Ma quali stelle cadenti! Quei piccoli puntini che varcano il cielo notturno altro non sono che corpi di origine cometaria che bruciano in fretta lasciando di loro soltanto il ricordo.
Parola di Marcello Braiato, che presenta il suo cannocchiale di 45 centimetri di diametro, dimensioni superiori a quello dell’Osservatorio di Sant’Apollinare. Incamera più luce e permette quindi di mettere a fuoco molti più particolari. L’ha costruito pezzo dopo pezzo con le proprie mani, durante 20 lunghi anni di lavoro e oggi trova spazio in una torretta del garage, a Guarda Veneta. “Ma nemmeno lui ci ha permesso di vedere 2002NY40, l’asteroide che tra il 18 e il 19 agosto è transitato a 560.000 chilometri dalla terra – precisa – un corpo celeste di 600 metri di diametro chiacchieratissimo durante ogni telegiornale. Lo si annunciava visibile soltanto con l’ausilio di un binocolo. Ma – ecco altri particolari dell’intrigante passatempo – tra tanti puntini celesti soltanto le foto scattate con una lunga posa di almeno un’ora possono confermare qual era veramente la luce dell’asteroide, l’unica riuscita a imprimere sulla pellicola una piccola scia, anziché un puntino”.
L’interesse di Marcello per il cielo nasce quando è ancora bambino. La sua casa, ai Quarti, zona golenale di Guarda Veneta, gli permetteva di ammirare albe e tramonti incontaminati, lontano da fonti di luce artificiale che disturbano la visibilità del più abile osservatore. “Costruivo i primi aggeggi per scrutare il cielo con lenti rudimentali, quelle che mia nonna non utilizzava più e gettava insieme agli occhiali ormai inservibili. Ricordo nel 1957, qualche anziano del paese gridare in una notte stellata “Via, tutti in casa, passa la cometa…” mentre noi bambini, con gli occhi sbarrati, restavamo sognanti ad ammirare il cielo”.
Da allora l’astronomia è diventata il suo pane quotidiano. “Alcune sere raggiungo la mia torretta, lascio che si aprano lentamente le falde mobili del tetto, miro con il telescopio al cielo e resto a osservare. In questo obiettivo – spiega Braiato che è solito puntare la sveglia in piena notte per non perdere l’ennesimo spettacolo – scorre l’Universo, viaggiano corpi celesti e si insinuano le rotte di innumerevoli satelliti”.
Il cannocchiale di Marcello è una finestra sull’infinito, alla ricerca di “ammassi globulari che assomigliano a veri e propri fuochi artificiali di stelle, ciascuna con un colore”, stelle multiple, doppie, pianeti. “Ho intenzione di perfezionare il mio strumento aggiungendo tre pistoni idraulici in grado di alzare il telescopio e permettergli di oltrepassare l’ostacolo del tetto che a volte limita la visione – aggiunge ammiccante – ma per il momento mi accontento di osservare così il cielo notturno… anche stasera la luna è talmente luminosa che occorre osservarla con un filtro tanto è brillante”.
“Per me ogni sera è un 10 agosto – conclude Braiato, mostrando alcune stampe gelosamente conservate in un cassetto, scaricate da Internet la scorsa estate -. Il fenomeno da tutti chiamato stelle cadenti è noto dal Medioevo, quando ogni evento incomprensibile era venerato e temuto – spiega – Il 10 agosto anch’io ho puntato lo sguardo al cielo e il mio cannocchiale mi ha fatto ammirare questo pulviscolo brillante che dona alla volta celeste striature bianchissime. Sono le tracce del passaggio della cometa “Swift – Tuttle” che viaggia percorrendo un’orbita di ben 33 anni”. L’esperto conferma che il fenomeno, comunque, è altrettanto entusiasmante ogni 13 di novembre, quando, osservando la costellazione delle Leonidi, la “pioggia dorata” è ancora più nitida di agosto.
La nuvola rossa arriva veloce, ci supera, sparisce sulla pista. Mentre sfrecciano i bolidi del “Ferrari Challenge” sul grande nastro d’argento che disegna l’autodromo di Adria, non posso fare a meno di pensare come, fino a qualche anno fa, in questa area insistevano ampi campi di biondeggiante frumento in una terra che andava via via spopolandosi per quel fenomeno di fuga dalle campagne e dalle frazioni verso la più accogliente città o verso le zone dell’industria più economicamente allettanti. Oggi quei terreni stanno lievitando, e forse un poco a sproposito, nei prezzi e nei valori, trascinati da un evento tanto improvviso ed inaspettato quanto di eccezionale importanza per un territorio che, rapidamente, sta salendo alla ribalta nazionale grazie alla dinamica ed intelligente intuizione di un gruppo industriale friulano.
La “F. & M. spa”, una cordata di intraprendenti managers privati, ha deciso di costruire qui la sede della “Adria International Raceway” ovvero dell’autodromo di Adria.
Una ubicazione ideale con raggio di influenza immediata di almeno 120 Km. e molti di più se si considera l’ampiezza di richiamo del mondo sportivo e gli enormi interessi commerciali che intorno vi orbitano.
Adria International Raceway: un sigillo di valenza sportiva che, se ve ne fosse bisogno, porterà il nome della nobile signora etrusca in tutto il mondo automobilistico. Operativa già da qualche mese la pista sta velocemente espandendo la propria autorevolezza negli ambienti motoristici nazionali ed internazionali più qualificati, quelli, appunto, dell’auto e della moto le cui case costruttrici hanno giudicato l’autodromo di Adria fra i percorsi ottimali da usare per allenamenti, prove, collaudi e gare sportive.
Non si parla, per ora, di Formula 1, ma è una pista attuata con intelligenza e calibrata considerazione per utilizzi commerciali e sportivi, i quali non trovano paragone nell’offerta degli altri dieci analoghi autodromi italiani che non presentano, oggi, le moderne ed attuali innovazioni tecnologiche della pista adriese. Adria, grazie all’impegno ed alle scelte dei tre avveduti capitani d’industria, sta diventando un polo internazionale non solo automobilistico, ma completo di una estensione fieristico-espositiva per convegni e manifestazioni che esploderà, in tutta la sua potenzialità, entro due anni ad opere progettuali compiute.
Anche perché, qui, non si perde tempo. Nel rispetto delle vigenti leggi, e con le necessarie autorizzazioni, si avanza con la dinamica realizzazione. Si costruisce, e quanto già si vede da qualche mese crea la fibrillazione della zona.
Una ampia pista a due estensioni di utilizzo, box per le case costruttrici, ampio paddock per ospitalità agli utilizzatori e clienti, uffici, ristorante, sale riunioni, sala stampa, miniappartamenti di prima ospitalità, tribunette e piazzali.
A quanto costruito si aggiungeranno, con la celerità imposta dai tempi e dai pressanti ritmi finanziari, un grande albergo, un secondo e più ampio paddock adatto ad ospitare anche eccezionali eventi fieristici, manifestazioni, convegni, concerti e grandi appuntamenti culturali, un centro esposizioni per fiere e mostre di alta qualificazione, un centro servizi per le case automobilistiche e motoristiche, ampi parcheggi per circa mille posti pur considerando che in particolari momenti le esigenze di parcheggio potranno portarsi ai seimila posti auto rintracciabili in altre zone dell’AIA, l’area industriale attrezzata.
Saranno costruiti trenta negozi, mentre un comodo ponte supererà la ferrovia che attualmente serve il parco industrie collegando i due grandi poli che formano l’intero complesso dell’Adria International Raceway.
Le gare sono già iniziate così come le prove su pista di case costruttrici e gli allenamenti di quei campioni che si esibiranno poi sui grandi tracciati mondiali. I nastri di Adria sono scorrevoli, bene compattati e dotati di quelle moderne attenzioni costruttive che l’automobilismo ed il motociclismo sportivo esigono. Le piste sono prenotate per l’intera annata in corso ed alcuni appuntamenti già segnano il calendario 2003. Gli eventi realizzati hanno richiamato alla prova nomi prestigiosi della moto e dell’auto e tecnici federali che hanno accordato al circuito ogni più ampia positiva considerazione. Sono già comparsi personaggi
dello spettacolo, operatori televisivi italiani e stranieri e stampa specializzata. I drivers hanno corso ed applaudito i tracciati. I trofei disputati hanno sollecitato curiosità interesse ed entusiasmo. Sono già venuti prestigiosi marchi: l’Aprilia, il Gruppo Peroni, la Pirelli, la Shell, la Ferrari, l’Agip, tutti con i loro team preannunciati dai grandi automezzi attrezzati che hanno fatto sgranare gli occhi agli appassionati ed anche ai non addetti ai lavori.
Ed Adria sta vivendo un momento di entusiasmo, ancora incredula dell’enorme polo sportivo-commerciale che sta rivoluzionando, e di più lo farà nel tempo, le mentalità e le abitudini, a volte sonnolente, di una carente iniziativa locale. Già, perchè, se lo sprint non viene dal locale, viene da fuori città e già se ne intravvedono i risultati poiché ampi fabbricati sono stati acquistati per la demolizione e ricostruzione ad uso ricettività. Altri sono in trattativa da parte di imprenditori commerciali e del settore turistico-alberghiero che vengono da fuori città, così come sono in corso di trattativa ampie aree di immediata vicinanza all’autodromo.
Senza dubbio si tratta della più interessante realizzazione sportiva nella nostra provincia da diversi anni a questa parte e di una delle maggiori nella regione Veneto, con raggio di richiamo che si estende, beneficamente per la nostra economia, in una dimensione non ancora facilmente immaginabile.
Del resto, bisognava partire “alla grande”, con quella mentalità imprenditoriale intelligente e d’avanguardia che considera, in tempi rapidi, soluzioni moderne e valutazioni lungimiranti per un futuro che, se bene gestito, porterà un rimando finanziario di notevole portata.
E poiché lo stimolo è provocante e l’entusiasmo contagioso, siamo certi che la città e la provincia non mancheranno ad un appuntamento tanto importante con iniziative che, affiancate ed inserite nello spazio della Adria International Raceway, concorreranno a formalizzare un investimento che prevede occupazione, in breve arco di tempo, di tutto rispetto, per una zona che non intende più essere emarginata ma gioire per un futuro di più rosee speranze. All’orizzonte, ed in parte ai nastri di partenza, l’aggancio di Adria con la Transpolesana, con la nascente nuova Romea Commerciale e con la Romea ferroviaria che, nei disegni collegherà Venezia a Roma passando anche per la nostra città. Un nuovo capitolo nella millenaria storia della nobile Signora che ha dato il nome all’Adriatico e che ha raccolto, nei secoli, le testimonianze, gli usi e costumi di popoli che hanno tessuto, con diverse istanze, le maglie di un tessuto culturale tanto variegato quanto fondamentale per comprendere la civiltà adriese.
Gente, la nostra, che, sia pur mancando oggi di una propria iniziativa imprenditoriale, non difetta certo di senso di ospitalità e di naturale cordialità, caratteristiche che derivano, appunto, dall’incontro, nei secoli, con i diversi popoli che qui hanno lasciato preziose testimonianze e scritto, con saggezza ed a caratteri d’oro la loro e la nostra storia.
Ci sono luoghi, strade, tracciati che non appartengono a nessun luogo. Ci sono parametri più importanti del ‘dove’ o del ‘quando’ per identificare il valore di un atteggiamento, di un modo di pensare, di un’idea. Si è chiusa la “Festa delle sponde Amiche”, gemellaggio simbolico che annualmente accomuna Polesella e Ro Ferrarese attraverso iniziative culturali, gare sportive, mostre e spettacoli. Ma qualcosa nell’aria è rimasto: lo spirito che anima il sentirsi vicini pur appartenendo, sebbene per poche centinaia di metri, a due province, a due regioni diverse. Giovanni Dalle Molle, quarantacinquenne di Guarda Ferrarese, è l’artefice di un “miracolo”. In tempi moderni è difficile trovare qualcuno che ancora crede nel valore dell’essere, più che dell’avere, nell’importanza di un ambiente salubre, in armonia con l’uomo, ‘direttore d’orchestra’ di ogni nota di adattamento della natura con le esigenze quotidiane.
“La Pastoreria si occupa di agricoltura biologica, due parole che oggi sembrano una moda, ma che in realtà rappresentano l’unica agricoltura possibile nel mondo contemporaneo – spiega, illustrando la propria attività Giovanni Dalle Molle – Siamo agli inizi di questo modo di fare agricoltura, ma è importante ricordare il senso di tutta l’esperienza: il rispetto dell’ambiente naturale all’interno del quale si coltiva, attraverso l’utilizzo di tecniche e tecnologie compatibili”. Laureato in Scienze agrarie a Bologna, Giovanni inizia a interessarsi dell’azienda agricola dei genitori dalla metà degli anni ottanta, quando “la sete di industrializzazione porta allo sperpero incessante di ogni risorsa contadina: dagli oggetti ai ricordi, dispersi in un baratto con pezzi di modesto valore – dice -. Ma certe cose non si comprano, né si vendono”.
Vengono risistemati il bosco, il laghetto, le siepi, il fienile, i portoni, il frutteto. Se è vero che le sorprese non finiscono mai, Giovanni Dalle Molle ne è l’emblema. Oltre alle prelibate mele biologiche, nella tenuta del giovane “Don Chisciotte”, perennemente in lotta contro l’indifferenza e la superficialità del mondo moderno, sboccia l’amore per ogni forma artistica, per una cultura da conservare, che si spinge oltre pesanti confini concreti.
Nasce così il “Laboratorio Artistico Ambientale” che accoglie ogni anno, da giugno a settembre, personaggi che espongono nel prezioso fienile le loro sculture, pitture, creazioni più svariate. Ci si incanta ad ammirare i sassi di fiume levigati a mano da Valter Fingolo, i materiali di scarto (tegole, fette di legno, ante di armadi…) rivivificati da Edda Bellesia, i banali contenitori di detersivo per piatti che le mani e l’abilità inventiva di Giampiero Vianello rendono splendidi soprammobili.
Poi c’è “Il Centro Studi”, legato all’esperienza di Riccardo Bacchelli e al suo ‘Mulino del Po’, aperto a chiunque voglia far conoscere idee e scambiare esperienze, in una terra come la nostra in cui la storia di ieri deve far pensare e quella di domani diventare concreta memoria dell’oggi – esclama Dalle Molle -.
Si è inoltre costituita una società chiamata “L’albero delle cipolle”, a cui partecipano aziende di agricoltura biologica di Padova, Portogruaro e Ariano Polesine. Così i consumatori sapranno finalmente da dove arriva il cibo che si porta in tavola”.
Ma perché questo abbinamento tra agricoltura e arte? “Semplice, perché giustamente qualcuno un giorno ha detto: “nulla si crea e nulla si distrugge” – conclude Dalle Molle -. Il filo sottile che collega le due esperienze è l’amore per la natura, per il mondo in cui viviamo, un rispetto per la vita, per la storia, per il passato e per il futuro. Insomma un creare qualcosa di nuovo, di diverso, senza danneggiare ciò che esiste.
Magari recuperando qualche vecchio aggeggio inservibile, apparentemente insignificante ma che potrebbe diventare un pezzo unico, un’opera d’arte”.
Punto privilegiato di osservazione della grande piazza Risorgimento, da sempre primario riferimento per un incontro di varia natura, sia esso di affari, politico o mondano, il Caffè Grande di Lendinara, dopo un periodo di desolante chiusura, è tornato a ricoprire il ruolo assegnatogli dalla storia, fresco di un’accurata opera di ripristino e completamente rinnovato nell’arredo. Una struttura prestigiosa, ideata quasi due secoli fa, realizzata al fine di offrire un’accoglienza confortevole e gradita per una sosta ed un incontro in compagnia di una tazza di buon caffè o di qualche altra gustosa proposta dei gestori susseguitesi nel tempo.
Inserito al pian terreno del Palazzo Municipale, con accesso dalla Pubblica Loggia, che con cinque eleganti arcate di gusto tardo medioevale prospetta sull’ampia piazza, il Caffè Grande – o meglio la Bottega del Caffè per seguire la terminologia in auge al momento della sua progettazione – vide la luce all’inizio dell’ ‘800. Fu realizzato nel 1814 in occasione di consistenti lavori di consolidamento dell’edificio municipale innalzato e rimaneggiato rispetto alla struttura precedente, le cui origini vanno rintracciate in epoca estense nel XIV secolo.
Una relazione del tempo (anno 1816), riportata nel volume “Lendinara, notizie ed immagini per una storia dei beni artistici e librari”, così designa i lavori di rifacimento del palazzo: “E’ stato da pochi anni rimodernato, e nella maggior parte è sostenuto da colonne, con ampio porticale, il tetto nuovo è più alto della parte vecchia, ed è di buona forma architettonica e reca dignità alla piazza”. La relazione prosegue esprimendo il seguente vivo consiglio mai attuato: “E’ quindi di necessità che il restante (ex Monte di Pietà, poi Ufficio Postale fino agli anni ‘60 del secolo scorso n.d.r.) sia ridotto come il pezzo nuovo, continuandosi gli archi e il portico, alzandosi il tetto restante a livello uguale, riducendosi la facciata a disegno conforme”.
Se questa proposta restò lettera morta, ebbe invece veloce attuazione quella di dar vita alla “Bottega del Caffè” nei locali che si aprono sotto il porticato. L’amministrazione comunale dell’epoca li affittò nel 1817 a Giacomo Zorzetto, il quale si impegnò ad eseguire a sue spese i lavori necessari per l’avvio del nuovo esercizio con sala biliardo e pasticceria, garantendo la gestione fino al 1842. Altri interventi seguirono nel corso dell’ ‘800 e del ‘900, specie in occasione del rinnovo delle affittanze. Negli ultimi decenni del secolo scorso iniziarono però a manifestarsi momenti di crisi, acuitisi specie nell’ultimo decennio, in cui si accentuò il degrado del locale fino alla chiusura.
Tocca ora a Lanfranco Senno, che con piglio manageriale ha avviato consistenti lavori di ripristino, portare a nuovo spendore il Caffè Grande, che da qualche mese ha riaperto i battenti. Un intervento, portato a termine sotto il controllo della Soprintendenza, che si è rivelato ben più consistente del previsto, e che dal punto di vista estetico ha assicurato il completo recupero degli stucchi e delle decorazioni. Sotto il profilo funzionale si è invece proceduto alla messa a norma gli impianti e al completo rinnovo del mobilio e delle attrezzature garantendo uno standard qualitativo all’altezza della storia del locale, in sintonia con gli obiettivi della nuova gestione.
La via intrapresa dal nuovo corso è quella di qualificare il Caffè Grande non solo come meta di incontri di varia natura ed occasione, ma anche come un polo propositivo di iniziative culturali e sociali: l’allestimento di mostre di pittura, la presentazione di libri e l’avvicendarsi di incontri di interesse economico stanno già prendendo piede. Ne conseguono apprezzamenti che accendono la speranza, concreta, che l’iniziativa in atto si presenti come uno dei riusciti interventi, utili per quel rilancio di Lendinara da anni atteso.
E questo in sintonia con vari sforzi, tra cui è d’obbligo qui ricordare il prossimo avvio dei lavori di recupero interno del Teatro Ballarin – immobile coevo al Caffè Grande – di cui nei mesi scorsi si è completato il restauro della scenografica facciata, che fa bella mostra di sè sulla bella piazzetta in riva all’Adigetto.
Nella stupenda cornice del Monastero Olivetano di S. Bartolomeo, dopo la sezione dell’età del Bronzo, inaugurata nell’aprile 2001, la scorsa primavera è stata aperta anche la sezione dell’età del Ferro, del museo che guarda all’Europa denominato Museo dei Grandi Fiumi. I finanziamenti, provenienti dalla Regione Veneto, hanno dato concretezza ad un progetto molto ambizioso delineatosi quasi 3 anni fa in occasione di un importante incontro internazionale che ha visto come protagonisti i comitati scientifici di territori bagnati da importanti corsi d’acqua tra i quali Danubio, Rodano, Tago, Reno e Tamigi.
Frattanto è in via di realizzazione l’allestimento riguardante l’età Romana. Il progetto è ancor più ampio perché si prevede la realizzazione di altri due settori: uno riguardante il Medioevo e l’altro il Rinascimento.
Il filo conduttore, alla scoperta dei molteplici scenari che si aprono al visitatore, è l’acqua, il cui ruolo è legato inequivocabilmente ad ogni forma di vita. Il Polesine, ritrovandosi delimitato dai due più grandi fiumi d’Italia Po e Adige, è stato ed è tuttora oggetto di continui ed approfonditi studi archeologici, soprattutto per la presenza dei paleoalvei riscontrabili nel nostro territorio. Nel Museo tutto è messo a nudo: l’importanza dell’acqua negli insediamenti abitativi, l’economia di sussistenza, il tenore di vita. Di notevole importanza sono i collegamenti culturali e storici con paesi europei ed extraeuropei in relazione ad un determinato periodo storico.
Lo sforzo da parte di tutto lo staff tecnico-scientifico è stato notevole e premiato fin dall’apertura dalla numerosa affluenza di pubblico. La “tradizionalità” del museo si rispecchia nelle numerose vetrine ben allestite che racchiudono reperti archeologici ritrovati in territorio polesano, ma l’innovazione si riflette nelle ricostruzioni fedeli di ambienti abitativi e lavorativi caratteristici dell’età del Bronzo e dell’età del Ferro che l’osservatore può toccare con mano. Il visitatore, sia esso bambino o adulto, è in grado di apprezzare e di focalizzare visivamente le informazioni che gli vengono proposte.
Ulteriori approfondimenti si devono all’ausilio di supporti multimediali e di audiovisivi che avvalorano la sensazione di un “tuffo” nel passato.
Ecco che il museo diventa un museo che “vive” e che, giorno dopo giorno, racconta la passata esistenza di importanti insediamenti abitativi: per l’età del Bronzo Canàr (Castelnovo Bariano), Larda (Gavello) e Frattesina (Fratta Polesine), mentre per l’età del Ferro S.Cassiano (località Crespino) e Balone.
Comprensibile, ad esempio, lo stupore del visitatore nell’osservare “La Pira” dove è stata ricostruita la sepoltura mediante l’incinerazione o cremazione.
Personalità politiche e molti visitatori nel corso del primo anno di attività hanno dato il loro parere positivo sia all’allestimento museale che al contenuto archeologico. Tra i nomi illustri spiccano quelli del Ministro per le Comunicazioni Maurizio Gasparri, dell’Onorevole Vittorio Sgarbi, del direttore dell’ISAC Franco Prodi (Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima).
Il Museo dei Grandi Fiumi, in conclusione, deve per le sue caratteristiche essere inserito in un programma di studi e di ricerche fra più discipline che coinvolgono istituzioni accumunate dai medesimi interessi quali le civiltà fluviali e il rapporto uomo-territorio ieri, oggi e domani.
Lungo la strada che da Porto Viro porta a Ca’ Venier, a ridosso del fiume Po, sorge il piccolo borgo di Villaregia, che in tempi recenti si è caratterizzato per lo sviluppo di una fiorente comunità missionaria, la cui esistenza è segnalata da una freccia posta lungo l’arteria di scorrimento: un invito ad una sosta che decidiamo di seguire.
L’impatto con la comunità di Villaregia è quanto meno sorprendente, perchè si presenta in totale controtendenza con i modelli di vita in auge ai giorni nostri, troppo spesso dimentichi dei valori umani e spirituali. Una sosta a Villaregia può essere utile, anzi indispensabile, anche per incamerare energie spirituali in un’oasi dove ci si prodiga per portare aiuto ai più bisognosi.
La crescita della comunità missionaria di Villaregia è oggi testimoniata dal completamento di un ampio programma edilizio che, oltre alla sistemazione della chiesetta preesistente, ha portato alla costruzione di ampie strutture ricettive, di sale per incontri comunitari e magazzini per la raccolta di vestiario e medicine da inviare a villaggi del terzo mondo, dove si attende con speranza mai delusa il provvidenziale aiuto di questa cellula di carità del Polesine.
Ma com’è sorta l’idea di dar vita a questa innovativa comunità missionaria? Le basi del progetto di vita sviluppatosi a Villaregia vanno rintracciate in un incontro avvenuto, oltre vent’anni fa, tra padre Prandin, sacerdote missionario della provincia di Venezia e M. Luigia Corona, sarda, i quali hanno messo a punto un’idea radicale di vita missionaria al servizio dei più poveri in Italia e nelle zone più dimenticate del pianeta. Padre Prandin, forte di una quinquennale esperienza missionaria in Brasile nell’ordine dei Saveriani (S. Francesco Saverio) ha avuto modo di approfondire il nuovo progetto missionario con M. Luigia Corona in Sardegna presso la locale casa dei Saveriani ove la Corona lavorava con un gruppo missionario.
Una volta stabilite le linee generali del progetto, si trattava di ottenere l’approvazione della Chiesa che, col Concilio Vaticano II, appariva aperta ad innovative esperienze. E a Roma fu ottenuto il consenso con l’indicazione di inizare il percorso sotto la tutela del vescovo di Chioggia, allora mons. Sennen Corà che, dopo aver richiesto la stesura del programma e delle regole comunitarie, ha indirizzato il neocostituito gruppo missionario nel Delta polesano, indicando come sede per i missionari la località di Villaregia e per le missionarie la vicina borgata di Ca’ Pisani.
Ha preso così vita il gruppo missionario polesano, le cui regole prevedono, oltre ai voti tradizionali di povertà, castità ed obbedienza, anche un quarto: quello di comunità, cioè l’impegno a condividere, nel massimo accordo, i progetti, il tempo, le capacità e i doni individuali. Una famiglia allargata dunque, dove tutto viene condiviso, tutto per la “Missione ad Gentes”, per i popoli che non conoscono ancora Dio, per i più poveri, i più piccoli in Italia ed all’estero.
Dall’arrivo a Villaregia, nel 1981, molta strada è stata percorsa, consolidando il gruppo e le strutture, le quali inizialmente consistevano in un edificio scolastico incompleto, senza luce e privo dei servizi più elementari, tanto che picconi, vanghe ed altri attrezzi di lavoro erano alloggiati nelle stesse stanze che fungevano da dormitorio. Al disagio si faceva fronte con la fede e l’attesa di provvidenziali aiuti che ben presto iniziarono a giungere ispirati dal Cielo.
All’inizio nella popolazione locale si registrava meraviglia nell’osservare i giovani missionari, uomini e donne, lavorare senza sosta per un obiettivo comune, poi i primi aiuti e le prime offerte di collaborazione.
Attualmente la comunità missionaria può contare sulla presenza costante di gruppi di volontari che giungono non solo da Porto Viro, ma anche da oltre provincia. Oggi accanto al gruppo missionario opera anche il gruppo degli sposi missionari che – benchè abbiano privilegiato la vita di coppia e quindi non risiedano nelle comunità ma nelle loro abitazioni e svolgano un normale lavoro – si prodigano a sostegno degli obiettivi della comunità, allargandone il raggio di azione. Accanto a questi gruppi effettivi (missionari, missionarie e sposi missionari) che sono vincolati dai voti, sono attivi anche gruppi aggregati, in sintonia con i primi per la spiritualità e la finalità missionaria, senza però il vincolo del voto. Si tratta dei Volontari, degli Aderenti, dei GIM (gruppi di impegno missionario), degli Animatori e degli Amici della Missione.
Nel corso dei vent’anni di insediamento, la comunità missionaria di Villaregia è cresciuta in modo consistente, dando vita a strutture in grado di offrire spazio ed ospitalità anche a quanti qui cercano risposte di fede o intendono frequentare corsi di formazione, o ancora partecipare ai campi di lavoro per giovani ed adulti. Un appuntamento fisso si tiene durante la seconda domenica del mese con l’organizzazione di una giornata di ritiro per gli adulti, per le coppie e coloro che hanno fatto la scelta di volontariato. La terza domenica è invece riservata ai giovani, che numerosi (fino ad un centinaio) provengono da varie parti, sentendo poi spesso il desiderio di continuare il discorso missionario. Due volte all’anno vengono inoltre predisposti dai giovani dei fine settimana rivolti ai loro coetanei, per dare testimonianza delle proprie esperienze di vita.
Altri momenti importanti per la Comunità coincidono con le grandi feste liturgiche del Natale e della Pasqua. Particolarmente sentita è la partecipazione alla Via Crucis “dal vivo”, che quest’anno ha richiamato 1300 persone, mentre 70 sono stati gli interpreti del coinvolgente momento di vita cristiana svoltosi nell’arco di tre ore.
Nel buio di spiritualità che l’umanità sta attraversando, una luce benefica ci giunge dunque dalla Comunità di Villaregia dove, come ai tempi dei primi cristiani, si condividono le ricchezze che i più abbienti mettono a disposizione dei meno fortunati.
Tre vescovi hanno finora seguito il cammino della Comunità missionaria bassopolesana: mons. Sennen Corà che l’ha vista nascere, mons. Alfredo Magarotto che ha seguito il gruppo nei momenti più difficili e mons. Angelo Daniel che attualmente funge da guida sollecitando a guardare con fiducia al futuro.
L’approvazione definitiva dell’Opera di Villaregia da parte del Vaticano è recentissima, essendo avvenuta lo scorso 27 Giugno: il cardinale Stafford, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, ha consegnato ai fondatori il decreto di erezione della Comunità Missionaria di Villaregia in Associazione Pubblica Internazionale di Fedeli, documento che conferisce all’Opera il pieno riconoscimento pontificio.
Per chi intende soggiornare nel Delta del Po può essere interessante programmare una visita all’attiva Comunità Missionaria di Villaregia, particolare oasi di pace lontana dal caos quotidiano, fonte di “un’acqua” speciale che infonde serenità nei cuori.
C’è un punto di partenza imprescindibile per l’avvio di un itinerario medioevale a Rovigo: le due torri. Esse costituiscono un importante vestigio del primitivo castello, costruito a partire dal 920 per volere del vescovo Paolo Cattaneo: una fortezza militare, ben presto divenuta interessante nucleo di aggregazione urbana, caratterizzandosi sempre più, nel corso dei secoli, come primario polo di riferimento per tutto il Polesine.
Rovigo ha dunque la possibilità di documentare la propria data di origine. Alla base della sua fondazione sta una scelta strategica, dal sapore tutto medioevale, testimonianza del tempo in cui i vescovi, oltre che alla cura delle anime (e spesso molto più che a questa) erano ben attenti al controllo del territorio.
Il documento cardine è rappresentato da una bolla papale, datata 11 giugno 920, con cui il pontefice Giovanni X comunica al vescovo di Adria, Paolo Cattaneo, il suo assenso alla costruzione del castello “ad servandum populum sanctae tuae Ecclesiae, tam a Paganis, quam a perfidis Christianis”, per preservare il popolo della tua santa chiesa tanto dai pagani quanto da cristiani ostili¹. Nel piccolo villaggio con case di canna, già precedentemente identificato col nome “Rodige”², veniva dunque dato il via alla costruzione di una roccaforte, ideata con scopi militari e di controllo del territorio, in una zona che in effetti doveva presentare motivi di interesse strategico: qui infatti si determinava un importante incrocio tra la via d’acqua rappresentata dall’Adigetto (allora navigabile e per la sua portata spesso denominato Adige senza una distinzione di importanza dall’altro ramo divenuto solo successivamente il principale) e il percorso stradale di collegamento tra Ferrara e Padova. I Pagani, cui si fa riferimento nella bolla pontificia, erano probabilmente orde di Ungari che nel X secolo avevano raggiunto la pianura padana, mentre è intuibile che i perfidi cristiani dovevano essere i potenziali nemici padani del vescovo-conte.
Su un terrapieno, ottenuto con i depositi dello scavo della fossa creata a protezione del maniero, nel X secolo veniva dunque eretta la fortezza, delimitata da un’alta muraglia, ancora in buona parte presente, mentre del castello restano le due torri che conservano i nomi delle famiglie veneziane che per ultime ne detennero la proprietà: il mastio, torre Donà, si innalza slanciato, concludendosi con uno strano “dente”, costruito per alloggiare la campana in seguito collocata nella torre civica di piazza grande; la più piccola, torre Grimani, è detta “Torre Mozza” per l’evidente riduzione apportata alla sommità, vittima non tanto di un’azione militare, quanto della decisione dei proprietari – bloccata un po’ tardivamente dall’autorità comunale – di demolirla per venderne le pietre come materiale di costruzione.
Della parte residenziale del castello, che oltre all’appartamento del vescovo-conte comprendeva certamente anche una cappella, non rimane traccia. Restano invece sotto una terrazza (attualmente utilizzata in estate per spettacoli serali all’aperto) alcuni locali che dovevano essere adibiti a prigioni e depositi di munizioni. Del grande complesso difensivo ci offre una interessante descrizione Marin Sanudo, viaggiatore veneziano che nel 1484 visitò la città da poco conquistata dalla Serenissima: “Questo castello de Ruigo overo rocha è forte, con spalti et torre per cantoni, qual bisogna a una rocha; con fosse larghe, bene adaquate; con una torre sopra el ponte molto grando et è lì soto le preson: è quadro con caxe dentro…”.
Lo stesso autore scrive inoltre: “Rovigo terra belissima, casizada magnifice, et case pareano palazi; tutta murada de mura altissime et grosse, de novo riconzade; arzeri e spalti fortissimi, con bastioni di teren alle porte sicurissimi…”³.
Dalla costruzione del castello inizia dunque lo sviluppo della città lungo le rive del fiume. L’evoluzione dovette essere abbastanza rapida se nel 1138 il vescovo Florio prese la decisione di difendere l’abitato con una cinta muraria, poi allargata e successivamente completata a forma di pentagono dagli Estensi, che dalla fine del XII secolo assunsero il controllo del Polesine, col consenso dell’imperatore Enrico VI. Nel 1191 Obizzo I d’Este provvedeva infatti ad aggregare ai suoi possedimenti il comitatum Rhodigii, estendendo la propria signoria in toto Pollicinium⁴.
Sulla scorta di queste informazioni, ci accingiamo a compiere l’itinerario medioevale, lasciando la zona del castello ed uscendo dal recinto delle due torri, da tempo destinato a giardini pubblici e a piacevole polmone verde della città. Proseguiamo alla volta del vicino Duomo, dedicato a S. Stefano ed eretto subito dopo il castello, nel 964⁵, ma ricostruito varie volte: l’ultima nei primi decenni del ‘700, in base ad un progetto dell’architetto padovano Girolamo Frigimelica. L’unico riferimento medioevale all’interno nel duomo consiste nell’immagine della Madonna delle Grazie, alloggiata nella prima cappella a destra. Si tratta di un frammento di un affresco prelevato dall’ex battistero (allora chiamato dometto) demolito nel ‘700 per far posto alla nuova chiesa dalle dimensioni decisamente maggiori rispetto alla precedente. A proposito di questa immagine sacra, la tradizione vuole che si sia salvata grazie ad un prodigio verificatosi allorquando un muratore, che stava procedendo all’abbattimento del tempietto, iniziò a rivolgere il martello verso l’affresco. Il braccio si sarebbe bloccato richiamando la sbalordita attenzione dei presenti e l’intervento delle autorità ecclesiastiche che decisero di onorare l’immagine della Madonna destinandole la cappella più importante del duomo di Rovigo⁶.
Usciti dal duomo, imbocchiamo via Casalini, fiancheggiata da alcuni antichi palazzi più volte rimaneggiati, per fermarci presso il Vescovado Vecchio, la cui primitiva costruzione risale al 1343, quale residenza voluta dal vescovo Benvenuto. L’assetto attuale del palazzo è conseguente alla ricostruzione avviata nel 1608 dal vescovo Girolamo Porcìa e ai lavori che si succedettero nei secoli, tra cui importanti furono quelli attuati nel 1788 dal vescovo Arnaldo Speroni degli Alvarotti. Il palazzo (che dal 1942, in seguito alla costruzione del nuovo vescovado, ha cambiato più volte destinazione venendo infine adibito a scuola) è attualmente bisognoso si consistenti interventi di restauro.
Fatti pochi passi, sostiamo presso Porta S. Agostino – una delle due rimaste di tutta la cinta muraria di Rovigo – le cui forme, come è facile notare, non sono però quelle originarie, perchè la struttura fu riedificata nel 1713. A filo con l’antica porta, sia a destra che a sinistra, sorgono case chiaramente costruite accostate alle mura cittadine, le quali risultano pertanto incorporate nelle stesse abitazioni.
Una eloquente testimonianza medioevale è invece rappresentata dalla vicina Torre Pighin, unica tra le costruzioni di difesa delle mura pervenuta fino a noi. In origine priva della parete verso la città, la torre era caratterizzata da vari ripiani in legno, su cui potevano salire i soldati durante i turni di guardia o per la difesa da eventuali attacchi di nemici. Venuta meno la caratteristica militare, la torre dal ‘700 è stata adattata ad accogliere una originale abitazione che, dopo un recente restauro a cura del Comune di cui è proprietà, è divenuta sede dell’Università Popolare.
Lasciata la torre, ci accingiamo a superare Corso del Popolo, ricordando che, proprio dove oggi si trovano le strisce del passaggio pedonale, fino alla fine degli anni ‘30 sorgeva Ponte Roda, uno degli storici ponti sull’Adigetto demolito in seguito alla realizzazione dell’arteria stradale, attuata nel 1939-40, che ha consistentemente modificato la fisionomià della città.
La tappa successiva è presso la vicina Porta S. Bortolo⁷, che dapprima dovette subire la parziale ricostruzione dopo un bombardamento durante la famosa Guerra del Sale (1482-84) con cui la Serenissima si assicurò il predominio sul Polesine e poi l’innalzamento nel 1639 per ospitare un orologio murale, di cui è ancora ben visibile la forma ottagonale dell’alloggiamento. Infine si salvò dal decreto di abbattimento promulgato nel 1821 dall’autorità comunale, grazie all’opposizione della famiglia Veronese che, difendendo la propria abitazione accostata alla torre, finì per ottenere l’accantonamento del progettato intervento di demolizione.
Lasciamo la cinta murata per avviarci verso il centro della città, ricordando che l’attuale piazza Merlin, un tempo piazza Roma, si originò alla fine degli anni ‘30 del secolo scorso, in seguito all’abbattimento del Ghetto degli Ebrei che qui era sorto agli inizi del ‘600⁸. Imboccata via X Luglio (così denominata a ricordo della memorabile giornata del 1866 in cui l’esercito italiano entrò a Rovigo nel corso della III Guerra di Indipendenza) costeggiamo la Chiesa di S. Domenico, nata come cappella dell’ospedale di S. Antonio Abate avviato nel 1413 per volere della nobildonna Piacenza Casalini. In una nicchia, sopra la porta di accesso al tempio, è tuttora conservato un busto con l’effigie di S. Antonio⁹.
Raggiungiamo frattanto Piazza Garibaldi, dominata dal monumento dedicato all’eroe del Risorgimento italiano¹⁰. Sulla pavimentazione del listone è indicato, con una traccia in marmo bianco, il perimetro dell’antica chiesa di S. Giustina, demolita nel 1809 per far posto alla piazza. Il piccolo tempio, che fungeva da chiesa parrocchiale per gli abitanti di Rovigo residenti sulla sinistra dell’Adigetto, era di origini decisamente antiche: nel corso del Medioevo, fungeva anche da cappella dei nobili della Casa d’Este i quali, al tempo della loro signoria sul Polesine, potevano dimorare in un palazzo posto tra le due piazze. L’edificio fu distrutto nei primi anni del ‘500 da un incendio che la tradizione vuole sia stato dolosamente appiccato dagli stessi Veneziani, desiderosi di vedere cancellato ogni riferimento in città alla Casa d’Este.
Qualche lacerto architettonico che rimanda agli Estensi è però ancora visibile all’interno del ristorante Antico Canevone, edificio il cui nome originario “caneva”, indica che un tempo era destinato a deposito di alimenti e magazzino degli Estensi¹¹.
Ci portiamo frattanto nei pressi di Palazzo Silvestri, da dove si origina l’omonima via, costruito a metà del ‘400 e restaurato una ventina d’anni fa, togliendo l’intonaco che copriva l’originaria facciata in cotto. Presenta finestre binate sovrastate da modanature curvilinee presenti anche sulla porta di accesso, sopra la quale è posizionato lo stemma della famiglia, caratterizzato da un leopardo rampante. L’edificio, appartenuto alla nobile famiglia Silvestri che rivestì un ruolo importante nell’ambito culturale rodigino (con personaggi di primo piano, quali il conte Camillo ed il figlio Carlo che tra il XVII e il XVIII secolo avviarono un’importante raccolta di reperti antichi) oggi al pian terreno ospita un locale pubblico, mentre i piani superiori sono stati adibiti ad uffici.
Proseguendo lungo la via raggiungiamo la Chiesa di S. Francesco¹², presso la quale potremo vedere alcune eleganti arcate gotiche della primitiva costruzione medioevale in laterizio, risalente ai secoli XIV e XV: sono all’esterno di quella che un tempo era la Sala Capitolare, ora adibita a Canonica. Ai lati del portale sono ancora conservati due stemmi con le aquile estensi. La costruzione del complesso monacale di S. Francesco, destinato ai Frati Minori, fu voluta da Obizzo II d’Este che, morendo nel 1293, lasciò in testamento una cospicua somma per realizzare una struttura di deciso rilievo nell’ambito religioso¹³. La soppressione del monastero dopo l’invasione francese, e la contemporanea demolizione come accennato della chiesa di S. Giustina, portò allo spostamento della sede della parrocchia in questa antica chiesa, che da allora è dedicata a S. Francesco e S. Giustina. Interventi di restauro, susseguitesi nei secoli ed in particolare nel corso dell’800, hanno completamente modificato la fisionomia del tempio, originalmente importante realizzazione dall’arte gotica, conferendogli un volto neoclassico, mentre all’interno della chiesa si trovano importanti opere di pittura e scultura del ‘500.
Ritorniamo sui nostri passi per portarci in piazza Vittorio Emanuele, l’antica Piazza Grande, testimone di storici avvenimenti succedutesi nell’arco di molti secoli. L’edificio più rappresentativo è indubbiamente il palazzo municipale, conosciuto come Loggia dei Nodari, ovvero della corporazione dei notai di Rovigo, che qui fin dal medioevo ebbe la propria sede. Essi svolgevano la loro professione nella loza superior, che nel corso dei secoli subì vari interventi di sistemazione, finchè nel 1765 venne rifatta e chiusa da una vetrata. L’aspetto medioevale è tuttora più marcato nella loggia inferiore, ovvero nel sottoportico caratterizzato da grandi arcate a tutto sesto e travature lignee che conservano l’atmosfera dei tempi antichi. Difficile la datazione della primitiva costruzione dell’edificio, che da alcuni studiosi è fatta risalire al ‘200¹⁴. Di certo si sa che subì un rifacimento nei primi anni del ‘400, perchè gli Statuti Comunali vennero promulgati nel 1429 “sub logia palacii novi”, ovvero del palazzo rinnovato.
Accanto al palazzo del Comune, nel 1488 venne eretta la Torre Civica (ricostruita nel 1765), mentre a metà del ‘500 venne costruito l’ampio scalone che dal porticato dà accesso alla loggia superiore, oggi Salone d’Onore del Comune di Rovigo.
Rivolgiamo infine la nostra attenzione al grande edificio in cotto che delimita il lato della piazza verso l’ex Adigetto, ora Corso del Popolo. Si tratta di Palazzo Roverella, sorto nella seconda metà del ‘400, testimone di un’epoca in cui le forme del Medioevo erano ormai soppiantate da quelle decisamente più ariose del primo Rinascimento. Voluto dal cardinale Bartolomeo Roverella, a testimoniare il prestigio del proprio casato (anche due fratelli del cardinale ricoprivano cariche di grande rilievo nella gerarchia religiosa: Lorenzo era vescovo di Ferrara, mentre Nicolò abate generale degli Olivetani), il palazzo fu progettato da Biagio Rossetti, architetto ferrarese che nella città estense aveva realizzato importanti opere, tra cui il palazzo Bevilacqua, le cui forme ricordano la costruzione rodigina¹⁵. Di indubbio effetto è il gioco cromatico e volumetrico che nasce dal contrasto tra le bianche ed esili colonne del luminoso porticato alla base della costruzione e la rossa facciata con mattoni a vista, percorsa da tre originali ordini di finestre. Completato da alcuni anni il restauro esterno, si attende di veder avviati i lavori del recupero interno, che dovrebbero assicurare locali idonei ad una più fruibile esposizione dei quadri della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi.
Concludiamo il nostro itinerario medioevale per le vie di Rovigo, consigliando una sosta proprio all’Accademia dei Concordi (il cui edificio neoclassico risale ai primi anni del XIX secolo) per rintracciare interessanti documenti e pregevoli realizzazioni d’arte del Medioevo, oltre che dei secoli successivi.
Al grande pubblico non è ancora nota l’opportunità offerta dal paese di S. Bellino di effettuare un piacevole incontro con l’arte, grazie alla realizzazione di vari murales sulle facciate delle case. Una felice intuizione che sta diventando un motivo di attrazione, tanto che il paese inizia ad essere inserito nei programmi di qualche scampagnata di primavera nel cuore del Polesine. Ma come si è giunti a fare di S. Bellino il centro polesano dei Murales?
L’idea gli martellava in testa da lungo tempo. Li aveva visti a Cibiana di Cadore, come pure in altri comuni montani ed in Sardegna, e pensava che una iniziativa del genere poteva essere interessante anche per il suo paese. Parliamo del professor Franco Romeo Milani e dei murales dipinti sulle case di San Bellino. Siamo agli inizi degli anni novanta. Milani allora era presidente della Biblioteca comunale e quindi si trovava in una istituzione più che adatta per promuovere e portare avanti un progetto come questo. Il problema consisteva nel trovare i finanziamenti necessari. Per sei, sette anni l’idea restò soltanto nella mente del presidente perchè i fondi non si trovavano, ma non fu mai archiviata del tutto.
Il momento propizio arrivò nel 1999, anno in cui fu possibile realizzare sulle pareti di San Bellino due dipinti. Altri due comparvero l’anno successivo e addirittura quattro l’anno appresso. Un numero limitato perchè i costi erano alquanto consistenti per il bilancio della Biblioteca. Le opere furono eseguite da pittori professionisti come Giuseppe Siccardi di Vigodarzere, Roberto Nezzi di Verona, Gabriele Pittarello di Teolo, Mario Tosi di Peschiera del Garda e Giulia Zuolo di Fratta Polesine.
Dapprima l’iniziativa fu accolta con un po’ di perplessità dagli abitanti di San Bellino: mettere a disposizione le pareti della propria casa poteva costituire un vincolo. Pian piano però divenne un motivo di orgoglio vedere la propria abitazione impreziosita da un affresco.
Non fu da meno l’Amministrazione comunale, la quale colse l’occasione della ristrutturazione della sala consiliare per affrescare un’intera parete. Il lavoro fu commissionato a Giulia Zuolo, che volle raffigurare il palazzo municipale di San Bellino affiancato ad una riproduzione del quadro “Il quarto potere” del pittore Pelizza da Volpedo.
Ma come potevano essere realizzati altri lavori in un modo più economico?
In aiuto arrivano nella primavera del 2002 gli studenti del Liceo artistico “Roccati” di Rovigo – diretti dagli insegnanti Cesare Nadalini e Mirella Boso – che accolgono l’invito dell’apposito Comitato organizzatore, presieduto dallo stesso Romeo Milani. Il loro entusiamo, l’esuberanza e la loro vitalità portano per alcuni giorni lo scompiglio nel piccolo paese polesano, che esce dal proprio torpore e si vivacizza. Ogni ragazzo si “impossessa” di qualche angolo adatto e comincia a lavorare alacremente. Le idee non mancano e nemmeno la tecnica. Nascono così nove opere nuove, che si rifanno per lo più ad aspetti paesaggistici del Polesine legati alla tradizione del Santo patrono San Bellino. Questa volta vengono usati colori acrilici, che sono più adatti e resistenti alle intemperie di quelli adoperati in precedenza. Questi infatti stanno causando seri problemi agli otto murales dipinti nei primi anni, per i quali necessitano già urgenti interventi di restauro.
I nuovi affreschi sono ora una ventina.
Da segnalare quello eseguito sulla facciata del Centro giovanile. Si tratta di un orologio solare, progettato dall’astrofilo rodigino Enzo Bellettato e realizzato da Giulia Zuolo.
I murales di San Bellino avranno ora il loro momento di celebrità. Come è già stato fatto un po’ ovunque con avvenenti modelle o semplici casalinghe, come pure con giocatori di calcio o altri soggetti più strani, anche loro verranno riprodotti su un calendario. E’ questa infatti un’idea nuova della Biblioteca e dell’Amministrazione comunale, che faranno recapitare lo stampato a tutte le famiglie del paese con gli auguri per il prossimo anno 2003.
Un appuntamento per la realizzazione di nuove opere è fissato per il prossimo 25 aprile, sempre con gli studenti del Liceo artistico di Rovigo, sia per completare gli spazi a disposizione nel centro storico sia per allargare il percorso a nuove vie. Questa volta verrà proposto il filone dei mestieri e della cultura locale.
“I murales – dice Romeo Milani, con orgoglio – sono un motivo in più per una passeggiata nel paese che ospita la bella basilica con le spoglie di San Bellino”.
Per facilitare la visita a coloro che arriveranno in paese, verrà stampata una mappa con le strade e l’ubicazione di ogni dipinto.
In ogni caso una cosa è certa: San Bellino d’ora in poi potrà fregiarsi del titolo esclusivo per il Polesine quale “paese dei murales”.
Polesine schizofrenico? La domanda nasce spontanea dalla quotidiana lettura dei giornali che si interessano del territorio racchiuso tra Adige e Po. Se è vero infatti che di giorno in giorno si susseguono sottolineature sulla vocazione turistica della terra dei grandi fiumi (idea che, se non altro dalle enunciazioni, sembra ormai coralmente condivisa da tutte le istituzioni, dalle varie Pro Loco e dalle molteplici associazione culturali e ricreative presenti sul territorio) è altrettanto vero che, dalla lettura degli stessi quotidiani, emerge viva e tutt’altro che immotivata la preoccupazione riguardo a progetti in totale contrasto con la valorizzazione ambientale necessaria per la fruizione turistica. E le nubi più minacciose si addensano proprio nel Delta, l’area indubbiamente più interessante per programmi di visitazione turistico-ambientale.
Maxi-progetti, dapprima predisposti in sordina, sono ormai divenuti di dominio pubblico: parlano di una macroarea industriale in prossimità della foce di Porto Levante, di un terminal gasifero, cui dovrebbero approdare navi oceaniche per alimentare un metanodotto destinato ad altre province della pianura padana, di una nuova centrale termoelettrica a Loreo per produrre elettricità da utilizzare lontano dal Polesine, e ancora di altre navi oceaniche afferenti orimulsion, una sorta di bitume destinato all’amatissima centrale di Porto Tolle. E si parla ancora dell’arrivo di tanti rifiuti dalle altre province da bruciare nel Delta per…. valorizzarlo (l’impianto, con una buona dose di cinismo, viene infatti chiamato termovalorizzatore) o da trattare in altre zone del Polesine, magari in prossimità del nuovo Interporto di Rovigo.
Dall’altra però non mancano informazioni di tutt’altro tenore che evidenziano il lavoro di chi è impegnato in realizzazioni che davvero valorizzano la terra dei fiumi: porticcioli turistici, percorsi di visitazione, attivazione di musei, recupero di palazzi di pregio, ripristino di edifici del passato connessi con la civiltà contadina o industriale, itinerari nelle pinete, oasi naturalistiche, attivazione di iniziative che richiamano flussi di visitatori da varie regioni d’Italia e dall’estero, ricerche storiche che aprono interessanti squarci sul nostro passato da proporre anche come utili occasioni di conoscenza e visitazione, avviamento di strutture pensate per un’accoglienza turistica in sintonia con l’ambiente e così via.
Il Polesine dei nostri giorni sembra insomma proprio affetto da una sorta di schizofrenia, da uno sdoppiamento di personalità per cui, a giorni alterni o perfino in contemporanea, vengono sostenuti interventi in completa antitesi tra di loro, che soltanto chi difetta di realismo può pensare di far coesistere.
I progetti del primo gruppo ovviamente muovono masse di denaro molto consistenti, causando però, se realizzati, ferite ambientali difficilmente rimarginabili in futuro, nonchè provocando un immediato degrado dal punto di vista della salubrità dei luoghi; aspetto questo già tristemente evidente per alcuni impianti attivi, i cui fumi nocivi suscitano allarmi anche oltre i confini del Polesine. Quelli del secondo gruppo sono molto più discreti e puntano a migliorare l’esistente non solo per conseguire positivi risultati sul piano estetico e perfino sanitario (motivi pure questi da tenere nella debita considerazione) ma anche per creare risorse in grado di assicurare interessanti ritorni economici: non mirabolanti, ma adeguati agli investimenti.
La realizzazione di questa pubblicazione non lascia spazio a dubbi circa la scelta auspicata. E le pagine che seguono si aprono con proposte di visitazione ed occasioni di apprezzamento di alcuni progetti (piccoli o grandi che siano) realizzati per rendere piacevolmente fruibile l’ambiente del nostro Polesine: dai murales di S. Bellino, all’Autodromo di Adria; dal Museo dei Grandi fiumi, al restaurato del Caffè Grande di Lendinara; da una visita a Villaregia per un momento di spiritualità, ad un itinerario per le vie di Rovigo alla ricerca di antichi palpiti del Medioevo; da una puntata a Ficarolo per ricordare la sosta di Cristina, regina di Svezia, ad un itinerario a cavallo per scoprire la suggestione delle ampie corti e dei placidi gorghi dell’alto Polesine, ed altro ancora. Un Polesine insomma da vivere ed apprezzare, non da stravolgere con iperbolici progetti, né da inquinare con nocive emissioni.
Ha avuto luogo domenica 26 settembre 2021 l’inaugurazione della nuova sede delle Associazioni Avis e Aido di Bagnolo di Po. Dopo i saluti e gli interventi – presenti il Sindaco di Bagnolo di Po Amor Zeri, la Presidente AVIS Provinciale Rovigo Barbara Garbellini, la Consigliera AVIS Regionale • Nuova sede veduta esterna Veneto Laura Trevisan, il Presidente AIDO Provinciale Rovigo more Mantovani, parroco di Bagnolo di Po, Tiziano Descrovi, il Presidente AIDO Regiocon l’animazione della Corale Parrocchiale. nale Veneto Luca Cestaro e il Presidente Infine il corteo fino alla nuova Sede AssociaAIDO Bagnolo di Po Lino Negri – ha avuto tiva AVIS AIDO in via Del Donatore, 35. Alla luogo la deposizione di un omaggio floreale preghiera di benedizione ha fatto seguito il ai Monumenti dei Caduti e del Donatore con taglio del nastro e il disvelamento di una l’accompagnamento musicale della Banda targa a ricordo di Luigi Smolari, fondatore “Col. Luigi Bosi – Alto Polesine”. delle associazioni Avis e Aido Bagnolo di Po. Quindi la Santa Messa celebrata dal VicaIl pranzo sociale, presso il Centro Polivario Generale della Diocesi di Adria-Rovigo lente “Don Pino Puglisi” a Runzi, ha feliceMons. Damiano Furini e dal M. Rev. Don Valmente concluso la giornata.
Premessa
Nel giugno 2011, ebbe luogo la posa della prima pietra. Furono presentati documentazione e progetti grazie al fondamentale aiuto e all’interessamento del Geometra Luca Mazzali che, come socio AIDO, fece sua l’istanza avanzata da Avis e Aido, occupandosi di ogni aspetto progettuale, tecnico, autorizzativo. Tutto a titolo gratuito, in vero spirito associativo. La realizzazione è stata possibile in quanto il Consiglio Comunale, nel 2011, deliberò positivamente in merito alla cessione ad Avis ed Aido del diritto di superficie per novantanove anni, di un terreno di proprietà comunale. La cessione avvenne a titolo gratuito con vincolo di destinazione d’uso: cioè l’edificazione di una struttura a fini associativi. I lavori, iniziati nel 2012, sono proceduti a piccoli passi, nell’ottica di fare un po’ di debito alla volta… senza esagerare. Molti amici, amiche e associati hanno contribuito in modo generoso, convinto e sincero; davvero una partecipazione commovente. Molti han prestato la loro opera gratis: anche in tal caso tantissimi volontari che hanno donato tempo e competenze. Altri hanno ceduto materiale per gli interni (solo per fare qualche esempio: impiantistica, sanitari, porte interne, opere in legno, attrezzature, arredi…): sempre a titolo gratuito. Il Comune di Bagnolo di Po è stato parimenti fondamentale: senza l’appoggio e il sostegno dell’Amministrazione Comunale l’opera non avrebbe trovato compimento. Poi le Avis Consorelle: tredici Avis Comunali della Provinciale di Rovigo han messo del loro fornendo “un po’ d’ossigeno”, ovvero erogando un prestito, a sostegno dell’iniziativa. La Pro Loco di Bagnolo e l’Associazione “La Frasca” di Runzi si sono rese partecipi porgendo una grande mano in termini economici. Poi le ditte: la ditta costruttrice Ghiotti di Trecenta in primis che, nel nome del volontariato e del legame affettivo verso Bagnolo di Po, ha riservato ad Avis e ad Aido un trattamento che definire “di favore” è dir poco. Non di meno le ditte: MT Impianti elettrici, Daniele Ghirotti, Loris Fuso. Ancora: tutte le realtà produttive e commerciali, bagnolesi e non, che hanno sponsorizzato tante iniziative promosse da Avis e Aido. Infine, per ultimi ma non da ultimi, tutti i componenti dei direttivi Avis e Aido di ieri e di oggi, che non hanno lesinato impegno e dedizione per la realizzazione del progetto.
La nuova sede
I lavori sono proseguiti, con calma, ma sono proseguiti. Nel 2015 – purtroppo – il fondatore delle due associazioni Luigi Smolari “è andato avanti”, come sogliono dire gli Alpini. La sua assenza ha fatto forse venir meno il morale e, in qualcuno, ha fatto calare l’entusiasmo e la voglia di proseguire nell’opera. Ma non ci si è persi d’animo. I lavori sono ripartiti. La sede ha un’estetica moderna che ben si inserisce nel contesto. È ad un piano e ha un tetto con ali spioventi e digradanti che donano un aspetto di leggerezza a tutta la struttura. Un piccolo portico triangolare, retto da una colonna, accoglie e ripara l’ingresso. La superficie calpestabile è di 95 mq, l’80% dei quali sono occupati da un ampio vano centrale a lato del quale si snodano i locali di servizio. La copertura è in legno ed è strutturata in modo tale da donare eleganza e armonia a tutti gli interni. La sede affaccia su un piccolo tratto di strada che è stata intitolata “VIA DEL DONATORE”. Nella data del 26 settembre si è anche celebrata la nuova intitolazione della via.
Una sede: perché?
Grazie ad un evento iniziale – il destino che nel 1996 portò via la vita di un giovane ligure (di nome Stefano) che poi donò il suo cuore a Luigi Smolari (primo cardio trapiantato del Polesine) – sono nate, proprio su impulso di Luigi, l’Avis e l’Aido “Dott. Umberto Marchetti” di Bagnolo di Po; fu infatti al celebre medico bagnolese che Luigi volle dedicare le due nascenti realtà. Sono seguiti anni di vita associativa nei quali è stato possibile comprendere e assimilare il significato di quella frase che, per Aido, è l’unica e vera ragione d’essere: “da una vita spezzata una nuova vita può risorgere”. Poi c’è stato il COVID. Pure la pandemia ci si è messa nel dilatare i tempi. Una limitazione alla salute, alle attività quotidiane, anche alla vita associativa. Chi l’avrebbe mai detto? Chi avrebbe mai pensato che nel nostro mondo, in cui il progresso ha promesso l’illusione dell’invincibilità, saremmo arrivati a questo punto? Scriveva Albert Camus nel suo libro “La Peste” del 1947: “…tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piombano addosso. Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure, la peste e la guerra colgono sempre tutti alla sprovvista…”. Come la mettiamo? Probabilmente una risposta non c’è. Ma una cosa è certa: Avis e Aido lavorano, da quando sono nate, per far sì che il bisogno di sangue e di organi non ci colga mai alla sprovvista, come una guerra o come una pandemia…
Perché, dunque, una sede? Perché nessuno deve sentirsi escluso e tutti debbono rendersi partecipi per fare meglio, per fare di più, nella vita, nel volontariato e nella società. Si trattasse solo di una “stanza per riunioni” non sarebbe nemmeno valsa la pena di cominciare. Avis e Aido di Bagnolo di Po si augurano che la nuova sede associativa possa fungere da piccola serra, dove si mettono a dimora nuovi semi, ovvero piccole idee così come grandi sogni, per farli attecchire, per farli crescere e per poter cogliere – un domani – copiosi frutti. Si raccoglie quello che si semina, non c’è alternativa, ma – per fortuna – c’è sempre la possibilità di scegliere cosa seminare.