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Archivi: Articoli d’archivio

  • L’Hosteria dei Savonarola

    Uscendo dall’autostrada A 13 Bologna-Padova al Casello di Occhiobello, imboccata la via Eridania¹ si incontra sulla destra, al numero civico 36, un antico complesso edilizio elegantemente ristrutturato: l’Hotel Savonarola. Di qui, la domanda: – perché un albergo con il nome di un personaggio di così elevata importanza storica per la vicina Ferrara e ancor più per la città di Firenze? –

    Alla ricerca di una risposta pertinente accettiamo l’invito del proprietario, il sig. Alessandro Piccinini a visitare la poliedrica struttura. E’ subito evidente che lo storico immobile rispecchia in generale le caratteristiche degli insediamenti abitativi rurali dell’Alto Medioevo in Polesine. E’ composto in parte di elementi giustapposti e in parte separati con cinta muraria secondo il suo aspetto originario².

    Della primitiva fattoria agricola rimane l’aia ben conservata e pavimentata in cotto originale. Il sig. Piccinini vi ha steso una tensiostruttura di 500 mq. che consente lo svolgimento, da marzo ad ottobre, di cerimonie e pranzi all’aperto e serate di gala.

    La stalla, dopo un attento e particolareggiato restauro conservativo seguito dalla Soprintendenza delle Belle Arti di Verona, è divenuta sede del ristorante, propriamente detto Hosteria dei Savonarola, in grado di servire fino a 350 coperti con cucina tipica regionale ed internazionale.

    La casa padronale è stata trasformata in Hotel con 30 camere doppie, 6 singole e 1 suitte. Inoltre è stato creato un centro convegni di 350 posti più 3 salette per riunioni, con supporti tecnici per la traduzione simultanea (sei lingue) e un aggiornato impianto audiovisivo con la possibilità di teleconferenza. L’arredo modulare della sala convegni consente di adattare rapidamente lo spazio ad usi diversi quali sfilate di moda, presentazioni, spettacoli.

    Annessa alla villa Savonarola è la Chiesetta-Oratorio di S. Gaetano consacrata e disponibile per eventuali cerimonie religiose. L’Oratorio, in origine probabilmente intitolato alla Vergine, fu costruito dopo il 1724, in seguito al benestare concesso da papa Clemente XI a Francesco Savonarola e alla moglie. Con il cambio di proprietà l’Oratorio mutò la dedicazione prima a S. Giuseppe, poi a S. Maria Madre di Dio e infine, con Previati, all’attuale S. Gaetano.

    Posto in una fortunata posizione geografica, immerso nella quiete della campagna polesana, l’Hotel Savonarola consente di raggiungere rapidamente le città principali dell’Emilia e del Veneto: Ferrara è a 10 minuti, Bologna-Fiera a 20 minuti, Padova e Venezia a 30 e 45 minuti, Verona a meno di un’ora.

    Fino qui si è parlato del complesso alberghiero, facendo alcuni riferimenti alla famiglia Savonarola, ma nulla s’è detto in particolare di chi l’ha consegnata autorevolmente alla storia: frate Girolamo, al quale non si può non far menzione giungendo all’hotel di Occhiobello.

    Ricordiamo innanzitutto che il famoso frate nacque a Ferrara il 21 settembre 1452 da Niccolò ed Eleonora Bonacossi, discendente della famiglia degli antichi signori di Mantova, dispersi a seguito del potere dei Gonzaga. Il nonno di Girolamo, Michele Savonarola, stimato medico e scienziato, si era trasferito da Padova a Ferrara nel 1440, chiamato da Niccolò III come medico di corte. Uomo di esemplare pietà e rigore morale, segue personalmente il nipote negli studi umanistici.

    La morte del nonno, avvenuta quando Girolamo ha 16 anni, si rivela una grande perdita. Cresciuto in una famiglia di intellettuali, approfondisce gli studi filosofici su testi di S. Tommaso d’Aquino e S. Agostino. Non ama la vita di corte e sembra che, a seguito di un amore non corrisposto per la figlia naturale di Roberto Strozzi, Laudomia, Girolamo sviluppi in sé una forte avversione per le cose del mondo, decidendo di farsi frate dell’ordine domenicano.

    “Veni egredere de terra tua”, gli viene suggerito in una visione, ed egli a 23 anni prende i voti religiosi a Bologna nel convento di S. Domenico. Ancora nella casa paterna scrive “De ruina mundi”, una canzone di ritmo petrarchesco, dove si scorgono in fieri la forza profetica e morale che caratterizzerà le sue prediche a Firenze.

    Chiamato come padre predicatore presso il convento di S. Marco a Firenze, di cui diviene successivamente priore, dal pulpito tuona contro la corruzione dei Medici, Signori della città, e contro l’immoralità del clero, in particolare, del papa Alessandro VI.

    Nel 1492 muore il potente Lorenzo dei Medici e fra Girolamo riesce nell’intento di far cacciare da Firenze il suo successore, il figlio Piero dei Medici, e di far proclamare una Repubblica di tipo teocratico. Quando scende in Italia il re di Francia Carlo VIII (1494), Firenze vive un periodo di crisi politica magistralmente superato dalla lucida abilità del frate ferrarese, che sa organizzare a Firenze un governo democratico, di severi costumi.

    Nonostante il sostegno dei numerosi Piagnoni (cosi chiamati i savonaroliani), i nemici del frate, detti gli Arrabbiati, non accettano però di contrapporre la nuova Firenze, minacciata di interdizione, alla corrotta curia pontificia, anzi preferiscono condannare all’impiccagione il Savonarola ormai dichiarato eretico e scomunicato: il cadavere verrà arso con due suoi confratelli. Il martirio dei tre predicatori si consuma nella piazza della Signoria il 23 maggio 1498 e le ceneri disperse in Arno.

    Girolamo Savonarola si era consegnato alla Signoria, pur conscio della morte certa, giunta dopo tre processi manipolati, crudeli torture e sconsacrazione da monaco. Egli era andato incontro alla sua fine animato dalla fiducia di poter imporre, in un’età ormai volta ai valori mondani, un severo costume penitenziale, accettabile solo da quanti, malcontenti della situazione politica e religiosa, speravano in un rivolgimento profetico. La riforma savonaroliana, voluta con purezza di intenti e con passione sincera, si concludeva in una esperienza religiosa di stampo medioevaleggiante, supportata da concitate visioni e infuocato desiderio di cambiamento.

    I più recenti studi sull’opera del Savonarola dimostrano che non ci fu da parte dell’illustre figlio di Ferrara insubordinazione al potere papale, né egli poteva essere considerato un eretico, dal momento che ogni suo verbo trovava ispirazione nella Bibbia. Cadono pertanto le condizioni della condanna ecclesiastica, mentre sappiamo che essa fu determinata da motivazioni esclusivamente politiche. Padre Innocenzo Venchi, postulatore dell’ordine dei domenicani, è stato incaricato di proporre la causa di beatificazione del Savonarola al Vaticano, essendo maturo il tempo in cui la Chiesa può riabilitare l’elevata figura del religioso ferrarese, restituendone l’immagine di innamorato di Cristo.

    E c’è già chi invoca il nobile e ardente frate domenicano come santo protettore. E’ il “Club dei Brutti”, che non a caso hanno scelto la propria sede proprio presso l’Hotel Savonarola. Fra Girolamo, del resto, per il suo aspetto fisico con pieno merito rientra nei parametri stabiliti da tale curiosa associazione. Presidente della sezione ferrarese del club è il “No-Bel” ingegnere Dino Petri di Pontelagoscuro (FE). Il singolare club, al quale aderiscono nomi noti quali il ciclista Pantani, il regista Dario Argento, l’etologo Giorgio Celli, per citarne alcuni, è esteso a livello nazionale ed ha posto la sua capitale mondiale a Piobbico, un paese in provincia di Pesaro nelle Marche.

    La mia curiosità storica era partita dall’Hosteria dei Savonarola ed è finita con l’incontrarne un’altra straordinaria e attuale: il club dei Brutti, appunto, che qui, all’Hotel Savonarola si riuniscono per promuovere le loro salutari e simpatiche iniziative, sempre con il patrocinio dell’amato ispiratore fra Girolamo Savonarola, non più solo ferrarese ma anche un po’ polesano.

  • In visita ad Oca Marina

    La località di Oca Marina con i suoi 600 abitanti è oggi la più popolosa delle frazioni di Taglio di Po e paese di passaggio obbligato per tutti i turisti che vogliono ammirare le bellezze del delta meridionale. La frazione tagliolese, che dista dal capoluogo comunale esattamente 20 chilometri, è situata insieme agli altri piccoli paesi limitrofi con i quali forma la cosiddetta Zona Marina (Ca’Vendramin, Pisana, Polesinello, Ca’Lattis e Gorino Sullam), all’estremità dell’isola di Ariano, nella zona in cui i rami del Po di Gnocca e del Po di Goro si avvicinano di più.

    Proprio la struttura geologica ed un habitat particolare fecero nei primi anni del ‘900 di questa zona un’area prediletta dalle oche selvatiche, a tal punto che in un primo momento l’area dove ora sorge Oca Marina era chiamata Valle dell’Oca.

    Nei primi anni del ‘900, in tutta la Zona Marina imperversava la malaria, che mieteva numerose vittime per la mancanza di medici, medicinali e, soprattutto, per la distanza dall’ospedale e per la difficoltà di reperire adeguati mezzi di trasporto per gli ammalati (l’ospedale più vicino era a Rovigo a circa sessanta chilometri di distanza!). Con l’aumento della popolazione e della produzione agricola, anche il tenore di vita e le condizioni ambientali andarono migliorando, finché, nel 1953, con l’intervento dell’Ente Delta Padano, Oca ebbe la sua rinascita.

    Dall’applicazione della Legge di Riforma, nacquero una cinquantina di poderi ed anche una discreta viabilità con strade per lo più ghiaiate. Nei primi anni cinquanta la popolazione di Oca si aggirava sui 1300 abitanti, e la frazione si estendeva su 361 ettari, sui quali l’Ente Riforma costruì 54 poderi con casa, stalla e concimaia che ancora oggi sono chiamate “case dell’Ente”. Però Oca non era ancora un vero e proprio “centro” e soprattutto non aveva una chiesa, e come ricordano le cronache del tempo “la popolazione era obbligata ad attraversare il fiume per adempiere ai doveri religiosi, servendosi del passo”.

    L’Ente Riforma del Delta Padano completato il programma abitativo, diede così inizio ai lavori di costruzione della chiesa, poi dedicata a “Nostra Signora del S.S. Sacramento”. La posa e la benedizione della prima pietra, avvenuta il 12 settembre 1960, vide la partecipazione di molte autorità politiche e religiose tra cui il Vescovo Mons. Piasentini, l’On. Cibotto, il progettista Ing. Giordani e il Dott. Guarnieri.

    Ad ostacolare la nascita della frazione tagliolese e del complesso parrocchiale ci pensò l’alluvione del 2 novembre 1960, che aumentò ulteriormente l’emigrazione verso le zone industrializzate di Lombardia e Piemonte, e costrinse i rimasti a rimboccarsi le maniche e a ricominciare tutto daccapo, facendo leva sulla solidarietà e sull’aiuto reciproco molto forti ed indispensabili in quel periodo. Il parroco in quei momenti difficili e dolorosi, oggi divenuti storici, era Don Carlo Catozzo, da poco subentrato (ottobre 59) a Don Ermenegildo Ciriello.

    I lavori dell’Ente Delta Padano, nonostante l’alluvione, ripresero però con grande rapidità a tal punto che – giusto quarant’anni fa – il 23 dicembre 1961 la nuova chiesa fu inaugurata. Qualche mese prima nella chiesa di Gnocca (31 ottobre 1961), furono consacrate le tre nuove campane, alla presenza del vescovo e dei benefattori: il Dott. Cirillo Brenna, allora proprietario dell’azienda Ca’Lattis, e Santin Antonio, in rappresentanza dei Fratelli Malfatti. Padrini delle tre campane erano: per la prima di Kg. 125 (cui fu dato il nome “Camilla”) il Dott. Cirillo Brenna, per la seconda di Kg. 175 (dedicata a “Nostra Signora del S.S. Sacramento”) Santin Antonio, e per la terza di Kg. 255 (dedicata a San Giovanni Battista) Stoppa Guerrino, che era in quel periodo l’uomo più anziano della parrocchia. Alla funzione i fedeli parteciparono numerosi, nonostante il disagio del traghetto, con le cronache del tempo che parlano di “un curioso finale di giornata con il Vescovo che, tra una ressa di fedeli, sale sul traghetto e va a visitare la nuova chiesa di Oca. Cosi facendo il Vescovo, oltre a provare l’emozione del “passo”, si rese personalmente conto del grave disagio e dei sacrifici che i fedeli di Oca per anni sostennero per raggiungere la chiesa parrocchiale”.

    I disagi dei fedeli con la nuova chiesa sparirono. Il parroco si trasferì a Oca nel marzo 1962, continuando comunque l’attività anche nella chiesa di Gnocca. Il 4 febbraio dello stesso anno viene aperto il nuovo asilo (che fa parte del complesso parrocchiale) con la presenza di tre suore. Sempre nel 1962 inizia la sua attività anche il circolo ACLI, con la gestione provvisoria affidata a Greguoldo Guerrino.

    Nel 1963, dopo ben due anni di richieste e pratiche, l’ufficio postale di Ca’Vendramin viene spostato a Oca, mantenendo il nome di “Ufficio Postale di Ca’Vendramin” che ancora oggi conserva.

    Nell’agosto 1965 Don Carlo Catozzo è trasferito a Chioggia nella parrocchia di San Domenico, e al suo posto è nominato nuovo parroco Don Dario Fassini. Con il vulcanico Don Dario, che resterà alla guida della parrocchia di Oca per oltre vent’anni, inizia la “rivolta” della frazione verso il capoluogo comunale, con vibranti proteste degli abitanti, e del parroco stesso, per l’allarmante situazione di strade ed argini.

    Proprio la “lotta” portata avanti da Don Dario, portò prima alla costruzione della strada provinciale Ca’Vendramin-Gorino Sullam e successivamente anche al rafforzamento degli argini (tuttora tra i più alti dell’intero corso del fiume). Col passare del tempo, nonostante qualche sporadica lamentela, i rapporti tra frazione e centro comunale, almeno politicamente, sono andati migliorando, soprattutto grazie alla presenza, nelle giunte comunali che si sono susseguite negli anni, di vari rappresentanti (nel ruolo di assessori o di consiglieri) della Zona Marina. Oggi i problemi di Oca e delle altre frazioni sono ben altri e riguardano principalmente la forte “emigrazione” verso i centri vicini che offrono maggiori prospettive di lavoro (e più divertimenti), aspetti questi che, unita al forte calo demografico, stanno lentamente spopolando la frazione.

  • Passeggiando per Badia

    Per conoscere veramente l’“anima” di una città non dovremmo accontentarci del tour programmato, del giro classico che – nel caso specifico di Badia Polesine – ci porterebbe nella millenaria Abbazia della Vangadizza. Una meta questa fascinosa proprio per l’aura misteriosa che esala non solo dallo splendido chiostro e dalla preziosa cappella, affrescata dallo Zaniberti, ma anche dalle sue parti “offese” dal tempo (la suggestione dei “ruderi”, così cara alla letteratura romantica). Si raggiungerebbe poi il Teatro Sociale di cui ormai troppo si è scritto, magica “scatola d’oro”, miniaturizzazione della sorella maggiore, la veneziana “Fenice”. Quindi si passerebbe al Museo Baruffaldi a vedere reperti del passato, oggetti che parlano della città, dai suoi albori ad oggi; e infine nelle chiese, in ognuna delle quali, per struttura esterna e per interni, si possono trovare ragioni di sosta artisticamente valida.

    Dunque – dicevamo – non è del sunnominato giro turistico, pur utile per conoscere la piccola città altopolesana, che ci dovremmo accontentare. La sua essenza potrebbe stare anche in fatti minori, in particolari meno esposti. Ad esempio nella sua dovizia di poggioli e balconi. Ne potremmo vedere di tutte le fogge e materiali: in marmo chiaro o in ferro battuto riccamente lavorato, quelli più antichi; essenzialmente più sobri e stilizzati e in numero inferiore, quelli dei nostri tempi.

    Il verone aveva una sua ragione di essere nei secoli passati, soprattutto perché le donne uscivano meno di casa, e nella bella stagione, si proiettavano così all’esterno, senza esporsi troppo, per le “ciacole”, tra un ricamo e un rammendo, felici di comunicare.

    La necessità femminile del “gossip” non morirà mai e oggi, disertando il balcone, le signore badiesi frequentano il caffè. Eleganti, piene di voglia di comunicare, le vediamo nei principali bar del centro, tra l’ora del caffè e quella dell’aperitivo, scambiarsi idee e opinioni, chiacchierando vivacemente.

    Badia ha avuto ristoranti di tradizione che hanno chiuso i battenti per riaprirli recentemente (a questo proposito sottolineiamo con piacere che ha riaperto, con nuova gestione, lo storico “Al Cappello”). E ciò è segno di vitalità e di voglia di andare avanti. Bar e ristoranti e pub non fanno certo difetto nella nostra piccola città, dotata anche del singolare agriturismo “Le Clementine”, promotore del premio letterario “Poesia a tavola”.

    Chi vuole pernottare in città non ha che l’imbarazzo della scelta: alberghi confortevoli da tutti i prezzi; addirittura uno a quattro stelle (“Le Magnolie”) che sorge nel parco dell’ex zuccherificio, un posto di sogno per la vegetazione lussureggiante e rara che lo attornia.

    Presto si avrà un bar nel parco Ferracini, uno spazio per la ristorazione, nelle vicinanze della ristrutturata piazzetta Vangadizza (che ha ripreso il suo antico aspetto di “cartolina simbolo di Badia”). Funzionerà solo nel periodo estivo, nei momenti di maggior frequentazione, nell’area verde adibita a parco giochi.

    Badia è nota anche per le fornitissime pasticcerie e vanta addirittura un pasticcere di fama internazionale – Olindo Meneghin – che dal 1985 insegna l’arte dolciaria in estremo oriente.

    Ci sono angoli suggestivi, in questa piccola città, luoghi della memoria, interni di palazzi che meriterebbero accurate soste. Ad esempio il cortiletto retrostante l’Oratorio di S. Antonio Abate: si vede di spalle il campanile piccolo, ma elegante, e intorno vi sono i resti dei rustici del Palazzo degli Estensi, dove i nobili ferraresi, quando venivano a Badia, per la caccia all’anatra lungo le rive dell’Adige, alloggiavano i loro cavalli e quelli del loro seguito, ma forse qui c’è più da immaginare che da vedere.

    Una visita vera e propria andrebbe fatta all’interno del Palazzo degli Estensi, purissima struttura tardoquattrocentesca, ingentilita dalle splendide trifore veneziane (la leggenda racconta che una dama velata – estense o veneziana? – appaia alla finestra nelle notti di tempesta); una visita – dicevamo – se non altro per ammirare il caminetto in marmo cinquecentesco dove la servitù dei nobili del tempo avrà cucinato interi spiedi di cacciagione, in atmosfera di festa, riscaldata dalla presenza di affascinanti dame, forse più stuzzicanti ancora delle prelibate pietanze.

    Questo attivo centro non si è fatto mancare nemmeno un’area industriale con fabbriche importanti, tra cui sottolineiamo la Rpm, costruttrice di motori elettrici e da anni radicata nel tessuto produttivo altopolesano e le collegate Agr ed Elettrotest di più recente costituzione. L’area produttiva polivalente di Crocetta procede nella lottizzazione in ossequio al piano particolareggiato che prevede l’area artigianale-industriale in fregio alla Transpolesana, sulla destra, in direzione di Verona.

    Tutto questo per sottolineare, non solo il pregio storico della città e le sue radici affondate nel passato, ma anche la sua voglia di andare avanti, al passo con i tempi moderni, creando lavoro e attività economica fattiva.

    Anche gli istituti scolastici badiesi sono degni di sottolineatura: primo fra questi un valido liceo scientifico che raggruppa ormai tre indirizzi: Liceo scientifico-tecnologico, Liceo Linguistico, Moderno ed Elettrotecnica e Telecomunicazioni.

    Un’attiva Università Popolare vede un’interessata partecipazione di cittadinanza – prevalentemente femminile – proveniente anche da paesi vicini. Biblioteca e Museo sono spesso promotori di attività culturali. Notevole la stagione di prosa e all’avanguardia il cinematografo.

    In primavera, la Sagra Nazionale degli Aquiloni (“inventata” dal compianto Giovanni Beggio e potenziata dal recentemente scomparso Guido Mora), raduna sulle rive dell’Adige una moltitudine di giovani e adulti, ritornati bambini, accalorati nel rincorrere le variopinte “volande” che si librano in cielo, se il vento è favorevole, cogliendo l’occasione per allegri picnic all’aperto.

    La città non è sorda a voci di volontariato: conta un raro Istituto per Fanciulli Sinti, dove il volontario per eccellenza, il professor Galleno accoglie giovani nomadi, li educa e assiste, con un modico contributo della Regione, e tanta solidarietà da parte della cittadinanza.

    Oltre all’Ufficio “Informagiovani” a Badia potrete trovare anche l’“Informa immigrati”, gestito da Osabennumwen Solomon Obaze. Si tratta del quarto sportello del genere aperto nella provincia di Rovigo, allo scopo di far conoscere meglio il fenomeno migratorio, di proporre interventi e servizi in grado di favorire l’interscambio di culture e di tradizioni, affrontando i problemi dell’integrazione.

    Anche le comunicazioni – quelle cartacee, tradizionali – diverranno più agevoli, perché l’ufficio postale è stato completamente ristrutturato, con particolare attenzione ai tempi di attesa allo sportello e alla tutela della privacy, grazie ad un’apposita saletta riservata, con eliminazione anche delle barriere architettoniche, a beneficio dei disabili.

    Insomma, dopo la visita di rigore, quella classica, confortati da una esperta guida, questa piccola città può essere scoperta nel suo volto meno evidente, fatto di curiosità: artigianato che va sparendo (in particolare vanno ricordati i liutai Lione ed Ermenegildo Gulmini), buona cucina che è sempre un gran conforto, interni di palazzi con pareti affrescate: Palazzo Rosini e sala consiliare in municipio, solo per citarne alcuni.

    Ci sono infine anche suggestive passeggiate: in primavera è delizioso costeggiare l’Adigetto, camminando sotto i tigli, per giungere fino all’Adige che – nell’ora del tramonto – raggiunge il culmine della sua “fascinazione”.

  • Destinazione Delta

    La primavera è il tempo delle speranze. Appena le giornate iniziano ad allungarsi preannunciando la fine della stagione invernale, si rispolverano progetti di evasione, i gruppi si ricompattano e si definiscono i programmi delle iniziative escursionistiche.

    Il Club Auto Storiche di Lendinara aveva deciso di effettuare la prima uscita con destinazione il Delta. Nel giorno prefissato, una luminosa domenica di Aprile, all’appuntamento erano presenti una ventina di auto messe a disposizione da vari soci: oltre quaranta i partecipanti all’escursione di primavera.

    Le auto, per la maggior parte modelli risalenti agli anni ‘60, erano state controllate nella meccanica e lucidate per l’occasione. Al clima allegro della scampagnata era stato conferito un tocco di solennità, sottolineata da un fervorino del presidente Roberto Davì, a ricordare che trattavasi di un’uscita culturale, alla scoperta di aspetti del Polesine ai più sconosciuti.

    La conta, una telefonata col cellulare per rintracciare un equipaggio in ritardo sull’appuntamento, e poi via verso la prima tappa fissata a Villadose: la villa del Doge, come recitava lo stampato predisposto per l’occasione, chiarendo il significato del toponimo.

    Al centro del paese la villa: un bel palazzo dalle linee rinascimentali denominato Ca’ Patella dal nome dei nobili veneziani che lo fecero erigere utilizzandolo come dimora di rappresentanza e villeggiatura. Un palazzo armonioso, edificato sulla riva destra dell’Adigetto, in una zona interessata da un ampio programma di bonifica culminato nell’incrocio idraulico delle “Botti Barbarighe”, punto nodale di una vasta area divenuta tra il XVI e XVIII secolo di notevole interesse sotto il profilo delle colture agricole in grado di assicurare consistenti guadagni.

    Dopo un accurato restauro Ca’ Patella è tornata a far bella mostra di sé con l’elegante porticato che la contraddistingue sul retro, dove si apre una piazzetta. La signorile dimora veneta, a seguito dell’intervento di recupero, è divenuta qualificata sede del municipio, riservando uno spazio alle iniziative del G.A.V., un’associazione culturale con particolari interessi nell’ambito della ricerca archeologica che, nella sala destinatale, ha allestito un’interessante mostra dei reperti antichi riaffiorati in loco.

    A far gli onori al gruppo lendinarese, il dottor Grigato, vicepresidente del G.A.V. che, dopo aver dato alcune informazioni sulle finalità del sodalizio villadosano (da tempo qualificatosi come primario riferimento provinciale nell’ambito della ricerca archeologica di superficie) passa ad illustrare l’esposizione museale, apprezzata dai visitatori sia per il materiale esposto, sia per la cura destinata agli aspetti esplicativi.

    All’interno del museo alcune tavole chiariscono come il territorio di Villadose al tempo dell’impero romano si trovasse al centro di una grande centuriazione, estesa dal medio Polesine fino alle propaggini della laguna veneta. Un territorio che gli agrimensori romani avevano suddiviso in appezzamenti regolari da destinare ai veterani, ovvero ai militari che avevano raggiunto l’età della pensione.

    La memoria del lontano passato, ravvivata da foto aeree della zona oltre che da occasionali ritrovamenti di reperti romani e paleoveneti, è stata di stimolo alla ricerca sistematica di superficie condotta dal G.A.V. (Gruppo Archeologico Villadose). Un’iniziativa protrattasi per vari anni e coronata da notevole successo, tanto che il materiale ritrovato ha offerto la possibilità di allestire la bella mostra, nella quale, accanto a monete, anelli, monili e urne cinerarie, si trovano interessanti testimonianze della produzione di laterizi, attiva in zona grazie alla presenza di alcune fornaci che, in virtù dei pezzi ritrovati, hanno consegnato alla storia il loro prestigioso marchio di fabbrica.

    Completata la visita, dopo un caloroso ringraziamento all’accompagnatore, sottolineato dall’omaggio di un gagliardetto del Gruppo Auto Storiche Lendinaresi, il percorso riprende verso la seconda tappa: S. Basilio, nel comune di Ariano.

    La suggestiva chiesetta medioevale, sorta su una duna fossile di origine marina, ha accolto il gruppo, mostrando al meglio le sue pulite linee romaniche evidenziate dal recente restauro. Una visita al vicino Centro Turistico Culturale consente di chiarire la lunga storia della località, dal tempo in cui era denominata Mansio Radriani, tappa di rilievo lungo la via Popillia da Rimini ad Altino, la cui memoria, oltre che nella famosa Tabula Peutingeriana, è assicurata dai reperti della villa rustica romana portata alla luce da recenti scavi archeologici.

    Conclusa la tappa con la lettura della poesia di Livio Rizzi ispirata dalle Case de cana, esposta nel settore della mostra dedicato alla tradizioni del Delta, l’itinerario prosegue alla volta della vicina tappa successiva: Ca’ Vendramin.

    Qui sorge il più grande complesso storico polesano legato alle complesse opere di bonifica del Delta: l’idrovora di Ca’ Vendramin, un grande impianto progettato alla fine dell’ ‘800, entrato in azione nei primi anni del secolo successivo ed attivo per circa settant’anni. Le potenti macchine idrovore compirono il prodigio di liberare dalle acque stagnanti un’ampia zona del comune di Ariano, consegnando nuovi terreni all’agricoltura e contribuendo a sconfiggere il flagello della malaria, allora malattia endemica nel basso Polesine.

    Il complesso, dominato dall’alta ciminiera, idonea a smaltire i fumi di combustione del carbone usato per azionare le macchine a vapore dell’idrovora, è stato recentemente restaurato dalla Regione Veneto ed è stato destinato a Museo della Bonifica, testimonianza di un’epoca pionieristica, in cui per la prima volta, dopo tentativi susseguitisi per secoli, la tecnologia diede finalmente all’uomo gli strumenti idonei per bonificare in modo stabile il Delta padano.

    Completata la visita all’idrovora, ammirando le soluzioni tecnologiche del tempo, nonché le pulite linee architettoniche degli edifici, il convoglio di auto storiche riprende la via con destinazione Gorino Sullam, paese sulla destra del Po di Gnocca, il cui toponimo è nel primo elemento legato al territorio che per molti aspetti fa riferimento alla Sacca di Goro, e nel secondo ricorda la ricca famiglia veneziana di origine ebraica che nell’ ‘800 divenne proprietaria della maggior parte dei terreni agricoli della zona.

    Meta della comitiva è l’Ostello Rifugio di Gorino Sullam, ottenuto dal recupero di un edificio un tempo destinato ad una scuola materna, chiusa in seguito all’esodo migratorio che ha interessato buona parte del Polesine nel ventennio ‘50-’70 del secolo scorso. L’accoglienza presso l’Ostello, gestito dalla Cooperativa Turismo & Cultura, è davvero festosa: un gruppo di giovani animatrici, guidate da Cinzia Girotto, vestite con i costumi della tradizione contadina, illustrano il risultato della loro ricerca di erbe campestri che costituiranno una base qualificante del menù predisposto.

    Il pranzo è di completo gradimento, animando la comitiva che, prima di accomiatarsi dall’ostello, ha modo di alzare i calici in alcuni beneauguranti brindisi, sottolineati da brevi ed azzeccati discorsi, gestiti con perizia e simpatia dal presidente del gruppo lendinarese.

    I motori vengono riaccesi per riprendere il cammino verso la Sacca di Scardovari, con destinazione Marina 70. Suggestivo risulta il transito sul ponte di barche che unisce Gorino Sullam a Santa Giulia. Si procede sulla riva sinistra del Po di Gnocca, fin quasi alla foce, seguendo poi la strada arginale che delimita la grande Sacca, luminosa distesa di azzurro, che improvvisa si offre alla visione dei gitanti.

    L’arrivo a Marina ‘70, costituisce una gradita tappa presso uno dei locali più belli del Delta, l’unico che si apre sullo specchio marino contornato da una verde pineta. Ma è anche l’occasione per ricordare la recente storia della località che nel novembre del 1966 fu testimone di una drammatica mareggiata che sconvolse tutto il territorio retrostante, allagando l’isola della Donzella, ovvero la porzione più grande del comune di Porto Tolle. Un triste episodio strettamente connesso al fenomeno del bradisismo indotto nella zona dalle estrazioni di metano, interrotte solo dopo la tragica alluvione.

    Fatta una breve considerazione sulla necessità che l’uomo indirizzi le sue azioni in un’ottica di rispetto ambientale, si riprende l’itinerario, indirizzando il percorso verso Ca’ Tiepolo, capoluogo del grande comune di Porto Tolle, ove è prevista una breve sosta nella piazza del Municipio da poco riedificato. Nell’occasione è stata completamente risistemata anche l’area antistante, ove è stata posizionata la bronzea statua del Ciceruacchio, lo sfortunato seguace di Garibaldi che proprio qui fu giustiziato dagli Austriaci.

    E’ tempo di iniziare il viaggio di ritorno, puntando su Porto Viro, ove è prevista una tappa presso il Centro Nautico Po di Venezia, recente iniziativa turistica ricavata in seguito ad un interessante recupero di una ex fornace ubicata in golena. Apprezzato l’intervento di risistemazione del complesso che ha permesso di salvare un bene architettonico altrimenti destinato alla rovina, dotando nel contempo la località di una struttura di accoglienza turistica, il convoglio di auto riprende il percorso. Si procede lungo la riva sinistra del Po Grande nel senso contrario alla corrente fino alla Conca di Volta Grimana, ovvero all’incile del Po di Levante che è governato da una chiusa. Questo ramo del Po scorre infatti a livello più basso del Po di Venezia da cui si diparte. Per questo è stato scelto dall’uomo anche per accogliere e portare a mare le acque del Canalbianco, corso d’acqua che in questa zona scorre vicinissimo al grande fiume.

    L’ultima tappa è a Cavanella Po, ove, non lontano da un grande edificio industriale abbandonato, un tempo fiorente zuccherificio, sorge la più grande idrovora d’Italia realizzata quale by-pass per permettere alle acque del Collettore Padano Polesano di passare nel Canalbianco, per poi defluire verso il mare tramite il Po di Levante. Una struttura di grande rilievo che testimonia, ancora una volta, di come il territorio del Delta debba essere sempre controllato dall’uomo per assicurarne la sicurezza idrogeologica.

    Fatta la conoscenza con il Delta, con i suoi rami e con i corsi d’acqua che su questi gravitano, è tempo di concludere la giornata osservando il rosso disco del sole che tinge le acque del Po di Venezia. Un cordiale saluto tra tutti i partecipanti e la promessa di ritrovarsi per una prossima escursione chiude la bella giornata, che ha visto protagoniste le auto d’epoca.

    Le quali hanno svolto ottimamente il loro servizio, permettendo di completare un itinerario turistico in cui le suggestioni paesaggistiche si sono legate agli opportuni approfondimenti culturali.

  • Villa Peretti

    Polesine, terra di ville dalle splendide architetture che ancora resistono immerse nei suggestivi scenari che la natura offre. Anche Ceneselli può pregiarsi di ospitare nel suo territorio da più di quattro secoli una di queste notevoli strutture, la secentesca villa Peretti. I suoi lineamenti solenni si intravvedono, tra le piante secolari a dimora nel parco antistante, non appena si lascia il centro del paese in direzione Castelmassa.

    Chi oggi ammira villa Peretti e i suoi pregi architettonici difficilmente può immaginare che fu costruita più di quattro secoli or sono con funzioni del tutto diverse da quelle residenziali. S’impone a questo punto un salto nel passato per ricostruire, sulla scorta di quanto certificato dalla documentazione consultata, le tappe principali della storia di tale edificio.

    Le origini

    Non vi sono notizie, certe ma tutto lascia supporre che l’immobile sia stato fatto costruire dal cardinale Peretti, poi papa Sisto V, con funzioni di granaio e di deposito agricolo.

    Figlio di un contadino, nato a Grottammare – nella marca di Ancona -, il 13 dicembre 1520, Felice Peretti a dodici anni entrò nell’ordine dei francescani. Fu ordinato sacerdote a Siena nel 1547. Frate ascetico, fu notato da papa Paolo IV che nel 1552 lo nominò membro della sua commissione per la riforma per poi promuoverlo, l’anno dopo, a inquisitore di Venezia. Nel 1556 venne consacrato vescovo, nel 1570 venne fatto cardinale e il 24 aprile 1585 divenne papa con il nome di Sisto V. Il 27 agosto 1590, dopo una serie di attacchi di malaria, concluse la sua esistenza terrena¹.

    Secondo la tradizione, quand'era ancora cardinale, Felice Peretti avrebbe dotato i familiari di feudi che comprendevano anche terre del Polesine ed in particolare: Bagnolo, Castelguglielmo, Canda, Salvaterra, Crocetta e Ceneselli.

    Le prime notizie certe su villa Peretti risalgono alla fine del Seicento. Ceneselli contava allora 1769 abitanti ed era arciprete don Carlo Novi.

    Alla presenza del notaio Bartolomeo Moratti, Pietro Peretti – all’epoca proprietario dell’edificio – dispone a favore della moglie marchesa Violante Bonaccorsi il suo testamento “sigillato con il mio sigillo proprio²”. Nel documento si legge che “In questo foglio cuccito sta scritto e sottoscritto di mia propria mano il mio ultimo testamento che questo dì 13 maggio 1699 consegno alla presenza dei Padri (frati cappuccini, ndr)”. Nel testamento si parla di numerose proprietà e possedimenti e di una “casa e fenille”, così viene identificata l'attuale villa.

    Qualche anno prima, nel 1696, lo stesso Peretti aveva disposto una perizia sulle sue proprietà. In tale documento viene citato quel “fenile con pozzo e albo di Massa per scudi centoottantasette”. Gli atti conservati attestano che la villa non fu mai venduta e venne trasmessa nell'ambito della famiglia Peretti di padre in figlio sino ai nostri giorni.

    La villa dall'esterno

    L’immobile presenta un'impostazione classicheggiante ed è cinto da mura davanti e sul lato sinistro. Nella zona antistante ma anche in quella retrostante si può ammirare un parco-giardino ricco di vegetazione varia. In esso spiccano una maestosa magnolia messa a dimora nel 1865 e altri alberi secolari. Sul lato sinistro dell'edificio per chi si pone di fronte ad esso sono visibili altri locali pertinenziali e una barchessa costruita all’epoca per il deposito delle carrozze.

    Osservando la villa è possibile rendersi conto che l'attuale aspetto è il frutto di due campagne di lavoro. Il volume cinquecentesco è stato infatti integrato ed abbellito dalla realizzazione di una doppia loggia a tre arcate, “frequente nell'edilizia gotica lagunare³” coronata da una elegante cimasa. Tale modifica risale alla seconda metà del '700 e fu voluta da Giulio Peretti. L'intervento ha conferito ulteriore pregio all'edificio accentuandone il carattere residenziale. All’epoca due scale laterali annesse alla loggia conducevano direttamente dall’esterno al piano nobile. In seguito sono state rimosse.

    Uno sguardo all'interno

    E, finalmente, si entra nella villa.

    Nella parte visitata, l'edificio presenta due piani più un granaio di rilevanti dimensioni. Al primo livello si possono ammirare pavimenti in terrazzo alla veneziana, due ampie sale, uno con soffitto piano, l’altra con travi arricchite da affreschi in ottimo stato: si possono notare deliziose grottesche di epoca incerta raffiguranti racemi con uccelli che ornano le travi intonacate.

    Grazie ad una scala in marmo di pregevole fattura si accede al piano superiore tutto pavimentato in cotto. Gli occhi del visitatore volgono inevitabilmente all'insù per ammirare gli affreschi che caratterizzano il soffitto.

    La ricca decorazione di affreschi, che impreziosisce villa Peretti, trova la sua massima espressione nell'elegante rappresentazione, realizzata verso la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, che occupa l'intero soffitto di una delle stanze da letto, quella riservata agli ospiti. Vi si notano cinque clipei. In quello centrale – il più grande – una deliziosa giovane rappresenta la natura mentre negli altri quattro, posti agli angoli del soffitto, sono raffigurati angioletti inseriti in un contesto di natura e di elementi che richiama le quattro stagioni e il succedersi del tempo. Il tutto è completato da altri elementi decorativi.

    Un lavoro impegnativo, in ottimo stato conservazione, delicato nei colori e nei motivi a tal punto che risulta difficile all'osservatore staccare il proprio sguardo da quelle immagini per rivolgerlo altrove. Un'opera impegnativa, si diceva in precedenza, che l'autore – Anselmo Baldissara- ha voluto firmare una volta completata e consegnata alla storia.

    Anselmo Baldissara

    Non sono molte le notizie sul pittore-decoratore che ha lasciato una raffinata testimonianza del suo talento all’interno di villa Peretti. Nacque a Sermide (Mantova) il 7 febbraio 1867 da una famiglia di piccoli possidenti ed imbianchini.

    Uomo riservato, amava la solitudine della riva del Po che raggiungeva di frequente. Là si dilettava a disegnare e copiare con grande abilità immagini sacre, figure. La perfezione raggiunta, però, non lo soddisfaceva. Baldissara avvertiva che gli mancava ancora qualcosa per raggiungere l’arte.

    Il 12 ottobre 1884 “Salmin”, così era chiamato dalla gente del luogo, si iscrisse all’Accademia di Brera in Milano, dal 1882 diretta dal maestro Luigi Cavenaghi del quale divenne allievo prediletto. Si licenziò con lusinghieri risultati.

    Nel 1888 fu aiutante del suo maestro Cavenaghi nella decorazione della Collegiata di S. Maria Assunta a Gallarate. Si sposò a Sermide nel 1891 con Ildegarda Bazzoli.

    Cercò la fortuna, al pari di tanti altri, raggiungendo l’America del Sud. Ai primi del ‘900 tornò in patria stabilendosi nella natia Sermide.

    Si affermò nelle decorazione sia di ville che di molte chiese del Mantovano e del Rodigino⁴. Sono almeno venti le chiese che conservano al loro interno scene sacre realizzate dal Baldissara.

    “Salmin” raggiunse l’età di ottantasei anni nella sua Sermide, dove si spense il 10 giugno 1953. Non rinunciò mai alla sua umiltà come a lasciar condurre dalla fede il suo felice pennello.

    Anch’egli aggiunse il suo tocco artistico a villa Peretti, dimora carica di storia vissuta, e contribuì ad aumentare il fascino che il visitatore porta con sé uscendo da essa.

  • L’Amolara

    Un documento innanzitutto: “Il Consorzio di Campagna Vecchia Inferiore è una società di possidenti che ha per iscopo l’azione della Macchina a Vapore, istituita nell’anno 1853, nella località Amolara, a beneficio dell’intero Consorzio e specialmente di quei terreni il di cui asciugamento non avrebbesi in via ordinaria potuto conseguire con la naturale defluizione delle acque”.

    Si apre così lo Statuto del Consorzio di Campagna Vecchia Inferiore dei Presidenti Michele Modena e Marco Antonio Grimani Giustinian, omologato con tutti i crismi il 27 ottobre del 1871 dal Prefetto Homodei, segnando una vera e propria svolta tecnica nella bonifica dei territori di Borsea, S. Apollinare, Ceregnano, Villadose, Adria, Fasana, Aserile e Baricetta scolanti nel condotto Fossetta che, dopo essere nato a Ceregnano, terminava il suo corso per lo scolo naturale e “… mercè l’azione della Macchina a Vapore …” in Canalbianco.

    Ed ogni qualvolta lo Statuto o altre relazioni tecniche citano Amolara, lo fanno con la maiuscola, consapevoli che senza di essa non era possibile dare sicurezza idraulica al territorio, perennemente interessato da rotte spaventose che mettevano in ginocchio le aziende agricole e la produzione di un’area del Polesine fra le più fertili. Nella quale, oltre alla tradizionale coltura del frumento, prendevano sempre più corpo la canapa ed il lino che avevano notoriamente bisogno di tanta acqua per il ciclo finale delle lavorazioni.

    Amolara mitizzata è rispettata, quindi, fin dalla sua messa in funzione, poichè troppo importante per l’economia e per la gente che era certamente rassicurata dal ritmico canto delle poderose turbine idrofore installate nella sala macchine che, pur essendo molto spaziosa, quasi scompare di fronte al grande fabbricato centrale costruito per ospitarvi i custodi ed i macchinisti, ma soprattutto grandi quantità di carbone e di legna necessari per il funzionamento delle pompe.

    E’ curioso ricordare che del progetto iniziale, steso nel 1853 dall’ing. Cesare De Lotto di Cavarzere, che porta il titolo Prosciugamento artificiale del Consorzio Campagna Vecchia Inferiore a mezzo di ruote idrofore mosse da macchina a vapore, vennero eseguite soltanto alcune parti, ma aspetto più interessante, furono sostituite in sede di appalto le tradizionali ruote a schiaffo con le più moderne “turbine” realizzate dalla ditta milanese Schlegel & C..

    Amolara ha funzionato egregiamente fino al 1992, anno in cui, a seguito di un brillante riordino idraulico operato dal Consorzio di Bonifica Polesine Adige-Canalbianco che convogliò le acque del Fossetta nell’Emissario Buniolo e, quindi, in Canalbianco a mezzo dell’impianto idrovoro di Cengiaretto cessò di essere determinante per la bonifica del nuovo Consorzio nato nel 1978 dalla incorporazione di altri sei enti consortili.

    In quasi centoquarant’anni di vita il complesso di Amolara è stato costantemente adeguato alle necessità della bonifica, subendo interessanti e consistenti aggiornamenti, fra i quali figura la modifica delle caldaie per la produzione del vapore (1867), l’installazione di pompe centrifughe (1902-1909) – poi elettrificate (1920) -, l’inserimento di due motori diesel (1935) in sostituzione delle caldaie subito demolite, l’abbellimento della facciata con la sopraelevazione del tetto e la costruzione del timpano che tanto la fa assomigliare alla facciata del palazzo Montalti di Rovigo.

    Ma Amolara è stato anche rifugio di patrioti sia durante il periodo della Carboneria e dell’indipendenza nazionale che durante la lotta di liberazione, perchè era considerato inaccessibile e miticamente sicuro.

    Dal 1992, pur ospitando alcuni Uffici staccati del Consorzio Adige-Canalbianco, e dal 1998 il “Septem Mària Museum” allocato nella sala macchine, prestigioso retaggio di un mondo da non dimenticare e cuore del museo sulla civiltà delle acque, il glorioso complesso immobiliare rischiava di finire in uno stato di degrado senza ritorno, se non fosse nata l’idea di un suo recupero.

    Ma quale impiego si poteva fare di un così prestigioso e storico complesso immobiliare?

    E’ sembrata buona subito l’idea di Turismo & Cultura – che ha sapientemente assistito il Consorzio nei tempi della progettazione, dell’esecuzione e dell’allestimento di Amolara – di dar vita ad una struttura ricettiva per il turismo e per la cultura, a servizio di un’area fra le più significative del Polesine alla porta ovest del Parco del Delta del Po. Nell’arco di tre anni è nato il Museo sulla civiltà delle acque, un ostello con annesso un adeguato e moderno servizio di ristorazione, una zona uffici del Consorzio, un punto turistico per la Città di Adria, uno spazio bancario promosso dalla BCC Santa Maria Assunta e la sede provinciale dell’Associazione Nazionale di Ingegneria Naturalistica.

    Non è stata un’impresa facile, ma il Consorzio ce l’ha messa proprio tutta per far bene e per restituire alla Comunità Polesana uno dei simboli del lavoro e dell’intelligenza dell’uomo nella lotta per la sicurezza delle terre contro il potere dominante dell’acqua che, se non regolata a dovere, può creare tanti e tanti problemi.

    Ora tocca al gestore (la Coop. Turismo & Cultura) mantenere al meglio la grande Amolara, far funzionare l’ostello, attirare turisti con idonee iniziative verso il Polesine e soprattutto verso il Parco del Delta del Po, completare il Septem Mària Museum con l’Archeolparco che sfrutti la vasta area esterna ancora disponibile e, soprattutto, quel che resta del vecchio mandracchio che scaricava le acque del Fossetta liberamente verso il Canalbianco, oppure, quando c’erano le grandi piene, con l’azione della macchina.

    E a chi dovesse distrattamente non accorgersi del bel complesso perfettamente restaurato che si trova ubicato in via Capitello, prima dell’impattante ponte attraversante il Canalbianco, non potrà non notare la grande canna fumaria che lo sovrasta e lo domina, a memento di una storia grande di una bonifica fatta di braccia, di carriole, di fango, di lavoro, di intelligenza, di rispetto per la natura e per la terra, in un confronto continuo con l’acqua, elemento primario di cui l’uomo non può fare a meno

  • La porta del Delta

    Canalbianco. Nell’esposizione museale, oltre ad osservare le pompe centrifughe che ben presto sostituirono le ruote a “schiaffo”, è possibile seguire un percorso di interesse didattico incentrato sul rapporto dell’uomo con il territorio, con particolare riferimento all’attività di bonifica a cavallo tra l’ ‘800 ed il ‘900.

    All’interno dell’immobile recuperato è stata anche ricavata una sala convegni, utile per iniziative culturali o di interesse economico per tutta la zona bassopolesana.

    Inoltre, a sottolineare il valore di promozione del territorio bassopolesano, quale “porta del Delta”, nello stabile ha trovato posto un ufficio di informazioni turistiche, in sintonia con le iniziative del Parco Regionale Veneto Delta del Po, rappresentato nella giornata dell’inaugurazione dal presidente, senatore Franco Mainardi. Al servizio degli utenti è stato anche installato un bancomat a cura della B.C.C. Santa Maria Assunta di Adria, che non ha mai fatto mancare il proprio sostegno all’iniziativa. Da non dimenticare un altro qualificante riferimento al mondo naturale, costituito dallo spazio messo a disposizione all’AIPIN, Associazione Italiana per Ingegneria Naturalistica, che in loco può contare anche su un adeguato campo prove, mentre il Consorzio di Bonifica, proprietario dell’immobile, si è ricavato nello stabile riattato un moderno ufficio a disposizione dei propri soci e degli utenti.

    Il recupero dell’ex idrovora dell’Amolara costituisce dunque un intervento molto qualificante per il Polesine, a vantaggio del settore turistico, e destinato pertanto alla promozione del territorio deltizio di cui, a parte alcune iniziative pionieristiche, solo da un decennio si sono scoperte le potenzialità originali.

    Si tratta di un importante intervento di valorizzazione della realtà provinciale che si lega ad altri di consistente respiro, primo fra tutti il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, in grado di far risaltare un volto nuovo del Polesine, terra ospitale dalle antiche radici.

    Per informazioni, visite e prenotazioni: CeDi-Turismo & Cultura, Tel. 0425.26270.

  • Il Museo della giostra

    Il Museo della giostra

    Bergantino, in riva al Po nella parte più occidentale del Polesine, dal 1999 offre un centro di interesse molto particolare, motivo di una sosta di qualche ora nel cuore del paese: il Museo della Giostra e dello Spettacolo popolare.

    Fortemente voluto dall’Amministrazione Comunale, che ha trovato un valido appoggio nella Provincia di Rovigo e in importanti istituzioni culturali quali l’Accademia dei Concordi, il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, e il Centro Etnografico Ferrarese, il museo è alloggiato nei locali del Palazzo Strozzi, edificio settecentesco, restaurato da alcuni anni, con l’obiettivo di destinarlo a sede dell’originale mostra documentaria¹.

    Il visitatore, che entra in questa nuova istituzione museale, trova al pianoterra del Palazzo l’esposizione della Mostra “La Piazza Universale”, che, come parte didattica, presenta una ricca documentazione iconografica, suddivisa in sezioni che formano un percorso culturale sulla storia del luna park.

    LE ORIGINI è il titolo dato alla prima sezione che contiene immagini di giochi e spettacoli rituali delle società antiche, confluiti, attraverso un’evoluzione storica, nel luna park contemporaneo. Ricordiamo, come esempio, il labirinto, che è il gioco più antico fra quelli entrati nel luna park e risale alle culture del Vicino Oriente, antico di 5000 anni fa, quando aveva un significato mitico-religioso di viaggio pericoloso, irto di ostacoli, propri dei riti di iniziazione; l’ingresso in un “aldilà” dal quale si può ritornare solo se si posseggono determinate prerogative e conoscenze.

    I percorsi sotterranei, compiuti nell’oscurità, dei moderni luna park (vedi Gardaland), itinerari durante i quali si fanno incontri terrificanti e che spesso sono compiuti in barca (Tunnel delle streghe, Case fantasma, ecc.), hanno degli antecedenti nella cultura dell’antico Egitto, come testimoniano le immagini tratte da affreschi di Luxor. Così come il Gioco dell’oca e dell’Albero della cuccagna lo troviamo in origine nella sua forma più semplice in giochi rituali agrari rappresentati sul tempio funerario di Pepi II e Saqqarah in Egitto.

    Procedendo nel percorso, si giunge così alla seconda sezione:

    LA FIERA, che nasce nel Medioevo come grande mercato delle merci, in cui si inserisce per sopravvivere una folla variopinta di ciarlatani, maghi, mangiatori di spade e di fuoco, acrobati, venditori di reliquie miracolose, truffatori, vagabondi, cantastorie, ammaestratori di cani, orsi e scimmie, ecc., tutta gente che offriva al pubblico della fiera giochi e spettacoli per poter “sbarcare il lunario”. È insomma tutto un mondo al quale soltanto di recente gli studiosi hanno cominciato a prestare attenzione. Questa rappresentazione della Fiera Medioevale è legata a poche, ma forti immagini, come quella della Fiera dell’Impruneta di Jacques Callot in esposizione nella mostra nelle dimensioni di una gigantografia.

    La terza sezione è dedicata al LUNA PARK. È l’antica fiera che si evolve e si trasforma sotto la pressione delle nuove fonti di energia e delle conquiste tecnologiche, che consentono l’introduzione nei parchi di mezzi meccanici, di strutture gigantesche e “mostruose”, che sfruttano i gusti e le esigenze della nuova utenza rivolta verso il movimento violento, le forti velocità, l’illusione del rischio e l’esasperazione delle emozioni.

    In questo mondo dominato dalla tecnologia sembrava non esserci più spazio per gli artisti ambulanti. Soltanto in questi ultimi anni è in atto una certa tendenza alla rivalutazione di giochi e spettacoli che nascono spontaneamente dalla fantasia e dalle abilità fisiche e intellettive personali, com’era nelle antiche fiere e nei successivi parchi dei divertimenti, che si reggevano sulle sole risorse umane.

    Di particolare interesse in questa sezione è lo studio sull’origine delle prime giostre in Turchia in occasione delle Feste del Sultano a partire dal 1300 e fino al 1700. Le cosiddette Altalene Turche si diffusero poi in Europa, attraverso una mediazione russa e germanica, che fece da ponte fra Oriente e Occidente. Una ricca documentazione iconografica e una serie di curatissimi modellini rappresentano felicemente la nascita e l’evoluzione della giostra, dalle forme più semplici alle mastodontiche costruzioni moderne.

    Questo studio sulle origini del luna park porta a delle conclusioni. Il luna park viene definito “un sistema di giochi dalle origini antiche, ma trasformati e riproposti in forma “macchina” (E. Silvestrini). Per ciò che concerne la funzione e la forma di alcuni padiglioni, il luna park è anche riconducibile ai riti d’iniziazione: infatti labirinti, viaggi nel mondo sotterraneo, percorsi accidentati, altalene, giostre del brivido, in cui si cerca di superare paure adolescenziali affrontando ardue prove per affermarsi nei confronti di se stessi e in rapporto agli altri coetanei, tutto ciò rappresenta il luna park come un viaggio iniziatico, in cui l’iniziando viene immesso, perché attraversi un’esperienza fondamentale che lo porti ad essere diverso da quello che era.

    La mostra prosegue al primo piano del Palazzo Strozzi, ove ha trovato una sua idonea collocazione una rassegna fotografica, allestita a mo’ di sala cinematografica, che presenta una ricca raccolta di foto artistiche sugli spettacoli di piazza nella periferia romana degli anni ’50. Queste splendide foto sono il risultato di una ricerca del 1957, condotta dall’antropologa Annabella Rossi e testimoniano del notevole interesse scientifico per la cultura dei fieranti, che si andava affermando a partire da quegli anni.

    In questa ampia esposizione, che per la natura dei documenti esposti conferisce al Museo un carattere nazionale, non poteva mancare il riferimento agli aspetti locali dello spettacolo viaggiante, dell’ambiente in cui il Museo stesso affonda le sue radici. Al secondo piano del Palazzo Strozzi è stato quindi sviluppato il tema La gente del viaggio e l’industria dei sogni a Bergantino e dintorni, una sezione locale dedicata a giostre, spettacoli, spettacolisti e costruttori di Bergantino e paesi vicini, al fine di ricostruire, attraverso fotografie e documenti di vario genere, una storia della giostra e dei centri di produzione nel territorio locale.

    Questa è la sezione più frequentata dai visitatori, che hanno modo di cogliere in forma immediata, l’evoluzione dei vari tipi di giostre attraverso grandi foto che vanno dagli anni ’30 ai nostri giorni.

    Ma l’interesse maggiore è spesso rivolto alle immagini dei protagonisti dello spettacolo viaggiante bergantinese, soprattutto dei pionieri, come i Favalli, i Bacchiega, i Protti, ecc., personaggi che sono entrati ormai nel mito, in quanto, in un momento storico di grandi difficoltà economiche, hanno aperto una strada, che ha portato il benessere alle famiglie che l’hanno percorsa e di riflesso a tutto il paese.

    Ancor oggi a Bergantino sono ben 50 le famiglie dei cosiddetti Viaggiatori, che – per usare un verso del poeta D’Annunzio, nella “Preghiera del viaggiante” – “costruiscono con le loro giostre il breve incanto delle città effimere, ultime fiabe viventi degli uomini che cercano il puro sorriso dell’innocenza perduta”.

  • L’anno del Cinquantesimo

    Molte le manifestazioni organizzate nel corso del 2001 per ricordare il 50° anniversario della grande alluvione. In quasi tutti i comuni del Polesine sono stati attuati incontri, realizzate tavole rotonde, allestite mostre documentarie, date alle stampe pubblicazioni per ricordare l’evento più tragico del dopoguerra, che ha strettamente legato gli abitanti della terra dei fiumi: prima nel momento del dramma poi in quello della ricostruzione.

    Di interesse anche i convegni, dedicati al ricordo, ma anche ad avanzare proposte ed illustrare progetti. Su questa linea si è mossa ad esempio l’associazione Polesani nel Mondo che, alla giornata celebrativa e di approfondimento del passato organizzata a Rovigo, ha fatto seguire un importante incontro a Ca’ Cappello di Porto Viro ove sta per sorgere la “Casa del Polesano”, struttura in parte destinata all’accoglienza ed in parte a testimoniare, con un’idonea esposizione museale, il consistente fenomeno migratorio che in vent’anni, dal ‘51 al ’71, ha portato 120.000 persone a lasciare la provincia di Rovigo.

    In tutte le cerimonie ufficiali il ricordo si è giustamente legato ad una panoramica sulle attese di sviluppo del Polesine, terra che specie negli ultimi anni ha fatto registrare un positivo trend di crescita, ma che conta, con le infrastrutture da tempo programmate (idrovia, completamento della transpolesana, casello autostradale di Villamarzana, Nuova Romea – E 55, ecc.) di colmare il ritardo che ancora la separa dalle province venete economicamente più avanzate.

    Ma non sono mancate anche altre voci, che qui si ritiene opportuno richiamare, intese a sottolineare i rischi che la rincorsa allo sviluppo può comportare, mettendo in secondo piano i problemi inerenti la difesa del suolo e dell’ambiente. Quest’ultimo, proprio per i ritardi dell’industrializzazione, si presenta infatti più integro e più interessante sotto il profilo della fruibilità, rispetto ad altre province del Veneto.

    Il territorio del Polesine richiede insomma grande attenzione verso gli aspetti concernenti la sicurezza idrogeologica e la peculiarità ambientale, anche in una prospettiva di valorizzazione dell’intera provincia su nuove basi. Sull’ambiente paesaggistico ed architettonico si stanno infatti sempre più appuntando interessanti prospettive di crescita, che richiedono una scelta di campo univoca. Occorre al più presto mettere la parola fine agli inquietanti scenari che si affacciano, tra cui l’ipotesi di realizzare un terminal gasifero ed un inceneritore di rifiuti nel cuore del delta, nonchè quello di utilizzare propellenti tutt’altro che ecologici per la centrale termoelettrica. Questi ed altri progetti, che appaiono in stridente contrasto col concetto di sviluppo sostenibile, richiesto non solo dall’avvio dell’Ente Parco, ma più in generale dalle caratteristiche morfologiche del Polesine, vanno accantonati.

    Altri gli obiettivi da persegire, a cominciare dalla rivivificazione dei corsi d’acqua e delle lagune e dalla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale di quella che, a buon diritto, viene definita la terra dei grandi fiumi.

  • La pittura magica di Bruna Doria

    L'artista dipinge un mondo di pace rivalutando il ruolo della donna. È un mondo immaginario e magico, ma nello stesso tempo reale e quotidiano.

    È nata e vive a Chioggia, e per molto tempo ha dipinto in modo naif; perciò particolare è, ancor oggi, la sua maniera di vedere e di disegnare la realtà. Autodidatta, ha iniziato da ragazzina a cogliere gli aspetti del mondo che la circondava e a fermarli sulla tela.

    Il caso volle che anche suo marito, incontrato in età giovanile, fosse un pittore e insegnante di disegno (aveva frequentato il liceo Artistico di Chioggia e poi l'Accademia) e insieme, ma in modo diverso, hanno messo in evidenza, nella loro pittura le caratteristiche della vita di tutti i giorni, con i problemi quotidiani e le difficoltà di ogni genere. Va comunque detto che il marito, Walter Pregnolato, scomparso 11 anni fa, non l'ha mai influenzata, lasciando che la sua pittura fiorisse sviluppando le sue capacità.

    Entrambi sono stati chiamati negli anni 80 a dipingere dei murales a Cibiana di Cadore, e successivamente a Jesolo lei per poter dare più interesse alla località e arricchirla sotto il profilo artistico. Così un po' alla volta le case del paese sono state abbellite esternamente dalle pitture di vari "maestri" del pennello, tra i quali Gattuso, Calabrì, Magnolato ed altri, attirando curiosi e persone da ogni parte del mondo. E tra le varie opere ben figura il murale di Bruna Doria.

    Le sue tele sono impregnate di luce, di dolcezza, di colori tenui e nello stesso tempo decisi e determinati. Le sue figure sono spesso femminili perché molto probabilmente il suo mondo infantile all'inizio e poi da adulta è stato dominato dalle donne: la mamma, le nonne, le cognate, le zie, le figlie, donne che hanno affrontato i problemi quotidiani, le difficoltà della vita con coraggio; difficoltà che sono trasformate dalla sua fantasia che trasporta le normali e quotidiane azioni nell'immaginario.

    Sono dipinti che fanno un po' pensare ai personaggi di Garcia Marquez in "Cent'anni di Solitudine". Pur dipingendo le attività della sua Chioggia, la vendita del pesce, delle angurie, del mercato dei fiori, i personaggi della piazza, del teatro, nei suoi quadri Bruna Doria tocca anche altre argomentazioni, come le quattro stagioni con i segni zodiacali, i tarocchi, le maschere, e alcuni episodi della Bibbia, oppure il matrimonio combinato e il matrimonio d'amore, la politica, ecc.

    Un elemento caratteristico della sua pittura sono i grandi occhi dei suoi personaggi, occhi incantati, teneri, dolci che esprimono tutto l'incanto della vita, dove tutto è trasformato. Spesso nei suoi quadri sono anche presenti i gatti, sornioni e complici che sembrano osservare tutto e tutti dalla loro piacevole posizione.

    Le conchiglie che la pittrice ama, che conserva e delle quali fa la raccolta, sostituiscono gli strumenti musicali e le sue donne toccano con dolcezza non il violino, il pianoforte o la chitarra, ma conchiglie grandi o piccole, delicate ed espressive dalle quali sembra uscire una musica, celestiale e diafana.

    Il suo mondo creativo ci porta ad alte vette, le sue donne fanno anche pensare, per le loro proporzioni, alle figure di Botero.

    Sono donne positive che lanciano dei messaggi a tutti noi. Ci ricordano che la natura, che la Doria dipinge con colori dolci, delicati, intensi nello stesso tempo, ma armoniosi, è buona, che le donne portano avanti anche i problemi della vita, che la figura femminile è elemento positivo nella creatività. Nel suo dipinto di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, per esempio, è Adamo che offre la mela ad Eva; è l'uomo che ha tentato la donna e non il contrario; ella non è così tentatrice e colpevole, come per millenni l'ha voluta la tradizione; inoltre ha preso possesso di sé stessa, del suo equilibrio interiore, della sua dignità.

    Il suo raccontare è fantastico, ma nello stesso tempo dominato da una logicità costante nelle sue tematiche; ogni dramma della vita è da lei trasformato e reso più pacato, più dolce. È come Orfeo che calma le belve che ci sono dentro di noi, per parlare di un mondo che accetta gli altri ed ama la bontà; è apertura alla vita stessa. La sua pittura si inserisce nel filone del figurativo, ma nello stesso tempo esprime elementi simbolici, metafisici, astratti; è una pittura complessa e piena di messaggi.

    Oltre alla pittura, la Doria si dedica alla grafica, alle acqueforti, alla litografia.

    Possiamo considerare la pittrice Bruna Doria quasi una "polesana", dato che da anni frequenta queste zone grazie a persone amiche che abitano a Taglio di Po. E chi la conosce, si augura che possa nascere l'occasione per ripetere l'esperienza vissuta in alcune località montane: dipingere, cioè, abitazioni del Delta, fare dei murales che possano arricchire ulteriormente l'ambiente inserito nel Parco del Delta del Po, costituendo un'attrazione per i turisti, per far conoscere a tutto il mondo queste meraviglie paesaggistiche che tutti ci invidiano e che devono essere valorizzate.

    Bruna Doria ha il suo studio in Chioggia, Corso del Popolo, 1378 – Tel. 041/400619.

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