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Archivi: Articoli d’archivio

  • Ditta Mia

    Ditta Mia

    È il primo decennio degli anni ottanta, e il luogo è nel cuore del Polesine: in una via della campagna polesana, in una piccola contrada denominata: in tanta malóra, lontana diversi chilometri dal centro abitato.

    Là ci vivono otto famiglie: una di queste, soprannominata “Beléssa”, è composta da marito-moglie e otto figli. La madre dei ragazzi, Giuditta, chiamata familiarmente “Ditta”, ha modi spicci e un italiano colorato dal dialetto locale. È una donna dedita alla gestione della casa, alla numerosa famiglia e alle attività della campagna. In cuor suo, soffre per non aver conseguito la licenza media e per non avere ben chiaro che cosa vuole fare da grande.

    Ditta attribuisce all’errore di non aver proseguito gli studi, il costante disagio che prova ogni qual volta si trova in mezzo a persone istruite o residenti a Rovigo. La donna però, osservando i figli crescere, che ben presto sono in grado di cavarsela da soli, non smette d’inseguire un sogno: quello di realizzarsi come persona, perché l’essere moglie e madre non le basta più.

    Alla incessante ricerca del suo posto nel mondo, Giuditta si “consola” ripetendo i versi di note poesie, alcune imparate tra i banchi di scuola e altre scoperte sentendo studiare le figlie. Inoltre, partendo dal progetto di Marietta, la vicina, Ditta si prodiga per convincere gli abitanti della via a realizzare il sogno dell’amica: costruire un piccolo capitello lungo il sentiero di casa.

    L’idea, sebbene sia di facile realizzazione, incontra però subito degli ostacoli, in apparenza, insormontabili. A far aprire gli occhi a Ditta e a spingerla a fare, sono due momenti ben precisi, attraverso i quali, la donna inizia a capire, a osare e a reagire fino ad arrivare alla concretizzazione del suo sogno.

    Il romanzo, attraverso le consuetudini proprie della civiltà contadina, ne mette in risalto i valori intrinsechi e i punti cardine, frutto della saggezza popolare e del forte attaccamento alla terra e alla natura. Presenta un luogo periferico e isolato della campagna polesana, alle porte di Rovigo, protetto dai campi e dalla tradizione, dove si possono anche celare bugie e piccoli segreti, mai svelati. Il sogno degli abitanti del borgo, è quello prodigarsi, ognuno a modo suo, per vincere la propria sfida.

    Attraverso Ditta, la protagonista, si scoprono anche gli altri personaggi del libro, tutti caratterizzati da tipicità che denotano un particolare valore su cui l’autrice ha inteso porre l’accento: la religiosità, la saggezza, la condivisione, la coesione, la solidarietà e, non da ultimo, l’ambizione di voler raggiungere gli obiettivi nonostante gli infiniti impedimenti.

    I luoghi descritti, partendo da Grignano Pol. e passando per Fratta P. e Rovigo, consentono al lettore di apprezzare tutte le sfumature dell’arcobaleno valoriale che caratterizzano il libro; qualità che, da sempre, sono caratteristiche dei lavoratori della terra, i quali, avulsi sì dalla ricchezza materiale ma ricchi d’animo, le hanno sapute sviluppare, mantenendo intatta la loro umanità.

  • Orianna Astolfi al Muvig di Canaro

    Orianna Astolfi al Muvig di Canaro

    Dopo il successo della mostra: Giampaolo Berto, Dialoghi, ospitata al MuVIG, il Museo Virtuale del Garofalo di Canaro ha proposto per il 2024 una nuova esposizione d’arte contemporanea.

    Nelle dieci sale del Museo è stata protagonista, dal 27 gennaio al 24 marzo, l’arte della pittrice rodigina Orianna Astolfi.

    Artista dal sincero tratto informale ed astratto, Orianna Astolfi si sta affermando anche in sede nazionale grazie alle mostre ed ai riconoscimenti ottenuti in prestigiosi concorsi italiani d’arte visuale. Le sue opere si sottraggono quasi totalmente al figurativo e si rivelano come intuizioni spontanee ed inconsce, guidate da approcci emotivi ed armonici, in cui i veri protagonisti sono i colori e i materiali. Sulle sue tele, trovano posto come in una partitura musicale, accordi cromatici che intonano scene di grande fascino e potente coinvolgimento. La piacevolezza estetica però è solo una ulteriore prova della cura sapiente nella lavorazione della materia pittorica. Orianna Astolfi – infatti – sfrutta abilmente nelle sue opere, le quinte fotografiche garantite dai toni del grigio, per generare sorprendenti manifestazioni di luce e colore, avvolgendone di carica simbolica gli eterogenei contrasti. Proprio da queste suggestioni nasce il titolo della mostra: “Cromatica”, aggettivo che vuole essere insieme essenziale guida e sincero invito ad immergersi nella forza evocativa del colore.

    La pittrice rodigina si forma alla scuola del cavarzerano Silvio Zago e, prendendo come iniziale modello la poetica del “sublime” di William Turner, filtra i panorami infiniti e silenti del delta padano in inesauribili moduli coloristici, sui quali esercitare una ricerca continua, istintiva e personale. Quella natura primitiva e assoluta in cui l'uomo è assente, diviene sempre più sintetica nel percorso stilistico della pittrice. Anche i pochi riferimenti al reale, via via si dissolvono nella sua più recente ed ultima produzione. Gli estremi baluardi della forma e del paesaggio si frammentano in atmosfere rarefatte e diafane, modellate solamente dagli effetti dinamici della spatola.

    Con questo nuovo evento espositivo, il MuVIG ha inteso proseguire l’attività di valorizzazione delle collezioni permanenti ospitate digitalmente nei suoi spazi, ponendole in dialogo con le opere pittoriche di rilevanti personalità artistiche attive nel territorio polesano.

    In questo modo lo spirito del museo è stato pienamente accolto nella sua essenza: un museo dedicato ad un pittore della tradizione da un lato, ma aperto – dall’altro – ai linguaggi propri del mondo contemporaneo.

    La mostra, promossa dall’amministrazione comunale di Canaro in collaborazione con Pop Out cultura, arte e turismo, è stata curata dal dott. Michael Miazzi.

    L’inaugurazione, alla presenza dell’artista e delle autorità locali, si è svolta il giorno 27 gennaio alle ore 17, alla presenza della consigliera regionale Laura Cestari nonchè dell’amministrazione comunale rappresentata dal sindaco Alberto Davì e dal vicesindaco Pierangelo Pavani.

    Per rimanere informati sulle nuove attività del Museo o per richiedere maggiori informazioni sui futuri eventi è possibile consultare il sito www.muvig.it oppure scrivere all’indirizzo mail: info@pop-out.it.

  • Enrica Pellicciari e l’acquerello

    Enrica Pellicciari e l’acquerello

    Avvincono gli amanti dell’arte le opere della castelmassese Enrica Pellicciari. Formatasi all’Istituto d’Arte di Castelmassa, dipinge dal 1978, realizzando per lo più quadri con la tecnica dell’olio su tela, a pennello ed a spatola. Ma negli ultimi anni la continua ricerca e la sua evoluzione artistica la hanno portata ad utilizzare con sempre maggior convinzione la tecnica dell’acquerello.

    E a questo proposito il critico e curatore artistico Vittorio Spampinato scrive: “… gli acquerelli di Enrica Pellicciari hanno la peculiarità dell’essenza e della prepotenza vivida e lucida del sogno, di quella visione a volte chiara e a volte sfumata che impone la necessità del racconto, del descrivere per descriversi attingendo sia dal sogno misto alla passione verso il segno che da quella delicata e dolce irrequietezza tipica di chi, dell’arte, cantore ne è della bellezza, di quella magnifica bellezza cioè ancor più pura del sogno e di cui Enrica Pellicciari, lettrice affascinata e donna attenta e traduttrice, ne riassume il senso…”.

    Incontro la pittrice castelmassese per conoscere meglio il suo percorso artistico.

    – Come si è sviluppata la tua formazione? Le chiedo

    “Ho conseguito il Diploma di Maturità artistica avendo come insegnanti, fra gli altri, Ermes Simili, Nino Vincenzi e Claudio Bergonzoni. Ho seguito, negli anni, corsi di approfondimento con Adriana Buggino di Padenghe del Garda, con i Maestri Giuliano Boscaini di Bologna e Angelo Gorlini di Milano. Ultimamente ho partecipato a corsi online con diversi colleghi acquerellisti di tutta Italia, un’interessante confronto di sperimentazione. Dopo l’esperienza formativa scolastica ho continuato a dipingere, evolvendone la passione. Poi ho sentito che la ricerca e la frequentazione delle tecniche di pittura mi appassionavano, e costituivano motivo di vero piacere oltre che di interesse”.

    – Quali sono i tuoi soggetti preferiti?

    “La mia è un’arte sostanzialmente figurativa. Prediligo tematiche che spaziano dal paesaggio alle nature morte, dalle composizioni floreali alla pittura di soggetti astratti. Il mio metodo di approccio focalizza il soggetto d’interesse; lo elaboro mentalmente e poi lo studio attraverso il disegno e la composizione, successivamente sviluppo il tema con la realizzazione dei cromatismi, dei toni, delle luci e delle profondità”.

    – Qual è il tuo stato d’animo durante l’esecuzione delle opere?

    “Per riuscire a realizzare i miei dipinti devo estraniarmi completamente dal mondo esterno e riuscire ad addentrarmi in una dimensione emotiva profonda e personalissima. Penso che la mia arte sia un mezzo per soddisfare un bisogno, che è quello, fondamentalmente, di esprimere me stessa, quello che sono. Mi accorgo che, nel praticare la pittura, giungo a conoscere sempre meglio ciò che sono, sempre più in profondità, tanto da diventare arte-terapia. Ho attrezzato in casa mia una stanza nella quale mi rifugio tra pennelli, tele, carte, colori e supporti, tra la fantasia e l’immaginazione”.

    – È una passione costosa?

    “Non nego che l’acquisto dei materiali, la messa in cornice dei dipinti, i trasferimenti nelle sedi espositive comportano un certo onere, ma qualsiasi spesa è ampiamente ripagata dalla soddisfazione, intima e profonda, che mi dà l’energia utile a realizzare la mia passione. Ho la fortuna di essere supportata dai miei familiari, soprattutto da mio marito che è il mio primo sostenitore oltre che il mio Mecenate”.

    – Come ti senti quando inauguri una tua personale?

    “Nonostante abbia avuto modo di presentare diverse mostre personali dal 2008 in gallerie private e pubbliche, devo ammettere che, in ogni nuova occasione, l’emozione è notevole, anche e soprattutto per il fatto che amo presentare sempre nuove opere, esponendomi al giudizio severo del pubblico. Ho avuto l’onore di vedere le mie personali presentate da personaggi del calibro di Sergio Garbato e Claudio Bergonzoni. La più recente partecipazione alla collettiva – La luce nell’arte 2023 – alla Pescheria Nuova di Rovigo, curata dall’artista Giancarlo Gulmini, ha ottenuto il terzo premio con la seguente motivazione: “La ricercata coerenza espressiva nel cogliere l’attimo che fugge, nella creazione di scenari immaginari molto poetici dove l’oggetto principale è costituito dalle relazioni di luce e colore”. Singolare la mostra programmata lo scorso anno al monastero di Fonte Avellana in provincia di Pesaro dal titolo “La fonte” di grande impatto emotivo. Quest’anno nel mese di aprile, ho partecipato alla biennale dell’arte 2024 a Rovigo – L’arte è libertà – e nel mese di maggio ho preso parte alla IX edizione del Festival Internazionale di Urbino inAcquerello, evento di grande valore”.

    – Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

    “Proseguire nel mio percorso artistico, di studio e di ricerca, per riuscire ad esprimere al meglio le mie emozioni e far sì che il pubblico le percepisca. Prevedo di organizzare altre mostre personali e di dare vita, nel mio Atelier a Castelmassa in via G. Matteotti al civico 18, corsi di pittura invitando come docenti maestri acquerellisti di chiara fama. Questo soprattutto nell’intento di dare la possibilità, a chi ne sia interessato, di avvicinarsi alla tecnica dell’acquerello in totale libertà, come stiamo facendo ora con il maestro Valerio Libralato. Non trascurerò le altre mie passioni come la fotografia e l’illustrazione in ambito editoriale”.

  • Lucia Soldà e la forza del colore

    Lucia Soldà e la forza del colore

    È nella magia della potenza cromatica la vera identità espressiva di Lucia Soldà, pittrice che attraverso le sue opere ci conduce nell’attraente mondo dell’astrattismo.

    Nata a Lendinara, da diversi anni vive a Stanghella con il marito Ettore, grande appassionato di musica lirica, spesso il sottofondo che accompagna il lavoro artistico della pittrice.

    Lucia si è diplomata presso l’Istituto d’arte “P. Selvatico”, apprezzata Scuola di Padova, seguendo un corso di studi che ha influenzato in modo decisivo la sua cifra artistica, contrassegnata sia dalla forza del segno, sia dalla dimensione delle opere, sempre imponenti e quindi di grande impatto visivo. Ha frequentato la sezione incentrata sulla tecnica della scultura e dello sbalzo, rapportandosi direttamente con la materia e modellandola per generare forme e creare dimensioni, anche a tutto tondo. È proprio grazie a questa formazione, che Lucia riporta una sorta di soffio vitale nei suoi quadri dai contorni decisi e definiti; spazi nei quali il colore irrompe con la sua “voce” possente.

    Dopo il periodo degli studi, è subentrata la passione per alcuni “grandi maestri. Uno dei suoi maggiori ispiratori è stato il pittore russo Kazimir Malevich (1879-1935), a sua volta influenzato da diversi movimenti artistici, in particolare dal cubismo e dal futurismo, dando rilevanza allo sviluppo dell’astrattismo europeo, aderendo al Suprematismo.

    E, accanto a lui, Lucia Soldà si lascia affascinare dalle varie voci espressive dell’arte moderna aderendo alla poetica di De Chirico e di Picasso, facendosi catturare da Chagall e da Kandinsky, i grandi maestri dell’arte nuova, liberata dal rigore esecutivo, che tuttavia rimane come imprimatur anche in artisti che se ne discostano per partorire nuove correnti espressive.

    L’amore per l’arte e le conoscenze acquisite al tempo della frequenza del Selvatico, restano sedimentate nell’animo di Lucia in una sorta di “riposo” a partire dai tempi del matrimonio fino all’età adulta, quando riprende in mano i pennelli e torna alla grande passione.

    Viene premiata ad un concorso locale, e questo episodio risveglia il suo talento dormiente, cosicché inizia un fortunato periodo artistico nel quale Lucia dà anche vita ad un Circolo culturale – dal nome azzeccato, “La Tavolozza” – divenuto piano piano un punto di riferimento per le persone che vogliono approcciarsi alla pittura e all’arte in generale.

    I suoi corsi di pittura si protraggono ormai da quasi vent’ anni e sfociano in mostre personali e di gruppo a Stanghella e a Rovigo. Il “seme” della creatività artistica della Soldà è germogliato in modo davvero rigoglioso anche con la promozione di iniziative che vedono la partecipazione di un pubblico entusiasta.

    La modalità espressiva di Lucia è innegabilmente interessante, perché evidenzia un innato senso cromatico che in ogni sua opera cattura e coinvolge l’osservatore. Le forme, inventate grazie ad una fantasia esuberante alla continua ricerca di spazio nel quale narrare, sono sempre originalissime anche se il respiro dei grandi maestri aleggia in ogni opera.

    Sono spesso i temi sociali a raccontare le storie del suo ideale “filò”: ci sfilano davanti situazioni composte con la lineare efficacia di forme geometriche, nelle quali trova casa la potenza dei colori che ci parlano con dolcezza o gridano con rabbia o paura.

    E lo sguardo segue un ideale filo di Arianna, perché Lucia ci conduce in un labirinto dell’anima, nel quale possiamo ritrovare emozioni sorseggiando il mistero della luce che si dona ai mortali per vivere momenti divini.

    È forse questo il senso della pittura?

  • L’arte grafica polesana del Novecento

    L’arte grafica polesana del Novecento

    Il Circolo Polesano Amici dell’Arte, mentre è impegnato nelle attività del 2024, ha tracciato il consuntivo del 2023, ricordando tra le altre iniziative l’interessante esposizione che ha avuto luogo nei locali della Pescheria Nuova di Rovigo dal 23 al 28 ottobre 2023, nell’ambito dell’Ottobre Rodigino, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Rovigo.

    La stimolante rassegna d’arte allestita in Pescheria si è posta l’ambizioso obiettivo di documentare la creatività degli artisti polesani nel campo delle tecniche dell’incisione e della grafica d’arte, dagli inizi del Novecento sino ai nostri giorni. Per arte grafica intendiamo una forma d’arte visiva che coinvolge la creazione di immagini su superfici piatte, attraverso tecniche di stampa. Queste immagini, possono essere prodotte in serie rendendo l’opera più accessibile rispetto ad altre forme d’arte come la pittura o la scultura.

    L’esposizione si è posta come un viaggio ideale lungo i percorsi della stampa d’arte, che vanno dall’incisione su rame, alla litografia, serigrafia, xilografia, linoleografia; opere che hanno permesso di apprezzare le caratteristiche delle diverse tecniche, i linguaggi peculiari e l’utilizzo che gli artisti ne hanno fatto, sia nelle forme tradizionali che sperimentali.

    Sigolo e Tchaprassian hanno inteso far conoscere il Polesine come una terra che vanta figure di assoluto rilievo nel campo della grafica, basti pensare ai vari artisti presenti in mostra:

    • Angelo Prudenziato (1907-1980), artista poliedrico e di indole sperimentale, fu allievo di Bruno Saetti, Virgilio Guidi e Giorgio Morandi. Fu incisore di qualità, sono rimaste celebri le sue “Cortecce” realizzate con la tecnica del “frottage”.

    • Aldo Bianchini (1896-1985), iniziò l’attività artistica sotto la guida di Angelo Prudenziato, specializzandosi nella tecnica dell’acquaforte, nella quale dimostrò grande talento ed invenzione, ha allestito varie personali e partecipato a premi e collettive.

    • Ilario Bellinazzi (1940-2013), diplomato all’Accademia Belle Arti di Venezia, allievo di Mario Guadagnino e Francesco Magnolato per l’incisione. Nel 1967 ha iniziato l’attività incisoria, prediligendo l’acquaforte e l’acquatinta. È stato paesaggista e vedutista con uno stile impressionista.

    • Marisa Occari (1926-2014), allieva di Giorgio Morandi e Giovanni Romagnoli, si distingue per il virtuosismo e il minuzioso chiaroscuro, evidente nelle acqueforti. Celebre la serie di disegni dal vivo delle terre polesane alluvionate nel 1951, presentati alla mostra sulla “Ricostruzione” nel 1952.

    • Gino Pinelli (1882-1949), artista completo, studiò all’Accademia di Venezia e si perfezionò nell’incisione. Si dedicò alla pittura e alle tecniche litografiche e xilografiche nei temi del paesaggio, della natura morta e nelle scene di guerra, esprimendosi con grande invenzione e carica espressiva.

    • I fratelli Fioravanti: Ervardo (1912-1996) e Estevan (1919-1981). Il primo dopo gli studi alla scuola d’arte di Castelmassa si perfezionò nella litografia e xilografia. Artista versatile, seppe rappresentare con grande sensibilità la popolazione rurale polesana. Il fratello minore Estevan, specializzato nelle tecniche incisorie fu pittore, illustratore e abile nelle tecniche dell’acquaforte, xilografia e linoleografia, con uno stile vibrante e ardente.

    • Ermes Simili (1923-2014), artista di Castelmassa e docente dell’Istituto d’Arte della cittadina stessa per ben quarant’anni. Si è dedicato alla pittura, all’incisione e alla scultura e nelle arti grafiche ha raggiunto prestigiosi consensi. L’urgenza creativa e un’attività febbrile lo hanno portato a sperimentare tecniche, supporti e materiali diversi. Stilisticamente la sua ricerca si inserisce nella cultura realista ed espressionista post bellica si matrice cattolica.

    • Gabbris Ferrari, Paolo Gioli e Gian Paolo Berto, per restare alle personalità più note, hanno saputo esprimersi con grande incisività nella grafica raggiungendo uno stile astratto. Gabbris Ferrari (1937-2015), ha intrapreso un’intensa attività pittorica, distinguendosi nel genere astratto e in varie opere riconducibili a scenografie teatrali, affiancate ad un forte interesse per le tecniche della grafica.

    • Paolo Gioli (1942-2022), introdotto all’arte dallo scultore Virgilio Milani, si formò alla Scuola Libera di Nudo di Venezia. Dedito alla pittura, dopo un viaggio negli Stati Uniti intraprese una originale ricerca nel campo della fotografia e dell’immagine in movimento, che lo portò a raggiungere la fama internazionale. È stato ricordato anche per le sue ricerche nel campo dell’incisione litografica e serigrafica.

    • Gian Paolo Berto (1940-2022), eclettico artista di origini adriese, nella sua produzione si vedono opere di incisione accanto a pitture classiche di paesaggio ad olio su tavola o su tela, esplosione di acrilici, libertà del segno plastico netto che opera sia con i colori primari che con trasparenze cerulee, con tecniche e materiali tradizionali e altri nuovissime, con simboli e storie antiche e moderne che consentono all’autore di toccare ogni corda dell’animo umano e di arrivare ad ognuno.

    • Nel segno della continuità, ritroviamo opere di artisti viventi quali Claudio Scaranari (1955), interessato all’incisione che ha sperimentato con varie tecniche, nel suo repertorio iconografico ricorrono elementi che richiamano l’ambiente rurale e fluviale della terra d’origine, elaborati con originali soluzioni formali.

    • Grande interesse hanno suscitato le opere esposte del celebre artista Osvaldo Forno (1939), già presente in numerose rassegne d’arte italiane, noto pure per aver partecipato Biennale di Venezia nel 1956. Dal punto di vista stilistico ha studiato l’evolversi della ricerca del Novecento fin dalle Avanguardie storiche cogliendone gli spunti necessari per elaborare un proprio linguaggio. Infine Jessica Ferro (1992), docente di tecniche dell’incisione e delle arti visive, ha concentrato la sua ricerca sulla natura e combina antiche tecniche incisorie con tecniche miste, utilizzando diversi supporti.

    I temi dell’esposizione rodigina sono per lo più legati agli ambienti della civiltà fluviale e agreste polesana, interpretati secondo approcci originali, intimi o minuti, che invitano lo spettatore a soffermarsi alla scoperta di aspetti nascosti del paesaggio o avventurarsi nelle profondità dell’animo umano. Oltre a soggetti tipicamente legati al territorio, questi artisti hanno esplorato nuove espressioni visive e nuovi campi di ricerca come l’astrazione e l’informale con risultati di grande efficacia.

    Sigolo e Tchaprassian hanno voluto sottolineare che in un tempo nel quale l’immagine è divenuta pervasiva, in cui l’individuo racconta in modo compulsivo la propria quotidianità attraverso gli smartphone e i social network, la serialità a tiratura limitata della grafica d’arte ci appare come qualcosa di prezioso, nel quale la tradizione spesso si associa a linguaggi di sorprendente modernità.

    I curatori hanno ottenuto l’appoggio e la collaborazione di vari enti e privati cittadini, che hanno acconsentito al prestito delle opere di loro proprietà. Tra i prestatori si segnalano la Fondazione Banca Del Monte di Rovigo, la Provincia di Rovigo, l’ing. Luciano Zerbinati della collezione di Villa Morosini di Polesella, l’antiquario Silvia Fiocchi di Cose d’altri tempi, gli eredi degli artisti Ilario Bellinazzi, Marisa Occari, Nano Luppi, Ermes Simili, Everardo Fioravanti e molti privati cittadini.

    Per quanto sopra esposto. Il Circolo Polesano degli Amici dell’Arte, con la Presidente Federica Panziera, gli studiosi Sigolo e Tchaprassian hanno ritenuto di esplorare la possibilità (e sottoporre all’attenzione di potenziali portatori di interesse) di realizzare un catalogo che documenti la mostra, in attesa del completamento finale del progetto espositivo.

    I visitatori hanno potuto idealmente ripercorrere attraverso 80 opere di 26 personalità di spicco, la storia dell’arte del nostro territorio, con uno sguardo del tutto inedito sulle tecniche della grafica.

    Elenco di tutti gli artisti in mostra: Ilario Bellinazzi, Tiziano Bellinello, Gian Paolo Berto, Aldo Bianchini, Loredana Breseghello, Gabbris Ferrari, Jessica Ferro, Ervardo e Estevan Fioravanti, Osvaldo Raffaele Forno, Antonio Ghezzo, Paolo Gioli, Spartaco Greggio, Bruno Luppi detto Nano Luppi, Tarcisio Marchiori, Antonio Mastropietro, Giorgio Mazzon, Marisa Occari, Frida Osti, Luigi Paparella, Egidio Pecorari, Gino Pinelli, Angelo Prudenziato, Claudio Scaranari, Ermes Simili, Umberto Simili, Eugenio Tomiolo, Giorgio Wenter Marini.¹

  • Paola Giovanna Manzolli in Modenesi

    Paola Giovanna Manzolli in Modenesi

    Due recenti pubblicazioni – la riedizione de La casa-rosa. Polesine con amore (Giacovelli ed., 2023) e la raccolta “quasi” completa delle sue Poesie (Giacovelli ed., 2024) -, frutto della tenace e amorevole volontà del figlio Pierpaolo, hanno permesso di conoscere meglio una delle penne più delicate e felicemente ispirate del nostro Polesine, innamorata della vita e della sua terra. Ed ora, ne rinnoviamo la memoria con l’auspicio che il suo nome trovi finalmente un adeguato collocamento nel novero dei maggiori esponenti letterari.

    Paolina Manzolli, nota come Giovanna Paola Manzolli Modonesi, è venuta alla luce nel mezzo della Prima guerra mondiale il 24 gennaio 1917, quarta di sei figli, a Papozze, nel Basso Polesine, a quei tempi terra di miseria, malattie e poche opportunità. Qui tuttavia trascorse un’infanzia spensierata, prima nella corte “Mainetta” e poi nella “Casa rosa” – che ispirerà la sua opera principe: il romanzo omonimo -, nella borgata Ca’ De Ruschi sulla riva sinistra del Po, nella golena che sarà cancellata dall’alluvione del ‘51. Nel 1928, persa la madre, Amalia Soldati, all’età di undici anni, fu mandata da papà Stefano in collegio a Crespano del Grappa per qualche anno.

    Una volta conseguito il diploma magistrale, iniziò ad insegnare nella scuola elementare di Panarella e, quindi, nel suo paese natale, dove rimase sino al 1945, anno in cui, poco dopo la fine della guerra, Giovanna (com’era chiamata in famiglia) il 9 giugno

    sposò Ettore Modonesi, che seguì a Pettorazza, sulle rive dell’Adige, dove il marito esercitava come medico condotto. Il 28 marzo 1946 nasceva il primo figlio, Stefano e tre anni dopo, il 27 giugno 1949, il secondogenito Pierpaolo.

    Nel 1950 la famiglia Modonesi si trasferì a Porto Tolle, dove rimase per 36 anni prima di stabilirsi definitivamente a Rovigo, dopo il pensionamento di Ettore, medico del paese. Nel profondo Delta, Giovanna ha amato quella terra inospitale ma incontaminata, capace di regalare suggestivi quadri naturali, accanto a parentesi di paura per le esondazioni, nell’irruenza delle acque del Grande Fiume e delle mareggiate, con cui i polesani hanno imparato presto a convivere. Emozioni ed esperienze diverse, che la sua penna ha immortalato sia attraverso la narrazione che, soprattutto, nella prolifica produzione in versi, seguendo la più intima vocazione per la scrittura; mentre intanto proseguiva con passione la sua attività di insegnante elementare.

    Si è ritrovata a “vivere” diverse alluvioni, tra le quali la più grave, quella del 1951, che mise sott’acqua circa due terzi del Polesine. Di particolare impatto emotivo il suo racconto di quei momenti – ne La Casa-rosa -, culminante nella scena di lei, inerme di fronte all’immane tragedia, che accovacciata apre le braccia ad accogliere le sue due creature come un’ala protettiva. O quella dell’11 novembre 1957 quando, dopo diverse alluvioni dell’anno precedente tra Forti e Pellestrina nell’isola di Polesine Camerini, il mare allagò anche gran parte delle isole della Donzella e di Bonelli Levante (Porto Tolle), e naturalmente, la grave alluvione del 1966, allorché il mare ruppe l’argine della Sacca di Scardovari allagando l’intera isola della Donzella.

    Nei primi anni ’60, proprio su sollecitazione dei figli, che erano cresciuti affascinati dai suoi racconti, si determinò a metterli per iscritto: ne è nato il romanzo autobiografico Polesine con amore: la Casa-rosa, iniziato nel 1961 e concluso nel 1963, di cui mandò l’estratto “Girotondo dell’infanzia” al premio letterario Marino Marin di Adria, dove si classificò primo ex-aequo con un’opera dello scrittore ferrarese Andrea Carli. Il volume, in realtà, ebbe una lunga gestazione, rimanendo per oltre un ventennio nel cassetto: poiché non aveva trovato editori disponibili, fu pubblicata autonomamente solo nel 1988, in mille copie, e nel 1989, in ulteriori cinquecento, andate presto esaurite, fino alla recente riedizione del 2023.

    La “Casa rosa” è l’abitazione della sua giovinezza a Papozze, alla quale sono rimasti i ricordi degli anni più spensierati, delle prime esperienze di vita: i giochi, la scuola, gli affetti, la scoperta dell’amore; indissolubilmente legati anche a tragedie e lutti: la Seconda guerra mondiale, alluvioni, malattie, analfabetismo e scarsa scolarizzazione, miseria congenita ed emigrazione da parte di una popolazione duramente messa in ginocchio.

    Ma la vera vena espressiva di Giovanna era la poesia, cui si è dedicata nell’intero arco della sua vita, vantando oltre quattrocento composizioni, fatte segno di numerosi riconoscimenti in diversi concorsi, con opere sia in dialetto che in italiano.

    Accanto alle tragiche testimonianze del periodo bellico o alle emotive descrizioni di paesaggi deltizi… c’è tanto altro nei suoi versi.

    Ad incominciare dagli affetti, su cui prevale l’amore in tutte le sue sfaccettature: i legami familiari, le amicizie, una sincera “compassione-condivisione” per quell’universo di gente primordiale, povera, costretta a un duro lavoro, a una vita di sacrifici e anche all’emigrazione. C’è poi il senso profondo della maternità, in cui sente di aver realizzato la più intima essenza di sé, con il conseguente sconfinato amore – ricambiato – per i due figli… insomma, nelle poesie della Modonesi c’è tutta la vita, con le gioie e i dolori.

    A Rovigo dal 1986, dove ha concluso la sua carriera di insegnante nella scuola elementare “Giovanni Pascoli”, ha trascorso gli ultimi anni della sua vita serenamente, schiva e riservata, nonostante la proclamazione a socia dell’Accademia dei Concordi per meriti letterari, continuando a comporre liriche nel suo studio-salotto allietata dall’arrivo di quattro nipoti. Nel 1944, dopo la morte improvvisa dell’amato Ettore con il quale ha condiviso un’intensa unione di sentimenti e interessi culturali, si è chiusa in un mondo tutto suo, trovando conforto nei ricordi di quel rapporto così intenso ed esclusivo. Si è spenta il 26 dicembre 2005 e ora riposa nella tomba di famiglia nel cimitero di Papozze insieme al figlio Stefano e al marito Ettore.

  • Anna Zerbinato (1922-2006)

    Anna Zerbinato (1922-2006)

    La toponomastica del territorio lendinarese si arricchisce di una nuova intitolazione, dedicata ad una figura di spicco in ambito educativo e assistenziale: la maestra Anna Zerbinato.

    Alla sua memoria è stata collocata una targa in corrispondenza della rotatoria Saguedo Campomarzo Via Pioppa.

    La sentita cerimonia è avvenuta lo scorso 5 novembre 2023, alla presenza dell’Amministrazione Comunale nelle figure del sindaco Luigi Viaro, dell’assessore alle Pari Opportunità Francesca Zeggio e della presidente Luigina Bertelli, della Consulta di Saguedo, Campomarzo e Barbuglio, dei parenti e di un folto pubblico, con la consacrazione del parroco don Alberto Rimbano.

    Nata a Ramodipalo il 26 luglio 1922 e deceduta presso la sua abitazione lendinarese il 3 giugno 2006, Anna è rimasta nei cuori di intere generazioni e nell’anima dei luoghi che ha attraversato, facendo della sua vita una missione, nella quotidiana sfida di contesti assolutamente ostili.

    È con queste premesse, interpretando la volontà di comunità intere, che il promotore dell’iniziativa, il signor Giovanni Caleffi – per tutti Gianni – lendinarese conosciuto particolarmente in ambito associazionistico quale cofondatore e segretario dell’Associazione “Amici di Garibaldi”, interprete nelle passate e applaudite rievocazioni storiche della visita del Generale a Lendinara e figurante nelle varie manifestazioni legate al periodo Risorgimentale della nostra Nazione, ha ritenuto doveroso ricordarla in forma pubblica, lasciando una stabile traccia del suo passaggio terreno.

    Il primo incontro di Gianni con Anna Zerbinato avviene nel settembre 1950, quand’egli arriva a Saguedo dal comune altopolesano di Melara, a pochi giorni dall’inizio della frequenza della prima elementare. La calda accoglienza di Anna sarà la premessa di un’amicizia famigliare mantenuta negli anni e ravvivata dalla condivisa frequentazione di ambienti comunitari come il convento dei Frati Cappuccini dove il figlio Davide conoscerà Padre Massimiliano il quale, dedito alla creazione di crocifissi in terracotta, sarà l’ispiratore della futura attività artistica (Davide Caleffi è un noto e apprezzato artista lendinarese, del quale, tra le altre opere, si può apprezzare l’originale fontana collocata nel giardino della Biblioteca Comunale, n.d.r.).

    Ed è proprio dall’accorata narrazione del signor Caleffi, tesa a condividere il ricordo di una persona speciale, che origina questo tributo ad Anna Zerbinato, maestra, cuoca, assistente, catechista e confidente per persone di ogni età. Testimonianze talvolta difficilmente credibili per i più giovani o per i pochi fortunati che non hanno sperimentato le enormi difficoltà, da ogni punto di vista, di quei tempi.

    Lo sconforto generato dai drammatici avvenimenti bellici e dalle calamità naturali che hanno pesantemente gravato sul nostro territorio, il senso di precarietà diffuso in ogni categoria sociale, rendevano quasi eroiche le iniziative di volontariato intraprese ad opera di benefattori privi di risorse economiche.

    In un’epoca quasi dimenticata, così distante dall’attuale non tanto sotto l’aspetto cronologico quanto dal punto di vista sociale, la straordinaria figura di Anna Zerbinato racchiude tutto il senso di un’esistenza dedicata al prossimo, scortata dal suo immenso bagaglio di doti spirituali presso le lendinaresi comunità di Saguedo e Campomarzo.

    La “signorina” Anna, si assunse l’onere di provvedere alle amorevoli cure dei tanti fanciulli abbandonati a se stessi, a conferma di come la maternità sia, innanzitutto una condizione del cuore molto prima che questione biologica.

    Le numerose famiglie, la cui ricchezza consisteva spesso solo nella quantità della prole, impegnate nel duro lavoro dei campi spesso non riuscivano a soddisfare i bisogni primari quali l’assunzione di pasti quotidiani che con fatica e amorevole ingegno riusciva a combinare con il poco a sua disposizione.

    Va ricordato il suo impegno nell’istituzione dell’asilo infantile di Saguedo, al tempo retto dal “Comitato Asilo Infantile di Saguedo” con il sostegno dell’Ente Comunale di Assistenza sorto a Lendinara nel 1904 e destituito nel 1978. A seguito dell’erezione dell’Asilo di Campomarzo, in attività fino al giugno del 1987, Anna Zerbinati assumerà il ruolo di dipendente comunale in qualità di cuoca.

    Animata da autentico spirito cristiano, esempio coerente di partecipe solidarietà nei confronti del prossimo, illuminata interprete dei più nobili valori umani, è stata un vero e proprio punto di riferimento assistenziale, sopperendo (non marginalmente) alla carenza dell’epoca in tale ambito.

    Numerose le testimonianze da parte di coloro che l’hanno conosciuta beneficiando della sua instancabile attività intrapresa con caritatevole e professionale attitudine nelle varie sedi, pubbliche e private, laiche e religiose.

    Il congedo per raggiunti limiti di età – menzionato dalla Rai in occasione dei grandi festeggiamenti in suo onore – non segnerà la tappa conclusiva del suo impegno poiché Anna continuerà a raggiungere e ad essere a fianco delle persone in difficoltà.

    Molti anni fa ho conosciuto la signorina Anna nell’ambito dell’attività lavorativa, per un periodo davvero breve; conservo ancora il libriccino dal titolo “Grazie”, una raccolta di pensieri spirituali sulla vita e l’amicizia che lei volle donare a me e alle mie colleghe accompagnato dalla dedica esplicativa del suo modo di essere, così amabile, schietto e spontaneo.

  • Brunello Gentile ci ha lasciato

    Brunello Gentile ci ha lasciato

    Inattesa e destabilizzante ci è giunta lo scorso agosto la tragica notizia della improvvisa morte di Brunello Gentile, l’amico padovano, colto e prodigo di idee che, con i suoi racconti di mare e le sue poesie (di cui non poche dedicate al Polesine) ha più volte collaborato alle pagine letterarie di Ventaglio Novanta.

    Angioletta Masiero, scrittrice e attiva animatrice culturale del nostro territorio (e non solo) lo ricorda indirizzandogli una sentita lettera:

    Brunello caro,

    che tristezza non averti qui, non poter sentire la tua voce, guardare i tuoi occhi, scherzare con te…

    Mi manchi, mi manchi tanto. Era bello sentire squillare il telefono, dialogare con te, fare progetti insieme, parlare di poesia, di teatro, di libri, di musica, di premi letterari… È stato proprio durante un concorso nell’isola di Albarella, il Thesaurus, che io e te, diversi anni fa, ci siamo incontrati.

    Io ero nella giuria insieme ad Alessandro Quasimodo e ad Hafez Haidar, tu mi sei venuto incontro per stringermi la mano. Abbiamo iniziato a parlare di poesia e dell’antico palazzo dove vivevi, a Padova, ne eri così orgoglioso… Ho promesso che sarei venuta a trovarti. Ecco, la nostra grande amicizia è iniziata così, con un sorriso e una stretta di mano.

    Se adesso qualcuno mi chiedesse com’eri, gli risponderei: Brunello era un cavaliere d’altri tempi, sempre distinto ed elegante, un vero gentiluomo. Un uomo che credeva nei valori più alti, un idealista, un poeta, un uomo coraggioso e leale che non sarebbe mai venuto meno a una promessa, non avrebbe mai tradito chi godeva della sua stima e della sua amicizia.

    Si, eri sincero e onesto fino all’estremo. Sotto un aspetto un po’ burbero che poteva incutere soggezione in chi non ti conosceva, nascondevi un cuore di fanciullo. Un fanciullo che s’incantava davanti ad un tramonto, al profumo di un fiore, si commuoveva guardando un pettirosso e si fermava per dargli briciole di pane.

    Ero affascinata da questa tua personalità; così forte e sicura esternamente e tanto sensibile e delicata al di dentro.

    Amavi la vita e amavi la bellezza. In ogni sua forma. Il mare era il tuo elemento naturale. La tua passione. Come lo era la tua barca. Con lei ti sentivi libero. Potevi andare in ogni luogo, verso le trasparenze di Venezia, verso le vampe della Costa Azzurra, lungo l’ansa del Danubio, tra i canali di Amsterdam, sulle rive del Neckar…

    Con la tua imbarcazione, insieme alla tua amata sposa, Carla Alberta, hai compiuto lunghi viaggi, hai girato il mondo. Ti sei incantato guardando sorgere e tramontare il sole all’orizzonte, hai inseguito con lo sguardo l’Orsa Maggiore e le costellazioni, hai stretto la tua donna e l’hai sempre avuta accanto nelle tante avventure di terra e di mare.

    Quando mi raccontavi i tuoi viaggi, il fascino dei paesaggi, i colori e i profumi dei diversi Paesi, ti si accendeva una luce particolare negli occhi. Perché tu, Brunello, eri un grande navigatore, un vero lupo di mare. E come i veri uomini di mare, amavi la tua barca, compagna di tante avventure.

    A lei hai dedicato questa splendida poesia:

    Alla mia barca

    Quanti mari ho navigato con te, fra bonacce e burrasche, quanti porti ho raggiunto, quante rotte ho solcato; il mio ardire possibile confidando soltanto sul tuo vincere l'onda.

    Grazie per quanto mi hai dato fra Oriente e Occidente, fra rocce e falesie doppiate ogni volta per cambiare la costa.

    Grazie per avermi concesso un respiro d'altura, sotto il Sole o le stelle, lasciando lontani frastuoni di terra.

    Grazie per avermi donato riposi alla fonda sulle rade più dolci, per avermi ascoltato quando ho chiesto di vivere una nuova avventura.

    Grazie per il tuo dialogare con i venti del Nord, le correnti del Sud, le calme più adatte a rivivere sogni con la donna che ho amato.

    Avevi un grande dono, amico mio, un dono raro. Quello di saper osservare la vita oltre il velo di Maya del quotidiano; ne sapevi trarre stimoli al giudizio e alla crescita personale.

    Sapevi leggere le leggi e gli universali del mondo. E li facevi diventare poesia. Eri un vero artista della parola, un fine cesellatore. In verità, non riuscivo a vedere in te il confine netto tra la tua vita e la tua poesia.

    La tua scrittura, infatti, ha le caratteristiche di un’autobiografia.

    Quante volte, amico caro, ho letto i tuoi volumi “Sulle rotte dell’incanto” e “Storie e magie della costa”. Opere davvero straordinarie che ci trasmettono il tuo amore per il mare, per le vastità sconfinate, il tuo senso di libertà, il rispetto profondo per la natura.

    Non sopportavi i soprusi, le ingiustizie. La cattiveria umana ti faceva orrore. Per te la cosa più importante nella vita era riuscire, sempre e comunque, a mantenere intatta la propria umanità, a sentirsi vicini alla sofferenza altrui e difendere i diritti di ogni essere umano.

    A volte diventavi malinconico e mi dicevi che avresti voluto tornare nella tua amata Sardegna, là dove eri nato. Per ritrovare il profumo e gli aromi della tua terra, l’incanto dell’infanzia, la magia dei mirti e dei gigli di mare…

    Quanti ricordi nella tua vita, quanti progetti, quanti sogni realizzati ed altri ancora da attuare.

    Quanti libri pubblicati, quanti riconoscimenti, quanti premi vinti.

    E avevi ancora tanto da dare, da fare, da scrivere, tante albe e tramonti da ammirare…

    Vorrei con tutto il cuore che ora tu fossi qui, accanto a me.

    Ti ho voluto bene tutti i giorni, Brunello. E ora mi manchi ogni giorno.

    E mi manca, mi mancherà sempre, il tuo raccontare la vita come solo tu sapevi fare, con profondità di pensiero, con sottile arguzia e tenera ironia.

    Ma so, con certezza, che il legame che avevamo non può essere spezzato; nessun intervallo di tempo o spazio può distruggerlo.

    Nemmeno la morte può separare i veri amici.

    Nel giardino della memoria, nel palazzo dei sogni, è lì che io e te ci incontreremo ancora.

  • Mara Zampirollo (1943-2023)

    Mara Zampirollo (1943-2023)

    Danzatrice, pittrice, una donna desiderosa di riempire la vita con sempre nuove esperienze nell’ambito dell’arte, che ha sperimentato a tutto tondo, in una Rovigo che viveva, nella seconda metà del secolo scorso, una rinascita in ambito culturale. Per Mara Zampirollo, la danza era la vita, così come l’arte figurativa.

    Si è spenta a 80 anni, dopo una lunga malattia, la fondatrice di Artedanza, donna coraggiosa, poliedrica, che ha fatto della bellezza il proprio motore interiore: che fosse in un tappeto orientale, in un tessuto, in una coreografia, o nella sua siamese blu Caterina, ciò che la faceva stare bene era proprio questo. Mara Zampirollo manifestava una certa insofferenza per le cose pratiche, faceva fatica a trovare la felicità nella normalità del quotidiano, e le persone che l'hanno conosciuta da vicino lo sanno. La sua, era una necessità di astrazione e di fuga che a volte poteva far soffrire chi le stava accanto.

    Nata a Rovigo il primo marzo 1943, Mara Zampirollo era la più giovane di 5 fratelli, da qui il soprannome “Maretta”. E nella prima metà del '900 nelle famiglie non vigeva molta diplomazia, ma spesso la forza e la prepotenza. Probabilmente anche per questo è cresciuta particolarmente diretta e ruvida nella sua natura.

    Per lei gli anni ‘60 sono stati il culmine del fermento pittorico, che l’hanno vista in prima linea con le proprie mostre, presenze nei circoli di artisti insieme a Gabbris Ferrari e Paolo Gioli, ma anche come modella e musa ispiratrice, insieme al fratello. Ma c’era soprattutto la danza nel cuore di Mara.

    Fin da piccola “Maretta” ha manifestato una dote innata per questa disciplina, cominciando però con il pattinaggio artistico, per proseguire poi, con totale dedizione, lo studio della danza classica vera e propria.

    A Rovigo la prima scuola di danza classica è stata fondata nel 1954 da Sandra Olgiati, ex ballerina della Scala di Milano. Successivamente ne prende le redini un’insegnante, sempre ex della Scala di Milano, di nome Vanna Busolini. Ed è proprio qui che Mara Zampirollo bambina, inizia a muovere i primi passi da ballerina, frequentando poi da ragazzina anche le scuole di Padova e Vicenza.

    Passano gli anni e, nel 1968, Vanna Busolini, già gerente di altre scuole nel Veneto cede l’attività di Rovigo a Mara Zampirollo che nel frattempo aveva conseguito la formazione accademica di Ballerina Professionista. Per quasi vent’anni rimane l’unica scuola nella realtà rodigina, coinvolgendo centinaia di famiglie, dapprima in via Levico, poi in via Giovanni Verga, dove tutt’ora ha sede.

    Dal 1999 l’insegnamento della disciplina classica viene affidato alla giovane insegnante Michela Ronda, membro dell’Associazione Internazionale Professori di danza classica Marika Besobrasova, e la scuola nel corso degli anni ha incrementato il numero dei corsi e delle discipline, al passo coi tempi e con i cambiamenti che il mondo della danza ha portato con sé.

    Nel 2003 Mara Zampirollo lascia ufficialmente l’attività alla figlia Nabila Zaia (cresciuta praticamente dentro la scuola), che ne prende le redini e la Direzione Artistica.

    Nel 2018 Artedanza ha festeggiato i 50 anni di attività, orgogliosa di essere ormai una realtà consolidata in Polesine, e continuando una tradizione di decenni, attraverso i figli e i nipoti di coloro che hanno fatto parte della scuola nei primi anni ’70, e ancor più in coloro che hanno fatto della danza la loro professione.

    Tutt'ora Artedanzarovigo Asd porta avanti le discipline della danza, nonostante gli anni duri della pandemia, il mutare dei tempi e i cambiamenti sociali che toccano inevitabilmente tutte le sfere della vita collettiva. Artedanzarovigo Asd conta 56 anni di storia, di lavoro, di cambiamento ma anche di tradizione. La volontà e il desiderio di portare avanti un'educazione alla disciplina e all'arte con passione e rispetto.

    Mara Zampirollo era un'insegnante molto autoritaria, diretta e senza filtri: se prendevi un chilo non te lo mandava a dire. Per questo motivo la si ricorda come una donna molto severa e dura, perché esigeva disciplina e dedizione: la danza era ed è una cosa seria.

    Poi i saggi: spettacoli che riempivano il teatro Sociale di Rovigo, file notturne al botteghino per accaparrarsi i posti migliori, perché le sue realizzazioni coreografiche erano coraggiose, innovative e curatissime. Mara Zampirollo era da una parte prigioniera di un mal di vivere che l'ha accompagnata da sempre, e dal quale sopravviveva esprimendo la sua creatività e rifuggendo sempre più dai rapporti umani; dall'altra, invece, ha dovuto lottare con la malattia, con cui ha convissuto per molti anni fino all’epilogo, avvenuto a Lendinara il 20 Ottobre 2023.

    “Vogliamo ricordarci di Mara così: arte fatta essere umano – sottolinea la figlia Nabila, che oggi dirige Artedanzarovigo Asd -, L’arte non ha epoca. È l’emozione che dorme su guanciali d’eternità.” Picasso affermava: “Tutti i bambini sono degli artisti nati; il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi”. E Mara è stata coerente con sé stessa. Lo è rimasta per la vita intera.

  • Rovigo e l’ottica Toffoli

    Rovigo e l’ottica Toffoli

    Siamo al primo piano della storica “bottega” l’Ottica Toffoli, che con l’eleganza delle sue vetrine rappresenta un valore aggiunto della Piazza Vittorio Emanuele II, salotto buono di Rovigo. Incontriamo per l’occasione Niccolò Toffoli, figlio di Daniele ed Ellen, che con la sua passione ci racconta la nascita del Museo dell’Occhiale, vero gioiello all’interno dello store…

    – Niccolò da quanto tempo ti occupi … di occhiali?

    “La mia esperienza qui inizia da piccolissimo, mia madre mi portava in negozio già quando avevo 2/3 anni. Ricordo che mio padre mi faceva giocare con i suoi occhiali per tenermi impegnato. Forse proprio da qui è nata la passione che poi ho ritrovato quando sono cresciuto e ho deciso di affiancarlo nella gestione della nostra attività”.

    – Quale ruolo ricopri all’interno dell’azienda di famiglia?

    “Ho iniziato dal laboratorio, dove si sagomano le lenti che poi vengono montate sulle montature, si fanno riparazioni e si viene in contatto con la manualità, anch’essa filiera fondamentale per l’ottica. Poi ho provato a trovare il mio posto in vari ruoli ma la mia passione per il design delle montature mi ha portato al ruolo di “buyer”, per poi avere tutti gli strumenti che mi servivano ad affiancare mio padre nella gestione operativa dell’azienda”.

    – Che rapporto ha il tuo Museo con i clienti e con la città?

    “Per noi vedere i clienti perdersi nella storia dell’occhialeria e della nostra famiglia è sempre emozionante. Un gioiello del passato dove sono custoditi più di 150 anni di conoscenza e professionalità”.

    – I centri storici in tutta Italia sono in sofferenza. Che cosa ti auguri per Rovigo? I commercianti quale ruolo possono avere? Che rapporto è auspicabile con il patrimonio storico artistico?

    “Mi auguro che Rovigo riesca a trovare una leadership che possa valorizzare la nostra città. Nel nostro piccolo sosteniamo gli eventi culturali come Rovigoracconta, oppure offriamo ogni anno ai nostri clienti microfibre personalizzate in edizione limitata tematizzate dalle mostre di Palazzo Roverella. Abbiamo il conservatorio Francesco Venezze, culla di talenti musicali, il Museo di Grandi Fiumi e l’Accademia dei Concordi, che a breve avrà un nuovo volto direttamente su Piazza Vittorio Emanuele. Forse non diventeremo capitale della cultura ma sicuramente unendo le forze possiamo ambire a diventare una tappa obbligatoria per gli amanti della cultura”.

    – Come coniugare un locale storico come il tuo con l’evolversi del mercato moderno, sempre di corsa e in cerca di continue novità?

    “Fortuna vuole che anche le generazioni si evolvano e portino innovazione, da Giobatta Toffoli, il fondatore, a Daniele oggi e io stesso domani. Il luogo e lo spirito rimangono gli stessi, ma ogni generazione aggiunge un nuovo e personale tassello”.

    – Grazie Niccolò per la disponibilità e la passione che metti nel tuo lavoro. Ci lasciamo però con una domanda necessaria: “Cosa pensi di fare da grande?”

    “Semplicemente, aggiungere il mio tassello”…

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