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Archivi: Articoli d’archivio

  • Quale turismo?

    “Ma lo sai che abiti in un posto meraviglioso? Melara ha degli scorci proprio suggestivi”.” Questo mi ha confidato un’amica abitante in città a Mantova mentre stava ritornando a casa percorrendo l’argine sinistro del Po provenendo da Ferrara. Ed ancora: “Mi sono fermata con la macchina, l’ho spenta e mi sono seduta a terra per ammirare il tramonto del sole, uno spettacolo unico!”

    Confesso che sono rimasto sbalordito da queste affermazioni, di lì a poco ho pensato: “Questa si è sbagliata e sta confondendosi con altre realtà. Io, qui ci abito dalla nascita e non ho mai trovato nulla di trascendentale”. Invece è proprio così, perché al bello ci si abitua e dopo un po' non sembra più tale.

    Altri però devono avere pensato come la mia amica mantovana, perché mai come in quest’anno che si va a concludere si è assistito ad iniziative atte a rivalutare il turismo lungo l’asta del Po.

    Ma quali prospettive e soprattutto quali mezzi sono proponibili al turista del nuovo millennio? E’ subito chiaro che le nostre zone si prestano essenzialmente ad un turismo non tanto d’arte quanto naturalistico-ambientale.

    Vorrei soffermarmi però su due concrete possibilità turistiche già nell’aria e che per decollare aspettano solo i veicoli giusti. Parlo del turismo dall’alto e dall’acqua, ovvero dei veicoli ultraleggeri e dei mezzi di trasporto acquatici da turismo.

    L’aereo ultraleggero per le sue caratteristiche si presta bene a quei “clienti” che non vogliono avere molta confusione attorno a sé: i posti sono due-tre al massimo, oltre al pilota e quindi ci sarà già stata una scelta a monte con chi già condividere tali “spericolatezze”.

    Rientra negli obiettivi di Arthur Zecchini di Melara la possibilità di ottenere in tempi brevi il brevetto per questi mezzi, assolutamente sicuri a suo dire, e dare così l’opportunità ad altri di tuffare gli occhi in qualcosa di sensazionale. “E’ tutta un’altra cosa da lassù. A qualche centinaio di metri il panorama – assicura il pilota – si trasforma ed assume caratteristiche uniche.

    Le forme dei paesi, il nostro Po, le isole che di tanto in tanto si scorgono tra le due sponde, i colori che variano da stagione a stagione, sono sensazioni che bisogna provare almeno una volta nella vita.”

    Artur Zecchini è stato quest’anno negli USA per un mese intenso di ore-volo, giacché qui da noi si fatica a metterne insieme un’esperienza consistente nel breve periodo. E quando è tornato la sua intenzione non è cambiata affatto. “Potrebbe essere questa una buona proposta di turismo. Oltre a me in paese c’è anche il pioniere di questi ultraleggeri, Pietro Lenisa (autore di numerose foto dall’alto che in questo servizio alleghiamo), a Castelmassa c’era un costruttore di questi mezzi ed a pochi chilometri c’è un campo di decollo a San Pietro Polesine, ma altri se ne potrebbero fare e richiederebbero poco spazio. Perché non avanzare questa proposta turistica, cosa si aspetta ancora?”.

    Un’altra ghiotta occasione è il turismo fluviale. Con il proliferare di attracchi sul Po, la nostra sponda potrebbe essere un’opportunità in più per un turismo a breve respiro. Non c’era bisogno infatti del passaggio del sottomarino “Enrico Toti” nella primavera scorsa per capire che lo scorrere dell’acqua poteva attirare turisti in cerca di qualcosa di diverso. Ne sanno qualcosa le compagnie straniere che hanno puntato sul turismo di classe.

    Nel 2000 sono stati oltre cinquemila le persone che hanno puntato sulla vacanza di una settimana spendendo dai due ai cinque milioni per fare un tragitto Old Style lungo la strada delle città d’arte. Da Venezia risalendo il nostro fiume i percorsi scelti sono: Ferrara, Mantova, Parma, San Benedetto Po e Sabbioneta. A fine 2001 questi turisti saranno già raddoppiati. Provengono dagli States, dalla Germania, da Francia e Svizzera.

    Navi come la Michelangelo, la Venezia, la Casanova e la River Cloud II (nella foto attraccata a Melara) saranno affiancate il prossimo anno da altre due statunitensi. E’ questo un turismo via fiume per approdare a porticcioli sconosciuti, dove gli escursionisti sono attesi da corriere per percorsi nell’entroterra che suscitano fantasie negli stranieri (un nuovo “Grand tour”? Forse!).

    Dipenderà anche da noi abitanti valorizzare i nostri luoghi.

    Ma per i meno dotati economicamente, cosa fare? Ci sono pronte le alternative come per esempio la “River Queen” dei fratelli Formigoni di Melara, veterani del fiume ed altre imbarcazioni locali anche se meno attrezzate.

    Se le proposte di turismo d’aria e d’acqua decolleranno dipenderà molto dai nostri amministratori e da noi stessi. Non basta mettere i segnali turistici sulle rive dell’argine, per fare decollare queste alternative, bisogna anche riuscire a contagiare noi rodigini e veneti. Bisognerà che qualcuno si comporti come la mia amica mantovana, che ci faccia capire che siamo circondati da bellezze uniche dei nostri paesaggi. E, d’altronde, questi turisti stranieri che settimanalmente ci vengono a trovare questo l’hanno già capito!

  • L’anguilla in cucina

    Scopriamo il Parco del Delta del Po con l’anguilla, patria di questi “pesci delle feste”.

    La tradizione vuole che in buona parte dell’Italia e anche in altri paesi europei, la sera della vigilia di Natale vengano consumati beneauguranti pezzetti di anguilla marinata o capitone ai ferri, al forno a violino a bracioline, in umido o in polpette rotelline fritte, in fricò e persino a salame (pestate con il branzino).

    Il tutto viene abbinato ad un buon bicchiere di vino rosso, perché sgrassa il palato e pulisce la bocca.

    Oggi pochi conoscono veramente l’anguilla e solo un occhio esperto sa distinguerle dal colore, che indica l’età e l’ambiente in cui ha vissuto. E’ importante saperlo fare perché solo quelle con 14 o 15 anni di età hanno il grasso giusto per poter essere cucinate. Pensate che quelle di allevamento hanno persino una lunghezza standard!

    Ricordiamo l’anguilla anche nel film di Soldati: “La donna del fiume” (1955) dove Sophia Loren raccoglieva i tagli dell’anguilla e li rifilava in lunghi spiedi che poi poneva verticalmente in larghi camini con fuoco a legna appesi a griglie verticali. Il grasso che colava, mescolato con olio di oliva, serviva per friggere le acquadelle. Quindi seguiva la marinatura: le anguille e le acquadelle poi irrorate con la mistura (salamoia): sale grosso, acqua e vino, aceto e foglie di alloro, pepe.

    Bisato a’ la veneta

    (anguilla alla veneta)

    Ingredienti. Un’anguilla, una cipolla, alloro, prezzemolo, aglio, olio di oliva, aceto o vino bianco secco, salsa pomodoro, poca farina, sale quanto basta, pepe facoltativo.

    Preparazione

    Pulire bene l’anguilla, strofinandola esternamente con carta da cucina o carta con un bel po’ di cenere di legna, poi lavarla in acqua corrente.

    In una casseruola bassa far rosolare in olio d’oliva un trito di cipolla, aglio e alloro, quindi aggiungere i pezzetti di anguilla infarinati. Cuocere rapidamente, bagnare con qualche cucchiaiata di aceto o vino bianco e far evaporare, unire della salsa pomodoro e erbe aromatiche, sale e un po’ d’acqua tiepida.

    Portare lentamente a cottura e servire con una crema di polenta o polenta abbrustolita ben calda, decorando con prezzemolo appena tritato e cipolline glassate.

    Bisato su l’ara

    (anguilla sulla pietra – specialità veneziana)

    Ingredienti. Un’anguilla, parecchie foglie di alloro, sale.

    Preparazione.

    Pulire l’anguilla strofinando esternamente con un pezzo di carta dove si sarà messo un bel po’ di cenere di legna; poi lavarla in acqua corrente.

    Dopo averla ben pulita e sgrassata, disporla a pezzi in un largo recipiente di rame sopra un letto di foglie di alloro, cospargerla di sale e aggiungere un po’ d’acqua, quindi ricoprire con altre foglie di alloro. Cuocere in forno a fuoco moderato, circa 170° fino a cottura ultimata.

    Nota: anticamente la cottura avveniva posando il recipiente sul piano del particolare forno usato per temprare i famosi ed apprezzati vetri di Murano. Da questa tradizione è stato ricavato il nome “bisato su l’ara” che significa appunto “anguilla sulla pietra”.

  • Chi salverà l’anguilla del Delta?

    Chi salverà l’anguilla del Delta? C’è chi guarda con fiducia all’Ente Parco, che tra i suoi compiti specifici ha la tutela del territorio e la valorizzazione degli aspetti più tipici sul piano ambientale, storico e culturale. C’è chi si aspetta un intervento risolutivo dalla Regione, che può legiferare e stabilire idonei piani di intervento. Ma la maggior parte degli addetti ai lavori sembra manifestare un profondo scetticismo, motivato dal fatto che, commercialmente parlando, il prodotto anguilla non è in crisi nell’area delle foci del Po. E allora – si dirà – dov’è il problema?

    L’ S.o.S per l’anguilla del Delta viene lanciato dai vallicoltori, che evidenziano come quella che viene acquistata e servita nelle tavole private o di molti ristoranti come una prelibatezza originale, in realtà in molti casi non risponderebbe ai canoni di “vera anguilla del Delta”.

    Per comprendere le doleance dei vallicoltori è opportuno ricordare come la storia dell’anguilla del Delta sia antica come quella delle lagune e delle valli che bordano la linea costiera dell’alto Adriatico, scelte da questo strano pesce serpentiforme per la sua crescita. Un processo lento, che dura 7-8 anni fino a raggiungere la maturità sessuale ed il peso di circa mezzo chilo, quando l’anguilla decide di lasciare i territori deltizi, ove l’acqua dolce si mescola con quella marina, per obbedire ad un istinto ancestrale che, a quanto sostengono gli studiosi, la porterà nel lontano mare dei Sargassi, nel bel mezzo dell’oceano Atlantico, per riprodursi.

    Ed è proprio nel momento in cui l’anguilla avverte l’antico richiamo, in notti autunnali ventose e prive di luna, che avviene la sua cattura, attesa con trepidazione nelle valli che si estendono alle foci del Po.

    Parliamo dunque delle valli del Delta, perché questo è l’ambiente che da almeno cinque secoli l’uomo ha cominciato ad attrezzare per favorire, in modo del tutto naturale, la crescita del pesce pregiato – orate, branzini, cefali e anguille – la sua cattura e la successiva commercializzazione.

    Le valli del Delta sono ambienti lacustri chiusi, che possono attingere acqua dal mare o dai fiumi attraverso chiaviche che vengono alternativamente aperte o chiuse a seconda delle necessità delle acque interne, il cui grado di salinità e termicità viene costantemente tenuto sotto controllo dagli esperti vallicoltori del Delta.

    A primavera si origina la “montà” del pesce, ovvero l’immissione naturale degli avannotti nelle valli: migliaia di pesciolini da poco venuti alla luce lasciano infatti il mare e, attraverso le chiuse, raggiungono le valli, ove trovano un ambiente protetto e favorevole alla loro alimentazione. Ovviamente i vallicoltori agevolano questa operazione e provvedono anche ad una ulteriore “semina” delle valli con idoneo novellame. In autunno avviene la “smontà”, ovvero la tendenza dei capi adulti a lasciare la valle per seguire l’istinto delle riproduzione che avviene in mare aperto. Ed è questo il momento della cattura, che si attua attraverso il sistema dei “lavorieri” che costringono il pesce ad un percorso obbligato, agevolando i vallicoltori nelle operazioni di prelievo e cernita del pescato.

    Questo è dunque l’ambiente naturale, gelosamente preservato dall’uomo, in cui, assieme ad orate, branzini e cefali, crescono le “vere anguille del delta”, le cui carni si fanno apprezzare per sodezza e delicatezza.

    Ma alle foci del Po, e non solo, da alcuni anni le anguille vengono allevate anche in vasca, alimentate artificialmente con mangimi di produzione industriale e poi commercializzate come anguille del delta.

    E’ giusto tutto ciò? Per i vallicoltori del Delta il problema va affrontato e regolamentato legislativamente. Solo i buongustai più esperti – osserva Giuseppe Penzo, titolare di Valle Bagliona a Porto Levante – sanno distinguere, dalla sodezza delle carni e dal loro sapore, la differenza tra un’anguilla cresciuta naturalmente e quella proveniente da un allevamento intensivo, che fra l’altro non abbisogna assolutamente delle acque del delta, in considerazione dell’indifferenza di questo pesce per le acque dolci o salate.

    Ecco dunque la necessità di un marchio D.O.C. che individui le “vere anguille del Delta”, quelle che crescono nelle valli, specchi limitrofi alle lagune, in cui il governo delle acque è garantito da una sapienza plurisecolare, oggi fra l’altro valorizzata da tutta la legislazione nazionale e persino internazionale.

    Ma l’anguilla del Delta, oltre alla carenza di un marchio che la identifichi e la tuteli, ha altri nemici che ne minano fortemente la presenza. Giuseppe Penzo è sollecito nel fornirci le allarmanti cifre di una vera debacle produttiva: “Negli anni ‘30 fino ai ‘50 in valle Bagliona – ci dice – annualmente si producevano dai 60 ai 70 Kg. di anguille per ettaro, oggi siamo scesi ad una cifra davvero insignificante: solo 2 Kg. per ettaro”.

    Un calo dunque di proporzioni veramente allarmanti. Quali le cause? “Il primo grave decremento produttivo – ci informa ancora Penzo – si manifestò nel ‘66, a seguito di un’epidemia dovuta ad un parassita, l’”argolus”, che provocò la moria quasi totale delle anguille. Poi negli anni ‘70 e ‘80 la produzione risalì, stabilizzandosi sui 30 Kg. per ettaro. Negli anni ‘90 iniziò a verificarsi un nuovo flagello, dovuto all’intensificarsi di stormi di cormorani, uccelli ittiofagi, fra l’altro non tipici del Delta, che però qui hanno trovato l’ambiente a loro più congeniale. Tutto il pesce presente nelle valli subisce l’assalto di questi uccelli, grandi mangiatori che divorano fino a mezzo chilo di pesce al giorno”:

    E le anguille?

    “Le anguille – prosegue il sig. Penzo molto turbato – sembrano proprio essere le preferite dai cormorani, a cui va certamente imputato lo sterminio e, se non si interviene drasticamente a contenere il numero di questi uccelli, la prossima sparizione dell’anguilla, come specie tipica del Delta, è un fatto certo”.

    L’amarezza che riscontriamo nel nostro interlocutore è davvero tanta. A buon diritto Penzo si sente depositario di una conoscenza antica, dato che la sua attività di vallicoltore affonda le radici nelle tradizioni della famiglia. Profondamente legato al delta e alla sua storia, prova una sofferenza perfino fisica nel notare la mancanza di un vero interesse per la salvaguardia di un patrimonio naturale e culturale qual è quello legato all’anguilla del Delta.

    Cerchiamo di concludere il nostro incontro con una nota meno dolente. Come deve essere gustata una buona anguilla? Gli chiediamo.

    Abbiamo fatto centro. Gli occhi di Penzo si illuminano e subito ci illustra la ricetta dei nonni: l’anguilla deve essere girata sullo spiedo per 77 volte. Perderà tutto il grasso e le carni si manifesteranno dolci e profumate. Così tenere che non occorreranno i denti per spezzarle. Basteranno le labbra. E sarà un incontro dolce come un bacio”.

  • La navicella di S. Gottardo

    Nel cuore dell’alto Polesine, sulla direttrice Canda-Stienta, sorge Bagnolo di Po, che del grande fiume riporta soltanto il nome, risultando a tutti gli effetti più vicino al Canal Bianco. In ogni caso il toponimo deriva da bagno, come è ben evidente nella denominazione “Fundus Balneolus” che indicava la zona fin dai tempi di Matilde di Canossa.

    Terra sicuramente a lungo allagata nel passato dalle molteplici rotte del Po, dell’Adige e del Tartaro-Canalbianco, in epoca medioevale tornò gradualmente ad essere popolata da una comunità, le cui prime notizie risalgono al 1191, in quanto questo luogo è segnato tra i beni della chiesa romana nel Liber Censuum. Esisteva una chiesa, dedicata a Santa Maria, con la qualifica di cappella, soggetta alla pieve di Trecenta, come indicato nell’elenco delle decime ferraresi dell’anno 1300.

    Bisogna arrivare al 1574 per avere notizie sulla chiesa dedicata alla Natività di Maria, costituita in parrocchia, come risulta dai verbali della visita apostolica di mons. Maremonti: l’edificio è trovato in precarie condizioni e bisognoso di restauri. Sono ricordati l’altar maggiore e quello dedicato a San Gottardo.

    Negli anni successivi viene provveduto alla costruzione di una nuova chiesa parrocchiale consacrata il 26 giugno 1596. Sul suo altare maggiore viene collacata una pala raffigurante La Natività di Maria, opera molto bella attribuita a Carlo Bononi. Dopo la grande bonifica, attuata nei primi decenni del ‘600 dalla famiglia Bentivoglio, il numero degli abitanti del paese aumenta, toccando i 1800. Per il culto si rende pertanto necessario un edificio più grande, per cui si fanno collette, si raccolgono denari, si impone anche una “tassa pro capite”, variata “secondo le possibilità dei singoli per non gravare sui più deboli”. Si hanno notizie sul lavoro finito nel 1693: “una chiesa ingrandita, innalzata e rifinita a regola d’arte”. La chiesa si presenta “più ampia, a tre navate, con solenne presbiterio ornato di possenti colonne, che fanno corona all’altare maggiore: tre gli altari laterali, una dignitosa cappella dedicata a San Gottardo e il battistero”. Lo stile del tempio è di tipo ferrarese. Nelle varie ristrutturazioni non si nomina mai il campanile, che è sul retro e staccato dagli altri fabbricati. Tutto fa credere che sia stato costruito alla fine del 1500.

    Un consistente restuaro, sia per la chiesa che per gli edifici adiacenti, fu effettuato verso il 1960 con parziale contributo statale in conto danni di guerra. Ai nostri giorni la chiesa necessita di una completa tinteggiatura e, per poter effettuare questo lavoro, i parrocchiani stanno raccogliendo i fondi necessari.

    Sembra interessante ricordare la singolare venerazione degli abitanti di Bagnolo di Po per San Gottardo, un santo che ha origini germaniche.

    Da molti anni in paese si tramanda la leggenda popolare secondo la quale la statua di San Gottardo giunse in paese scivolando sulle acque in una fragile barchetta. La devozione a questo Santo è introdotta a Bagnolo già nel 1574 (come si apprende dalla citata visita di mons. Maremonti) per cui è secolare la fede, semplice ma tenace, attorno alla sua figura da parte dei parrocchiani. Ricerche in proposito sono state fatte dall’attuale parroco, don Fabio Bolognesi, il quale è riuscito a mettersi in contatto con un parroco della Baviera, dove San Gottardo è vissuto ed è venerato, e da lui ha avuto copia di un lungo e preciso manoscritto a testimonianza della vita, delle opere e dei miracoli del Santo nella sua terra natale.

    San Gottardo nacque nel 960 a Reicherdorf, un piccolo paese della Baviera, da genitori poveri ma profondamente cristiani che lo affidarono, in giovane età, ad un convento di monaci, dove ben presto si distinse per le innate doti pastorali. In seguito, allora sedicenne, l’arcivescovo Federico di Salisburgo lo volle con sè e lo introdusse negli aspetti più profondi della saggezza cristiana. Nel 991 prese i voti di monaco benedettino e subito si distinse per le sue virtù. Nel 996 fu eletto abate di Niederaltaich e nel 1022 fu nominato vescovo di Hildesheim. Lavorò incessantemente, con umiltà e carità, e si impegnò a ristrutturare e fondare molti monasteri, una trentina di chiese e la sua cattedrale.

    A lui, venerato e stimato, vengono attribuiti miracoli già quando era ancora in vita. Morì il 5 maggio 1038 e fu canonizzato il 29 ottobre 1131. Molti altri miracoli furono attribuiti al Santo subito dopo la morte. La sua intercessione fu implorata contro la febbre, la gotta, le coliche, le malattie dei fanciulli, le doglie del parto e contro la grandine.

    Anche gli abitanti di Bagnolo di Po attribuiscono parecchi miracoli a San Gottardo. Il suo culto si diffuse particolarmente nelle zone paludose, dove imperversavano malattie reumatiche e i malanni dell’artrite, e questo può spiegare il motivo della sua antica venerazione a Bagnolo di Po, terra in gran parte allagata delle cui prime opere di bonifica si interessavano i monaci benedettini dell’Abbazia di Pomposa, sotto la cui giurisdizione si trovava la zona come testimonia il documento del notaio Bonvicino del 9 giugno 1109.

    La devozione per San Gottardo a Bagnolo di Po ha quindi origini antiche, che si sono poi consolidate con il passaggio per queste terre di carovane di soldati tedeschi che, attorno al 1500, donarono una statua lignea del vescovo e santo.

    Nella chiesa di Bagnolo di Po esiste inoltre un reperto molto importante e significativo, ora collocato nella sacrestia. Si tratta di un lavabo a navicella, ricavato da un blocco di marmo e decorato con intarsi. Di questo pregevole oggetto si sa soltanto che risale al XV secolo. Questa sua forma singolare probabilmente è da attribuire alla leggenda che vuole che la statua di San Gottardo sia arrivata a Bagnolo su una piccola barchetta.

    Una visita alla bella chiesa di Bagnolo di Po permetterà inoltre di ammirare la citata tela di Antonio Bononi (sec. XVI) che rappresenta l’Immacolata circondata da tre santi.

  • Il Palazzo Bentivoglio

    In località Caladon (già via Mure, oggi via Fiocco), al confine tra i paesi Giacciano e Baruchella, esiste un grande complesso rustico del Settecento, tutto circondato da mura: Corte Fiocco, poi Furini e Roveroni, che per la sua ampiezza e conformazione si distingue nettamente dai vari altri edifici rustici (le boarie) piú o meno della stessa epoca che esistono nel territorio comunale. La poliedrica struttura fu fatta innalzare dai nobili Bentivoglio d’Aragona (benemeriti per la grande bonifica dell’Alto Polesine) circa un secolo dopo l’erezione della Chiesa parrocchiale di S. Ippolito Martire di Giacciano, abbellita poi dalle lapidi sepolcrali di alcuni membri della dinastia, tra le quali il celebre bassorilievo della “Dolente” (per Adelaide Foscarini Bentivoglio) attribuito al Canova.

    Parzialmente coperto alla vista dall’edificio della Cantina Sociale Altopolesana, la vastità del complesso si coglie meglio per chi proviene da Trecenta, percorrendo la strada provinciale che corre sull’argine della Fossa Maestra (anticamente sede della Rotta del Castagnaro).

    Per la data di costruzione vanno tenuti presenti due anni successivi: il 1734 e il 1764. Il primo è quello in cui il perito ferrarese Bonfadini disegna una grande “Topografia della Tenuta Bentivoglio” e dove non figurano ancora né il palazzo né le mura, forse perché il terreno dove ora sorge il “brolo” (anticamente riserva di caccia) era ancora soggetto alla Mensa vescovile di Ferrara. Il secondo sarebbe quello in cui, stando ad una lettera dell’archivio della famiglia, il marchese Guido Bentivoglio, sposato in seconde nozze con la ricca nobildonna venez iata Elena Grimani, fatta una permuta di terre con l’arcivescovo di Ferrara, decise di costruire “nella villa di Giazzano, presso l’argine del Castaganaro, un gran palazzo per sua abitazione con delizie e giardini degne d’un suo pari”.

    L’anno in questione va probabilmente anticipato un po’, perché già il 22 maggio del 1764 l’arcivescovo di Ferrara concede di far dir messa nella cappellina ricavata all’interno del palazzo, una cappellina con un minuscolo campanile a vela (sulla quale è stata da poco ricollocata una campanina, come già un tempo. All’edificio apparteneva anche l’altorilievo con l’incontro della Vergine con S. Elisabetta, attualmente collocato all’esterno dell’edificio principale.

    Nel 1850 le varie proprietà Bentivoglio d’Aragona (l’antica Tenuta di Giacciano e Presa) nel Comune di Giacciano con Zelo (non ancora unito a quello di Baruchella), intestate ai figli ed eredi del marchese Carlo Guido (un fratello e quattro sorelle) passano tutte (oltre 1000 pertiche) nelle mani del marchese Nicolò Bentivoglio, il quale a sua volta – per difficoltà finanziarie e per le spese che comportava vivere ormai a Venezia (stando agli studi del Fiocco) – tra il 1850 ed il 1857 le mette in vendita ad alcuni degli antichi livellari (fittavoli) come Nalli e Sitta, ma anche ad esponenti della nuova possidenza agraria altopolesana: Dal Fiume, Levi, Maggioni e Fiocco.

    Il maggiore acquirente risulta Maggioni Francesco, probabilmente di Trecenta, che nel 1857 acquista circa 342 pertiche, inclusi il palazzo e la corte. Si tratta, però, di un breve passaggio destinato a non lasciare traccia nella denominazione del complesso, in quanto già nel 1877 una parte della proprietà Maggioni, con inclusi corte e palazzo per un totale di oltre 274 pertiche, viene venduta a Fiocco Giovanni Battista, che nel 1856 aveva già acquistato circa 19 pertiche dai Bentivoglio.

    Ecco allora che, con l’arrivo della ricca famiglia di possidenti a cui appartenevano buona parte delle vicine Valli grandi veronesi, il complesso prende la nuova definizione di Corte Fiocco, legata anche alla nascita dell’illustre storico dell’arte Prof. Giuseppe Fiocco, al quale qualche anno fa fu intitolata la via su cui sorge il complesso, per interessamento dell’allora presidente di Italia Nostra Prof. Dott. Ugo Grisetti.

    Oltre ai cambi di proprietà, inizia così per la Corte anche il cambio d’uso: non più residenza nobiliare ma borghese con le adiacenze e le lunghe barchesse date in affitto a numerose famiglie, fino a ben oltre il secondo dopoguerra o adibite ad allevamenti avicoli, magazzino, piccolo caseificio, rivendita di vino, falegnamerie ed officine.

    Tramontato il progetto di una sua acquisizione da parte di qualche ente pubblico o culturale, il complesso che ha anche ottenuto la qualifica di Villa Veneta dalla Regione (cfr. “Ville Venete in provincia di Rovigo”, pp.297-299), si presenta oggi in buono stato di conservazione, anzi molto migliorato grazie ai recenti lavori di ripristino e riutilizzo intrapresi dagli ultimi proprietari, la Ditta edile Milan Luigi che ha affidato l’incarico del relativo progetto all’Arch. Vito Antonio Troiani di Melara.

    I lavori, eseguiti a stralci sotto la direzione dei Geom. Enzo Castello e Francesco Verzola, del luogo, sono già a buon punto e hanno permesso di riportare a nuova vita lo storico edificio.

    Anche la corte è stata rivitalizzata, soprattutto grazie alle manifestazioni equestri (legate al maneggio sorto all’interno) che da qualche anno si svolgono regolarmente in primavera, nel mese di aprile: si tratta del Concorso Ippico Nazionale Interregionale di Salto ad Ostacoli, organizzato dalla F.I.S.E., con la collaborazione della Camera di Commercio di Rovigo e della Pro Loco Comunale. Una gara che attrae numerosi partecipanti anche da fuori regione e che ha dato un importante contributo sia per far conoscere la villa che il comune altopolesano.

  • Caro Delta, ti scrivo

    Gentilissimo Sig. Michele, Oggi, per la millesima volta ho sfogliato l’album con le fotografie delle mie vacanze estive e, come sempre, ho provato un tuffo al cuore rivedendo quelle delle giornate trascorse nel Delta del Po. Emozioni che si ricollegano al paesaggio tanto affascinante quanto inusuale per noi… cittadini. Momenti indimenticabili, legati al ricordo dell’escursione in barca insieme a te quando, con tanta cortesia, competenza, simpatia ed entusiasmo mi hai portata, assieme a mio marito, dentro al tuo paesaggio: quello che ami tanto e che tanto, in così poco tempo, mi (ci) hai insegnato ad amare.

    Le canne, i riverberi del sole, il rumore del mare ed il silenzio della laguna. Il volo degli aironi e dei gabbiani e di quant’altro ci circondava, compresi i “pesci volanti”, mi (ci) ha rapito, facendoci sentire come vecchi amici, ed ora ho sempre in mente il tuo volto soddisfatto perchè capivi che, quello che ci dicevi e mostravi, arrivava dritto dentro al nostro cuore.

    E che dire dell’Isola dei Gabbiani? Lì ci hai svelato uno dei tuoi tanti segreti.

    Camminare a piedi nudi su quella sabbia fina, morbida e fredda. Avvicinarci, dapprima sospettosi, e poi confusi sul da farsi, a quel gabbiano ferito, per poi prendere la decisione di intervenire. Sollevargli la testa, lavargli il becco, rifocillarlo, tentare di curarlo, abbracciarlo con la speranza di poterlo salvare per ricondurlo alla sua isola, al suo cielo. Momenti di grande intensità che tu ci hai permesso di vivere!

    Purtroppo il nostro gabbiano non ce l’ha fatta e se ne è andato all’alba del giorno dopo, lasciandoci, con grande sorpresa, senza tristezza ma con la sicurezza di aver donato con il cuore quanto era nelle nostre possibilità.

    A volte ci svegliamo la mattina e ci sorprendiamo a guardare le cose che abbiamo portato a ricordo di quel giorno: le conchiglie della “secca”, le “scopete” che tu hai colto, i tronchi che tenevi da parte all’ormeggio. Mostriamo agli amici le pubblicazioni e gli articoli che ci hai dato e, nel metterli al corrente della nostra esperienza, ci sentiamo partecipi del tuo mondo e riusciamo a farlo amare anche a chi non sa neanche che esiste. Torneremo e porteremo anche loro con noi!

    La penna per scriverti era pronta da tanto tempo, ma abbiamo voluto farlo in un momento di assoluta tranquillità e serenità, per meglio tornare a gustare la magìa di quei giorni indimenticabili. Guardando la foto che ti invio, ti ricorderai di noi e forse sorriderai ripensando a quei due… cittadini. Approfitto per augurare tanta felicità e gioia a te e a tutte le persone a te care.

    Cordialmente

    Lucilla e Antonio

    Roma, dicembre, 2001

    P. S. Che emozione averti rivisto alla televisione!!!

  • Là dove prende vita il Parco

    Il Po è da sempre l’elemento centrale del paesaggio e della vita dei comuni rivieraschi. Proprio a Papozze il maestoso fiume inizia il suo Delta, dividendosi tra il Po “Grande” (Po di Venezia) a nord e Po di Goro che si dirige verso sud, disegnando l’isola di Ariano.

    Per la sua particolare posizione Papozze rappresenta il punto di partenza per un bellissimo itinerario turistico via acqua sul Po di Goro oppure sul Po Grande per arrivare sino alle parti più tipiche e più interne del Delta Padano dove la natura diventa indiscussa protagonista.

    Per la visitazione di questo ambiente unico, Papozze si è dotato di un attracco fluviale e di uno scivolo alaggio scafi, posti il località Camatte, proprio all’altezza del Po di Goro. Gli impianti sono inseriti nel verde della golena che diventa un luogo ideale per la sosta e il pic-nic.

    Qui ogni anno, il 15 di agosto, si ripropone l’antica tradizione della “Benedizione delle acque del fiume” con la Santa Messa al campo e la processione di barche, un atto d’amore e di rispetto verso il maestoso Po.

    Dall’attracco partono i pescasportivi sempre più indirizzati verso la cattura del pesce siluro che in questo tratto di fiume ha trovato il suo habitat naturale, raggiungendo delle dimensioni, a dir poco, enormi. Si registrano catture sempre più frequenti di esemplari che superano il peso di un quintale con una lunghezza di oltre due metri. La pesca del siluro appassiona soprattutto pescasportivi provenienti dai paesi dell’Est europeo che da aprile a settembre affollano le rive del Po, non solo a Papozze ma in tutta l’area del Delta.

    Dall’attracco proseguendo verso Adria, lungo la strada arginale, ad alcune centinaia di metri incontriamo, adagiata sul fiume, la postazione dell’Arni, l’azienda regionale della navigazione interna che con i suoi “meatori” rende sicura la navigazione sia commerciale che turistica. I meatori, con il compito anche di polizia fluviale, scandagliano il fondo, posano le boe e la segnaletica fluviale, creando i percorsi ottimali per non incappare in bassi fondali o in pericolose secche.

    Lasciati i “guardiani” del fiume ci si dirige verso Panarella, dove il Po disegna un’ampia ansa. Qui troviamo l’oasi “Golena di Panarella” che il comune di Papozze gestisce in stretta collaborazione con la sezione di Rovigo del WWF Italia.

    La golena di Panarella può essere definita il risultato dell’azione dell’uomo e della forza della natura. Il raddrizzamento dell’ansa di Corbola, compiuto negli anni ottanta, aveva comportato un’alterazione profonda dell’originario ambiente naturale, al punto che, al termine delle opere, la golena risultava modificata nella conformazione ed impoverita della tipica vegetazione. Il Po tuttavia in un breve lasso di tempo riusciva a ripristinare la vegetazione ripariale. La presenza di bassure allagate selezionava specie vegetali proprie degli ambienti palustri d’acqua dolce e dei prati umidi.

    A queste zone allagate poco profonde fanno riferimento, più che in altri ambiti del corso polesano del Po, uccelli limicoli, ardeidi e anatidi in grado di trovare qui la propria nicchia ecologica. La golena ha anche valore paesaggistico, essendo una delle formazioni di questo genere più estese e meglio conservate ai margini del Delta del Po.

    Per quanto concerne la flora e la fauna, nella zona palustre la vegetazione è composta in prevalenza da cannuccia di palude e da tife, caratteristici sono i giunchi, la menta acquatica e la menta pulegio.

    Negli ambienti umidi trovano rifugio diverse specie i rane, la natrice dal collare e il biacco.

    Molti uccelli nidificatori e di passo frequentano la golena. Legati all’acqua sono il tarabuso, il tarabusino, il tuffetto, la marzaiola e il germano reale; caratteristici del Po sono inoltre l’airone cinerino, la nitticora e la sgarza ciuffetto.

    Vasti prati più o meno umidi circondano le bassure; qui le comunità erbacee stanno lasciando il posto al bosco di salice bianco che cresce con grande vigore. Su questi spazi aperti trovano nutrimento il cardellino, il verdone, il verzellino e l’allodola. Tra i rapaci diurni vanno segnalati la poiana, il falco di palude e l’albanella reale.

    Soprattutto in prossimità dell’arginatura la golena è occupata dal tipico bosco igrofilo di salice bianco al quale talvolta si unisce l’olmo. La vegetazione arborea sta occupando anche le bassure un tempo allagate. La fascia boscata suscita un forte richiamo nei confronti di molti uccelli canori, il pendolino, l’usignolo di fiume, il rigogolo e la capinera. Da alcuni anni si registra una nutrita presenza del gruccione, proveniente dall’Africa e che resta nella golena da maggio a settembre.

    La sezione rodigina del WWF Italia, che con il comune di Papozze gestisce l’oasi, si propone di promuovere la protezione attiva della natura, interventi per il miglioramento ambientale, iniziative per la fruizione nel tempo libero e per l’educazione ambientale.

    Per raggiungere questi obiettivi il comune di Papozze, nell’ambito dell’iniziativa comunitaria Leader II, con il Gal Delta Po e il supporto tecnico del Servizio Forestale Regionale ha realizzato un progetto di rinaturalizzazione della Golena e ogni primavera, proprio in questo ambiente, il WWF organizza una festa provinciale, nell’ambito della festa nazionale delle oasi.

  • Qualcosa di nuovo

    Importanti progetti di riqualificazione del Polesine, a lungo coltivati nell’ultimo decennio del secolo scorso, stanno giungendo a compimento offrendo un’immagine nuova della terra delimitata dai grandi fiumi d’Italia.

    In questo numero del Ventaglio si parla in particolare dell’inaugurazione dell’Interporto, lo scalo sorto nella zona meridionale del comune di Rovigo, lungo l’idrovia Po di Levante – Canalbianco – Tartaro – Fissero, opera attesa da oltre mezzo secolo, da cui ci si attende un positivo ritorno nel ramo della navigabilità a scopo commerciale e turistico. Ma altre importanti iniziative, destinate ad incidere positivamente nel tessuto socioeconomico del Polesine, si sono concretizzate proprio negli ultimi mesi: il recupero della maggior parte degli stabili dell’ex zuccherificio di Rovigo, operato dal Censer, che ha determinato la nascita di un qualificante polo fieristico, ospitando con successo le prime mostre quali Domus 1 e Acqua; il prosieguo dei lavori presso l’AIA, l’area attrezzata tra Adria e Loreo, con la realizzazione dell’Autodromo che si sta già imponendo come interessante punto di richiamo non solo per appassionati di auto e moto, ma anche come possibile centro espositivo.

    Lusinghieri anche i risultati nell’ambito delle grandi iniziative culturali: la mostra “Il Po in controluce”, ha richiamato per la prima volta a Rovigo centinaia di estimatori delle opere d’arte; il Museo rodigino dei Grandi Fiumi ha inaugurato una nuova importante sezione; presso il Museo Archeologico di Adria sono iniziati i lavori per l’ampliamento della struttura al fine di riqualificare l’area espositiva; alcune delle principali ville venete (la Morosini e la Armellini di Polesella, la Martelli Piccioli di Canaro, la Cappello di Pontecchio e altre ancora) hanno visto l’avvio di lavori di recupero per iniziativa di privati, mentre, dopo il restauro e la riconversione d’uso dell’ex idrovora dell’Amolara di Adria, si stanno mettendo a fuoco nuovi progetti di rivitalizzazione di immobili industriali del passato, tra cui in particolare quello del “Mulinon” di Fratta Polesine.

    Il Delta del Po sta divenendo sempre più un punto di richiamo per gli amanti del turismo naturalistico e dei diportisti nautici, incentivati questi ultimi dal nascere di nuove strutture portuali come quella di Porto Levante. E non pochi si innamorano di questo lembo esclusivo della pianura padana, tanto da portarlo nel cuore anche nei luoghi di residenza, giungendo a dedicare righe nostalgiche a questa terra, e affettuosi ringraziamenti a chi ne ha favorito la conoscenza. Con piacere abbiamo accolto nelle pagine di questo numero del Ventaglio una di queste inattese missive, ringraziando chi l’ha scritta e chi ce l’ha fatta pervenire. E’ la testimonianza più chiara ed immediata della potenzialità turistiche del Delta che ci si augura faccia riflettere chi ancora si ostina a proporre progetti di tipo industriale per l’area della foce dei grandi fiumi.

  • Aperta la sede del F.A.I.

    Semestre ricco di iniziative per la giovane delegazione del F.A.I. (Fondo per l’Ambiente Italiano) di Rovigo.

    Galvanizzato dal sorprendente successo della “Giornata di Primavera”, che ha visto oltre duemila persone visitare Villa Morosini a Polesella e Villa Cappello a Pontecchio, il gruppo polesano, guidato dalla dott.ssa Marina Mini, ha concluso l’attività autunnale con una serie di iniziative di sicuro interesse.

    Mercoledì 10 Ottobre ha proceduto all’apertura della sede rodigina nella centralissima piazza Garibaldi, qualificante punto di riferimento non solo per gli associati, ma anche per quanti intendono essere informati sulle molteplici attività del Fondo Italiano per l’Ambiente che, come è noto, nel nostro Paese gestisce direttamente vari beni del patrimonio artistico e naturalistico.

    Accanto alla dott.ssa Marina Mini e alla presidente regionale Camilla Bianchini d’Alberigo, molti associati hanno aderito all’invito di partecipare alla significativa cerimonia dell’inaugurazione, nel corso della quale sono intervenuti, a portare il loro saluto e l’apprezzamento per l’attività svolta dal F.A.I., il sindaco di Rovigo Paolo Avezzù ed il presidente della Provincia Federico Saccardin accompagnato dall’assessore alla cultura Gioia Beltrame. La presenza dell’associazione a Rovigo è vista con indubbio favore, ed intesa come qualificante stimolo ad una maggiore attenzione verso i beni storici ed ambientali presenti in Polesine, in sintonia con gli sforzi che si stanno compiendo da più parti per valorizzare il territorio, di cui si stanno finalmente scoprendo le potenzialità anche sul piano turistico.

    La capodelegazione rodigina Marina Mini, dopo aver evidenziato l’impegno del F.A.I. sia a livello nazionale che locale, ha sottolineato come l’iscrizione all’associazione rappresenti innanzitutto una matura testimonianza di impegno a salvaguardare e tutelare il grande patrimonio artistico e culturale italiano, e poi assicuri l’opportunità a partecipare a varie iniziative culturali e a piacevoli escursioni.

    E proprio qualche giorno dopo l’inaugurazione della sede, domenica 14 Ottobre, il Fai rodigino, col concorso degli Amici dell’Arte, ha promosso una visita guidata al Castello di Avio (bene gestito dal Fai, in seguito ad una donazione) tra i più importanti complessi fortificati del Trentino, il cui nucleo originario, risalente almeno al X secolo, è documentato dal 1053. I cinquanta polesani, che hanno aderito all’iniziativa, hanno percorso un suggestivo itinerario all’interno della fortificazione, apprendendo dalla guida locale le tecniche difensive del Medioevo, osservando bastioni e contrafforti e salendo alla sommità del mastio che domina la val Lagarina, ove hanno potuto ammirare il suggestivo panorama della valle dell’Adige.

    Da una fortezza per il dominio del territorio e la guerra, si è poi passati a visitare un monumento alla pace e alla solidarietà in Rovereto: “Maria dolens”, la imponente campana alla pace, la più grande del mondo in attività, costruita per onorare i caduti di tutte le guerre e per invocare pace e fratellanza tra i popoli del mondo intero. La gita si è conclusa con una passeggiata per le vie del centro storico, ricco di edifici importanti, tra i quali il teatro Zandonai, risalente al 1784, la biblioteca civica che svolge il suo servizio da oltre 230 anni e il grande Museo dedicato alla prima guerra mondiale, ospitato nella fortezza.

    Altra importante iniziativa della delegazione rodigina, la partecipazione al Convegno Regionale del Fai, svoltosi sabato 20 e domenica 21 a Bassano del Grappa sul tema “La memoria dell’acqua nel paesaggio veneto”. Per il Polesine sono intervenuti due qualificati relatori: il dott. Carlo Piombo, direttore del Consorzio di Bonifica Polesine, Adige, Canalbianco che ha parlato sul tema “Rovigo e le acque” e Cristina Tognon, ricercatrice dell’Accademia dei Concordi, che ha sviluppato il tema “Archivi e bonifiche idrauliche: isola della Donzella”.

    A conclusione dell’attività del 2001 un appuntamento a Rovigo: il giorno 16 dicembre alle ore 16, visita guidata dal prof. Leobaldo Traniello al tempio della Rotonda. Un interessante incontro culturale, nonchè idonea occasione per gli aderenti e i simpatizzanti del FAI rodigino per uno scambio dei voti augurali in vista delle festività natalizie.

  • Il Gruppo Dondi

    Gli anni ‘60 in Polesine erano duri: l’agricoltura si stava meccanizzando riducendo i posti di lavoro, le attività industriali, quanto mai limitate, non offrivano prospettive e molti cercavano di risolvere i problemi dell’esistenza emigrando in zone d’Italia più felici, toccate dal “miracolo economico”.

    Eppure, proprio in quegli anni da molti considerati privi di prospettive per la provincia di Rovigo, alcune attività, che possiamo definire pionieristiche, mettevano le prime radici; per svilupparsi poi consistentemente, dando vita ad iniziative di rilievo, impostesi ben oltre i confini della provincia e della regione.

    Tra tutte queste, un ruolo di primo piano spetta alle Costruzioni Dondi, un Gruppo ormai consolidato che oggi, oltre alla sede rodigina, e punti di riferimento in tutta Italia, può vantare una serie di filiali operative in quasi tutti i paesi dell’America latina, ovvero Argentina, Brasile, Messico, Cile, Ecuador e Colombia. Il Gruppo ha inoltre operato in Portogallo, Algeria ed Egitto, paese quest’ultimo dove sono state costituite la Dondi Egypt e la Dondi Middle East che operano in tutti i paesi del Medio Oriente.

    La Dondi, impegnatasi fin dalla nascita nel campo delle Opere Pubbliche, si è ben presto specializzata nel settore del trattamento delle acque, provvedendo non solo all’esecuzione delle opere, ma anche alla progettazione e alla realizzazione di impianti tecnologicamente sempre più avanzati e pienamente rispondenti alle esigenze di tutela dell’ambiente.

    Dagli anni dell’avvio, la rodigina Dondi ha rapidamente bruciato le tappe, facendo registrare una crescita rapida e qualificandosi fra le prime imprese italiane in grado di competere con le multinazionali europee ed americane nel contempo affacciatesi al mercato italiano. “Era quello – ricorda Gianni Dondi fondatore dell’impresa – un clima esaltante: una gara continua con colossi esteri, riuscendo spesso ad ottenere l’aggiudicazione di commesse importanti. A nostro vantaggio giocava la competenza acquisita in pochi anni di grande impegno, la fiducia conquistata nei confronti degli Enti Pubblici per i quali avevamo positivamente operato e l’agilità di un’impresa giovane e grintosa. Si marciava in parallelo con l’allora vittorioso Rugby Rovigo, grande protagonista a livello nazionale”.

    Anno dopo anno, rapidamente la ditta si consolida ed acquisisce un ampio patrimonio di conoscenze. “Le opere da realizzare si presentavano sempre più complesse – continua Dondi – per cui era necessario procedere ad un opportuno aggiornamento, suddividendo l’impresa in vari settori: quello della ricerca, quello della progettazione, quello della costruzione delle macchine necessarie per realizzare gli impianti e quello dell’organizzazione dei sistemi”.

    La razionalizzazione dell’impresa porta come conseguenza il passaggio dalla ditta individuale alla più matura COSTRUZIONI DONDI S.p.A., nonché alla costituzione delle società ITALTECNA Srl per la progettazione, SIDRurgica del Polesine Srl per la progettazione e costruzione delle opere elettromeccaniche, METANODOTTI PADANI SpA per la distribuzione del gas, GEA Gestione Acquedotti Srl per la distribuzione dell’acqua potabile, Fatturazioni IMMediate Srl per la fatturazione dei consumi a contatore.

    Ovviamente il dinamismo del Gruppo Dondi si riverbera positivamente nel tessuto dell’economia polesana con la creazione di nuovi posti di lavoro e lo sviluppo di un patrimonio di conoscenze di grande portata. Lo sviluppo del gruppo è rapido, ma non cancella l’impronta originaria impressa dal fondatore: la presenza dei componenti della famiglia si consolida con l’entrata in azienda dei figli di Gianni, Alberto e Maria Rosa.

    Oggigiorno il Gruppo è pronto per le nuove sfide del secolo da poco iniziato, puntando su iniziative e progetti di grande spessore. Nell’ambito del trattamento delle acque è stato sottoscritto un accordo con l’Enea per un progetto di ricerca che tende a modificare i processi tradizionali per la depurazione. A tal fine nel depuratore di Codevigo (PD) è stato realizzato un impianto pilota già in funzione da un anno. I risultati sono incoraggianti e presto si depositerà il brevetto.

    Il Gruppo rodigino ha inoltre già presentato vari progetti di opere come Promotore delle stesse, così come previsto dalla nuova legislazione dei lavori pubblici. Le nuove norme mettono infatti l’impresa in condizione di non attendere le gare d’appalto bandite da enti, giacché si possono attivare iniziative per promuovere la costruzione di opere pubbliche utili per il territorio. Un’opportunità questa che il Gruppo Dondi sta seguendo con impegno e da cui si attende un interessante ritorno

    La FIMM Fatturazioni Immediate Srl è frattanto sempre attiva nella ricerca: sono già stati attuati due progetti finanziati con la legge 46 e 488 nel campo delle letture remote a contatori, come pure delle soluzioni interessanti per la Polizia Municipale.

    Queste nuove attività hanno incrementato negli ultimi due anni l’organico del Gruppo Dondi con l’assunzione di otto laureati in ingegneria idraulica e sanitaria, oltre a dieci laureati e diplomati in scienze informatiche.

    Tutto fa dunque prospettare un ulteriore sviluppo del Gruppo Dondi che, con fiducia e determinazione tiene salde le sue radici nella terra bagnata dai grandi fiumi d’Italia, punto di partenza per realizzare importanti opere in tutto il mondo.

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