Giancarlo Marinelli
DOPO L’AMORE
Parma, Guanda Editore, 2002
Negli ultimi anni il delta del Po sta divenendo sempre più un motivo di richiamo non solo turistico, ma anche letterario. Veramente copiose sono le poesie ambientate tra fiume e mare, nelle sacche, nelle lagune o ancora negli scanni alle foci del grande fiume. Meno frequenti i racconti e i romanzi. E’ anche per questo motivo che gli estimatori dell’ampia zona naturale – ma ovviamente non solo loro – hanno accolto con grande soddisfazione il libro di Giancarlo Marinelli ambientato nell’area bassopolesana, con baricentro Scardovari. Un libro scritto da un giovane autore, che parla di ragazzi non ancora ventenni la cui vita, intensa ma non certo facile, è divisa tra impegni scolastici, di lavoro, ritrovi e passioni amorose.
Scritto con uno stile frizzante e nervoso, rivelatore della forte personalità dell’autore, il romanzo – che è risultato secondo al Premio Campiello – indaga sugli aspetti psicologici dei giovani protagonisti, sul loro modo di relazionarsi tra di loro e con gli adulti, con i problemi di una società avara di aiuti e tarlata da vari mali, tra cui spicca quello, incombente, della diffusione di casi di tumore collegabili ai venefici fumi di origine industriale.
L’aspetto naturalistico tipico del delta trova spazio nell’opera, con momenti di pacificazione interiore, in grado di lenire temporaneamente i problemi ma non di annullarli. Ed il protagonista, in particolre, deve fare i conti con un dramma dalla forza devastante che lo porterà ad imboccare un cammino tortuoso ed accidentato alla ricerca di uno sbocco.
Alla presentazione del romanzo, alla Stazione di Sosta di Ca’ Cornera di Porto Viro, hanno parlato del volume Gian Antonio Cibotto, Loredana Capellazzo, Dimer Manzolli, presidente dell’Ente Parco ed altri estimatori convenuti richiamati dal binomio Delta & Letteratura.
(L.S.)
Alessandra Toniolo
LE ANFORE DI ADRIA (IV-II secolo a.C.)
Sottomarina, Libreria editrice “Il Leggio”, 2000, XIV, 262 p.
Il catalogo raccoglie le schede di 550 anfore, per la maggior parte di tipo greco-italico e corinzio, portate alla luce durante diverse campagne di scavo in territorio adriese.
Le anfore (recipienti di terracotta per il trasporto di derrate alimentari) sono state ritrovate in contesti tombali, cioè in presenza di altri materiali utili alla datazione: questa situazione ha permesso all’autrice di individuare e descrivere una tipologia evolutiva dei manufatti abbastanza affidabile (p. 9). Infatti le modifiche che interessano le forme e le dimensioni (e quindi anche la capacità del contenitore) sono elementi essenziali per comprendere i mutamenti che, attraverso i secoli, hanno interessato la produzione agricola, la lavorazione degli alimenti destinati al commercio, i contatti con popoli aventi abitudini differenti. Normalmente la nave carica di merci che approdava ad un emporium non tornava mai vuota in patria. Chi acquistava doveva essere in grado di offrire prodotti alternativi per la vendita in modo che dal viaggio – di per sé pericoloso – si potesse ricavare il maggior utile possibile (acquisto di ciò che manca e, nel contempo, vendita del prodotto che non serve). Forme e dimensioni si differenziavano nel tempo e nei luoghi tanto che “bastava un solo colpo d’occhio per riconoscere se quell’anfora portava vino greco piuttosto che italico, olio iberico e non salse di pesce tunisine” (p. VIII).
Le pagine iniziali del catalogo raccolgono informazioni propedeutiche alla lettura dell’opera in modo da rendere accessibile lo studio anche ai non addetti ai lavori: così dalla presentazione del manufatto si passa alla spiegazione delle tecniche di lavorazione e cottura degli impasti, alla illustrazione dei sistemi di trasporto, alle notizie riguardanti le botteghe artigiane e i marchi di fabbrica, per terminare con la descrizione dei prodotti destinati al commercio (vino, olio e salse di pesce in primis).
Il corredo bibliografico, posto a conclusione di questa sezione preliminare, nel documentare il testo suggerisce anche le strade da seguire per ulteriori approfondimenti.
Completano il catalogo alcune pagine dedicate alla presentazione delle aree adriesi di scavo e provenienza dei materiali censiti (necropoli del Canal Bianco o Retratto, località Retratto-Donà, località Piantamelon, necropoli di Ca’ Garzoni, necropoli di Ca’ Cima, necropoli di Bottrighe – via Spolverin, località Passetto); infine alcune tabelle mettono in relazione i diversi tipi di anfore con le necropoli e con le suddivisioni cronologiche usate nella elaborazione della ricerca.
(M.M.)
Luigi Flamini
UN SECOLO CRIVELLARI
Stampa Off. Graf. Trivenete, Rovigo
Quella che ricostruisce Luigi Flamini è la storia più che secolare di una famiglia di imprenditori bassopolesani, i Crivellari di Taglio di Po, che in tre generazioni hanno dato vita ad un nome prestigioso nel settore dei mobili e dell’arredamento, consciuto ed apprezzato ben oltre i confini nazionali. La ricerca, che lumeggia anche aspetti sentimentali e di carattere dei protagonisti del “Secolo Crivellari”, è sostanzialmente improntata ad analizzare il rapido e coraggioso processo evolutivo dell’azianda di famiglia, nata dal laboratorio di falegname di nonno Luigi negli anni ‘80 del XIX secolo.
Allora Taglio di Po – lungi dal configurarsi come oggi, quale comune fiorente di iniziative lungo l’asse della Romea – era poco più di una borgata nell’isola di Ariano dove, per comunicare con realtà socio-economiche oltre il Po Grande e il Po di Goro, era necessario fare i conti con i tempi e le modalità dei “passatori”. Ciò nonostante nonno Luigi seppe far conoscere oltre il territorio bassopolesano i prodotti della sua falegnameria e, subito dopo la grande guerra, produsse per l’Hotel Excelsior di Venezia una serie di cabine destinate alla spiaggia. Pioniere dell’industrializzazione, ben presto Luigi Crivellari impresse una svolta al suo laboratorio attrezzandolo con le prime macchine polifunzionali in grado di compiere contemporaneamente varie operazioni: segare, piallare e rifilare.
Nel 1925 il timone passa al figlio Emilio, attivamente coadiuvato dalla moglie Erminia. L’azienda si professionalizza puntando sulla qualità e si amplia col settore ferramenta, dando viata anche alla produzione di reti e materassi per completare le camere da letto. Ma il vero passaggio dall’officina all’industria sarà attuato nel dopoguerra. In controtendenza rispetto alla situazione polesana, attanagliata dalla grave crisi economica seguita al dopo alluvione, l’azienda Crivellari diviene un positivo punto di riferimento, offrendo posti di lavoro sicuri, proprio nel momento in cui molte famiglie abbadonavano il Polesine in cerca di occupazione.
L’intraprendenza dei titolari e il pieno sostegno delle maestranze caratterizzano, con una stupefacente ricchezza di iniziative, gli anni ‘60, durante i quali si registrano partecipazioni a fiere e molteplici riconoscimenti. Nel frattempo i dipendenti raggiungono le cento unità.
Gli anni ‘70 vedono l’entrata sulla scena della terza generazione dei Crivellari: Luigi stabilisce importanti rapporti con la realtà turistica di Albarella, provvedendo all’arredamento completo delle più importanti strutture. Nascono nuove collezioni di mobili, in particolare la serie “Saga” che imporrà la Crivellari nel settore dell’arredamento per ufficio. Nel ‘75 si attua lo scorporo e la diversificazione dei vari indirizzi che ci porta ai giorni nostri: l’attività del commercio ferramenta e legnami è guidata da Imelde Crivellari con i figli Natalia e Paolo coadiuvato dalla moglie Arianna; la società Interni, caratterizzata dall’ampio showroom sulla Romea, è gestita da Amalia con il figlio Riccardo; Luigi dirige con continuità la “Crivellari Office Forniture”.
Completano il bel volume un elenco dei 350 lavoratori che nel lungo arco di tempo hanno prestato la loro opera presso il gruppo Crivellari, una serie di testimonianze di persone che, con soddisfazione ed impegno, hanno svolto vari ruoli all’interno delle varie aziende, nonchè tre schede illustrate dei tre settori attivi, che offrono una indovinata sintesi visiva del “Secolo Crivellari”.
Un libro voluto dai fratelli Crivellari soprattutto per rendere omaggio ai propri genitori, che si qualifica come importante documentazione della genesi e dell’affermarsi della nota azienda, e, più in generale, come interessante testimonianza di una pagina significativa dell’evoluzione produttiva ed industriale del Delta.
(L.S.)
Loredana Capellazzo, Paola Trivellato
IL ROSSO DEL DOLORE
Rovigo, 2002
Anche il Polesine può finalmente fregiarsi di avere il suo romanzo storico. Se autori della nostra terra consacrati dalla fama, in primis la triade Piva, Rizzi e Palmieri, avevano provveduto fin dai primi decenni del secolo scorso a valorizzare con i loro versi gli aspetti poetici dell’area delimitata dai grandi fiumi, ancora nessuno aveva concepito una narrazione di così ampia portata ambientata nella provincia di Rovigo.
A colmare la lacuna hanno provveduto Loredana Capellazzo e Paola Trivellato, autrici di una trilogia collocata nel Polesine del XX secolo, proposta col titolo unificante “Il colore del tempo”. Dopo il primo volume “L’oro del grano”, edito nel 1998, è ora uscito “Il rosso del dolore” che continua la storia delle tre famiglie conosciute nella prima opera conclusa con i luttuosi avvenimenti della prima guerra mondiale.
“Il rosso del dolore” abbraccia un arco temporale più ampio, fino al drammatico evento dell’alluvione del 1951, indagando con acume nelle pieghe della storia italiana caratterizzata prima dalla rapida ascesa del fascismo e poi dalla sua devastante dissoluzione. Su questo sfondo – tenuto ben presente dalle autrici, che con note a piè di pagina hanno inteso documentare la serietà della ricerca storica che ha preceduto la stesura dell’opera – si muovono sia personaggi storicamente reali, sia quelli di invenzione, protagonisti delle vicende del romanzo, appartenenti a tre famiglie inizialmente legate da vincoli economici e di lavoro: i Bellon, proprietari terrieri, i Candian, affittuari, e i Tognolo braccianti. Gradualmente i protagonisti del primo volume con l’incedere del tempo divengono meno incisivi, per l’affacciarsi sulla scena degli interpreti della seconda generazione.
Tra questi spiccano in particolare il pensoso Ettore Bellon, a poco a poco sempre più critico nei confronti del Fascismo fino alla scelta dell’esilio in Francia che cambierà radicalmente la sua vita, e il positivo Umberto Candian, divenuto maestro dopo un passato di seminarista, che attua una svolta nelle consuetudini rurali della famiglia di provinienza: egli infatti stabilisce la sua residenza nel capoluogo, dando vita ad una famiglia moderna, staccata dal contesto patriarcale.
Per ricucire il filo degli avvenimenti narrati con episodi antecedenti, le autrici fanno spesso uso della tecnica del flash back, evidenziata dalla scelta del corsivo che agevola il lettore nel passaggio ad un diverso contesto cronologico. La narrazione in ogni caso procede rapida, sostenuta da una trama ben studiata, che conferisce ampia credibilità agli avvenimenti e all’azione dei vari personaggi, alle cui vicende il lettore prende parte con interesse, calandosi nel contesto storico di un passato ancora tanto vivo e discusso quale fu quello caratterizzato dall’era fascista. E non è azzardato osservare che, attraverso i problemi, i crucci, le speranze e le soddisfazioni dei vari personaggi, gli stessi avvenimenti storici si comprendono meglio di una fredda lettura di date e vicende politiche illustrate dai testi di storia.
Un libro quello di Loredana Capellazzo e Paola Trivellato che presenta dunque anche degli evidenti valori didattici, per cui non va trascurata l’ipotesi di un suo utilizzo anche nelle aule scolastiche… in attesa naturalmente del terzo volume.
(Lino Segantin)
Gianni Azzi (a cura di)
CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA
Editrice S.I.T., Treviso, 2002
Voluto dalla Parrocchia di Costa di Rovigo a conclusione degli importanti lavori di restauro della chiesa parrocchiale, il volume si apre con annotazioni storiche che informano il lettore di come il territorio di Costa fosse, in un lontano passato, soggetto ai monaci benedettini di San Cipriano di Murano, i quali in seguito ad un accordo con il vescovo di Adria, provvidero alla costruzione della prima chiesa, eretta tra il 1163 e il 1167. Ricostruita più ampia nel 1300, la chiesa agli inizi del XIX fu innalzata di oltre tre metri nella parte centrale e la volta affrescata da Giambattista Canal.
Dopo alcune pagine dedicate alle visite pastorali, e ad una biografia dei sacerdoti che ressero la chiesa del XX secolo, il volume presenta una relazione tecnica degli interventi di ripristino dell’edificio stesa dall’arch. Ermanno Magosso, seguita da una successiva, a firma dell’arch. Vanni Tiozzo sul restauro degli affreschi, realizzato grazie al sostegno della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.
La seconda parte del volume è ricchissima di immagini, che permettono di documentare l’importante opera di restauro ed apprezzare il valore dei dipinti: sia quelli affrescati – opera di G. B. Canal per quanto riguarda la Chiesa e Mattia Bortoloni per il soffitto della Sagrestia -, sia quelli su tela. In particolare di questi però mancano nel testo – e questo dispiace rilevarlo – annotazioni sugli autori e i secoli in cui furono realizzati e collocati a Costa. Unica eccezione la pala d’altare raffigurante la B. Vergine col Cristo morto e S. Giovanni Evangelista, che si apprende attribuita al veneziano Fabio Canal padre di Giovanbattista.
Può inoltre restare deluso anche chi si aspetta, in un volume tanto ricco di immagini ed ottimamente confezionato sul piano tipografico, di trovare informazioni sugli aspetti architettonici che più interessano il visitatore del tempio, quale la facciata, l’altar maggiore, gli altari laterali e il fonte battesimale. Carenze a cui si potrà por mano in una auspicabile ristampa del libro.
(L. S.)
Gianni Sparapan
EOLO
Adria, Apogeo, 2002
La vicenda di Eolo Boccato, raccontata da Gianni Sparapan, nasce sull’onda emotiva delle rivelazioni rese dall’adriese Mario Santi che, con uno scottante memoriale di dieci pagine divulgato post mortem nel 2000, ha riaperto uno dei capitoli più tragici della Reisstenza adriese.
Personaggio assai controverso, Eolo Boccato fu da alcuni considerato un omicida senza scrupoli, da altri un eroe. Nelle campagne cavarzerane ed arianesi molti ricordano con benevolenza il Boccato e la sua banda che appoggiavano gli alleati ed assicuravano derrate alimentari ai contadini delle borgate. Fu merito della banda Boccato se molti non perirono e gli Alleati riuscirono a svolgere il loro lavoro a terra nel Delta. Dall’altra sono ascritti al Boccato e alla sua banda efferati omicidi, culminati nel rapimento di Iolanda, giovane quattordicenne, e nell’eccidio dei Gaffarelli, l’episodio che fece più scalpore perché vide la morte, a freddo, anche di bambini.
Sparapan, con stile lucidissimo, semplice e lineare, non nasconde prodezze e nefandezze del suo Eolo, perseguendo una ricostruzione assolutamente meritoria perché la storia – sembra dirci l’autore – deve nascere e crescere in una luce obiettiva. Non intende negare i delitti della banda Boccato, bensì fare chiarezza sulle dinamiche in cui si verificarono, scoprendo le linee direttrici della spietatezza in cui, in ultimo, Eolo e i suoi fedelissimi incapparono, come in una malattia, come in un’ossessione. Perchè la violenza, come l’erba cattiva, mette radici ovunque, e soprattutto è contagiosa come un’infezione, ossessionante come un’incubo.
Per meglio delineare l’ambiente e i costumi sociali, l’autore inoltre non esita a menzionare e descrivere luoghi e tradizioni, dedicando particolare attenzione all’uccisione del maiale, una sorta di metafora della tragedia dell’uomo o forse dell’ineluttabilità del destino. Come è capitato ad Eolo che, giustamente o ingiustamente creder si voglia, ha concluso i suoi giorni in modo violento.
Altro merito della narrazione è l’indagine sulla giovinezza di Eolo. Sparapan analizza i motivi formativi del suo bagaglio politico e della sua dolorosa umanità: la mattanza, le cadenze religiose, i giochi infantili e gli amori adolescenziali scandiscono un mondo non ancora sconvolto dalla guerra, dal male. Il male che cresce a poco a poco fino ad esplodere con irruenza, mentre i destini si intrecciano e si sviluppano in un mosaico composito di deliri, gaiezze, passioni, dolori.
E c’è ancora ad Adria chi ricorda ben quei tragici giorni contrassegnati da fatti sanguinosi ed orrendi: corpi appesi ai lampioni, teste mozzate messe in vetrina. Ed Eolo rappresenta ancora una ferita aperta, una ferita adriese e polesana che commemora la peggiore delle guerre, quella civile che tante vittime innocenti lascia sul campo.
(Erica Tiozzo)
Roberta Fava
NON SOLO AMORE
Edizioni Helicon, Firenze 2001
Inatteso libro di poesie quello che ci propone Roberta Fava, apprezzata autrice del delta polesano la quale, in controtendenza con le tematiche più consuete dell’ispirazione lirica, dedica molti dei versi della sua recente silloge alle cose de tutti i giorni. All’abbigliamento innanzitutto che apre il volumetto con una composizione didicata alla Camicia, “…dono degli Dei/ per una vita/ fatta di intrecci perenni”, seguita da un’altra riferita alla Gonna “dolce intrigante veste”, e poi all’ Abito, alla Sciarpa, alla Borsetta e così via.
Per il lettore risulta sorprendente scoprire come anche gli indumenti in qualche modo abbiano un’anima: ovviamente quella che in essi viene proiettata di chi li usa facendone un prolungamento della propria personalità. Varie composizioni si soffermano proprio su questo rapporto tutt’altro che causale – forse più tipico della psicologia femminile – con gli indumenti, i quali, in un mondo avaro di dolcezze, “sanno dare quel calore che spesso non c’è”. E nell’abito, Roberta Fava scopre uno scopo ben più importante di quello di offrire un riparo alle membra:“dolce intrigante veste,/ sostieni le confuse giornate/ di mille donne all’opera intente.”
Dopo gli indumenti le parti del corpo: Volto, Occhi, Mani, Piedi. Poi la Casa e le sue cose: Specchio, Letto, Lampadario, Cucina, Pane ed altre ancora. Composizioni in cui, dagli esseri inanimati, silenziosi compagni di vari momenti delle nostre giornate, l’autrice coglie messaggi positivi, senzazioni di protezione, suggestioni pacificatorie.
Poesia in controtendenza – si diceva – per l’originale scelta degli argomenti, tanto concreti da sembrare del tutto impoetici, nei quali invece, sorprendentemente, Roberta Fava sa trovare risonanze umanissime; ma anche in controtendenza con l’uso più frequente del linguaggio della poesia, solitamente ricercato per esprimere momenti di struggimento interiore, echi di dolore profondo o angosciose testimonianze di smarrimento. Niente di tutto questo: l’autrice della originale raccolta utilizza il linguaggio poetico per illuminare condizioni di pacificazione interiore, per sondare il mondo quotidiano alla ricerca di ancoraggi carichi di positività, inviandoci un rassicurante messaggio di vita: anche dalla concretezza delle cose più comuni, può fiorire un sentimento, può prendere vita lo slancio giusto “… per arrivare più vicino al cielo”.
(Lino Segantin)