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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il Mercato della Centuriazione

    Il sottotitolo l’ho tratto da un mio libro di latino del liceo, che sono stata spinta a riaprire in occasione della VII edizione del Mercato della centuriazione romana, svoltosi nel centro storico di Villadose dal 30 agosto al 1 settembre 2002.

    Credo che il significato sia che vi è un collegamento tra l’esperienza moderna e l’antico: riflettere sulla prima, aiuta a comprendere il secondo. Ma si adatta meglio all’argomento dell’articolo pensare che sia vero anche l’inverso e cioè che per comprendere le cose moderne è utile non dimenticare l’esperienza del passato.

    So, comunque, di non essere stata l’unica ad aver riaperto e spulciato i libri, le grammatiche e i vocabolari di latino, per prepararsi all’evento all’insegna della romanità. La “tre giorni” di Villadose è iniziata venerdì 30 agosto con la seguita rappresentazione teatrale “Nella follia (tragicaMENTE)” a cura del laboratorio di teatro del Liceo Ginnasio “Bocchi” di Adria.

    Più ricchi di eventi sono stati i giorni successivi. Per l’occasione, poi, i luoghi e gli spazi di Villadose, occupati dalla manifestazione, sono stati ribattezzati, per cui “P.zza A. Moro” è diventata il Foro Romano; “P.zza Barchessa”, Piazza della Centuriazione; il “municipio”, Villa; il giardino, Hortus e il corso principale era diventato l’Ager Athesis Parvus.

    Le manifestazioni si sono aperte con un importante appuntamento che ha coinvolto studiosi ed esperti della romanità: il IV Convegno di Archeologia Sperimentale. E’ stato poi inaugurato l’accampamento della Legio I Italica, allestito in piazza del Foro Romano; successivamente la visita guidata al Museo della Centuriazione Romana e la mostra intitolata “IL DECUMANO da Mirano a Lubiana lungo la via Annia e la via Gemina” presso il municipio. Anche la serata è stata caratterizzata da uno spettacolo teatrale: “ROMA AMOR BELLUM”, esibizione molto applaudita ispirata alla vita di Zenobia, regina siriana, che osò sfidare i Romani.

    Per quanto riguarda l’aspetto culinario, la Taberna del Legionario, collocata in piazza della Centuriazione, ha aperto ufficialmente, dopo la summenzionata performance, con una succulenta proposta chiamata secundae mensae, che consisteva in un piattino abbondante di mellita crustula (biscotti al miele), crustula cum amygdalina et uva passa (ciambelline con mandorle e uvetta) mulsum (vino addolcito al miele), patinam de piris (torta di pere), poma (frutta fresca), nuces, nuces amygdalae et dactyli (frutta secca).

    La domenica, il giorno più intenso, ha visto l’affluenza di moltissima gentes (si vocifera qualche migliaio).

    Quel giorno io, come molti addetti ai lavori e visitatori, indossavo una tunica, i capelli acconciati (avendoli corti, ero, ahimè!, fuori moda per l’epoca, che suggeriva al contrario: lunghezze e riccioli) un paio di sandali di pelle chiara e qualche monile. Innanzi tutto, comincerò con il dire che il tempo è stato clemente e che Giove, il Padre di tutti gli Dei, ci ha risparmiato la pioggia, lasciando solo Eolo libero di indispettirci con qualche soffio fino al pomeriggio, quando è poi uscito Apollo con la sua biga, trainante il sole splendente.

    Già dal mattino era possibile gustare presso la Taberna del Legionario la prima colazione (ientaculum) composta da mellita crustula (biscotti al miele), basynias et encytos (ciambelline), mel (miele), patinam de piris (torta di pere), poma (frutta), mali sucus (succo d’arancia), arabica potio (caffè) Proprio così!!! Lo so cosa state pensando: “All’epoca il caffè ancora non lo conoscevano!!!” Già! Ma vi posso rispondere che, al giorno d’oggi, c’è chi teme che il giorno (dies) inizi sotto cattivo auspicio senza una tazzina di caffé. E i romani, si sa, ci tenevano ai buoni auspici!

    La stessa Taberna proponeva una Gustatio, per 5 sesterzi, una Legionarii lista per 10 sesterzi e una Centurionis lista per 15 sesterzi¹.

    Una volta rifocillati, era possibile zigzagare tra gli spazi, che riproducevano la vita degli antichi Romani: due ragazzi intenti a giocare con i dadi, una fanciulla che li osservava; una bambina che giocava con un sasso su uno schema simile all’attuale scalone; la parrucchiera, che acconciava con pettinature in voga al tempo, la ritrattista, che successivamente ho saputo aver eseguito ben ventuno disegni; il banchetto della Maga Lavinia, che leggeva le carte, la bancarella dei monili, quella degli strumenti solari (quali meridiane e non solo).

    Il mercato, invece, allestito lungo l’Ager dell’Athesis Parvus proponeva una serie di bancarelle e presentava i prodotti dei commercianti, che avevano voluto aderire alla manifestazione esponendo e vendendo la propria merce: le mele (poma), oggetti in ferro (ferrum) con tanto di fabbro (faber ferrarius) all’opera, il pane (panis), l’aglio (alium), la ceramica (fictilia), i tamburi in pelle (tympanum), la frutta secca e fresca, i salami. Poi c’era anche qualche bancarella non del tutto in sintonia con l’epoca, come quella dei limoncelli e sorbetti, proposti da una nota ditta polesana, con le bottiglie di liquore colorato ben esposte. Inutile osservare la scarsa rispondenza con le pozioni romane: una trasgressione, come del resto quella del caffè ben accolta dai contemporanei.

    Nel primo pomeriggio un folto gruppo ha cominciato a radunarsi presso un angolo di Piazza della Centuriazione per assistere alla spettacolare lotta greco-romana. Un’esibizione che ha riscosso parecchio successo. I protagonisti erano sei atleti (athleta), che indossando solamente l’indispensabile per proteggersi e coprire le parti intime, mentre le mani erano l’unico strumento offensivo e difensivo. Hanno effettuato ripetuti scontri a coppie, prima proponendo duelli tra giovani di simile corporatura e poi anche tra atleti di peso differente, evidenziando come l’agilità e il saper cogliere l’attimo opportuno fossero determinanti per raggiungere la vittoria. Ciò che più mi ha colpito è stata la destrezza e la velocità con cui si torcevano, una volta a terra, prima di rimanere bloccati dall’avversario, ruotando con colpi netti della schiena. Il pubblico ha apprezzato moltissimo l’esibizione, ma nessuno ha colto poi la sfida lanciata dagli “pseudo-bronzi di Riace” a battersi con loro.

    Ogni tanto lungo le vie del paese si incontrava un gruppo di “stranieri”: erano Celti, una dozzina circa e tutti veramente caratteristici: piuttosto alti, vigorosi, con abbigliamento celtico, il volto pitturato, pelli e pellicce addosso e qualche arma o scudo. C’era pure una donna dalle trecce bionde e lunge. Passeggiavano allegri lungo le strade e facevano qualche battuta fino al momento in cui hanno simulato uno scontro con la Legio I Italica tra schiamazzi e fragorose sferzate di spada sugli scudi: 1-0 per i Legionari… almeno in questa occasione.

    Sull’Hortus (il giardino di fronte a Palazzo Patella) a metà pomeriggio è stato il momento delle scene di vita familiare in una casa della centuriazione. La scenetta era in mano a tre bambini delle scuole elementari di Villadose, che riproponevano un dialogo vivace tra marito e moglie: lei che gli rimprovera di non valere nulla, di farle sopportare sacrifici e rinunce (“Non abbiamo neppure quattro sesterzi per comprare una tunica nuova e sotterrare quella lacera che ho indosso, così da dare soddisfazione al G.A.V., che la ritroverebbe tra 2000 anni!!!”) e lui che ribatte di essere stato un legionario e che la sua parte la fa, eccome!!! Il tutto presentato in un arguto linguaggio maccheronico in cui l’italiano si mescolava con il dialetto e qualche parola latina. Un vero spasso, che ha entusiasmato il pubblico presente.

    Verso le 18.00 è partito il Corteo dei personaggi in costume, che si portava al Circus per i Ludi. Scorrevano lungo le strade, raccogliendo scroscianti applausi dagli spettatori ai bordi delle vie: due consoli, un centurione, legionari, danzatrici (salptationes), Celti, dominae et viri, pueris et puellae.

    L’ultimo appuntamento era alle 19.00, di ritorno dai ludi, presso l’hortus della villa per il rito dei Compitalia. Questo rito spingeva i coloni della centuriazione a portarsi all’incrocio fra un cardine e un decumano (le strade principali, perpendicolari fra loro di un terreno segnato da centuriazione) per venerare i Lari (divinità italiche collegate al culto degli antenati, anche se di probabile origine agricola) e i censori ne approfittano per contare gli abitanti liberi e gli schiavi. Io credo di non risultare nel censimento dell’anno 2002 perché, un po’ stanca dalla giornata iniziata alle 7.00, mi ero seduta nei pressi della taverna, rinunciando a rivelare la mia esistenza.

    Vista l’ora e ascoltati i morsi della fame, molto populus si è recato presso la Taverna del Legionario al punto di esaurire tutte le scorte per la gioia degli organizzatori. Oltre alla taberna, vi era il thermopolio al Foro Romano che proponeva prelibatissime e calde focacce, sfornate da un forno mobile, allestito per l’occasione e imbottite di salame, porchetta, formaggio a scelta. Una squisitezza!!!

    In conclusione mi sembra che la manifestazione si sia svolta nei migliori dei modi, richiamando moltissimi visitatori che, dopo il divertimento e i sinceri applausi alle scene più rievocative della romanità, mi auguro abbiano provato come la scrivente un rinnovato interesse verso il mondo antico riandando magari ai libri di scuola.

    Sono inoltre certa che la festa romana è stata per molti l’occasione per conoscere che, anche in terra polesana, i romani hanno lasciato importanti tracce, apprezzabili, oltre che al Museo Archeologico di Adria, anche nella Mostra della Centuriazione di Villadose realizzata dal gruppo archeologico del G.A.V.².

  • Il Polesine dal cielo

    Nei giorni che precedono la manifestazione c’è sempre un gran fermento all’aviosuperficie di S. Apollinare. Organizzare una festa così importante non è cosa da poco per i soci del locale Aeroclub “Luciano Baldi” di Rovigo che da otto anni ripropone questa interessante e spettacolare manifestazione aerea dal titolo “Il Polesine dal cielo”, indirizzata a tutti gli appassionati di questo sport e aperta al pubblico rodigino.

    I festeggiamenti si sono aperti sabato 20 luglio con l’inaugurazione della mostra allestita al Centro commerciale “La Fattoria”, che anche quest’anno ha rinnovato la sua collaborazione. Sono stati esposti al pubblico: un deltaplano a motore, un aliante, un motore stellare e una copia fedele del mitico Flyer dei fratelli Wright costruito da Giancarlo Zanardo e unica macchina ancora in grado di volare.

    Presso il Centro commerciale si è svolta inoltre un’importante conferenza dal titolo “A cento anni dal primo volo” a cui sono intervenute alcune autorità rodigine nonché i presidenti dell’Aeroclub di Rovigo, Renzo Marangon, dell’Aeroclub d’Italia, Mario Testa e i comandanti Zanardo e Fornaciari.

    Questi ultimi hanno interessato la platea con il loro nutrito bagaglio di esperienze, sia come piloti che come costruttori di copie di aerei d’epoca il primo e come appassionato del volo di montagna il secondo.

    Particolare attenzione è stata posta alla importante ricorrenza del centenario del primo volo, compiuto nel 1903 dai fratelli Wright, che percorsero trentasei metri di pista all’altezza di poche decine di centimetri con un Flyer la cui replica è stata portata in volo appunto dal comandante Zanardo.

    Nello stesso pomeriggio in cui si svolgeva l’interessante conferenza, un elicottero decollava ripetutamente dal piazzale de “La Fattoria” compiendo voli turistici su Rovigo e dintorni per il piacere e la curiosità di tutti i cittadini che volevano provare questa entusiasmante esperienza.

    Contemporaneamente, all’aviosuperficie, un esercito di volontari aviatori ripuliva e ordinava i due hangar, uno per contenere gli ultraleggeri, l’altro per ospitare i tavoli e le panche per il convivio dei numerosi ospiti che sarebbero arrivati l’indomani con i propri aerei dai vari Aeroclub più o meno lontani. Neanche le signore, mogli di così intraprendenti soci, sono state risparmiate da questa piacevole fatica: trasformata la Club house in una vera e attrezzata cucina, si sono esibite per giorni nella preparazione di ravioli, torte e ogni altro ben di Dio per appagare i palati dei graditi ospiti.

    Alla fine tutto era pronto, l’organizzazione aveva funzionato ancora una volta, e la festa poteva incominciare. Infatti domenica 21 luglio, sin dalle prime ore del mattino, tutti gli aerei e i deltaplani del Club erano schierati ai margini della pista in segno di benvenuto a tutti i partecipanti che arrivavano con i loro mezzi, volteggiando leggeri nel cielo prima di atterrare. Il pubblico, trovato un ampio spazio dove parcheggiare le auto, è accorso numeroso e ha contribuito a rendere questa giornata variopinta e gioiosa.

    Le esibizioni aeree si sono succedute una dopo l’altra per tutto il pomeriggio, culminando con le acrobazie di Loreto Iampieri con il suo Pitts special e di una pattuglia formata da quattro Iak; per finire la spettacolare performance del comandante Zanardo che, al comando del suo triplano da caccia Fokker DR1, replica di quello del Barone Rosso, ha simulato epiche battaglie aeree della 1a Guerra Mondiale.

    A fine giornata, con questo incredibile spettacolo negli occhi e nel cuore, si poteva leggere nei volti della gente, che pigramente lasciava l’aviosuperficie, molta soddisfazione perché il pranzo era stato ottimo, la giornata bella, la festa piacevole e soprattutto gli aerei e i voli entusiasmanti.

    Beh!, arrivederci al prossimo anno.

  • La Casa Albergo per anziani

    Nell’ambito del “Settembre lendinarese”, si sa, un’attenzione particolare si rivolge al Santuario della Madonna del Pilastrello, patrona della Città. Da qualche anno, i fedeli alla Madonna e quanti sono interessati alle iniziative cittadine non mancano di visitare le esposizioni allestite internamente alla “Casa Albergo per Anziani”, situata proprio in prossimità del Santuario. Quest’anno l’Amministrazione dell’Ente ha voluto festeggiare con i Lendinaresi i centocinquant’anni di vita della struttura ed a tal fine autorità, ospiti e cittadini esterni hanno celebrato la ricorrenza.

    Con l’occasione è stata inaugurata la Mostra di Fotografia e di Pittura “I Centocinquant’anni della Casa”. Accedendo all’accogliente e spaziosa Sala Polivalente “Silvestro Camerini”, ove era ospitata l’esposizione pittorica di opere partecipanti ad un concorso indetto dalla Casa Albergo, è stato possibile ammirare tele dai colori vivaci ed accattivanti, nelle quali il protagonista assoluto ed indiscusso era l’anziano. I vari autori hanno voluto sottolineare, ognuno secondo le proprie tecniche e caratteristiche, il loro personale modo di concepire, amare e rispettare questa fase della vita, ricca di grande esperienza e detentrice di molteplici tradizioni. I colori caldi ed accoglienti caratterizzanti le tele intitolate in modo più o meno metaforico all’autunno e le tonalità delicate eppure vive inneggianti alla primavera delle prospicienti opere formavano un complesso integrato e completo, trasudante l’idea che l’autunno della vita “la vecchiaia” si rivesta di primavera “la giovinezza” perché lo spirito, se si vuole, non invecchia mai.

    Questa variopinta anticamera conduceva il visitatore a fare un tuffo nel passato seguendo la ricostruzione storica della vicenda della Casa Albergo. Un pannello in posizione rilevante è stato dedicato alla memoria del ricco industriale e commerciante Paolo Fasiol, grazie al cui consistente lascito testamentario, ebbe origine il primo nucleo della Casa. Infatti nel suo testamento (correva l’anno 1842) egli lasciò in eredità un quarto del suo patrimonio alle Parrocchie di S. Sofia e S. Biagio, con specifica clausola che vincolava l’amministrazione del denaro a favore dei poveri e dei bisognosi, con l’intenzione di creare un “Asilo di Ricovero”. E così fu.

    A seguito della disposizione di un fondo con “somma capitale di austriache lire 75.645,33 in domini e capitali (fruttanti il cinque per cento annuo)”, come citano i documenti dell’epoca, fu istituita per occuparsi della gestione del suddetto fondo una “Commissione di Beneficenza della Città di Lendinara” avente il preciso obiettivo di creare una “Casa di Ricovero ed Industria” per anziani, vedove ed orfani.

    Alla necessità di trovare una struttura adeguata, sopperì il Cav. Commendatore Silvestro Camerini da Ferrara, il quale nel 1846 acquistò dal Demanio Asburgico l’antico Monastero degli Olivetani e lo donò alla Commissione di Beneficenza secondo i voleri di Fasiol. Così, secondo gli atti conservati nell’Archivio Storico della Casa Albergo, dopo la costituzione a “Ente Morale” della struttura e l’approvazione della Provincia, il 29 Agosto 1852 ebbe luogo l’inaugurazione della “Casa di Ricovero ed Industria”, la quale ospitava inizialmente ventiquattro lendinaresi. In meno di vent’anni, grazie anche alle numerose donazioni in denaro e beni personali da parte di molti caritatevoli benefattori, il numero dei ricoverati raddoppiò e venne creata una nuova ala per ospitare sedici orfanelle. Oltre che dalle suddette entrate di beneficenza, le spese venivano coperte dalla buona amministrazione dell’ente e dai lavori artigianali (tessitura, calzoleria, falegnameria) funzionanti all’interno della struttura. L’infermeria, la cucina, il guardaroba e la dispensa furono affidati alle cure delle Suore dell’Ordine della Carità di Santa Giovanna Antida Thourez.

    Sintesi ed emblema della grande solidarietà ricevuta e segno di estrema gratitudine nei confronti dei benefattori è la magistrale raffigurazione realizzata dal pittore decoratore Giovanni Biasini rappresentante due Angeli che sostengono lo stemma della Città di Lendinara, avvolto in un drappo dorato che reca l’iscrizione “Carità”. Tale opera fu commissionata dall’Amministrazione nel 1892.

    I lavori di ampliamento e nuove acquisizioni fecero sì che dal 1898 al 1912 funzionasse un orfanotrofio con quaranta bambini.

    Durante la Seconda Guerra Mondiale i Tedeschi utilizzarono la struttura come ospedale da campo, facendo ricoverare giovani soldati feriti gravemente o in fin di vita; alla fine delle ostilità nella Casa erano ospitate trecento persone. Nel riassestamento generale del secondo dopoguerra, furono eseguiti molti lavori di ristrutturazione ed ampliamento dell’edificio.

    Il 1988 segnò il passaggio dell’ente da “IPAB” a “Pia Casa di Ricovero di Lendinara” all’attuale denominazione “Casa Albergo per Anziani di Lendinara”; conseguentemente il Consiglio d’Amministrazione della Casa Albergo (composto dal Presidente, dal Vice-presidente e da tre Consiglieri) ha redatto un apposito Statuto ed ha confermato gli scopi di cura ed assistenza all’anziano autosufficiente e non, senza fini di lucro.

    Tutta la storia della Casa, in occasione dei 150 anni di vita dell’istituzione, è stata illustrata su pannelli e documentata con atti cartacei d’epoca; interessante, però, è stata anche l’esposizione di una ricca documentazione fotografica del passato dell’istituto: una sezione dedicata a bellissime foto in bianco e nero posta a testimoniare le varie fasi della costruzione “storica” dell’attuale struttura.

    Con un simpatico gioco di rimandi tra passato e presente, è stata disposta una seconda sezione con foto recenti, a colori, della Casa come si presenta oggi animata dalle molteplici attività che in essa vengono svolte.

    Simpaticamente, in prossimità dell’accesso alla Casa Albergo, proprio nel vano di fronte alla portineria, è stato infine allestito un angolo che porta alla mente una piccola scena di vita domestica: manichini sfoggiano abiti d’epoca degli ospiti e delle suore che prestavano la loro opera. In una vetrinetta sono inoltre state esposte varie stoviglie ed utensili ormai divenuti oggetti d’antiquariato.

    Al termine della visita di questa mostra ed al complesso della struttura ove passeggiano sereni o rispondono riconoscenti ad un saluto gli anziani ospiti, è piacevole la spontaneità di un sorriso di assenso che sale alle labbra leggendo il saggio e dolce componimento di Luigi Terrazza, polesano amante della poesia dialettale, intitolato proprio “Anniversario Centocinquanta”, recitato davanti alle autorità durante la celebrazione dell’anniversario ed esposto nell’ambito della mostra. Così egli conclude: “E del laoro svolto col cuore da l’infermiera e l’operatore rivolto sempre a la persona, je promovemo a pieni voti parchè fan contenti tuti i vecioti e tien alegra la Madona”.

  • Quei cavalli da corsa

    La mostra “Cavalli da corsa nel Veneto antico”, allestita presso il Museo Archeologico Nazionale di Adria, ha portato a galla le antiche origini degli abitanti di questa regione.

    Omero nel secondo canto dell’Iliade cita un gruppo di Paflagoni chiamati Eneti ch’erano stanziati su un’ampia area affacciata sul Mar Nero. Erano guidati da Pilemene ed alleati dei Troiani. Tito Livio racconta che, alla morte di Pilemene, Antenore con un gruppo di Eneti “pervenne nella parte più interna dell’Adriatico e, cacciati gli Euganei, …gli Eneti assieme ai Troiani occuparono quelle terre…L’intera gente prese il nome di Veneti”.

    Anche nell’Eneide virgiliana si fa cenno a questi avvenimenti. Non mancano poi i riferimenti alla terra veneta come luogo di origine della razza delle mule selvatiche, incroci spontanei tra asini e cavalle. Ne parla Esiodo, Alcmane, Esichio, Euripide. Strabone conferma la caratteristica dei popoli Veneti: la loro specialità era quella di allevare cavalli.

    Anche Dionisio il Vecchio apprezzò gli allevamenti dei destrieri veneti. Nella sue peregrinazioni dopo la guerra di Troia, l’eroe greco Diomede arrivò nella nostra terra ed ebbe modo di apprezzare questa loro particolare attività.

    La mostra allestita nel Museo Archeologico Nazionale di Adria promossa dalla Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto in collaborazione con la Provincia di Rovigo ed il Comune di Adria, ha offerto un’ampia dimostrazione di tale caratteristica dell’antico popolo veneto e la pregevole iniziativa è servita per riscoprire le nostre origini. La mostra, inserita in un circuito nazionale per la valorizzazione diffusa dedicata allo sport nell’antichità, è stata voluta dalla Direzione generale per i beni archeologici del Ministero per i beni e le attività Culturali e fa parte di un progetto culturale che proporrà, per i prossimi anni, argomenti sempre attinenti all’agonismo antico individuando di volta in volta tematiche per lo più attinenti ad aspetti della vita quotidiana e sociale.

    La mostra adriese è stata inaugurata dalla soprintendente reggente per i beni archeologici del Veneto, Maurizia De Min.

    Sono intervenuti il sindaco Sandro Spinello, l’assessore provinciale alla cultura Gioia Beltrame e numerose altre autorità. La manifestazione è stata curata e coordinata dalla direttrice del museo adriese Simonetta Bonomi.

    In tale occasione, la sovrintendente De Min ha illustrato l’importanza della mostra aggiungendo che Adria mantiene sempre vivo il legame tra il museo, gli adriesi e le istituzioni esistenti. Simonetta Bonomi ha evidenziato alcune caratteristiche dell’esposizione facendo cenno anche ad un elemento che di solito viene trascurato, cioè al colore azzurro che gli antichi veneti avevano adottato come emblema : “Si tratta di un elemento cromatico tra il verde e l’azzurro, lo stesso che si trova nel mare Adriatico nelle vicinanze della costa”.

    Giovanni Sammartini infine ha esposto l’intervento della Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo a favore del museo. Si tratta di un contributo di 260 mila euro che servirà a sistemare la “Tomba della Biga” ed il lapidario. Numeroso il pubblico che ha fatto visita alla mostra situata nella saletta del primo piano della struttura.

    L’iniziativa è stata anche l’occasione per sposare la ricerca archeologica col teatro: al cantiere degli scavi, che continua portare alla luce frammenti e pietre antiche, si è voluto affiancare quello della ricerca teatrale. Infatti, nella serata subito dopo l’inaugurazione, la compagnia di Padova Teatrocontinuo ha rappresentato una pièce dal titolo “Antiche pietre e parole antiche”, una performance – spettacolo progettata su misura per il museo di Adria, un percorso itinerante fuori e dentro il museo che ha proposto una suggestiva serie di richiami e collegamenti tra l’archeologia e la letteratura, tra la storia ed il mito.

  • Delta POesia

    Il Delta del Po “non assomiglia ad alcun altro delta, (…) non assomiglia ad alcun altro paesaggio italiano; offre qualcosa che nessun’altra vacanza, nessun’altra residenza offre: il miscuglio incessante della distensione paesana e la dinamica vivente del fiume”, scrisse Ruggero Orlando tanti anni fa. Oggi, questa terra dove il grande fiume diventa mare, grazie alla capacità di valorizzazione delle proprie risorse, ha saputo riscattarsi fino a diventare una realtà vivace e dinamica, economicamente attiva.

    Nel 1998 il Circolo Culturale “2000”, opportunamente sostenuto dal Comune di Rosolina, ha inteso dare vita ad un progetto culturale per rendere più visibile all’esterno il proprio territorio e per cogliere tutte le opportunità derivanti dalla sensibile crescita del turismo legato ad eventi culturali di notevole richiamo. Nasce così DeltaPOesia, un progetto articolato che abbraccia Letteratura, Teatro, Arti Visive e Musica, che si muove all’interno di linee guida capaci di creare eventi spettacolari e artistici atti a promuovere il Delta del Po.

    Dopo le prime due riuscite edizioni, lo scorso settembre, nella suggestiva atmosfera del Giardino Botanico di Porto Caleri, ha avuto luogo la cerimonia di premiazione della terza edizione del concorso di Poesia edita e inedita, che ha visto la partecipazione di circa 500 poeti provenienti da tutta Italia, con prevalenza dal Centro-Nord.

    Per l’inedito la giuria – di grande valore, composta da Carlo Rao (presidente), Marilla Battilana, Gilberto Finzi, Vincenzo Guarracino e Stefano Valentini – ha attribuito il primo premio ad Alessandra Orsatti di Portomaggiore per il trittico dedicato a Roberto Sanesi dove “la figura del poeta recentemente scomparso è rievocata nelle forme di un’allocuzione densa di amore e cultura, in un congegno di parole di raro equilibrio e preziosità”; il secondo premio a Massimo Scrignoli di Ferrara i cui testi propongono “una progressiva messa a fuoco delle ragioni stesse del fare poesia”; il terzo premio ex aequo a Lorenzo Morandotti di Caslino al Piano e a Giovanni Perrino di Poggio Rusco, il primo per una scrittura che “mette in scena una parola geometrica e corposa, che con calma e compostezza insegue sfuggenti brandelli di verità per comporli in un difficile mosaico sapienziale” e il secondo perché “risvegliate da uno sguardo laterale ritornano lievi sul filo delle dita (della penna) luoghi e canti memoriali, antiche stagioni di iniziazione e fuoco, nostalgiche scaglie mediterranee”. Segnalati in questa sezione: Fabrizio Parrini di Cecina, Pier Franco Uliana di Mogliano Veneto e Silvia Zoico di Venezia.

    Per la sezione riservata alle opere edite, hanno vinto il primo premio ex aequo Stefano Lanuzza di Firenze, con la raccolta Bosco dell’essere (Fermenti) dove la poesia viene vista come “un’arte che pensa se stessa/e dischiude il tempo in una fiamma/cantante. Sogna o veglia, anagramma/silenzi, fluisce vibrando genuflessa/nel suo splendore e dura…” e Rino Mele di Fisciano per Il corpo di Moro (Edizioni 10/17), “un compatto organismo poematico in cui ragioni pubbliche e private trovano voce nelle forme di un canto teso ed emozionato, coinvolgendo il lettore in una anamnesi e in un drammatico ripensamento di ciò che fonda non solo la civile convivenza, ma anche e soprattutto la coscienza del nostro stesso essere”. Il terzo premio è stato assegnato a Giarmando Dimarti di Grottamare per Over dose – Almanacco bislacco 2001 (Stamperia dell’Arancio), “innovativa e originalissima raccolta che si propone quale viaggio-ascensione verso l’alto filosofico-religioso e verso l’altro linguistico”. Quarto premio per La spina velenosa (Edizioni Borromini) di Luigi Villa Freddi di Casale Monferrato la cui “lievità dei versi – scrive il poeta Tomaso Kemeny nella prefazione – la nonchalance dell’enunciazione, a volta sorretta dalla rima, lasciano tracce nella lettura, la mente pare diventare pellicola sensibile all’irrompere della luce verbale”.

    Segnalati: Claudia Azzola di Milano per Il colore della storia (Campanotto Editore), Stefano Bortolussi di Milano per Ipotesi di caldo (Book Editore), Daniela Monreale di Figline Valdarno per Lo sguardo delle cose (Nuova Editrice Magenta) e Maurizia Rossella di Padova per Vita naturale (Book Editore). Il Premio Speciale “Arturo Avanzi”, riservato ad un giovane partecipante (di età non superiore ai 25 anni), è stato assegnato a Matteo Fantuzzi di Castel San Pietro Terme, che “mostra di conoscere le regole del giuoco proprio nel momento in cui le ribalta senza arroganza e compiacimento” e che colpisce per “quel disincantato gusto dell’ironia che orienta e blocca ogni possibile sorriso sul filo della tragedia: un modo certamente originale per di/svelare, attraverso i tic di un certo tipo di linguaggio mediatico, contraddizioni e pigrizie collettive”.

    I premi ai vincitori sono stati consegnati dal sindaco di Rosolina, Luciano Mengoli, dall’Assessore alla Cultura della Provincia di Rovigo, Gioia Beltrame, dal Presidente dell’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po, Antonio Manzolli, e da Giuseppe Avanzi, figlio del generale e scrittore Arturo Avanzi.

    Paola Gassman e Ugo Pagliai, ospiti della manifestazione, con la consueta e magistrale capacità espressiva che è loro propria, hanno letto le opere selezionate – queste elegantemente raccolte in una plaquette distribuita al numeroso pubblico presente – rendendole materia, oltre la parola scritta, e trasformandole in corpo, voce e suono, essenza della poesia stessa.

    Poi, il gruppo “DeltaQuintet”, voce, pianoforte, flicorno, basso e batteria, ha portato insieme alla brezza che saliva dal mare, le note di brani di jazz classico, e così altre suggestioni nella consapevolezza che “le arti si intersecano”.

    Un evento significativo, che ha visto il Giardino Botanico di Rosolina Mare come luogo di incontro tra poesia e pubblico, che ha riproposto la centralità di un’attività umanizzante – il “fare” poesia – sulla quale oggi è importante puntare.

    DeltaPOesia è un seme che i Comuni del Delta, la Provincia di Rovigo, la Regione Veneto e l’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po, ma anche soggetti privati, dovrebbero ormai cercare di far definitivamente germogliare. Gli eventi di DeltaPOesia possono senz’altro interessare, come già accade per altre importanti manifestazioni culturali nate negli stessi anni (Festivaletteratura di Mantova, la Milanesiana a Milano), un pubblico sempre più nuovo e numeroso, attraverso una visione integrata dell’espressione artistica, capace di mettere in relazione i vari aspetti che indissolubilmente legano Letteratura, Teatro, Arti Visive e Musica: un modo nuovo e suggestivo per celebrare il rapporto fra Uomo, Natura e Cultura.

  • Salvaterra in Festa

    La ricorrenza del patrono di Salvaterra, S. Antonino martire è stata festeggiata domenica I° settembre con una serie di manifestazioni che hanno concluso in maniera trionfale la fine dei lavori di restauro della parrocchiale. A Salvaterra, frazione di Badia Polesine, Sua Ecc. Mons. Bruno Mazzoccato, vescovo della diocesi, ha concelebrato assieme a diversi altri religiosi una funzione solenne accompagnato dai canti della corale di S. Sofia di Lendinara, ufficializzando in tal modo l’apertura del tempio religioso restituito al suo naturale e primitivo splendore.

    I lavori di restauro, che hanno interessato gli affreschi absidali e quelli della volta, sono proseguiti con l’opera di contrasto per le muffe e l’umidità, la tinteggiatura delle pareti e delle lesene, sotto la direzione dell’architetto Daniela Mascellani della Sovrintendenza Belle Arti. L’interno dell’edificio ha acquistato una lucentezza, una calda atmosfera, una leggerezza eterea quale mai la secolare Chiesa ha posseduto. Motore, anima propositiva, instancabile tessitore, il parroco Don Luigi Lovato, al quale sia detto senza piaggeria, bisogna fare tanto di cappello.

    Ridotto l’interno della Chiesa secentesca in stato pietoso, dal tempo, dall’umidità e dai sedimenti carboniosi del vecchio impianto di riscaldamento, ci si andava chiedendo l’un l’altro quando e come sarebbe stato possibile il miracolo di una resurrezione templare, …per fermarsi subito davanti alle difficoltà, all’intesa tutta da trovare, alla probabile cifra astronomica da spendere.

    Non così Don Luigi il parroco; partito a testa bassa fra lo scetticismo dei più (lo scrivente compreso) ha saputo col suo impegno trascinare e indirizzare le energie di molti, spremere risorse da enti e istituzioni, portando a compimento l’opera.

    Durante il pranzo serale seguito alla cerimonia religiosa, nelle aule delle ex Scuole Elementari vi è stata larga partecipazione di paesani, ai posti d’onore oltre il già citato Vescovo la comunità ha avuto la soddisfazione di ospitare il sindaco di Badia Polesine Edo Boldrin che ha portato, oltre ai saluti dell’Amministrazione, un tangibile contributo, il Presidente della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo che ha creduto di contribuire con una ragguardevole quota, gli architetti Mascellani e Fioratto che hanno seguito i lavori ed altre personalità in rappresentanza di enti che si sono posti sul piano dei parrocchiani in una lodevole gara di generosità.

    E’ stato un pranzo ufficiale e fraterno allo stesso tempo, un agape da cristiani della prima ora. Proprio quel giorno il vescovo festeggiava il suo compleanno, e la Sua parola è stata di ringraziamento ai presenti, a quanti in silenzio hanno dato, e al parroco guida e catalizzatore dell’antica comunità in Salvaterra, detentrice di una consolidata tradizione di generosità.

    La domenica successiva, 8 settembre, presente in Polesine per una serie di interventi, l’ex Ministro dei Beni Culturali on. Giovanna Melandri, ha voluto rendere visita agli affreschi ultimati della chiesa e della adiacente Villa Pellegrini per i quali durante il suo ministero era stata promossa la pratica di intervento. Il sopralluogo si è svolto in forma privata, con la guida del parroco. L’ultima tessera di un ricco mosaico che premia l’impegno, la dedizione e la volontà di lasciare un segno di tutta la comunità.

    Sul piano puramente pratico e terreno, dobbiamo, ahimè, registrare le dolenti note di un paese avviato all’oblio. Non esiste più alcuna istituzione se non la Chiesa, quello che fu un comune è rimasto senza punti di riferimento civili, non un’attività industriale o artigianale se non qualche occulto laboratorio di extracomunitari. Non c’è chi si faccia interprete dei mali di una incipiente senescenza.

    Nel futuro c’è invece un progetto non richiesto: calerà, famelica, la tanto strombazzata autostrada Valdastico, a sbranare un territorio vergine, con benefici zero (perché di passaggio) e veleni tanti, tutti quelli di un modello di sviluppo messo sotto accusa perfino dai grandi della Terra.

    Difficilmente l’armonia della bella piazza, ingentilita dall’accurato disegno della facciata della Chiesa, adiacente al monumentale complesso di Villa Pellegrini, potrà interrompere la parabola discendente di questa comunità. Prospettiva questa su cui non si vuole comunque qui insistere, per lasciare spazio alle ipotesi più ottimistiche di chi vede nel futuro di Salvaterra un positivo inserimento in percorsi di visitazione turistica.

  • I dieci anni dell’Ostello

    Ampi consensi e tanto entusiasmo nei due giorni di manifestazioni per festeggiare il decennale dell’Ostello. Gratificazoni per le cuoche: “Il pesce come qui non lo mangi da nessuna parte”. E poi apprezzamenti per le tante piccole curiosità della cucina locale che trovi solo a Gorino Sullam, una sperduta frazione del Comune di Taglio di Po, a due passi dalle foci del Po di Gnocca e di Goro.

    Ma l’ostello-natura di Gorino, o meglio il “Rifugio Parco Delta del Po” non è solo cucina. Anzi. E’ un concetto di ospitalità nuovo, inventato dalla cooperativa Turismo e Cultura, adatto a gente che ama la pace, la natura, lo stare insieme semplicemente, il contatto vivo con l’ambiente in senso globale: natura, gente, lavoro, tradizioni, artigianato. Un turismo che va oltre il rito, la scena preparata per il forestiero, per arrivare alla cultura dell’incontro con il luogo, con le persone, con i disagi e le scoperte, godendo molto spesso di servizi di valore esclusivo.

    Passare serate a parlare di avventure nelle sacche e lagune del Delta e il giorno dopo uscire col pescatore, entrare nel segreto dei canneti, fermarsi su spiagge di isole deserte dove a prendere il sole ci si trova in tre o quattro. Pescare anguille di notte nella Sacca di Goro o ritirare le reti da lungo la sponda del Po di Gnocca. Noleggiare le bici dell’ostello per arrivare dappertutto, acqua permettendo: argini, golene, viottoli, boschi.

    Un sogno? Sì. Ma che è diventato una realtà ben precisa che ora ha compiuto 10 anni.

    Il 15 e 16 giugno 2002 si è celebrato questo decennale, com’era giusto che si facesse per valorizzare un’iniziativa culturale che ha lasciato il segno su migliaia di persone, soprattutto giovani e famiglie, e che sta facendo scuola non solo a livello locale ma in tutt’Italia.

    Per celebrare la ricorrenza sono stati concepiti alcuni eventi molto particolari, che hanno visto la partecipazione di tanta gente e di personaggi anche importanti. A livello di scoperta del territorio, è stato organizzata un’escursione con percorso misto bicicletta/barca. A livello artistico, una mostra di cartoline padane di Nani Tedeschi. A livello artigianale, una mostra bellissima di aquiloni e macchine del vento, un’altra di ceramiche tipiche e un’altra ancora di bambole di pezza: tutte opera di artigiani locali. A livello gastronomico, un menù speciale sul tema “Il Veneto ai confini del Po”. A livello letterario, una lettura di brani di scrittori del Po, con la presenza di Gianantonio Cibotto e Gianluigi Ceruti. Rita Pedrini ha spulciato nei cinque registri delle annotazioni degli ospiti dell’ostello aneddoti, impressioni, battute e slanci poetici.

    Per la Domenica 16 Giugno il programma è stato inserito nella Giornata Nazionale del Po denominato “Un Po per tutti”, promossa dalla Provincia di Rovigo – Assessorato al Turismo – unitamente a tutte le Province padane.

    Sempre alto il tono della festa che ha coinvolto moltissime persone, amici, habituè e qualche nuova presenza. E molti si sono già prenotati per la festa del… ventennale.

  • Ande, Bali e Cante

    Parlare del nostro passato, dal punto di vista etnografico e folcloristico, sembra ai più un esercizio di nostalgici ricercatori di curiosità e di aspetti poco significativi di un mondo ormai trascorso e superato. Colpisce forse di più, e attrae meglio l’attenzione, l’aspetto edonistico e spettacolare, l’esibizione di gruppi folcloristici, più per la stranezza dei gesti, dei costumi, delle voci e degli strumenti, che per il vero intrinseco significato degli accadimenti. Attrae meglio la teatralità e la spettacolarità piuttosto che la riesumazione di riti, suoni e canti della tradizione culturale popolare.

    Viceversa l’uno e l’altro aspetto hanno una ragione d’essere profonda, un’esigenza dello spirito che affiora sempre più in tempi recenti quasi inconsciamente e malgrado tutto.

    Negli ultimi cinquant’anni, la società italiana e, nell’ambito più vicino, veneta e polesana, si è trasformata talmente in fretta che, dimentica delle proprie origini, si è trovata all’improvviso nella necessità di prendere coscienza che non ha quasi più punti di riferimento, spostata com’è inconsciamente di oltre mezzo secolo in avanti, senza che si sia resa conto del salto che era costretta a fare. Abbiamo perso la coscienza della nostra cultura primigenia da cui proveniamo, e nello stesso tempo non ne abbiamo assunta un’altra capace di surrogarla.

    In sociologia parliamo spesso di sradicamento, di smarrimento del substrato culturale, di perdita di identità, di atrofizzazione del sentimento di appartenenza e ciò porta, di conseguenza, a quello sbandamento e disorientamento che sembra cogliere specificatamente le società più progredite e più ricche.

    Le nostre radici, il nostro passato!!

    Gli uomini e le società non possono vivere senza identità, senza le radici primigenie. Il che significa senza le proprie tradizioni, i propri usi e costumi, i propri canti, le proprie abitudini, il bisogno di riferimenti a luoghi, oggetti, suoni e persone che conservano la capacità di riferimento alla cultura di origine.

    Il Primo Festival di Musica e Cultura Popolare del Veneto denominato “Ande bali e cante”, (organizzato a Rovigo nella prima settimana del passato settembre) ha avuto un’apertura caratterizzata da una grande attenzione e passione che ha accomunato esponenti della cultura più accademica e cultori del folclore più schiettamente popolare.

    Il Festival è stato promosso dall’Associazione Minelliana di Rovigo, con il patrocinio della Regione Veneto, ed ha visto la partecipazione di Ermanno Serrajotto, l’assessore regionale alle politiche per la cultura e l’identità veneta e l’istruzione, Sergio Durante, docente di musicologia nell’Ateneo padovano, Paola Barzan, pure dell’università di Padova, Gianni Secco dell’associazione bellunese “Saraimar”, di Chiara Crepaldi e Giuseppe Giacobello, del Centro Etnografico Adriese, Roberto Tombesi, responsabile della direzione e del coordinamento scientifico del Festival, Angelo Tabaro, della direzione cultura Regione Veneto.

    Dopo i saluti del sindaco di Rovigo, Paolo Avezzù, dell’assessore alla cultura della Provincia di Rovigo, Gioia Beltrame, e l’introduzione ai lavori del ‘patron’ del Festival, Mario Cavriani della Minelliana, la tavola rotonda che ha aperto la manifestazione ha dato la stura ad un dibattito interessante e vivace, pieno di spunti e di riflessioni, diciamo così, di carattere accademico. La sala dei convegni del Museo dei Grandi Fiumi, presso l’ex Convento degli Olivetani di Rovigo, era pressoché esaurita in ogni ordine di posti, occupata da studiosi venuti anche da fuori e da studiosi di storia e di vita locale. Per motivi di spazio ci limiteremo a notare che durante il dibattito sono emerse una necessità ed un pericolo, riguardo la sopravvivenza della cultura tradizionale e popolare, in particolare della musica: -c’è la necessità impellente della ricerca, archiviazione o catalogazione e diffusione del patrimonio popolate (assessore Serrajotto).

    Però, si fa notare che la musica popolare veneta, così come le tradizioni popolari, non sono fenomeni residuali che hanno perso il contesto antropologico originario e dunque destinati ad interventi che ne possono permettere, certo, la sopravvivenza, non certo una nuova vita (Durante) – allora ne consegue un pericolo, quello dell’archiviazione e della catalogazione accademica che ne cristallizzerebbe la vita e la trasformerebbe in qualcosa di statico e di assoluto. Bisogna fare attenzione, perciò, alla forma, non solo ai contenuti, tenendo presente che la musica popolare si caratterizza in tre anime: quella che si volge alla conservazione ed archiviazione; quella che si occupa dell’animazione sociale e si fa militanza tra la gente nelle piazze; quella che rivisita e reinterpreta artisticamente la tradizione. Basterebbe che le tre anime diventassero una sola e il tutto fosse restituito al popolo nei luoghi originari.

    E ciò “Funziona, Funziona!!” esclama appassionatamente Chiara Crepaldi, durante il suo intervento. Funziona tanto che Giuseppe Giacobello, rifacendosi a Bela Bartok e a Kodaly, che un secolo fa hanno fuso in una sola le tre anime, tramandando armonie, modi popolari, forme, matrici e ritmi scomparsi in opere nuove, tira fuori una quarta anima, quella della tradizionale apertura dell’identità regionale verso quello che le assomiglia o le diversifica.

    Durante la tavola rotonda poi, viene presentata da Paola Barzan, la ristampa, per la verità tanto attesa dai cultori, del libro “Ande Bali e Cante del Veneto”, frutto di una quarantennale fatica di studio e di ricerca solitaria, caparbia e silenziosa, di Antonio Cornoldi. Questo libro ormai è divenuto un classico della materia e un punto di riferimento dei musicologi e studiosi di musica popolare.

    Ai margini e a corollario del dibattito è apprezzabile la mostra degli strumenti musicali della tradizione: quelli delle bande di paese e quelli quasi artigianali usati dai cantastorie, saltimbanchi e i “torototela’ che andavano vagabondando per questo paese mescolando storia e musica nel modo antico, come nella tradizione classica, da Omero alle fabulae salticae delle atellane e i mimi.

    Il dibattito ha avuto un seguito nel, diciamo così, concerto di complessi e solisti di musica popolare provenienti da tutto il Veneto che hanno dato vita ad uno spettacolo indimenticabile, alla presenza di un numerosissimo pubblico incuriosito ed affascinato dalla ricchezza delle proposte e dalla scoperta in sé di gran parte di quanto veniva proposto.

    – Lo spettacolo, ha detto Roberto Tombesi, organizzatore del Festival, – si ispira alla musica di tradizione di cui vuole offrire una panoramica variegata. L’obiettivo che si pone è quello di dare una visione caleidoscopica abbastanza ampia di come si sta movendo oggi l’attenzione del Veneto-.

    Le tre anime si fondono in una e vanno verso la gente in forme tradizioni, ma nuove comunque.

    I gruppi che si sono esibiti provenivano da un po’ dovunque del Veneto. Il denominatore comune sta nella loro capacità di elaborare un repertorio ispirato da brani tipici delle tradizioni locali, come filastrocche, nenie, canzoni per l’infanzia, per avvenimenti di cronaca, personaggi caratteristici dei paesi e avvenimenti religiosi. Tra tutti ricordiamo in particolare il gruppo trentino “Albies Alba” che ha riproposto strumenti tradizionali ormai quasi del tutto fuori dell’uso, e il gruppo “Bonifica Emiliana Veneta” che ha recuperato ed elaborato musiche popolari con strumenti di origine antica, ma con forti contaminazioni moderne.

    “Ande Bali e Cante”, il primo Festival di Musica e Cultura Popolare si è concluso con l’esibizione di musicanti e di canti e di balli della tradizione eseguiti nelle piazze, nei cortili e nei luoghi più caratteristici della città. La tradizione, il ballo, il canto di una volta sono tornati così a rivivere una stagione tra il popolo che, a quanto sembra, ha molto gradito questa proposta di recupero della nostra tradizione. E funziona! Funziona!!!

  • Il ritorno del Ruzante

    Se Angelo Beolco, sommo scrittore in lingua pavana e umanista, sodale ma anche procuratore di Alvise Cornaro, è quasi sicuramente nato a Padova tra il 1495 e il 1496, il suo alter ego Ruzante (oppure Ruzzante come preferiva la compianta Marisa Milani), straordinario e riottoso personaggio di un teatro farsesco e tragico ad un tempo, tanto singolare da coinvolgere nel nome perfino chi gli aveva dato vita sulla carta e sul palcoscenico, è invece nato più di una volta, visto che il suo cinquecentesimo compleanno è stato celebrato almeno tre volte tra il 1996 e oggi.

    E se il 1502, come vogliono i vecchi testi, è la data più improbabile per fare aprire gli occhi sul mondo ad Angelo Beolco (che in tal caso avrebbe messo mano alla sua prima opera compiuta, la “Pastorale” a soli quindici anni), è stata invece la più felice per fare festa, cinque secoli dopo, allo stralunato Ruzante, che bisogna ritrovare e riscoprire, come se fosse la prima volta.

    La riscoperta di Ruzante

    Dagli studi di Lovarini a quelli odierni, confortati dalle importanti scoperte archivistiche di Paolo Sambin, ne è passata parecchia di acqua sotto i ponti e la figura di Angelo Beolco è assai mutata: da poeta selvatico ad umanista raffinato al seguito di Alvise Cornaro, da isolato motteggiatore pavano a straordinario interprete di una fraintesa tradizione drammatica che dai “mariazi” sarebbe approdata perfino nei copioni della commedia dell’arte.

    Negli ultimi trenta anni, dunque, la vecchia immagine ha subito una vera e propria metamorfosi e i suoi maggiori esegeti sono già tutti scomparsi (prima Ludovico Zorzi, poi Giorgio Padoan e da ultimo Marisa Milani). E tuttavia del vecchio Ruzante che aveva forse il dolce e malinconico sorriso che gli ha regalato Donato Sartori, ma anche il volto tribolato e rabbioso di Cesco Baseggio, non si è persa del tutto nozione, perché la tragedia e la farsa continuano ad intrecciarsi indissolubilmente sulla scena e ancora ci sono certi filodrammatici che hanno fatto scuola e che tornano ad affacciarsi con efficacia sui palcoscenici di periferia.

    Ruzante non è stato un isolato sperimentatore, ma uno che aveva partecipato, da protagonista, a quella vocazione antirinascimentale, che aveva trovato espressione concreta nella letteratura vernacolare maturata agli inizi del Cinquecento in una pianura padana sconvolta da guerre continue e tremende carestie. Non solamente Ruzante, ma anche quel Teofilo Folengo che con lo pseudonimo di Merlin Cocai coltivò il genere maccheronico e il bresciano Galeazzo dagli Orzi e, poco più tardi, i maestri del plurilinguismo come il rodigino Gigio Arthemio Giancarli e Andrea Calmo.

    Non a caso Angelo Beolco aveva adottato, per farsi autore e personaggio, il nome Ruzante, che si ricollega al pavano “ruzare”, e cioè brontolare o borbottare, senza per questo rinunciare al “latino” e al “fiorentinesco” e insomma a un “parlar moscheto”, come dire in punta di forchetta o di lingua. Una scelta espressiva che era necessaria e perfino consunstanziale non solamente alla rappresentazione della fame e della miseria, della violenza e dei morsi del sesso, ma anche al pulsare di appetiti esuberanti e di quella naturale “allegrezza”, che erano diventati alla fine quasi una scelta di vita, che Alvise Cornaro avrebbe malinconicamente biasimato.

    Il ritorno in Polesine

    Con l’aura di questo bizzarro e provvido cinquecentenario, Ruzante è ritornato anche in Polesine, dove aveva trovato, in passato, rari e imbarazzati riscontri. Per quanto ci riguarda, ricordiamo una serata memorabile fra i tavoli del Caffè Borsa, anno di grazia 1967 proprio in concomitanza con la prima edizione critica firmata da Ludovico Zorzi (di origine adriese), con Quinto Rolma (che in questi mesi è stato uno dei protagonisti dei festeggiamenti sulle scene) impareggiabile interprete del “Parlamento”.

    Ma in Polesine, e più esattamente in una località che si potrebbe identificare con Volto di Rosolina, Angelo Beolco aveva ambientato e forse anche interpretato il suo “Dialogo facetissimo et ridiculosissimo, recitato a Fosson alla caccia l’anno della carestia 1528”, rarissimamente portato sulla scena.

    Proprio l’allestimento di questo misconosciuto e interessantissimo testo riproposto dall’Accademia Musica e Teatro di Rovigo, insieme con un sostanzioso convegno di studi dedicato alla “Santa agricoltura”, predicata da Alvise Cornaro e portata in scena da Ruzante, hanno costituito uno dei momenti più interessanti dell’anno ruzantiano indetto dalla Regione Veneto e, nel nostro caso, patrocinato dal Comune e dalla Provincia di Rovigo, così come dal Consorzio di Bonifica Polesine Adige-Canalbianco.

    I luoghi del teatro

    Sui teatri, o meglio i luoghi per il teatro, che Alvise Cornaro fece predisporre da esperti e sodali, si addensano non poche ambiguità. Certo, il celebratissimo “Odeo” e la splendida loggia di Falconetto testimoniano mirabili e memorabili recite padovane, con architetture come quinte e la visione delle cupole del Santo, quasi in sogno, appena oltre le cime stormenti degli alberi. E quell’arco bifronte ed appartato che, a Este, si erge gioioso e invita alla passeggiata in collina, è forse ancora una scena fissa per spettacoli all’aperto.

    Ma il favoleggiato teatro di campagna in quel Codevigo? E quello che si era allestito in fretta e furia per una recita al termine della caccia a Fosson di Loreo, tra boschi e acquitrini? Poco o niente si sa e la testimonianza del nipote del nostro, che parla addirittura di un casino di caccia con un teatro “ad immitatione deli antichi” con il luogo “de la sena di pietra perpetuo” non può essere che la citata “loggia” padovana.

    È comunque sicuro che a Fosson nell’inverno del 1528 (ma si deve intendere il gennaio dell’anno successivo, secondo “more veneto”), andò in scena quel “Dialogo facetissimo et ridiculosissimo” che è, a torto, considerato opera minore e che una lunga consuetudine ha tenuto sempre o quasi ai margini della scena. Si tratta in realtà di un’opera chiave, che, fra le altre cose, restituisce un’immagine attendibile di un antico e livido Polesine in tempo di carestia e pestilenza, insistendo su quel dialetto aspro e irsuto che i contadini rimestavano in bocca quasi per rimpinguare di parole le forzose diete erbacee, con bacche di sorbo selvatico e pastoni di acqua e crusca.

    Il “Dialogo facetissimo e ridiculosissimo” si apre, infatti, sulla drammatica enumerazione dei mesi che non potranno lenire i morsi degli infiniti digiuni. E vige in tempo di carestia la legge del più forte, la famiglia si sfascia, la donna fugge il marito miserando e la fame, e sono botte da orbi per chi tenta di ribellarsi all’oppressione. C’è anche, nel “Dialogo”, l’evocazione di chi ha lasciato questo mondo e l’elogio dell’uomo dabbene, che ha le sembianze di Alvise Cornaro, “nobil homo” e intellettuale e proprietario terriero, propugnatore della “vita sobria”, datore di lavoro e amico sincero del nostro drammaturgo, che ai versi di intonazione petrarchesca e rime, aveva preferito farsi maschera villanesca, cancellando nome e fattezze nella figura di Ruzante, che sfuggito alle stragi delle guerre e delle carestie, finisce per inurbarsi e farsi servo, anticipando di quasi un secolo zanni e Arlecchini.

    Un modo di lusingare il tempo e la storia, accogliendo nella verità del linguaggio rustico la suggestione di Erasmo e Giordano Bruno? Oppure l’accettazione di un destino, che con il palpito del profondo, la preveggenza e la morte prematura conquista l’immortalità? Non sappiamo.

    Cornaro e Ruzante

    Nell’elogio in memoria di Alvise Cornaro, il pronipote ricordava, fra le altre cose, che “se diletò nella sua gioventù di cacce de animali grosi como capri, cenghiali e cervi nel territorio di Loreo, che è diviso da un ramo del Po, sopra quello fabricò una stantia comoda alla caccia, et ogni anno per molti andò a fare tale caccia, dove prendea molti de tali animali, i quali quando dispensava in Venetia, quando in Padoa, quando li mandava ai Signori. Et finita la caccia, facea metere ad ordine una comedia…”

    Di una di queste fervide battute di caccia in basso Polesine, che si concludevano con una recita, abbiamo, dunque, straordinaria testimonianza nel “Dialogo facetissimo et ridiculosissimo”. Una battuta di caccia che era e voleva essere segno manifesto che, nelle terre di Alvise Cornaro, la carestia aveva poca incidenza. Tanto più che, stando ad una nota di Marin Sanudo, appena qualche giorno dopo, il munifico patrizio veneto aveva inviato in dono al cardinale Francesco Pisani a Venezia tutto il munifico bottino, certamente per ingraziarsi colui da cui dipendeva il “governo” dei beni del vescovado di Padova, al quale il Cornaro puntava e che avrebbe ottenuto in capo a qualche mese. E non diverso scopo doveva aver avuto la recita di Fosson, che era stata sicuramente replicata a Padova, davanti ad autorità e uomini di cultura e una inclita schiera di nobili amici.

    Il dialogo facetissimo

    In entrambi i casi, a Fosson e a Padova, la recita quasi certamente ebbe luogo all’aperto, nonostante i rigori dell’inverno e forse accanto al palcoscenico improvvisato, dove lo stesso Ruzante con l’amico e compagno Marco Aurelio Alvarotto interpretava il ruolo principale, ardeva un fuoco pallido di legna bagnata e ancora fumavano le spoglie di magri cervi e stenti cinghiali.

    Il dialogo ci racconta del contadino Menego che, insieme all’amico Duozo, si lamenta della carestia e poi cantando va a raggiungere la sua donna, Gnua. Ecco però che arriva Nale, che riempie Menego di botte, mentre Duozo se l’è data a gambe, e gli porta via Gnua. Più morto che vivo, Menego, oltre a raccontare di essere stato assalito non da uno ma da molti, manifesta il desiderio di uccidersi. Giunge allora, chiamato da Duozo, il sacerdote di Diana, che evoca l’ombra di Zaccarotto (un amico del Cornaro e dello stesso Ruzante morto alcuni anni prima), che gli dice come in Paradiso egli continui a vivere in allegria e andare a caccia con gli amici. Dopo di ciò, il sacerdote fa tornare Nale che chiede perdono a Menego e gli restituisce Gnua, stabilendo un clima di concordia, che sfocia in un allegro ballo nel quale si mescolano nobili e villani.

    Ma chi sono questi “villani” che, di volta in volta e con nomi diversi, escono dai vortici della storia per ritornare sul palcoscenico?

    Pavidi e ottusi coloni che guerre crudeli e carestie letali hanno ridotto all’indigenza e alla disperazione più nera, ossessi che i morsi della fame e del sesso espropriano dal consorzio degli umani, sbruffoni miserabili e infelici relitti di un mondo in totale disfacimento. Sono anche le vittime involontarie del sollazzo dei signori, che ridono degli stolidi vaneggiamenti e della rozzezza, dell’abiezione e dell’infingardaggine che confondono i comportamenti. La fame e la fobia non sono più il segno di una condizione miseranda, ma la grottesca caricatura di un vivere “civile” che si accompagna solamente al censo e alla posizione sociale.

    È proprio questa ilarità nella disperazione che trasforma il dramma e il sogghigno carnale nel vuoto metafisico, conferendo ai due “zotici” e dimidiati coloni una vitalità che forza le strette maglie del tempo e si fa testimonianza di una condizione dell’uomo, in cui nessuno vuole o sa riconoscersi, anche se lo sguardo smarrito e la voce tremante tradiscono l’identificazione. E nel teso arco dei secoli, Ruzante e Menato (tali sono i nomi dei due personaggi del drammaturgo pavano) non sono poi così diversi dai beckettiani Vladimir ed Estragon di “Aspettando Godot”, anzi un improbabile Godot, che magari si chiamava Alvise Cornaro, lo aspettavano anche loro.

    A Ca’ Cappello e alla Loggia del Cornaro

    Nella odierna messinscena del “Dialogo facetissimo e ridiculosissimo”, andata in scena questa estate in più riprese, dal Teatro Studio di Rovigo alla corte rustica di Ca’ Cappello e infine nella restaurata Loggia del Cornaro, ci sono, macilenti e vacillanti per la gran fame, i due “villani” c’era quasi una sinopia del “Reduce” e di “Bilora” (la sola prima parte, s’intende). Ma anche, al modo delle “Orazioni” e di qualche altra scena disseminata nelle commedie, c’era l’elogio dell’uomo dabbene, sia pure in parole che giungevano dall’oltretomba.

    Il regista Gabbris Ferrari aveva puntato sui due registri diversi, che si alternano per connotare le due parti del testo. Realismo terragno anche nei minimi dettagli per i due contadini, inebetiti dalla fame e dai rigori della stagione, stretti nel loro cupo argomentare in un dialetto quasi primordiale; leggerezza di toni e luci acquerellate per l’evocazione di un’anima dell’oltretomba, che si incarna per un poco nel corpo di una stralunata fanciulla, che tesse l’elogio del vivere in armonia con una natura addomesticata su misura dell’uomo saggio e moderato.

    Più che dello svolgersi di un’azione, si è trattato di uno scorrere di immagini cupe e terrifiche, deliziose e conturbanti, in una straordinaria profusione di allusioni iconografiche, come quell’angelo inquietante che sopraggiunge alla fine con una carriola carica di ogni ben di Dio. Tutti bravi gli interpreti, da Giuliano Scaranello e Luigi Marangoni che hanno dato vita a due drammatici reietti della storia a Livia Carmignani, favolosa presenza metamorfica dell’antirinascimento, all’ariostesco negromante di Andrea Bagno e al composto e “sobrio” Cornaro di Stefano Baccini.

    Ma si è trattato ogni volta di una regia e di una recitazione che, quasi rifacendosi ai modi della commedia dell’arte, si reinventavano, dovendo per forza di cose adattarsi a situazioni sceniche diverse.

    Ecco la Corte di Ca’ Cappello, battuta da un gelido vento notturno e coperta da una bassa nuvolaglia scura e minacciosa. Lontano dal mondo e in un tempo deserto, gli attori hanno cercato di emulare proprio quella recita del gennaio 1529. Ed ecco, alla fine del percorso, a Padova, quella Loggia e quell’Odeó che il sommo Falconetto aveva progettato e realizzato presumibilmente nell’arco di un decennio, senza peraltro riuscire a vedere il completamento delle pitture. Straordinaria suggestione del luogo e dell’ora, in apertura del primo Festival della Commedia dell’Arte dedicato precipuamente a Ruzante. Il luogo era una misteriosa fuga di archi e l’ora era una pungente serata di mezzo settembre non immemore degli “ozi” di Cornaro e della sua corte, pronti a ridere e godere ad ogni battuta in duro pavano campagnolo.

    Ma si era d’improvviso avvertito una specie di sussulto del tempo, quando, sulla bocca degli interpreti d’oggi, erano fioriti i nomi di quegli attori perduti e di quei personaggi che si affacciavano a casa Cornaro dando senso e realtà agli stilemi di un rinascimento pavano che solo ora si torna a scoprire. Era come se i secoli non fossero passati e il tempo fosse diventato un cerchio che avvolgeva il luogo e l’ora e gli spettatori infreddoliti e affascinati.

  • Libri in redazione

    DOPO L’AMORE

    Parma, Guanda Editore, 2002

    Negli ultimi anni il delta del Po sta divenendo sempre più un motivo di richiamo non solo turistico, ma anche letterario. Veramente copiose sono le poesie ambientate tra fiume e mare, nelle sacche, nelle lagune o ancora negli scanni alle foci del grande fiume. Meno frequenti i racconti e i romanzi. E’ anche per questo motivo che gli estimatori dell’ampia zona naturale – ma ovviamente non solo loro – hanno accolto con grande soddisfazione il libro di Giancarlo Marinelli ambientato nell’area bassopolesana, con baricentro Scardovari. Un libro scritto da un giovane autore, che parla di ragazzi non ancora ventenni la cui vita, intensa ma non certo facile, è divisa tra impegni scolastici, di lavoro, ritrovi e passioni amorose.

    Scritto con uno stile frizzante e nervoso, rivelatore della forte personalità dell’autore, il romanzo – che è risultato secondo al Premio Campiello – indaga sugli aspetti psicologici dei giovani protagonisti, sul loro modo di relazionarsi tra di loro e con gli adulti, con i problemi di una società avara di aiuti e tarlata da vari mali, tra cui spicca quello, incombente, della diffusione di casi di tumore collegabili ai venefici fumi di origine industriale.

    L’aspetto naturalistico tipico del delta trova spazio nell’opera, con momenti di pacificazione interiore, in grado di lenire temporaneamente i problemi ma non di annullarli. Ed il protagonista, in particolre, deve fare i conti con un dramma dalla forza devastante che lo porterà ad imboccare un cammino tortuoso ed accidentato alla ricerca di uno sbocco.

    Alla presentazione del romanzo, alla Stazione di Sosta di Ca’ Cornera di Porto Viro, hanno parlato del volume Gian Antonio Cibotto, Loredana Capellazzo, Dimer Manzolli, presidente dell’Ente Parco ed altri estimatori convenuti richiamati dal binomio Delta & Letteratura.

    (L.S.)

    Alessandra Toniolo

    LE ANFORE DI ADRIA (IV-II secolo a.C.)

    Sottomarina, Libreria editrice “Il Leggio”, 2000, XIV, 262 p.

    Il catalogo raccoglie le schede di 550 anfore, per la maggior parte di tipo greco-italico e corinzio, portate alla luce durante diverse campagne di scavo in territorio adriese.

    Le anfore (recipienti di terracotta per il trasporto di derrate alimentari) sono state ritrovate in contesti tombali, cioè in presenza di altri materiali utili alla datazione: questa situazione ha permesso all’autrice di individuare e descrivere una tipologia evolutiva dei manufatti abbastanza affidabile (p. 9). Infatti le modifiche che interessano le forme e le dimensioni (e quindi anche la capacità del contenitore) sono elementi essenziali per comprendere i mutamenti che, attraverso i secoli, hanno interessato la produzione agricola, la lavorazione degli alimenti destinati al commercio, i contatti con popoli aventi abitudini differenti. Normalmente la nave carica di merci che approdava ad un emporium non tornava mai vuota in patria. Chi acquistava doveva essere in grado di offrire prodotti alternativi per la vendita in modo che dal viaggio – di per sé pericoloso – si potesse ricavare il maggior utile possibile (acquisto di ciò che manca e, nel contempo, vendita del prodotto che non serve). Forme e dimensioni si differenziavano nel tempo e nei luoghi tanto che “bastava un solo colpo d’occhio per riconoscere se quell’anfora portava vino greco piuttosto che italico, olio iberico e non salse di pesce tunisine” (p. VIII).

    Le pagine iniziali del catalogo raccolgono informazioni propedeutiche alla lettura dell’opera in modo da rendere accessibile lo studio anche ai non addetti ai lavori: così dalla presentazione del manufatto si passa alla spiegazione delle tecniche di lavorazione e cottura degli impasti, alla illustrazione dei sistemi di trasporto, alle notizie riguardanti le botteghe artigiane e i marchi di fabbrica, per terminare con la descrizione dei prodotti destinati al commercio (vino, olio e salse di pesce in primis).

    Il corredo bibliografico, posto a conclusione di questa sezione preliminare, nel documentare il testo suggerisce anche le strade da seguire per ulteriori approfondimenti.

    Completano il catalogo alcune pagine dedicate alla presentazione delle aree adriesi di scavo e provenienza dei materiali censiti (necropoli del Canal Bianco o Retratto, località Retratto-Donà, località Piantamelon, necropoli di Ca’ Garzoni, necropoli di Ca’ Cima, necropoli di Bottrighe – via Spolverin, località Passetto); infine alcune tabelle mettono in relazione i diversi tipi di anfore con le necropoli e con le suddivisioni cronologiche usate nella elaborazione della ricerca.

    (M.M.)

    UN SECOLO CRIVELLARI

    Stampa Off. Graf. Trivenete, Rovigo

    Quella che ricostruisce Luigi Flamini è la storia più che secolare di una famiglia di imprenditori bassopolesani, i Crivellari di Taglio di Po, che in tre generazioni hanno dato vita ad un nome prestigioso nel settore dei mobili e dell’arredamento, consciuto ed apprezzato ben oltre i confini nazionali. La ricerca, che lumeggia anche aspetti sentimentali e di carattere dei protagonisti del “Secolo Crivellari”, è sostanzialmente improntata ad analizzare il rapido e coraggioso processo evolutivo dell’azianda di famiglia, nata dal laboratorio di falegname di nonno Luigi negli anni ‘80 del XIX secolo.

    Allora Taglio di Po – lungi dal configurarsi come oggi, quale comune fiorente di iniziative lungo l’asse della Romea – era poco più di una borgata nell’isola di Ariano dove, per comunicare con realtà socio-economiche oltre il Po Grande e il Po di Goro, era necessario fare i conti con i tempi e le modalità dei “passatori”. Ciò nonostante nonno Luigi seppe far conoscere oltre il territorio bassopolesano i prodotti della sua falegnameria e, subito dopo la grande guerra, produsse per l’Hotel Excelsior di Venezia una serie di cabine destinate alla spiaggia. Pioniere dell’industrializzazione, ben presto Luigi Crivellari impresse una svolta al suo laboratorio attrezzandolo con le prime macchine polifunzionali in grado di compiere contemporaneamente varie operazioni: segare, piallare e rifilare.

    Nel 1925 il timone passa al figlio Emilio, attivamente coadiuvato dalla moglie Erminia. L’azienda si professionalizza puntando sulla qualità e si amplia col settore ferramenta, dando viata anche alla produzione di reti e materassi per completare le camere da letto. Ma il vero passaggio dall’officina all’industria sarà attuato nel dopoguerra. In controtendenza rispetto alla situazione polesana, attanagliata dalla grave crisi economica seguita al dopo alluvione, l’azienda Crivellari diviene un positivo punto di riferimento, offrendo posti di lavoro sicuri, proprio nel momento in cui molte famiglie abbadonavano il Polesine in cerca di occupazione.

    L’intraprendenza dei titolari e il pieno sostegno delle maestranze caratterizzano, con una stupefacente ricchezza di iniziative, gli anni ‘60, durante i quali si registrano partecipazioni a fiere e molteplici riconoscimenti. Nel frattempo i dipendenti raggiungono le cento unità.

    Gli anni ‘70 vedono l’entrata sulla scena della terza generazione dei Crivellari: Luigi stabilisce importanti rapporti con la realtà turistica di Albarella, provvedendo all’arredamento completo delle più importanti strutture. Nascono nuove collezioni di mobili, in particolare la serie “Saga” che imporrà la Crivellari nel settore dell’arredamento per ufficio. Nel ‘75 si attua lo scorporo e la diversificazione dei vari indirizzi che ci porta ai giorni nostri: l’attività del commercio ferramenta e legnami è guidata da Imelde Crivellari con i figli Natalia e Paolo coadiuvato dalla moglie Arianna; la società Interni, caratterizzata dall’ampio showroom sulla Romea, è gestita da Amalia con il figlio Riccardo; Luigi dirige con continuità la “Crivellari Office Forniture”.

    Completano il bel volume un elenco dei 350 lavoratori che nel lungo arco di tempo hanno prestato la loro opera presso il gruppo Crivellari, una serie di testimonianze di persone che, con soddisfazione ed impegno, hanno svolto vari ruoli all’interno delle varie aziende, nonchè tre schede illustrate dei tre settori attivi, che offrono una indovinata sintesi visiva del “Secolo Crivellari”.

    Un libro voluto dai fratelli Crivellari soprattutto per rendere omaggio ai propri genitori, che si qualifica come importante documentazione della genesi e dell’affermarsi della nota azienda, e, più in generale, come interessante testimonianza di una pagina significativa dell’evoluzione produttiva ed industriale del Delta.

    (L.S.)

    IL ROSSO DEL DOLORE

    Rovigo, 2002

    Anche il Polesine può finalmente fregiarsi di avere il suo romanzo storico. Se autori della nostra terra consacrati dalla fama, in primis la triade Piva, Rizzi e Palmieri, avevano provveduto fin dai primi decenni del secolo scorso a valorizzare con i loro versi gli aspetti poetici dell’area delimitata dai grandi fiumi, ancora nessuno aveva concepito una narrazione di così ampia portata ambientata nella provincia di Rovigo.

    A colmare la lacuna hanno provveduto Loredana Capellazzo e Paola Trivellato, autrici di una trilogia collocata nel Polesine del XX secolo, proposta col titolo unificante “Il colore del tempo”. Dopo il primo volume “L’oro del grano”, edito nel 1998, è ora uscito “Il rosso del dolore” che continua la storia delle tre famiglie conosciute nella prima opera conclusa con i luttuosi avvenimenti della prima guerra mondiale.

    “Il rosso del dolore” abbraccia un arco temporale più ampio, fino al drammatico evento dell’alluvione del 1951, indagando con acume nelle pieghe della storia italiana caratterizzata prima dalla rapida ascesa del fascismo e poi dalla sua devastante dissoluzione. Su questo sfondo – tenuto ben presente dalle autrici, che con note a piè di pagina hanno inteso documentare la serietà della ricerca storica che ha preceduto la stesura dell’opera – si muovono sia personaggi storicamente reali, sia quelli di invenzione, protagonisti delle vicende del romanzo, appartenenti a tre famiglie inizialmente legate da vincoli economici e di lavoro: i Bellon, proprietari terrieri, i Candian, affittuari, e i Tognolo braccianti. Gradualmente i protagonisti del primo volume con l’incedere del tempo divengono meno incisivi, per l’affacciarsi sulla scena degli interpreti della seconda generazione.

    Tra questi spiccano in particolare il pensoso Ettore Bellon, a poco a poco sempre più critico nei confronti del Fascismo fino alla scelta dell’esilio in Francia che cambierà radicalmente la sua vita, e il positivo Umberto Candian, divenuto maestro dopo un passato di seminarista, che attua una svolta nelle consuetudini rurali della famiglia di provinienza: egli infatti stabilisce la sua residenza nel capoluogo, dando vita ad una famiglia moderna, staccata dal contesto patriarcale.

    Per ricucire il filo degli avvenimenti narrati con episodi antecedenti, le autrici fanno spesso uso della tecnica del flash back, evidenziata dalla scelta del corsivo che agevola il lettore nel passaggio ad un diverso contesto cronologico. La narrazione in ogni caso procede rapida, sostenuta da una trama ben studiata, che conferisce ampia credibilità agli avvenimenti e all’azione dei vari personaggi, alle cui vicende il lettore prende parte con interesse, calandosi nel contesto storico di un passato ancora tanto vivo e discusso quale fu quello caratterizzato dall’era fascista. E non è azzardato osservare che, attraverso i problemi, i crucci, le speranze e le soddisfazioni dei vari personaggi, gli stessi avvenimenti storici si comprendono meglio di una fredda lettura di date e vicende politiche illustrate dai testi di storia.

    Un libro quello di Loredana Capellazzo e Paola Trivellato che presenta dunque anche degli evidenti valori didattici, per cui non va trascurata l’ipotesi di un suo utilizzo anche nelle aule scolastiche… in attesa naturalmente del terzo volume.

    (Lino Segantin)

    CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA

    Editrice S.I.T., Treviso, 2002

    Voluto dalla Parrocchia di Costa di Rovigo a conclusione degli importanti lavori di restauro della chiesa parrocchiale, il volume si apre con annotazioni storiche che informano il lettore di come il territorio di Costa fosse, in un lontano passato, soggetto ai monaci benedettini di San Cipriano di Murano, i quali in seguito ad un accordo con il vescovo di Adria, provvidero alla costruzione della prima chiesa, eretta tra il 1163 e il 1167. Ricostruita più ampia nel 1300, la chiesa agli inizi del XIX fu innalzata di oltre tre metri nella parte centrale e la volta affrescata da Giambattista Canal.

    Dopo alcune pagine dedicate alle visite pastorali, e ad una biografia dei sacerdoti che ressero la chiesa del XX secolo, il volume presenta una relazione tecnica degli interventi di ripristino dell’edificio stesa dall’arch. Ermanno Magosso, seguita da una successiva, a firma dell’arch. Vanni Tiozzo sul restauro degli affreschi, realizzato grazie al sostegno della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

    La seconda parte del volume è ricchissima di immagini, che permettono di documentare l’importante opera di restauro ed apprezzare il valore dei dipinti: sia quelli affrescati – opera di G. B. Canal per quanto riguarda la Chiesa e Mattia Bortoloni per il soffitto della Sagrestia -, sia quelli su tela. In particolare di questi però mancano nel testo – e questo dispiace rilevarlo – annotazioni sugli autori e i secoli in cui furono realizzati e collocati a Costa. Unica eccezione la pala d’altare raffigurante la B. Vergine col Cristo morto e S. Giovanni Evangelista, che si apprende attribuita al veneziano Fabio Canal padre di Giovanbattista.

    Può inoltre restare deluso anche chi si aspetta, in un volume tanto ricco di immagini ed ottimamente confezionato sul piano tipografico, di trovare informazioni sugli aspetti architettonici che più interessano il visitatore del tempio, quale la facciata, l’altar maggiore, gli altari laterali e il fonte battesimale. Carenze a cui si potrà por mano in una auspicabile ristampa del libro.

    (L. S.)

    EOLO

    Adria, Apogeo, 2002

    La vicenda di Eolo Boccato, raccontata da Gianni Sparapan, nasce sull’onda emotiva delle rivelazioni rese dall’adriese Mario Santi che, con uno scottante memoriale di dieci pagine divulgato post mortem nel 2000, ha riaperto uno dei capitoli più tragici della Reisstenza adriese.

    Personaggio assai controverso, Eolo Boccato fu da alcuni considerato un omicida senza scrupoli, da altri un eroe. Nelle campagne cavarzerane ed arianesi molti ricordano con benevolenza il Boccato e la sua banda che appoggiavano gli alleati ed assicuravano derrate alimentari ai contadini delle borgate. Fu merito della banda Boccato se molti non perirono e gli Alleati riuscirono a svolgere il loro lavoro a terra nel Delta. Dall’altra sono ascritti al Boccato e alla sua banda efferati omicidi, culminati nel rapimento di Iolanda, giovane quattordicenne, e nell’eccidio dei Gaffarelli, l’episodio che fece più scalpore perché vide la morte, a freddo, anche di bambini.

    Sparapan, con stile lucidissimo, semplice e lineare, non nasconde prodezze e nefandezze del suo Eolo, perseguendo una ricostruzione assolutamente meritoria perché la storia – sembra dirci l’autore – deve nascere e crescere in una luce obiettiva. Non intende negare i delitti della banda Boccato, bensì fare chiarezza sulle dinamiche in cui si verificarono, scoprendo le linee direttrici della spietatezza in cui, in ultimo, Eolo e i suoi fedelissimi incapparono, come in una malattia, come in un’ossessione. Perchè la violenza, come l’erba cattiva, mette radici ovunque, e soprattutto è contagiosa come un’infezione, ossessionante come un’incubo.

    Per meglio delineare l’ambiente e i costumi sociali, l’autore inoltre non esita a menzionare e descrivere luoghi e tradizioni, dedicando particolare attenzione all’uccisione del maiale, una sorta di metafora della tragedia dell’uomo o forse dell’ineluttabilità del destino. Come è capitato ad Eolo che, giustamente o ingiustamente creder si voglia, ha concluso i suoi giorni in modo violento.

    Altro merito della narrazione è l’indagine sulla giovinezza di Eolo. Sparapan analizza i motivi formativi del suo bagaglio politico e della sua dolorosa umanità: la mattanza, le cadenze religiose, i giochi infantili e gli amori adolescenziali scandiscono un mondo non ancora sconvolto dalla guerra, dal male. Il male che cresce a poco a poco fino ad esplodere con irruenza, mentre i destini si intrecciano e si sviluppano in un mosaico composito di deliri, gaiezze, passioni, dolori.

    E c’è ancora ad Adria chi ricorda ben quei tragici giorni contrassegnati da fatti sanguinosi ed orrendi: corpi appesi ai lampioni, teste mozzate messe in vetrina. Ed Eolo rappresenta ancora una ferita aperta, una ferita adriese e polesana che commemora la peggiore delle guerre, quella civile che tante vittime innocenti lascia sul campo.

    (Erica Tiozzo)

    NON SOLO AMORE

    Edizioni Helicon, Firenze 2001

    Inatteso libro di poesie quello che ci propone Roberta Fava, apprezzata autrice del delta polesano la quale, in controtendenza con le tematiche più consuete dell’ispirazione lirica, dedica molti dei versi della sua recente silloge alle cose de tutti i giorni. All’abbigliamento innanzitutto che apre il volumetto con una composizione didicata alla Camicia, “…dono degli Dei/ per una vita/ fatta di intrecci perenni”, seguita da un’altra riferita alla Gonna “dolce intrigante veste”, e poi all’ Abito, alla Sciarpa, alla Borsetta e così via.

    Per il lettore risulta sorprendente scoprire come anche gli indumenti in qualche modo abbiano un’anima: ovviamente quella che in essi viene proiettata di chi li usa facendone un prolungamento della propria personalità. Varie composizioni si soffermano proprio su questo rapporto tutt’altro che causale – forse più tipico della psicologia femminile – con gli indumenti, i quali, in un mondo avaro di dolcezze, “sanno dare quel calore che spesso non c’è”. E nell’abito, Roberta Fava scopre uno scopo ben più importante di quello di offrire un riparo alle membra:“dolce intrigante veste,/ sostieni le confuse giornate/ di mille donne all’opera intente.”

    Dopo gli indumenti le parti del corpo: Volto, Occhi, Mani, Piedi. Poi la Casa e le sue cose: Specchio, Letto, Lampadario, Cucina, Pane ed altre ancora. Composizioni in cui, dagli esseri inanimati, silenziosi compagni di vari momenti delle nostre giornate, l’autrice coglie messaggi positivi, senzazioni di protezione, suggestioni pacificatorie.

    Poesia in controtendenza – si diceva – per l’originale scelta degli argomenti, tanto concreti da sembrare del tutto impoetici, nei quali invece, sorprendentemente, Roberta Fava sa trovare risonanze umanissime; ma anche in controtendenza con l’uso più frequente del linguaggio della poesia, solitamente ricercato per esprimere momenti di struggimento interiore, echi di dolore profondo o angosciose testimonianze di smarrimento. Niente di tutto questo: l’autrice della originale raccolta utilizza il linguaggio poetico per illuminare condizioni di pacificazione interiore, per sondare il mondo quotidiano alla ricerca di ancoraggi carichi di positività, inviandoci un rassicurante messaggio di vita: anche dalla concretezza delle cose più comuni, può fiorire un sentimento, può prendere vita lo slancio giusto “… per arrivare più vicino al cielo”.

    (Lino Segantin)

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