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Archivi: Articoli d’archivio

  • C’era una volta… il centralino telefonico

    Quante cose sono cambiate negli ultimi cinquant'anni!

    Tutto è mutato, la vita stessa in campagna ha subito radicali trasformazioni. In varie zone rurali mancava ancora la corrente elettrica ma c'erano i lumi a petrolio o peggio ancora a carburo. Dai corsi d'acqua si attingeva il bere della sopravvivenza, utilizzando gli stessi corsi d'acqua che servivano per lavare i panni.

    In molte case di città c'era la pompa per il consumo quotidiano d'acqua. Nelle campagne si provvedeva invece con i pozzi, che, in taluni casi, servivano anche da frigorifero, dove cestelli e bottiglie appese ad un cordino si immergevano. Anche il "moscheto", ovvero quel contenitore pentagonale in rete, fungeva da "frigorifero", non tanto per conservare i cibi al fresco, ma per tenerli lontani da mosche ed insetti.

    Quale televisione! Il filò attorno al camino d'inverno e le serate sull'aia d'estate sotto il chiaro della luna erano i momenti di autentica aggregazione delle nostre genti polesane abituate a faticare dalla mattina alla sera.

    Adesso non manca più nulla! È arrivata l'era dell'informatica e dell'elettronica. Ad essa è collegata anche la telefonia mobile che ha raggiunto una diffusione gigantesca.

    Non era così nel 1955 quando appunto la telefonia, quella fissa ovviamente, era agli esordi. In quell'anno a Bottrighe, su una popolazione di oltre quattromila abitanti, si contavano "ben" trentacinque abbonati al servizio telefonico di Stato. In quei tempi non era tutto semplice, e per contattare un altro abbonato occorreva chiamare il centralino.

    Il quale, in paese, era situato negli stabili del "Piccolo Bar", che allora si trovava in via Umberto Maddalena (al "Cào d'Sora" – località "Capo di Sotto" ndr) prima di essere trasferito nella centralissima piazza Libertà.

    Proprio nella foto è stato ritratto il gestore Stelvio Mario Guarnieri all'interno del "Piccolo Bar" che tutti chiamano da sempre "El Barin". "Allora – racconta Stelvio – il mio locale era solamente una caffetteria-gelateria e non potevo vendere alcolici. Al centralino telefonico ricevevo la chiamata ed io inserivo uno spinotto che collegava tra loro gli utenti interessati".

    Sono trascorsi quarantasei anni da quella foto e Stelvio, che assieme alla moglie Wanda Destro si sta godendo la meritata pensione, ricorda con grande nostalgia quei momenti carichi di umanità e semplicità.

  • Le giornate romane di Aalen

    Aalen è una città di 70.000 abitanti del Baden-Württemberg, regione della Germania nota come terra di origine di Federico Barbarossa. Pochi sanno che da qui passava il Limes, il confine fortificato dell’impero romano che seguiva la linea del Reno e poi del Danubio. Da una parte la “civiltà” e dall’altra i barbari, visti come popoli bellicosi da cui difendersi. Il confine era fortificato con torrette e castelli e presidiato da legioni.

    Ad Aalen sono stati individuati e scavati i resti di un grande accampamento militare che doveva ospitare una legione romana. Sapendo che una legione contava circa 6000 uomini, possiamo immaginare l’estensione dei resti disseminati nel contesto urbano della città, in un’area archeologica che ospita anche un moderno museo che offre ai visitatori una precisa idea degli insediamenti romani a presidio del confine.

    Per ricordare l’antica vita del presidio romano, la città di Aalen organizza ogni due anni una rievocazione che si svolge proprio all’interno dell’area archeologica che duemila anni fa alloggiava i legionari a difesa del confine. Le giornate romane di Aalen vogliono rievocare lo spirito romano della Germania romanizzata con le sue tradizioni.

    Il Gruppo Archeologico di Villadose, ormai da cinque anni, ha sviluppato una sezione di archeologia sperimentale che vuole richiamare la tradizione latina e in particolare quella romana imperiale a cavallo tra il I secolo a.C. e il I dopo Cristo. Il fatto di essere uno dei pochissimi gruppi in Italia a cimentarsi in questo ambito e la notorietà assunta grazie alla rievocazione del mercato della centuriazione romana di Villadose, ormai giunta alla sua V edizione e a cui hanno partecipato vari gruppi stranieri, hanno fatto conoscere il GAV anche oltre confine. Da ciò è scaturito l’invito a partecipare alle Giornate Romane di Aalen, una delle più grosse manifestazioni europee, quale riconoscimento della qualità e della serietà del lavoro portato avanti a Villadose.

    Il GAV si è presentato in Germania con ben tre sezioni: il gruppo di antropologia sociale dell’antichità che ricostruisce riti e cerimonie in uso fra gli antichi e che ha presentato ad Aalen il rito del matrimonio secondo la descrizione fornita da Catullo nel I secolo a.C.; poi il Gruppo danze antiche ed etniche che, ispirandosi a musiche ricostruite usando copie degli antichi strumenti musicali, presenta un repertorio molto suggestivo di danze che hanno allietato il matrimonio. Infine il gruppo della Legio I Italica, che fa rivivere un piccolo manipolo di legionari della legione costituita da Nerone nel 69 d.C. con reclute italiche.

    La vista dell’accampamento di Aalen, riabitato dagli antichi romani, era estremamente suggestiva. I resti archeologici rivivevano grazie alla presenza di numerosi accampamenti dove gruppi di reenactment ispirati a varie legioni romane, provenienti da tutta Europa, lavoravano, cucinavano, giocavano e si addestravano, usando strumenti, armi e utensili ricostruiti, copie reali di quelli usati in antichità. E poi gli artigiani intenti nelle loro attività: il ceramista, il vetraio, il maestro d’ascia che modellava grossi tronchi, l’armiere; e le bancarelle dei commercianti, presso le quali il pubblico poteva acquistare copie di oggetti antichi riprodotti, come una spada da gladiatore o una coppa di vetro per libagioni o una fibula per fissare il mantello.

    Anche il Gruppo di Villadose ha fissato il suo accampamento, incentrato attorno a una grande tenda. Qui ha allestito gli altari per presentare il rito del matrimonio e qui ha ricevuto i saluti del sindaco di Aalen e di un rappresentante del parlamento regionale, che hanno dato grande risalto alla partecipazione dell’unico gruppo italiano.

    Anche gli italiani che lavorano in Germania, come pure molti tedeschi affezionati all’Italia, si sono stretti intorno al gruppo, ponendo una serie di domande, non tanto sulla civiltà romana che conoscevano bene, quanto sul paese di Villadose che nessuno aveva mai sentito nominare! E in tanti ci hanno promesso la loro visita per la rievocazione della centuriazione del 2001.

    Alle giornate romane di Aalen sono convenuti circa 12.000 visitatori, buona parte dei quali ha assistito al rito del matrimonio ripetuto per ben quattro volte.

    Quindi quella Germania, che i soci del GAV si aspettavano figlia di una cultura “barbarica”, ha sorpreso per la sua romanità e per l’orgoglio con cui ricorda la sua romanità e anche per il “calore” dell’accoglienza.

    Manifestazioni del genere sono comuni in Germania ed in Gran Bretagna ed avvengono anche in Francia, in Spagna ed addirittura negli USA; gruppi che ricostruiscono in qualche modo la grandezza di Roma sono presenti in tutto il mondo. Tutto ciò costituisce uno stimolo a portare avanti l’operazione culturale avviata a Villadose, mirata a far conoscere meglio il periodo storico su cui si basa tutta la successiva evoluzione della civiltà.

  • Il ventennale del Mosaico

    Per il gruppo teatrale Il Mosaico il 15 Gennaio 2000 ha rappresentato una data fatidica: quella del festeggiamento dei propri vent'anni di teatro amatoriale.

    Oltre ad una mostra fotografica allestita presso la chiesa S. Michele a Rovigo dal 16 al 23 Gennaio 2000, è stata organizzata una giornata dedicata al teatro amatoriale, attraverso un convegno e un dibattito con autorità locali e nazionali ed esponenti illustri del teatro professionista, con la S. Messa della ricorrenza e del giubileo degli artisti, seguita da una rassegna internazionale presso il teatro di S. Bortolo a Rovigo.

    Il Mosaico in questi vent'anni ha fatto di V.N. passi da gigante, ottenendo riconoscimenti e apprezzamenti in molte città italiane. Vent'anni di teatro amatoriale, di carnbiamenti, d'allestimenti spettacoli, divertimenti, scambi culturali, litigi, corsi, teatro coi ragazzi, sagre, rassegne, prove, prove e ancora prove. E vent'anni passano in fretta (a qualcuno sono caduti i capelli, ad altri affiorano capelli sempre più bianchi, chi si sposa, chi ha figli…) ma la voglia di continuare a far teatro rimane sempre attiva, e quindi si va avanti.

    Partiamo con ordine. La mattina della domenica (16/1/00) arrivano i primi ospiti, fra cui Aldo Zordan, Presidente Regionale della FITA Veneto, Luigi Lunari autore e critico teatrale professionista prezioso collaboratore del gruppo, Renzo De Antoni Vice Presidente Nazionale della Federazione Italiana Teatro Amatori (FITA), Gabbris Ferrari, Assessore alla Cultura del Comune di Rovigo, Emilio Zenato il Presidente del gruppo Il Mosaico, gli attuali componenti del gruppo, molti ex S.MessaGiubileo artisti.Chiesadi componenti, e tanta gente curiosa di assistere a quest'evento.

    Inizia il dibattito con accesi interventi, ma la voglia di far festa è tanta che si continua a parlare di tutto il panorama teatrale amatoriale del Polesine; si parla inoltre di vent'anni di resistenza, insistenza e di passione per il teatro che sembra finalmente dare ragione all'impegno del Mosaico.

    Si prosegue con l'inaugurazione della mostra <lilocandine, fotografie, costumi e scene, esposta presso l'auditorio di San Michele. Possiamo notare più di 5.000 fotografie della compagnia in vari momenti di spettacolo, relax e le prime foto d'epoca, i primi passi della formazione rodigina con il primo spettacolo di cabaret, l'evoluzione dalla prima scenografia all'ultimo allestimento, bei costumi di scena, tutti i premi e i riconoscimenti ottenuti dalla compagnia in questi vent'anni (sono veramente tanti), una videocassetta che propone alcuni spezzoni degli spettacoli rappresentati in tutta Italia, e tanto, tanto altro.

    Si passa poi alla presentazione della rassegna internazionale con la spiegazione in diretta da parte degli attori presenti della compagnia di Lugano (Svizzera) sullo spettacolo della sera. Infine: rinfresco e gadget per tutti i partecipanti e i futuri visitatori della mostra. Mostra del ventennale, che, vista la notevole affluenza di presenze rimane aperta per un'altra settimana per dar modo a tutti di conoscere più a fondo l'associazione culturale di teatro amatoriale.

    Alle ore 18.30 della stessa domenica, Il Mosaico, i cori parrocchiali, i pittori, insomma tutte quelle persone che operano attivamente nella Parrocchia di S. Bortolo, animano la S. Messa della domenica sera, portando sull'altare quei tradizionali segni che distinguono l'artista: la maschera della commedia dell'arte (arlecchino, brighella), un quadro e lo spartito per i canti. Tutti insieme, oltre alla ricorrenza del ventennale del Mosaico, hanno ascoltato la lettera del Papa, indirizzata agli artisti (giubileo degli artisti) e le riflessioni portate per l'occasione nell'omelia del Parroco Don Claudio. Al termine della S. Messa, la lettera del Papa è stata consegnata a tutti gli artisti presenti insieme ad una medaglia ricordo.

    E per finire la giornata, tutti in teatro S. Bortolo, per vedere in azione la compagnia Svizzera, che con le sue due ore di magia, fa riscoprire vecchie storie, con fantasie, mimica, trucchi, e tanta, tanta allegria. •

    Conclusa la giornata dei festeggiamenti, l'appuntamento passa alla domenica successiva con la compagnia della comunità italiana di Pirano (Istria). Il gruppo filodrammatico noto per essersi prodigato per iI recupero delle tradizioni di un popolo dalla variegata identità, tuttora caratterizzato da tremila italiani interessati a mantenere vitali le loro origini, tradizioni e usanze. Con un palpabile affiatamento, ventisette amatori hanno allestito uno spettacolo piacevole, in cui le risate sono venate di tristezza, di malinconia, canti popolari e scenette d'ispirazione chioggiotta declamata in dialetto veneto, per raccontare quasi cent'anni di storia di Pirano. ~= stata poi la volta della compagnia "Theatre Hronov" proveniente dalla Repubblica Ceca che, oltre ad esibirsi sul palco di S. Bortolo, ha fatto il suo ingresso in Municipio, ricevuta dall'Assessore Capanna, rappresentante del Sindaco, per uno scambio culturale.

    Infine, per festeggiare il ventennale in modo compiulo, una rappresentazione del Mosaico. E la scelta non poteva cadere che sullo spettacolo più rappresentato, spettacolo nostro, polesano, rappresentante del Veneto più volte a Festival di carattere nazionale, scritto appunto da un polesano, come il grande autore Miro Penzo.

    Il Professor Penzo, che purtroppo ci ha lasciato all'inizio del nuovo millennio, avrebbe sicuramente festeggiato con entusiasmo il traguardo del Mosaico ed assislito, come era sua abitudine, attivamente, con preziosi suggerimenti, alla rappresentazione della sua commedia. Questa volta "Donna Canasta''. s·~è trasformata in un omaggio a Miro Penzo, l'autore, l'amico, il secondo padre del gruppo. Palpabile la commozione sottolineatadal pubblico con ripetuti applausi e sonore risate che spesso interrompono la recitazione, dimostrando che le vicende della nostra gente, espresse in un linguaggio che ci appartiene, fanno ancora divertire e pensare.

    Si è chiusa così, nel segno della polesanità, la rassegna internazionale voluta dal gruppo rodigino, per lasciare, in occasione del proprio ventennale, un segno tangibile ed unico, qualificato punto di partenza per l'attività futura.

    Per ulteriori informazioni: GruppoTeatrale"Il Mosaico", via Burano, 3 – 45100ROVIGO Tel.e Fax0425200255 www.ilmosaicolcalro.il E mail: ilmosaicoteatro@iol.it di Saccheno & Hiolcmi

  • Un Patto per il Polesine

    "Il nostro futuro è già iniziato!". Lo slogan, ricco di promesse, ha fatto da sfondo alla cerimonia di firma del "Patto Territoriale", tenutasi venerdì 26 marzo a Rovigo presso l'ex complesso degli Olivetani che accoglie il Museo Civico. Evidente il clima di ottimismo aleggiante nella grande sala, a testimonianza della fiducia con cui si attende l'avvio di un processo che dovrebbe tradursi in un consistente irrobustimento del tessuto economico del Polesine.

    Il Patto, il primo firmato sull'intero territorio nazionale, voluto fin dal 1997 da Provincia, Regione e Comuni del Polesine, e concertato con le parti sociali, attiverà, secondo i progetti presentati, consistenti investimenti, dando una energica accelerazione all'economia polesana, con la creazione di non meno di 1.500 posti di lavoro.

    È toccato al sindaco di Rovigo Fabio Baratella aprire la cerimonia della firma, sottolineando l'unitarietà di intenti che ha portato alla realizzazione dello storico accordo, testimonianza di un'azione efficiente ed efficace, che darà i suoi benefici frutti nel campo occupazionale.

    Ha poi preso la parola Luigi Frezzato, presidente del Consorzio di Sviluppo, ente che materialmente ha seguito tutte le procedure per arrivare alla storica firma. Dopo una breve cronistoria dell'iter seguito per raggiungere l'importante obiettivo, Frezzato ha evidenziato il valore operativo del patto e i processi di sviluppo che è in grado di attivare.

    Il presidente della Provincia Alberto Brigo da parte sua ha ribadito l'opportunità dell'accordo che, oltre a riservare sostanziosi contributi per varie aziende, prevede, a sostegno dello sviluppo del Polesine, consistenti finanziamenti per la realizzazione di una serie di infrastrutture, quali il collegamento viario dell'interporto, il nuovo casello autostradale, la tangenziale ovest di Rovigo e altro ancora; tutte iniziative destinate a far uscire la provincia da una situazione di storica marginalità.

    Il presidente della Regione Giancarlo Galan, compiacendosi che proprio Rovigo sia stata la prima provincia d'Italia a raggiungere l'importante obiettivo, ha sottolineato il ruolo di sostegno assicurato dalla Regione nelle varie fasi dell'operazione, e ha delineato le positive prospettive che si aprono, sulle quali si è soffermato anche l'assessore regionale Floriano Dal Pra, che ha garantito l'interessamento anche per gli adempimenti futuri.

    La cospicua dotazione economica del Patto territoriale rodigino consiste in 85 miliardi di contributi. Di questi 24 andranno a coprire quasi completamente la realizzazione di infrastrutture (pianificate in poco più di 26 miliardi), e 61 andranno ad affiancarsi ad investimenti di imprenditori, che operano nella provincia, pronti ad impegnarsi complessivamente per oltre 293 miliardi.

    Il risultato dell'operazione, oltre ad un consistente irrobustimento del tessuto dell'economia polesana, si tradurrà nella creazione di oltre 1000 posti di lavoro, a cui se ne dovrebbero aggiungere circa altri 500, creati da aziende interessate ad investimenti anche senza fruire del contributo statale, le quali potranno comunque beneficiare di un supporto nelle procedure di ampliamento produttivo.

    INFRASTRUTTURE: PROGETTI FINANZIATI

    ProgettoImporto investimentoContributo concesso
    Raccordo ferroviario A.I.A.5.856.000.0004.500.000.000
    Costruzione rotatoria incrocio SS 482 e strada comunale Via Frati – Castelmassa1.300.000.0001.300.000.000
    Ammodernamento S.P. n. 70 e collegamento nuovo svincolo A13 e "Transpolesana" – Costa di Rovigo1.898.400.0001.898.400.000
    Interporto – Collegamento rete viaria Verona e Ferrara con aree prospicenti – Rovigo4.026.300.0004.026.300.000
    Approvvigionamento idrico ad uso industriale per le aree di Ceregnano e Villadose2.708.000.0001.808.000.000
    Costruzione ponte di barche sul Po di Maistra di servizio alla strada delle Valli del Delta del Po1.800.000.0001.800.000.000
    Tangenziale ovest comune di Rovigo (Collegamento tra Via Porta Adige e Viale Amendola)8.600.000.0008.600.000.000
    TOTALI INFRASTRUTTURE26.188.700.00023.932.700.000

    TOTALI PER FILIERA PROGETTI AMMESSI A CONTRIBUTO

    SettoreNr. progettiImporto investimentoIncremento occupazioneContributo previsto
    Alimentare110.419.000.000382.226.000.000
    Chimica27.220.000.00051.649.000.000
    Ecc. tecnologica7158.958.000.00067023.640.000.000
    Metalmeccanico1536.812.000.0001709.807.000.000
    Servizi e varie1225.732.000.000715.702.000.000
    Tessile522.907.000.000804.960.000.000
    Turismo11100.135.000.00012212.816.000.000
    TOTALI53360.182.000.0001.15560.999.000.000

    Il Patto è salutato con parole di apprezzamento e fiduciosa attesa anche dal mondo sindacale, che nelle opportunità dello storico accordo individua la possibilità di veder finalmente una concreta base di sviluppo per il Polesine, in grado di portare ad una riduzione del tasso di disoccupazione, con prospettive di poter agganciare il positivo trend di crescita economica che da qualche anno sta interessando il Nord-Est.

    Di indubbio interesse è infine constatare come i settori che vedranno un maggior impegno negli investimenti siano quelli a basso impatto ambientale, obiettivo questo sottolineato come prioritario nella "Premessa di Intenti" del Patto. In particolare circa 160 miliardi saranno investiti nell'area ad alta tecnologia e 100 nel turismo, finalmente interessato a valorizzare i beni ambientali e culturali di quella che a buon diritto è stata definita come "la terra dei grandi fiumi".

  • Mattia Bortoloni da Canda

    La biblioteca comunale di Canda ha ricordato il pittore Mattia Bortoloni con una manifestazione chiamata "Canda ritrova i suoi". È una iniziativa che ha lo scopo di far riscoprire i propri cittadini illustri. E, del Bortoloni, Canda vanta i natali anche se erroneamente è spesso stato indicato San Bellino quale suo paese d'origine.

    In base a ricerche fatte nell'archivio della chiesa parrocchiale di Canda da Romeo Bonfante, da sempre appassionato di approfondire la conoscenza della storia locale, è stato ritrovato l'atto di battesimo dal quale si deduce che "Mattia Agostino Bortoloni figlio legittimo del sig. Ant. Maria Bortoloni e della signora Cecilia sua consorte" nacque a Canda il 31 marzo 1696 alle ore 15. Nello stesso registro parrocchiale sono registrati anche gli atti di battesimo dei suoi sette fratelli e sorelle e di altri Bortoloni.

    La singolare personalità del pittore e affrescante Mattia Bortoloni fu messa in luce negli anni 1950 dallo studioso d'arte veneta del '600 e '700 Nicola Ivanoff, esule dalla Russia. Precedentemente il Bortoloni era ritenuto un modesto pittore che gravitava nell'orbita del Tiepolo e le sue opere, allora conosciute, erano ritenute di limitata qualità.

    Nel 1950 Ivanoff scoprì l'interessante ciclo di affreschi della villa Cornaro a Piombino Dese e potè attribuirli al Bortoloni grazie ai manoscritti rintracciati nella biblioteca del museo Correr di Venezia, dai quali risultava chiaramente che il lavoro era stato eseguito dal pittore polesano all'età di vent'anni. Ed è anche questo che sorprende del Bortoloni e cioè che opere così importanti siano state realizzate in età giovanile, dimostrando già una spiccata personalità.

    La sua formazione pittorica inizia a Venezia con Antonio Balestra Veronese e da questo maestro apprende il gusto della linea classicheggiante che rimarrà sempre nelle sue opere. Resteranno importanti anche i contatti con altri pittori quali Giulio Carpioni, Dorigny, Bencovich e Maffei dei quali sente l'influenza elaborando in modo personale le loro tecniche, i loro colori, le loro figure, ma anche del Piazzetta, del Pittoni, di Sebastiano Ricci e del Tiepolo.

    Altri importanti affreschi del Bortoloni vengono scoperti a Venezia nella Ca' Farsetti e nella chiesa dei Tolentini.

    Per quanto riguarda il Polesine vi sono opere di Mattia Bortoloni nella chiesa parrocchiale di Castelguglielmo (una pala raffigurante San Bovo, San Girolamo Dalmata e San Girolamo Emiliani), nella parrocchiale di Fratta Polesine (Adorazione dei Magi e Adorazione dei pastori), nella pinacoteca dell'Accademia dei Concordi di Rovigo (Elemosina di San Tommaso da Villanova, una pala importante che proviene dalla chiesa del monastero della Santissima Trinità di Rovigo demolito nel 1871), nella villa Vendramin-Calergi di Fiesso Umbertiano (un tiburio ottagonale decorato con quattro affreschi rappresentanti storie di Alessandro Magno).

    Esistono altre opere nel Polesine che si ritenevano del Bortoloni, ma che successivamente sono state attribuite ad altri pittori come quelle nelle chiese di Boara e di Polesella, nell'Accademia dei Concordi (proveniente dalla pinacoteca del Seminario vescovile), e nel palazzo Roncale (provenienti dalla villa Armellini di Polesella, ora di proprietà della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo).

    È invece ben documentata l'attività del Bortoloni a Ferrara dove lavora per la cattedrale della città e per la chiesa di San Domenico. Dal 1740 si trasferisce in Lombardia ove si inserisce nell'ambiente pittorico milanese portandovi la sua forte personalità. Suoi affreschi si trovano in questa città nel palazzo Clerici e nel palazzo Dugnani, a Bergamo nella chiesa di San Bartolomeo, nel castello di Brignano e nel palazzo Brentano di Corbetta.

    Una delle sue ultime opere si trova nel santuario di Vicoforte (Cuneo) ove, tra il 1745 e il 1748, dipinse la cupola ed una "Cena di Emaus" nel refettorio.

    All'età di 54 anni, mentre era intento a realizzare decorazioni nella chiesa di San Bartolomeo a Bergamo, fu improvvisamente preso da una febbre acuta che in soli due giorni lo portò alla morte, il 10 giugno 1750.

  • Nella Valle dei Frassini

    L'appuntamento è al Capitello di Fiesso Umbertiano, località che deve il suo nome all'Oratorio dedicato alla Beata Vergine della Salute. Si tratta di una costruzione risalente ai primi del '600, ma completamente rifatta nel 1884, ove è conservata una cinquecentesca immagine della Madonna, verso cui da sempre si è indirizzata la fede popolare.

    Da questo luogo, che segna un primo incontro con le tradizioni di una civiltà che non va dimenticata, parte il nostro itinerario ciclo-turistico che ha come obiettivo principale la "Valle dei Frassini": un percorso che ci porterà a Frassinelle, per raggiungere il Canal Bianco che costeggeremo seguendo il flusso della corrente, fino ad incontrare un altro corso d'acqua, un tempo famoso, denominato Fossa Polesella. Da qui raggiungeremo la periferia di Polesella, per deviare verso Raccano, da dove inizierà il percorso di ritorno, compiendo un anello di oltre quaranta chilometri.

    È bene ricordare che l'area, prescelta per il nostro itinerario, per secoli ha mantenuto un carattere di selva palustre: lo comprova un documento pontificio del 944, di papa Martino III, in cui il territorio è individuato come "Valle Fraxineta", con evidente riferimento ai frassini, pianta alquanto diffusa nel passato in tutto il Polesine che qui dovette aver una densità rilevante. Il predominio della natura era favorito da frequenti inondazioni del Po, dell'Adige e del Tartaro, tutti fiumi che segnano la nostra provincia in senso longitudinale.

    E proprio nella zona di Frassinelle le acque alluvionali per secoli hanno trovato una sorta di sbarramento latitudinale costituito dalla Fossa Polesella. Le arginature seppur modeste di questo antico corso d'acqua, di origine artificiale, hanno più volte contenuto la forza delle inondazioni, facendo della zona una delle più colpite di tutto il Polesine.

    Per secoli dunque la vasta area fu ricoperta da una palude, la cui eliminazione richiese molteplici interventi di bonifica, iniziati nella seconda metà del '400 dagli Estensi e proseguiti alacremente dopo il passaggio del territorio sotto la Serenissima, a seguito della Guerra del Sale (1482-84), e più volte ripresi fino ai giorni nostri.

    Sulla vasta area bonificata spiccano da tempo due lunghe strade intersecantesi a croce: caratteristica questa che ha contrassegnato a tal punto la zona, da costituirne il simbolo recepito nello stemma comunale.

    Sulla scorta di tali informazioni, dal Capitello di Fiesso prende dunque avvio il nostro percorso. In breve raggiungiamo il ponte che supera l'autostrada Padova-Bologna, dalla cui sommità vediamo estendersi il vasto territorio bonificato, che oggi non fa assolutamente pensare ad una valle di frassini. Infatti la vasta campagna, intensamente coltivata, attualmente riserva spazi veramente minimi agli alberi che svettano soltanto nei pressi delle fattorie; diverse delle quali conservano fortunatamente ancora intatti gli elementi tipici delle corti rurali che negli ultimi secoli hanno caratterizzato la storia della nostra terra.

    Giunti in località La Crosara, deviamo a sinistra imboccando la lunga via rettilinea che porta a Frassinelle. Qui siamo accolti da variopinti festoni che ci comunicano un clima di allegria: molte delle case che sorgono sulla via sono inghirlandate da banderuole e segni di giubilo. È Giugno, e a Frassinelle si festeggia il Palio della Valle dei Frassini, manifestazione riscoperta da alcuni anni, alla cui riuscita concorrono, con ammirevole spirito di promozione del luogo, le varie contrade del vasto ma poco popolato comune.

    Raggiungiamo frattanto la località Chiesa, baricentro del territorio comunale, ove le due strade principali si incrociano, disegnando sul territorio quella sorta di grande X di cui abbiamo parlato. Qui si concentra l'animazione per la festa del Palio, con la riproposta di alcune attività tipiche di quella che è stata definita la "civiltà contadina", nei confronti della quale sembra oggi manifestarsi finalmente una volontà di riscoperta.

    La chiesa parrocchiale, che ebbe la sua prima edificazione nel 1496, al tempo dei primi interventi di bonifica, seguì più volte le incerte sorti del territorio circostante, sconvolto alternativamente dalle inondazioni di Po, Adige e Tartaro-Canal Bianco.

    E proprio ad un paio di chilometri dalla chiesa (lungo via Roma) si ebbe a registrare la principale tragedia delle acque del nostro secolo: il 14 novembre 1951 l'onda del Po, abbattute le arginature ad Occhiobello, irruppe violenta sul Polesine portando ovunque distruzione. Un autocarro, colmo di persone da portare in salvo, transitante lungo la rettilinea via proveniente da Pincara, fu raggiunto proprio in questa località e sommerso dall'acqua limacciosa: ben 84 furono le vittime, al cui ricordo è stato innalzato un monumento nel luogo della tragedia.

    La disastrosa inondazione del '51 minò anche la staticità della chiesa dedicata a S. Bartolomeo, che subì danni gravissimi, tali da richiedere l'abbattimento del sacro edificio. La riedificazione, inserita nel Piano Generale di Ricostruzione del Polesine a seguito dell'alluvione, fu tempestiva e la nuova chiesa fu consacrata il 12 Novembre 1955 dal vescovo Guido M. Mazzocco, presente l'on. Giovanni Brusasca, commissario governativo preposto a coordinare gli interventi dell'emergenza e della ricostruzione.

    Fatta una breve sosta presso il tempio e le bancarelle di foggia artigianale sparse per il sagrato ed appositamente allestite per animare la festa del palio, riprendiamo il nostro percorso verso quella che può essere definita la nuova Frassinelle. Si tratta di un nucleo moderno, sorto in tempi recenti su terreni più elevati presso il Canal Bianco, ove ha termine la lunga strada rettilinea.

    A Frassinelle centro è stato eretto anche l'edificio del Comune e una nuova chiesa dedicata a S. Maria Assunta inaugurata nel Gennaio del 1959, voluta ardentemente dalla popolazione, che ha concorso con generose offerte a coprire i costi di realizzazione. Il sacro edificio, privo di ricercatezze architettoniche, tutto basato sulla praticità e l'utilità degli spazi, accoglie un grande crocifisso ligneo, un bel portale marmoreo del sec. XVI, alcune statue di Felice Canton e Cesare Zancanaro, e due interpretazioni della Via Crucis: la prima in terracotta è opera del padovano Quaia, mentre la seconda è costituita da piccole tele realizzate dal pittore di Ceneselli Maurizio Barozzi.

    L'unico edificio di pregio storico che sorge nei pressi del centro è Ca' Pesaro, un complesso rurale del '700, in cui, affiancati alla casa padronale si trovano l'oratorio (a sinistra) e le stalle con gli ambienti di servizio (a destra). Il complesso si presenta oggi in stato di abbandono e bisognoso di un radicale intervento di consolidamento e restauro. Per evitare furti o atti vandalici è stata tolta una bella icona con una Madonna Nera che impreziosiva l'oratorio.

    Raggiungiamo frattanto il Canal Bianco e la vicina località Passo il cui antico Oratorio, che sorge oltre il corso d'acqua lungo la strada per Villamarzana, dal 1780 è dedicato a S. Lorenzo. Posto nei pressi del fiume, e quindi in posizione più elevata rispetto alla parrocchiale della località Chiesa, il tempietto nel corso dei secoli ebbe più volte a ricoprire un ruolo di supplenza alla chiesa madre resa inagibile dalle frequenti alluvioni. Ed il suo esiguo camposanto, che in più occasioni accolse le vittime delle inondazioni, è stato permanentemente destinato alle 84 persone che tragicamente persero la vita nell'alluvione del '51.

    Ritorniamo frattanto sull'argine del Canal Bianco, le cui sponde si presentano ricche di vegetazione spontanea che ci fanno pensare ai fitti frassini che un tempo ricoprivano la zona dandole il nome.

    Percorriamo la strada arginale in direzione della corrente fluviale, ricordando come questo corso d'acqua nasca da un'azione composita di uomo e natura. La storia e la geologia ci informano innanzitutto che, in una posizione mediana tra Adige e Po, è sempre esistito un fiume (nei tempi più antichi chiamato Filistina o Po di Adria, nel primo medioevo denominato Canale Maneggio) cancellato poi da varie inondazioni, fino a quella del 1438 derivante dalla rottura, forse dolosa, degli argini dell'Adige a Castagnaro e Malopera. Toccò dunque all'uomo ridisegnare questo fiume mediano, che infine prese il nome di Canal Bianco.

    L'opera fu ritenuta essenziale dai bonificatori estensi nel XV secolo: si trattava di incanalare le acque provenienti da un lato dalle Valli Veronesi portate dal Tartaro, e dall'altro dalla rotta dell'Adige presso Castagnaro.

    A Canda iniziarono pertanto i lavori di imbrigliamento dei due corsi d'acqua, fatti confluire nel nuovo canale, che solo successivamente venne denominato Canal Bianco, in quanto per un paio di secoli fu conosciuto come Castagnara, ramo dal quale proveniva la maggior parte delle acque. Lo scavo del fiume-canale raggiunse nel 1455 la Fossa Polesella, permettendo così di indirizzare nel Po le acque del complesso sistema idrografico caratterizzante l'alto Polesine. La continuazione del Canal Bianco verso Adria ed il Mare fu successiva, resasi necessaria quando l'innalzamento del letto del Po iniziò ad ostacolare il deflusso delle acque portate dalla Fossa.

    Si trattava di un sistema idrografico che per un ampio periodo mantenne la sua funzionalità agevolando la navigazione all'interno del Polesine. E nei secoli in cui il territorio fu dominato dalla Repubblica Veneta, con frequenza il complesso fluviale formato da Po-Fossa-Scortico, era utilizzato dalle imbarcazioni dei nobili veneziani dirette alle belle dimore di Fratta. Un percorso questo che oggi non è più possibile effettuare, dato che la Fossa ha completamente perduto i suoi connotati di canale di collegamento tra Po e Canal Bianco.

    Continuando il nostro percorso raggiungiamo frattanto la località Bresparola. Proprio qui la Fossa aveva origine dal Canal Bianco. La confluenza è oggi inibita da uno sbarramento, ma il collegamento tra i due corsi d'acqua esiste ancora in modo artificiale. È stato infatti reso possibile grazie ad un sistema di pompe e sifoni che, a seconda delle esigenze, è in grado di portare l'acqua al corso prescelto.

    La zona, tipicamente agreste, è caratterizzata dalle colture stagionali, sulle quali si poggia il nostro sguardo che poi è attratto da una signorile costruzione probabilmente settecentesca che sorge su un dosso di sicura derivazione alluvionale, verso cui ci dirigiamo.

    Nei pressi sorge un'altra importante opera dell'uomo: si tratta di un incrocio idraulico, in cui vari canali di bonifica della zona di Frassinelle si uniscono per sottopassare la Fossa. La complessa operazione fu caldeggiata nel secolo scorso da Pietro Paleocapa. Ed ancora oggi, in onore di colui che a buon diritto è considerato come il principe degli ingegneri idraulici polesani, la struttura a due canne è denominata Botte Palleocapa. Da qui ha in pratica origine il Collettore Padano Polesano, che scorre quasi parallelo al Canal Bianco, fino ad incrociarlo in basso Polesine, a Volta Grimana.

    Continua frattanto il nostro itinerario costeggiando la Fossa, finché i resti di un tempietto diroccato attirano la nostra attenzione. Dalle vecchie pietre proviene una suggestione arcana. L'esile campanile a vela, nella sua minuscola struttura, ci parla di tempi ingenui e lontani, di una fede agreste che doveva trovarsi in sintonia con la natura; la quale si sta riappropriando lentamente dell'oratorio, con piante che ormai hanno messo radici anche al suo interno. Di fronte al tempietto si muove appena l'acqua nella Fossa, meta di alcuni pescatori domenicali che certamente sono attratti più dalla pace e dalla suggestione del luogo che dalle concrete possibilità di pesca.

    Anche il nostro incedere è lento e tranquillo, modulandosi sulle caratteristiche della zona, che ispira un assoluto senso di quiete. Ma ecco che, improvvisamente, la Fossa si blocca: la "tombatura" dell'ultima parte dello storico canale è stata decretata dal comune di Polesella nel 1957. Al posto delle acque si presenta ai nostri occhi l'immagine quasi irreale di un terreno da poco sarchiato, dietro il quale si profila, inatteso, l'elegante profilo di una villa veneta.

    Si tratta di Villa Selmi-Serafini, alla periferia di Polesella, che si presenta signorilmente inserita in un ampio e verdeggiante parco, alla cui progettazione si vuole abbia concorso l'architetto padovano Giuseppe Jappelli. Dello storico edificio, soprannominato il Palazzone, ci appare il lato occidentale, da cui non possiamo cogliere l'armonico equilibrio della facciata rinascimentale. Alla nostra vista si presenta invece, frontalmente, la costruzione ottocentesca, adibita a serra, ornata di un classico frontone su cui spiccano tre slanciati pinnacoli.

    Scattata una foto, riprendiamo il nostro itinerario per soffermarci dopo pochissimo, presso il tempietto di S. Gaetano da Tiene, risalente alla prima metà del '700. Il verde che lo circonda ci riporta alla mente un verso di Giovanni Pascoli, là dove parla delle "chiese di campagna che erbose hanno le soglie". La lineare semplicità dell'oratorio, vigilato da un campaniletto con cupola a cipolla, ci infonde un mite sentimento di dolcezza pastorale.

    Completamente diversa l'impressione che ricaviamo dalla tappa successiva. Abbiamo ormai iniziato il percorso di ritorno, rinviando ad un'altra occasione la visita al paese di Polesella. Fatto un breve tratto della Statale, imbocchiamo la prima strada sulla sinistra ove si erge, oltre ad un ponte, la composita struttura dell'ex zuccherificio, da annoverare ormai tra gli edifici significativi di un'architettura industriale tipica della prima parte del nostro secolo.

    La tappa successiva è a Raccano, ove sostiamo presso la Chiesetta dedicata alla natività di Maria Santissima. Si tratta di un tempietto che affonda le sue radici nel Medioevo, quando la comunità di Orcano (questo era il toponimo originale) prosperava sulle rive del Poazzo. Una serie di alluvioni convinsero però la maggior parte della popolazione a trasferirsi nella vicina frazione di Polesella che, difesa dalle arginature della Fossa, godeva di una maggior sicurezza idraulica. Fu così che i rapporti di forza tra le due comunità si invertirono e Raccano divenne frazione di Polesella, perdendo perfino, nel 1737, il ruolo di parrocchia, recuperato soltanto più di due secoli dopo, nel 1954, a seguito di un consistente lavoro di recupero del tempio.

    La chiesetta, raro esempio di architettura romanica in Polesine, negli ultimi decenni si è posta all'attenzione degli amanti dei beni artistici per un originale Polittico in terra cotta, che gli studiosi hanno attribuito a Michele da Firenze, il quale operò con maestria nel XV secolo. L'artistica opera, in cui campeggia la Vergine con bimbo, assistita da quattro santi, da qualche tempo non è però più presente nella sede originaria, dato che, dopo un'operazione di pulitura, è stata spostata in ambienti più sicuri presso la Pinacoteca dell'Accademia dei Concordi di Rovigo. È comunque tuttora presente nel tempio una parte di un affresco quattrocentesco, recuperato con i lavori di restauro, che contribuisce a mantenere alla sacra costruzione il fascino dei resti antichi.

    Dopo aver scattato un'ultima foto al tempietto di Raccano, ci predisponiamo alla conclusione dell'escursione, soddisfatti di un itinerario che ci ha fatto scoprire aspetti del Polesine poco noti, ma non per questo di scarso pregio, ed anzi certamente significativi sotto il profilo storico ed ambientale. Inforchiamo dunque le nostre bici prendendo la strada che porta a Fiesso da dove siamo partiti e dove facciamo ritorno con la consapevolezza di aver arricchito il nostro patrimonio di conoscenze relative ad una zona forse tra le meno conosciute della "terra dei grandi fiumi".

    Note e riferimenti bibliografici

    1. Cfr.: Alberino Gabrielli, Comunità e Chiese nella diocesi di Adria-Rovigo, Edizioni Ciscra, Villanova del Ghebbo, 1993.

    2. Cfr.: Bruno Rigabello, Consorzi e Retratti nel Polesine in età estense e veneziana, in Uomini, Terra e Acque, Minelliana, Rovigo, 1990.

    3. Cfr.: Luigi Contegiacomo, Verso la fine dei particolarismi, il grande collettore Padano Polesano, in Succassi d'acque, Cariparo, 1991.

    4. Cfr.: Rubis Zamella, La mia Polesella perdura, Demetri e Schiesaro, Polesella, 1996.

    5. Cfr.: Aldo Rondina, Frammenti d'altare, in "Ventaglio Novanta" n. 9.

  • Parco & Museo

    Un duplice motivo di speranza, una volta tanto fondato su basi veramente concrete, ha preso corpo nel primo semestre di questo 1998 che si chiude in questi giorni con l'uscita dell'edizione estiva del "Ventaglio". Due importanti passi sono stati infatti compiuti lungo il cammino di una valorizzazione turistica ed ambientale del Polesine: l'istituzione del Parco del Delta, per il quale è stata individuata la sede operativa ad Ariano Polesine, ed il Simposio per realizzare il Museo dei Grandi Fiumi che troverà la sua "casa" presso l'ex grande monastero degli Olivetani di Rovigo, tornato agibile dopo un consistente ed oculato intervento di recupero.

    Il mondo della cultura e i sostenitori della vocazione turistico-ambientale del territorio della nostra provincia hanno trovato una comune base di confronto per cimentarsi su tematiche che non dovranno rimanere limitate a momenti teorici, ma implicare una ricaduta sul piano degli investimenti, dell'occupazione e dello sviluppo.

    Il Museo dei Grandi Fiumi si prospetta infatti non soltanto come uno spazio espositivo, ma come una struttura attiva di studio e ricerca, momento di confronto tra studiosi delle acque di tutta Europa e riferimento per mettere a punto piani di salvaguardia e valorizzazione degli ambienti fluviali. Una struttura – è stato detto al convegno di presentazione del progetto – che dovrà trovare il modo non solo per autofinanziarsi, ma anche di farsi effettivamente motore propulsivo per interventi di pianificazione.

    Dal Parco ci si aspetta parimenti l'avvio di iniziative concrete focalizzate nel Delta del Po. Interventi mirati a far emergere finalmente la vocazione turistico-ambientale della più grande zona umida d'Italia, che da troppi anni attende di essere valorizzata. Parco e Museo si legano dunque in una prospettiva di riscatto del Polesine, piccola Mesopotamia d'Europa che si affaccia al terzo millennio con la volontà di trovare una positiva identità, in antitesi ad un passato di povertà ed emarginazione, in un'ottica nuova che sappia far risaltare la ricchezza dei suoi valori. Progetti innovativi ed originali dunque, in grado di esaltare la "vocazione" di una terra davvero unica, scelta dai grandi fiumi d'Italia per il loro abbraccio conclusivo col mare.

    Lino Segantin

  • La Foce, la Genesi

    Presso il Centro di Informazione e Documentazione visive alla "Pescheria Nuova" di Rovigo, inaugurato dall'assessore ai beni Culturali, il prof. Gabris Ferrari si è svolto un importante appuntamento artistico dedicato ad un tema familiare ai polesani dal titolo "La Foce – La Genesi" riferito ai due grandi fiumi tra i quali si estende la nostra terra.

    La rassegna ha proposto tre artisti rodigini, Messere, Laura Gioso e Marco Lazzarato, accomunati da un antico sentire, che, nella propria individualità artistica, interpretano il colore del Polesine nel rapporto tra cielo-acqua-terra.

    Da una parte l'Adige, in cui acqua e terra si confondono nel giovanile fluire del fiume, freddo ma vigoroso e deciso nel perseguire ad estuario la meta, la "foce" appunto. Dall'altra il Po, dove acqua e cielo sfumano in azzurri spazi e placide acque che, sinuose e ramificate, stancamente cercano l'amplesso con il mare.

    È dalla foce che si comprende la natura dei due fiumi, la loro "genesi": uno, l'Adige, sviluppa nell'azione fisica, proveniente dalla forza della nascita un freddo divenire infuso dalla giovinezza e perciò impetuoso; l'altro, il Po, nella maestosità della sua ampiezza, fa comprendere la sconfinata forza di una natura mutante generata dal mito.

    Legata ai due fiumi è nata una proposta unica ed originale che accomuna tre valenti artisti polesani contemporanei, tre incontri con l'arte che si ispira al nostro paesaggio polesano, e la valorizza, ha sottolineato il prof. Ferrari.

    Marco Lazzarato con materiali vari, carta, acquerello, legno, si accosta all'idea dell'acqua con originale interpretazione.

    Messere, con giochi di trasparenze, realizza quadri caratterizzati da una originale forza evocativa.

    Laura Gioso, immersa nella nostra terra, insegue un sogno paesaggistico con straordinaria sensibilità interpretativa e forza cromatica luminosa, aperta a spazi infiniti.

    Una volta assorbito e interiorizzato l'aspetto cromatico, tali artisti sapientemente interpretano, rielaborano e trasformano una realtà, di per sé poco articolata come afferma Laura Gioso, lavorando così sulla metafora dei fiumi intesa come cultura della foce, del compiersi dei cicli che si concludono quando i fiumi vanno al mare.

    Un'ulteriore novità della mostra consiste nell'intrecciarsi dell'interpretazione artistica con la razionalità filosofica. Così, come i fiumi scavano il proprio corso verso la foce, i filosofi tendono a tracciare per gli uomini le rotte della verità.

    Questo appuntamento artistico rappresenta un modello rivolto alla città per indicare che si può uscire dalla propria nebbia, intesa non tanto come fenomeno fisico quanto metafisico. La mostra, infatti, si completa con il tema "Il Pensiero e l'arte", sviluppato da tre illustri filosofi: il prof. Don Franco Patruno, Direttore dell'Istituto di Cultura "Casa Giorgi Cini" di Ferrara, il prof. Franco Rella dell'IUAV di Venezia e il prof. Pier Aldo Rovatti dell'Università di Trieste.

    Messere

    Nato ad Adria, vive e lavora a Rovigo con studio in via Palestro, 57 – Tel. 0425/484461.

    Tra le mostre personali e collettive a cui ha partecipato l'autore, segnaliamo in particolare: 1986 – Galleria d'Arte L'Ariete, Bologna; 1987 – Tavernetta Palazzo Roncale, Rovigo; 1989 – "Figure del Fiume" curata da Claudio Spadoni, Palazzo Buzzolla, Adria (Rovigo); 1990 – Villa Pisani, Monselice (Padova); 1991 – Chiesa di San Rocco, Este (Padova); 1991 – "Nati sotto Fetonte" curata da Antonio Romagnolo – Accademia dei Concordi, Rovigo; 1993 – Sala di Palazzo Celio, Rovigo; 1994 – Atrio Banca Agricola Mantovana – Castelmassa (Rovigo); 1995 – Ca' dei Carraresi, Treviso; 1995 – Centro Culturale Tirolese, Tirolo (BZ); 1996 – Innsbruck Galleria Bertrand KASS.

    Marco Lazzarato

    Nato a Badia Pol. (RO) il 29 Marzo 1961, vive a Rovigo in via B. Valier, 40 – Tel. 0425/93017.

    Diplomatosi all'Accademia di Belle Arti di Venezia, insegna all'Accademia di Belle Arti di Bologna. Ha curato anche interessanti progetti di divulgazione.

    Tra le principali esposizioni da segnalare: 1986 – "Acquarelli" Palazzo Roncale, Rovigo; "Prima selezione Triveneta Giovani Artisti", Padova; 1987 – "Salon des Refuses, ritmi visivi rifiutati", Vicenza; Premio alla "1ª Biennale Nazionale dell'Acquarello", Albignasego (Padova); "Acquarelli e disegni", Galleria Selearte, Padova; 1988 – "Forma – Colore – Materia", Palazzo Roncale, Rovigo; "Figuration Italienne – Nouvelle Generation", Museo d'Arte Contemporanea di Chamaliers, Clermont-Ferrand (Francia); "Seconda selezione Giovani Artisti", Padova; 1989 – Personale alla Galleria Selearte, Padova; 1990 – "Arte in Polesine – 1ª", Palazzo Roncale, Rovigo; 1991 – "L'occhio della galleria 2ª" – Fondazione Bevilacqua, La Masa, Venezia – "Nati sotto Fetonte", Accademia dei Concordi, Rovigo; 1992 – Le Venezie "Ville e Palazzi: Muse di pietra", Museo C. Rizzarda, Feltre.

    Laura Gioso

    Nata a Rovigo il 26 Febbraio 1956, risiede in via P. Micca, 7/A – Tel. 0425/33568.

    Diplomatasi presso l'Accademia di Belle Arti di Venezia, ha al suo attivo molte mostre personali e collettive, tra cui segnaliamo: 1980-1981-1982 – Villa Badoera, Fratta Polesine (RO); 1982 – Chiesa sconsacrata di San Rocco, Este (PD); 1987 – Galleria Bevilacqua La Masa, Venezia; Tavernetta di Palazzo Roncale, Rovigo; Galleria Artespaziodieci, Bologna; 1988 – Galleria Voltane della Molinella, Faenza Ravenna; Palazzo Festarì, Valdagno (VI); 1989 – Le Venezie "Arte necessità e negazione", Galleria Sintesi, Treviso; 1990 – Le Venezie "Sulla scia del Gran Tour", Galleria Graftex, Roma; "Cib'Arte", Corte sconta detta Arcana Venezia; 1991 – "Pitture", Galleria Selearte, Padova; "Oltre l'infinito", Scuola di Calegheri, Venezia; 1992 – Le Venezie "Muse di pietra", Palazzo Economo, Trieste; 1993 – Palazzo Roncale, Rovigo; 1995 – "Lettere ad un amico", Galleria L'Ariete, Bologna; "Lettere ad un amico", Galleria Donatello, Firenze; 1996 – "Ceramiche e tele" Sala Montefeltro, Urbania; "Ceramiche e tele" Oratorio S. Pieretto, Chioggia (VE); 1996 – Karlovac, Zilik; 1997 – Galleria "Spektar", Zagabria.

  • Pietro Brandolese editore (1754-1809)

    Duecento anni fa, Padova ebbe il suo primo giornale, "Lo spirito delle gazzette", il cui n. 1 uscì il 6 Maggio 1797. L'iniziativa editoriale fu ideata e realizzata da Pietro Brandolese, polesano di origine, ma ormai da anni trapiantato nella città del Santo e conosciuto come "il libraio del Bò". Soprannome questo derivatogli dal fatto di gestire in prima persona, a partire dal 1783, una fornita libreria, in posizione strategica, accanto alla famosa università.

    Oltre che come libraio, Pietro Brandolese si caratterizzò ben presto anche come editore, non solo con Lo spirito delle gazzette, ma dando anche alle stampe vari volumetti di carattere artistico, bibliografico e di impegno civile. Ma ciò che in particolare lo rese famoso, oltre i confini della regione, fu l'edizione dell'Iliade di Omero, tradotta in versi sciolti da Melchiorre Cesarotti.

    Gran parte del suo impegno editoriale nel 1797 fu comunque assorbito da Lo spirito delle gazzette. Si trattò di una pubblicazione a cadenza molto ravvicinata con quattro uscite alla settimana, che riportava dispacci, ordinanze, documenti ufficiali, con pochissimi fatti di cronaca, svolgendo in sostanza una funzione di sostegno alla municipalità scaturita dall'occupazione francese del Veneto.

    Un giornale politicamente schierato dunque, la cui ideazione non era però derivata da calcoli di pura convenienza, in quanto Pietro Brandolese già negli anni precedenti si era messo in evidenza a Padova tra gli intellettuali favorevoli all'avvento di una nuova epoca all'insegna dei "diritti dell'uomo". Ed il riferimento non poteva essere che quello della Francia, giacobina prima e napoleonica poi.

    Già nel 1790 il libraio del Bò aveva dato vita ad una "Società per la lettura di gazzette e giornali", a cui aderivano un'ottantina di iscritti (tra cui non pochi massoni), tenuti sotto controllo dalla polizia della Serenissima, non a torto sospettosa del gruppo di lettura che, nei filosofi dell'Illuminismo, trovava alimento per coltivare idee libertarie.

    Caduta la Repubblica Veneta con l'arrivo delle armate francesi, Pietro Brandolese diede dunque vita a "Lo spirito delle gazzette" testimone e simbolo stesso della novità dei tempi, che a buon diritto può essere considerato il padre di tutti i giornali editi a Padova, dato che precedentemente avevano visto la luce soltanto degli almanacchi.

    La fortuna della pubblicazione risultò però aleatoria e strettamente legata al periodo dell'occupazione francese. Una brusca interruzione della sua uscita si ebbe infatti a registrare con il mutare del clima politico, in seguito al trattato di Campoformio e all'arrivo dei nuovi dominatori austriaci. Altrettanto repentina fu la ripresa dell'iniziativa editoriale verificatasi nel 1801 col ritorno delle truppe napoleoniche, alla cui ritirata si registrò la chiusura definitiva della pubblicazione, non più ripresa nemmeno con la costituzione nel 1805 del filofrancese Regno Italico.

    Altre e certamente più qualificanti furono però le iniziative editoriali del libraio del Bò, la cui vita era iniziata nel 1754 a Canda, paese lungo il Canalbianco, conosciuto dai cultori dell'arte per la bella villa veneta dei Nani-Mocenigo.

    Notato fin dall'infanzia per la sua intelligenza, dovendo lasciare il Polesine per necessità economiche, fu indirizzato a Venezia dall'abate Griffi che lo ebbe come
    discepolo a Lendinara. Nella città dei Dogi, splendida d'arte e di iniziative, Pietro Brandolese trovò lavoro presso il libraio Giambattista Albrizzi, concependo un duraturo amore per i libri ed intrecciando rapporti di amicizia e collaborazione con importanti eruditi della città lagunare.

    Alla morte del suo datore di lavoro, nel 1777, maturò l'idea di iniziare un'attività in proprio, approdando a Padova l'anno successivo, all'età di ventiquattro anni, senza interrompere i rapporti con l'ambiente veneziano e intensificando gli scambi epistolari col conte Girolamo Silvestri di Rovigo, già da qualche tempo suo corrispondente.

    A Padova si legò in particolare col cav. Giovanni De Lazzara, nobile non solo di casato ma anche di cuore, animato da sincera passione per la cultura e l'arte. Costui ebbe modo di ricambiare l'amicizia del libraio del Bò, scegliendolo come assistente, allorché fu nominato Ispettore e Soprintendente d'arte nel circondario di Padova.

    È proprio alla competenza acquisita in campo artistico sono legate due importanti operette scritte ed edite dal Brandolese nel corso del 1795: Pitture, sculture, architetture di Padova, concepita come una guida articolata in sei itinerari, e Del genio dei lendinaresi per la pittura.

    Quest'ultima opera, che traccia in ordine cronologico la storia dei dipinti presenti a Lendinara, scaturì da una visita che il Brandolese effettuò, in compagnia del cav. De Lazzara, alla cittadina dove aveva compiuto gli studi dell'infanzia. Il trattatello, accurato nei riferimenti e tuttora interessante per le osservazioni critiche, fu dedicato al nobile lendinarese Giovanbattista Conti, poeta, ispanista e fine animatore culturale.

    L'interesse verso l'arte non venne mai meno in Pietro Brandolese che però, con l'aprirsi del nuovo secolo, fu progressivamente abbandonato dalla salute, senza più riuscire a trovare l'ispirazione e la volontà di avviare nuove valide iniziative. Si portò infine a Venezia, presso i nobili Querini per stilare l'indice della loro biblioteca, ma qui trovò la morte, a soli 55 anni, nel 1809.

    Pietro Brandolese è stato riscoperto alcuni anni fa da Vittorio Sgarbi proprio in virtù dell'operetta Del genio dei lendinaresi per la pittura, che nel 1990 è stata ristampata all'interno di un ampio volume, a cui è stato mantenuto l'originale titolo settecentesco. Il libro, a cui si rimanda per ulteriori approfondimenti, edito dalla Minelliana grazie ad un contributo della Cassa Rurale di Lendinara, contiene anche un saggio dello stesso Sgarbi, seguito da un sostanzioso apparato critico sulle pitture lendinaresi a firma di Vittorio Sgarbi e Paola Pizzamano, e si conclude con uno studio di Pierluigi Bagatin direttore della biblioteca lendinarese.

  • Un terminal per l’ambiente

    Si è parlato molto negli ultimi mesi dell'opportunità di ospitare un terminal metanifero nel territorio del Delta. La struttura industriale, vista con particolare favore negli ambienti politici e sindacali polesani, dovrebbe sorgere nelle acque dell'Adriatico prospicienti la foce del grande fiume. Qui dovrebbero giungere grandi navi cisterna cariche di metano allo stato liquido, che verrebbe poi nuovamente reso gassoso per essere immesso in rete e distribuito in tutta l'alta Italia.

    Punto forte del progetto, oltre ai posti di lavoro che esso ovviamente comporterebbe, la riconversione della centrale elettrica di Porto Tolle, che dovrebbe subire gli idonei adattamenti per essere alimentata dal metano. Ipotesi questa che al momento è però categoricamente esclusa dall'Enel.

    In tutta la discussione, che rimane aperta trovando vasta eco nelle pagine dei quotidiani locali, emerge con evidenza il dato di fondo che, per il futuro del Delta, si continuano ad ipotizzare strutture industriali (non molti anni fa si era parlato addirittura di un terminal carbonifero), valutando in modo sempre alquanto marginale le opportunità turistico-ambientali.

    Perché non considerare con maggior coraggio e lungimiranza l'ambiente in termini di investimento?

    È questo un argomento che da molti viene guardato con estremo scetticismo, come se la realtà di Albarella, tanto per fare un esempio concreto, proprio non esistesse.

    Ci sentiamo di dire con forza che la realizzazione del Parco del Delta non deve restare una pura questione di perimetrazione. Va quanto prima riempita di progetti operativi, al fine di valorizzare gli aspetti ambientali della vasta area e creare risorse per i residenti.

    Ci piacerebbe insomma che per il futuro del Delta si pensasse ad una sorta di "terminal" per i beni ambientali e culturali, in grado di favorire la riscoperta del vero patrimonio di questa terra, scelta dai grandi fiumi d'Italia per il loro conclusivo abbraccio col mare.

    Lino Segantin

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