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Archivi: Articoli d’archivio

  • Vecchio ospedale addio

    Addio ad un mondo di ricordi! Un altro pezzo della vecchia Rovigo se ne va… Stanno demolendo tutto o quasi tutto, il vecchio ospedale “Santa Maria della Misericordia”, per ora rimane in piedi solo la parte più vecchia cioè il padiglione più grande di medicina che è lungo via Badaloni dove una volta c’era, ma c’è ancora chiusa da anni, l’entrata principale con scalinata e con un portone in ferro battuto.

    Sul muro del padiglione c’è una lapide scritta in latino:

    Has-Aedes quisquis-adis valetudine-affectus animo-fidenti-ingreditur gremio-hic-suo-aegros-excipit et-curat-pia-caristas

    Chiunque tu sia che giungi a questa casa colpito dal male, entra con animo fiducioso: qui la carità pietosa accoglie nel suo grembo i sofferenti e li cura.

    La storia del nostro ospedale “S.M. della misericordia” comincia nel lontano 1565. “L’hospitale” pubblico rappresenta un istituto propriamente mediovale: chiesa e classi agiate erano impegnate finanziariamente e moralmente nell’assistenza.

    I proventi caritativi e i lasciti testamentari erano a difesa dei poveri e dei pellegrini.

    In Rovigo c’erano tanti piccoli luoghi chiamati “hospital” come S.Giovanni Decollato (porta S. Giovanni), Madonna dei Sabbioni (verso il cimitero), Lazzaretto per appestati (Ponte della Fonderia).

    Con gli anni tutte queste varie opere di Misericordia divennero vecchie ed inefficienti perciò sparirono; l’ospedale della Misericordia allora si amplia poi viene demolito, ristutturato, ampliato nuovamente ed è il primo ospedale dentro le mura della città. Col tempo viene riconosciuto ospedale cittadino nel capoluogo polesano: siamo nel 1800. Nel 1837 si amplia nuovamente e nel 1845 si potevano contare 100 posti letto; già allora il reparto medicina occupava due piani. Nel 1866, finita l’epidemia del tifo, è chiuso definitivamente il lazzaretto e l’ospedale in centro giunge a contare 19 reparti.

    Nel 1902 inizia la costruzione di nuovi padiglioni ospedalieri. Il padiglione bambini Duca E.F. Camerini è offerto dalle Officine Geografiche del Corriere del Polesine 1913.

    L’ospedale non poteva più contenere altri padiglioni e allora, lontano dalla città, cominciarono i lavori del manicomio nel 1910.

    Con il rapido progresso della scienza medica nelle varie specializzazioni e l’atteggiamento innovativo del governo fascista, (cui va il merito di una attività politica-sociale finalmente di ampio respiro) iniziano nel 1932 lavori per un nuovo istituto. Nel novembre del 1937 viene inaugurato l’ospedale: “Istituto Nazionale Fascista della previdenza Sociale “chiamato Sanatorio” secondo il progetto dell’ingegnere rodigino Antonio Pavarin.

    Nel tempo si sviluppa il Consorzio Antitubercolare e i vari dispensari di cui sarebbe stato per 40 anni (1933-1971) direttore l’adriese dott.Cesare Tiengo.

    Io ricordo che intorno agli anni 40 le camerate contenevano dai sei a più letti, e molti letti avevano la targa con il nome del benefattore.

    Le finestre erano ampie con tende, luce soffusa tutta la notte per dare la possibilità alle suore di turno di vegliare e medicare chi si lamentava; era un lavoro duro, che poteva essere svolto solo con amore e carità.

    Era ancora notte quando avveniva il cambio delle infermiere. Il Portico e la strada di via Badaloni venivano invasi da un dolce invitante profumo di pane fresco del vicino forno di Paderno, allora le grandi finestre dell’ospedale, reparto medicina, che si affacciano sulla strada, si illuminavano prepotentemente e il profumo del pane invadeva quei bianchi cameroni; gli ammalati respiravano quel profumo di vita e pensavano alle loro famiglie.

    Si entrava e si usciva per il grande portone centrale solo ad orari fissi per le visite agli ammalati.

    Il custode Giovanni era sempre presente e in divisa; sapeva dare qualsiasi informazione che riguardasse il suo lavoro; c’erano pochi cartelli indicatori, perché allora molte persone erano analfabete. Il custode vegliava anche sull’entrata e l’uscita dell’infermiere.

    A quei tempi era primario il professore Arturo Carraro, morto nel 1940 lasciando tanto rimpianto; era per la città una autorità, ben voluta e stimata.

    Si costruì una villa in via Sichirollo di fronte al seminario, ora Archivio di Stato, dove abitava; in seguito, vicino, fece costruire un reparto di medicina che con gli anni si ampliò diventando Policlinico ora “Casa di cura città di Rovigo”.

    In tempo di guerra lo sostituì il giovane professor Ciceri ricordato da tutti come un bravo dottore. Tutti e due lavoravano all’ospedale pubblico e seguivano gli ammalati della casa di cura. Nella villa di Carraro entrò il dott. Ciceri e poi il prof. Pozzan medico chirurgo.

    Ricordo la signora Ciceri molto elegante, amante della campagna, passava alla mattina per via Belfiore a cavallo, la gente guardava a bocca aperta, era sempre accompagnata da un giovane ufficiale, pure lui a cavallo e andavano verso S. Cassian.

    Accanto all’entrata delle autolettighe dell’ospedale S.M. della Misericordia, c’era la lunga casa delle Suore con l’uscita in via Mure dell’Ospedale (c’è ancora, ma abbandonata).

    All’interno, in mezzo al verde, c’era il padiglione “Maternità”, di cui padrona assoluta e onnipresente era la dottoressa Radici aiutata dalla infaticabile ostetrica Teresina.

    In via Mure ospedale accanto alla casa delle Suore abitava la “vecia Coccò” che dava la “baia” a tutti; poi c’era e c’è la casa della rammendatrice che, assieme al fratello, ha rammendato e rammenda ancora tutti i vestiti dei Rodigini.

    Fra gli alberi secolari c’era il reparto chirurgia e dietro a questo, la grande e triste camera mortuaria che si affaccia in via Pascoli.

    Sono entrata nel cantiere dell’ospedale in demolizione e, in un angolo ho notato pietre sottili fatte a mano, probabilmente servite per la costruzione del primo nucleo ospedaliero, nel lontano 1565.

    E’ ancora in piedi il padiglione Duca E.F. Camerini, reparto pediatrico e infettivo.

    Poco lontano, sotto il reparto medicina ,c’era la piccola chiesa.

    All’angolo di via Badaloni è rimasta per lungo tempo la farmacia Comunale di cui era titolare il farmacista Dall’Acqua, una delle quattro farmacie della vecchia Rovigo.

    Dalla farmacia fino all’entrata delle autolettighe c’era il pronto Soccorso e seguivano i vani ambulatori.

    Questo più o meno è – o meglio era – il complesso del nostro ben amato e comodo ospedale, destinato a rimanere solo un ricordo.

  • Il seme dell’Europa

    Il successo con cui è stato accolto l’Euro, la nuova moneta unica europea, mi ha portato ad una riflessione sulla fase attuale del faticoso processo di unificazione europea (tema a me caro come ben sa chi da tempo mi conosce e che mi ha spinto a mutare la mia stessa vita). Un processo che ha vecchie radici e che ora sembra avviarsi ad una svolta con la Convenzione di cui si è molto parlato in questi giorni e che dovrà elaborare proposte per la futura – e indispensabile – Costituzione europea.

    Proprio l’accenno alle vecchie radici del mio ideale e del mio impegno federalista mi riporta al 1958 quando, allora Sindaco di Lendinara, venni presentato dal Movimento federalista europeo, quale candidato, assieme a Paolo Boer, Guido Consigli, Giuseppe Commellin e Ferdinando Rossi di Rovigo, ad Arturo Rossi di Badia Polesine, a Ivanoe Zen di Adria alle Elezioni del Popolo europeo. Ne parlo qui perché anche questa iniziativa – ora dimenticata – costituisce un pezzo di storia polesana alla quale “Il Ventaglio” rivolge costantemente e opportunamente la sua attenzione.

    Dette elezioni furono un evento misterioso per i più, o mera curiosità per pochi altri, che mi è stato richiamato alla memoria dalla pubblicazione, a cura del Consiglio regionale del Piemonte, delle vecchie annate (1958-1964) di un periodico, dal titolo appunto di “Popolo Europeo” che, nella edizione italiana sotto la direzione di Altiero Spinelli, si stampava a Torino (esistevano altre tre edizioni, francese, tedesca e olandese) e che circolava anche tra i giovani federalisti polesani. Ecco di cosa si tratta.

    Nel 1952 veniva firmato il Trattato costitutivo della CECA (Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio) dopo la storica dichiarazione del 9 maggio 1950 del Ministro degli Esteri francesi Robert Schuman (uno dei padri fondatori dell’Europa, assieme a De Gasperi, Adenauer, Monnet, Spaak): nel 1957 veniva sottoscritto a Roma dagli stessi 6 paesi il Trattato costitutivo della Comunità Economica Europea. Iniziava così la lunga e accidentata strada delle Istituzioni europee per l’unificazione economica e politica dell’Europa che aveva, sfortunatamente, subìto una grave battuta d’arresto, con la mancata approvazione del Trattato della CED (Comunità europea di difesa) nel 1954. Una breve digressione: quanti tra i cittadini italiani e, soprattutto, quanti studenti che conoscono Giulio Cesare, le invasioni barbariche, le crociate e magari la guerra dei trent’anni, sono al corrente di questi avvenimenti di circa cinquant’anni fa, che ci toccano così da vicino e dai quali dipende il nostro futuro?

    Convinto, tuttavia, che l’unificazione europea non dovesse realizzarsi solo tra i governi nazionali, ma coinvolgendo invece i cittadini, cioè la società civile (quella società civile alla quale fa ora riferimento la Convenzione per la Costituzione europea), il Movimento Federalista europeo, nel suo ruolo di avanguardia, decise di promuovere una iniziativa mai verificatasi prima: chiamare cioè a pronunciarsi, a mezzo di elezioni autogestite, la gente comune sul grande tema dell’unificazione federale dell’Europa. Furono così organizzate, con pochi mezzi ma con grande determinazione ed entusiasmo, in sette paesi europei (Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e persino la Svizzera), le Elezioni per il Congresso del Popolo Europeo. In tale occasione, oltre che a Torino e a Milano (e in altri comuni piemontesi e lombardi), a Strasburgo, a Lione, ad Anversa, a Dusseldorf, a Maastricht, a Ginevra), si votò anche a Rovigo il 26, 27 e 28 ottobre 1958; furono eletti appunto Boer, Consigli, Rossi e Martini che così poterono partecipare a Lione, nel gennaio 1959, al Congresso dal quale uscì, all’unanimità, il progetto di un Trattato per la convocazione di un’Assemblea costituente europea.

    Si dirà che si trattò di una “azione dimostrativa” più che di una iniziativa con effetti concreti, ma il suo significato non va sottovalutato, dovuto alla lungimiranza e alla creatività politica di pochi che fin da allora (anni ‘50) ancorarono giustamente il processo di integrazione europea all’opinione pubblica, alla gente comune, alle aspirazioni del popolo europeo.

    Come Sindaco di Lendinara (Comune che già avevo fatto aderire al Consiglio dei Comuni d’Europa) appoggiai ovviamente l’iniziativa, aiutato da vari amici, convinti federalisti europei. Compito di questa avanguardia federalista fu quello di creare, dal basso, degli strumenti di azione politica sopranazionale in grado di permettere al popolo europeo di prendere coscienza della necessità di costituire la federazione attraverso il metodo costituente e di far valere questa volontà al di fuori dei condizionamenti frapposti dalle istituzioni politiche nazionali.

    Tutti conoscono le critiche che oggi si muovono, anche negli europeisti più convinti, alle difficoltà burocratiche di Bruxelles, alla lontananza dei cittadini dalle Istituzioni europee, alla scarsa percezione da parte dell’opinione pubblica del significato e della incidenza sulla nostra vita quotidiana del processo di integrazione europea. Si moltiplicano quindi gli appelli al coinvolgimento diretto dei cittadini in questo grande disegno di portata storica che significa maggiore e corretta informazione, dibattito aperto, confronto di idee, ruolo della scuola e delle formazioni politiche e sociali nella sensibilizzazione dei giovani e dei cittadini. Le Elezioni per il Congresso del Popolo europeo avevano già compreso, 44 anni fa, queste esigenze.

    I risultati, ripeto, ebbero piuttosto un significato esemplare, ma nei sette paesi europei votarono, in un clima di diffusa indifferenza e con pochi mezzi, circa 650.000 persone! Non molte, si dirà, ma non si può non restare meravigliati che, spontaneamente, alcune centinaia di migliaia di uomini e donne di paesi diversi, si sentissero impegnati a manifestare la loro fiducia e il loro impegno per costruire un’Europa unita.

    Anche questo – come dicevo all’inizio – è un pezzo di storia polesana da molti ignorata o dimenticata; valeva perciò la pena di riesumarlo, perché esso costituì un piccolo seme che soprattutto i giovani federalisti polesani non devono trascurare, ma anzi coltivare con determinazione e costanza.

  • Dalla parte degli emigranti

    Nei primi anni del secolo scorso, e più precisamente nel 1907, a Rovigo si ebbe a registrare una consistente quanto improvvisa azione di supporto agli emigranti che da oltre vent’anni, senza interruzione, continuavano a lasciare il Polesine alla ricerca di soluzioni di vita più accettabili. Furono infatti istituiti due Segretariati a tutela dell’Emigrazione, uno di matrice cattolica e l’altro socialista. Iniziative queste realizzate con indubbio ritardo nei confronti della grande emigrazione, configuratasi come un vero e proprio esodo, che aveva visto oltre 60.000 persone lasciare la terra polesana nel corso dell’ultimo quarto del XIX secolo.

    Le due istituzioni, caratterizzate da opposta matrice ideologica, pur operando in un clima di concorrenza e di reciproca ostilità, riuscirono tuttavia per quache anno a fornire un sufficiente aiuto a molti emigranti che continuavano a lasciare il Polesine, provincia contrassegnata da condizioni estrema povertà, da malattie endemiche e, soprattutto, dalla mancanza di ogni prospettiva di cambiamento e miglioramento.

    Per capire il valore di queste iniziative è bene ricordare per sommi capi le vicissitudini che determinarono la grande impennata del fenomeno migratorio dal Polesine, che manifestò il primo segno di evidente incremento nel 1885, l’anno successivo al moto de “la boje”. La sollevazione dei braccianti aveva alimentato tante speranze di riscatto, che andarono deluse con il sostanziale fallimento dello sciopero, nel corso del quale il Governo non manifestò remore a schierarsi sulle posizioni del padronato, contrastando duramente il fenomeno di protesta. Furono innanzitutto arrestati i principali promotori e portavoce dei numerosi scioperi che, nel Giugno del 1884, all’epoca della mietitura del grano, avevano interessato gran parte del Polesine. Si giunse poi ad inviare l’esercito nelle campagne polesane per sostituire gli scioperanti nelle attività agricole e frustrare così ogni azione di rivalsa nei confronti del padronato.

    Eppure i motivi alla base dell’agitazione erano facilmente riconoscibili. Veramente di grave indigenza erano infatti le condizioni di vita dei braccianti polesani: si pensi che la mercede prevista per una giornata lavorativa – ed il lavoro era assicurato solo nel periodo del raccolto – era di ottanta centesimi, cifra grossomodo corrisponte al costo di due chili di pane. Come era possibile pensare che un lavoro stagionale tanto mal pagato potesse sopperire alle necessità di una famiglia per un anno intero?

    “La boje, la boje, e deboto la va de sora!” avevano gridato nel 1884 gli scioperanti, minacciando iniziative ben più determinate delle astensioni dal lavoro. Alcune delle quali in effetti si verificarono, con azioni dimostrative verso il padronato più restio alle trattative, quali incendi di fienili, tagli di filari di viti e atti di intimidazione nei confronti dei crumiri disponibili a sostituire gli scioperanti.

    In qualche caso si giunse a degli accordi tra i rappresentanti dei braccianti, che avevano dato vita ad organizzazioni denominate “Società Democratiche”, e i proprietari dei fondi agricoli. In questi casi furono concessi miglioramenti salariali di tutto rispetto, ma la repressione poliziesca e l’intervento dell’esercito fecero sì che questi episodi restassero circoscritti e chiaramente non destinati a ripetersi.

    L’anno successivo, ricordato come l’anno dei processi, fu infatti caratterizzato da condanne “esemplari”, comminate agli esponenti più attivi arrestati nel corso delle agitazioni, e dall’intensificarsi della sorveglianza per impedire una ripresa del moto di rivolta al momento del raccolto. Nel 1885 si ebbero infatti a registrare soltanto isolati casi di protesta e qualche azione di intimidazione coperta dall’anonimato.

    Col venir meno delle speranze di un miglioramento delle condizioni di vita, iniziò un movimento migratorio dalle proporzioni bibliche. Una frenesia di lasciare quanto prima l’ingrata terra dei padri dilagò nel Polesine, facendo registrare migliaia di partenze, in una progressiva spirale di crescita che sembrava inarrestabile.

    La punta massima dell’emigrazione dalla provincia di Rovigo si verificò nel 1891 con circa 17.000 abbandoni. I calcoli demografici fanno stimare in almeno 63.000 i polesani che nell’ultimo quarto di secolo lasciarono la terra natìa, molti dei quali diretti in Brasile.

    A questa massa di derelitti che, vendute le poche cose di proprietà si imbarcavano nelle navi alla volta del nuovo mondo, non restava che invocare un’ultima speranza, gridando a squarciagola “Viva l’America”, aggiungendo poi, più o meno sommessamente, “E morte ai siori”.

    Ma ben pochi erano quelli che in America trovavano le condizioni di vita sperate, come ebbe più volte ad avvertire nei suoi scritti Adolfo Rossi, che frequentemente tornò a sottolineare la mancanza totale di protezioni in cui si muovevano le masse di emigranti.

    I fazendeiros del Brasile pagavano spesso il biglietto di andata per chi lasciava l’Italia per quella terra. Ma non era certamente filantropia la loro. Rimasti senza gli schiavi negri, a seguito della nuova legislazione brasiliana che contemplava l’abolizione dello schiavismo, molti pensarono di sostituire la manodopera di colore pressoché gratuita, con lavoratori a bassissimo costo reclutati tra le migliaia di disperati che ogni anno lasciavano l’Italia.

    Per dimostrare le angherie a cui venivano assoggettati molti emigranti italiani in Brasile, Adolfo Rossi volle fare un esperimento in prima persona. Già giornalista di fama, lasciata l’Italia indossando i poveri panni degli emigranti, si fece assumere in una delle tante fazendas brasiliane per poter stendere un resoconto attendibile della situazione. E i sospetti ebbero una clamorosa conferma, dimostrando che il viaggio prepagato per il Brasile si trasformava per molti emigrati in un nuovo atroce calvario.

    Proprio in questo periodo – in evidente ritardo con i tempi – cominciava a farsi strada un interessamento verso il mondo dell’emigrazione, e sorgevano le prime iniziative di tutela degli emigrati. Lo Stato italiano nel 1901 istituiva, nell’ambito del Ministero degli Esteri, il Commissariato per l’Emigrazione, nel cui organico entrava lo stesso Adolfo Rossi, dando prova di valide capacità di azione e predisponendo misure concrete a sostegno degli italiani nel mondo.

    Altre iniziative venivano attuate nel mondo del volontariato cattolico e laico. Per quanto riguarda la provincia di Rovigo, dopo un’attività preparatoria fatta di incontri e conferenze, si giungeva nel 1907 alla creazione dei due citati Segretariati per l’Emigrazione. Quello di orientamento cattolico, che si rifaceva all’Opera Bonomelli, si avvalse delle parrocchie per i contatti nei vari paesi della provincia e del periodico diocesano La Settimana, quale portavoce. Quello attivato dalle forze laico-socialiste ebbe come punto di riferimento la Società Umanitaria di Milano e come organo di informazione il periodico socialista rodigino La lotta.

    Per la costituzione del Segretariato di matrice cattolica, oltre ad alcuni missionari dell’Opera bonomelliana, si attivarono tra gli altri Corradino Cappellotto, Carlo Belloni e Battista Soffiantini che fu nominato a dirigere il Segretariato, oltre ad un Ufficio di Collocamento nell’ambito dell’Ufficio del Lavoro, con sede in via Mure Ospedale.

    Il Segretariato di ispirazione socialista, ubicato in via Poste Vecchie, nacque grazie all’interessamento di Amos Bernini sindaco di Rovigo, dell’on. Angelo Cabrini e di Eugenio Greggio, il quale divenne il segretario dell’istituzione, denominata “Segretariato dell’Emigrazione e Ufficio di collocamento della Provincia di Rovigo, corrispondente degli Uffici Centrali della Società Umanitaria”. La carica di presidente fu assunta dall’on. Pozzato.

    Tra le due istituzioni frequenti furono le dispute e gli spunti polemici, dovuti a chiari motivi di concorrenzialità e soprattutto al clima di acre scontro ideologico, molto vivo tra cattolici e socialisti nei primi anni del secolo scorso. Ma in verità l’azione svolta dalle due istituzioni fu molto simile, concretizzandosi innanzitutto nell’indicazione delle regioni (per lo più dell’Europa) dove realmente si originavano possibilità di lavoro anche stagionale e poi in varie azioni di supporto: da quella dei ripetuti consigli alla cautela nei confronti di allettanti promesse di sistemazione, all’organizzazione di partenze collettive, all’assistenza burocratica ed infortunistica e alla segnalazione delle zone da evitare in quanto, essendo in atto azioni di sciopero, la presenza dei lavoratori italiani sarebbe stata vista dagli scioperanti come una provocazione, con possibili conseguenze tragiche come i fatti di Francia avevano dimostrato.

    Le due istituzioni continuarono ad operare con soddisfacente continuità fino alla vigilia della grande guerra, quando problemi ben più gravi si affacciarono sullo scenario internazionale e l’emigrazione ebbe una brusca interruzione.

    Ai nostri giorni a tener desta l’attenzione sul problema degli emigrati dal Polesine contribuisce egregiamente l’associazione “Polesani nel Mondo” con sede a Rovigo in via Fraccon 11. L’Associazione, oltre a mantenere vivi i rapporti con le decine di “Fameje polesane” sparse per il mondo, è impegnata ad offrire una concreta opera di assistenza ai discendenti di emigranti polesani negli ultimi tempi particolarmente motivati a rintracciare documentazioni dei loro avi sia per un ritorno di interesse verso il Paese di origine, sia, più concretamente, per poter fruire del doppio passaporto ritenuto utile in considerazione del ripetersi delle crisi economiche e politiche che ciclicamente affliggono i paesi dell’America latina.

  • Gente del fiume

    Da sempre le comunità polesane vivono un rapporto particolare col loro ambiente: un territorio fatto di terra ed acque. Il fiume è oggi una presenza discreta; il suo presente appare incerto, il suo futuro tutto da delineare. Ma basta recuperare la memoria del passato per scoprire la sua piena dimensione.

    Il Po, per numerosi piccoli centri adagiati lungo le sue rive, è stato fino al secondo dopoguerra un luogo di vita e di incontro, una risorsa economica, una via di comunicazione. Fra i personaggi che ne popolavano le rive non si possono dimenticare i passatori, veri depositari, insieme ai molinari, di tutti i segreti del fiume. Da esso i passatori traevano una forma particolare di sostentamento: erano un ponte umano tra opposte rive. Il fiume era la loro vera dimora e ad esso legavano tutta la loro vita.

    A Bergantino, molti ricordano ancora la figura di Mario Baroni, meglio conosciuto con il soprannome di Mario “Mansin”. Baroni era nato a Carbonara (Mn) nel 1887.

    Dal 1910 al 1960 svolse attività di traghettatore tra Carbonara e Bergantino. La sua imbarcazione si chiamava “Maruska”, un nome di origine ungherese derivato da una canzone in voga negli anni ‘20. Il tratto che Mansin percorse per cinquant’anni era chiamato “Passo delle belle donne”. Mario Mansin si spense nel 1967. La “Marusca”, imbarcazione di sette metri e mezzo, esiste ancora, gelosamente conservata dalla famiglia Cappucci di Corbarola.

    A Melara è ancora vivo il ricordo di Pasquino Soriani, detto “Pacale”, classe 1898. La sua storia è quasi avvolta da un velo di leggenda. Poco più che ragazzo partecipò alla prima guerra mondiale e poi, da adulto, ai primi due anni del secondo conflitto. Dedicò tutta la sua vita al fiume ed in cinquant’anni di lavoro traghettò, da Melara a Borgofranco, quasi 200.000 persone, percorrendo circa 120.000 con la forza dei remi.

    Era un esperto nuotatore, coraggioso ed altruista: nel corso della sua vita trasse in salvo dalle acque del fiume almeno una sessantina di bagnanti. Senza pensione nè risorse d’altro genere, visse i suoi ultimi anni in assoluta ma dignitosa povertà, fino alla morte avvenuta il 16 giugno 1964.

    Alcuni episodi, fra i numerosi, della vita di Pacale sono veramente significativi. Nel 1944, a Melara, si trovavano nascosti sei americani, in attesa di essere traghettati al di là del fiune e di raggiungere le loro linee. Era un servizio che Pacale svolgeva spesso a favore di piloti abbattuti o di paracadutisti in missione. All’alba di un freddo mattino d’inverno Pacale riuscì ad imbarcare i sei uomini e salpare. A metà percorso, però, apparve sull’altra riva una pattuglia tedesca in attesa di essere traghettata verso Melara: tutto sembrava perduto. All’improvviso scese una fitta nebbia e Pacale, con un’abile manovra, riuscì ad approdare poco più a valle e, dopo aver sbarcato gli americani, a risalire la corrente e ad imbarcare i tedeschi. Questi ultimi in realtà si erano insospettiti della manovra, ma Pacale fugò i loro dubbi affermando, sicuro, che erano operai di Melata impiegati nella Todt.

    Un ringraziamento particolare gli venne da un pilota di aereo che aveva goduto del suo prezioso servizio in due diverse occasioni. Per salutare il suo benefattore un giorno egli eseguì sul fiume tutta una serie di figure acrobatiche, calamitando l’attenzione di tutti gli abitanti di Melara. Al termine della guerra Pacale ricevette la medaglia d’oro ed un attestato di benemerenza dal maresciallo Alexander, comandante in capo delle forze armate del Mediterraneo.

    Nel ‘51, col verificarsi della tragica inondazione del Polesine, Pacale ed il figlio Ottorivio si portarono prontamente nella zona alluvionata. Per soccorrere anche le persone più isolate non esitavano ad incunearsi con la barca nei varchi aperti dalle rotte, dove nessuno osava andare a causa del grave pericolo. Al termine della missione ottennero un riconoscimento al valor civile per l’opera prestata. In tale occasione venne proposto al passatore un risarcimento per i danni subìti dall’imbarcazione, ma egli lo rifiutò, affermando semplicemente che il battello non aveva riportato danni.

    Uomo di onestà esemplare, Pacale non applicò mai alcuna tariffa al suo servizio, ma accettava come compenso ciò che spontaneamente le persone volevano lasciargli.

    Il ricordo più struggente è forse legato alla notte in cui morì: tutte le bettoline di passaggio lungo il Po suonarono ripetutamente le loro sirene all’altezza della piccola casa rossa del passatore, per rivolgere un estremo saluto ad un vero uomo di fiume. Pacale aveva allora solo 66 anni, ma dall’età di 12, con una vecchia barca e due braccia già robuste, solcava le acque del suo fiume. Mansin e Pacale, due vite in simbiosi con il Po, storie, “comuni” per la gente del fiume.

    Per noi, oggi, è il ricordo di un passato che serve a dare un senso anche a questo nostro presente.

  • La Carboneria in Polesine

    Restaurazione e società segrete Con il termine Restaurazione s’intende tutto il periodo immediatamente successivo al Congresso di Vienna (1814), scopo del quale era stato appunto quello di restaurare lo stato politico-geografico dell’Europa, sconvolta dalla Rivoluzione Francese prima (1789), e dal turbine di Napoleone poi.

    Il noto trinomio di princìpi di liberté, égalité, fraternité, affermati dalla Rivoluzione, era stato portato in tutto il Continente sulle punte delle baionette dell’esercito di Buonaparte. Seppur in buona parte da lui stesso traditi (si pensi alla fine della millenaria Serenissima Repubblica di Venezia), i suddetti princìpi trovarono terreno fertile soprattutto nella borghesia, classe formata dagli artigiani, dai commercianti, dai proprietari terrieri o di fabbriche che certo non erano disposti ad accettare passivamente il ritorno e il predominio dei sovrani assoluti.

    Non avendo però la possibilità di opporsi apertamente ai governi reazionari, pena l’arresto immediato, si organizzarono in gruppi e sètte segrete. A queste, come detto, aderirono principalmente membri della borghesia, ma non mancarono nobili ed ex ufficiali napoleonici. La grande massa del popolo, per lo più analfabeta, era troppo occupata a sbarcare il lunario per potersi dedicare alla politica.

    Una parte di coloro che aderirono alle società segrete presero come modello di governo quello inglese, con un Parlamento eletto dai benestanti. Altri, più radicali, sognavano invece di fondare democrazie d’ispirazione giacobina, in cui tutti i cittadini, indipendentemente dal ceto e dalla ricchezza, avessero il diritto di eleggere i loro rappresentanti. In Italia la più importante di queste sette fu la Carboneria, l’origine della quale resta ancora in gran parte avvolta nel mistero.

    L’ipotesi maggiormente accettata è che il nome derivi dal fatto che coloro che vi aderivano, per non venire scoperti dalla polizia, utilizzassero per comunicare tra loro il linguaggio dei carbonari. I membri della carboneria si chiamavano buoni cugini ed erano organizzati in sezioni, chiamate vendite (la Vendita madre del Polesine si trovava a Rovigo: era nota col nome di Vendita del Piccolo Adige e contava almeno 22 adepti. Era qui che si procedeva alla ricezione dei nuovi affiliati).

    All’interno di queste le gerarchie erano molto rigide. Per cui si avevano gli apprendisti, i neoiniziati, e i maestri. Il grado più alto era quello del Gran Maestro. Uno dei fini cui indubbiamente tendeva la carboneria italiana era l’indipendenza nazionale.

    In seguito al Congresso di Vienna la penisola era stata divisa in sette stati principali: il Regno di Sardegna (che comprendeva la Val d’Aosta, il Piemonte, la Liguria e appunto la Sardegna); il Regno lombardo-veneto (parte dell’Impero d’Austria); i Ducati di Parma e di Modena; il Granducato di Toscana; lo Stato della Chiesa (che comprendeva il Lazio, l’Umbria, le Marche e parte dell’Emilia Romagna); il Regno delle Due Sicilie. A questi vanno aggiunti i due piccoli Ducati di Lucca e di Massa.

    Il Ruolo chiave del Polesine In questa situazione il Po diventava il confine tra l’Imperiale Regio Presidio del Veneto (parte integrante del Lombardo-Veneto, a sua volta parte dell’Impero Austriaco) e lo Stato Pontificio. Già nel corso del Congresso di Vienna vivi contrasti s’erano accesi tra il Cancelliere austriaco Metternich ed il Cardinal Consalvi, rappresentante della Chiesa, sulla destinazione dei territori emiliano-romagnoli.

    In questo contesto appare chiaro quale importanza strategica assumesse il Polesine, che, in qualche modo, divenne il punto di partenza di tutti i successivi tentativi di insurrezione anti-austriaca. A questo si aggiunga il fatto che, già a partire dal XVI secolo, il Polesine (ed in particolare Fratta) era stato frequentato da nobili veneziani, alcuni dei quali, dopo la caduta della Repubblica ad opera di Napoleone, qui si erano stabiliti, favorendo la nascita e lo sviluppo di un circolo di intellettuali dalle vedute filo-democratiche.

    All’estate del 1818 risalgono i primi concreti contatti per la costituzione di una vendita carbonara a Fratta Polesine, le cui basi erano state poste dal Pretore di Crespino, Felice Foresti, agente della carboneria emiliana.

    Un’altra setta presente nel paese polesano derivava dalla società segreta francese épingle noire (che, oltre a cacciare gli austriaci, mirava a incoronare Maria Luisa Regina di Francia e il figlio di Napoleone Re d’Italia) e si era costituita attorno alla Contessa Elena Cecilia Monti d’Arnaud, moglie di un ex ufficiale napoleonico. La Monti, che in precedenza era anche stata istitutrice del figlio di Napoleone, organizzava banchetti e riunioni presso la Villa Molin (ora Avezzù), cui prendevano parte anche numerosi carbonari, sebbene l’appartenenza a più società segrete non fosse ammessa.

    Nel corso di una di queste riunioni l’11 Novembre 1818, probabilmente in seguito ad una soffiata, la polizia austriaca intervenne arrestando tutti i convitati, poi incarcerati nell’isola di S. Michele a Venezia. La sentenza del 22 Dicembre 1821 condannò allo Spielberg¹ tredici imputati: una sentenza esemplare che voleva stroncare i nascenti tentativi insurrezionali.

    I personaggi e le testimonianze L’edificio che più di ogni altro ricorda la denominazione austriaca in Polesine è certamente il Palazzo della Gran Guardia posto nell’angolo sud-ovest di Piazza Vittorio Emanuele II a Rovigo. Fin dal 1817 era stanziato in città un Corpo di Guardia militare la cui caserma era stata ricavata adattando l’antico salone della Loggia degli Incanti, dietro la torre di Piazza. Ma, dopo le rivoluzioni del 1848, il Governo austriaco, come in ogni città, decise di potenziarlo costruendo una nuova caserma. Il progetto fu affidato al veneziano Giovan Battista Meduna e l’opera fu realizzata tra il 1853 e il 1854. Nel 1880 la Provincia lo cedette in affitto al Comune che dal 1909 cominciò ad utilizzarne il portico come luogo di memorie patriottiche rodigine. Tra le numerose lapidi commemorative di cui è costellato il portico una riporta i nomi dei carbonari polesani.

    Tra di loro certamente spicca quello del Conte Antonio Fortunato Oroboni. Nato a Fratta nel 1791 da una relazione adulterina tra il Conte Antonio Oroboni di Ferrara e Cassandra Cecilia Aguazzo di Fratta, trascorse l’infanzia tra la città estense e Rovigo, dove probabilmente studiò per qualche tempo, senza però conseguire alcun titolo. La sua fama è legata alla descrizione che ne fece Silvio Pellico, suo vicino di cella allo Spielberg, ne Le mie prigioni. Riportiamo il brano dell’incontro tra Pellico e Oroboni nella nota².

    Un altro aderente alla Vendita di Fratta fu il notaio Antonio Villa (Fratta Polesine 1786 – Spielberg 1827). Entrò a far parte della società segreta all’età di 31 anni in seguito a contatti con Felice Foresti. Arrestato nel 1819 venne condotto a Venezia dove, interrogato confessò la sua appartenenza alla Carboneria rivelando anche i nomi dei compagni. Fu in seguito alla sua confessione che la polizia austriaca arrestò Oroboni e gli altri a Villa Molin e altrove in Polesine. Tra gli arrestati vi furono anche Giacomo e Giovanni Monti, Domenico Davì e don Marco Fortini, parroco di Fratta.

    Al processo, che si tenne a Venezia, Giovanni Monti venne condannato a morte per alto tradimento, pena tramutata per mancanza di prove in 5 anni di carcere presso il Castello di Lubiana dall’Imperatore Francesco I; suo fratello fu invece condannato a 6 mesi di prigione da scontarsi a Venezia; Davì fu riconosciuto non colpevole e subito liberato mentre don Marco Fortini, dopo essere stato degradato solennemente dal Patriarca di Venezia, venne dapprima condannato a morte e poi graziato col carcere duro allo Spielberg. Assistette alla morte di Oroboni e di Villa. Scarcerato nel 1827, fece ritorno a Fratta dove morì nel 1848, dopo essere stato riammesso nella Chiesa dal Papa.

    Le ville di Oroboni, Villa, Davì e la casa di don Marco Fortini si trovano ancora oggi a Fratta, dove, tra l’altro, il 16 Giugno 1867 è stato inaugurato un monumento in memoria dei Carbonari polesani realizzato dallo scultore Grazioso Spazzi su progetto del professor Andrea Provini. A Rovigo, invece, un’intera zona della città, nei pressi del Cimitero, ha strade intitolate ai personaggi della Carboneria (viale Oroboni, via Villa, via Munari, ecc.).

    La conoscenza dei luoghi della Carboneria in Polesine fa parte di uno degli itinerari proposti dal CeDi, Cooperativa Turismo e Cutura, chi ci si può rivolgere per una visita a Fratta nelle ville ove vissero gli sfortunati patrioti, telefonanado al n.0425.26270, 0425.21530.

  • I gorghi di Trecenta

    All’inizio fu semplicemente la curiosità a spingermi a frequentare un corso per volontari dei beni culturali, tenuto nella prima metà dell’anno 2000 dalla Cooperativa “Turismo e Cultura” di Rovigo, presso i locali del Monastero degli Olivetani; poi fui gradualmente sempre più coinvolto dalla simpatia dei dirigenti e dei corsisti, fino al punto di aspettare con vivo piacere le ore 18 di ogni venerdì per correre al Monastero a seguire le lezioni teoriche (di Giuseppe Marangoni, Sergio Garbato, Cristiano Fenzi, Lino Segantin, Donatella Girotto e numerosi altri esperti dei beni culturali polesani), o le ore 9 del sabato per andare tutti assieme, con mezzi propri o col pulmino di Cristiano Fenzi (onusto di chilometri e di gloria), alla visita guidata in programma al Delta del Po, a Lendinara, a Fratta Polesine, alla Pinacoteca Concordiana, …

    Fu così che un bel sabato di primavera ci recammo in visita guidata ai beni culturali e ambientali di Trecenta e Sariano. Là ci accolsero cordialmente gli amici Cesare Stella e suo padre, che di Trecenta conoscono tutto: la storia, i monumenti, i personaggi e le loro opere, gli edifici, le bonifiche, i Gorghi, e, ovviamente… i posti dove si mangia e si beve! Sotto la loro competente guida rimanemmo in paese tutta la mattina: Villa Pepoli, il Palazzo Comunale, il Monumento ai Caduti della prima guerra mondiale, la Chiesa Parrocchiale… e il pranzo da Edi tutti insieme!

    Nel primo pomeriggio si punta in direzione sud-ovest, verso l’area umida dei Gorghi. Si percorre via Branzetta da cui si ammira la Corte Gaspera sul gorgo omonimo, poi si accede alla via Argine Bottazza (da cui si ammira il Gorgo Bottazza, ancora il Gorgo Gaspera, poi il Gorgo Bianco), quindi si prosegue su via Argine Bignozza, che passa davanti alle Corti dette Valentina e Bignozza, e si arriva in via Livellazzo, che costeggia, fra prati e boschetti, il Gorgo della Sposa.

    Fu qui, in questo particolarissimo ecosistema dei Gorghi, che alcuni corsisti, fra una raccolta di violette da offrire alle signore, un fruscio d’ali di Nitticore e di Marzaiole, e con la gradita sorpresa della presenza dei funghi Psalliota Campestris e Pholiota Aegerita, si “innamorarono” dei Gorghi di Trecenta! E fra gli “innamorati” ci fu anche il sottoscritto, che si lasciò per questo coinvolgere in un lavoro d’équipe su quegli specchi d’acqua dolce, paesaggi incantevoli per la loro vegetazione, per gli animali che li popolano, e per il fascino delle leggende tra di essi sorte, tramandate nei secoli e a noi narrate dagli abitanti del luogo.

    A darmi la qualifica di coordinatore del gruppo di lavoro (perché non sapevo fare altro) fu il solito Cristiano Fenzi, Presidente del Gruppo C.T.G. “Rovigoti”. Nel gruppo c’erano, ma con mansioni serie, gli altri “innamorati” dei Gorghi di Trecenta: Luciana Chinaglia, Francesco Callegaro, Antonio Gambato. Questi si sguinzagliarono subito a caccia di materiale negli archivi delle istituzioni locali, nelle biblioteche pubbliche e private, nelle librerie, approdando anche ai catasti di Rovigo e Ferrara. Si recarono a più riprese sul luogo a fotografare paesaggi, animali terrestri e acquatici, uomini e cose, a registrare il canto degli uccelli, ad ascoltare i racconti degli anziani.

    Antonio Gambato noleggiò perfino un deltaplano per poter scattare dall’alto i suoi splendidi aerofotogrammi, mentre Francesco Callegaro si alzava dal letto nel cuor della notte per poter essere ai gorghi all’alba, al momento del risveglio degli uccelli. Poi ci si incontrava in Torre Mozza, al Castello di Rovigo, o a casa di qualcuno del gruppo, per visionare il materiale, selezionare quello più interessante, scegliere le diapositive migliori, ordinare, commentare, confrontare… Intanto cresceva in noi un sentimento di sincera amicizia e di esclusiva appartenenza al gruppo, insieme al piacere di scoprirci affini nell’amore per l’ambiente (dei Gorghi e non solo), per la ricerca, e tutti insieme coinvolti nel produrre una sia pur piccola opera audiovisiva da offrire in visione a chiunque potesse essere interessato alla conoscenza, protezione, fruizione e valorizzazione di quell’ecosistema piuttosto singolare ed in pericolo: popolazione locale, scuole, pubblica amministrazione, turismo scolastico, turismo naturalistico e d’élite.

    Come introduzione e per l’ambientazione del video, preparammo alcune schede sulla storia di Trecenta e Sariano, sul loro patrimonio architettonico e artistico, sulle ipotesi dell’origine dei Gorghi, sulla flora e sulla fauna di quegli specchi d’acqua che mai si prosciugano, e che sono certamente il relitto di più estese zone umide, un tempo esistenti, e che proprio per questo rappresentano un concentrato di specie animali e vegetali, il loro ultimo rifugio in quest’area Alto-Polesana: qui crescono ancora le Ninfee, i Ranuncoli d’acqua, il Morso di rana, l’Erba vescica; qui si trovano gli uccelli acquatici, tra cui Svassi, Tuffetti, Folaghe, Marzaiole, Nitticore, Aironi…; qui ancora si rifugiano piccoli mammiferi ormai scomparsi dalle limitrofe campagne; e rettili e pesci.

    Belli e suggestivi sono soprattutto il Gorgo Gaspera e il Gorgo della Sposa. Il primo, vasto e alberato, ma in buona parte utilizzato a scopi ittico-industriali, è molto prossimo alla Corte Gaspera, bell’esempio di vecchia ed imponente corte padronale. Il secondo, più esteso e selvaggio, con sponde ricoperte di fitta vegetazione arbustiva ed arborea, è nominato Gorgo della Sposa, perché un’antica leggenda popolare narra la romantica e triste storia di una bella giovinetta del luogo che, promessa sposa ad un nobile ricco di cui non era innamorata, preferì il suicidio per annegamento nelle acque del Gorgo al matrimonio forzato ed infelice. E narra la gente del luogo che, nelle notti senza luna, ascoltando attentamente, si ode ancora il flebile lamento del fantasma della giovinetta tornato sul posto.

    Il video uscito dalle nostre ricerche consiste in un centinaio di diapositive a colori, commentate in voce con sottofondo musicale e suddivisibili in parti distinte: copertina e controcopertina, cenni storici ed artistici, mappe antiche e moderne della zona dei Gorghi, flora e fauna, parte paesaggistica e del degrado ambientale.

    Il video, con le schede didattiche che lo accompagnano, è a disposizione di chiunque ne faccia richiesta per lo studio e la visione, presso il Presidente del Gruppo “Rovigoti” del C.T.G. Cristiano Fenzi e l’ufficio Ce.Di. Turismo & Cultura, nel complesso di S. Bortolo di Rovigo.

  • Casina Badoer

    Cresce l’interesse turistico per il Delta del Po e, contemporaneamente, si sviluppano nuove opportunità di ricezione: sorgono nuovi alberghi, si ristrutturano quelli esistenti, nascono ostelli, agriturismi e strutture di soggiorno per i visitatori della vasta zona della foce, che sempre più numerosi arrivano da ogni parte d’Italia e d’Europa.

    Tra le molteplici iniziative, cominciano ad affermarsi anche piccole strutture a conduzione familiare con la formula “Bed & Breakfast”, che assicurano cioè al turista la possibilità di dormire e fruire della colazione mattutina in un ambiente sereno e cordiale.

    Un’offerta di questo genere si sta affermando a Mazzorno Sinistro, grazie all’intuito e all’intraprendenza di Nunzia Patrizia Patergnani, ex insegnante di educazione fisica che, in mezzo alla campagna polesana, ha creato una sorta di paradiso terrestre.

    All’interno della sua proprietà ha ristrutturato una casa, denominandola “Casina Badoer”, dotata di cinque posti letto, con mobilia e materiali di recupero ripristinati e dipinti dalla stessa Nunzia Patergnani. Gli stessi disegni che appaiono sui mobili sono stati poi fedelmente riportati sulle porte e sulle finestre. Una grossa stube (stufa di tipo tirolese) in pietra viva è stata costruita in modo tale da riscaldare, oltre i due piani anche il bagno.

    All’esterno di “Casina Badoer” è stato installata una lastra in marmo recante un autentico epigramma scolpito a mano, che ricorda un’antica alluvione del Po verificatasi nel 1791, trovata nel granaio della famiglia.

    Accurata infine la scelta dei materiali, autentici esempi di bioarchitettura, in questo ambiente davvero insolito, dove pace, serenità e natura si fondono piacevolmente in un’atmosfera d’altri tempi.

    Una nuova opportunità dunque per soggiornare nel delta, accolti in un’abitazione particolarissima, in cui Nunzia Patergnani ha saputo trasfondere tutta la sua arte e la sua creatività.

  • Visti dalla bicicletta

    Per fortuna il tempo ha retto!!! Sebbene non sia possibile condizionarlo, il pensiero del “bel tempo” è stato un chiodo fisso di tutta la settimana per noi dell’organizzazione. Infatti, se fosse piovuto, oltre a non poter effettuare la scampagnata, non la si sarebbe neppure potuta rimandare “alla domenica successiva”, per la presenza di altri eventi. Ma questa è un’altra storia…

    Torniamo a domenica 17 marzo 2002, data fissata per lo svolgimento di questa uscita in bici da Rovigo per una lunghezza di circa 30 km.

    L’appuntamento è stato dato in prima mattinata presso la Torre Mozza dei Giardini Pubblici di Rovigo, già sede della Cooperativa Turismo & Cultura che ha ideato l’iniziativa cicloturistica.

    Evase le formalità (registrazione dei partecipanti, iscrizioni, consegna di depliant informativi, cartina con il percorso tracciato, cappellino per il sole, portachiavi … per le chiavi) ha preso parola Cinzia Girotto per un saluto di benvenuto a tutti i partecipanti e poi …viaaa!!

    Il giro è stato scandito, oltre che dalle pedalate dei ciclisti, anche da soste con brevi spiegazioni dei luoghi toccati; questo ultimo particolare aspetto, (come anche l’accoglienza alla partenza e l’animazione, ideata durante le pausa pranzo) è stato curato dalla classe IV sez. D dell’I.P.S.S.C.T. “M. Polo” di Rovigo, per l’occasione “in stage di formazione”, con coordinazione di Teresa Zambonin e della sottoscritta. Già alla partenza, abbiamo ascoltato cenni storici su Rovigo, il Castello, le Torri e p.zza Vittorio Emanuele II.

    Poi, inforcate le bici, siamo partiti tra i “click” dei fotografi dei quotidiani locali, i quali, non contenti delle prime foto, ci hanno anticipati in auto e aspettati in almeno altri 2 o 3 punti appena fuori dalla città, facendoci sorgere la spontanea domanda: “Ma quanto spazio ci dedicheranno mai sul giornale domani!??!!”.

    Prima sosta fuori città: Corte Angeli-De Polzer a Buso. Un ampio complesso rurale del ‘700 caratterizzato da vari elementi architettonici: la bella barchessa, che si può ammirare dalla strada con i granai in grado di contenere fino a 2000 quintali di cereali; la villa padronale, ancora utilizzata dalla nobile famiglia, che attualmente risiede a Bologna ma che trascorre due mesi estivi in questa casa; il pozzo, caratterizzato da un sistema idraulico capace di fornire acqua corrente alla villa, anche quando questi sistemi non erano consueti; il giardino veneto davanti alla casa, l’aia, le stalle.

    Ripresa la strada, abbiamo attraversato l’Adigetto sul caratteristico ponticello di Buso. Raggiunto il paese di Canale, abbiamo scelto di transitare lungo l’argine destro, più soleggiato e aperto verso i campi.

    A Canale è stata d’obbligo una sosta “caffè”, per poi raggiungere il centro di Villadose. Un po’ di storia classica con qualche accenno alla Centuriazione Romana, un salto in epoca rinascimentale con citazione del dominio della Repubblica di Venezia ammirando Ca’ Patella, per superare poi l’Adigetto con l’osservazione di Corte Barchessa, recentemente restaurata e resa accessibile al pubblico.

    La tappa successiva lungo la via del ritorno a Corte Penelazzo, ex Corte Cecchetto, resa agibile da un consistente intervento di ripristino. Siamo entrati dall’accesso che dà sull’Adigetto. Il pasto è stato consumato, grazie all’organizzazione del C.T.G. Happy Days, attuale proprietario dello stabile. Tra una chiacchiera e l’altra, qualche gioco di quelli tradizionali (lo scalone, il salto della fune, il drink misterioso, sprota, sprotiamo, ecc.), un brindisi e un coreografico saluto al sole, mano nella mano, siamo ripartiti alla volta di via Teano (ex Traversagno): stradicciola piacevole, che collega Canale alla Strada Statale.

    Proprio dopo aver inforcato la succitata “risorgimentale” strada, appena giù dalla discesa, sulla sinistra, ci aspettava il prof. Paolo Pavanello, “artista del ferro” per passione, che in una casetta di campagna ha il suo laboratorio. Ultima produzione, che troneggia nel piccolo cortile: la croce in ferro battuto, che aspetta di essere collocata sulla Chiesetta delle Fosse a Rovigo, in sostituzione dei quella consunta, ormai eliminata.

    In verità, l’ospite ci aveva preparato vino, pan biscotto e pancetta, ma tutto il gruppo, ormai satollo, ha dovuto rinunciarvi, promettendo però di ritornare e approfittare della squisita tavolata in futuro.

    Abbiamo quindi raggiunto il Ceresolo, lo abbiamo fiancheggiato lungo l’argine sinistro, ammirandone il corso dritto e preciso, ultimamente reso più severo dagli importanti lavori di manutenzione, rinforzamento degli argini e pulitura dalle erbe, curato dal Consorzio di Bonifica Polesine, Adige-Canalbianco.

    La penultima sosta, che ha avuto come protagonista delle spiegazioni guidate, l’Adige, si è svolta presso l’ex zuccherificio di Rovigo interessato da un imponente intervento di recupero che ha dato vita al Cen.Ser, grande spazio espositivo gestito da Rovigo Fiere. Era necessario allontanarsi da viale Porta Adige, altrimenti, l’intenso traffico automobilistico della domenica pomeriggio, non permetteva di udire i relatori.

    Saluti, baci e tramezzini sono stati, infine, consumati presso il Centro Commerciale “Le Torri”, dove La Direzione Coop Adriatica, ci ha offerto un buffet di benvenuto, che noi abbiamo gradito moltissimo!!!

    A vedere i volti sorridenti e i saluti calorosi dei partecipanti, vien da pensare che sia stato un successo.

    Mi auguro che l’esperienza maturata da noi, che abbiamo contribuito al buon esito dell’iniziativa, venga seguita anche da altri gruppi in grado da apprezzare aspetti paesaggistici ed architettonici del Polesine.

  • Rodolfo e il suo gregge

    E’ vita d’altri tempi proiettata nel presente quella del gregge di Rodolfo Colò, pastore sessantottenne di Guarda Veneta. Una professione di certo controcorrente, figlia di un’epoca ormai ricordata come un “c’era una volta”.

    Da Fiumalbo (Modena), la sua famiglia si sposta in montagna, sugli Appennini, prima di raggiungere Guarda Veneta, ove trova sede stabile dalla metà degli anni Cinquanta. Innumerevoli le peripezie, tra capacità di adattamento, sacrifici, giornate scandite dal sorgere del sole e da tramonti mai uguali, con l’intermezzo di afa, sudore, oppure nebbie umide, venti gelidi, taglienti che nemmeno una sigaretta accesa riesce a sopire.

    “La sveglia suona alle 5.30 ogni mattina: la stalla mi aspetta per la mungitura – racconta Rodolfo – poi accompagno le pecore a brucare, fino all’ora di pranzo. Nel pomeriggio, dopo un’ulteriore mungitura, il ‘passeggio’ riprende verso le 17 e s’inoltra fino alle 21”.

    “Una “mandria” di 170 esemplari tassativamente scuri: nere come l’inferno o al massimo grigie, color antracite. Prima vengono accompagnate nel boschetto in prossimità di Guarda Veneta, poi nella golena di Santa Maura, a Polesella. “La razza di ovini allevata fornisce latte molto gustoso” – precisa Rodolfo, entusiasta di continuare il proprio ‘dovere’ quotidiano.

    “Il mio lavoro è faticoso, difficile, ma non sono solo, mi aiuta Pucci”. Il cane, intanto, scodinzolando gira le spalle e prosegue la passeggiata, non perdendo mai di vista le amiche pecorelle. “Cita, oramai è una cagnetta anziana e resta a casa. Per la befana di quest’anno è nato Ferro, fratello di Pucci, che in futuro farà a turno per guidare il gregge” esclama sorridente il pastore.

    Essere a disposizione del prossimo, in questo caso delle pecore: ecco riassunto il compito di Rodolfo, giorno per giorno, senza mai ripensamenti. “Se tornassi indietro lo rifarei – conferma – anche se le giornate sono lunghe, alcune sembrano non finire mai e alla mia età diventa sempre più difficile rimanere in piedi per tante ore. A volte – aggiunge – leggo il giornale, altre volte una piccola radiolina mi fa compagnia. Ma l’occhio deve sempre restare vigile sul gregge. Le pecore potrebbero andare sulla strada, in pericolo”.

    Sono irripetibili le avventure di un pastore, e Rodolfo non nasconde alcuni aneddoti di cui è stato protagonista. “Durante le ‘escursioni’ può nascere qualche agnellino. La pecora, da saggia, si ferma e al ritorno riprende il passeggio con il gruppo, insieme alla nuova creatura – dice – In tanti anni di attività ho affrontato anche momenti di panico: un giorno qualunque di due anni fa, tre cani da caccia si sono insediati nel gregge, fugando quattro pecore. Paura e dispiacere si sono mischiati in sentimenti tristi, sicuramente da ricordare come episodi atroci”. Anche per questo, su consiglio della moglie, Rodolfo si è munito (almeno teoricamente) di cellulare. Ma questi “strumenti moderni” non lo interessano e l’apparecchio resta sempre sul tavolo di casa.

    “La vita va affrontata giorno per giorno, ogni momento, con entusiasmo, spirito d’avventura, saggezza, senza timori o pessimismi, ma soprattutto restando se stessi fino in fondo – conclude Colò -. Amo la natura, lascio la tecnologia ai giovani che, sono sicuro, non affronterebbero mai l’avventura di un mestiere come il mio”.

    Dice un antico proverbio cinese: “Se vuoi essere felice un’ora scegliti un uomo; se vuoi essere felice un anno scegliti un amico; se vuoi essere felice molto a lungo vivi in armonia con la natura”. Tutto vero. Parola di Rodolfo.

  • La Chiesa del Cristo

    La chiesa “Del Cristo” di Rovigo è ritornata al suo antico splendore grazie ad un radicale e intelligente intervento di restauro. L’edificio, ritenuto uno dei più antichi della città, si trovava in grande stato di abbandono e con prospettive di utilizzo non certo confortanti che sicuramente avrebbero provocato ulteriori danni.

    Con questo restauro viene restituita all’intera città un’opera preziosa, un gioiello di storia, arte e fede. Si è recuperata una antica tradizione spirituale che trova le sue radici nella comunità francescana. Ora la chiesa è splendida, ed è lì ad attendere i fedeli e turisti; è un luogo di preghiera in quanto chiesa, ma è anche una splendida testimonianza di arte e storia. La visita sarà sicuramente facilitata grazie ad un elegante fascicoletto di carattere storico pubblicato per l’occasione.

    Il piccolo tempio di via IV Novembre è di proprietà della parrocchia dei SS. Francesco e Giustina, l’intervento di restauro è stato possibile grazie ai finanziamenti della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, e al Rotary Club di Rovigo che ha espresso la propria disponibilità a partecipare all’iniziativa. La chiesetta ha funzionato in questi anni come cappella invernale e per le celebrazioni dei matrimoni. Già dal 1980 il parroco della parrocchia dei SS. Francesco e Giustina, don Mario Turatti, aveva manifestato l’urgenza di un intervento sul campanile; fu il il primo lavoro; si passò poi all’installazione dell’impianto di riscaldamento e al restauro del tetto che era in gravi condizioni, per una spesa di 116 milioni a carico della parrocchia. L’interesse per il restauro andava intanto crescendo e la Fondazione si rese totalmente disponibile e mise a disposizione l’intera somma di circa 300 milioni. Nel frattempo il Rotary Club Rovigo, in occasione del 50 di fondazione del Club, si impegnò per il restauro dell’antico crocefisso e del suo altare.

    Il lavoro più complesso ed impegnativo si è riscontrato nel restauro degli affreschi esistenti sulla volta sopra la cappella centrale dell’Immacolata, opera del sec. XVIII del pittore rodigino Massimino Baseggio.

    Una parola merita l’antico “Crocefisso miracoloso” da cui la chiesetta ha preso il nome, derivandolo dal Cristo in croce che da secoli è venerato in città. La scultura lignea è stata interessata da un intervento di restauro molto importante e delicato, opera del restauratore veronese Maurizio Tagliapietra sotto la guida della Sovrintendenza ai beni artistici di Verona. L’opera è collocata dagli studiosi attorno al 1500. Una pia e antica tradizione venera questo Crocefisso come miracoloso; in tal senso molti sono i documenti che attestano prodigi e confermano che, in passato, nel corso dell’anno molti abitanti della città e dei paesi limitrofi si ritrovavano attorno a questa immagine per pregare, in occasione di calamità, pestilenze e altri malanni. In diverse circostanze poi, con la presenza del vescovo, il crocefisso veniva portato in processione per le vie della città.

    La vicenda storica della chiesa “del Cristo” è legata al primo gruppo di frati francescani, i Minori di San Francesco, presenti in città: l’edificio si trovava infatti annesso al convento dei frati. La costruzione risale al XIII secolo ed è questa chiesa tra le più antiche di Rovigo. Una antica e pia tradizione vuole che la fondazione sia stata voluta dallo stesso San Francesco, che nel 1213 avrebbe sostato in questo luogo.

    Alla fine del XIII secolo la comunità francescana di Rovigo poté ingrandirsi in seguito a vari lasciti e donazioni. La chiesa rimase annessa al nuovo e più grande complesso e venne adibita ad oratorio per una confraternita che dal tempio prese il nome di “Santa Croce”.

    A partire dal 1436 alcuni signori della città scelsero questo luogo per la loro sepoltura. Attorno al 1485 la chiesa mutò la sua denominazione in “Immacolata Concezione di Maria”, poi venne anche ampliata. Si susseguirono altri rifacimenti, ingrandimenti ed abbellimenti, grazie all’intervento di vari artisti come Giuseppe Fadiga, Massimino Baseggio, Agostino Ugolini, Pietro Maderna, Valentino Lorenzutti ed altri ancora.

    La facciata attuale, in stile classicheggiante, risale al 1888-89, realizzata su disegno del rodigino Raffaele Cattaneo. L’interno è molto semplice, e si richiama al tardo quattrocento: tre navate molto basse separate da colonne doriche, il soffitto della navata centrale è in legno a capriate, l’altare maggiore accoglie un antico affresco della Madonna con il bambino del secolo XV.

    Una visita al tempietto da poco restaurato può rappresentare una autentica sorpresa anche per molti rodigini.

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