Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • Padre Aristide Stefani

    Avevo qualche mese di vita quando mia madre, che era intima amica della Sig.ra Anna Stefani, la mamma di Duccio, mi mise nella stessa carrozzina in cui troneggiava il piccolo futuro Don Duccio che aveva un mese di vita più di me. Era nato l’otto gennaio 1932.

    Una vecchia foto nell’albo di famiglia mi ricorda come nacque un’amicizia fraterna che, con la morte di Duccio, avvenuta il 30 novembre 1992 divenne: ricordo, rimpianto, ammirazione ed esempio.

    Alle “Medie” passammo insieme ore felici e spensierate finché, iniziato il liceo scientifico, quando la guerra finì di tormentare gli adulti e di interessare i ragazzi, decidemmo di provare a studiare il greco per passare al classico. A Duccio piacque il greco che io ritenni subito essere assolutamente inutile per chi, innamorato di piante ed animali, avrebbe fatto studi naturalistici ben lungi da interessi classici.

    Al “ginnasio”, Duccio si distinse per capacità, naturalezza e semplicità, che già dimostrava in ogni occasione. Sapevo che traduceva dal greco al latino con grande disinvoltura, mettendo in difficoltà i professori che non potevano che considerarlo un “mostro sacro”, capace di esprimersi in latino ciceroniano, dimostrando di aver acquisito uno stile ed una padronanza più unici che rari!

    Da ragazzi compimmo imprese che oggi definirei quantomeno… pazzesche: salivamo sul campanile di S.Sofia di Lendinara e facevamo girare l’angelo per opporlo al vento e vederlo roteare per tornare a dare ai cittadini quelle indicazioni sul tempo a cui oggi non crede più nessuno.

    Ricordo gli scherzi di Duccio ragazzino, che non esitava a salire con gli amici sul grande noce dietro casa sua, in Via Santuario in Lendinara, e a togliere e nascondere la scala a pioli, divertendosi a vederci tentare di scendere con ogni mezzo o a lasciarci ad implorarlo di consentirci di tornare a casa…

    Ricordo una gita in bicicletta, fatta il 2 giugno 1946, in occasione delle prime elezioni politiche. Da Lendinara pedalammo fino a Negrar, in Valpolicella su delle vecchie biciclette e su strade tutte a buche. Fu un’impresa epica per quei tempi, di cui vado ancora orgoglioso, ora che, dopo qualche chilometro, devo farmi ricoverare..!!

    Duccio entrò in seminario nell’ottobre 1947, finito il liceo classico a pieni voti, dove già esternava a tutti la sua intenzione di fare il missionario. Entrò nel settembre 1949 tra i comboniani e prese i voti consacrandosi sacerdote il 26 maggio 1956 a Milano.

    Negli anni successivi ci vedemmo saltuariamente, io seguivo i corsi universitari a Padova e lui veniva raramente a Lendinara. Seppi che sarebbe partito per l’Africa per coronare il suo sogno.

    Dal 1956 al ’59 insegnò prima nel collegio dei comboniani, poi andò in Inghilterra, ove imparò perfettamente la lingua, quindi finalmente ad Asmara in Eritrea, a Decamere. In Etiopia studiò la lingua amarica, quindi nell’agosto 1973 fu inviato in Malawi. Prima però fece ritorno in Italia e venne a trovarmi. Seguii le sue vicende tramite i familiari, ma ricevetti anche lettere stupende e qualche visita in cui potei conoscere le avventure e le vicende vissute con la serenità e la gioia che solo la fede che esprimeva in ogni suo discorso, potevano dargli.

    Manuela, mia moglie, non lo conosceva, non lo aveva mai visto prima di quel giorno in cui, aprendo la porta di casa, dopo uno squillo del campanello, si vide davanti un omone alto e robusto dal viso sereno, che con un gran sorriso, Le disse… “Sei Manuela, la moglie di Beppi!! Io sono Duccio!”.

    Aveva una camicia rosso scuro, calzoni neri, una giacca un po’ più larga del dovuto, un grosso paio di scarpe comode, ma soprattutto un gran sorriso…

    Ci venne a trovare ogni volta che tornava in Italia e sempre senza problemi..!! Telefonava prima, se si ricordava di farlo, o arrivava così, senza preavviso, sicuro di poter contare sulla nostra ospitalità. Arrivava ad ora di pranzo o di cena e dormiva nella camera degli ospiti, da buon amico, dopo averci intrattenuti con lunghe ed interessantissime storie della sua vita avventurosa.

    Ci parlava spesso del suo ospedaletto di Chupini, dove ricoverava i malati, assisteva ai parti, e persino operava, quando fosse inevitabile, forte della sua fede e probabilmente di un gene paterno, trasmessogli dal papà Ferdinando, che tutti i lendinaresi meno giovani ricordavano per il valore come chirurgo dell’ospedale civile.

    Parlavo spesso del mio amico missionario comboniano con chiunque accennasse a conoscenti capaci di cose straordinarie o di imprese ed affermazioni particolari. Ado, Mario, Stefano, Alberto, Piergiorgio, tutti compagni di scuola e di giochi che hanno intrapreso carriere diverse e che si sono affermati in vari settori professionali, ma

    Duccio era sempre l’oggetto di una particolare attenzione, ammirazione e di conforto. Avrebbe anche lui potuto essere un grande chirurgo, un ottimo avvocato, un docente universitario, un luminare della scienza o un letterato. Con l’intelligenza, le doti naturali, la stessa forza fisica, la grande sicurezza nell’agire, l’intraprendenza, il coraggio e tutte le altre qualità, unite forse ad un particolare modo di concepire le cose, senza banalizzarne gli aspetti umani con i discorsi, ma con la figura e la grande fede incrollabile di cui era capace.

    Nel 1972 partecipai, da laureato, scapolo, assistente volontario a economia agraria, ad un viaggio organizzato dal centro universitario giovanile, incuriosito ed allettato da un programma di tutto rispetto che ci avrebbe consentito di vedere Ungheria e Romania, allora afflitte dal regime comunista, ospitati dalle organizzazioni giovanili universitarie di quei paesi (forse nell’intento di convertire i “capitalisti” alla fede di Marx!!).

    In quell’occasione parlai anche di Duccio ai dodici compagni di viaggio, sconosciuti fino all’incontro programmato alla stazione ferroviaria di Venezia da cui partimmo per Vienna.

    Con napoletani, romani, torinesi e padovani, nove ragazze e quattro uomini, compimmo le prime tappe del viaggio visitando la zona del lago Balaton, Budapest ed altre città ungheresi prima e rumene poi fino a Piimosco sul Mar Rosso.

    Fu a Bucarest che scoprii che Gino Vicarelli, uno della compagnia, era un prete! Infatti comparve con le vesti ed i paramenti quando ci lasciò per qualche minuto nella chiesa indicataci da Sergio, il suo concittadino di Perugia, assistente universitario, tutt’altro che un baciapile, ma molto interessato, come tutti noi, a vedere una chiesa aperta e funzionante in uno stato comunista!

    Don Gino, da qual giorno tornato ai vestiti borghesi, mi confessò di essere stato mandato da certi suoi amici religiosi a portare una parola di conforto, e forse anche un aiuto finanziario a qualcuno che non vedemmo mai, ma che lui raggiungeva quando spariva dal gruppo.

    Al ritorno dal viaggio ebbi modo di presentare Don Gino a Duccio e nacque nel 1973 una reciproca e fruttuosa collaborazione che durò moltissimi anni, anzi fino alla morte di Duccio.

    Gino era parroco di Ponte Falcino, una frazione di Perugia poi fagocitata dalla città, e fu nella parrocchia di Ponte Falcino che Duccio andava a battezzare bimbi, comunicare i ragazzi o a sposarli, quando tornava in Italia. Era a Ponte Falcino il suo “quartier generale”, dove lo festeggiavano ogni volta che portava notizie, fotografie e proposte o progetti per la sua missione.

    So che i perugini per due volte nel 1983 e nel 1991 organizzarono un viaggio nel Malawi, dove padre Duccio aveva la sua missione, nella zona più squallida e sperduta, dove la foresta, gli acquitrini, il solleone, la malaria, il colera e la fame erano la sua compagnia.

    Fu nel Malawi che contrasse egli stesso la malaria e dove il suo cuore generoso si ammalò in modo irreparabile, portandolo alla morte proprio quando, tornato a Roma, stava aspettando di sottoporsi ad una visita cardiologica, mentre era in procinto di tornare in Africa.

    Tra le tante parole che la bella figura di padre Duccio fece pronunciare e scrivere dai suoi amici, voglio riportare quanto Corrado, di cui non so il cognome, scrisse sulla pubblicazione “Ricordi e Testimonianze” del missionario dal titolo: “Amico di tanti è morto solo”. “La sua morte, avvenuta in un importante ospedale romano, accasciato al suolo fra centinaia di persone, tutte sconosciute e assorte nei propri problemi di dolore o prese dal loro lavoro, mi ha provocato un pensiero doloroso, angosciante, quasi disperato. Mi è stata, e lo è ancora, insopportabile l’idea che un uomo, vissuto al servizio degli altri fino ad annullarsi, fosse morto in questo modo: solo, in un luogo estraneo, tra gente sconosciuta, senza una mano a cui aggrapparsi, senza un volto familiare a cui chiedere aiuto, senza un amico vicino”.

    Così se n’è andato Duccio, il cui unico desiderio, più volte espresso, era stato quello di morire laggiù, fra la “sua gente”, in quella terra che era la sua terra.

    Duccio amava Lendinara, ed aveva tanti cari amici a cui dedicava il poco tempo concessogli. Primo fra tutti Don Ennio Giusberti, il parroco di S.Sofia, uomo la cui dignità e signorilità ricordiamo tutti con affetto ed ammirazione.

    Il suo collaboratore più stretto ed ammirevole era Giuliano Secchiero commerciante di via Caduti del Lavoro, che per anni ed ancor oggi raccoglie le offerte per la missione del Malawi e si coordinava con Don Gino di Ponte Falcino prima e con Don Bistoni poi, contribuendo generosamente nell’attivarsi per risolvere ogni problema da superare per dare a Duccio ed a chi lo ha sostituito qualche aiuto per la missione.

    Lendinara dovrebbe ricordare più spesso questo suo concittadino per la vita esemplare, tutta dedita agli altri, generosamente vissuta in serenità di spirito ed in totale dedizione al bene.

    Ricorre il decimo anniversario della morte del caro Duccio il 30 novembre 2002. In quell’occasione vorrei che i suoi amici e l’intera cittadinanza lo ricordassero con il rispetto e l’affetto che merita una figura così unica e straordinaria.

  • Il sottotenente Enos Fusetti

    Il sessantesimo anniversario della scomparsa del Sottotenente Enos Fusetti, morto in Albania il 14 febbraio 1941, durante la campagna di Grecia della Seconda Guerra mondiale, è stato particolarmente celebrato ad Ariano nel Polesine, sua terra natale.

    Nella casa Comunale è stata scoperta una bacheca contenente tutti gli effetti personali dell’Eroe, compresa la Medaglia d’Argento al valor Militare, attribuitagli “alla memoria”, per il fatto d’armi di Mali Scindeli. Grazie alla donazione della famiglia, nella bacheca hanno trovato collocazione alcuni significativi oggetti del corredo militare del Fusetti: la sciabola da ufficiale, il berretto, i gradi, ecc… ed anche importanti documenti. Tra questi l’attestato dell’Istituto del nastro Azzurro che attribuisce al Sottotenente Fusetti il Diploma Araldico, come previsto dal Regio Decreto del 13 novembre 1923 per i combattenti decorati al Valor Militare.

    Enos Fusetti nacque a Crociara di Ariano nel Polesine, in provincia di Rovigo, il 27 Novembre 1917, in piena Prima Guerra mondiale ed in concomitanza con il disastroso ripiegamento dell’Esercito Italiano dopo la rotta di Caporetto, quando il Polesine si trovò all’improvviso – e suo malgrado – immediata terra di retrovia.

    Il padre Telemaco, che combatteva al fronte, gli volle attribuire anche un secondo nome: Cirillo, per onorare il valore del proprio diretto superiore.

    Vent’anni dopo il giovane Enos Cirillo, con l’abilitazione magistrale in tasca, riveste – come ricordano i famigliari – il grado di caporale, frequenta ad Arezzo il Corso per Allievi ufficiali di Complemento dell’Arma di fanteria e presta iniziale servizio di prima nomina nella “Regina delle Battaglie” a Polcenigo, in provincia di Udine.

    Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale è mobilitato sul fronte occidentale operando con il IV Corpo d’Armata nel settore del Monginevro, dove è leggermente ferito.

    Dopo l'esperienza francese gli viene concessa una licenza che trascorre a Biella perché la famiglia nel frattempo si era trasferita nel Piemonte. Quindi è inviato in Albania per le operazioni contro la Grecia.

    I fatti che lo videro protagonista si riferiscono a quella che nei libri di storia è ormai comunemente chiamata come “La Battaglia di Telepeni”, una città dell’Albania meridionale posizionata alla confluenza dei fiumi Drynos e Vojussa.

    Il 9 Febbraio 1941 infatti i Greci sferrarono l’attacco decisivo su Tepeleni, riuscendo il giorno 14 a conquistare la vetta del monte Scindeli. Ebbene, proprio a quota 1540 di Mali Scindeli, e proprio il 14 Febbraio 1941, Enos Fusetti cadde mortalmente colpito, contribuendo però in modo decisivo ad arrestare quella che sembrava essere una vittoria greca.

    Don Ettore, il Cappellano Militare del reparto, che raccolse dirette informazioni tra i sottoposti del Sottotenente Fusetti, riferì ai famigliari che Enos venne straziato da una rabbiosa raffica di mitragliatrice all’altezza dello stomaco, cadendo supino.

    La motivazione della Medaglia d’Argento al valor Militare, attribuitagli alla memoria con Regio Decreto del 20 Luglio 1943, dice: “Comandante di plotone fucilieri duramente provato, resisteva tenacemente a violento attacco nemico. Ferito, rimaneva al suo posto di combattimento ed incitava con l’esempio e la parola i dipendenti, guidandoli al contrassalto. Colpito una seconda volta, rifiutava ogni soccorso e, prima di esalare l’ultimo respiro, animava i presenti a resistere ad ogni costo”.

    Poco meno di un mese dopo le armi italiane mossero al contrattacco proprio da quella linea difensiva.

    Il 14 Aprile 1941 il Comando Ellenico chiedeva l’armistizio.

    Il corpo del Fusetti non venne raccolto subito, restò con altri coetanei tra le nevi ed il ghiaccio della montagna. Solo successivamente fu sepolto in un piccolo cimitero di guerra, con la dignità di un’esile croce di legno.

    Vent’anni più tardi sarà trasferito, via Bari, nella sua terra natale, confortando così il grande dolore della mamma e delle sorelle.

    Il giorno prima delle esequie fu vegliato da tutta la cittadinanza che si strinse attorno alla famiglia per l’intera nottata.

    Domenica 23 Aprile 1961, con un concorso eccezionale di popolo, accompagnato a spalla dagli amici e con la scorta d’onore dei Carabinieri, venne sepolto nel cimitero di Santa Maria in Punta, mentre la banda intonava l’Inno del Piave.

    Qui ora riposa avvolto ancora nel Tricolore usato durante quella cerimonia.

    La sua morte suscitò vasta eco soprattutto tra il reparto: il 53° Reggimento Fanteria incorporato nella Divisione “Sforzesca”.

    Il suo nome è inciso sul marmo del Monumento ai Caduti di tutte le guerre del Comune di Ariano nel Polesine e quando s’alza forte il vento gli porta l’eco lontana del motto del suo vecchio Reggimento: “Sento in cuor l’antica Patria”.

    Durante la cerimonia del 60° anniversario della scomparsa del Sottotenente Fusetti il Sindaco, dottor Fabio Biolcati, ha consegnato a tre ufficiali, Capitano Leonardo Albanesi, Capitano Paolo Ettore Forzato Arcioni e tenente Giampaolo Girardi, la Cittadinanza Onoraria del Comune di Ariano nel Polesine.

    Gli ufficiali avevano, tra l’altro, donato alla Biblioteca Comunale migliaia di titoli librari e diverse opere pittoriche di autori di scuola veneta.

  • La sconfitta dei Cimbri

    I gelidi venti del settentrione consigliano, caro amico, di trovare riparo tra le mura domestiche. Mentre l’allegro fuoco riscalda le nostre membra, è bello lasciare che i ricordi dei tempi lontani riaffiorino alla mente.

    – Nel precedente incontro mi parlasti di grandi eroi del passato che giunsero sulle rive del Po: Antenore troiano, Diomede greco che insegnò ai nostri progenitori padani ad allevare cavalli forti e di grande pregio. Ed accennasti al grande condottiero romano Gaio Mario giunto sul Po per sconfiggere i Cimbri¹. Come si svolse la battaglia? So che le truppe romane guidate da Quinto Lutezio Catulo non erano state in grado di bloccare i Cimbri alle chiuse dell’Adige, mentre Gaio Mario con i suoi soldati era riuscito ad annientare i Teutoni alleati dei Cimbri presso Marsiglia.-

    Fu proprio così. Sulla sponda meridionale del Po si erano attestate le truppe romane fuggite all’incalzare dei Cimbri che già dilagavano nella vasta pianura. E poi giunse Mario con i suoi uomini vittoriosi.

    Egli ideò la battaglia come l’architetto una casa. La disegnò anzitutto nella sua mente, poi scelse e dispose i soldati come fa l’esperto artefice coi mattoni; soppesò quindi le sue forze, considerò le condizioni dei luoghi e della stagione, valutò i fattori favorevoli e quelli sfavorevoli, per ultimo si appellò all’audacia, virtù prediletta dalla Fortuna. L’estate avanzava e il Sole sferzava i suoi cavalli nella costellazione del Cane che fa abbaglianti i raggi dell’astro e più rovente il suo fiato: stagione nefasta per quei popoli che venivano dal gelo.

    Oltre il fiume cercò una pianura vasta e sabbiosa dove le molteplici rotte avevano divelto la vegetazione e formato lunghe dune di sabbia fra le quali ancora depositava quel limo sottile che il sole accartoccia come rotoli di carta. Il terreno era tale da poter controllare ogni movimento e spoglio di piante per togliere il respiro a chi era nato nell’oscurità delle foreste. Fissò l’ora della battaglia a mezzodì, quando tutta la luce avrebbe ferito gli occhi del nemico. Infine inculcò nei suoi uomini la disperata necessità di vincere, perciò passò il Po e se lo lasciò alle spalle precludendo ogni possibilità di fuga: il nemico di fronte, il Po a tergo. Quindi portò le truppe sui dossi più alti e la fece piantare gli accampamenti.

    Arrivarono i Cimbri, e il loro Re chiese terre per sé e per gli alleati Teutoni. Mario rispose che ne avrebbe dato anche a loro, così come ne aveva concessa a sazietà ai Teutoni mettendoli sottoterra. Chiese ancora quel Re di fissare il tempo e il luogo per disputare il possesso del paese, “Fra tre giorni, – rispose Mario – qui dove siamo.”

    – Come si giunse all’attacco? –

    Quella notte egli convocò tutti i condottieri delle legioni, delle coorti, degli alleati e della cavalleria. Su un grande tavolo disegnò le dune, gli avvallamenti, le posizioni delle truppe e, dietro gli accampamenti romani, il Po. Poi segnò la posizione dei guerrieri Cimbri e, a levante, quella della loro cavalleria.

    I Romani erano cinquantamila, i Cimbri quattro volte tanto. “Attaccherà per prima la cavalleria e tenterà di aggirarci,” sentenziò Mario e fu buon profeta. Lo interruppe Publio Valerio: “Sarà così, ma non avanzeranno di molto – disse – perché nella sabbia i cavalli affonderanno gli zoccoli e perderanno l’impeto, perciò curveranno ancora di più a destra verso la vegetazione e l’aggiramento sarà ritardato. E qui – continuò Publio Valerio – io sarò ad aspettarli coi miei cavalieri. Chiedo per me e per i miei il primo attacco, per pacificare le ombre dei nostri morti con la giusta vendetta delle armi”. Piacque a Mario il consiglio e, nel punto segnato da Publio, ordinò di muovere anche la cavalleria romana.

    I tre giorni trascorsero studiando le posizioni, le segnalazioni da scambiarsi e i movimenti: Mario volle che i comandanti si accordassero su tutto. Ai soldati fu dato il riposo. L’alba del terzo giorno arrossò un cielo trasparente come il vetro e, quando il Sole avanzò trionfante sulla strada celeste, Mario ordinò ai soldati di prepararsi ad uscire dagli accampamenti. Poi, davanti a tutti, sacrificò agli Dei di Roma e trasse gli auspici. Attese che l’astro salisse nel cielo e che i suoi raggi s’infuocassero facendo baluginare onde di calura nella vasta distesa.

    Ai barbari il ritardo dell’uscita dei romani sembrò paura, i loro animi s’accesero di furore e la cavalleria si lanciò al galoppo e sembrò l’avanzare di un’onda abbagliante. Indossavano corazze di pesante e lucente metallo e sul capo alzavano giganteschi cimieri a forma di mostri, erano armati di giavellotti a due punte e di grandi daghe. Com’era previsto si lanciarono verso levante; in quel momento Mario fece avanzare le legioni alle ali dello schieramento e ordinò di suonare le trombe. A quel segnale anche i Cimbri, urlando, si precipitarono all’attacco.

    Era il mese sestile e, nell’ora meridiana, il sole dardeggiava in cielo, sulla pianura e negli occhi dei barbari che procedevano abbagliati affondando i piedi nel terreno sabbioso. Quando arrivarono davanti ai romani, esausti per la corsa e scoperti dagli scudi che tenevano alti sul capo per proteggersi dalla luce, gli astati delle coorti sulla fronte, alla giusta distanza, lanciarono i loro giavellotti micidiali, la prima linea dei Cimbri cadde e i morti trascinarono a terra i vivi perché si erano legati l’uno all’altro, gli astati presero allora la spada e proseguirono col corpo a corpo. Fra gli spazi della prima linea avanzarono le coorti della seconda. Attesero l’altra ondata nemica, la fermarono ancora col tiro fulminante dei giavellotti e la finirono poi con la spada. Avanzò la terza linea delle coorti che distrusse l’ultima ondata.

    Così fu fatta a pezzi la parte scelta dei guerrieri Cimbri; gli altri fuggirono verso i carri incalzati dai romani che procedevano nella carneficina lenti e ordinati come ad un’esercitazione al Campo Marzio. In fondo alla pianura, ritte sui carri, stavano le donne dei Cimbri aspettando vinti e vincitori. Esse uccisero parenti e nemici e infine, quando a quelle indomabili apparve inevitabile la fine, si trafissero assieme ai figli.

    – Parli come se tu fossi stato presente. In che modo hai saputo di questi fatti che a me sembrano irreali? –

    Chi ritorna dalla guerra racconta, altri invece scrivono. Ma, sia che racconti sia che scriva, egli sempre sceglie del ricordo le immagini più vivide e intense, pezzi staccati di un mosaico da completare. Subentra allora la fantasia che tutto unisce e completa di luci e d’ombre. La fantasia è madre dell’arte e l’arte non conosce il reale qual è: lo sublima o lo rende abietto. Perciò, come dici tu, i fatti narrati sembrano irreali e anche il tempo fa ciò che fa la fantasia, né più, né meno.

    Ma forse tu, dopo questo episodio cruento, vuoi sentire racconti di pace. La prossima volta ti parlerò di Catullo² che odiava la guerra e ogni gloria militare, i fasti per celebrare le vittorie e i sacrifici per allontanare l’ombra delle sconfitte. Per tutta la vita ignorò lo spettacolo dei trionfi e il tripudio esaltato della folla, giù dal Campo Marzio fino alla cima del Campidoglio. Al prossimo incontro dunque.

  • 150 anni fa il disastro

    Nel luglio 1851, quando si era in pieno predominio austriaco, proprio in coincidenza con il triduo a San Materno, festeggiato da secoli il 18 luglio, il paese di Melara rimase sconvolto da un enorme incendio che distrusse parte della chiesa parrocchiale. L’edificio sacro era, ed in parte è ancora, l’orgoglio e punto di riferimento per gli abitanti. Quando vogliamo fare partecipe un visitatore delle bellezze nostrane ancora oggi partiamo dagli edifici più grandi ed appariscenti a Melara e la chiesa parrocchiale è uno di questi.

    L’arcipretale di San Materno era all’epoca la più maestosa della diocesi per grandezza. Edificata nel XVIII secolo, i suoi abbellimenti interni continuarono fino agli anni ‘20 dell’Ottocento.

    Erano quindi solo trent’anni che la chiesa era stata ultimata quando un tremendo rogo la distrusse nel tetto, nell’altare maggiore, nella sagrestia e in parte del davanti. Fu grazie all’opera di volontari, pronti a mettere a rischio la loro vita, che fu possibile portare in salvo il salvabile.

    Il recente ritrovamento di una lettera di un testimonio oculare può dare l’idea dell’attaccamento paesano e delle dimensioni dell’incendio. Il riproporlo oggi, a distanza di 150 anni, nella sua interezza, rappresenta non solo un’opera di salvaguardia documentaria, ma anche di giusto e doveroso riconoscimento a chi contribuì a mettere in salvo quanto potè.

    La lettera faceva parte dell’archivio famigliare della maestra elementare Maria Cugola, deceduta nel gennaio 1979, il cui materiale d’archivio è andato a confluire presso un appassionato cultore di storia locale. L’originale della lettera è stata donata dal maestro Dino Tinti (1915-1998) al sacerdote don Paolo Tomezzoli, parroco dal 1985 al 1990, mentre fotocopia della trascrizione della stessa è in mio possesso ed è stata l’occasione per questo intervento.

    L’autore della missiva era Cugola Dionisio, nonno della suddetta maestra Cugola, di origini mantovane, da qualche decennio dimorante a Melara e di professione armaiolo. Reca la data del 20 luglio 1851, quando il disastro era appena avvenuto e non se ne conosce il destinatario.

    Questo il testo che si pubblica integralmente, compresi errori, maiuscole ed incertezze di trascrizioni:

    Amico carissimo,

    non avrei mai pensato, scrivendovi la prima volta, dopo tre anni, di manifestarvi una disgrazia di simil natura. Nella fatal notte del 15 al 16 corrente luglio, dissi fatale, perché compiva il vigesimo terzo anno del fatto del fu Arciprete Gherlinzoni alle undici e mezzo di notte fu veduto un fuoco appiccato dalla parte sinistra di chi entra nella Sacrestia dei Preti, che mette in corte vicino al Cimitero vecchio, acceso probabilmente da alcuni carboni male spenti dal “torribile” vicini alla porta in angolo, a tal uopo destinato. Vicino al detto cantone era di un posto un vecchio armadio, contenente vasi da aglio ed effetti, sospesi dalla vechiaia. Al di sopra di queste scope e manzarine di diverse qualità. Probabilmente attacava in questi combustibili, cosiché dal pianterreno al sollaio d’assi l’armadio occupava una metà. Le fiamme attacavano il solaio in communicazione, come sapete, alla scala di legno la quale conduceva fino alla soffitta del nostro tempio. Univasi al primo elemento divoratore un vento di settentrione, così gagliardo che penetrando nelle diverse finestre, che servivano per dar luce alla suddetta, serviva come di mantice al primo, cosiché l’incendio che doveva manifestarsi nel alba, circa alle dodici e mezza aveva penetrato nella crociera sopra la Capella del Rosario, a quella di S.Antonio, al Coro sino alla facciata.

    Il dolore, lo spasimo, il crepacuore dei buoni melaresi accorsi al avviso di tre fucilate commesse dalle guardie dimoranti e il tocco della campana a stormo e a martello… immaginatelo voi! E la prudente è vigile saviezza di alcuni direttori, anzi dirò collaboratori, s’introdussero in Chiesa, esportarono il più sacro, il Santissimo. Vi fu chi penetrò nella sullodata sacrestia, mentre crepitava il fuoco sopra le loro teste e questa conteneva il valore, il più apprezabile, tanto in oro come in argento, tanto quello dei giorni più sollenni, che feriali, tanto chè rimaneva ancora, ma rimaneva attivo e non salvar di più era lo stesso. Indi esportavano le Sacre statue della Beata Vergine del Rosario e S. Antonio, sempre correndo l’istesso pericolo, tutte le Palle e di componenti gli otto Altari, il Crocefisso, la via Crucis, la statua di S. Materno per la seconda volta esposta sopra lo Altare maggiore, i banchi e tutto ciò che permise il fuoco. E l’animo affetuoso dei nostri degni Melaresi, anzi più, voi sapete che punto siamo col incendio: Angelo Bennetti di Giuseppe penetrando solo in Coro trasportava il Leggilo di proprio braccio in mezzo alle fiamme sino alla porta di mezzo, percorrendo metri 16; Antonio Borghi di Benedetto esportava con un secondo il simulacro di S. Materno; Chiavegatti Antonio la B.V. indi i medesimi quello di S. Antonio; Antonio Soldati che penetrava per primo nella Sacrestia restò così preso e soffocato dal fumo, che quasi restava soffocato e ben ci vuole per più di mezora al aperto per riaversi; meno anno sofferto i Compagni suoi. Le altissime fiamme, l’impetuoso vento, lo sconetersi dei travi produceva uno di quei spetacoli sorprendenti. Erano trasportati da quell’altezza carboni accesi in tutte le corti e pagliai e finili, case, palazzi del recinto della piazza sino a tuffarsi nel fiume, che se la facciata non avesse fatto barriera a quell’incendio – amico – la nostra Patria!!!

    In pochi minuti fu trasportato il cavalione di formento del Arciprete, mettendovi mano alle persone le più rispettabili. Amico mio come farò a raccontarvi i danni recati alla nostra Chiesa? Mi proverò, ma il guasto è tanto grande che a rimpiazzarlo fu riportato da più valenti Architetti a Lire 120 mila.

    In sacrestia dei Preti

    Si abbruciava un altare di noce con palla rappresentata S.Pier Apostolo, S.Giovanni Battista e S.Bellino Protettore Provinciale; a lato due genochiatoi con quadro “Purgatio ad Missam”; due sedili, un armadio di noce contenente effetti dei Cappellani tanto per giorni festivi che feriali e Canonici e Pianete, Missali, rituali, breviari, Piviali da morti, calici e Pianete ed altri innumerevoli bisogni. Altro armadio a destra contenente un baldacchino ripostovi sopra una cassetta con vessillo di seta, effigiato il S.S. e S. Materno ed Antonio Padova. Il ricchissimo armadio di Don Luigi, il vecchio, con tutti gli arredi sacri del SS. Crocefisso e reliquiari d’Argento, Ostensorio proprietà del medesimo Altare, voi conoscete al pari di me, cosa conteneva questa Sacrestia.

    Nella Sacrestia dei Confratelli

    Tutti quei spaziosi armadi che la circondano Quadri, Genochiatoi, antico comò, sedili, cera, veste da Confratelli, stratto da Morti arso ed altro.

    Coro e Presbiterio

    Coro di noce d’ordine Toscano, Cavalli Antifonari, Breviari, Rituali, Messali ecc. scranne da feste di prima e seconda classe, sei Reliquie, vasi da oglio santo.

    Altari e Statue

    L’altare di S. Antonio guasto in diversi punti, nessuna traccia del vecchio, guasto il capo di S. Giorgio da una trave; la statua di San Domenico e la maestosa Balaustra, il Baldachino, Cantoria, Organo e tutto ciò che conteneva il legno nella Camera dei mantici e corridoi adiacenti.

    Quelli che si distinsero in valore, coraggio, saranno benedetti in eterno dal Cielo e dagli uomini. Alla memoria di questi singolarmente si distinsero il Sig. Don Natale Allegro Curato Parrochiale, i Sig.i Valeri Valentino e Carlo Valeri, Antonio Leati e Salvatore Ferraresi.

    Rimaseri illesi

    Le due ali laterali del tempio e la camera Mortuaria.

    La compassione che a ridestato nel petto di tutti, ci mette in speranza di essere assistiti e da tutte le parti giungono qui per osservare si orribile disgrazia; i buoni Ostigliesi non cessano di animare la e la commisione, a tal scopo destinata, persino le raggazze fecero la loro esibita. Amico mio a Voi non mancherà mezzo di estendere anche ai Signori di Volta un bisogno che per verità si può chiamare universale, la pratiche usate agli infelici dannegiati dal…voi lo sapete, vi metto sotto occhio delineato il nostro amico, come siete di tutti chiedo, che non risparmierete fatica alla maggior gloria di Dio, alle preghiere di un vostro amico al bene della nostra Patria.

    Quello che non appare dalla lista è la perdita del quadro dell’altare maggiore, opera del pittore Giuseppe Ghedini che raffigurava San Materno e Sant’Antonio di Padova. Don Pellegrino Soldà, pastore di Melara, trovò di che occuparsi per diversi anni sino alla sua dipartita dal paese nel 1874. Nella ricostruzione della chiesa profuse energie e sostanze come pochi ebbero a fare prima di lui. L’elenco dei particolari distrutti appare nel libro di don Sante Magro del 1924.

    Soltanto tre giorni dopo l’incendio, il 19 luglio, il vescovo di Adria mons. Bernardo Squarcina diramò una sua lettera rivolta a tutte le parrocchie della diocesi per venire incontro alle necessità immediate del caso.

    Di lì a pochi anni la chiesa fu interamente ricostruita ed abbellita. Se capitasse oggi la stessa cosa come ci comporteremmo noi? Avremmo la stessa sensibilità e voglia di recuperare l’edificio sacro? Vedendo quanti oratori abbandonati e chiese lasciate senza adeguata cura ci sono nei nostri piccoli paesi mi sia permesso umanamente di dubitare. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire e perciò mi auguro che la conoscenza del passato sia utile lezione di vita e sia di stimolo a solleciti interventi di recupero.

  • Il primato di S. Martino di Venezze

    E’ noto che il primo utilizzo della macchina a vapore prese avvio in Inghilterra, motivo per cui ebbe luogo nel Paese oltre-manica la Rivoluzione Industriale. È certamente meno noto che Anguillara ebbe un ruolo importante per quanto riguarda l’introduzione della macchina a vapore in Italia, come prova un recente saggio del prof. Giuseppe Gullino, ordinario di Storia Moderna presso l’Università di Padova¹.

    L’invenzione della macchina a vapore è attribuita a Denis Papin che nel 1690 realizzò un dispositivo, basato sulla espansione e successiva condensazione del vapore d’acqua, in grado di muovere uno stantuffo. Questa primitiva macchina presentava non poche difficoltà che ne impedivano un utilizzo conveniente, tuttavia stimolò altri a trovare soluzioni più pratiche, atte ad un utilizzo “industriale”.

    Thomas Savery brevettò nel 1695 la prima macchina utilizzabile, impiegata per pompare acqua dalle miniere. Un ulteriore passo avanti fu compiuto con le modifiche e gli accorgimenti apportati da Thomas Newcombe, ingegnoso fabbro ferraio che si avvaleva della collaborazione di John Cawley, vetraio appassionato di studi di meccanica.

    Newcombe e Cawley, interessatisi ai lavori di Papin e Savery, brevettarono nel 1707, in associazione con lo stesso Savery, una macchina analoga a quella di Papin che però risolveva il problema della condensazione del vapore con aspersione di acqua fredda. Ulteriori perfezionamenti tesi ad aumentare il rendimento si succedettero per opera di Newcombe che nel 1712 realizzò una macchina il cui lavoro, prodotto dall’alternarsi dell’espansione e della condensazione del vapore in un cilindro, era per la prima volta trasformato nel movimento di uno stantuffo nel cilindro stesso e nel 1713 un ragazzo di nome Humphrey Potter, cui competeva di chiudere ed aprire i rubinetti che regolavano il flusso del vapore, desideroso di andarsene a giocare con i compagni, risolse con un ingegnoso sistema di funicelle il problema della regolazione automatica delle valvole.

    Fu proprio una macchina di questo tipo ad essere montata qualche anno dopo ad Anguillara, la prima fuori dell’Inghilterra.

    Infatti nel 1715 giunse a Londra, ambasciatore della Serenissima presso la corte d’Inghilterra il nobile veneziano Niccolò Tron. Questi si rilevò un pessimo ambasciatore, poco attento agli interessi della Repubblica, dimostrandosi per contro fortemente attratto dalle novità in campo scientifico e tecnico. Divenne amico del grande Isaac Newton e fu introdotto alla Royal Society, entrando in contatto con illustri fisici e matematici. Sotto la guida di J. Théodore Désaguliers, fondatore della moderna massoneria, visitò fabbriche e laboratori di scienze, ammirando le pompe idrauliche funzionanti per mezzo del fuoco.

    Richiamato a Venezia, il Tron lasciò l’Inghilterra portando con sè gli uomini e il materiale necessario allo scopo di allestire in terra veneta le macchine ammirate oltremanica.

    La famiglia Tron possedeva una vasta tenuta ad Anguillara, comune padovano a ridosso dell’Adige il cui toponimo si estendeva anche oltre il fiume, ove oggi trovasi il comune polesano di S.Martino di Venezze.

    Ed è proprio qui, nella località ora denominata appunto Trona, che i tecnici giunti dall’Inghilterra montarono almeno due macchine a vapore del tipo Savery Newcombe, la prima delle quali fu collaudata nel settembre 1718. È provato che a seguire i lavori parteciparono tra gli altri il celebre matematico, allievo di Newton, James Stirling e un giovane di nome Potter, forse quello stesso Humphrey Potter che aveva introdotto il sistema di regolazione automatica nella macchina di Newcombe. Purtroppo tra i resoconti delle spese sostenute per la costruzione delle macchine risultano anche quelle per il funerale del Potter, annegato nell’Adige, dove si era recato per un bagno.

    Mentre in riva all’Adige si lavorava alla costruzione delle macchine, ricerche avviate nei pressi di Schio rilevarono la presenza di giacimenti di carbone. Quale luogo più adatto per costruirvi delle macchine a vapore? Così di lì a poco le macchine, già collaudate ad Anguillara, furono montate a Schio, dove il Tron fondò un lanificio destinato a diventare famoso. Un secolo dopo, infatti, sarebbe stato rilevato da Francesco Rossi per diventare la più grande industria tessile italiana. Ma il primato del primo rumor di stantuffo nel Continente spetta alle genti in riva all’Adige.

  • Antonio Eugenio Baruffaldi

    La ricerca attenta e il cuore di badiese hanno caratterizzato il lavoro di Antonio Eugenio Bruffaldi, come studioso di storia locale. Nel passato avevo trovato qualche suo scritto, a volte casualmente, pochi appunti, ma sufficienti per desiderare di conoscerlo, per avvicinarmi a lui, anche se era deceduto lontano da Badia e da tanto tempo.

    Solo una decina di anni fa ebbi modo di rintracciare, a Vicenza, l’indirizzo di dove aveva abitato e di qui fui in grado di risalire a chi era venuto in possesso della sua biblioteca: la dott.ssa Laura Scaetta di Vicenza, che lasciò per testamento ai suoi nipoti l’impegno di consegnare, alla sua morte, la biblioteca Baruffaldi al Museo Civico di Badia Polesine.

    La dott.ssa Scaetta, in vita, aveva già donato il bel ritratto eseguito a pastello del Baruffaldi, esposto oggi nel museo badiese. Alla famiglia Scaetta dobbiamo essere grati per averci dato la possibilità di accostarci ad uno storico valente, al quale abbiamo intitolato il Museo Civico di Badia Polesine, fin dal 1977.

    Nato il 16 dicembre 1862, Antonio Eugenio Baruffaldi, conclude la sua vicenda terrena il 29 gennaio 1940, a 78 anni, pochi mesi prima di essere coinvolto nella Seconda Guerra Mondiale: la provvidenza gli ha risparmiato i pesanti avvenimenti che hanno segnato tutti negli anni del conflitto e nel dopoguerra.

    Durante la Prima Guerra Mondiale, invece, Baruffaldi si trovava a Vicenza, città che, specialmente dopo Caporetto, era divenuta retrovia del fronte.

    Nella sua corrispondenza si fa cenno a fatti accaduti in questo periodo, specialmente nello scambio epistolare con Pio Mazzucchi.

    E’ di appena sei anni fa il casuale ritrovamento del secondo volume delle sue “Notizie Badiesi”, ritrovamento che si deve ad un badiese. In questa raccolta troviamo, tra le altre cose, il testo delle lettere di compiacimento giunte al Baruffaldi dopo la pubblicazione dei suoi opuscoli storici, inviategli dall’archeologo badiese Gherardo Gherardini e da don Antonio Spagnolo, pure badiese, direttore della Biblioteca Capitolare di Verona, nonchè da altri personaggi illustri.

    Il manoscritto è ricco di documenti sulla storia di Badia e del Polesine, trascritti dallo stesso Baruffaldi, rinvenuti presso archivi e biblioteche; materiale utilizzato poi nelle sue pubblicazioni.

    Altrettanto interessanti sono due volumetti che si possono consultare presso il museo badiese, relativi ad una polemica sorta tra il Baruffaldi e il critico d’arte Giuseppe Fiocco, in merito al bassorilievo un tempo murato all’ingresso del palazzo Picinali (Via S. Alberto a Badia Polesine), oggi a Ferrara sulla Torre della Vittoria, in piazza Trento Trieste. Il Baruffaldi lo ritiene parte di un sarcofago estense, mentre il Fiocco dice trattarsi di una fontana.

    Il fatto che lo storico lendinarese Cappellini, in due pubblicazioni di argomento polesano, accolga l’interpretazione del Fiocco, fa sì che il Baruffaldi decida di riprendere l’argomento in una seconda pubblicazione – la IX della serie dei suoi opuscoli – dal titolo “L’Ultima parola sul bassorilievo estense”.

    Baruffaldi ripete che le sue conclusioni si fondano su notizie di carattere storico, e cita varie testimonianze: l’archeologo Ghirardini, l’ispettore ai monumenti ing. Gian Battista Migliorini e il cav. Camillo Dal Fiume, i quali chiesero ai signori Picinali di eseguire dei sondaggi attorno alla pietra.

    Detti signori – riferisce il Baruffaldi a sostegno della sua tesi – poterono verificare che questa cassa marmorea conserva parte del fondo e dei lati.

    Del Baruffaldi va inoltre ricordato un interesse che lo completa come uomo: lo studio e l’amore per la natura, le piante e in particolare gli insetti. Tutto questo lo ritroviamo nei quattro manoscritti dal titolo “Miscellanea di memorie e di appunti”, iniziati nel 1922 e continuati fino alla fine della sua vita.

    Egli è stato, come già accennato, in costante corrispondenza e amicizia con Pio Mazzucchi, ma anche con Jacopo Zennari, Antonio Cappellini e Alessandro Carlo Bellettato.

    Se dedicare il nostro museo civico è stato, da principio, il desiderio di proporre alla nostra città il riferimento di un personaggio badiese poco noto, oggi sento, dal più profondo del cuore, che Baruffaldi merita questa nostra riconoscenza.

  • Marino Marin

    Per troppo tempo il poeta adriese Marino Marin ci è stato presentato come il “poeta delle “Oche del Canalbianco”.

    A scuola, si leggeva questa poesia e qualche altra breve lirica. A tutti restavano impresse le oche del nostro fiume che bianco non è mai stato, oche che lui chiamava fraternamente “sorelle dei cigni”, “mie grasse comari”, “pingui oche”, e finiva affermando: “Siete buone soltanto / appese, sott’olio, alle travi”. Poi l’insegnante ci forniva notizie sulla sua vita sottolineando in particolare la sua cecità ed i numerosi lutti di famiglia. Usciva così un ritratto del poeta limitato e deformato che faceva leva sui buoni sentimenti e sulla sensibilità di ogni scolaro. L’impatto emotivo riusciva persino a strappare qualche lacrima.

    A nessuno veniva in mente d’addentrarsi nella poesia del Marin considerato il “poeta del dolore” per antonomasia, ma capace anche di inattese venature di pacato umorismo che ogni tanto traspaiono nella sue liriche. Le sue famose Oche costituiscono un quadretto domestico, dimesso, quotidiano. In questa poesia, l’umorismo nasce nel cogliere i contrasti dei protagonisti ed è suggerito dall’umile e naturale osservazione dell’autore.

    Questo dunque è il suo mondo, con il quale Marino Marin ha grande familiarità. Lo preferisce perché si sente a suo agio. Si definisce un “calabrone” che ronza in quel minuscolo universo che lui chiama “lillipuziano” e di fronte al quale ha sempre avuto l’atteggiamento di un adolescente.

    Infatti, anche nella sua ultima opera “Vecchie campane” composta a 88 anni, Marin ritorna al tema tanto caro del “bimbo” che è in noi (“Le voci delle cose”):

    E’ a lui che dicono le loro parole buone certe cose vecchie, rimaste intorno a noi rifatte in meglio.

    Non si ferma soltanto a questo. A volte coinvolge gli esclusi dalla società, gli emarginati, come il matto Pirli della lirica omonima: un uomo infelice, deriso e disprezzato che ha un solo privilegio, non in questo, ma in quell’altro mondo: d’entrare nel regno dei cieli. Anche in questa lirica compaiono tracce di umorismo. Marin, nell’Epistola agli amici, in un breve passaggio, dà la sua interpretazione del “sorriso” di alcune sue strofe: “…il sorriso…, so che talvolta non c’è nulla, in esso, di più tragico della sostanza che lo informa, e, nello stesso tempo, nulla di più comico della forma con cui si esprime”.

    Il nostro poeta nato a Corcrevà di Bottrighe (allora Comune) l’1 luglio 1860 morì cinquant’anni fa l’1 marzo 1951 ad Adria. La sua lunga vita è stata contraddistinta dal dolore e dalla sofferenza. Sono stati pochi i momenti di serenità e di pace che il poeta continuamente invocava. La malattia e le tragedie familiari temprarono non poco il suo spirito e ne condizionarono tutta l’attività poetica.

    L’ambiente semplice e rustico in cui nasce e trascorre l’adolescenza, gli resterà sempre impresso e permeerà tutto il suo lavoro. Un ambiente povero dove tutto si presenta spontaneo e naturale, ma ricco di spunti per Marin, sensibilissimo e attento osservatore di tutti gli eventi naturali ai quali riesce a dare una voce soprattutto con una auscultazione dei suoni e dei rumori che animano il vasto universo della natura. Non può tralasciare il gracidare delle raganelle, lo stridere delle cicale, il canto del gallo, la foglia che si accartoccia e si scartoccia. Anche il suo lessico sembra adattarsi e assecondare l’animazione, le trasformazioni ed i palpiti del creato. Allora si avvale di tecnicismi, epiteti, idiotismi e forme onomatopeiche che non sono state molto apprezzate dai critici.

    Conoscendo il poeta, però, in possesso di una non comune facilità del verso e col copioso bagaglio di meditazioni e riflessioni, è facile capire quanto fervida e feconda sia sempre stata la sua vena poetica. Poeta del dolore, cantore del Polesine, poeta delle piccole cose.

    Le sventure familiari iniziano con la morte della madre Rosa. Marin aveva solo tre anni: “Chiuse gli occhi nel sonno eterno, quand’io li aveva appena aperti alla luce” scriverà in “Rassegnazione”. Una grave perdita. Ne sentirà l’assenza per tutta la vita.

    Nel 1874 la famiglia si trasferisce ad Adria in riviera “Canaregio”, poi in via per Gavello. Il poeta si ritrova sempre in zone piene di verde; tra orti, giardini, prati e poco distante la fertile campagna polesana. In questa “ubertà” campestre, vive la giovinezza. Scrive ne “Il borgo” da “Voci lontane”:

    La mia picciola casa ha sei finestre sovra una lunga ortaglia, in fondo al borgo: svolgesi qui ne l’ubertà campestre il filo de’ miei giorni: e non m’accorgo.

    Venten­ne, ricorda che girovagava tra la campagna odorosa di messi. Questa era per Marin (“Vie, viottoli, sentieri” da “Alle soglie dell’infinito”):

    l’inesauribile tavolozza de’ miei vent’anni, quel divin pennello! …M’eran compagni il bruco, la formica, l’ape: ognun attendeva al suo lavoro, all’arte sua. Tutto un brulichio d’oro era in certe ore la campagna aprica.

    La campagna polesana è fonte ricchissima d’ispirazione. La descrive nei minimi particolari. Si sofferma sulle minuzie che solitamente noi trascuriamo. E’ proprio in questa semplicità la sua profondità, perché deriva da una interiore chiarezza e da una spontanea vena poetica. Entro questa semplicità, come afferma Giovanni Bordin, c’è un senso d’austerità, consente al poeta di spaziare dentro le sue visioni con grande facilità, la stessa facilità con cui delinea paesaggi ed esprime situazioni.

    Una della caratteristiche della sua poesia è la “polesanità”. Anche quando il paesaggio è frutto di fantasia, è sempre l’ambiente tra il Po e l’Adige che offre i migliori suggerimenti. Affronta i problemi della sua terra e dei suoi abitanti sia nelle prime raccolte liriche, sia dopo la “conversione”, quando, abbandonati gli ideali socialisti – utopisti dell’epoca, si affida unicamente alla fede in Dio. Intanto si acuisce la propria malattia agli occhi. Lascia il proprio lavoro. Studia e scrive. Marin cantore del Polesine, ma anche poeta della sofferenza, del dolore, del “male di vivere” e della fede. Tutto ciò accade tra il 1921 e il 1924 con la morte dei figli Carlo e Vittorio. In proposito, scrive:

    Il meglio di me se lo porta, se lo portò via, tutto il meglio, quel nero convoglio in due bare.

    Dedicati ai due figli, pubblica i volumetti: “Espiazione” e “Rassegnazione”. Sono momenti durissimi per l’uomo e per il poeta. Elabora la sua futura filosofia esistenziale: il dolore non è solo espiazione, è soprattutto un dono e

    Se un bene è in noi la vita, anche il dolore di per sé è un bene.

    La sua poetica e i suoi temi sul bene e sul male della vita, aprono squarci infiniti di discussione. Non si può concludere affermando che la sua fede forte ed incrollabile, gli permise di superare sempre serenamente tutte le avversità (“le prove” le chiamava). E’ vero che si affidava alla fede e che la sua religiosità spesso è di tipo consolatorio e di conforto. Si rese conto, però, che di fronte alla tragedia del male e della morte, l’uomo è impotente e solo rimettendosi completamente nel mistero della volontà divina è possibile risanare le ferite. Scoprì che nella nostra “dannazione” sta la nostra salvezza. Marin era cosciente della finitezza e del destino di morte che attende tutti noi.

    Raramente fu assalito dal dubbio e tormentato dagli interrogativi, ma durante la tragedia familiare di Carlo e Vittorio anche il poeta si sentì abbandonato al suo destino, quasi tradito. Emerge, allora, prepotentemente l’uomo con tutta la sua forza e le sue debolezze, che non sa darsi ragione. Non sa dare un senso alla tragedia della sua esistenza e si aggrappa disperato ad ogni possibile appiglio.

    Nei due volumetti citati si respira un’atmosfera cupa di disperazione. Il poeta trema come il “fanciullino” pascoliano, non solo di fronte ai misteri della vita, ma anche ai segreti della morte. Marin, alla fine, sopravvive al proprio dolore, e continua a riempire di note il proprio pentagramma lirico. Una musica nel silenzio della rassegnazione.

    Dodici raccolte di poesie, una autobiografia, manoscritti vari, appunti critici dattiloscritti inediti (mai approfonditi): un percorso poetico lungo, complesso e corposo. A 88 anni scrive la sua ultima raccolta “Vecchie campane”: un inno alla vita e alla fratellanza. Sente vicina la morte, ma il suo attaccamento alla vita è molto forte. Ritorna il passato, scruta il presente, per il futuro auspica pace e serenità. Scrive:

    …è un bene in sé la vita: perché, ad ogni nostro intimo risveglio, essa ci pone sempre innanzi il meglio…

    …

    …la vita, è un bene in sé. Cattivi siamo noi che le domandiam, proclivi al peggio, ciò ch’essa non ama: il male

    …

    Un male è il vuoto, il nulla in cui sprofonda l’anima se non la sostien la fede. Verso l’ignoto non va, no, chi crede: c’è sempre chi lo attende all’altra sponda.

    Il poeta è ormai cieco e ammalato, ma trova ancora la forza di scrivere e di descriversi:

    Non me li vedo più, lunghi e sottili, profilarmisi innanzi ad ogni svolta, tra gli alberi, quei grigi campanili,

    …

    ma me li ascolto…

    …

    Dalla casa alla chiesa, dalla chiesa alla casa, ecco tutto: e a mezza strada, sotto il suo salce dalla chioma rada, l’avito cimiter in attesa.

  • Po di Goro, anno 1868

    1. Anno 1866: il Veneto entra nel Regno d’Italia

    Il 3 luglio 1866 il potente esercito prussiano, alleato del neo costituito Regno d’Italia, riportò a Sadowa una clamorosa vittoria sugli Austriaci, annullando sostanzialmente gli effetti della sconfitta subita invece dalle forze armate italiane sia di terra (Custoza, 24 giugno) che di mare (battaglia navale di Lissa, 20 luglio). Così, per merito dell’alleato Prussiano (solo Garibaldi, vittorioso a Bezzecca alla testa dei suoi volontari, salvò l’onore delle armi e, obbedendo al comando dei vertici militari, desistette dal proseguire l’avanzata su Trento) si concluse la terza guerra per l’indipendenza.

    Con il trattato di pace sottoscritto il 3 ottobre a Vienna, l’Austria consegnò il Veneto a Napoleone III, che provvide a trasferirlo alla Casa Savoia, “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”, da esprimere mediante lo strumento del plebiscito.

    La liberazione del Polesine dalla dominazione austriaca avvenne in modo relativamente indolore, senza fiammate guerresche, né battaglie campali, né sussulti popolari.

    Modesti ma significativi fatti interessano Ariano: un’avanguardia dell’esercito italiano, comandato dal generale Franzini, varca il Po di Goro all’altezza di Mesola, pone piede a Rivà, entra ad Ariano capoluogo accolta dall’entusiasmo popolare (23 giugno) e successivamente si dirige ad Adria.

    L’avvocato Vito Violati Tescari, primo deputato del Comune, si affaccia alla finestra del municipio di Ariano, impugna la bandiera tricolore, (la prima che sventolò nelle terre venete redente) e proclama di fatto e di diritto il Regno di S.M. Vittorio Emanuele. I militi della guardia nazionale, dopo che Franzini, ritornato sui suoi passi, aveva lasciato l’isola di Ariano sguarnita ed esposta a possibili incursioni austriache, presidiano la sponda destra del Po di Venezia.

    2. Un nuovo organismo amministrativo: il consiglio provinciale

    Dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia sancita dal plebiscito popolare svoltosi il 21 e 22 ottobre 1866 (l’incredibile percentuale dei voti favorevoli, pari al 99,99%, dimostrò – scrive Elios Andreini – quanto il nuovo Regno, debole sui campi di battaglia, fosse imbattibile negli scontri elettorali), il Commissario Antonio Allievi, chiamato dal Re a gestire in terra polesana i momenti decisivi di un passaggio d’epoca, indisse le elezioni (26 dicembre 1866) per istituire il primo Consiglio Provinciale di Rovigo.

    Molti nutrivano la speranza che il nuovo organismo istituzionale, composto da 20 consiglieri in rappresentanza degli otto distretti in cui era suddiviso il Polesine, espressione diretta di una democrazia, seppur ristretta, avrebbe potuto avere la forza necessaria per dare un impulso determinante all’atteso generale miglioramento economico e sociale della provincia.

    Avevano diritto di voto i sudditi maschi di età superiore ai 21 anni, purché alfabetizzati o iscritti nelle liste di censo: un’esigua minoranza della popolazione.

    In rappresentanza del distretto di Ariano, costituito dai comuni di Ariano, Corbola, Taglio di Po e San Nicolò, furono eletti l’ing. Pasquale Restelli, un lombardo proprietario di estesi terreni vallivi a San Nicolò (l’attuale Porto Tolle), e l’avvocato Vito Violati Tescari, sindaco di Ariano, che aveva abbracciato giovanissimo l’ideale della libertà e unità d’Italia (nel 1849, appena sedicenne, era accorso volontario alla difesa di Venezia assediata da ingenti forze austriache, costretta dalla fame e dal colera ad alzare bandiera bianca dopo un’eroica resistenza).

    Il conte cav. Camillo Manfredini, di antichissima e orgogliosa nobiltà, divenne il primo Presidente della provincia di Rovigo.

    3. Un argomento di vitale importanza per l’isola di Ariano: la chiusura del Po di Goro

    Nella sessione ordinaria del 14 settembre 1867, il Consiglio provinciale affrontò un argomento, sul quale esistevano contrapposte opinioni, riguardante un intervento sull’assetto idrografico di una parte importante del basso Polesine, che – se attuato – avrebbe mutato l’aspetto fisico del territorio ed influito sulle condizioni di vita e di lavoro della popolazione.

    Il Ministero dei LL.PP., su richiesta dell’ingegnere civile di Santa Maria in Punta Gio Paolo Calzoni, aveva incaricato l’Ufficio provinciale delle pubbliche costruzioni di Rovigo di studiare la convenienza e la fattibilità dell’ipotesi di chiusura del Po di Goro, non più intoccabile confine di Stato tra l’impero asburgico ed il Regno d’Italia, ma più modestamente linea di divisione amministrativa tra la parte meridionale del distretto di Ariano e la corrispondente provincia di Ferrara.

    L’idea di intercludere il Po di Goro alla punta di Santa Maria, apponendovi una chiavica o sostegno per consentire la navigazione e per disporre del corso delle acque a scopo igienici, risaliva addirittura all’epoca napoleonica (primo decennio dell’Ottocento), tanto feconda di utili e grandi imprese.

    Il progetto, presentato nel 1840 al Governo austriaco da Antonio Calzoni, aveva ottenuto nel 1843 parere favorevole dal sommo esperto – divenuto Senatore del Regno d’Italia – Pietro Paleocapa, quando rivestiva, nella cessata dominazione austriaca, la carica di direttore delle pubbliche costruzioni della Venezia.

    Ma oltre 180 abitanti di Ariano (quasi tutti piccoli proprietari) avevano presentato nel giugno 1867 protesta e formale ricorso, sostenendo che la realizzazione dell’opera avrebbe procurato la rovina dell’isola di Ariano.

    Il Consiglio provinciale di Rovigo, richiesto dal Ministero di valutare qual era il vero interesse delle popolazioni locali, incaricò una commissione (Alessandro Casalini, Fortunato Vianello, Vito Violati Tescari) di studiare il problema di concerto con analoga commissione, costituita dal cointeressato consiglio provinciale di Ferrara.

    Nel corso della seduta del Consiglio provinciale intervenne il Violati, il quale ricostruì l’origine, gli obiettivi ed il percorso seguito dal progetto, caduto per il veto opposto dal limitrofo Governo pontificio, ripresentato dall’ingegner Gio Paolo Calzoni con modifiche migliorative, “abbinando al vantaggio dello scolo, mediante chiusura con chiavica o sostegno quello grandissimo di un canale irrigatorio il quale, passando per le valli di Mezzogoro, vi recherebbe l’acqua potabile di cui difettano quei fondi acri di salsedine e potrebbe inoltre servire alla irrigazione di vaste risaie”.

    Tecnici di prim’ordine, fra i quali – come sopra accennato – il Senatore Pietro Paleocapa, indiscussa autorità in materia, sostenevano l’utilità del piano.

    Il Violati protestò contro la Presidenza consorziale dell’isola di Ariano, per essersi messa a capo “di una intempestiva opposizione col cercar firme contro il progetto di chiusura” e per aver espresso indebitamente un voto tecnico sfavorevole al progetto stesso. Riprovevole il comportamento della Presidenza, anche per aver agito senza il consenso del Marchese Guiccioli, deputato del Regno, proprietario di oltre un terzo dei terreni nell’Isola, che più di altri aveva diritto di “conoscere le mosse della Presidenza” e che in una lettera inviata al progettista ing. Calzoni aveva riconosciuto esplicitamente il progetto “eminentemente utile all’Isola nostra ed alle Valli Ferraresi”.

    Quindi passò ad elencare gli attesi vantaggi: i canali di scolo, sia dell’isola di Ariano che del limitrofo ferrarese, sarebbero agevolmente confluiti nel Goro, capace di contenere ingente quantità d’acqua; le sorgive avrebbero cessato di danneggiare i terreni situati di fronte agli argini, il centro di Ariano sarebbe stato finalmente risanato dalla piaga dei fontanazzi. L’ininterrotto fluire delle acque di scolo nel Goro, unito al Po di Venezia nei periodi di magra, regolato dalla chiavica durante le piene, avrebbe apportato grande beneficio all’agricoltura e all’igiene pubblica.

    Le due commissioni incaricate di studiare a fondo la questione espressero all’unanimità parere assolutamente negativo, fatto proprio dai Consigli provinciali di Ferrara (16 dicembre 1867: gli incerti vantaggi per l’isola di Ariano non controbilanciavano i danni certi per il primo circondario idraulico ferrarese in caso di piena del Po) e di Rovigo (14 gennaio 1868).

    Gli argomenti portati in campo nel corso dei successivi approfondimenti del problema avevano convinto il Violati Tescari a rivedere la propria personale posizione: segno della correttezza e dell’onestà intellettuale dell’uomo, stimato da amici ed avversari per la sua lealtà, mai oscurata da pregiudizi.

    4. Lasciare il Po di Goro come si trova

    Sul problema più volte dibattuto prese formale e definitiva posizione il Ministero dei Lavori Pubblici con sede a Firenze, allora capitale del Regno. Osservò che i vantaggi derivanti dalla progettata chiusura del Po di Goro si limitavano all’economia delle spese annue di arginatura (£ 60.000) ed al miglioramento dello scolo dei terreni coltivabili dell’isola di Ariano (2.500 ettari soltanto), mentre gran parte della restante superficie (9.000 ettari di valli, cui si aggiungevano ettari 3.500 di pascoli, boschi e sabbie nude) ne avrebbe tratto vantaggio solo se bonificata, e la bonifica per colmata era impossibile senza l’apporto delle acque torbide del Po di Goro.

    Il fiume, il più antico dei rami di foce apertosi con la rotta di Ficarolo nel 1152, forniva pozzi d’ottima acqua potabile agli abitanti polesani di Santa Maria d’Ariano, Ariano, San Basilio, Rivà e Gorino e ferraresi di Ariano, Mesola e Goro. Con l’interclusione del Po si perdeva l’acqua potabile, sostituita da funesti effluvi d’acque stagnanti miste di dolce e di salmastra, con danni enormi per l’allevamento del bestiame e la coltivazione del riso. L’isola di Ariano, priva di strade, aveva assoluta necessità di mantenere la navigazione fluviale, e se era pur vero che “il Po di Goro è un veicolo di navigazione di poco conto durante le magre, è però sempre, in tutti gli stati d’acqua, di vitale importanza per gli abitanti dell’Isola, che trasportano in esso tutte le loro derrate con battelli”.

    Infine, dopo una lezione di idraulica ad uso degli esperti (“considerando che per massima generale, senza motivi impellenti, non conviene sopprimere i rami di sfociatura d’un fiume a Delta, che il volere attribuire al Po di Goro il carattere di un diversivo, anziché di un ramo di sfociatura, è cosa inammissibile…”) il Ministero concluse perentoriamente: “si deve dimettere ogni idea di intercludere il Po di Goro”.

  • Quando c’era un solo Mazzorno

    Mazzorno destro e Mazzorno sinistro sono due paesi attualmente divisi dal Po di Venezia largo 500 600 metri. Potevano una volta essere un unico centro, poi diviso dal Po?

    Non si tratta di una domanda azzardata o casuale, in quanto a supportare questo quesito vi è un elemento storico determinante presso la parrocchia “San Giorgio” di Mazzorno sinistro ove sono tenuti i registri delle nascite, matrimoni ed altri eventi religiosi di Mazzorno destro già dal 1600. Singolare è anche il fatto che, pur rientrando nel territorio comunale di Adria, la parrocchia di Mazzorno sinistro appartiene alla diocesi di Chioggia come Mazzorno destro, che invece rientra nel Comune di Taglio di Po.

    Contribuisce ad alimentare la richiesta di chiarimenti anche un aspetto architettonico particolare, ovvero la geometria della chiesa di Mazzorno sinistro che presenta due facciate. L’orientamento di quella principale non guarda verso il fiume, come tutte o quasi le chiese rivierasche, ma verso occidente, ortogonale all’argine.

    La seconda facciata è rivolta verso l’argine sinistro ed è posizionata a metà del fabbricato. Perchè due facciate? Cerchiamo di ricostruire la storia dell’edificio adibito al culto.

    Il primo oratorio risale al 1523 e costituisce parte dell’attuale porzione orientale del manufatto, del quale non abbiamo memoria del fronte. Un intervento successivo vede la costruzione di una nuova facciata verso l’argine del Po delle Fornaci (ora Po di Venezia). Infine arriviamo alla sistemazione del 1750 con la facciata rivolta verso occidente, che ripropone la posizione del primo oratorio.

    Se analizziamo e confrontiamo i due piccoli centri dirimpettai osserviamo che il maggiore, il più importante dei due è sicuramente Mazzorno sinistro. Anche se dobbiamo subito notare che poco ad occidente di Mazzorno destro vi è un agglomerato “Il Borghetto”, che pure è di un certo interesse. Tra l’altro la chiesetta di questa località presenta la facciata orientata verso il Po.

    A queste note storiche e architettoniche aggiungiamo che, in corrispondenza di Mazzorno sinistro, è nota la presenza di un paleomeandro, ovvero un antico percorso fluviale che proprio qui compiva una grande ansa. A questo punto sembra meno azzardato ipotizzare che le due località non erano separate dal fiume Po. Nella cartografia storica reperita e attendibile, e cioè a partire dal 1500, non risultano tracce del meandro in oggetto. Aggiungiamo che in nessuna carta storica viene riportata la dicitura “Mazzorno destro” per cui quando citiamo Mazzorno, si deve intendere il sinistro.

    Una carta a carattere generale del 1587 riporta in bella evidenza l’abitato denominato “IL MAZORNO”, ubicato presso la riva sinistra del Po delle Fornaci. Risulta evidente che si tratta di un piccolo borgo, anche se sono riportati in maniera stilizzata edifici di una certa dignità. Ci sembra di riconoscere il piccolo oratorio con campanile, ma l’attenzione è anche attirata da un edificio di foggia curiosa, a forma di tronco di piramide. Stranamente i fabbricati in sinistra del Po sono di dimensioni decisamente maggiori di quelli in destra, presso i quali è identificato l’oratorio dell’attuale località “Il Borghetto” che risale anch’esso al 1523.

    Nel “Disegno della Diocesi di Adria” del 1788 sia Mazzorno destro che il Borghetto rientrano nella diocesi di Chioggia, con un limite che corre all’incirca nord-sud e unisce Voltascirocco-Piantamelon-Spolverina-Bottrighe allo Scolo Veneto dell’isola di Adriano, oltrepassando il Po. A quel tempo dunque, Mazzorno faceva parte della Comunità di Loreo.

    La Carta Napoleonica del 1814 ci consegna una traccia ben evidente del margine settentrionale del paleomeandro, dove si legge il nome “Scolo Consortivo”. Ancora più interessante è la presenza di un’isola boscata proprio di fronte a Mazzorno, che dunque non si veniva a trovare subito a ridosso del Po. Riguardo agli edifici leggiamo nella carta: “Chiesa Parrocchiale” e “Osteria”.

    In effetti vi sono elementi tali per cercare con l’osservazione diretta in campagna qualche riscontro. Arrivando a Mazzorno sinistro da Bottrighe, lungo la strada arginale, notiamo che, perpendicolarmente all’argine del Po, si staglia all’orizzonte un allineamento antropico movimentato ed evidente, con edifici, case, corti, stalle, alberi. Una attenta analisi locale ci porta ad individuare che gli elementi antropici sono posizionati lungo una linea curva regolare. Avvicinandoci, e osservando la campagna, vediamo anche la presenza di essenze vegetali diverse e più varie che si stendono sopra un nastro che parte dalla chiesa di Mazzorno sinistro, raggiunge i fabbricati dell’Azienda Patergnani, prosegue per Cà Rossa, raggiunge il Bosco poi Cà Badoer e infine corte Brollo. Si osservano vigneti, frutteti, alberi, arbusti. Un paesaggio diverso dunque, più vario e ricco, maggiormente movimentato rispetto alla piatta campagna coltivata in maniera estensiva.

    La testimonianza morfologica più visibile del paleomeandro è rappresentata dello scolo Albrizzi, ex Scolo Consortivo nella Carta Napoleonica. Il tratto più significativo è quello tra il Bosco (toponimo estremamente indicativo) e Cà Badoer, qui si può veramente rimandare il pensiero a quello che era il corso del Po antico.

    Se da questo punto guardiamo verso il Po di Venezia vediamo la piatta campagna, ma se osserviamo verso nord, notiamo un leggerissimo dosso in debole rilievo che si raccorda con piccola scarpatina verso la campagna a nord, lasciata in eredità dalla struttura fluviale fossile.

    Ripercorriamo ora la storia geomorfologica di questa zona del basso Polesine partendo da circa 2000 anni fa, quando il territorio di Mazzorno si veniva a collocare tra le valli della Laguna dei Sette Mari e il cordone di dune fossili preetrusche che congiunge San Pietro di Cavarzere a Loreo ed alle Località Tombe e Tombine nell’isola di Ariano.

    A quel periodo Adria era municipium romano e lungo la via Popillia costiera sono note le localizzazioni di due mansiones di età romana-imperiale a Corte Cavanella di Loreo e a San Basilio di Ariano nel Polesine. Per quanto concerne Loreo e il suo porto fluviale, ne viene riportata l’esistenza su una bolla papale già dall’800.

    In epoca romana il corso principale del Po, poco a sud di Ferrara si divideva in due rami principali, il settentrionale è noto come Olana o Po di Volano, il meridionale è denominato Padòa (poi Padovetere), infine dall’VIII sec. Po di Primaro. Il Po di Volano all’altezza di Baura si ramificava ulteriormente, il percorso più settentrionale proseguiva per Copparo – Villanova Marchesana – Bellombra – Bottrighe e Mazzorno.

    Il paleomeandro di Mazzorno sinistro rappresenta dunque l’evoluzione di un’ansa del Po di Copparo. Questo corso d’acqua è rimasto attivo fino alla rotta di Ficarolo, avvenuta nel corso del XII secolo. Il periodo del meandro attivo è ora definito: le varie ramificazioni del Po di Ferrara si inseriscono tra l’VIII secolo a.C. e il XII d.C. Considerando che si tratta di un meandro ben formato possiamo collocare l’esistenza attiva a circa 1000 1500 anni fa.

    Nella bassa pianura erano proprio le aree morfologicamente in rilievo i luoghi più indicati per insediamenti umani stabili. Tali sono appunto i dossi laterali al corso di un fiume, che rimangono altimetricamente più elevati rispetto alla pianura interfluviale, facilmente inondabile per la mancanza di arginature artificiali.

    Sia l’attuale posizione di Mazzorno sinistro che il Borghetto si venivano dunque a trovare in destra del Po di Copparo, per cui effettivamente le due località costituivano un unico territorio. Da quanto riportato possiamo supporre che un insediamento abitato di età medioevale presso Mazzorno sia compatibile con la morfologia del territorio.

    Alla luce di tutto ciò, la posizione della facciata della chiesa ed i registri religiosi parrocchiali non sono più elementi isolati e curiosi. Sono subentrati dati oggettivi letti nel paesaggio. Il senso di appartenenza ad un territorio che faceva capo alla Comunità di Loreo ed alla diocesi di Chioggia è rimasto nei secoli successivi, anche quando il Po delle Fornaci è venuto a separare i due piccoli centri.

    Rimane da chiarire se l’insediamento corrispondente a Mazzorno sinistro è avvenuto prima o dopo che il nuovo corso del fiume Po, il Po delle Fornaci, ha separato in due rive il territorio. Il posizionamento del nuovo tracciato fluviale è avvenuto nel corso del 1100 e non abbiamo riscontri di un abitato che rimandi in qualche modo a Mazzorno. Non avendo per ora altri elementi, dobbiamo ritenere che Mazzorno sinistro e Il Borghetto, risalgano a dopo il 1200.

    Il paesaggio è la rappresentazione ambientale dove si condensano e si fondono il prodotto dell’intervento dell’uomo e la natura. Se sappiamo leggere il paesaggio possiamo conoscerlo e capire la sua storia contenuta nella memoria, molte cose così vengono comprese e spiegate.

    La paleogeografia ci permette di comprendere e interpretare molti aspetti anche culturali, come il perché di una certa parlata, un modo di dire, un accento diverso, che si riscontrano in luoghi apparentemente lontani, staccati. Molte volte le differenze sono date da limiti di non immediata osservazione, perlopiù questi segni sono ormai completamente obliterati, ma in alcuni luoghi sono ben conservati.

    I paleoalvei in generale ed i paleomeandri in particolare sono strutture che meritano la nostra attenzione. Essi fanno parte della “memoria lunga del paesaggio” che aspetta di essere letta, capita, spiegata e ricordata.

  • Le vie dei capitelli

    Le grandi cattedrali suscitano un senso di stupore, di ammirazione per la genialità costruttiva. La ricchezza dei tesori in esse contenute le rende famose e meta di importanti itinerari turistici. Anche la fede può essere rinforzata da tanta magnificenza, ma è ben noto che i sentimenti di maggior purezza si nutrono assai più spesso della semplicità del presepe e della spontaneità che promana dai tabernacoli che sorgono lungo le vie campestri.

    Marino Marin, poeta adriese ricordato quest'anno per il 50° della sua morte, nella sua poesia Il Chiostro ha ben colto il senso di candore ed innocenza che caratterizza le piccole chiese rurali, affermando che il Signore, anziché scegliere l'imponenza delle basiliche, fa prima sosta nel chiostro remoto che fiancheggia la via solitaria:

    … Sembran estasi incise nell'aria le Basiliche, ma il Signor nostro prima cerca un remoto suo Chiostro che fiancheggia la via solitaria.

    Qualche duomo è un candor che si perde nell'azzurro a esaltarvi il Signore, ma il Signore fa tanto di cuore se il Chiostruccio lo invita tra il verde….

    Ricordando i versi di Marino Marin, ci accingiamo dunque a percorrere due itinerari (entrambi di 12-15 chilometri) nell'ambito del comune di Lendinara, alla ricerca delle più semplici testimonianze di fede. I due percorsi – il primo con destinazione Saguedo, Campomarzo, Barbuglio, il secondo Rasa e dintorni – come i precedenti pubblicati nel n. 22 del Ventaglio nascono da un'attenta ricerca dei ragazzi della Scuola Media di Lendinara che, guidati dalle insegnanti Rita Bazzi e Rosi Minella, hanno censito le edicole e i capitelli presenti sul territorio lendinarese.

    1. Prende il via dalla principale piazza, denominata Risorgimento, il primo itinerario con direzione Saguedo. Proprio al centro dell'edificio municipale, tra le alte finestre della sala consiliare, si apre una nicchia delimitata da due lesene in cotto, sopra le quali appoggia una sorta di architrave sormontata da un frontoncino ricurvo. Nella nicchia, sopra un basamento bianco, si erge una bella statua della Madonna col Bambino installata nel 1618 dal pretore Balbi al tempo reggitore della città, i cui maggiorenti già nel 1595 avevano deciso di scegliere la B. V. del Pilastrello come patrona. Da allora lo stemma di Lendinara presenta due torri, di cui una sormontata dal leone di S. Marco e l'altra dalla Madonna con bambino.

    2. Scattata una foto alla bella facciata del palazzo comunale che, come quello di Rovigo, presenta in posizione centrale una testimonianza di fede ed arte dedicata alla Madonna, ci spostiamo solo di poche decine di metri per la seconda tappa. Imboccata via Garibaldi, sulla porta dell'edificio che un tempo era adibito a Monte dei Pegni, ed oggi accoglie alcuni uffici comunali, scorgiamo una artistica edicola della Madonna in trono con Bambino. L'immagine, realizzata in rilievo su pietra porosa e poi dipinta, è accolta in una nicchia a forma di tempietto sormontata da un frontone triangolare. Da sempre attribuita a Lorenzo Canozi, forse in virtù dell'artisticità della composizione, l'opera è invece con tutta probabilità contemporanea all'istituzione del Monte avvenuta nel 1509, quando lo scultore lendinarese era ormai morto da tempo. Va però ricordato che una figlia di Lorenzo Canozi, Falconetta, sposò un tal Giovanni Lombardo lapicida, a cui con maggior probabilità si potrebbe far risalire la scultura. In effetti Giovanni Lombardo (della famosa famiglia di scultori che fra gli altri annovera Pietro Lombardo autore della bella Pietà posta nella chiesa di S. Francesco di Rovigo) visse a Lendinara, dove è documentato che nel 1516, alla sua morte, avvenne la divisione delle sue proprietà tra gli eredi.

    3. Da via Garibaldi ci portiamo nell'attigua piazzetta dominata dalla quattrocentesca chiesa di S. Anna. Percorriamo quindi via U. Saba, girando poi a sinistra per raggiungere i giardini di Piazza dello Statuto, al centro dei quali si erge una bella Statua in bronzo di S. Francesco d'Assisi, ivi collocata nel 1951 e realizzata dal vicentino Neri Pozza. Il santo della povertà sembra benedire i passanti e i bimbi che numerosi frequentano i giardini, attrezzati con idonei giochi per l'infanzia.

    4. Transitiamo quindi davanti alla Chiesa di S. Francesco seguendo l'omonima via che, superata la strada statale, prende il nome di Via Lunga. Percorsi cento metri, sulla destra troviamo il Sacello di S. Chiara e della B. V. del Rosario, presente in loco da oltre due secoli, giacchè figura elencato nella visita pastorale compiuta dal vescovo Speroni nel 1790. Il tempietto, meta dei fedeli soprattutto nel mese di Maggio per l'incontro serale del "fioretto", si presenta in buone condizioni per un recente restauro. Sul lato destro è attiguo ad una mura di cinta, mentre nella parete sinistra presenta una finestrella ottagonale, la cui forma viene richiamata anche nella parte superiore della porta d'ingresso. Sullo stipite sinistro sono elencate le indulgenze concesse dal papa ai visitatori.

    5. Proseguiamo quindi nella stessa direzione percorrendo via Lunga per circa due chilometri finchè, prima di raggiungere il paese di Saguedo, sulla sinistra, raggiungiamo il Capitello di S. Gaetano da Thiene. Poche le notizie relative al sacello che, dedicato al Santo di Thiene a protezione della parrocchia di Saguedo, conta più di duecento anni ed è bisognoso di un urgente intervento di restauro. Non privo di originalità si presenta il disegno architettonico del piccolo edificio religioso caratterizzato da una sorta di pronao con frontone triangolare, attraverso cui si ha accesso alla stanza che accoglie l'immagine del santo.

    6. Giungiamo frattanto nella piazzetta di Saguedo, nel cui angolo sinistro, troviamo un pilastro su cui si apre una Nicchia della Madonna Immacolata. Struttura quadrangolare molto semplice, eretta a delimitare il crocicchio da cui prende il via la strada che porta a Barguglio. Costruita probabilmente alla fine dell'Ottocento, versa in condizioni di abbandono.

    7. Pressoché di fronte al capitello della piazzetta, su un massiccio pilastro che sostiene un cancello che dà accesso ad una abitazione privata, scorgiamo un Capitello dedicato alla Madonna di Lourdes. Si tratta di una nicchia a forma di grotta che accoglie una statuetta della Vergine, seguendo una iconografia facilmente identificabile.

    8. Proseguiamo lungo la via con direzione Campomarzo. Fatti cento metri, sulla destra, sulla facciata di una casa color ocra, scorgiamo una Nicchia con un'immagine della Madonna del Pilastrello. All'interno di una bianca cornice, delimitata alla base da un elemento a forma di vaso che si conclude con una sfera, notiamo un dipinto, un po' rovinato nella parte inferiore, che propone il segno di devozione alla Vergine del Santuario di Lendinara, che troviamo anche poco oltre.

    9. Ecco infatti, sulla sinistra, il Capitello alla B. V. del Pilastrello. Uno slanciato pilastro, inserito in una mura di confine, accoglie una nicchia dalle forme inconsuete, ispirata all'arte orientale per il vertice che si protende verso l'alto. Il pilastro è arricchito sulla sommità da una struttura piramidale, sotto la quale sono state realizzate quattro piccole cornici. L'immagine della Madonna è protetta dalle intemperie da una finestrella sagomata come la nicchia. Questo capitello è la meta della processione che, partendo dalla chiesa di Saguedo, si svolge ogni anno nel mese di Maggio, a conclusione dei festeggiamenti mariani.

    10. Prendiamo la direzione di Campomarzo: la strada sinuosa corre tra la fertile campagna verso l'Adige. Dopo un paio di chilometri raggiungiamo il possente argine del fiume. Imbocchiamo la salita di sinistra per giungere in uno spiazzo erboso ove troviamo l'Oratorio di Pradespin dedicato alla B. V. del Pilastrello. Il luogo è ameno, caratterizzato dalla verde spianata che domina la campagna, delimitata a destra dall'argine e a sinistra da varie piante forse nate e cresciute spontaneamente. Il tempietto in cotto, nella sua semplicità non è privo di una certa eleganza: due lesene, sempre in cotto, delimitano le estremità della facciata; al loro culmine sono state erette due croci. Altre due lesene percorrono parallele la facciata, delimitando la porta d'ingresso ed innalzandosi oltre la sommità della chiesetta, a dar vita ad un campaniletto a vela, ove sono alloggiate tre campane. Anche sul vertice di questa struttura si innalza una croce, da tempo inclinata dopo una bufera di vento. Da notare nella facciata del tempietto anche le due nicchie parallele alla porta, sopra cui corre una doppia cornice in senso orizzontale, mentre sotto il campaniletto prende forma un piccolo rosone. La chiesetta costruita nel 1892, sostituisce la precedente eretta nel 1837 a ringraziamento della Madonna di Lendinara "sul luogo del pericolo e del prodigio", a seguito di una eccezionale piena dell'Adige verificatasi il 20 Giugno 1837. L'abbattimento del tempietto originario si rese necessario per lavori di rinforzo agli argini realizzati dopo la grande alluvione del 1882, che inondò sia il Polesine che i territori della bassa padovana.

    11. Fatta una sosta più ampia del solito presso la chiesetta di Pradespin, meta di tante scampagnate degli abitanti di Lendinara, ci spostiamo di soli duecento metri, per raggiungere, sempre sotto l'argine, il Capitello della B. V. del Rosario. Anche questo, come l'oratorio precedente è stato rifatto e risistemato in tempi recenti. Il tempietto presenta la facciata in cotto, che spicca nettamente sulle altre pareti intonacate e dipinte di bianco. Elementi di decoro sulla facciata sono la porta con arco a tutto sesto ed il rosone il cui vetro, che dà luce all'interno, presenta una bella protezione in ferro battuto a forma di margherita. Il sacello si completa alla sommità con un frontoncino dentellato su cui si innalzano tre pinnacoli sormontati da tre piccole croci.

    12. E' tempo di tornare. Raggiungiamo la sommità arginale percorrendo la strada sterrata in direzione della corrente del fiume fino al paesello di Barbuglio. Il silenzio è quasi totale: in lontananza il borbottare di un trattore, vicino un volo di rondini, con allegri trilli, in direzione dell'acqua dell'Adige che viene sfiorata e subito abbandonata. A destra una campagna magistralmente coltivata, suddivisa in regolari rettangoli adibiti all'orticoltura. Raggiunta Barbuglio scendiamo verso il centro del paesello, passando davanti alla chiesa dedicata a S. Nicola. Ancora cento metri per l'ultima tappa. Sulla sinistra, in direzione di Lendinara verso cui facciamo ritorno, parzialmente occultato da una siepe, ecco il Capitello di S. Nicola. Si tratta di una nicchia, inserita in un pilastro di confine nei pressi di un crocicchio. Il capitello, recentemente restaurato dalla famiglia Capodaglio nella cui recinzione della proprietà si trova inserito, consta di un bianco pilastro sormontato da un tettuccio a forma di piramide a gradini, alla cui sommità si erge una croce. Una lampada sporgente illumina nottetempo la nicchia dove, protetta da un vetro, trovasi l'immagine di S. Nicola, il santo dei naviganti protettore di Barbuglio, un tempo fiorente porto fluviale sull'Adige. La storia dell'edicola risale al 1870. Prima dell'ultimo rifacimento va segnalata una ricostruzione, quale ex voto, nel 1918 dopo un rovinoso incidente (provocato da un carriaggio militare) che si concluse con la prodigiosa incolumità di cavallo e cavaliere.

    Per il secondo itinerario (il quarto della serie Le vie dei Capitelli, essendo stati presentati i primi due percorsi nel n. 22 del Ventaglio, a cui si rimanda per completezza) l'appuntamento è fissato nei pressi del Santuario di Lendinara.

    1. Lungo via del Santuario, all'incrocio con via T. Vecellio, sorge il Capitello di N. S. del Pilastrello. Si tratta di un'edicola (appoggiata alla facciata dell'edificio in passato adibito a stalla e che da tempo accoglie un'esposizione di mobili) che è stata recentemente restaurata dalla Famiglia Tomasin. Si presenta con le forme di un bianco tempietto, delimitato da due colonnine (con capitello in stile ionico) le quali sostengono un frontone ricurvo, al cui centro è inserito un mascherone miniaturizzato. La nicchia centrale, abbastanza profonda, accoglie un'ulteriore struttura coronata da un piccolo frontone triangolare, al cui interno, sopra uno slanciato piedistallo, è stata collocata una statuetta della Madonna, dietro il cui capo è posizionata una ghirlanda di stelline dorate.

    2. Percorriamo la via in direzione del centro cittadino, fino ad incontrare, sulla destra, via S. Giuseppe. Sulla parete di un edificio sulla destra, facente parte del complesso dell'Istituto Immacolata, si trova la Nicchia del Crocefisso, realizzata nel 1867, ma da anni priva proprio del crocefisso che ne contraddistingue il nome. L'edicola si presenta abbastanza elaborata: la parte più elevata è caratterizzata da una cornice trilobata, mentre quella inferiore poggia su un doppio basamento con sporgenze differenziate, sotto cui, al centro, è collocata la testa di un angioletto. All'interno della nicchia spiccano fiori dipinti su uno sfondo blu, a sua volta circondato da una cornice anche questa con soggetti floreali.

    3. Proseguiamo il nostro itinerario passando davanti al Duomo, imboccando via Baccari. Percorsi cinquanta metri, sulla destra notiamo la chiesetta sconsacrata e da tempo abbandonata detta del Cristo, in uno stato di penoso disfacimento. Proseguiamo quindi per imboccare, a sinistra, via Duca d'Aosta, conosciuta dai lendinaresi come via Fossa, nome che ricorda tempi lontani quando effettivamente qui esisteva la fossa che correva attorno al castello estense. A metà di questa via troviamo il Capitello di via Fossa, oggi così chiamato perché manca un'immagine sacra in grado di contraddistinguerlo. Su un pilastro della mura di confine che sorge sulla pubblica via, si apre infatti una nicchia che un tempo accoglieva l'effigie della Madonna.

    4. Con un po' di malinconia, suggerita dallo stato di abbandono in cui versano alcune testimonianze di fede individuate proprio nel centro cittadino, superata piazza Risorgimento imbocchiamo via G B. Conti, proseguendo poi sulla strada arginale dell'Adigetto (riviera IV Novembre) con direzione Rasa. Fatti circa duecento metri, sulla destra troviamo il Capitello di N. S. del Pilastrello. Si tratta di una nicchia inserita in un pilastro di una recinzione, al cui interno è alloggiata una statuetta dedicata alla Madonna di Lendinara. Sulla sommità del pilastro, sopra un doppio basamento, si erge una pigna, forse retaggio inconscio di tempi antichissimi, con riferimento all'uovo cosmico, simbolo di fecondità e rigenerazione.

    5. Continuiamo il nostro itinerario prendendo la prima strada a destra, via S. Rocco, dove, fatti duecento metri, all'intersezione con via De Gasperi, troviamo il Capitello della B. V. di Lourdes. Si tratta di un'edicola che accoglie una statua della Madonna col manto azzurro dalle dimensioni decisamente grandi se confrontate con la tipologia solitamente presente nei capitelli. Ai lati della bianca nicchia centrale corrono due simmetrici pilastrelli quadrangolari in cotto che sorreggono un tettuccio a quattro falde. La costruzione del capitello risale agli anni successivi la seconda guerra mondiale, nel periodo in cui erano iniziati i primi interventi edilizi nella zona per costruire abitazioni destinate agli operai ed agli impiegati del Canapificio-Jutificio. La realizzazione dell'edicola fu curata dal sig. Bruno Cibotto, all'epoca direttore della fabbrica. Restaurato oltre vent'anni fa, il capitello, sempre ben curato e spesso meta di devoti, è stato recintato ed isolato dal retrostante spazio destinato al verde pubblico.

    6. Facciamo ritorno sulla strada che corre sull'argine sinistro dell'Adigetto, passando davanti al bel tempietto di S. Rocco, sacrario militare, per procedere verso Rasa. Percorsi due chilometri, alle porte del paesello, sulla destra imbocchiamo via Caselle, avanzando di circa duecento metri. Presso il portone di accesso dell'abitazione della famiglia Feriotto, troviamo il Capitello dedicato alla Madonna di Lourdes. La bianca statuetta della Vergine con cintura azzurra è situata in una nicchia a forma di grotta, sorretta da un pilastro circolare in cemento. La costruzione è recente (20 Maggio 1988) e nasce dalla volontà di provvedere a dotare la via, tra le poche a Rasa prive di un riferimento sacro, di un capitello dedicato alla Madonna.

    7. Tornati sulla strada principale, superiamo la chiesa parrocchiale dedicata a S. Andrea, raggiungendo l'Oratorio di S. Antonio Abate. E' una piccola chiesetta dalle origini antiche, la cui esistenza è documentata fin dai primi anni del '400, quando era annessa ad un ospedale. Ma già sul finire del secolo successivo doveva apparire alquanto trascurata se il vescovo Canano, nel 1580 durante una sua visita così ebbe a scrivere: "…chiesetta disadorna, altare vecchio e mal ridotto con mensa di legno… nessun segno di sacro nè all'interno nè all'esterno…". Il tempietto, recentemente ridipinto, è poco visibile dalla strada perché occultato da un'alta siepe: presenta quattro lesene che corrono lungo la facciata fino ad incontrare il frontone sul quale si ergono tre pinnacoli, di cui quello centrale è munito di croce. Nella parte posteriore sinistra, accostato ad un altro caseggiato, si erge un campaniletto a vela ove è alloggiata una campana.

    8. Venti metri più avanti, nel giardino della Scuola Materna, su un pilastro si regge una Statua della Madonna Immacolata. La bianca immagine della Vergine emerge dal verde della vegetazione, richiamando un reverente cenno di saluto dei passanti.

    9. Avanziamo di circa duecento metri, fino ad incontrare, sull'angolo della laterale via Fossello, il Capitello della Madonna di Lourdes. La costruzione, che risale al 1936, è dovuta all'iniziativa del sig. Ferdinando Prearo che, volendo ringraziare la Vergine per il ritorno del figlio dalla guerra d'Africa e testimoniare la sua devozione alla Madre di Dio, chiese ed ottenne dal Comune di Lendinara la possibilità di trasformare a capitello votivo il pilastro da tempo inutilizzato, alla cui sommità era inizialmente posto un lampione a petrolio per illuminare il crocicchio. Il capitello quasi interamente ricoperto da una pianta rampicante, presenta nella parte centrale una nicchia azzurra che accoglie una statuetta della Madonna. Dall'anno della sua costruzione è punto di riferimento per il fioretto nel mese di Maggio, alla conclusione del quale diviene meta di una processione e di un momento ricreativo.

    10. Ci inoltriamo per circa cinquanta metri lungo via Fossello fino ad incontrare il Capitello della B. V. del Pilastrello. Si tratta di un pilastro quadrangolare color mattone, culminante con un tettuccio a due falde sotto il quale si apre una nicchia, al cui interno, protetta da un vetro, è collocata una statuetta scura riproducente le fattezze della Madonna di Lendinara. La costruzione risale agli anni '50 quando il sig. Narciso Passadore, essendosi disseccato un albero utilizzato come sostegno per un piccolo tabernacolo ormai deteriorato dalle intemperie, pensò di realizzare la nuova testimonianza di fede.

    11. Proseguiamo il nostro itinerario in direzione di Badia Polesine per circa tre chilometri fino ad incontrare, sulla sinistra, una deviazione indicata come Calà della Forca. Nome inquietante giacché, a quanto pare, non si riferisce all'attrezzo usato dai contadini, ma all'esecuzione di alcuni verdetti di impiccagione messi in atto dagli Austriaci in almeno due occasioni: nel 1820 nei confronti dei briganti che infestavano la zona; nel 1859, nel corso della seconda guerra di indipendenza, nei confronti di un tal Franzoso, scambiato per l'assonanza del suo cognome con un nemico francese. Forse si deve proprio alla pietà delle persone della zona la costruzione di un'edicola in segno di pace ed amore cristiano, ad espiazione dei gravi fatti. Risistemata negli anni '80 del secolo scorso, si è inteso dare una nuova destinazione alla piccola costruzione da allora denominata Capitello della Madonna del Ritorno, in omaggio agli emigrati della nostra terra e dell'associazione Polesani nel Mondo che li rappresenta. La sacra rappresentazione custodita all’interno, realizzata con la tecnica del mosaico, è opera dell'artista rodigino Edoardo Chendi.

    12. Abbiamo raggiunto il punto più avanzato della nostra escursione, portandoci in territorio badiese. Iniziamo pertanto il ritorno, prendendo una via sinuosa che porta verso la strada statale ove, in località Ca' Mignola Bassa Rasa, troviamo il Capitello della B. V. del Rosario. Sembra che il sacello risalga all'800, ma è stato certamente ricostruito durante la seconda guerra mondiale dal sig. Raimondo Baccaglini, presso la cui proprietà è accostato. Si tratta di un tempietto color rosa sulla cui facciata, ai lati della squadrata porta d'ingresso, corrono due lesene che, stranamente, sono distanziate di qualche centimetro dal frontone triangolare che le sovrasta. Sulla sommità, nella parte posteriore, a mo' di campanile, si innalza una singolare struttura in ferro che sorregge una minuscola campana. Il capitello è meta di incontri di fede il 7 Ottobre, festa della Madonna del Rosario, e nel mese di Maggio per il fioretto.

    13. Proseguiamo lungo la strada statale in direzione di Lendinara fino all'incrocio con la via che proviene da Rasa. Giriamo a sinistra con direzione Villafora: il nome della via, Capitello Rasa, ci annuncia che non lontano troveremo una nuova testimonianza di fede. Ben presto, sulla sinistra, scorgiamo infatti il Capitello di Maria Assunta. E' documentato che il sacello, risalente al '700, ha subito una radicale ristrutturazione ed ampliamento dopo la seconda guerra mondiale, quando, il sig. Romani provvide ad acquistare ad Ortisei la statua in legno della Madonna, poi posta sopra l'altare. L'ultimo intervento sostanzioso di consolidamento risale al 1989, portato a termine dall'impresa Bernardinello con il contributo della gente del posto. Il bel tempietto bianco si presenta con una apertura ogivale affiancata da due lesene color grigio, caratterizzate da un alto basamento e capitello dorico. Una cornice delimita l'architrave su cui poggia il frontone, sormontato da una croce e decorato all'interno con un elemento circolare a mo' di rosone. Sull'architrave spicca la scritta Viva Maria, mentre nella parte retrostante destra si innalza un minuscolo ma elaborato campanile sormontato da una croce. La chiesetta è custodita dalla famiglia Pastore e diviene meta di incontri di fede nel mese di Maggio per il fioretto serale ed il 15 Agosto per la festa dell'Assunzione. L'ultima domenica di Agosto viene organizzata una cena collettiva delle famiglie del vicinato, occasione per raccogliere un contributo, necessario per il mantenimento del tempietto.

    Apprese tutte queste notizie, che testimoniano la funzione socializzante oltre che religiosa dei capitelli costruiti nel corso dei secoli nei vari rioni del comune di Lendinara, facciamo ritorno al punto di partenza del nostro itinerario, ovvero al Santuario del Pilastrello, ove è custodita la statua della Madonna nera, la cui devozione ha ispirato, come si è visto, molte delle edicole individuate.

Pubblicità