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Archivi: Articoli d’archivio

  • S. Giovanni Battista di Bottrighe

    Dalla terra dei grappoli d'uva o meglio dal greco Bottris – ghe (grappolo – terra) oppure dal nome dell'arciprete della Cattedrale di Adria, Maurizio Butrigo, si potrebbe risalire al nome del centro rivierasco che sorge lungo l'argine sinistro del Po Grande. Sembra comunque più probabile la seconda ipotesi dato che proprio Monsignor Butrigo avrebbe, secondo un documento del 1280, acquisito da un certo Papoxio (Signore di Papozze), un fondo dove sorgerà successivamente la "Villa delle Bottrighe".

    Per la prima volta il nome appare nelle antiche pergamene del 1312, indi nel 1418 per indicare il cosiddetto Po di Drizzagno. Sembra ancora, ma non lo diamo per certo, che proprio Monsignor Butrigo abbia dato vita alla costruzione di una chiesetta con il concorso degli abitanti del luogo in prossimità dell'argine del Po. Ma forse il tempietto era preesistente, poiché appare improbabile che Bottrighe fosse senza oratorio quando, per lunghi periodi, nella zona era tutta una fioritura di edifici sacri.

    Il primo a dare notizia di questa chiesa è il Vicario Peroto che nell'anno 1603 così scrive in una sua relazione: "Visitai una chiesa; il Santissimo era in tabernacolo di legno, posto sopra uno sgabello: cosa indecente! Trovai l'Ostensorio senza base, Pisside senza piede, un calice con patena di rame, Reliquie senza autentiche, poste entro vasetti che vengono portati in processione. Vidi, di buono, solo un Ostensorio donato dal Nobile Giulio Estense Tassoni, Signore delle Bottrighe. Il Battistero era in fondo alla chiesa, a destra e mancava di tutto".

    Questa dunque la sconsolante situazione che nei primi anni del XVII secolo contraddistingueva la chiesetta trecentesca di Bottrighe dedicata a San Giovanni Battista che, con il Battistero, testimonia la presenza di un curato. Di essa si trovano testimonianze anche nel 1825 con il sacerdote Francesco Dan che ha l'obbligo di celebrare la prima e terza domenica del mese nell'oratorio passato sotto la giurisdizione della parrocchiale principale di Bottrighe.

    Nel 1842, causa le tristi condizioni in cui si trovava, la chiesa di S. Giovanni, spesso allagata per i lavori di raddrizzamento del Po, venne chiusa e furono asportate tutte le cose più importanti: la pietra sacra, due campane del campanile, la pala di S. Giovanni Battista posta sull'altare maggiore e altri santi, le reliquie, con l'autentica del Vescovo Retano, della Vergine, di S. Giovanni Battista, di S. Giuseppe, di S. Vincenzo Ferreri, di S. Antonio da Padova, di S. Francesco di Paola e di S. Gaetano da Thiene.

    La chiesetta da allora non venne più riaperta, in breve dovette subire un velocissimo processo di decadimento, fino a crollare facendo perdere perfino le proprie tracce. Nessun documento relativo alla sua scomparsa è mai stato trovato.

  • Poesie senza tempo

    Biografia dell'autrice n. 11 di Ventaglio Novanta.

    NASCITA DELL'UMANITÀ

    Io immagino
    donna
    che la nascita
    dell'umanità
    sia avvenuta
    da un essere
    femmina che
    spinto dall'amore
    per la vita
    abbia voluto
    ricrearla
    in sé

    abbagliata dalla
    bellezza delle cose
    illuminata
    dall'intelligenza
    del creare
    aiutata
    dall'abnegazione
    del vivere
    ha adattato
    il suo corpo
    per dare
    agli altri
    la luce
    della terra
    per uno slancio
    d'amore
    intelligente
    la femmina
    ha creato

    QUANTA FORZA

    Quanta forza
    in me
    quando respiro
    il verde
    prato
    o nuoto
    fra le cose
    che si muovono
    con il ritmo
    del vento
    si animano
    con il profumo
    dei fiori
    si illuminano
    con i raggi
    di luce

    quanta forza
    trovo in me
    quando,
    lasciato
    il mio corpo,
    penetro nel
    colore
    dei petali
    nell'anima
    dei suoni
    nel cinereo rosato
    del cielo e
    nella nuvola
    bassa forata
    dalla lama
    del sole

    come la vita
    che pulsa
    palpito e
    trovo forza
    in me.

    INTIMA INTESA

    L'intima intesa
    tra le piante e la luce
    mi ingelosisce

    vorrei comunicare
    sfavillare
    tacitamente amare
    godere
    inverdire
    i raggi di luce

    mollemente dondolare
    tintinnare
    frusciare
    svettare
    lentamente
    perdermi
    svanire

    nel verde bagno
    di luce

    INCREDIBILE

    Un incredibile
    filo di sperma
    mi unisce
    all'atomo di carbonio
    liberato dal
    big – bang
    originario.

    Nel mio essere
    la memoria dell'universo,
    e crescono in me
    amore e magia.
    I confini
    sono illimitati
    come la fantasia
    dell'inesauribile cosmo
    che nel tumulto
    di fuoco e passione
    mi ha creato.

    Ed eccomi qui
    in attesa di una conclusione…
    Si placherà il furore?
    Il logos immutabile
    guarda.

    PROFONDI SOSPIRI

    Hanno nome
    neutrini
    bombardano
    ogni cosa
    trapassano
    ogni sostanza,
    arrivano
    sulla terra
    dopo milioni
    di anni,
    forano il
    mio corpo
    con le emozioni
    di tutto
    l'universo.
    Viviamo di
    energia remota.
    Il profondo
    sospiro delle stelle
    mi trapassa
    ogni istante
    e ricrea
    in me
    l'eterna sensualità
    della materia.

  • Ospedali e luoghi di cura nella Rovigo antica

    Chi percorre la strada che da Rovigo porta ad Adria, subito dopo l'incrocio con la tangenziale est, volgendo lo sguardo a destra non può fare a meno di notare il nuovo Ospedale, divenuto ormai da più di dieci anni punto di riferimento della sanità pubblica della nostra provincia. Il complesso ospedaliero si è andato arricchendo negli ultimi tempi di nuovi servizi e di moderne attrezzature ed è avviato a continuare anche nel prossimo futuro questo sviluppo, per rimanere al passo con i tempi e conservare intatto il prestigio che si è fin qui conquistato.

    Nei secoli passati l'assistenza ospedaliera nella nostra città deve essere stata molto diversa, rispondendo ad esigenze sociali ed ambientali che sono profondamente mutate nel corso del tempo. Uno squarcio su questa realtà del passato, ci viene offerto da un manoscritto del Fondo Silvestriano custodito all'Accademia dei Concordi che, nell'elencare le rendite dei beni ecclesiastici, ci informa altresì che nel 1540 in città esistevano quattro Ospedali ed un Lazzaretto:

    "In castro Rhodigino habentur infrascripte Ecclesie e loca pia: Ospedale di S. Giovanni Gerosolomitano duc. 300; Ospedale di S. Antonio Abate duc. 12; Ospedale di S. Maria della Misericordia duc. 30; Ospedale di S. Giovanni decollato duc. 20; Il Lazzaretto duc. 50."

    Ospedale di S. Giovanni Gerosolomitano

    Questo Ospedale (il primo nella storia cittadina) era posto a poca distanza dalla città, lungo la strada che porta a Boara, dove la stessa incrocia lo scolo Rezinella.

    La sua edificazione risale sicuramente al Medio Evo, in quell'età comunale durante la quale il rifiorire della libertà si manifesta anche nella libertà di spostamento. Le grandi vie di comunicazione erano percorse soprattutto da pellegrini che durante i loro viaggi, potevano sostare in luoghi dove avevano la possibilità di riposare e ricevere conforto religioso. La presenza di questo Ospedale rientra dunque in quel vasto movimento spirituale, sociale e culturale legato ai flussi migratori che portavano innumerevoli schiere di viandanti verso i più rinomati luoghi di culto.

    Il complesso doveva essere costituito da una costruzione adibita al ricovero, a forma di chiostro, da una chiesetta di stile gotico con campanile e da due appezzamenti di terreno donati nel 1184 dal marchese Alberto d'Este. Proprio sul campanile si trovava un'iscrizione che così ci viene tramandata da Girolamo Silvestri:

    "Hic miles Richus Christi pietatis amicus
    deposita galea moritur in pafea:
    qui pro peccatis tribuit sua munera gratis
    ista dabuntur ei pauperi amore dei
    si biduo hic hospes stabis tua membra levabis
    nam qui preteris Sancti Ioannis eris
    annis millenis et centum supra bidenis
    post Christum natum Vergine Matre datum."

    Dall'iscrizione si deduce quindi, che l'Ospedale fu edificato grazie all'iniziativa, di un devoto soldato di nome Enrico il quale, dopo aver deposto le armi, morì in povertà ed offrì i suoi averi per consentire ai pellegrini la possibilità di riposo ed assistenza spirituale.

    Successivamente l'Ospedale fu dato in Commenda all'Ordine dei Cavalieri di Malta, anticamente chiamato di S. Giovanni Gerosolomitano e fu soppresso nel 1810 quando, per effetto delle leggi napoleoniche, lo stato incamerava i beni degli ordini religiosi. Nel 1860 le rovine dell'Ospedale e della chiesa, furono definitivamente demolite, quando ormai l'attività assistenziale e religiosa era stata abbandonata da tempo.

    Ospedale di S. Antonio Abate

    Andando da Piazza Garibaldi verso Porta S. Bortolo, si percorre Via X Luglio dove, subito dopo l'ingresso alla Piazzetta Annonaria, vi è la parete laterale di una chiesa che presenta una duplice curiosità: l'ingresso non si trova sulla facciata contrapposta all'altare bensì in una parete laterale, e, nonostante sia comunemente chiamata di S. Domenico, è in realtà dedicata a S. Antonio Abate.

    L'origine di questa chiesa è legato ad un ospedale costruito in seguito ad una delle tante calamità che affliggevano la nostra città nel passato. È il Bartoli che ci riferisce della nascita di questo Ospedale: "Piacenza figlia di Marco Casilini, molestata essendo nel 1413 questa città dalla peste, lasciò con suo Testamento di detto anno una delle tre case che possedeva, perché fosse fabbricato un Ospitale sotto la protezione di S. Antonio Abate, dotandolo di alcuni pochi terreni…".

    Dunque la peste, che insieme con le alluvioni e le guerre contrassegnava le vicende di questa terra, fu il motivo che indusse una delle nobili famiglie rodigine a fondare questo luogo di cura. Per analogo motivo, circa due secoli più tardi, verrà costruita la chiesa della Rotonda, che a tutt'oggi rappresenta il più insigne edificio religioso di Rovigo.

    Agli inizi del '500 l'Ospedale fu distrutto da un incendio e fu ricostruito da Giovanni, Marco e Marsilio Casilini, i quali vi aggiunsero una piccola chiesa dedicata a S. Antonio Abate. L'Ospedale funzionò ancora per alcuni anni come luogo di assistenza e alloggio per persone bisognose e socialmente emarginate, ma probabilmente aveva ormai perso la sua originaria funzione di cura.

    Nel 1543 la famiglia Casilini donò il complesso ospedale-chiesa ai Domenicani che lo trasformarono in convento.

    Nel 1770 il Convento passò di proprietà alle terziarie domenicane che vi rimasero fino al 1810, quando fu soppresso per effetto delle leggi napoleoniche essendo il Polesine ormai diventato un distretto della repubblica Cisalpina.

    Ospedale S. Maria della Misericordia

    Le prime notizie intorno all'Ospedale di S. Maria della Misericordia, risalgono al 1283: si tratta quindi di un Ospedale successivo a quello dedicato a S. Giovanni Gerosolomitano; tuttavia la sua ubicazione, all'interno della cinta muraria, fu sicuramente la causa decisiva che permise a questo ospedale di avere un ruolo sempre più importante nell'assistenza sanitaria della città.

    L'edificio originario era circondato su due lati dalle vecchie mura, mentre l'ingresso si affacciava su una strada chiamata Contrada dell'Ospedale (l'attuale Via Badaloni) che proseguiva attraversando Porta Arquà verso sud, in direzione di Arquà e Ferrara.

    Non si hanno molte notizie sulla vita di questo ospedale che doveva sostenersi contando sulla generosità dei cittadini e su alcuni beni di sua proprietà. Sappiamo che nel 1440, durante la dominazione estense, Nicolò III d'Este affidò la gestione dell'Ospedale al Consiglio Municipale che da allora lo amministrò mediante la designazione di due sindaci.

    Nel 1848 durante la dominazione austriaca, la città subì un profondo rimaneggiamento urbanistico che coinvolse anche l'Ospedale e le vie circostanti. Porta Arquà fu demolita e il complesso ospedaliero fu ricostruito ed ampliato.

    Certamente doveva creare qualche problema la presenza di un ospedale così intimamente inserito nel centro cittadino: l'approvvigionamento dell'acqua era precario, l'accoglienza di ricoverati affetti da malattie contagiose pregiudicava alcune elementari norme di igiene. Tuttavia l'Ospedale divenne la principale istituzione adibita all'assistenza sanitaria nella nostra città fino all'inizio degli anni '80, quando entrò in funzione il nuovo centro ospedaliero situato in Via Tre Martiri.

    Ospedale di S. Giovannino o S. Giovanni decollato

    Non si hanno molte notizie di questo Ospedale che deve essere sorto all'inizio del '300 con motivazione analoga al S. Giovanni Gerosolomitano. L'Ospedale (con annessa chiesa) si trovava a fianco della strada che da Porta S. Giovanni (ora demolita, si trovava alla fine dell'attuale Via Angeli, nei pressi del Palazzetto Minelli), si dirige verso nord, più o meno dove attualmente ci sono i Giardini Bernini.

    Nel 1344 il Vescovo Benvenuto Pierghesini ci dà una descrizione delle finalità dell'Ospedale: "Hospitale S. Ioanni Decollati non esse pro peregrinis et leprosis sed etiam pro pauperibus Christi, qui a tribus ad quinque quotidiae hospitari possint mederi et refocillari. His dabitur unus panis sine siliquis, oleum sive laridum unciatum, et medicamen de herbis: illis sive peregrinis dabitur unus panis cum panico cum aqua, focus, tectum, et palea" (L'Ospedale di S. Giovanni decollato non è solo per i pellegrini ed i lebbrosi ma anche per i poveri di Cristo, i quali possono essere ospitati, curati e rifocillati da tre a cinque giorni. Ai poveri sarà dato un pane senza legumi, un'oncia d'olio o lardo e medicamenti di erbe; agli altri sarà dato un pane di miglio con acqua, un tetto e un giaciglio).

    Ospedale e chiesa furono demoliti nel 1878.

    Il Lazzaretto

    La città fu spesso flagellata da ondate epidemiche che ne decimavano la popolazione. L'umidità della zona, solcata da corsi d'acqua e acquitrini, le scadenti condizioni igieniche delle abitazioni, erano causa di periodiche recrudescenze di malattie infettive quali la peste, il colera, il tifo.

    Abbiamo notizie di devastanti epidemie negli anni 1413, 1428, 1430. L'istituzione di un Lazzaretto era quindi diventata una necessità primaria per la salute della cittadinanza. Ancora una volta un'opera benefica e indispensabile per la città, fu conseguenza della sensibilità e dell'iniziativa di un generoso concittadino: monsignor Francesco Pilummo, Vicario Generale di Adria, nel 1506 decretò la creazione di un Lazzaretto e ad esso lasciò in eredità i suoi beni. Monsignor Pilummo fece quindi erigere il Lazzaretto con relativa chiesa dedicata a S. Rocco, nei pressi dell'attuale chiesa di S. Bortolo, in una località sufficientemente isolata dal resto della popolazione, ma nello stesso tempo facilmente raggiungibile dai malati e dal personale addetto alle cure e all'assistenza. L'ubicazione esatta può essere desunta dalla bella tavola del Mortier che con grande precisione mostra come doveva essere Rovigo alla fine del '600: il Lazzaretto sorgeva a poca distanza a est del convento degli Olivetani, nei pressi dell'argine dell'Adigetto.

    Nel 1631 la popolazione fu vittima di quella terribile ondata di peste che serpeggiava in tutta Europa e che ci venne magistralmente descritta dal Manzoni. Anche Rovigo dovette quindi far fronte ai disagi provocati da un morbo contro il quale le armi della medicina erano ancora insufficienti. In quel periodo il Lazzaretto divenne sovraffollato, tanto che si dovettero istituire altri luoghi per l'accoglienza dei malati. Di questa epidemia ci resta una precisa descrizione redatta da un medico rodigino, GB Locatelli, il quale individua il focolaio dell'infezione (le Carceri) e trae alcune interessanti considerazioni allo scopo di limitare la diffusione del contagio.

    Raccomanda infatti il Locatelli, che nei dintorni della città non vi siano acque stagnanti, che le immondizie e i rifiuti siano celermente allontanati dal centro abitato, che le stanze al piano terreno siano da considerare poco salubri perché umide. Con grande rigore scientifico, il Locatelli sconsigliava la pratica del salasso, nonostante fosse a quel tempo molto diffusa, o sottolineava l'importanza dello smaltimento dei rifiuti, problema che sussiste con estrema attualità anche ai nostri giorni.

    Conclusioni

    Come si può facilmente comprendere, l'assistenza ospedaliera in città era articolata in varie strutture sorte per la caritatevole generosità della nobiltà o della gerarchia ecclesiastica locale, e non per volontà dell'autorità civile. L'Ospedale era quindi intimamente legato ad una confraternita di religiosi che avevano l'incarico della gestione, amministrazione e cura dei malati. Per cura, agli albori della medicina, si deve intendere un'assistenza generica rivolta a malati ed indigenti.

    Nel corso del tempo si è sempre più sentita la necessità, dettata da esigenze economiche, di concentrare attrezzature e personale qualificato in un unico complesso ospedaliero, allo scopo di evitare una dispendiosa dispersione di risorse umane e materiali. Necessità questa che si perpetua anche ai nostri giorni e si concretizza nella volontà di aggregare più ospedali per fornire alla popolazione una prestazione sanitaria sempre più accurata.

  • Hanno bruciato l’oasi… l’oasi è viva

    Oltre al Delta, primaria zona umida d’Italia, c’è un Polesine minore, poco noto, che non va dimenticato. Si tratta di lembi di territorio apprezzati per lo più da amanti della natura, pittori paesaggisti, poeti e narratori alla ricerca di silenzi e di tenui voci silvane.

    Quasi alle porte di Rovigo, in località Concadirame, si trova il “Bojo della Ferriana”, un’area caratterizzata da una fonte alimentata dall’Adige, un lembo del Polesine non privo di qualche traccia di rilevanza anche storica. Il bojo è stato “adottato” dal W.W.F. di Rovigo e la zona è stata eletta “oasi naturalistica”, meritevole di cure e periodici amorevoli interventi.

    L’articolo sul “Bojo di Concadirame” programmato per questo numero del Ventaglio, era già composto – come appare a pag. 46 – quando è giunta in redazione un’inattesa quanto dolorosa notizia: hanno bruciato l’oasi!!!

    La scoperta dell’insano gesto è stata fatta dagli stessi attivisti del W.W.F. durante un sopralluogo primaverile per controllare lo stato delle gemme. “Ci aspettavamo il solito tripudio di verde, ma siamo stati accolti da un paesaggio quasi irriconoscibile”, dichiara con amarezza il dott. Crestani, estensore dell’articolo. “Qualche incendio di proporzioni limitate era già stato appiccato altre volte. Ma quest’anno i piromani non hanno risparmiato quasi nulla, infierendo dove cresceva una folta vegetazione, e proprio nel periodo della nidificazione”.

    Dopo il primo comprensibile momento di scoraggiamento, tra i promotori dell’oasi di Concadirame è riemersa lucida la volontà di ricompattarsi a fianco della natura. Nuove essenze sono state acquistate e piantumate, e ben presto la vegetazione ha ripreso il ciclo brutalmente interrotto.

    Continuare nonostante tutto ad operare in sintonia con la natura sempre più vilipesa: ecco l’imperativo categorico che forse troppo pochi avvertono. Proprio per questo va ammirata la volontà dei ragazzi del Bojo; il loro impegno va additato ad esempio, come prezioso seme di una pianta rara che può dare ancora molti frutti.

    Lino Segantin

  • Premio “Narrativa Giovani”

    È quasi al traguardo di arrivo la seconda edizione del "Premio Letterario Narrativa Giovani", indetto dalla presente rivista in collaborazione con la C.N.A. di Rovigo, con il patrocinio dell'Amministrazione Provinciale, dell'Accademia dei Concordi e del Provveditorato agli Studi.

    Non sono state introdotte variazioni significative rispetto alla prima edizione: il premio letterario si rivolge pertanto agli studenti dell'ultimo triennio delle scuole superiori della provincia; le sezioni di concorso sono state mantenute distinte per il racconto a tema libero e il racconto collegato al mondo dell'artigianato.

    Mentre si stanno intensificando le adesioni, pubblichiamo nelle pagine seguenti i racconti della sezione legata al mondo dell'artigianato, che hanno ottenuto il premio nella prima edizione.

  • La geografia del Po

    "Il Po dall'archivio al computer; esempi di rappresentazione del fiume e del suo ambiente", la ricca raccolta documentaria curata dall'Accademia dei Concordi di Rovigo insieme a due prestigiosi istituti culturali torinesi, il Consorzio per il sistema informativo delle Biblioteche civiche di Torino e l'Accademia delle Scienze, ha fatto tappa, dal 20 settembre all'1 ottobre presso la civica biblioteca "Alberto Geisser" di Torino. Ora si appresta a scendere il corso del grande fiume padano, e ad impreziosirsi ulteriormente in virtù di nuovi contributi documentali che verranno aggiunti a quelli esistenti a partire dalle esposizioni nell'Abbazia Staffarda e poi nei centri di Casale e Chivasso.

    Si tratta di una rassegna di mappe e disegni, stampe, opere pittoriche e fotografiche per arrivare alle più moderne rappresentazioni informatiche che testimoniano l'interesse e l'attenzione di singoli e comunità verso il fiume Po. La mostra giungerà in Polesine presumibilmente nell'autunno prossimo.

    Rappresenta il frutto di un intreccio di scambi culturali tra l'istituto rodigino e gli studiosi torinesi avviato almeno due anni fa, e del quale ci danno precisa testimonianza le note di cronaca apparse su Concordi, il bollettino mensile dell'Accademia, nel medesimo periodo.

    Il 18 novembre 1992 a Torino, nella sede dell'Accademia delle Scienze venne presentato il volume "Ambiente ed acque della Padania", comprendente gli atti del convegno svoltosi a Rovigo a cura della Concordiana e dell'Accademia nazionale delle Scienze, detta dei "XL": in quell'occasione il prof. Italo Lana, presidente dell'Istituto torinese, ha colto nell'impegno organizzativo e di ricerca dei Concordi le premesse per un momento forte di studio sul Po promosso congiuntamente dall'Accademia delle Scienze di Torino e dall'Accademia dei Concordi di Rovigo.

    Nel medesimo periodo le ricerche già effettuate da numerosi studiosi e appassionati polesani e confluite in cinque considerevoli collezioni documentali riunite tutte insieme sotto la sigla di "Vivilpo '92" si trovavano già esposte nelle maggiori biblioteche torinesi, per esplicito interessamento della direttrice del sistema bibliotecario torinese dott.ssa Giselda Russo.

    Da allora un gruppo di lavoro formato da esperti polesani e torinesi ha messo mano ad uno studio sul fiume Po, concretizzato poi nel Convegno "Risorsa Po: un bene da proteggere, un bene da valorizzare", ospitata a Torino il 2 e 3 giugno 1993. "Il convegno – come spiega il prof. Italo Lana – ha esaminato, con il contributo scientifico di studiosi qualificati nei settori più vari, tutti gli aspetti riguardanti il fiume, preso in considerazione in tutto il suo corso dalla sorgente alla foce e nelle varie fasi della sua storia. Fra i temi in esame figurano: il rischio idraulico del Po, le catastrofi, l'inquinamento, flora e fauna del Po, la navigazione sul fiume e i suoi aspetti giuridici, le sistemazioni agrarie nel territorio polesano in età antica, Venezia e la regolazione delle acque del Po, un'esperienza di riforma nel Delta padano negli anni Cinquanta. E ancora: l'influenza del fiume sugli insediamenti, il parco fluviale del Po". Il convegno si è concluso con una tavola rotonda in cui sono state esposte proposte di interventi gestionali, economici, sociologici e giuridici per la tutela e la valorizzazione del Po. Al convegno è stata affiancata la mostra "Il Po dall'archivio al computer".

  • N. 10

    Con la pubblicazione del presente numero di Ventaglio Novanta, il n. 10, è giunto il momento di "fare il punto" di questa iniziativa editoriale che chiude il primo quinquennio di azione. A tal fine abbiamo dedicato le ultime pagine di questo volume ad una serie di indici ragionati dei primi dieci numeri. Un'iniziativa che contiamo favorisca la consultazione degli interventi pubblicati, e che ha anche il valore di un resoconto riepilogativo del lavoro svolto.

    Un impegno, credeteci, non facile, portato avanti guardando con entusiasmo al versante delle "cose da dire", che di volta in volta hanno costituito la trama dei vari volumi, e dall'altra individuando i necessari sostegni economici in gran parte assicurati da imprese che operano nella nostra provincia. E a questo proposito va detto che siamo perfettamente consapevoli che la prenotazione degli spazi pubblicitari è stata fatta con lo sguardo spesso più attento alla bontà dell'operazione culturale promossa dalla rivista, che alla ricerca di un ritorno a favore dell'azienda.

    È pertanto quanto mai doveroso rivolgere un ringraziamento a tutte le ditte (alcune fedelissime) che dal primo numero hanno sostenuto questa iniziativa editoriale, assieme a quanti (in lenta ma progressiva crescita) hanno sottoscritto l'abbonamento alla rivista o provveduto all'acquisto presso edicole e cartolibrerie.

    Un ringraziamento altrettanto sentito a coloro che si sono prodigati nell'estensione degli interventi giornalistici e agli amanti della fotografia che ci hanno fornito il relativo materiale illustrativo. Per tutti costoro, non potendo farlo nel presente numero, contiamo nel prossimo di fornire una breve nota biografica, in modo da favorire una più diretta conoscenza dei nostri collaboratori da parte dei lettori.

    Per festeggiare degnamente l'uscita del decimo numero, è stato creato un apposito cofanetto di raccolta dei volumi pubblicati. Il numero 10 esce inoltre all'insegna di un abbinamento che ci onora, con un rapporto di reciproca collaborazione con l'A.I.S.M. (Associazione Italiana Sclerosi Multipla).

    Ma vi sarà materiale per altrettanti numeri del Ventaglio? Che si potrà ancora dire di questo Polesine? Domande che i più assidui collaboratori della rivista si sono più volte sentiti rivolgere, alle quali è possibile fin d'ora dare una risposta del tutto tranquillizzante e positiva. Il Polesine infatti è come una miniera attiva: più si scava e più si scopre. Continueremo dunque lungo il cammino tracciato, con la consapevolezza che il nostro sforzo editoriale non è fine a se stesso, ma contribuisce a delineare in positivo l'immagine di una terra che ha requisiti ambientali, riferimenti storici e aspetti imprenditoriali idonei per ben figurare nel contesto della Padania.

    Lino Segantin

    Uomini e acque

    È tornato a far paura il grande fiume. Le acque si sono presentate particolarmente minacciose dopo 43 anni dalla disastrosa alluvione che ha segnato profondamente le sorti della provincia di Rovigo, devastandone gran parte del territorio e determinando di conseguenza anche il massiccio flusso migratorio.

    Fortunatamente per il Polesine questa volta la grande piena si è riversata nell'Adriatico senza provocare danni di rilievo, grazie alle consistenti opere di rinforzo delle arginature ed al vento favorevole che ha agevolato il deflusso. Ma gravissimo è stato il dramma vissuto dagli abitanti della prima parte del bacino idrografico, colpiti da una disastrosa alluvione che ha provocato vittime e danni ingenti.

    Anche in questa occasione il meccanismo della solidarietà è scattato celermente, e con sollecitudine sono state avviate indagini per individuare responsabilità umane che abbiano in varia misura favorito il devastante evento. Ed oltre alla sottovalutazione dell'emergenza, o al ritardo nei soccorsi, va a questo proposito rimarcata la pluriennale inadeguata gestione del territorio.

    Più volte le associazioni ambientaliste nell'ultimo decennio avevano puntato il dito sugli inutili e spesso controproducenti lavori di rettifica del corso dei torrenti con colate di cemento. In varie occasioni era stata posta sotto accusa la deforestazione e la speculazione edilizia irrispettosa delle esigenze delle acque. Incessantemente era stata richiamata l'attenzione verso i carichi inquinati riversati nel Po.

    Parole troppo spesso inascoltate. Preoccupazioni ed avvertimenti registrati puntualmente anche dalla presente rivista; vedasi a tal proposito, proprio in questo numero, l'articolo dal titolo premonitore "Attenti a quel fiume", pag. 38, redatto mesi prima del tragico evento.

    Ora si tratta non solo di non abbassare la guardia nei confronti del grande fiume, ma di considerare con un'ottica più organica le necessità dell'intero bacino. I problemi idrogeologici vanno riconnessi con quelli della tutela ambientale per una tranquilla e responsabile convivenza tra l'uomo e le acque.

    Il dramma della recente alluvione piemontese determinerà l'avvio di interventi più ampi e meno contraddittori? A noi non resta che auspicarlo caldamente, in attesa delle decisioni e dei fatti.

    Lino Segantin

  • Un gemellaggio economico e geografico

    Un gemellaggio economico e geografico

    di R.M.

    Si intensificano gli scambi tra il Polesine e il distretto rumeno di Galati sul delta del Danubio

    Amministratori pubblici rumeni sono stati ospiti nel mese di febbraio della C.N.A. Associazione Polesana Artigiani, nel quadro degli scambi previsti dagli accordi stipulati nel mese di novembre ’91, durante la partecipazione polesana alla fiera Internazionale di Bucarest.

    La delegazione rumena proveniva dalla regione di Galati, provincia di 610.000 abitanti, situata nel sud-est della Romania, nelle vicinanze del delta del Danubio.

    La missione era composta da funzionari della Camera di Commercio locale che rappresenta oltre 1500 imprese con attività che spaziano dalle costruzioni meccaniche ai cantieri navali, dalla lavorazione del legno alla siderurgia, dalle conserve alimentari all’industria chimica.

    “Il calendario degli incontri degli ospiti rumeni con amministratori polesani, imprenditori, rappresentanti dell’Associazione, è stato ricco – afferma il segretario provinciale della C.N.A. dott. Adriano Buoso – soprattutto, perché gli interlocutori si sono dimostrati interessati ad un rapporto di collaborazione con l’economia polesana e con le sue istituzioni, per informazioni e scambi di esperienze su iniziative di servizio alle imprese, su scambi commerciali, sulla possibilità di individuare potenziali investitori italiani nelle loro regioni. Alla delegazione rumena è stata data la possibilità di visionare le produzioni di alcune imprese artigiane polesane nel settore tessile, pelletteria, agroalimentare, nonché di visitare alcune piccole imprese artigiane ed industriali produttrici di macchine agricole nel comune di Occhiobello”.

    La delegazione rumena, nel corso degli incontri avuti con le autorità provinciali (il Sindaco di Rovigo, il Presidente della Camera di Commercio, il Presidente della Provincia e la giunta di Occhiobello), ha sottolineato la volontà di attivare gemellaggi tra la provincia danubiana ed il Polesine.

    L’interesse polesano per quell’area deriva dalla similitudine tra i due Delta, quello del Danubio e quello del Po, e in più dall’obiettivo comune delle due aree che mirano ad essere zona franca, con tutte le conseguenti possibilità ed opportunità di interscambi. I contatti tra le due province sono pertanto destinati ad intensificarsi, e quanto prima una delegazione polesana si recherà nella regione rumena di Galati per la definizione dei rapporti economici ed istituzionali.

    ROMANIA: IL DISTRETTO DI GALATI

    NOTIZIE GEOGRAFICHE

    Superficie: 4.425 Kmq
    Popolazione: 650mila abitanti
    Capoluogo: Galati

    La regione è situata nel Sud Est della Romania e comprende 56 comuni.

    Il capoluogo è la città di Galati con una popolazione di oltre 350 mila abitanti.

    Nel suo territorio scorrono tre dei più grandi fiumi rumeni: il Danubio, il Siret e il Prut, favorendo così soprattutto, lungo il Danubio, l’accesso di navi con una stazza di 30 mila tonnellate.

    L’abbondanza di acqua tornita dal sistema idrogeologico, accompagnata da grandi sistemi di irrigazione, permette lo sviluppo di una agricoltura intensiva, che a tutt’oggi, offre ancora margini di miglioramento.

    NOTIZIE STORICHE

    La regione di Galati, grazie alla sua felice posizione geografica, è sempre stata un’importante via commerciale, e nel secolo XVII ha rappresentato il principale porto di collegamento con l’impero ottomano.

    A seguito dell’indipendenza dello stato rumeno, proclamato nel 1877, la regione ha potuto disporre favorevoli condizioni di sviluppo che hanno permesso il consolidamento di attività legate ai cantieri navali, di prodotti chimici, alla metalmeccanica, agli imballaggi metallici, alla siderurgia.

    Sono inoltre presenti altre vie navigabili, tanto da rendere possibile la navigazione sul Danubio di navi con una portata di oltre 55 mila tonnellate.

    NOTIZIE ECONOMICHE

    Nell’insieme dell’economia rumena, il distretto di Galati, pur coprendo solo il 2% della superficie e avendo il 3% della popolazione, partecipa alla produzione industriale del paese con una percentuale del 4,7%.

    I consolidati rapporti con l’estero permettono, oggigiorno, di avere relazioni economiche con più di 40 nazioni di tutti i continenti.

    Il più importante settore industriale della regione è quello metallurgico, che rappresenta il 56,4% dell’intera produzione, seguito con il 15,8% dalle costruzioni meccaniche.

    Importante settore di attività è l’industria alimentare, che offre una gamma diversificata di prodotti: dalle carni, ai prodotti lattiero caseari, dal vino, ai prodotti della panificazione.

    In sviluppo in questi anni è il settore della produzione di beni di consumo.

  • Il signore in giallo

    Il signore in giallo

    di V. S.

    Unici connotati: cognome e nome

    Si chiama Marco Sproccati, lo scrittore senza volto che, giusto a distanza di un anno, ripropone un suo racconto giallo per la sezione di narrativa del Ventaglio.

    Inutile tentare di forzarlo: nessuna foto nè curriculum vitae per i lettori della nostra rivista, abituati a trovare un’intervista con l’autore quale introduzione alla relativa proposta letteraria.

    È probabilmente l’aria di mistero che aleggia nei suoi scritti che, influenzando l’autore, gli impedisce di venire allo scoperto. Per lui parlano i suoi racconti, fatti di spie e di atmosfere sospese.

    Offriamo comunque una traccia per quanti volessero identificare il “Signore in giallo”: la zona di ricerca non è un canneto, ma un paese del Polesine che da questo trae il nome.

  • La “Lumazza”

    La “Lumazza”

    di Luigi Rossi

    Uno spettacolo dal fascino misterioso si può cogliere nelle notti estive andando per i campi

    Nitida mi apparve davanti agli occhi un’improvvisa fluorescenza. Una sorprendente ed improvvisa veduta aveva enigmaticamente colpito ed impressionato il nastro magnetico della mia mente giovanile. Nel buio di una notte estiva mi era apparsa, del tutto inattesa, tra gli alberi (in polesano Albora) del brolo “la fiamma immobile” di una luce color fulvo rosso-mattone.

    Oggi, da appassionato micologo, penso di aver trovato una spiegazione attendibile di quella che allora, in tempi in cui il buio notturno era interrotto soltanto da ondeggianti fiamme di candele, mi appariva come una misteriosa fonte di luce.

    La causa è un’endopatia, ovvero un processo di degenarazione interno, che colpisce i ceppi o i tronchi di alberi quali il salice da vimini (stropparo), i salici in generale (sales), il pioppo (piopa), il gelso (moraro) e la stessa generosa vite (vegna). L’agente patogeno in questione è l’eterotrofo “Armillaria mellea” detto anche “Armillariella mellea”, basidiomicete, il cui nome indica chiaramente il tipico colore “del miele” dei simpatici ed altrettanto gustosi corpi fruttiferi che, riuniti in serrati gruppi, quasi come una buona famigliola spuntano itifallici, falbi e pressati al piede dell’ “Albora” che spesso è l’ “armellin” (altro nome che ci riporta all’Armillaria mellea, cioè l’albicocco che appunto proviene dell’Armenia) ed è un fungo mangereccio (ciodint) dai ricercati e profumati carpofori.

    L’albero colpito dall’Armillaria presenta una profonda penetrazione del fungo, in un intimo, avvolgente, compenetrante abbraccio mortale da parte di coacervi di cordoni miceliari, appressati ed intrecciantesi con le fibre del legno in un plesso necrotico.

    Il tutto poi esplode in un marciume pedale: le ife, gli intrecci rizomorfi brunastri, gli ammassi palmati, le striscie bianco-argentee dei miceli. Il tutto convive con il Bacterium phorphoreum, emanando nelle calde umide notti estive un fresco odore di fungo, un profumo muschiato.

    Da questi lignei tessuti necrotizzati, fradici, lassi, percorsi da bianche ife miceliche, in condizioni di squilibri termici e di ossidazione, si sprigiona il classico fenomeno della fosforescenza; si tratta dell’emissione di fotoni sotto forma di radiazioni luminose, tecnicamente dette biochemiluminescenze. Nel vernacolo locale si dicono “lumazze”, fenomeni da attribuire dunque alla succitata fosforescenza dovuta al “marciume radicale fibroso”, ma che la tradizione popolare ha sempre identificato, come è facile immaginare, in apparizioni sovrannaturali.

    Anche se è dunque questa la spiegazione scientifica della “lumazza” non per questo viene cancellato il sentimento di prodigiosa apparizione che si può provare andando nei campi nelle notti estive alla ricerca di uno spettacolo che conserva un fascino misterioso.

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