Chi percorre la strada che da Rovigo porta ad Adria, subito dopo l'incrocio con la tangenziale est, volgendo lo sguardo a destra non può fare a meno di notare il nuovo Ospedale, divenuto ormai da più di dieci anni punto di riferimento della sanità pubblica della nostra provincia. Il complesso ospedaliero si è andato arricchendo negli ultimi tempi di nuovi servizi e di moderne attrezzature ed è avviato a continuare anche nel prossimo futuro questo sviluppo, per rimanere al passo con i tempi e conservare intatto il prestigio che si è fin qui conquistato.
Nei secoli passati l'assistenza ospedaliera nella nostra città deve essere stata molto diversa, rispondendo ad esigenze sociali ed ambientali che sono profondamente mutate nel corso del tempo. Uno squarcio su questa realtà del passato, ci viene offerto da un manoscritto del Fondo Silvestriano custodito all'Accademia dei Concordi che, nell'elencare le rendite dei beni ecclesiastici, ci informa altresì che nel 1540 in città esistevano quattro Ospedali ed un Lazzaretto:
"In castro Rhodigino habentur infrascripte Ecclesie e loca pia: Ospedale di S. Giovanni Gerosolomitano duc. 300; Ospedale di S. Antonio Abate duc. 12; Ospedale di S. Maria della Misericordia duc. 30; Ospedale di S. Giovanni decollato duc. 20; Il Lazzaretto duc. 50."
Ospedale di S. Giovanni Gerosolomitano
Questo Ospedale (il primo nella storia cittadina) era posto a poca distanza dalla città, lungo la strada che porta a Boara, dove la stessa incrocia lo scolo Rezinella.
La sua edificazione risale sicuramente al Medio Evo, in quell'età comunale durante la quale il rifiorire della libertà si manifesta anche nella libertà di spostamento. Le grandi vie di comunicazione erano percorse soprattutto da pellegrini che durante i loro viaggi, potevano sostare in luoghi dove avevano la possibilità di riposare e ricevere conforto religioso. La presenza di questo Ospedale rientra dunque in quel vasto movimento spirituale, sociale e culturale legato ai flussi migratori che portavano innumerevoli schiere di viandanti verso i più rinomati luoghi di culto.
Il complesso doveva essere costituito da una costruzione adibita al ricovero, a forma di chiostro, da una chiesetta di stile gotico con campanile e da due appezzamenti di terreno donati nel 1184 dal marchese Alberto d'Este. Proprio sul campanile si trovava un'iscrizione che così ci viene tramandata da Girolamo Silvestri:
"Hic miles Richus Christi pietatis amicus
deposita galea moritur in pafea:
qui pro peccatis tribuit sua munera gratis
ista dabuntur ei pauperi amore dei
si biduo hic hospes stabis tua membra levabis
nam qui preteris Sancti Ioannis eris
annis millenis et centum supra bidenis
post Christum natum Vergine Matre datum."
Dall'iscrizione si deduce quindi, che l'Ospedale fu edificato grazie all'iniziativa, di un devoto soldato di nome Enrico il quale, dopo aver deposto le armi, morì in povertà ed offrì i suoi averi per consentire ai pellegrini la possibilità di riposo ed assistenza spirituale.
Successivamente l'Ospedale fu dato in Commenda all'Ordine dei Cavalieri di Malta, anticamente chiamato di S. Giovanni Gerosolomitano e fu soppresso nel 1810 quando, per effetto delle leggi napoleoniche, lo stato incamerava i beni degli ordini religiosi. Nel 1860 le rovine dell'Ospedale e della chiesa, furono definitivamente demolite, quando ormai l'attività assistenziale e religiosa era stata abbandonata da tempo.
Ospedale di S. Antonio Abate
Andando da Piazza Garibaldi verso Porta S. Bortolo, si percorre Via X Luglio dove, subito dopo l'ingresso alla Piazzetta Annonaria, vi è la parete laterale di una chiesa che presenta una duplice curiosità: l'ingresso non si trova sulla facciata contrapposta all'altare bensì in una parete laterale, e, nonostante sia comunemente chiamata di S. Domenico, è in realtà dedicata a S. Antonio Abate.
L'origine di questa chiesa è legato ad un ospedale costruito in seguito ad una delle tante calamità che affliggevano la nostra città nel passato. È il Bartoli che ci riferisce della nascita di questo Ospedale: "Piacenza figlia di Marco Casilini, molestata essendo nel 1413 questa città dalla peste, lasciò con suo Testamento di detto anno una delle tre case che possedeva, perché fosse fabbricato un Ospitale sotto la protezione di S. Antonio Abate, dotandolo di alcuni pochi terreni…".
Dunque la peste, che insieme con le alluvioni e le guerre contrassegnava le vicende di questa terra, fu il motivo che indusse una delle nobili famiglie rodigine a fondare questo luogo di cura. Per analogo motivo, circa due secoli più tardi, verrà costruita la chiesa della Rotonda, che a tutt'oggi rappresenta il più insigne edificio religioso di Rovigo.
Agli inizi del '500 l'Ospedale fu distrutto da un incendio e fu ricostruito da Giovanni, Marco e Marsilio Casilini, i quali vi aggiunsero una piccola chiesa dedicata a S. Antonio Abate. L'Ospedale funzionò ancora per alcuni anni come luogo di assistenza e alloggio per persone bisognose e socialmente emarginate, ma probabilmente aveva ormai perso la sua originaria funzione di cura.
Nel 1543 la famiglia Casilini donò il complesso ospedale-chiesa ai Domenicani che lo trasformarono in convento.
Nel 1770 il Convento passò di proprietà alle terziarie domenicane che vi rimasero fino al 1810, quando fu soppresso per effetto delle leggi napoleoniche essendo il Polesine ormai diventato un distretto della repubblica Cisalpina.
Ospedale S. Maria della Misericordia
Le prime notizie intorno all'Ospedale di S. Maria della Misericordia, risalgono al 1283: si tratta quindi di un Ospedale successivo a quello dedicato a S. Giovanni Gerosolomitano; tuttavia la sua ubicazione, all'interno della cinta muraria, fu sicuramente la causa decisiva che permise a questo ospedale di avere un ruolo sempre più importante nell'assistenza sanitaria della città.
L'edificio originario era circondato su due lati dalle vecchie mura, mentre l'ingresso si affacciava su una strada chiamata Contrada dell'Ospedale (l'attuale Via Badaloni) che proseguiva attraversando Porta Arquà verso sud, in direzione di Arquà e Ferrara.
Non si hanno molte notizie sulla vita di questo ospedale che doveva sostenersi contando sulla generosità dei cittadini e su alcuni beni di sua proprietà. Sappiamo che nel 1440, durante la dominazione estense, Nicolò III d'Este affidò la gestione dell'Ospedale al Consiglio Municipale che da allora lo amministrò mediante la designazione di due sindaci.
Nel 1848 durante la dominazione austriaca, la città subì un profondo rimaneggiamento urbanistico che coinvolse anche l'Ospedale e le vie circostanti. Porta Arquà fu demolita e il complesso ospedaliero fu ricostruito ed ampliato.
Certamente doveva creare qualche problema la presenza di un ospedale così intimamente inserito nel centro cittadino: l'approvvigionamento dell'acqua era precario, l'accoglienza di ricoverati affetti da malattie contagiose pregiudicava alcune elementari norme di igiene. Tuttavia l'Ospedale divenne la principale istituzione adibita all'assistenza sanitaria nella nostra città fino all'inizio degli anni '80, quando entrò in funzione il nuovo centro ospedaliero situato in Via Tre Martiri.
Ospedale di S. Giovannino o S. Giovanni decollato
Non si hanno molte notizie di questo Ospedale che deve essere sorto all'inizio del '300 con motivazione analoga al S. Giovanni Gerosolomitano. L'Ospedale (con annessa chiesa) si trovava a fianco della strada che da Porta S. Giovanni (ora demolita, si trovava alla fine dell'attuale Via Angeli, nei pressi del Palazzetto Minelli), si dirige verso nord, più o meno dove attualmente ci sono i Giardini Bernini.
Nel 1344 il Vescovo Benvenuto Pierghesini ci dà una descrizione delle finalità dell'Ospedale: "Hospitale S. Ioanni Decollati non esse pro peregrinis et leprosis sed etiam pro pauperibus Christi, qui a tribus ad quinque quotidiae hospitari possint mederi et refocillari. His dabitur unus panis sine siliquis, oleum sive laridum unciatum, et medicamen de herbis: illis sive peregrinis dabitur unus panis cum panico cum aqua, focus, tectum, et palea" (L'Ospedale di S. Giovanni decollato non è solo per i pellegrini ed i lebbrosi ma anche per i poveri di Cristo, i quali possono essere ospitati, curati e rifocillati da tre a cinque giorni. Ai poveri sarà dato un pane senza legumi, un'oncia d'olio o lardo e medicamenti di erbe; agli altri sarà dato un pane di miglio con acqua, un tetto e un giaciglio).
Ospedale e chiesa furono demoliti nel 1878.
Il Lazzaretto
La città fu spesso flagellata da ondate epidemiche che ne decimavano la popolazione. L'umidità della zona, solcata da corsi d'acqua e acquitrini, le scadenti condizioni igieniche delle abitazioni, erano causa di periodiche recrudescenze di malattie infettive quali la peste, il colera, il tifo.
Abbiamo notizie di devastanti epidemie negli anni 1413, 1428, 1430. L'istituzione di un Lazzaretto era quindi diventata una necessità primaria per la salute della cittadinanza. Ancora una volta un'opera benefica e indispensabile per la città, fu conseguenza della sensibilità e dell'iniziativa di un generoso concittadino: monsignor Francesco Pilummo, Vicario Generale di Adria, nel 1506 decretò la creazione di un Lazzaretto e ad esso lasciò in eredità i suoi beni. Monsignor Pilummo fece quindi erigere il Lazzaretto con relativa chiesa dedicata a S. Rocco, nei pressi dell'attuale chiesa di S. Bortolo, in una località sufficientemente isolata dal resto della popolazione, ma nello stesso tempo facilmente raggiungibile dai malati e dal personale addetto alle cure e all'assistenza. L'ubicazione esatta può essere desunta dalla bella tavola del Mortier che con grande precisione mostra come doveva essere Rovigo alla fine del '600: il Lazzaretto sorgeva a poca distanza a est del convento degli Olivetani, nei pressi dell'argine dell'Adigetto.
Nel 1631 la popolazione fu vittima di quella terribile ondata di peste che serpeggiava in tutta Europa e che ci venne magistralmente descritta dal Manzoni. Anche Rovigo dovette quindi far fronte ai disagi provocati da un morbo contro il quale le armi della medicina erano ancora insufficienti. In quel periodo il Lazzaretto divenne sovraffollato, tanto che si dovettero istituire altri luoghi per l'accoglienza dei malati. Di questa epidemia ci resta una precisa descrizione redatta da un medico rodigino, GB Locatelli, il quale individua il focolaio dell'infezione (le Carceri) e trae alcune interessanti considerazioni allo scopo di limitare la diffusione del contagio.
Raccomanda infatti il Locatelli, che nei dintorni della città non vi siano acque stagnanti, che le immondizie e i rifiuti siano celermente allontanati dal centro abitato, che le stanze al piano terreno siano da considerare poco salubri perché umide. Con grande rigore scientifico, il Locatelli sconsigliava la pratica del salasso, nonostante fosse a quel tempo molto diffusa, o sottolineava l'importanza dello smaltimento dei rifiuti, problema che sussiste con estrema attualità anche ai nostri giorni.
Conclusioni
Come si può facilmente comprendere, l'assistenza ospedaliera in città era articolata in varie strutture sorte per la caritatevole generosità della nobiltà o della gerarchia ecclesiastica locale, e non per volontà dell'autorità civile. L'Ospedale era quindi intimamente legato ad una confraternita di religiosi che avevano l'incarico della gestione, amministrazione e cura dei malati. Per cura, agli albori della medicina, si deve intendere un'assistenza generica rivolta a malati ed indigenti.
Nel corso del tempo si è sempre più sentita la necessità, dettata da esigenze economiche, di concentrare attrezzature e personale qualificato in un unico complesso ospedaliero, allo scopo di evitare una dispendiosa dispersione di risorse umane e materiali. Necessità questa che si perpetua anche ai nostri giorni e si concretizza nella volontà di aggregare più ospedali per fornire alla popolazione una prestazione sanitaria sempre più accurata.