesane.

    Il tenore Giulio Lucchiari (Villadose, 09.01.1911 – S. Paolo del Brasile, 22.10.1996) dopo iniziali studi a Padova, sotto la guida del maestro Tacchetto, ha frequentato a Roma le lezioni di Vincenzo D’Alessandro – (avendo sempre come compagno di studio il baritono concittadino Virgilio Stocco (Villadose, 1912 – Roma, 1977) – e quindi di Francesco Merli. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università di Bologna, nel ‘38 ha esordito in concerto in quella città, effettuando poi – nel periodo luglio ‘41 e maggio ‘42 – una lunga serie di concerti attraverso tutta la Germania con il soprano Margarete Slezak, figlia del famoso tenore Leo Slezak.

    Ritornato in Italia, nell’ottobre del ‘42 ha cantato nel Poema Sinfonico Vocale Mosé di L. Perosi a Padova, a fianco di P. Tassinari, C. Tagliabue e T. Pasero. Nel dicembre del ‘43 ha esordito al Teatro Comunale di Firenze con La forza del destino (con F. Barbieri ed E. Mascherini), proseguendo poi l’attività in numerosi Teatri italiani; nel maggio del ‘44 cantò anche al Teatro Sociale di Rovigo in due rappresentazioni di Rigoletto.

    All’inizio del ‘41 si trasferì a San Paolo del Brasile dove, al Teatro Municipal, interpretò per la prima volta opere che avrebbero costituito in seguito il suo repertorio abituale (Il Trovatore, Cavalleria rusticana, Andrea Chénier, Tosca, Aida, Norma, Otello e Carmen), accanto ad altre che non avrebbe poi più ripreso (La Bohème, Madama Butterfly e La Traviata).

    Nell’ottobre del ‘48 cantò anche al Teatro Municipal di Rio de Janeiro. Dal ‘49 al ‘52 si è fatto applaudire nei maggiori Teatri italiani (Petruzzelli di Bari, Massimo Bellini di Catania, Massimo di Palermo e La Fenice di Venezia), aggiungendo al suo repertorio Pagliacci di R. Leoncavallo e Gli Orazi di E. Porrino (Rai di Torino nel ‘51). Nel ‘52 ha esordito negli Stati Uniti (New York, Cincinnati e Washington), tornando poi regolarmente fino al ‘54.

    Si ritirò dall’attività alla fine degli anni ‘60, dopo una serie di concerti a San Paolo del Brasile, dove propose, con mezzi vocali ancora intatti (ne fanno fede le registrazioni pervenuteci), brani da opere del suo repertorio – in particolare Otello – in compagnia di giovani cantanti suoi allievi. Il repertorio di Lucchiari comprendeva inoltre brani da opere di autori del ‘700 (Scarlatti, Handel e Gluck), dell’800 poco eseguiti (A. C. Gomes e A. Boito), e di zarzuela (J. Serrano); il genere cameristico era presente invece con brani di Brahms, Massenet e Donaudy, e quello salottiero con Tosti, Leoncavallo e Denza. In concerto il tenore proponeva inoltre anche brani da quelle opere che non ha mai interpretato sulla scena (Faust, Werther, Turandot).

    Lucchiari si rivelò in possesso anche di un notevole talento pittorico – testimoniato da numerosi dipinti – e letterario, come rivela il lungo racconto a sfondo autobiografico intitolato “Caccia al giaguaro”.

  • Il maestro Amelio Rigolin

    Grande rispetto per la musica, considerata l’arte più sublime insita nel cuore e nella sensibilità di ogni persona e, nello stesso tempo, particolare attenzione alla persona perché da tutti c’è qualcosa da imparare fosse anche l’ultimo degli allievi: possono essere queste parole la sintesi del “testamento spirituale” del maestro Amelio Rigolin che, all’aprirsi del nuovo anno, ha concluso il suo cammino terreno nella sua casa di Lendinara. Il maestro è morto improvvisamente venerdì 11 gennaio 2002. Bastano queste espressioni per comprendere l’integrità e la rigorosità di vita morale che, unitamente ad uno spiccato senso dell’umorismo, l’hanno accompagnato nel lungo cammino della sua esistenza.

    Egli è stato un musicista autentico, interprete intelligente e colto, educatore sapiente di generazioni di giovani. Con lui se ne è andata una delle maggiori personalità del panorama musicale polesano, veneto e non solo. La sua lunga carriera ricopre l’arco di oltre settant’anni.

    Era nato a Lendinara nel 1912; il papà era custode delle vecchie carceri cittadine e a Lendinara, aveva iniziato ancora bambino a studiare musica, pianoforte e canto. Da subito manifestò predisposizione naturale alla musica che gli consentì il facile apprendimento del canto e dello studio del pianoforte e dell’organo. Appena quattordicenne fu organista nella chiesa di Ramodipalo, ed in seguito nel duomo di S. Sofia di Lendinara e presso il Santuario del Pilastrello. Luoghi questi che lo videro più volte applaudito interprete di numerosi concerti, tra cui è da ricordare l’esecuzione – per la prima volta in Polesine – dell’Alleluia di Haendel al Santuario del Pilastrello l’8 dicembre 1956. Ebbe come maestri Ponzilacqua e mons. Socal; conseguì i titoli accademici in campo musicale presso i Conservatori di Padova e di Bologna e nel frattempo ottenne anche il diploma di maestro elementare.

    Per diversi anni maestro elementare educò i sui alunni alla musica e al canto preparando operette e ottenendo grande successo. Ma fu il teatro la sua grande passione, e nel teatro la preparazione e direzione del coro, suo indimenticabile impegno. Lavorò presso il Teatro La Fenice di Venezia e fu proprio a Venezia che maturò la decisione di dedicarsi totalmente alla musica. Protagonista nei maggiori teatri lirici italiani dove fu maestro collaboratore, suggeritore e soprattutto maestro del coro, é questo il titolo che più di ogni altro gli si addice.

    L’Arena di Verona lo vide per 18 anni maestro collaboratore nelle diverse stagioni liriche; il suo nome e la sua bravura lo portarono da protagonista sui grandi palcoscenici europei, Parigi, Spagna, Malta, Grecia e altri luoghi famosi. Fu però il Teatro Sociale di Rovigo la sua “casa della musica”: qui operò per oltre 40 anni, prima come sostituto e poi dal 1969 al 1987 come maestro e istruttore del coro. Ebbe intuizioni musicali felicissime; il coro del Sociale è stata una sua creatura, formato da una quarantina di persone delle quali nessuno o quasi era in grado di leggere la musica.

    Con il coro del Sociale, “il suo coro”, il maestro Rigolin seppe raggiungere traguardi altissimi riscuotendo consensi e riconoscimenti dai più grandi musicisti del nostro tempo. E’ nota a tutti la sua ostinazione per il bel canto, ricerca che esigeva progressiva perfezione, impasto delle voci, nitidezza del fraseggio, capacità interpretativa, particolarità queste che hanno fatto del maestro Rigolin un grande interprete di musica corale e di Teatro. Riusciva ad ottenere risultati eccellenti grazie al suo carattere forte, sostenuto da una straordinaria sensibilità musicale e capacità comunicativa.

    Agevolato da un sorprendente intuito nel saper valutare da subito la capacità delle voci, ne definiva ruolo e posizione all’interno del coro. Dotato di una vastissima cultura musicale, soprattutto in campo operistico-teatrale, conosceva ogni segreto del teatro. Moltissimi sono oggi i musicisti lendinaresi e non, molti dei quali affermati concertisti, che devono a lui la loro formazione così anche nel campo del canto lirico.

    Gli ultimi anni della sua vita li ha trascorsi lontano dai palcoscenici, ma la passione per la musica non è mai venuta meno. Sempre in prima fila alla Stagione lirica del Sociale come ad ogni concerto, sempre pronto a dare consigli e suggerimenti in merito alla musica, sempre con la stessa rigorosità professionale. Sempre disponibile e dal carattere gioviale e simpatico ha saputo vivere gli ultimi anni della sua vita offrendo ancora momenti di serenità e gioia musicale nelle Case di riposo di Lendinara e Rovigo prodigandosi in favore delle persone anziane e meno fortunate di lui.

    Il suo tormento era il calo della vista, che gli impediva negli ultimi tempi di suonare e leggere la musica. La sua intensa attività musicale non lo mai allontanato dalla famiglia che amava più di ogni altra cosa. La sua vita e la carriera di artista è stata illuminata dalla fede cristiana manifestata anche attraverso l’impegno civile negli anni difficili della guerra e poi nei giorni drammatici dell’alluvione del 1951. Allora, già affermato musicista, fu in prima linea per offrire l’aiuto come volontario in favore delle popolazioni colpite portando a tutti, grazie al suo carattere cordiale, un po’ di speranza.

    Più volte fu chiamato a ricoprire incarichi di ordine politico e amministrativo nel comune di Lendinara, la sua città che amò particolarmente. L’auspicio è che l’eredità lasciata dal maestro non vada dispersa e qualcuno possa avere la felice intuizione di raccogliere la sua testimonianza in qualche pubblicazione proprio come riconoscenza per la sua intensa attività musicale e culturale svolta al Teatro Sociale. Rovigo e il Polesine sappiano ricordarlo come uno dei suoi grandi artisti.

  • La trebbiatura

    La festa cominciava quando mandavano a dire che all’indomani venivano a “tappare” la trebbia… e sarebbero venuti certamente. “… le spighe mature profumano di pula: nel brolo, insieme a folate di fresco, si assapora l’aria intrisa di quei frutti selvatici, tanto graditi al tempo della mietitura. E’ quasi mezzogiorno e la brezza rassicura i miei che stanno tornando a casa per il desinare, con i “ferri” in spalla. (Le vòlte son fatte). Il sole è alto e chiaro, sul selciato pulito quasi non si fa ombra e intorno tutto è rasato, le erbe stecchite non odorano e non hanno colore; anche l’aia è pronta per il mucchio del grano. Dietro la bianca volta del forno, il fico ondeggia un poco le grandi foglie ruvide che fanno appena intravedere i “fioroni”; alternano le galline adulte il loro “coccodè” prosperoso, mentre il nostro cane spinone sonnecchia un po’ al sole (godendo la caccia ormai prossima) e un po’ all’ombra del grande fienile, che non sa più di letame fresco… ma è proprio oggi che viene la “macchina”!

    A tavola tutti hanno fretta e si ripassano più volte nella fantasia delle esperienze le trebbiature del passato, perché tutto sia pronto. E mentre i ritardatari ancora si aggirano sulle stoppie, attorno ai covoni che brustoliscono al sole, intenti a far mannelle di spighe cadute, l’erba spagna rinasce al secondo taglio e spande di fresco un profumo sul verde morbido delle foglie delle bietole. Il granoturco ostenta pennacchi, ma è ancora acerba la sua pannocchia…

    Ora il nonno ha ripetuto gli ordini e la nonna ha contato e ricontato, nella mente e sulle dita, tutta quella gente che dovrà fare tante festose colazioni, ma la pertica dei salami non sussulta nella cantina col pavimento in terra… anzi si è stappata la penultima bótte: un “raboso” potente! (Chissà perché, due gusti tanto diversi, sono legati nei miei ricordi a questi profumi: l’acidulo dissetante di acqua e aceto, la “buànda” e l’aspro delle prugne “gustàne”, agostane e ovviamente acerbe in giugno…).

    Ma ecco! Prima del previsto, lo scoppiettìo lontano del vecchio Lanz-Bulldog a “testa calda”, possente e cadenzato, si avvicina… E gli uomini, che nel riposo pomeridiano l’avevano sognato, fanno un balzo e gli corrono incontro sul grande cancello spalancato della corte. In un attimo, tutto intorno sa di nafta, mentre il trattore avanza, tirandosi dietro la grande bocca aperta della trebbia che digrigna quattro denti appaiati e ancora dietro, la rossa sagoma della “pressa” dal lungo collo, che pigierà martellando la paglia lucida e secca in balle pesantissime e profumate d’estate.

    L’autista, con la tuta e le mani sporche di grasso, scende aggrappandosi alle grosse ruote di ferro con gli spuntoni, resi però inoffensivi dal pesante cerchione “da strada”, parla col nonno quindi risale facendo subito aumentare il pulsare del trattore. Un po’ più avanti si ferma stacca prima la “giraffa” cioè la pressa e conduce poi la trebbia quasi sul muretto dell’aia, proprio dov’era l’anno scorso… poi il trattore si gira e, spandendo intorno fumo chiaro e odore di possanza, manda una accelerata che rimbomba in tutte le cose e nelle persone intorno. Riaggancia la pressa e la allinea ai due mezzi, che dovrà domani mettere in funzione con il suo cuore generoso e tutto si ferma. I macchinisti svolgono anche il cinghione più lungo, girano le manovelle cigolanti delle due grosse binde e fermano le ruote con neri cunei di legno duro… tutto è pronto per essere oliato ed ingrassato per domani… Le ombre delle cose intanto si sono allungate, pian piano, sbiadendo e nessuno si è accorto che è quasi sera.

    Adesso si sente solo il parlottare degli uomini e le loro raccomandazioni a noi bambini, stupiti davanti a tanta meraviglia e curiosi di andare a toccare qualcosa… S’è fatta pace anche nella stalla, dove, col silenzio delle macchine, le bestie sono tornate ad essere tranquille, assaporando certo il piacere di lettiere più morbide…

    Un marchingegno già soffia il suo fuoco a vampate sulla testa del trattore con un sibilo che mette soggezione; i macchinisti intanto oliano e controllano ruote ed ingranaggi, cacciano disinvolti le mani esperte entro ogni pertugio, pulendo setacci, griglie e crivelli… Ad un tratto, come se si fosse compiuto un tempo, con uno strano monosillabo, il più grosso dei due chiama l’altro ed insieme si “avvolgono” sul grande volano nel fianco del vecchio Lanz-Bulldog e cominciano a giostrare in uno e nell’altro senso lo stesso volante di legno e ferro del trattore, montato proprio lì…

    Il camino comincia ad ansimare, poi sbuffa fumo bianco e poi uno scoppio. Quasi contemporaneamente ogni essere vivente alza la testa a quel segnale: il mio “spinone” salta nella cuccia… ma subito rincalza un altro scoppio, un altro, tanti altri a cadenza… Questo è certamente il più forte di tutti i cuori della campagna!

    E mentre nel frastuono il macchinista più grasso, che è il “capo”, rimette al suo posto il volante, il nonno infila con delicatezza e rispetto una mano tra le spighe del primo dei carri in fila, la ritrae e dà il segnale: l’umidità della notte serena se l’è già respirata il chiaro mattino. E’ l’ora di trebbiare!

    Il fermento degli uomini e delle cose nella corte, raggiunge il suo apice e in un attimo ognuno è al suo posto: la “macchina” gira a vuoto e a ritmo si alza il lungo collo della pressa sotto i quattro dentoni della trebbia, che aspetta impaziente la prima mannella di spighe impaurite… I buoi infastiditi, ondeggiano sotto il giogo, avvicinano il primo carro, colmo all’inverosimile sugli “allargatori” e viene tolta la sóga dal mulinello. Le mann elle ordinate vengono fatte scivolare sulla piattaforma della trebbia dove, con gli occhiali dalle bande ed a torso nudo, l’imboccatore lascia tra le fauci dei rulli il primo “gallo”, che finisce nel “battitore” e chiude il preludio di questo concerto…

    Adesso è musica! Il frumento salta dovunque, da ogni fessura della trebbia esce polvere e, per terra, sull’erba raschiata, si stende leggera la pula, come zucchero a velo sulla ciambella delle feste. E mentre dal carro i covoni scendono a testa in giù, ecco la prima paglia arrivare sui dentoni quasi balzellando, contenta di avere ceduto il suo frutto e pronta a seguire un altro destino… la pressa, attutito il cigolìo, imballa, mentre dietro alla trebbia i sacchi di color caffè latte si gonfiano di grano caldo e turgido e sull’aia il mucchio cresce…

    La pula si ammanta dovunque, su quelli che si muovono e su quelli che il loro lavoro lo fanno da fermi, tergendo il sudore e magari riannodando il fazzoletto sul naso come banditi del vecchio West…

    Dall’altra parte del paesaggio, un po’ fuori dal rumore e dalla polvere, le prime balle diventano pagliaio e noi bambini a disturbare chi lavora, sporchi ma felici…”.

  • Assalto al carro

    Giusto cent’anni fa, a novembre inoltrato, quando le giornate si accorciano, nonno Menego che faceva il vivaista, assieme al fido compagno Nane, aveva preparato un carico di piante da frutta, qualche altra da ornamento, moltissime viti, e un buon numero di “Oppi e spinari” per la piantumazione di fitte siepi, le recinzioni ecologiche di un tempo.

    Tutti questi prodotti furono caricati sul carro a due ruote cerchiate in ferro, per esporli l’indomani al mercato settimanale di Ferrara.

    Bisognava partire di buonora da Salvaterra in quanto le strade ghiaiate, ma non tutte, erano spesso impraticabili; lungo il viaggio ci si doveva arrangiare, e a tirare il carretto non c’era una macchina ma un animale.

    Alla fiera di Verona, l’anno precedente, il nonno aveva acquistato un cavallo morello di razza indefinibile, bizzarro, dal passo veloce, forte assai. Un cavallo allenato copre 12-15 Km. l’ora al passo; per arrivare a Ferrara all’apertura del mercato mattutino bisognava partire da Badia alle quattro.

    Quella mattina di un secolo fa, come altre volte, alle tre il nonno era già nella stalla per governare il cavallo, dargli una razione abbondante di biada, farlo bere e poi provvedere alla bardatura: la briglia col morso infilata delicatamente parlandogli nelle orecchie, il sellone sulla schiena su cui avrebbe poggiato la cinghia portastanghe del carretto, il grosso collare di cuoio e legno imbottito e foderato su cui andavano agganciati i tiranti (i corrispettivi dell’albero di trasmissione delle macchine), la cinghia sottopancia, il sottocoda, infine le redini partenti dal morso via via attraverso i passanti, fino alla presa manuale.

    Il gallo nell’adiacente pollaio, svegliatosi per il trambusto, si mise a cantare a squarciagola, ma fu subitaneamente zittito dalla nonna: “Taxi Krohano… a xe onkora note!”.

    Poi con quel pudore dei sentimenti che solo la gente di un tempo possedeva, accompagnò il nonno al cancello facendo luce con la lanterna a petrolio,… gli passò il cappello, gli posò sulle spalle il tabarro dicendogli: “Riguardate dal perikolo…”. La risposta fu un indefinito grugnito di gradimento.

    Con loro nonno Menego e Nane, portavano l’immancabile fiasco impagliato di vino, la sacchetta di tela col pane biscotto, formaggio, salame e quattro pomi “kampanini” piccoli, rossi e duri ma gustosissimi di cui oramai si è persa la qualità.

    Strada facendo il nonno andava ammaestrando Nane sui pericoli derivanti dai briganti che infestavano la zona.

    Vedendo Nane sbiancare in volto lo rincuorò: “Ti taxi sempre! E stame arente,… sa dovesse capitare te vedarè ka se la kavaremo…”.

    Passarono Bagnolo, passarono Runzi non senza recitare la filastrocca; “Ki no ga visto Runzi e Zelo, no ga visto gnente de belo…” passarono Stienta, passarono il ponte di Santa Maria ed infine entrarono a Ferrara a quei tempi limitata entro le mura storiche, e si meravigliavano vedendo tanta gente con zappe e altri arnesi in spalla uscire a frotte per recarsi al lavoro sui campi del circondario. (Tutto il contrario di adesso che la gente si accalca nelle città all’assalto di fabbriche e uffici.)

    Trascorsa la mattinata contrattando la merce, verso mezzodì accorgendosi di avere svuotato il carretto, nonno Menego, vecchia volpe, raccolse con sè i danari sonanti (mica c’erano gli assegni o le carte di credito, la gente voleva essere pagata col metallo, della carta non si fidava) e andò a nasconderli nell’imbottitura del collare di Negus. Questo era il nome del cavallo morello, perché era nato nel 1896 quando l'Italia fu umiliata ad Adua dal Negus Menelik, che come tutti sanno era l’imperatore d’Abissinia… nero.

    Rifocillatisi con le razioni portate da casa, terminarono il francescano pasto con un pezzo di “brazadela” che la nonna aveva infilato nel tascone viscerale a Nane, impegnato con le redini visto che nonno Menego si era appisolato.

    Il ferro delle ruote schiacciava i sassi e dalle narici di Negus uscivano due sbuffi da drago, quando giunsero alla Zampine, in quel di Stienta, luogo tristemente famoso per i briganti che strappavano le unghie ai malcapitati.

    E poi si verificò quanto temuto: vennero bloccati da tre loschi figuri sbucati da dietro una siepe. Uno di loro si attaccò al morso impedendo al cavallo ogni movimento, gli altri due puntarono al collo dei nostri una forca a due branchi e un’orrida roncola. “Par karità la vita… a go koatro fioi pikoli…”. Così si espresse fintamente terrorizzato il nonno. Intanto valutata la loro mancanza di armi da fuoco a denti chiusi sussurrò a Nane: “Tiente pronto!”.

    “Fora i sold… fora la bursa…” urlavano quei demoni nella loro cadenza ferrarese; non erano infatti riusciti a scovare niente nel cassetto del carro. Conoscendo bene il loro “mestiere” erano sicuri che i denari dovevano averli addosso i viandanti, ben sapendo che tornavano dal mercato.

    Mentre si frugava addosso per prendere tempo, nono Menego ebbe un lampo di genio; si slacciò i pantaloni e li calò di botto davanti ai malandrini esclamando: “Koeste le xe le borse ka posso darve…”.

    Colti di sorpresa, quegli assassini da strada, pur rotti a tutte le malefatte, ebbero un attimo di sbandamento che fu loro fatale.

    “Dai Naneee…” urlava il nonno; il giovane compagno spinto dal coraggio della paura, afferrò la frusta, e dopo aver disegnato in aria una doppia esse, schioccò un secco colpo, più che una fucilata.

    Negus, il cavallo, si impennò nitrendo vigorosamente, scaraventando nel fosso col suo movimento improvviso, il gaglioffo che lo teneva stretto alla briglia, e facendo rotolare all’indietro gli altri due saliti sul carretto.

    Partirono al galoppo e nella corsa sfrenata persero il cappello, il tabarro e la scorta di biada per Negus, ma salvarono la pelle ed il malloppo.

    Non si fermarono che alla stazione dei carabinieri di Castelguglielmo per sporgere denuncia, una carta che si sovrappose alle altre.

    A casa giunsero col buio fitto. Nonna li aspettava con la cena pronta, ma si accorse subito che qualcosa era accaduto: li vide scarmigliati, accesi e senza cappello, che per un uomo di allora era peggio che essere senza mutande.

    Nonno Menego la tranquillizzò con due battute che non ammettevano repliche: “Te kontarò… A Ferrara ghe gera un kaldo rabioso… e po’ se ga levà on vento ke’l ne ga fato xolar via el capelo…”.

  • “El pozo dei rasuri”

    Un ricordo della mia infanzia, che mi è rimasto vivo nella memoria è legato ad un racconto che, allora, mi aveva molto incuriosito e nello stesso tempo impaurito: è la storia del “pozzo dei rasoi” della villa di Canda dei Nani Mocenigo.

    Eravamo agli inizi degli anni quaranta ed in quel tempo io, bambino di pochi anni, passavo spesso davanti al sontuoso edificio, aggrappato alla riva sinistra del Canalbianco, da lungo tempo disabitato e abbandonato all’incuria e all’impietosa devastazione delle avversità atmosferiche.

    In quel periodo dovevo, infatti, accompagnare una vecchia signorina del paese nelle sue visite pomeridiane ad alcune famiglie di Canda – i Dugatto, i Bettini, i Cestarollo – per cui era d’obbligo passare davanti alla villa del conte Nani (in quel tempo aveva soltanto questo cognome). Ogni volta tormentavo la vecchia donna insistendo per entrare a vedere quella che per me allora era una “meraviglia”, incuriosito inoltre per quanto si narrava sull’incendio che l’aveva da poco “mutilata” nelle sue bellezze.

    – L’è pericoloso – rispondeva la buona donna ad ogni mia richiesta – là a ghè el pozo dei rasuri, e sa te ghe caschi dentro a te mori tuto tajà a tochi.

    La mia curiosità aumentava ancor più. Convinsi la signorina a raccontarmi la storia di questo pozzo o meglio la leggenda che i vecchi del paese si tramandavano l’un l’altro.

    – Mi a te la conto come ca me l’ha contà me mama, che la là sentìa quando che la iera picola dala Ice muta.

    E già questo mi lasciava perplesso perchè non capivo come poteva averla raccontata la Ice, se era muta.

    Questa Ice, nata nel 1864 e battezzata col nome di Berenice, era chiamata “muta”, ma in realtà era sorda e parlava tanto e forte.

    – Tanti anni fa – raccontava la mia vecchia signorina – viveva a Venezia il conte Nani, un ambasciatore, che aveva una sorella. Questa, a causa di una delusione amorosa, aveva perso un po’ la ragione, cioè “la jera deventà meza mata”, per cui la famiglia decise di allontanarla da un ambiente stimolatore di tristi ricordi, sistemandola nella sua splendida villa di Canda, nella pace e nella serenità della campagna, con diversi servi e una dama di compagnia.

    Quest’ ultima donna era uno strano personaggio: di origine straniera, esperta di erbe medicinali con le quali faceva dei decotti e maga nel fare “el pegnato”. I contadini del paese la chiamavano “la stria spagnola”, perchè la vedevano raccogliere erbe nelle campagne e sapevano a quale uso erano destinate. In poco tempo questa dama di compagnia si trasformò in padrona della villa e pure della contessina.

    Il tempo trascorreva tranquillamente, ma un giorno arrivò a Canda una squadra di operai forestieri per fare un lavoro nel grande fabbricato per cui i servi e tutta la compagnia traslocarono nell’adiacente vecchia residenza dei Nani. Gli operai forestieri iniziarono a scavare all’interno dell’edificio e a costruire un pozzo per la comodità – dicevano – di avere l’acqua nella casa.

    Un giorno le due donne passeggiavano in “timonela” per le strade del paese; si fermarono dal fabbro e la dama di compagnia chiese all’uomo se erano pronti i ferri per la scala del pozzo.

    Il fabbro rispose: “Zerto siora e i taja come i rasuri”.

    Quelli presenti nella bottega, gente dalla fantasia un po’ maligna – “che i ghe jera anca na olta”, sottolineava con un sorrisetto la Ice muta – dissero: “Bella comodità per la villa aver costruito el pozzo dei rasuri”.

    La notizia si diffuse in paese in questo modo e fu così che da quel momento nacque la storia del “pozo dei rasuri”.

    Finiti i lavori, la servitù e tutti gli altri tornarono a vivere nel fabbricato principale, ma del pozzo non trovarono alcuna traccia.

    Nel tentativo di far guarire la contessina dalla pazzia amorosa, si cominciò a organizzare in villa qualche ritrovo nonché feste con balli e scampagnate. Intervenivano giovani nobili ed anche gente del popolo; fiorivano amicizie e nuovi “morosi” e quelli vecchi, noiosi e ingombranti, scomparivano.

    Qual’era il loro destino? La gente di Canda mormorava che finissero dentro quel misterioso pozzo, tagliati a fette come i salami e scaricati, attraverso un cunicolo, nelle acque del vicino canale.

    Tutto questo andò avanti per alcune stagioni finchè una bella mattina, dopo una grande festa, la servitù non trovò più le due donne, la contessina e la “stria spagnola”. Subito la gente del paese disse, e assicurò, che il loro ultimo “moroso”, più svelto delle due donne pazze, le avesse portate sulla botola e fatte precipitare nel pozzo, riducendole vittime della loro maledetta invenzione. E con esse finì nel fondo della fossa anche il segreto del “pozo dei rasuri” perchè non si trovò più la sua ubicazione nè il trabocchetto che conduceva ad esso.

    Nella villa successe un grande scompiglio. Arrivò da Venezia l’ambasciatore. Interrogò la servitù e ascoltò la gente del paese e diede ordine di trovare questo pozzo, ma tutto fu inutile. Decise perciò di licenziare la servitù e per lungo tempo chiuse la villa.

    Sicuramente il racconto della Ice muta destò grande impressione in un bambino piccolo com’ero io allora e restò vivo in me per molto tempo.

    A questo punto non si sa se il pozzo esista veramente oppure no; trovarlo dipende forse dalla fantasia di chi lo cerca.

    Quando chiedevo dove poteva trovarsi, la buona vecchia rispondeva: “la zente la disèa che l’è davanti a la porta che la dà sul giardin e se la zente la parla, a vol dire che qualcosa a ghè de vero”.

    Quando ho potuto vedere la villa dall’interno, diventato più grandicello, ho cercato questa porta e, un po’ deluso, ho scoperto che le uscite che immettono sul giardino sono ben sei.

    Non si sa quanto ci sia di vero in questa storia; posso garantire soltanto l’esistenza di chi l’ha raccontata, cioè della Ice muta, e di Giovanni Battista Nani (nato nel 1616 e morto nel 1678), ambasciatore alla corte di Luigi XIV, poi due volte in Germania e successivamente ancora in Francia ed inoltre commissario per i confini della Dalmazia dopo la pace di Candia. Quest’ultima figura di uomo si avvicina al personaggio dell’ambasciatore di cui parla la leggenda. Tutto il resto molto probabilmente fa parte del ricco patrimonio della fantasia popolare.

    Da alcuni anni, cioè da quando la Pro loco di Canda organizza visite guidate nella villa Nani Mocenigo, io mi presto ad accompagnare i visitatori e spesso mi sento chiedere dove si trova il pozzo dei rasoi, di cui qualcuno ha sentito parlare. Sorrido, conoscendo la leggenda, ed invito il richiedente a cercarlo. Ma fino a questo momento nessuno è ancora riuscito a trovarlo.

  • Il viaggio di Catullo

    E’ ormai divenuta una consuetudine, piacevole ed attesa, il nostro incontro per parlare dei tempi antichi, quando uomini e dei sceglievano il fiume Po per momenti di gloria o imprese immortali. Nell’ultimo appuntamento ti parlai della grande battaglia in cui Mario, audace condottiero romano, sconfisse i Cimbri dopo aver annientato i Teutoni loro alleati.

    Come allora promesso, le mie parole oggi saranno molto diverse: non mi soffermerò sugli accampamenti di guerra né su scontri tra eserciti, ma rievocherò un viaggio, pacifico e pieno di speranze, fatto scendendo il fiume Po da Catullo, il grande poeta latino, da Sirmione verso la costa adriatica per prendere poi la via Popilia verso Rimini e quindi la Flaminia per Roma.

    Gli era compagno e guida lo storico Cornelio Nepote alla cui narrazione, fatta dallo stesso in prima persona, io mi rimetto.¹

    “Cercammo una buona barca che scendesse il fiume e su quella ci imbarcammo. Il nostro battello portava legname ma, fra una catasta e l’altra offriva lo spazio per qualche viaggiatore. Sedemmo a prua così, nella quiete di quel navigare, ci sembrò di volare come le rondini che sfioravano l’acqua per bagnarsi il petto e impastare l’argilla del nido.

    La barca che naviga sul Po assomiglia ad una nuvola del cielo, essa non ha, come in mare, sussulti d’onda, nè di questa sente gli scrosci improvvisi e gli urti; essa va quieta e lenta appena diretta da qualche colpo di remo per correggerne la direzione.

    Sul fiume non c’è schiocco di vela né sibilo di funi, perché il vento impetuoso rimane a galoppare lontano, dietro gli alberi o in alto nel cielo e, se non c’è voce di gente, il silenzio è grande e profondo, interrotto soltanto dal fruscìo dell’acqua contro la barca, dal guizzo di un pesce o da grida di uccelli nei boschi. Catullo diceva che il fiume gli sembrava una grande strada e voleva che gli narrassi la storia.

    E’ un fiume antico come l’uomo – gli dissi – ed ebbe molti nomi: Padus, Eridanus e anche Messapicus quando si pensava che s’unisse all’Istro e al Reno e arrivasse al Grande Oceano. Lo navigarono molti popoli che venivano da oriente, alcuni in fuga dalle loro terre, altri per commerciare e altri ancora per obbedire al volere degli dèi. Si dice che i primi furono i Pelasgi, or è più di un millennio, ma se si potessero riudire le voci di tutti i suoi naviganti noi sentiremmo idiomi antichissimi di greci, cretesi, rodii, egiziani, fenici, siculi ed etruschi.

    Fra queste sponde passarono gli Argonauti di ritorno dal Ponto Eusino, dalla terra dei Colchi, portando sulla loro nave il Vello d’oro e la fatale Medea che, per amore di Giasone, aveva tradito patria e famiglia trascinandosi dietro un destino di sangue. Qui passò Antenore in fuga da Troia e alla ricerca di una terra dove fondare una nuova città per sé e per i suoi, passò Diomede dai bei cavalli, Eracle alla ricerca del gigante Gerione che sprofondò fra i Colli Euganei e ancora laggiù, mostro benefico, soffia dalle sue caverne vapori salutari. Ognuno di loro, eroe o semidio, su queste sponde lasciò il suo nome e la sua ara. Altra gente da oltralpe scese queste placide acque per portare l’ambra preziosa ai commercianti greci cupidi di quel nobile materiale che nasce dal midollo dei pini, si addensa col freddo e indurisce come pietra per opera del mare settentrionale.

    Prima dell’imbrunire la nostra barca soleva accostarsi a uno scalo sul fiume dove tutto era predisposto per ospitare passeggeri e merci, ma noi, fissato l’alloggio per la notte, ci allontanavamo cercando un posto solitario sulla riva per contemplare il tramonto.

    Parola umana non potrà mai descrivere le ultime ore di luce, quando sul Po si compie il sacrificio del giorno che muore.

    Esso inizia col silenzio della terra e del cielo; non s’ode grido né fruscìo quando il Sole lentamente va spegnendo il suo fulgore. E’ l’ora in cui il dio permette ai nostri occhi di fissarlo senza bruciarli, mentre le nuvole presso di lui tutte s’indorano e i boschi, sull’una e sull’altra sponda, chiudono fra le braccia l’acqua immobile, specchio del cielo.

    Il fiume si è fatto ara pronta per l’olocausto e il Sole può abbassarsi su di esso per incendiarlo. Ecco le fiamme salire in alto e tizzoni ardenti cadere dietro le oscure chiome dei boschi, ecco, come scure sacrificale che cada sulla vittima, l’astro piombare nell’acqua, arrossarla e farne un lago di sangue. Il giono è morto, gli alberi si chinano sul fiume insanguinato, tutto imbrunisce, la volta celeste si accende di un ultimo bagliore.

    Poiché è tempo di velare l’ara e la cenere del sacrificio, avanza la notte col suo nero mantello che tutto copre; essa lascia brillare soltanto qualche favilla di luce perché gli uomini possano sperare di vedere domani un altro giorno.

    Chi crede può pregare, già lo fanno i pioppi bisbigliando tra le tremule foglie. C’è anche un cuculo che chiama.”

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