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Archivi: Articoli d’archivio

  • La Settimana del Parco

    In un fine settembre, sufficientemente solare (27 settembre – 1 ottobre 2001) si è svolta la Settimana del Parco Veneto del Delta del Po a Ca’ Vendramin, nell’ex idrovora, ora Museo della Bonifica, nel Comune di Taglio di Po.

    Una iniziativa quanto mai articolata, ricca di incontri, di conferenze, di raffronti, di un Premio Giornalistico Nazionale e di escursioni guidate alla scoperta del Delta, in bicicletta, a piedi, a cavallo, in battello o in canoa.

    In occasione, inoltre, del 50° anniversario dell’Alluvione del Polesine, è stato aperto il primo “Salone del Turismo Naturalistico”. Il tutto è stato organizzato dall’Ente Parco Regionale Veneto, con il patrocinio dei Ministeri delle Risorse Agricole, dell’Ambiente, dei Beni Culturali, del Turismo, dell’Industria e Artigianato della Provincia di Rovigo, in collaborazione con il Consorzio di Bonifica, dei nove Comuni del Parco: Adria, Ariano nel Polesine, Corbola, Loreo, Papozze, Porto Tolle, Porto Viro, Rosolina e Taglio di Po, e dell’Unione Europea.

    Con la conferenza stampa del 24 settembre, organizzata dall’amministrazione, alla presenza del Presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan, del Presidente del Parco sen. Mainardi, del Presidente della Camera di Commercio Fini, del Presidente della Provincia Saccardin, del Direttore del CARD Tecchiati, del Commissario APT Marcheselli, del Presidente del Consorzio di Bonifica Mauro Ghirello, è stato affermato che tutte le Istituzioni e gli Imprenditori privati devono promuovere, con un progetto mirato, il territorio in sintonia con gli originari aspetti paesaggistici e naturali che lo caratterizzano.

    Nei successivi convegni, sono stati illustrati: la Riforma Agraria, il Rapporto fra Ambiente e l’Uomo nel Delta, l’Atlante del territorio costiero-lagunare-vallivo, l’itinerario turistico gastronomico e il viaggio virtuale lungo le valli e le lagune del Po.

    Un viaggio culturale che ha guidato il pubblico attraverso le vicende del Delta si è iniziato dalla Riforma Agraria, definita un importante atto politico che ha spezzato il latifondo, espropriando 12.000 ettari di terreno e che ha istituito delle aziende diretto-coltivatrici, esattamente 1.300 poderi, creando centri rurali, opere pubbliche, chiese, scuole, linee elettriche, opere di difesa, dando, a molti lavoratori della campagna, la possibilità di migliorare le loro condizioni sociali (Coordinatore: Roberto Grossele e Relatori: Daniele Malin, Lorenza Perin, Cristina Tognon e Pierluigi Giordani);

    Si è poi passati al tema “Delta del Po: Ambiente e l’Uomo: monitoraggio di bacini fluviali europei, con riguardo alla fauna, alla flora, ai sedimenti, al rapporto uomo-acqua” (Coordinatore: Raffaele Peretto e Relatori: Alessandra Giovannini, Sandra Bedetti, Cristina Tognon e Davide Malavasi), in questa occasione sono stati illustrati dal Sindaco di Ariano Polesine, Fabio Biolcati, le attività per la viabilità arginale e per la valorizzazione di zone particolari come San Basilio, con un 1° campeggio a Santa Maria in golena, il recupero di palazzi comunali, l’incentivazione dell’Agriturismo, il recupero di un castello medioevale, “il percorso della memoria” e la realizzazione del Parco Archeologico a San Basilio; l’Assessore alle Attività Produttive di Porto Viro, Alessandro Tessarin, ha evidenziato le attività per la realizzazione della strada delle valli da Porto Levante a Scanarello, per il recupero della corte settecentesca di Ca’ Cappello, delle dune fossili, per lo studio dei 400 anni del taglio di Porto Viro, per l’attività di diporto della pesca, per le torrette lungo la via delle valli; l’Assessore al Turismo di Taglio di Po, Roberto Prescendi, ha trattato dello sviluppo lungo il Po; il Sindaco di Porto Tolle, Paola Broggio, ha evidenziato che l’attività del Comune porterà al recupero del Palazzo Camerini, alla valorizzazione delle spiagge e allo studio della storia locale, pur affermando, però, che il Parco non risolverà i problemi e non potrà dare un futuro migliore al Delta, senza la modifica della legge 394, della legge regionale 36 e l’istituzione di aree ambientali a gestione locale.

    E’ seguita l’illustrazione dell’Atlante del territorio costiero-lagunare e vallivo, con spiegazioni e analisi sul territorio dal settore archeologico a quello tecnico (Relatori Salvi, Previato, Mariotto, Bonomi e Pezzolo, Coordinatore: Grossele);

    E’ stata poi la volta dell’Itinerario turistico-gastronomico con ricette tipiche del Delta, all’interno di un percorso storico (Relatori: Chiara Crepaldi, Sandro Bruno Sangiorgio, Costantino Antonio Gabardi).

    A concludere il Viaggio virtuale lungo le valli e le lagune del Po (Relatori: Guido Rosei, Giovanni Matalone, Alessandro Mariotto).

    Interessanti sono stati alcuni interventi come quello del Presidente della Regione Galan, degli Assessori Regionali Padoin e Chisso e quello del sottosegretario delle Attività Produttrici on. Mario Valducci, rappresentante del governo che ha messo in evidenza l’importanza di questo Parco, primo in Italia, in quanto nato legato alla laguna che può diventare un esempio di territorio utilizzato dall’uomo e che necessita, tuttavia, di costanti manutenzioni, ma che si pone in evidenza nel panorama italiano.

    Con l’assegnazione del Premio Giornalistico Regionale Il Po e il suo Delta, domenica 30 settembre, si è avuta la presenza di Sergio Zavoli, quale Presidente della Commissione del Premio, di Gian Antonio Cibotto come segretario, di Fabio Quilici, di Giorgio Lago (assente perché in Giappone) e Vittorio Sgarbi.

    Il premio di 30 milioni è stato diviso fra la giornalista Rory Cappelli de “I Viaggi” di Repubblica per la carta stampata e il giornalista Maurizio Crovato, inviato speciale della redazione RAI del Tg2 per la televisione.

    Rory Cappelli ha vinto con un servizio intitolato “L’Anima del Delta” di 11 pagine, ponendo l’attenzione al patrimonio archeologico ed artistico di certi luoghi, mentre Maurizio Crovato, con un servizio televisivo “Alla Fine del Po” del 13 settembre 2001, ha trattato di una zona che ha interessato i più noti registi del nostro cinema da Rossellini ad Antonioni.

    Una settimana per far conoscere ai partecipanti, ai turisti, alle autorità le varie attività del Parco, le future possibilità, mettendo in rilievo sia gli aspetti positivi che uniscono, che quelli negativi che separano gli animi dalle persone.

    E’ stata offerta anche la possibilità di visitare da vicino con bici, canoe, battello, a piedi o a cavallo, i principali aspetti che qualificano il Delta: oasi, giardini botanici, dune fossili, isole, valli, Musei, con escursioni guidate.

    Nel Salone Turistico, inoltre, si è potuto ammirare l’esposizione del settore dell’artigianato, dell’industria, delle attività artistiche e gustare alcuni tipici prodotti gastronomici.

    Un Parco, quindi, che è già una realtà e che dovrà contrastare sempre di più presenze non proprio ottimali nel territorio, tra tutte la Centrale termoelettrica di Polesine Camerini.

    Un Parco che già favorisce agricoltori, pescatori, artigiani, operatori turistici con leggi favorevoli e che dà opportunità di lavoro nuovo soprattutto ai giovani.

  • Libri in redazione

    ANTONIO MARIA DA VILLAFORA

    Antilia, Treviso, 2001

    Un illustre sconosciuto riportato alla ribalta nell’ambito storico ed artistico: questo il destino di Antonio Maria da Villafora, miniatore polesano, riesumato da secoli di silenzio grazie al paziente lavoro di Pier Luigi Bagatin, direttore della biblioteca di Lendinara ed apprezzato saggista.

    Il volume, elegante per veste grafica, corredato da numerose riproduzioni delle miniature dell’artista che visse tra il XV e il XVI secolo, propone la biografia del miniatore polesano ed affronta problemi critici relativi alla sua formazione artistica e culturale.

    Emerge a chiare lettere, grazie alla documentazione reperita, la figura di un uomo casa-chiesa, che si mise in luce tra i più grandi miniaturisti quattro-cinquecenteschi, operando tra Ferrara, Padova e Venezia.

    Nato a Villafora, frazione di Badia Polesine, soltanto un secolo fa riemerse fortunosamente dai documenti d’archivio, in seguito all’interessamento di studiosi di cose patrie. Antonio Maria dispiega in tutto l’arco della sua produzione un linguaggio improntato al naturalismo espressivo, ma non avulso dalle suggestioni artistiche di un Andrea Mantegna.

    Bidello della facoltà dei giuristi, incoraggiato e protetto dal vescovo di Padova Pietro Barozzi, Antonio Maria risente dell’influsso di famosi miniaturisti, quali Giraldi, Tura e Di Roberti. Sulla base di documentazioni d’archivio, è noto che nel triangolo Ferrara Padova Venezia hanno operato con certezza Salteri, Innari e Messali, mentre resta tuttora un dossier aperto l’effettiva partecipazione dell’artista polesano alla decorazione di opere quali il Decretum Ceratiani Roverella, di capitale importanza nella storia della miniatura ferrarese, da molti indicato come “il grande capostipite della miniatura giuridica rinascimentale”.

    Questo è uno dei vari problemi critici, circa il tirocinio del miniaturista di indubbie origini polesane, che Bagatin si perita di risolvere o per lo meno di indicare, richiamando varie fonti ed il parere di specialisti.

    Sicuramente non è stato facile per l’autore orientarsi tra archivi e biblioteche alla ricerca di notizie biografiche sparse qua e là, muoversi tra giudizi critici contrastanti, ponderare ipotesi e fornire supporti scientifici per l’approccio ad una discussione stimolante. Proprio per questo il lavoro specialistico di Bagatin (che è anche direttore della rivista Beni Culturali ed Ambientali in Polesine) è tanto più apprezzabile, soprattutto perché avvenuto in un contesto di recupero della memoria e della storia locale, troppo spesso sottovalutato.

    (Erica Tiozzo)

    NEL PAESE DEI DOLLARI

    Ed. Polesani nel Mondo, Rovigo, 2001

    Ha avuto una cornice di primario rilievo la presentazione del volume “Nel Paese dei dollari” di Adolfo Rossi, tenutasi a Rovigo nel salone dell’ex Pescheria Nuova. Il sindaco di Rovigo Paolo Avezzù e quello di Lendinara Piero Bassani hanno voluto portare la loro testimonianza di apprezzamento all’iniziativa culturale, che porta alla ribalta un illustre personaggio del passato ed incentiva la conoscenza della storia del Polesine, terra più volte interessata da consistenti flussi emigratori.

    Il prof. Lino Segantin ha parlato dell’opera edita dall’associazione Polesani nel Mondo in occasione del 50° anniversario dell’alluvione, grazie al determinante sostegno dell’A.S.P. di Rovigo.

    Anche questo libro, come il primo scritto da Adolfo Rossi “Un italiano in America” è ambientato negli Stati Uniti, dove l’autore giunse da emigrante dal Polesine nel 1879 e dove, dopo aver esercitato i più disparati lavori, divenne giornalista.

    Nel Paese dei dollari offre l’opportunità di approfondire il rapporto del giornalista con la società americana e costituisce pertanto un importante tassello per conoscere in modo più completo il personaggio che, per la sua attività di scrittore e giornalista prima e di diplomatico poi, è da considerarsi a tutti gli effetti il principale rappresentante dei polesani che direttamente hanno vissuto la non facile esperienza dell’emigrazione, riuscendo a trovare, fuori dal territorio natìo, la strada più idonea per la propria valorizzazione personale.

    Vari gli episodi di vita e costume presi in considerazione dall’autore che, rispetto al primo libro si dimostra più critico nei confronti della società americana. In diversi capitoli le problematiche sono affrontare con il metodo del dialogo, che favorisce la riflessione e mette in campo la pluralità dei modi di pensare. Rossi propone ai lettori situazioni tipicamente americane su cui riflettere o imparare, senza mai ergersi a rigido censore dei costumi di oltre oceano.

    Un giornalismo non schierato dunque? Tutt’altro. Gli argomenti stessi scelti dall’autore ci indicano chiaramente il suo profondo interesse per le tematiche democratiche e di civiltà. Come in tutta la sua vasta produzione giornalistica, anche nel libro Nel Paese dei dollari, Adolfo Rossi si dimostra inoltre particolarmente attento a fornire ampie documentazioni sui fatti ai lettori, per portarli poi sul piano della dialettica delle idee, da cui devono sfociare le opinioni personali.

    Un maestro di giornalismo dunque, un personaggio che mai dimenticò la sua esperienza di emigrante e che, quando gli venne offerta l’opportunità, attuò una svolta coraggiosa nella sua vita, accettando l’incarico offertogli nel 1901 dal Governo italiano di entrare a far parte del Commissariato per l’Emigrazione. Un personaggio che mai ha rinnegato le sue origini polesane, mantenendo anzi un rapporto costante con la terra natìa che ha onorato con una vita fatta di impegno e responsabilità.

    TRANSPADANA FERRARESE

    Comune di Ficarolo, 2000

    Il volume è stato realizzato dal Comune di Ficarolo, con i saggi di studiosi locali che hanno partecipato alla prima edizione del Premio Ravelli, grazie al contributo di Assindustria Rovigo, Banca Antoniana Popolare Veneta, Icap, Sintexcal e Verde Po.

    Di indubbio interesse i tre lavori degli appassionati ricercatori, che hanno aderito in pieno allo spirito del premio, consistente nell’indagare nel passato della fascia meridionale del Polesine, nota come Transpadana Ferrarese.

    Esiste una identità transpadana? si chiede Antonio Bombarda, consigliere con delega ai servizi scolastici e culturali del Comune di Ficarolo, promotore dell’iniziativa editoriale. Non è facile dare una risposta univoca, ma chiara è la consapevolezza che l’area rivierasca del Po ha subito e subisce molteplici influssi culturali dal Veneto, dal Ferrarese e dal Mantovano, un’area quindi con valenze particolari, interessata alla conoscenza del proprio passato.

    Nel primo studio, opera di Angela Ghinato, affermata ricercatrice ferrarese, presentato col titolo Piccole Storie di Antiche terre. Appunti storici e spunti di ricerca tra il XVI e XIX secolo, viene tracciato un panorama della proprietà fondiaria ferrarese a seguito del ritorno del Ducato di Ferrara alla Santa Sede, dopo la morte di Alfonso II avvenuta nel 1598. L’indagine si apre seguendo in particolare le vicende della famiglia Riminaldi il cui patrimonio fondiario, in seguito alla mancanza di eredi maschi, passerà, per vie matrimoniali, dapprima ai Saracco e poi ai Giglioli. Segue la documentazione sulle terre del marchese Alessandro Fiaschi e quelle dei conti Masi. Viene fornita anche una graduatoria dei maggiori possidenti di Ficarolo nel 1818, ultimo anno in cui la traspadana restò nell’ambito politico emiliano, prima del passaggio al Veneto: il primo posto è appannaggio dei fratelli Ippolito ed Annibale Saracco, seguiti da Alessandro Fiaschi e Ventura Michelini.

    Di Corinna Mezzetti e Beatrice Michelini è la ricerca Un riformatore ferrarese nella Traspadana: Gian Andrea Barotti. Interessante la figura del Barotti, colto personaggio dalla considerevole tempra morale, il quale, attivo sia sul piano teorico, con numerosi scritti, che su quello concreto, attuando o suggerendo provvedimenti di riforma, si batté contro i privilegi dei potenti del tempo, che godevano connivenze con l’alto clero. Inviso per questo ai nobili ferraresi, trovò il sostegno del cardinale G. B. Barni, che nel 1751 assunse il controllo del territorio di Ferrara e lo avocò come suo consigliere. Molti i progetti studiati ed attuati dal Barotti, esperto anche di questioni idrauliche, fondamentali per il territorio bagnato dal Po e dal Reno. E in quest’ambito ottenne che finalmente anche gli ecclesiastici pagassero l’imposta sulla bonifica. Ma l’avvenimento di maggior rilievo sul piano culturale, fu senz’altro la riforma dell’università attuata nel 1771, che gli valse il titolo di Custode Emerito della biblioteca. Tanta attività non lo distolse dal tenere sotto controllo i due fondi posseduti a Ficarolo, aggiornandosi sulle tecniche colturali e dando prova anche in questo settore di conoscenze approfondite. Emerge dunque la figura di un vero enciclopedista del ‘700.

    Giovanna Rossi e Raffaele Ridolfi analizzano Il Casato Ghedini da Ficarolo, soffermandosi in particolare sulle figure del pittore ferrarese Giuseppe Antonio Ghedini (1707-1791) e sul fratello don Felice (1702-1777). Quest’ultimo è nominato arciprete di Melara nel 1732, in un momento importantissimo per la parrocchia interessata alla costruzione della maestosa chiesa dedicata a S. Materno, opera dell’architetto Vincenzo Santini. E proprio per la decorazione della chiesa don Felice si avvarrà di artisti ferraresi, tra cui figura anche il fratello Giuseppe Antonio, autore della pala d’altare con i Santi protettori (andata purtroppo distrutta nell’incendio del 1851) e dei quadretti che contornano la statua della Madonna del Rosario. La ricerca ricostruisce la vita dell’artista, dagli anni dell’infanzia vissuti a Ficarolo, alle prime esperienze pittoriche, seguendo tra gli altri i modelli del compaesano Ercole Sarti, detto il Muto di Ficarolo. L’attività del Ghedini si snoda dai primi anni ‘30 fino all’età più avanzata, risentendo delle influenze dei grandi maestri della cultura veneta del tempo, divenendo un protagonista incontrastato del Settecento Ferrarese.

    Con i tre studi pubblicati il volume risponde in pieno all’obiettivo prefissato dai promotori, consistente nel “trasferimento di conoscenza dal ricercatore alla società”. Un’azione svolta in memoria di Francesco Ravelli, storico locale, ricordato in particolare nel biennio 1997-98 con varie manifestazioni culturali in occasione del primo centenario della morte.

    (Lino Segantin)

    LA MI GUERRA

    Apogeo, Adria, 2001

    E’ davvero un abile narratore l’adriese Sergio Bedetti: i suoi ricordi di bambino, hanno la potenza evocativa di quadretti di genere.

    In dialetto “adrioto”, con un’ironia delicata, propria di un’epoca che si è perduta, l’autore effigia la vita quotidiana durante il secondo conflitto mondiale e nel dopoguerra: si fanno così strada memorie paesane, legate alla paure delle ricognizioni aeree, alla precarietà e frugalità dei pasti, alla semplicità dei divertimenti. Apre i suoi battenti un mondo campestre, poco urbano, avulso dalla soffocante materialità del giorno d’oggi, e ricco di un gusto forte e terribilmente inebriante per la vita. Non stupisca che l’ingegno, frutto dello stato di necessità, appaia degno di inventori di professione; non stupisca che la miseria incontri la solidarietà; non stupisca che la logica dello “stomaco pieno” possa prevalere su ogni altro tipo di considerazione meno immediata.

    In una manciata di capitoli a tema, Bedetti non ritrae solo la “sua” guerra, ma quella di molti adriesi. Il tono è faceto e rilassato, voce di un sistema in perfetto equilibrio naturale, nonostante le vessazioni belliche, in grado di ricostruirsi – moralmente – dal suo interno.

    Il libro riproduce un vernacolo molto fedele al parlato, con espressioni che non possono che suscitare un aperto sorriso, perché indici di una simpatica verve linguistica mai sopita. E’ oltremodo interessante notare come l’autore attinga ad un patrimonio dialettale molto circoscritto, tipico di un solo quartiere adriese (quello abitato in età infantile) dando prova di come questo si sia evoluto nell’arco degli anni. Il linguaggio è sempre scorrevole ed i racconti, tutti brevissimi, si leggono d’un fiato, perché leggeri e simpatici.

    Emerge una visione del mondo ben ponderata e lineare, in cui fondamentale è l’impostazione sull’ordine naturale ed ineluttabile degli eventi. Uno dei racconti più riusciti è forse quello dell’oca Toni che, seppure molto amata dalla padrona, non può sottrarsi al destino per cui è stata cresciuta, finendo in pentola.

    E’ il primo lavoro di Bedetti che va ad arricchire i titoli dell’ Apogeo di cui, oltre alla una fornita libreria, si sta sempre più apprezzando anche l’impegno editoriale, con scelte che ci si augura saranno anche in futuro oculate e sollecite nel promuovere la cultura locale.

    (Erica Tiozzo)

    PRIMI STUDI SULLA CHIESA DELLA SANTA CROCE DI MELARA

    Grafiche FM, Bergantino (RO), 2001

    Attivo ricercatore e stimato cultore di memorie patrie, Raffaele Ridolfi, collaboratore oltre che della presente rivista, anche del quotidiano Il Gazzettino e di altre testate a sfondo culturale e storico, ha concepito questa sua opera come un contributo personale a sostegno del restauro della chiesa della Santa Croce, tempietto che da anni presenta evidenti segni di degrado.

    Convinto che solo la conoscenza di una determinata opera (sia essa realizzazione dell’uomo o della natura) possa far nascere un importante sentimento di identificazione nel bene comune – e quindi un positivo desiderio di conservazione e protezione dello stesso – Ridolfi ha avviato una ricerca d’archivio sulla chiesetta arginale di Melara, dando vita ad una pubblicazione che si rivolge in primis proprio agli abitanti del paese rivierasco.

    Mancano i documenti provanti l’origine cinquecentesca del tempietto, anche se non sembrano esserci dubbi in proposito. Per il campanile si fa invece riferimento al secolo successivo. Al ‘700 si fanno risalire importanti interventi di restauro della chiesa, nello stesso periodo in cui fervevano i lavori di costruzione dell’arcipretale di S. Materno.

    La ricerca, condotta da Ridolfi presso l’archivio arcivescovile di Ferrara, consente all’autore di tracciare un quadro cronologico dei principali avvenimenti a partire dal 1564 quando, dopo le prediche quaresimali di fra’ Eugenio del Finale, venne approvata la costituzione della Compagnia della Santa Croce.

    Tra le altre informazioni apprendiamo che nel 1591 il tempio fu gravemente lesionato da un’inondazione del Po, che nel 1738 fu organizzata una grande festa per la prima esposizione del legno della Santa Croce, e che nel 1865 fu decretata l’istituzione della fiera annuale della S. Croce da festeggiarsi nel mese di maggio.

    Il volumetto che, come avverte l’autore nella sua introduzione, non ha la pretesa di essere esaustivo dell’argomento, ma piuttosto un “assaggio” del patrimonio storico-documentario di Melara, lascia spazio ad alcune testimonianze sugli aspetti devozionali raccolte da Rita Masini e si completa con una interessante appendice documentaria.

    (L.S.)

  • A Uti

    A UTI

    Chi siamo?
    Quello che siamo stati ieri (ricordi),
    o quello che siamo oggi? (pensieri).
    Sono gradevoli i ricordi,
    e i pensieri non possiamo non pensarli.
    Gli stati d’animo che ne scaturiscono
    non sono liberi: sono necessità.
    I ricordi li definiamo passato;
    i pensieri li sentiamo attuali.

    E il futuro?
    Non ci sarà.
    La vita ha soltanto due dimensioni.
    Quella presunta – la terza, il futuro è implosione.
    Coloro che presumono di discorrerne
    sono come i chierichetti,
    schierati in cerchio dal corifeo:
    incensano una nuvola,
    nel momento della trasfigurazione
    e della vanità.
    Dio è quella nuvola, in dissolvenza.

    Ma quanta nostalgia viene struggente dai ricordi!
    quanta sofferenza dalle riflessioni.
    Una resta, l’altra deve andare.
    L’inesistenza e l’inconsistenza generano
    la nostra storia:

    la storia dell’uomo, dell’uomo-Dio.
    Non solo quello evangelico,
    inchiodato sulla Croce
    in cima alla collina
    rapito-via da una notte di tempesta.

    Non solo quello che dorme un dolce sonno,
    in braccio alle pie donne
    nella valle della tranquillità.
    Ma l’usignolo che piange nascosto
    nella siepe della solitudine,
    l’oca che conclude nel silenzio
    il suo finale soffocato
    d’orchestra contadina,
    la gazzella della prateria
    che si tiene in gola
    il silenzio dell’ultima parola.

    Po la vigna, butà là par tera
    co i gà finio de vendemare
    – i ghe taja i caj desgrendenà
    e po sola i la lassa,
    co viè ‘nverno,
    gozha a gozha a lagremare.

    Chi siamo allora?
    Buona gente senza teologia.
    Gente che aspetta il tempo dell’eternità.

    AUTORITRATTO

    Io lo guardavo, e già si ergea lo stelo
    fiorito sull’aiola verso il cielo,
    amor cercava la sua rosellina.
    Bello era come l’angelo custode:
    la gemma gli si apriva con letizia.
    Eccomi qui, vieni, sono io l’ancella
    della notte, non dire che ti manco
    cavalcherò il tuo cavallo bianco.

    PIANOFORTE

    Il pianoforte urlava la pazzia
    del cantastorie al ponte levatoio
    le parole battevano sui tasti
    il dolore implodeva nelle corde.

    Lontano melodiava l’usignolo
    il suo canto notturno dell’amore
    chiamava un nome dal passato
    l’allodola rideva dall’altezza
    e il sole illuminava l’universo.

    AUTUNNO

    “Rosellina di maggio
    teme inverno e rigore

    le ridona coraggio
    nostalgia dell’amore

    il respiro del vento
    il ritmo dei giorni

    del tempo malinconia
    non si perde per via.”

    PAESAGGIO

    Un piccolo castello
    sull’isola del lago
    alti due pioppi sull’entrata
    una nuvola bianca per cappello.

    Due cavalli accanto al ponte
    uno bianco e l’altro nero
    cavalcare ogni pensiero:
    malinconia della partenza
    prateria senza ritorno per l’azzurra castellana
    pe ‘l suo canoro menestrello.

    DIES IRAE 2000

    Bon Dio di i can
    sior del le cagne
    re de ‘l sole e de l’unbria
    co sarà ‘l dì de la gunia
    nièga le fòle ch’i me gà contà
    i pinsieri stralocià
    fògali in mare.

    Che se desso a cogna ‘ndare
    nare… nare… nare…
    ‘ndare senzha scanpo,
    anca par mi c’a no gò tana
    né qìve o lìve parecià
    che me faga scondaruòla,
    ti no stà pì a vardare
    signi e figure spanpanà da ‘l vento.

    Dàghe fuògo a volontà
    a le carieghe carolà
    de le sacre podestà.
    A la jente ben vistìa
    che monta in palco oni medh’ora
    pa mostrarne nobiltà
    no pensarghe, no!
    no ‘ver pietà
    sùpiaghe-suso

    no star miga a bazhilare
    pàrala-via!
    che a xe jente co ‘a pivìa
    senpre tuta infigonà
    po stracanpia
    panzha piena schèj i’strejare
    c’on bel musso da strejare
    e on paron da saludare.

    Dopo ‘ verghe smarazhà
    senzha on fià de conpassion
    le so carte tesserà,
    inciava-su le porte a ‘l santo ufizhio,
    e co ‘a so pena batedhà
    sora la piera dell’eternità
    segna negra la condana a morte.
    Sàralai in gabia,
    ch’i scaìna!
    cofà bestie a la caéna
    sera e matina.
    Brùsali tuti
    ròsti ch’i sipia!
    e s’i urla brustolà
    sara le rece
    no scoltarli
    lassa ch’i muora desolà

  • L’iniquo morso

    Inevitabile è la poesia
    Arriva col soffio del tiepido scirocco
    Assale da illusioni barocche
    Giunge dai prestiti che il futuro mi fa
    Inevitabile è la poesia
    Come gli echi delle anime di chi la legge…
    Lidija Vukčević

    L’INIQUO MORSO

    Ci sono troppe urla, troppe bugie
    in questo mondo – vespaio bugie
    per chi si culla al suono delle poesie

    DI QUESTA VITA

    Di questa vita scandita
    dalle solite gesta
    quello che ci resta
    è solo l’obliquo corso
    del sole e della proibita
    mela l’iniquo morso.

    VERSO LEVANTE

    (a Jonathan Livingston)

    Tra la campagna e il mare
    m’accorsi, allo svoltare della strada,
    d’un giovane gabbiano ferito.
    Lo raccolsi fra l’erba rada
    sentendo un fremito
    d’ala vogliosa di volare.
    Chinato gli accarezzai le piume
    bianche. Pregai forte per un istante:
    una luce ventosa si levò dal giro del fiume
    e l’alato cabrò leggero verso levante.

    FRAGILI ARATURE

    Si sale fra costellazioni
    di vendette
    e metamorfosi
    di amori…

    … e siamo
    qui, vedette
    di terre frustrate
    e di soli afosi,
    ognuno – essenze
    avviluppate
    nel divenire
    cosmico
    – con i suoi atomi
    di speranze
    a tirare
    vomeri
    di sogni
    che predispongono
    i cieli
    a fragili arature.

    (Premio Cosmo D’Oro 1996)

    ANSA DI FIUME

    Mi rallegra la sosta a quest’ansa
    quieta di fiume dove la luce
    s’abbassa e, fra mare e mare,
    abbraccia l’isola e incalza
    le piume degli uccelli di passo.

    C’è un suono – come un vento
    dimentico tra i sassi scoscesi
    della costa a voler implorare
    qualcosa – flebili voci di angeli scesi
    a cercarci, scesi a sentire il ritmo
    intimo della vita, a ricordarci
    la sua ingannevole posa.

    ALL’ORA INCERTA…

    All’ora incerta in cui la muta dei sogni
    scalpita nella notte, qualcuna
    delle grandi bufere di luce – scivolando
    su mondi atoni dalla terrazza del cielo
    – porterà la voce di pianeti sconosciuti.
    Partirò così, stretto nelle mani lo stelo
    del tempo, per cogliere alfabeti lontani
    e atomi di speranza sopravvissuti al gelo.

    GUIZZO D’AZZURRO

    In luogo di mare
    a pochi passi
    dai giochi dell’estate
    – scarpe pestate
    tra corpi sudati
    e ritmi assordanti
    – ho incontrato il guizzo
    screziato d’azzurro
    dei tuoi occhi…

    … e ho avuto paura.
    Paura di non vederti mai più.

    E adesso sono qui,
    in questa notte d’inverno
    fredda e senza luce,
    a chiedermi se un domani
    sentirò il suono della tua voce,
    a rigirare un soldo tra le mani
    per una telefonata che non farò.

    IL CIELO DI MANTOVA

    (A KATIA)

    Il cielo
    ha un guizzo
    d’azzurro
    vicino a te
    e l’aria
    profuma d’arancio
    nel viavai
    mattutino.
    L’erba, poi,
    ha un verde
    così sicuro
    che mi trema
    la mano al pensiero
    di coglierne
    un filo.

    NEMMENO IL VENTO CONOSCE IL TUO NOME

    Sulla terrazza
    dove si appoggiano lievi
    granelli di sabbia
    – estiva carezza
    del mare sulle pelli
    – neppure il vento
    ha l’ardire
    di sibilare: “Chi sei?”
    ed io ho il timore,
    improvviso quanto
    un tuo sorriso,
    di non essere mai
    approdato a questa riva.

  • Cinquecento lire

    Un incrocio come tanti, arterie grigie di città dove pulsa la vita metropolitana, dove confluisce il traffico per poi scorrere verso mete ignote. Quel crocevia di destinazioni era la mia tappa fissa giornaliera, scandita dal ritmo lento di un semaforo che quasi mai mi risparmiava l’alt, intimatomi da un ciclopico occhio rosso. E c’era chi, brancolando in un luogo non suo, appendeva a quello stop la sua vita precaria, fatta di mance, ottenute grazie alla pulizia dei parabrezza sporcati dall’umidità pungente dell’inverno. Due persone, ognuna impossessatasi di un lato di strada, dalla mattina alla sera si davano appuntamento per “un lavoro” mai scelto, mai voluto, mai sognato, ma unica fonte di sostentamento in un Paese lontano dalle origini.

    Ndo e Mustafà ormai mi conoscevano, forse mi aspettavano: rientravo nella categoria dei pendolari che capitavano in quella zona ben quattro volte al giorno, week-end esclusi. In quei pochi secondi frettolosi rubati all’orologio, avevo imparato ad osservarli, con una vena di tristezza nel cuore. Senza lunghi dialoghi, mi bastava scrutare la profondità dei loro occhi per immaginare il carattere e capirne i pensieri: emergevano due personalità nettamente distinte.

    Mustafà era giovane, appena diciottenne, sostenuto dall’entusiasmo inconsapevole di chi non si è ancora preoccupato di pianificare il futuro. Un ragazzino che cresceva nella speranza della giornata, incurante delle ore clonate che si susseguivano. Forse l’Italia era ancora una novità tutta da scoprire e quell’angolo, seppur striminzito, di un mondo agognato, gli bastava per scrutare il pensiero del domani. La spensieratezza dell’adolescenza non era stata contaminata dalla durezza delle condizioni: probabilmente in lui si alimentavano le segrete illusioni tipiche dell’età, e queste erano il motore che spingeva avanti con vigore una vita monotona che si sarebbe potuta ripetere all’infinito. Ma probabilmente Mustafà non aveva mai riflettuto davvero sulla situazione: il suo viso era troppo gioioso per aver capito quante poche possibilità ci fossero di riscattarsi in una società indifferente, talvolta ostile.

    Lo sguardo di Ndo, invece, sapeva già tutto. Il suo berretto di lana, schiacciato sulla fronte, lasciava appena intravedere due occhi muti e spenti. Ndo era molto più grande e non si aggrappava all’idea di un futuro tutto da costruire: il suo corpo era stato trascinato lì dalla disperazione, ma la sua vita, già nettamente delineata, l’aveva lasciata in Marocco, senza sapere se un giorno egli sarebbe stato in grado di tornare a riprendersela o se questa avrebbe continuato ad aleggiare in quelle terre lontane senza essere più alimentata dallo scorrere materiale dell’esistenza, dal nutrimento concreto degli eventi.

    Due persone diverse, accomunate dalle miserevoli radici, costrette a tendere le mani brune ai passanti, mendicando un futuro di stenti. Nell’auspicio di riempire le tasche di sonanti monete o, nei casi più fortunati, di qualche preziosa banconota, Ndo taceva, abbassando lo sguardo malato di nostalgia, Mustafà sorrideva, traboccante di fiducia.

    Mustafà, biascicando un italiano tutto da indovinare, aveva iniziato a raccontarmi qualche cosa di sé: abitava poco lontano, si muoveva in bicicletta, aspettava lettere che non gli venivano recapitate della sua ragazza marocchina ed era innamorato… di me.

    Innamorato di me? Chissà se lo diceva a tutte le ragazze di passaggio o se era il sentimento che il suo tenero cuore davvero gli suggeriva. Fatto sta che la mattina, mentre il suo collega si trascinava faticosamente tra le auto, lui mi avvistava in lontananza iniziando a saltellare con la vivacità di un giovane capretto che si arrampica sui monti e, se il semaforo decideva di bloccare la mia corsa, si precipitava al finestrino per annunciarmi trionfalmente che mi aveva sognata.

    E mentre il mondo continuava impercettibilmente a ruotare, quell’incrocio era sempre lo stesso: auto in coda ad alimentare lo smog cittadino, con i guidatori pronti ad affondare fulminei il piede sull’acceleratore, in modo da evitare il rompiscatole di turno che, sbattendogli in faccia la sua povertà, avrebbe turbato il rientro dopo una giornata di lavoro, dopo le spese familiari del sabato pomeriggio, o la domenica, dopo il solito giretto con l’abito da festa.

    Ma quella scenetta ormai collaudata, che si produceva nella mia mente già pochi secondi prima che effettivamente si presentasse ai miei occhi, era stata improvvisamente alterata da un provvedimento del sindaco che, a causa dei tassi troppo elevati di inquinamento atmosferico, prevedeva il blocco della circolazione degli autoveicoli in determinati orari del giorno. Avevo quindi iniziato ad oltrepassare quell’incrocio, fattosi disumanamente deserto, in autobus. Non avevo idea di quali effetti avesse prodotto sui “lavavetri” la disposizione municipale e mi chiedevo come avessero appreso la notizia Ndo e Mustafà. Speravo solo che l’inevitabile calo dei guadagni non li portasse a rifarsi con attività poco ortodosse.

    Un giorno, poi, dopo un breve periodo di abbondanti piogge che avevano ripulito i polmoni alla città, il provvedimento era stato revocato e gli autoveicoli avevano ricominciato a circolare liberamente. Ero quasi curiosa di percorrere la strada ripopolatasi dei mostri inquinanti, per appurare se tutto fosse davvero tornato alla normalità, lavavetri compresi. Avvicinandomi all’incrocio avevo scorto due sagome infagottate. Erano due ragazzi marocchini, ma non erano Ndo e Mustafà. Che fine potevano avere fatto?

    L’indomani, leggendo le ultime notizie su un quotidiano, avevo appreso di un accoltellamento tra extracomunitari: probabilmente si trattava di un regolamento di conti tra bande rivali. Il bilancio era di due vittime ed un ferito, tutti di colore. Il mio pensiero era immediatamente corso a Ndo e Mustafà, anche se mi rendevo conto che la città era talmente piena di stranieri, alcuni dei quali assai poco rispettabili, che poteva trattarsi di chiunque. E comunque preferivo immaginare che i due del “mio” semaforo appartenessero alla categoria della gente per bene e che non avessero nulla a che vedere con delitti e traffici illeciti.

    Per giorni avevo quindi superato l’incrocio allungando il braccio a due nuove facce ugualmente bramose di una speranza riposta in una moneta. Avevo più volte avuto la tentazione di chiedere dove fossero i loro compagni ma, vinta da una codardia alimentata da troppa violenza sbattuta in prima pagina, avevo preferito non intromettermi in chissà quali storie di bande e mi ero vilmente tenuta il mio dubbio. Oramai la scena quotidiana sembrava definitivamente prevedere due nuovi interpreti, ai quali avevo finito per abituarmi.

    Ma in una giornata appena intiepidita da qualche parvenza di primavera, giungendo al solito semaforo, avevo visto due braccia che si agitavano e che, annaspando animosamente nell’aria frizzante del primo mattino, mi rivolgevano ampi cenni di saluto. Era Mustafà che, riconosciuta la mia auto, zampettava sull’asfalto impaziente di rivedermi. “Dove sei stato per tutto questo tempo?” gli avevo chiesto curiosa. “Ero stato trasferito qualche incrocio più indietro, ma ora sono tornato qui” aveva risposto senza aggiungere ulteriori spiegazioni. “Chissà che cosa c’è dietro all’organizzazione dei lavavetri”, avevo pensato tra me e me, senza tuttavia approfondire il discorso.

    Intanto il grande occhio si era tinto di smeraldo e gli automobilisti non perdonano: vietato temporeggiare! Con un saluto frettoloso ero ripartita, molto più sollevata. Avevo gettato uno sguardo sul lato opposto in cerca di Ndo ma, con disappunto, avevo dovuto constatare che il suo posto era vuoto. La mia testa aveva iniziato ad elaborare migliaia di ipotesi che però confluivano tutte nella stessa direzione: doveva essere successo qualche cosa di poco piacevole.

    Un po’ scossa dalle immagini sanguinolente che mi si agitavano tra i pensieri avevo deciso che, non appena avessi rivisto Mustafà, avrei indagato sulla sorte di Ndo. E così feci. “È tornato per tre mesi in Marocco, da sua moglie”, mi aveva spiegato il mio giovane amico. Allora lo avevo immaginato nella sua terra, lontano dalle nebbie che piegano le ossa, asciugato dal suo sole ardente che, oltrepassandogli la pelle scura, lo avrebbe riscaldato fino al cuore. Il pallore invisibile di Ndo sarebbe così evaporato nell’aria secca di un Paese lontano. Lo immaginavo perdersi in un eterno abbraccio con la moglie: una stretta muta e loquace, talmente ricca di energia da essere capace di conservarsi inalterata fino alla fine dei tempi. E il suo sorriso si sarebbe schiuso a quel tepore, come i boccioli dei miei gerani, che proprio in quei giorni si stavano donando all’imminente primavera. Vedevo Ndo rimpossessarsi della sua pelle, della sua gente, della sua vita. Immaginavo suoni, colori e odori sconosciuti, e percepivo una forza misteriosa provenire da lontano. Chissà se sarebbe davvero tornato in Italia dopo tre mesi!

    Improvvisamente ero tornata in me: il suono sgraziato di un clacson mi aveva bruscamente riportata alle frenetiche leggi della strada. Ripartendo di scatto avevo visto Mustafà che, come una trottolina impazzita, mi gridava “Ti amo!”. Mi ricordai di non avergli nemmeno dato le cinquecento lire. Chissà se anche lui avrebbe mai conosciuto davvero l’amore!

  • Il bacio

    La stanza era immersa nel silenzio della notte. Iris era rannicchiata in posizione fetale. Il lenzuolo aggrovigliato attorno al corpo. La luce della notte entrava dalla finestra socchiusa, illuminandole il volto che sapeva di felicità.

    Il giorno la svegliò con la sua luce violenta, costringendola a rifugiarsi sotto al cuscino. La mente indugiava nell’ultimo sonno, che richiudeva un sogno magico e vero. La sensazione di una gioia che non sapeva descrivere, le accarezzava la pelle. Nel sogno aveva incontrato un uomo senza volto, che aveva saputo conquistarla con pochi gesti. Non ricordava l’incontro e neppure altri particolari ma solo un luogo imprecisato e la vicinanza di lui, il tocco della sua mano sul viso, il suo bacio; un bacio lungo, profondo, dolcissimo, indescrivibile a parole ma che il subconscio aveva registrato, lasciandole la sensazione di aver perso una cosa importantissima, e il desiderio di ritrovarlo, perché sapeva istintivamente che era il “suo porto”.

    Iris per tutta la giornata, si era sentita divisa tra un benessere e un’angoscia che non sapeva definire e che la stordivano. Questa sensazione l’accompagnò come una seconda pelle per diversi giorni. Inutilmente cercava negli altri uomini quello che aveva sognato, e che l’aveva fatta sentire felice. L’amica di sempre non sapeva cosa consigliarle, era preoccupata per questa sua ossessione che le faceva trascurare tutto il resto, anche il lavoro che cominciava a risentirne, il direttore l’aveva già richiamata due volte.

    Iris desiderava solo dormire. Fuggiva distante con la mente per ritrovare quel sogno, ma non ritornò più. La sensazione di perdita si attenuò con il tempo e la sua vita riprese a scorrere tra lavoro, amici, incontri casuali, ferie programmate.

    Un giorno vinse un viaggio a Parigi. Era un concorso fatto per fare e subito dimenticato. Guardava il biglietto e lentamente la gioia sconfisse la sua apatia. Poteva partire da qui per ritornare a vivere e dimenticare quello strano sogno che l’aveva tanto colpita.

    Fuori dal finestrino dell’aereo, le nubi sembravano soffici cuscini illuminati dai raggi del sole che vi si adagiavano languidamente. Iris sfogliava la guida di Parigi, e si immaginava per le vie della città. Avvertiva attraverso le foto la suggestione delle sue immagini e avrebbe voluto essere già lì.

    L’aero planò. Era arrivata!

    Nella stanza del suo albergo mentre disfava la valigia le ritornò in mente una fotografia dove c’era una strada che le era famigliare. Si fermò con il gesto e ricordò. Quella era la strada del SUO sogno. Si cambiò in fretta ed uscì. Doveva trovarla. Subito.

    Parigi di notte era una cosa che non si può descrivere ma solo vivere.

    Camminava per le strade avvolta dalla gente, dalle luci, dai rumori, da quella vita che la stordiva: era proprio quello di cui aveva bisogno, la vita che palpitava attorno a lei le dava la spinta per andare avanti e non arrendersi. Urtò una coppia di innamorati, sorrise tra sé mentre li guardava, si sentiva piena di gioia. In fondo alla strada dei ragazzi suonavano un motivo rock, più avanti, girato l’angolo, un pittore era impegnato nel riprodurre uno scorcio della città, mentre un altro ritraeva una turista. Iris osservava la vita che brulicava a Parigi e ne rimaneva affascinata, i pensieri cominciarono a vagare senza una meta definita, erano in vacanza anche loro.

    Si ritrovò ad un tratto, in una strada poco illuminata con muri sporchi e le finestre chiuse. Il rumore della città sembrava scomparso e l’improvviso silenzio la strappò dai pensieri allegri che l’avevano trascinata, a sua insaputa, in quella strada. Si guardò attorno stupita: quella via le ricordava la sua città.

    Ad un tratto avvertì la paura. Il panico si fece più vicino, stringendola nel suo abbraccio viscido e umido. Cominciò a correre. Ansimava per lo sforzo e il fiato si era perso nella gola. La strada diventò più lunga e buia, minacciosa.

    Si bloccò.

    Qualcosa aveva attratto la sua attenzione: un manifesto strappato sopra ad una finestra rotta. Lei lo aveva già visto, ma non ricordava dove e neppure quando. Rimase ad osservarlo. La paura, stranamente, sembrava scomparsa. Poi ricordò. ERA IL SUO SOGNO!!!

    Si guardò attorno. Tutto era immobile, anche i suoi pensieri.

    In fondo alla strada un’Ombra si staccò dalla parete, era una figura maschile. Il viso completamente avvolto dal buio della notte.

    Ripresero i pensieri, ritornò anche la paura. Cominciò a correre, ma lui la raggiunse. L’afferrò per un braccio, la bloccò contro la parete sudicia, sudicia come la strada. Per un interminabile minuto si fronteggiarono. LUI la fissava in silenzio stringendole le braccia dietro alla schiena e lei, con il respiro affannoso, cercava di intravederne il viso, ma anche un modo per sfuggirgli. Il minuto si frantumò contro la violenza che ne seguì. LUI la schiacciò contro la parete, la stuprava mentre lei gli conficcava le unghie nella faccia. Attorno, il silenzio regnava, ignaro del dramma che si stava consumando. LUI, al termine, la baciò. Iris strinse le labbra, la lingua di lui riuscì ad entrare a forza nella sua bocca. Cercò di sfuggirgli girando la testa, ma non servì che a eccitarlo ancora di più e, proprio quando sentì un conato di vomito salirle dalle viscere, qualcosa di strano successe dentro di lei; si fermò e cominciò ad “ascoltare” quel “bacio” e si sentì male. LUI la lasciò, soddisfatto si allontanò nel buio.

    Iris lentamente si lasciò scivolare per terra e sentì le lacrime scenderle per il viso, cadere per terra e lì fermarsi. Quel “bacio” la ferì più della violenza carnale appena subita, perché era il BACIO del suo sogno, quello stesso bacio, per lei sinonimo di felicità, che l’aveva conquistata mesi prima. Invece, era solo l’anticamera dell’inferno. Si abbracciò, e nel buio di quella strada si cullò mentre una ninna nanna le risuonò nella memoria.

    Lontano, la città degli innamorati viveva indifferente al suo dolore.

  • La ronda

    La terza media della scuola dell’obbligo si distingue per annata: un anno è pestifera, l’anno appresso è un amore. E in uno di questi buoni fui tentato, per stuzzicare la fantasia dei ragazzi a pensare all’Università (facendo sognare prestigio, ambizione e ritrovi goliardici) a mostrare il mio cappello bordò da universitario con cui ho vissuto la stagione spensierata della goliardia.

    Una signorinetta del primo banco, trepidante e incuriosita, spalancò gli occhi e, osservando gli addobbi fissati al cappello, chiese significato e provenienza di un piccolo distintivo d’argento, un microfonino della RAI.

    Roma, fine estate 1966: mi ci avevano mandato dall’8^ Rgt. di Pordenone con altri sette bersaglieri (l’intellighentia) alla trasmissione radiofonica per le FF. AA.: a questo si riferiva il microfonino, ma lo sguardo acerbo, verde tra l’altro, di quella ragazzina come in un lampo mi riportò alla mente un sorriso che dovevo aver lasciato proprio a Roma durante quella breve trasferta militare.

    Aggregati ad una Compagnia Servizi, ci capitò una sera di uscire in città per un servizio di ronda. Un capitano, Ricciardi, un tenente raffermo, Bellinzona, quattro ‘campagnole’ ed un CM o gippone, diversi soldati. Zona, via Nomentana, mi pare, trafficata allora solo da “lucciole”; orario, verso l’alba, quel momento che i più si godono in un letto fresco… Bisognava disporsi a semicerchio, muoversi “discretamente”, convincere le “signore” a salire sui mezzi per un viaggetto al Centro Medico.

    C’era in giro una recrudescenza di malattie veneree e la paura aveva esasperato anche la prevenzione. Per me e per altri era la prima volta e tutto veniva vissuto con animo, curiosità e senso del dovere, come in un film. L’impatto con queste donne fu una esperienza indescrivibile: alcune erano proprio belle ed invitanti come nei pensieri di un adolescente, materne, prosperose, disinvolte; altre erano sfiorite, altre ancora potevano suggerire solo miseria, un paio mi parvero bambine.

    Nessuna pose resistenza; il capitano era una figura rassicurante, suadente non per il grado, ma per la serenità dei suoi consigli e così tutte salirono sui mezzi senza far storie. L’ultimo gruppetto fu invitato sul CM e proprio a me capitò di aiutare l’ultima; a terra era rimasto solo il capitano. La presi istintivamente per un polso e lei si girò di scatto e mi inchiodò con uno sguardo demoniaco e feroce nella sua tentazione…

    Pensai: “Posso sussurrare al capitano che ‘questa’ la conosco, mi avrebbe creduto; avrei garantito per lei e all’indomani sarebbe arrivato sicuro il certificato medico, intanto la si poteva lasciare andare, era così giovane…”.

    Lei, non staccava gli occhi da me, e forse solo il calore del suo polso mi riportò alla realtà: “… se la lascio, ripensai, questa scomparirà nel nulla e domani non mi riconoscerà più, non starà certo qui ad aspettarmi. E come ci ritorno io in questo posto, in divisa? da solo? col rischio di incontrare il protettore, l’amante, il padre forse… è imprudente e

    finalmente aveva capito: quel viaggetto era la soluzione migliore! Ora pareva più distesa, meno aggressiva, perfino più bella. Tutte ora parlavano, ma io non sentivo… quel sorriso aveva dato certezza al nostro buon operare e mi bastava.

    Finalmente arrivammo al Presidio, ormai l’alba toglieva l’ombra dalle case ed il viale sembrava più accogliente di quello che avevamo lasciato quand’era ancora notte; s’erano rischiarate le cose ed era svanito il mistero che aveva accompagnato il nostro servizio.

    I mezzi si fermarono, si fece subito intorno un parlottare romanesco di càmici e divise, e puntuale avvenne la consegna: “Missione compiuta”;

    Adesso però, erano miei gli occhi che non si staccavano da lei, mentre un lungo corridoio bianco, che sapeva di acido fenico e di cose tristi, famelico, inghiottiva tutti: donne, càmici, divise…

    Io mi ero fermato immobile sulla porta; una voce chiamò: “Marela!” e lei, che si era attardata mentre tutti andavano, un po’ rauca: “Addio eroe!” mi disse piano, sorrise e scomparve…

    Non sono più riuscito a ricordarmi il suo profumo, ma non riuscirò mai a dimenticare il suo sorriso. “Marela” forse Maria Angela; Maria = terra, dolore, sofferenza, nulla… Angela = aria, gioia, amore, infinito… Non poteva avere un altro nome!

    La trasmissione andò benissimo, vincemmo la licenza-premio, poi ci fu il congedo e altre pagine di storia.

    Marela restava sempre buona ad aspettarmi, chiusa in un microfonino d’argento della RAI, quando è bastato un altro sorriso per far sgorgare limpidissima questa figura, uno dei tanti dolci ricordi della mia gioventù.

  • La tumultuosa spiritualità di Roberto Boccato

    Una febbre improvvisa, dodici anni fa, costrinse Roberto Boccato, allora quarantunenne, al riposo per venti giorni. Una pausa forzata che ebbe uno sbocco imprevisto nella sua vita, facendogli scoprire un insospettato talento per la pittura, dando inizio a quella tormentosa ricerca di significati spirituali che tuttora caratterizza l’intensità della sua arte.

    Un’influenza, dunque, che si fece così rivelatrice di un’altra ancora: di una febbre dell’anima che in ogni opera non ha mai più cessato di esaltarsi.

    Da questo momento si schiuse un insight quasi karmico, per l’esplodere di una passione che già era stata di suo nonno, il pittore Ugo Boccato, il quale per settanta anni rappresentò nel Polesine uno degli Autori più significativi, scomparendo molto tempo prima dell’insorgere della medesima vocazione nel nipote.

    Di origini adriensi, si trovano nei suoi lavori tutti i colori del territorio originario: ocra, colori terra e toni freddi sono lavorati in ogni pezzo con gran cura. L’idea di grana sottile data al fondo e il rispetto di un equilibrio cromatico sempre accorto, conducono alla senzazione della tridimensionalità, nell’eco del principio astrattista di distribuzione dei pesi.

    Boccato disegna una metafisica della storia. Si avvale di un simbolismo figurativo che tratta in modo personale. Dal realismo descrittivo di scorci di vita contadina dal fondo piatto, maggiormente caratteristici della prima produzione, si giunge alla realizzazione di una metafisica simbolista di stampo impressionista. Un surrealismo atipico, seppur ascrivibile alla tradizione figurativa contemporanea, che chiama all’analisi intimistica di chi guarda, invitato a partecipare così della riflessione.

    Una modalità espressiva che prescinde dal riferimento ad un preciso stile particolare, determinando di volta in volta le suggestioni poetiche con un manierismo originale. Nature morte e contadine, visioni paesaggistiche e castelli medievali, statue umanizzate, muri e personaggi di fantasia, vanno a scomporre l’immagine che, in un assemblaggio quasi schizofrenico, presenta una innovativa visione organica, pur assicurando ai vari elementi la loro semantica fondamentale.

    La fiabesca visione del mondo si protende oltre al paspartù. L’immagine fuoriesce dai bordi ad interagire con chi osserva, così introdotto in quella realtà dove si afferma un mondo differente, un mondo in cui la dimensione dell’esperienza limitata si spiritualizza per proiettarsi altrove, nell’infinita riserva di possibilità che supera le capacità naturali dell’individuo.

    Fortezze medievali vengono poste all’alto dell’inaccessibilità, scisse, ma mitigate dal volto marmoreo della castellana, imprigionata nella roccia, al cospetto di un fantasma, testimone e spettro fuggitivo innanzi alla disintegrazione delle energie maschile e femminile archetipiche presenti.

    Una villa veneta si fa “contenitore” di storia e di oggetti materiali, sopravissuti al tempo. Acque turbolente ed irrifrenabili si disperdono tra le fratture del coccio, inesorabilmente e senza meta, quando non riescono a diventare fonte di amore, saggezza, fede. Il dramma della catastrofe porta al disorientamento, al panico, alla disperazione, ma c’è sempre un sole che dà luce alla rinascita, alla speranza.

    Un libero airone sigilla la fame d’aria, la richiesta di respiro vitale, di libertà. Una figura divina e una presenza demoniaca si incarnano nella roccia presso al vate, la figura itinerante verso il cielo che non ferma la sua ricerca spirituale. Ogni forma d’arte danza accanto alla musa del femminile, la recettività, funzione di trasformazione, di apertura alla sensibilità, alla creatività.

    Il bimbo disperso ed abbandonato non può crescere senza struttura organizzata, il maschile, la forza della guida che mobilita l’azione. S. Pietro detiene le chiavi del Paradiso, la porta è aperta solo dopo un lungo e faticoso cammino di fede. La Fede Sacra è sempre minacciata da un credo profano. Le chiavi dell’amore si trovano fra le spine.

    E’ solo dall’incessante dialogo degli opposti che le forze in campo si muovono per individuarsi ed affermarsi, emergendo dall’ indistinto grigiore.

    Allusioni mistiche, visioni oniriche e mitologiche si ispirano ad una Memoria Storica trattenuta e distillata dalla materialità del tempo, conducendo al modo in cui Eros si mischia in infiniti giochi con Pathos, alla Natura che è origine di Vita, ma in sé matrigna, alla Fede ultima nell’esistenza di un centro creativo più profondo, che è senso e fine della Vita.

    Roberto Boccato, ora cinquantaquattrenne, durante il suo tragitto artistico, scelto fra l’arduo percorso di matrice non galleristica, ma itinerante presso i concorsi nazionali ed internazionali, e le tante mostre collettive e personali, ha finora ottenuto molteplici riconoscimenti e prestigiose premiazioni.

    Oggi costituisce a Padova, la propria attuale zona di residenza, un punto di riferimento per altri artisti, che, dilettanti o meno, trovano nella disponibilità e nell’esperienza dell’Autore la possibilità di far conoscere le loro opere, essendosi egli assunto l’onere di consentire il deposito dei loro lavori che vengono raccolti nello studio suo, e l’impegno morale e materiale di fare da ponte di trasmissione presso le diffuse iniziative di esordio, di concorso o partecipazione.

  • Le vedute di Carlo Campi

    Ci sono artisti che amano il silenzio, la pausa, la risonanza interiore. Carlo Campi è sicuramente uno di questi. Lo affascinano i grandi spazi, le vette innevate, i respiri della montagna, le voci dei boschi, i sussurri dei torrenti.

    E’ un amante della montagna, Carlo, ma anche le golene e le valli del Delta non lo lasciano indifferente perché questo artista sensibile è innamorato della natura tutta.

    Nativo di Copparo (Fe), vive a Rovigo da alcuni anni insieme alla moglie, rodigina pura. “Non tornerei a vivere a Copparo – afferma Campi – mi sono integrato bene nella realtà rodigina e ho imparato ad amare questa città tranquilla in cui si può vivere in modo sereno, senza affannarsi troppo e senza essere assillati dai rumori e dal traffico caotico che imperano nelle città più grandi”.

    Campi coltiva la pittura dai primi anni ottanta. “Verso l’83 – ci informa l’artista – mi sono dedicato con attenzione allo studio dell’acquerello. Ho visto che i miei lavori piacevano ed ho proseguito su questa strada. L’acquerello permette di raggiungere varie tonalità di notevole effetto. E’ una passione alla quale mi dedico solo in particolari momenti e l’uso di questa pittura mi fa scoprire i segreti di una tecnica solo apparentemente semplice.”

    I suoi soggetti sono spesso legati all’ambiente rurale. “Amo le case contadine, quelle vecchie case che vanno scomparendo insieme ad un patrimonio di tradizioni, valori, legati alla civiltà contadina. A colpirmi, in modo particolare, sono certi angoli dimenticati, i vecchi pozzi abbandonati, le stalle, le aie, i cortili, le vie, le piazzette dei paesi padani e polesani.”

    E’ un paesaggio dal fascino atavico quello che attrae Carlo Campi: egli vuole riscoprire “le pievi dai mattoni corrosi dalla salsedine del tempo, santuari e mistiche chiese, scorci di paesi”.

    Per 35 anni ha svolto la professione di disegnatore meccanico ma, sebbene sia ora in pensione, Carlo non riesce a stare inoperoso. Attualmente esegue lavori e progettazioni per la raccolta differenziata.

    Da quattro anni fa parte del gruppo artistico “La Piazzetta”, ha tenuto mostre personali e collettive conseguendo vari premi.

    Carlo Campi è un acquerellista di grandi capacità che, come un fedele cronista di luoghi e monumenti polesani, esegue opere “godibili”, in una interpretazione personale inconfondibile.

    Tutti i segreti tecnici sono a lui noti e li sfrutta appieno senza mai strafare.

    Spesso, scavando fra i ricordi dell’infanzia, esegue belle vedute della nativa Copparo e di Ferrara. Le vecchie ambientazioni danno ancora più valore alla vena poetica di Campi, facendo risaltare tutto l’amore che lui nutre per i luoghi caratteristici della Padania e del Polesine.

    Nei suoi raffinati acquerelli si riconosce finalmente il gusto della semplicità, il fascino delle cose perdute, il respiro del passato. Vibrazioni di luce e delicati colori rivelano la grande sensibilità artistica di Campi.

  • Arte Sentimentale

    Doppio appuntamento polesano per il composito gruppo di cinque pittori da qualche anno legati da un programma che si è fatto movimento con la denominazione di “Arte Sentimentale”. Nella terra dei grandi fiumi, i cinque artisti – Guido Del Fungo, Umberto Falchini, Amedeo Lanci, Luciano Scarpante e Gunther Wolf – hanno presentato una interessante selezione delle loro opere, dapprima, a giugno, a Rovigo presso la Pescheria Nuova e poi, ad Agosto, a Donada di Porto Viro, seguita il mese successivo da un incontro a Porto Tolle su un battello in navigazione verso la foce del Po.

    Più completa ed esaustiva la rassegna del capoluogo, ma più mirata ed inserita nelle tematiche polesane quella donadese, con un esplicito riferimento al 50° anniversario della Grande Alluvione.

    Una scelta quest’ultima che ha fatto immediatamente comprendere al pubblico il significato del movimento, nato per dare risposte in chiave artistica a situazioni coinvolgenti. La creatività e l’impegno produttivo non sono infatti dai cinque concepiti tanto come un’esigenza esclusivamente soggettiva, o come un puro momento estetico, ma soprattutto come risposta dell’anima a situazioni o sollecitazioni di ampio riscontro collettivo.

    Si deve ad Amedeo Lanci la prima esplorazione concettuale, base di nascita del movimento. Una ricerca teorica iniziata nel 1996 e via via definita ed ampliata man mano che veniva a consolidarsi il rapporto tra i cinque artisti costituenti il gruppo, la cui presentazione ufficialmente è avvenuta nell’Ottobre del 2000 con una significativa quanto prestigiosa mostra allestita a Firenze presso Palazzo Vecchio.

    Va detto subito che i cinque artisti presentano opere caratterizzate da stili decisamente differenziati; ed anche le situazioni alla base della produzione pittorica di ognuno appaiono spesso diversificate, ma comune è la convinzione che l’opera d’arte, per essere veramente tale, ovvero significativa, deve attingere alla sfera dei sentimenti. “Un sentimento – chiarisce il giornalista Alberto Severi, che del gruppo si è fatto méntore, curando fra l’altro l’edizione di un pregevole catalogo edito da Il Grandevetro di Pisa – che rielabori soggettivamente il reale, la sua pretesa oggettività senza che vi sia un’astrazione, ma se mai una figurazione visionaria interiorizzata, sentimentale per l’appunto.”

    Se vogliamo, quello che ha avvicinato ed unito i cinque pittori è un imperativo categorico: la necessità di dare una risposta, personale prima e collettiva poi, ad un antico dilemma: arte per l’arte o arte per la vita?

    Si tratta cioè di riconoscere se il prodotto artistico debba avere la sua valenza esclusivamente come tale, sganciato pertanto da altri ambiti, oppure se trovi il suo significato più interessante, e quindi comunicativo, proprio da una contestualizzazione più ampia e come tale rappresentativa di connotazioni immediatamente condivisibili.

    Ed è proprio su questa seconda opzione che punta il movimento Arte Sentimentale: nel sentimento viene infatti identificato il “sacro fuoco” in grado di accendere l’opera d’arte e darle pieno significato universale.

    Con questa consapevolezza il gruppo ha avviato un’ampia attività produttiva sfociata poi in varie mostre che, prima di raggiungere il Polesine, hanno ottenuto consensi a Firenze, in Germania e perfino nella lontana Cina.

    C’è l’atmosfera del sogno nelle tele del fiorentino Amedeo Lanci, che per i suoi quadri sceglie spesso la leggerezza evocativa dell’azzurro, interrotta da improvvise rosse fiammate che prendono vita nell’incontro di morbide linee curve. Chiare allusioni a corpi femminili, che in varie occasioni si materializzano nelle forme di grandi chitarre o trovano una inedita dimensione acronica, fluttuando in spazi eterei.

    L’inquietudine è alla base dei definiti soggetti del polesano Luciano Scarpante, che materializza le trepide attese dell’anima in nudi soggetti maschili, rappresentati da malinconici e languidi adolescenti. Oppure i silenzi interiori trovano sincronica rispondenza nei vuoti spazi del Delta, animati soltanto da esili presenze di canne palustri. Quanto mai emblematico risulta il quadro Misteriose presenze a Scano Boa, sintesi di umanità e natura: elementi, che nella raffigurazione si legano tanto profondamente da dar vita ad una trasmutazione di un giovane che, ineluttabilmente, si fa arborea essenza.

    Il fiorentino Guido Del Fungo presenta un’umanità dolente in scenari dominati da verticali strutture in cemento. Campeggiano, quali enigmatiche sfingi di un ipotetico temuto futuro, ardite architetture che vietano ogni presenza al mondo naturale. Nemmeno per l’uomo vi è più lo spazio vitale per cui, esseri ridotti a larve, si muovono smarriti in mezzo ad enormi prismi di cemento ovunque incombenti. Vi è il sentimento dell’impotenza, ed anche la esplicita denuncia degli esiti drammatici della folle corsa verso un mondo sempre più artificiale, che finisce per togliere all’uomo ogni possibilità di armonica esistenza.

    Che cosa cerca il “viaggiatore” tanto spesso presente nei quadri del livornese Umberto Falchini? Un uomo solitario si muove, a volte guardingo altre estasiato in rosseggianti caverne, sul cui fondo sbocciano improvvise apparizioni. Promesse o inganni? Speranza e timore agitano il cuore del piccolo viaggiatore, sempre stimolato a confrontarsi con visioni che a volte si presentano come accattivante lusinga (ad esempio La musica mi volle con sé) altre volte manifestano tutto il loro inquietante mistero (come in Il viaggiatore trovò nuovi simboli lucenti). Alla base delle rappresentazioni di Falchini c’è la metafora dell’esistenza: un percorso in salita, dominato dall’angosciante ricerca di una luce trascendente, la quale però, rispetto all’uomo, è “altro” e mai può essere raggiunta.

    Nato a Stoccarda Gunther Wolf, dopo aver frequentato la scuola d’arte drammatica di Vienna, ha deciso di vivere a Venezia, avviando un’intensa attività artistica sulle orme dell’espressionismo tedesco. Le sue sono visioni alquanto tetre ed inquietanti della vita, agitate dall’ossessione dell’inarrestabile deturparsi delle forme fino al disfacimento della carne. Non vi sono paradisi nelle tele di Wolf, dominate da un senso di condanna di cui l’uomo è in definitiva vittima impotente. Nel movimento dell’Arte Sentimentale Gunther Wolf si pone – osserva Alberto Severi – “come il corrispettivo speculare ‘oscuro’, ‘nordico’ della solare mediterraneità di Lanci, in rapporto alla medesima tematica erotica, centrale nel lavoro di entrambi. L’eros per Lanci è una soluzione, per Wolf un problema”.

    Cinque artisti in cammino, dunque, uniti dal comune denominatore del sentimento, alito creatore in grado di animare le tele, e dar vita ad un dialogo serrato con i visitatori delle varie mostre che, in Italia ed all’estero, si vanno allestendo sotto l’insegna programmatica di “Arte sentimentale”.

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