Addio ad un mondo di ricordi! Un altro pezzo della vecchia Rovigo se ne va… Stanno demolendo tutto o quasi tutto, il vecchio ospedale “Santa Maria della Misericordia”, per ora rimane in piedi solo la parte più vecchia cioè il padiglione più grande di medicina che è lungo via Badaloni dove una volta c’era, ma c’è ancora chiusa da anni, l’entrata principale con scalinata e con un portone in ferro battuto.
Sul muro del padiglione c’è una lapide scritta in latino:
Has-Aedes quisquis-adis valetudine-affectus animo-fidenti-ingreditur gremio-hic-suo-aegros-excipit et-curat-pia-caristas
Chiunque tu sia che giungi a questa casa colpito dal male, entra con animo fiducioso: qui la carità pietosa accoglie nel suo grembo i sofferenti e li cura.
La storia del nostro ospedale “S.M. della misericordia” comincia nel lontano 1565. “L’hospitale” pubblico rappresenta un istituto propriamente mediovale: chiesa e classi agiate erano impegnate finanziariamente e moralmente nell’assistenza.
I proventi caritativi e i lasciti testamentari erano a difesa dei poveri e dei pellegrini.
In Rovigo c’erano tanti piccoli luoghi chiamati “hospital” come S.Giovanni Decollato (porta S. Giovanni), Madonna dei Sabbioni (verso il cimitero), Lazzaretto per appestati (Ponte della Fonderia).
Con gli anni tutte queste varie opere di Misericordia divennero vecchie ed inefficienti perciò sparirono; l’ospedale della Misericordia allora si amplia poi viene demolito, ristutturato, ampliato nuovamente ed è il primo ospedale dentro le mura della città. Col tempo viene riconosciuto ospedale cittadino nel capoluogo polesano: siamo nel 1800. Nel 1837 si amplia nuovamente e nel 1845 si potevano contare 100 posti letto; già allora il reparto medicina occupava due piani. Nel 1866, finita l’epidemia del tifo, è chiuso definitivamente il lazzaretto e l’ospedale in centro giunge a contare 19 reparti.
Nel 1902 inizia la costruzione di nuovi padiglioni ospedalieri. Il padiglione bambini Duca E.F. Camerini è offerto dalle Officine Geografiche del Corriere del Polesine 1913.
Con il rapido progresso della scienza medica nelle varie specializzazioni e l’atteggiamento innovativo del governo fascista, (cui va il merito di una attività politica-sociale finalmente di ampio respiro) iniziano nel 1932 lavori per un nuovo istituto. Nel novembre del 1937 viene inaugurato l’ospedale: “Istituto Nazionale Fascista della previdenza Sociale “chiamato Sanatorio” secondo il progetto dell’ingegnere rodigino Antonio Pavarin.
Nel tempo si sviluppa il Consorzio Antitubercolare e i vari dispensari di cui sarebbe stato per 40 anni (1933-1971) direttore l’adriese dott.Cesare Tiengo.
Io ricordo che intorno agli anni 40 le camerate contenevano dai sei a più letti, e molti letti avevano la targa con il nome del benefattore.
Le finestre erano ampie con tende, luce soffusa tutta la notte per dare la possibilità alle suore di turno di vegliare e medicare chi si lamentava; era un lavoro duro, che poteva essere svolto solo con amore e carità.
Era ancora notte quando avveniva il cambio delle infermiere. Il Portico e la strada di via Badaloni venivano invasi da un dolce invitante profumo di pane fresco del vicino forno di Paderno, allora le grandi finestre dell’ospedale, reparto medicina, che si affacciano sulla strada, si illuminavano prepotentemente e il profumo del pane invadeva quei bianchi cameroni; gli ammalati respiravano quel profumo di vita e pensavano alle loro famiglie.
Si entrava e si usciva per il grande portone centrale solo ad orari fissi per le visite agli ammalati.
Il custode Giovanni era sempre presente e in divisa; sapeva dare qualsiasi informazione che riguardasse il suo lavoro; c’erano pochi cartelli indicatori, perché allora molte persone erano analfabete. Il custode vegliava anche sull’entrata e l’uscita dell’infermiere.
A quei tempi era primario il professore Arturo Carraro, morto nel 1940 lasciando tanto rimpianto; era per la città una autorità, ben voluta e stimata.
Si costruì una villa in via Sichirollo di fronte al seminario, ora Archivio di Stato, dove abitava; in seguito, vicino, fece costruire un reparto di medicina che con gli anni si ampliò diventando Policlinico ora “Casa di cura città di Rovigo”.
In tempo di guerra lo sostituì il giovane professor Ciceri ricordato da tutti come un bravo dottore. Tutti e due lavoravano all’ospedale pubblico e seguivano gli ammalati della casa di cura. Nella villa di Carraro entrò il dott. Ciceri e poi il prof. Pozzan medico chirurgo.
Ricordo la signora Ciceri molto elegante, amante della campagna, passava alla mattina per via Belfiore a cavallo, la gente guardava a bocca aperta, era sempre accompagnata da un giovane ufficiale, pure lui a cavallo e andavano verso S. Cassian.
Accanto all’entrata delle autolettighe dell’ospedale S.M. della Misericordia, c’era la lunga casa delle Suore con l’uscita in via Mure dell’Ospedale (c’è ancora, ma abbandonata).
All’interno, in mezzo al verde, c’era il padiglione “Maternità”, di cui padrona assoluta e onnipresente era la dottoressa Radici aiutata dalla infaticabile ostetrica Teresina.
In via Mure ospedale accanto alla casa delle Suore abitava la “vecia Coccò” che dava la “baia” a tutti; poi c’era e c’è la casa della rammendatrice che, assieme al fratello, ha rammendato e rammenda ancora tutti i vestiti dei Rodigini.
Fra gli alberi secolari c’era il reparto chirurgia e dietro a questo, la grande e triste camera mortuaria che si affaccia in via Pascoli.
Sono entrata nel cantiere dell’ospedale in demolizione e, in un angolo ho notato pietre sottili fatte a mano, probabilmente servite per la costruzione del primo nucleo ospedaliero, nel lontano 1565.
E’ ancora in piedi il padiglione Duca E.F. Camerini, reparto pediatrico e infettivo.
Poco lontano, sotto il reparto medicina ,c’era la piccola chiesa.
All’angolo di via Badaloni è rimasta per lungo tempo la farmacia Comunale di cui era titolare il farmacista Dall’Acqua, una delle quattro farmacie della vecchia Rovigo.
Dalla farmacia fino all’entrata delle autolettighe c’era il pronto Soccorso e seguivano i vani ambulatori.
Questo più o meno è – o meglio era – il complesso del nostro ben amato e comodo ospedale, destinato a rimanere solo un ricordo.