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Archivi: Articoli d’archivio

  • In visita a Villa Braglia

    In visita a Villa Braglia

    Tra le ville venete presenti nel territorio polesano, Villa Braglia, che sorge a pochi passi dal centro di Lendinara, incuriosisce in modo particolare. Si tratta di un edificio del XVIII secolo da decenni purtroppo disabitato. Di recente è stato aperto al pubblico, assieme ad altri beni importanti del territorio lendinarese, in occasione delle Giornate di Autunno 2023 programmate dalla Delegazione del Fai di Rovigo.

    Con l’apertura di Villa Braglia, resa possibile grazie alla disponibilità e alla collaborazione della famiglia Carraro, proprietaria dell’immobile, e grazie al sostegno dell’amministrazione comunale di Lendinara, si è inteso richiamare l’attenzione su beni normalmente non aperti al pubblico, ma che in ogni caso meritano di essere conosciuti e apprezzati.

    Diciamo subito che il nome della villa ha un’origine curiosa, che non deriva direttamente dal nome delle famiglie proprietarie ma dall’ambiente circostante: in alcune città, infatti, vi erano in passato delle località chiamate BRAIA o BRAJA o BRAGLIA intendendo con questo termine una “campagna aperta” (quindi non cinta da mura) in parte dedicata ad orti e giardini.

    A Lendinara, anticamente, il termine "BRAIA" veniva utilizzato per indicare una vasta proprietà appartenente alla Famiglia Cattaneo, famiglia di origine veronese, Signori di Lendinara già dall’870. Testimoniava la loro presenza sul territorio il tempio di San Francesco (oggi purtroppo scomparso) edificato in prossimità dell’attuale chiesa e convento dei frati Cappuccini (già in precedenza convento delle monache di Sant’Agata). La costruzione fu voluta nel 1246, da Crosna Cattaneo, dopo il passaggio di Ezzelino da Romano che mise a ferro e a fuoco le aree circostanti.

    Ai Cattaneo si fa dunque risalire la Braia, separata dalla città murata da un’alternanza di fosse e terrapieni che vennero interrati nel 1852 dal lendinarese Girolamo Ballarin, il quale poi recintò con mura il fondo a quel tempo di sua proprietà.

    Si raggiungeva la Braglia seguendo una via tortuosa che, uscendo dal Portello (un’antica e piccola porta di cinta della città murata di Lendinara, posta a tramontana rispetto all'attuale Piazza Risorgimento), conduceva al borgo ricco di ville e giardini e scelto dai religiosi come luogo di ritiro e di pace. Dopo vari passaggi di proprietà, tra cui anche gli Estensi, nel 1630 la Braia fu riacquistata da parte dei Cattaneo.

    Non lontano dalla villa, sorgeva un monastero fondato alla fine del 1200 dalla famiglia Cattaneo con una chiesetta dedicata a Santa Maria Nuova detta "Della Braglia". In epoca non ben precisata, la Badessa Benedetta Innocenza Malmignati istituì nel monastero un educandato e ingrandì a sue spese la chiesa ornandola di pitture.

    Dopo circa 5 secoli, nel 1810, il Governo napoleonico decretò la soppressione del monastero che venne successivamente venduto all'asta nel 1868. Di questo immenso complesso rimane solo una meravigliosa grata lignea eseguita da Lorenzo Canozi, considerato tra i maggiori rappresentanti dell’arte dell’intarsio ligneo, su incarico della famiglia Brillo (un’altra nobile famiglia che nella zona della Braglia possedeva sontuose ville) che è ora conservata nella sala canoziana del Palazzo Municipale lendinarese.

    La storia della villa, denominata BRAGLIA, risale al XVII secolo. Edificata nel 1630 da Gasparo Cattaneo (vescovo di Pola nel 1662), divenne poi proprietà della famiglia Milani (forse Giulio o Bellino che dai dati catastali risultano possedere le terre vicine), passò successivamente nella disponibilità della famiglia Franceschetti, poi Ghirardello, fino ad arrivare a oggi, proprietà per eredità della famiglia Carraro.

    In visita alla Villa

    Esterni

    Accoglieva i visitatori alla villa un ampio giardino, di cui possiamo solo immaginare la bellezza, oggi parzialmente venduto ad un’altra proprietà.

    La residenza padronale, che presenta una facciata geometrica, è costituita da tre piani, esternamente suddivisi da una cornice marcapiano. Le finestre poggianti su un davanzale in rilievo sono arricchite da una semplice cornice.

    Altro e unico elemento decorativo della facciata consiste nella fascia angolare verticale con elementi che richiamano lo stile liberty. La forma squadrata della villa è addolcita dalla scala di forma convessa, arricchita da una ringhiera in metallo anch’essa in stile liberty. L’ampia scalinata ad un’unica rampa conduce il visitatore ad un terrazzino delimitato da una balaustra in cemento da cui si accede al piano nobile.

    Durante le ricerche sono stati rinvenuti due progetti di una “cancellata” realizzati da “Milani Prof Giuseppe – professore e scultore”: una probabilmente è relativa ad una proposta di lavoro non realizzata ma i cui particolari richiamano gli elementi decorativi della scala ancora oggi esistente, l’altra invece costituisce il progetto della cancellata di ingresso laterale dalle forme geometriche ma leggiadre come tipico dello stile liberty del Milani.

    Interni

    Nulla si sa relativamente all’origine delle decorazioni interne ma nel testo del Rigobello “Notizie e immagini per una storia dei beni artistici e librari” vengono descritti gli interni della villa come affreschi seicenteschi e affreschi dell’inizio del ‘900.

    Il Salone centrale

    La struttura dell’edificio, sebbene probabilmente più casa padronale che villa veneta, ricorda comunque la pianta classica della villa veneziana con ampio salone centrale e vani adiacenti per lato.

    Il pavimento è stato rimaneggiato e oggi è a piastrelle; invece, il soffitto originale è costituito da travi di legno riccamente decorate con doppie trecce colorate in verde e rosa e separate da rosoni con gli stessi colori delle fasce. Nella parte centrale di ogni trave è presente la decorazione di una forma geometrica ripetuta su tutte le travi, che crea l’illusione di una fascia perpendicolare. Ogni trave inoltre termina con lo stesso disegno, il che sottolinea l’alta attenzione del decoratore nei dettagli.

    Le pareti sono incorniciate da un fregio monocromo color seppia che si ripete modularmente su tutte le pareti e raffigura putti reggenti una colomba e in atto da alzarsi da cavallo. I putti con i cavalli a loro volta sorreggono dei medaglioni dove sono raffigurate scene paesaggistiche con monti, alberi e barchette.

    Sopra le due porte che danno accesso alle prime due stanze frontali invece, sono presenti due medaglioni che raffigurano forse lo stesso uomo in diverse età: quello a destra, disteso in un ambiente collinare con alle spalle un capriolo/cervo e reggente una freccia; nel lato opposto invece l’uomo viene raffigurato semidisteso su un cuscino e con alle spalle un angelo.

    Prima stanza sulla destra

    Dal salone ci dirigiamo nella prima stanza che si apre a destra: presenta una decorazione a fascia che corre sulla parte alta delle quattro pareti. Mostra un'alternanza di imprese a monocromo verde, sorrette da festoni ramati a frutta e fiori, e arpie (al centro e sugli angoli). Sulle pareti corte, in bilico sulle stesse mensoline su cui stanno le arpie, spiccano due finte brocche in lapislazzuli.

    Questa stanza presenta motti incoraggianti ad una condotta onesta (coccodrillo ipocrita), umile (elefante e girasoli), non impetuosa (il cavallo), volta a conoscere (astronomo) e che punta alla saggezza (stelle e luna).

    Entrando nella stanza il tempo sembra essersi fermato; troviamo infatti mobili e oggetti della seconda metà del ‘900: due mobili/credenze in legno dove sono conservati piatti, posate, ceramiche e argenteria di bella fattura, una grande cassaforte.

    Il pavimento è in cotto con forme geometriche rotondeggianti, il soffitto con cassettoni in legno.

    Camera in fondo a destra

    Analogamente alla precedente, la stanza (forse un tempo sala da pranzo, oggi camera da letto) ha una fascia istoriata che corre lungo il bordo superiore delle pareti. La decorazione, molto simile per temi e forme, si differenzia dalla precedente per le singole imprese che si trovano all'interno delle lunette modulari; inoltre le scene sono sul tono ocra e hanno cornici rossastre.

    Anche in questo caso si tratta di scene moraleggianti: incitano a lavorare, faticare (mano che estirpa l'erba, elefante turrito, mulino) per giungere a degli ideali più nobili (castello, colomba, aquila, dromedario, cervo); per farlo servono vigore (bomba) e pazienza (pavone, leone, busta con cuore).

    Il soffitto è a cassettoni in legno e rosoni centrali.

    Terza stanza in fondo a sinistra

    Anche questa stanza (attuale camera da letto, forse cameretta dei bambini) è ornata da un fascione decorativo al livello del soffitto ma, rispetto alle stanze precedenti, in questa sala lo stile diventa chiaramente più vicino ai motivi decò.

    Tutto lo spazio è scandito da riquadri di un bel blu profondo. In primo piano la decorazione è occupata da una processione di bambine in abitino bianco e capelli raccolti in trecce rotonde; queste figurine sostengono dei festoni e delle ghirlande di rose.

    Al centro delle pareti corte si vedono due ovali affrescati: quello a sinistra con la scena della Natività con la sola figura della Madonna e tre figure femminili che assistono alla scena, quello a destra con due angeli. Sull'ovale tra le finestre si scorgono, piccole sulla parte destra in basso, la firma (di artista al momento non riconosciuta) e la data dell'opera 1912 o 1917.

    Il soffitto è a cassettoni su sfondo azzurro e con rosoni centrali dorati.

    Lo studio

    Con l’accesso allo studio ha termine la nostra visita alla storica dimora. È questa una ampia sala la cui decorazione è costituita da un fascione con putti dorati danzanti con nastri e teste di figure umane.

    Particolare l’effetto trompe l’oeil dei dentelli sul sottotetto che crea volume e un’idea di sostegno del soffitto a cassettoni con immagini floreali dipinte.

    Dallo studio si accede ad un terrazzo chiuso, circondato da una balconata a balaustra simile a quella presente nel terrazzino in ingresso.

    Villa Braglia si presenta dunque con le caratteristiche di una costruzione storica di pregio meritevole di essere valorizzata

  • La torre della memoria

    La torre della memoria

    Nell’ambito del X censimento del FAI per i “Luoghi del Cuore”, svoltosi nel 2020, la provincia di Rovigo, ha visto emergere per numero di preferenze un piccolo edificio storico situato nel centro del comune di Taglio di Po.

    In origine

    Si tratta dell’antica torre campanaria del paese, bene legato alla storia locale, che, con 2.693 preferenze, è risultato il 6° luogo più votato in Veneto, il primo in provincia di Rovigo, che ha raggiunto il 160° posto nella classifica nazionale. Un risultato eccellente se paragonato alle dimensioni del paese, che ha dimostrato un grande amore verso questo edificio, fra i pochi simboli del passato sopravvissuti alle alluvioni, alle guerre e al tempo, in un territorio come quello del delta del Po dove sono scomparsi la maggior parte degli antichi edifici che costituivano i centri abitati.

    Ciò nonostante la storia della torre, come quella di tutto il territorio deltizio, non è molto antica; si pensi infatti che la sua realizzazione risale al 1882, come riporta la data scolpita sulla pietra posta sopra l’originaria porta di accesso. Tale pietra è oggi poco visibile, in quanto addossata ad un’altra abitazione e la porta su cui è apposta tamponata, in favore del nuovo accesso posto a ovest.

    In origine la torre era accessibile da sud e si presentava affiancata dalla chiesa, poi demolita; inoltre attorno alla piazza si trovavano la farmacia, la casa del medico e il municipio: di questi altri edifici oggi non rimangono tracce, perché sono stati sostituiti da edifici più moderni e ritenuti più funzionali, come usava in particolare negli anni ‘60-‘70 del secolo scorso.

    Oggi

    La torre oggi risulta pertanto inglobata fra le costruzioni private che costeggiano piazza Venezia e il sagrato della chiesa attuale, tanto che uno sguardo distratto neanche focalizza questa presenza, poco più alta delle abitazioni, distinguibile solo per la stretta facciata in mattoni faccia a vista (donati al tempo della costruzione dal medico del paese) e per il classico tetto a quattro falde con doppie arcate di sostegno da cui pendevano le campane.

    Le stesse campane furono fuse e utilizzate, nel 1969, per realizzare quelle del nuovo imponente campanile, costruito di fronte. L’edificio ottocentesco è pertanto rimasto a lungo una presenza silenziosa, in stato di semiabbandono. Soltanto attorno alla fine del secolo scorso e inizi del nuovo millennio, l’imprenditore tagliolese Luigi Crivellari accese l’interesse verso l’antica torre che contribuì a salvare dal deperimento sostenendo le spese per i lavori di restauro.

    Il progetto di valorizzazione

    Oggi, a vent’anni di distanza e dopo l’importante riconoscimento del FAI, celebrato con l’apposizione di una targa, avvenuta il 20 marzo 2021, si è verificato un rinnovarsi dell’interesse nei confronti dello storico edificio: il Comune e lo stesso Crivellari intendono portare a termine l’opera di valorizzazione di questo Luogo del Cuore ed hanno chiesto all’architetto Barbara Pregnolato di redigere un progetto funzionale che darà completamento al recupero della torre campanaria.

    Questo nuovo progetto prevede di aprire totalmente la torre alla piazza, andando ad eliminare la recinzione che oggi la separa dallo spazio pubblico, e trasformandola in un vero e proprio luogo della memoria storica locale, dove su una panca, posta nel giardinetto anteriore, potranno sedere assieme anziani e giovani, tramandando le antiche tradizioni alle giovani generazioni.

    Al suo interno un sistema interattivo di narrazione e visualizzazione di contenuti storici, coinvolgerà i visitatori attraverso due tipi di installazioni:

    – la prima costituita da uno schermo digitale dove sarà possibile navigare e scoprire aspetti della storia del paese;

    – la seconda sarà invece sospesa dal tetto dove delle moderne campane, dotate di corde, attiveranno un'applicazione luminosa e sonora che permetterà di ascoltare storie, fatti e personaggi salienti di Taglio di Po.

    Il progetto quindi trasformerà l’antica torre campanaria in un vero e proprio monumento simbolico, spazio di identità locale, luogo tangibile del passato e spazio virtuale e vivo della memoria.

  • Valle San Leonardo

    Valle San Leonardo

    Per quanti non hanno frequentazioni con il Delta del Po, risulta difficile la comprensione del termine “valle” in una zona di pianura, ritenendo che le valli siano presenti soltanto negli ambienti montani.

    Di proprietà privata, le valli del delta sono ampi specchi d’acqua salmastra, solitamente retrostanti alle lagune, racchiusi da argini di varia dimensione ed altezza. Beni ambientali di difficile accesso, dunque, che raramente si aprono alla visitazione. Molto apprezzata è stata pertanto l’iniziativa organizzata in occasione delle Giornate FAI di primavera 2022, che ha dato la possibilità degli iscritti FAI di accedere e conoscere Valle San Leonardo.

    Si tratta di una “valle da pesca”, proprietà della famiglia Giol che risiede a Venezia e la possiede dal 1957. Nella valle si pratica l’itticoltura, ovvero l’allevamento di specie ittiche fino al raggiungimento delle caratteristiche adatte alla commercializzazione. Il nome “San Leonardo” deriva dalla presenza di una piccola statuetta del santo, ubicata presso il ponticello delle vasche prossime all’edificio principale denominato “casone”.

    Inquadramento geografico ambientale

    La Valle San Leonardo si raggiunge da nord arrivando prima a Porto Levante, da qui si segue la via delle Valli, un itinerario turistico proposto dalla città di Porto Viro. Il percorso di qualche chilometro si snoda lungo una strada stretta che segue il contorno della laguna e consente di godere dello stupendo panorama caratteristico con scorci davvero unici.

    L’orizzonte occidentale è contornato dalla tipica vegetazione di ginepri con qualche macchia di pino, canna palustre, salici. Terminato il primo tratto rettilineo, dopo poco lo sguardo si apre sulla valle Bagliona, dove spesso si possono vedere, in lontananza nell’acqua delle valli, gruppi di fenicotteri rosa.

    Considerato che l’argine della valle chiude la visibilità verso est, per osservare la spazio acquatico della laguna bisogna accostare in uno degli slarghi laterali della strada e salire sull’argine, da lì si può ammirare l’orizzonte azzurro e celeste che separa l’acqua dal cielo e odorare del profumo di salmastro.

    Altra possibilità per arrivare alla valle è offerta da sud, da Porto Viro verso Cà Cappellino, per poi imboccare la strada a lato dell’argine sinistro del Po di Maistra. In questo caso il tracciato stradale che scorre tra le valli è limitato a poco più di un chilometro.

    Ci troviamo nell’unità territoriale dell’isola di Porto Viro, così inquadrata dal Consorzio di Bonifica Delta del Po, in quanto si tratta di un’area territoriale anfibia delimitata a nord dal Po di Levante, ad ovest dal Canalbianco-Po di Levante, a sud-ovest dal Po di Venezia, a sud-est dal Po di Maistra e ad est dal mare Adriatico.

    La valle San Leonardo è delimitata a NE da un argine sul quale corre la strada della via delle Valli, mentre i restanti lati confinano con le valli Bagliona, Sacchetta, Cà Pisani e Scanarello.

    Cartografia storica

    Nel XVI secolo, prima del Taglio di Porto Viro del 1604 il delta padano mostrava un notevole sviluppo dell’apparato deltizio nella parte settentrionale, con le varie ramificazioni che si dipartivano dall’asta principale del Po delle Fornaci. La ramificazione più settentrionale era rappresentata dal Po di Tramontana, la parte meridionale era costituita da un territorio anfibio compreso tra il Po di Levante a nord ed il Po di Scirocco a sud.

    Con la deviazione del Po verso sud e la conseguente creazione del delta moderno che si ramifica dall’asta principale il Po di Venezia, dal 1600 ad oggi hanno assunto via via maggiore importanza, dapprima il Po di Maistra ed in seguito le ramificazioni meridionali del Po di Tolle e Donzella.

    La creazione dell’attuale “paesaggio a mosaico”, caratteristico delle valli da pesca, è la conseguenza delle assegnazioni per vendita all’incanto delle varie aree anfibie ai patrizi veneziani nel 1612 e nel 1657. Il loro intervento porterà alla modifica dell’ambiente naturale da poco formatesi con le nuove alluvioni del Po, per adibirlo all’acquacoltura.

    Nella carta di Marchetti-Milanovich del 1786 la situazione ambientale di tutta l’area compresa tra lo scanno Cavallari e l’entroterra risultava occupata da “valli salse”, vi sono rappresentate le valli: Cà Giovanelli, Scanarello Cà Farsetti, Renier, Contarini, Zustignian, Bagliona.

    Nella carta militare austriaca del 1814 compare per la prima volta la denominazione valle San Leonardo e valle Santa Margherita, che corrispondono rispettivamente a quelle in precedenza denominate valle di Cà Venier ora Contarini e Cà Giovanelli.

    Nella tavoletta IGM del 1934 tra la foce del Po di Levante e quella del Po di Maistra si estende un lido senza aperture che viene denominato “spiaggia di Porto Levante” e racchiude la laguna Vallona verso il mare. Più internamente la Vallona è delimitata da NW a SE dal promontorio sabbioso Santa Margherita. In questa carta tra la valle San Leonardo e la valle Scanarello vi era la Vallesina, successivamente incorporata nella San Leonardo.

    Le attività nella valle

    Attualmente la valle da pesca San Leonardo si estende su una superficie di circa 400 ettari e si caratterizza per la diversificazione delle attività economiche sviluppate all’interno di questo spazio anfibio: acquacoltura, caccia in botte, agricoltura d’eccellenza.

    Nel caso della valle San Leonardo va detto che l’acqua salata del mare entra in maniera naturale ma regolata da chiaviche, mentre l’apporto di acqua dolce avviene tramite derivazione dal Po di Maistra, ricorrendo a pompe idrauliche.

    La pratica dell’acquacoltura, ovvero l’allevamento di pesce nelle valli, è presente nel territorio deltizio da tempi antichissimi, sin dall’impero romano, come testimoniato nell’insediamento di Corte Cavanella di Loreo.

    Attualmente nella valle San Leonardo si allevano branzini, anguille e cefali con alimentazione totalmente naturale, senza apporto di mangimi. Nel passato si ricorda un record di 80 quintali di anguille pescate in una sola notte. Da qualche anno è attivato l’allevamento delle mazzancolle in un’area denominata il laghetto; questi crostacei vengono introdotti nel mese di maggio ed hanno un periodo di crescita di tre mesi.

    Un’altra attività molto importante per il reddito della valle è la caccia per appostamento, che costituisce una interessante entrata economica che integra e completa le possibilità offerte dall’ambiente vallivo. È questa una tradizione radicata da secoli: oggigiorno nell’ambito della valle vi sono 18 postazioni per la “caccia in botte”, che vengono affittate. La “botte” è costituita da un grosso tino di legno, o a volte di calcestruzzo, posizionato ai margini della valle, circondato da erba e terra che risulta somigliante ad un isolotto. All’interno si sistemano i cacciatori in attesa del passaggio sulle loro teste dei volatili da cacciare.

    Un’altra fonte di reddito è costituita da alcune coltivazioni. L’agricoltura è stata introdotta di recente nelle strisce di terreno che dividono le aree acquatiche, diventando un elemento innovativo e caratteristico del paesaggio orizzontale. Negli appezzamenti di terreno più larghi posti tra un canale e la valle sono presenti piantagioni di “castraùre”, in italiano carciofo violetto di Sant'Erasmo, tipico dell’isola-orto veneziana di Sant'Erasmo da cui prende il nome. Questo prodotto coltivato in laguna è presidio Slow Food e prodotto agroalimentare tipico della Regione Veneto.

    Il “cason” e altri idronimi

    Nella valle San Leonardo si ritrovano tutti i luoghi caratteristici delle valli da pesca deltizie. L’abitazione del proprietario è denominata cason, con il caratteristico camino alla valligiana che si trova nel lato occidentale del fabbricato e che qui non è così visibile come in altri luoghi, in quanto nascosto dalla mole dell’edificio. Di forma rotondeggiante, e totalmente ricoperto di legno all’interno, è l’ambiente maggiormente accogliente, luogo di incontro e ritrovo per piacevoli scambi e saluti, tutti intorno al fuoco centrale.

    La casa padronale presenta uno sviluppo verticale fino al primo piano con l’aggiunta di una torretta quadrata chiamata “la specola” che mostra quattro finestre, una su ogni lato dalle quali si può ammirare il caratteristico paesaggio a mosaico delle valli salse deltizie.

    La famiglia Giol, proprietaria, è molto affezionata a questo luogo che frequenta con cadenza settimanale, insieme ad amici e parenti. A testimonianza di questo attaccamento, il figlio Marco ha fatto erigere un piccolo obelisco a memoria del padre Alberto molto conosciuto come imprenditore a Venezia, dove tuttora abitano la moglie e i figli Marco e Giovanni. Alberto Giol era un amante del delta del Po, l’ambiente in cui si trovava a proprio agio, appassionato di biologia marina, di caccia e pesca, negli ultimi anni della sua esistenza si era defilato dalle vicende del gruppo leader in Italia nel settore della grande distribuzione per dedicarsi alla cura della valle da pesca San Leonardo, dove amava stare a contatto con la natura.

    Nella parte orientale, in adiacenza al fabbricato descritto, si sviluppa la parte riservata al personale dipendente che vi risiede. Durante la fraima – ovvero la stagione di pesca – intervengono anche gli avventizi, oltre al personale fisso della valle. Il termine deriva da infra hiemes ovvero sotto l’inverno: per tradizione questa attività fondamentale inizia la prima domenica di ottobre dedicata alla Madonna del Rosario e termina a Natale, ma può proseguire anche fino alla Quaresima se il mercato lo richiede.

    L’operazione viene svolta “dando acqua alla valle” provocando ad arte una corrente di acqua dal mare. Il detto El pesse e i osei i se ciapa cò i vien, sta a significare che bisogna essere pronti all’intervento di cattura e che tutto si svolge all’improvviso. Motivo che porta gli avventizi a dormire vestiti sulle panche ai lati del grande camino centrale che rimane sempre acceso e si trova nel locale a loro destinato.

    Non lontano dal cason si trovano il casonetto e la cavana. Il primo è il locale adibito al ricovero degli attrezzi necessari all’attività della valle, la seconda è il luogo per il ricovero, riparo e manutenzione delle caratteristiche barche a fondo piatto indispensabili per spostarsi nelle vie d’acqua della valle.

    Altri idronimi peculiari della valle da pesca sono il colauro: canale artificiale in calcestruzzo in cui viene attirato il pesce dando acqua alla valle; il lavoriero: struttura metallica grigliata che serve per la cattura e la selezione del pesce; il barbolao: canale tra la chiavica e il lavoriero; i serragi: vasche per il novellame in attesa di essere immesso nella valle aperta.

    Nelle parti in terra abbiamo una caratteristica presenza vegetale data da pini con il tronco piegato dalla bora e sostenuto ovunque da ceppi o pali in legno che conferiscono un paesaggio assai singolare.

    Le valli del delta sono dunque ambienti molto vari, suggestivi e veramente particolari, in cui le attività dell’uomo da secoli convivono con la natura in una simbiosi davvero unica da preservare ed ammirare.

  • 100 anni: un pensiero imperituro

    100 anni: un pensiero imperituro

    Tra le associazioni che hanno sempre tenuto viva la memoria di Giacomo Matteotti, sicuramente un ruolo primario lo detiene l’associazione culturale “Giacomo Matteotti” di Rovigo.

    Per conoscere la genesi dell’associazione e il suo operato nel corso degli anni, ci incontriamo con il professor Adriano Romagnolo, attivista dell’associazione.

    Prof. Romagnolo, diciannove anni fa, su iniziativa di un gruppo di amici, prendeva vita a Rovigo l’associazione culturale intitolata a Giacomo Matteotti. Fin dall’inizio lei è stato molto attivo. Qual è il principio ispiratore dell’associazione?

    “Alla base c’è sicuramente la visione rivoluzionaria che stava a fondamento del pensiero di Giacomo Matteotti per una società più giusta e più libera. Nel documento costitutivo dell’associazione, proprio al primo titolo sta scritto: Scopo principale dell’associazione è di approfondire e dibattere temi e problematiche inerenti la società di oggi, traendo ispirazione dagli insegnamenti di Giacomo Matteotti, in difesa della libertà delle coscienze e della vita democratica, contro ogni tentativo di prevaricazione dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione Repubblicana dello Stato.

    L’idea socialista e riformista di Giacomo Matteotti nasceva dalla convinzione che la politica era un mezzo, non un fine, e poggiava sulla conoscenza profonda dei bisogni della società e delle condizioni reali dell’economia, sulla condivisione di obiettivi comuni ben chiari, sull’unità e unicità della nazione”.

    – Per Matteotti l’ideologia doveva dunque connettersi strettamente con l’azione. È così?

    “Durante il suo ultimo viaggio all’estero, parlando ad un’assemblea di lavoratori in Belgio, il 20 aprile del 1924, Matteotti ebbe modo di ribadire ulteriormente il suo concetto di ‘fare’. Questo è il concetto: continuate a difendervi contro il fascismo, non dicendo cose che non si fanno, ma facendo cose che non si dicono.

    Il magistero politico di Matteotti sta proprio sul ‘che fare’ per rispondere ai bisogni dei cittadini, secondo la regola del rispetto e della libertà d’azione e di pensiero di tutti, nella pari dignità, dopo avere liberato lo Stato da valutazioni particolari di interessi e di potere.

    L’Associazione ebbe origine proprio per questa prospettiva… Non a caso l’Associazione, nata per difendere l’idea socialista di Stato che fu di Matteotti, ha voluto come logo e immagine simbolica gli occhi di Velia Ruffo Matteotti, la moglie fedele di Giacomo. Quegli occhi severi e nello stesso tempo dolci e guardinghi vogliono essere a monito della tendenza della politica a perdersi nei particolari, perché i tempi sono duri e spetta alla politica temperarli, per non correre il rischio dell’indifferenza e dell’assenteismo”.

    – Tra le tante iniziative che sono state realizzate in questi diciannove anni per mantenere viva la memoria di Matteotti, quale vuole ricordarci?

    “In questi anni, l’associazione culturale, animata dall’instancabile suo presidente, Giancarlo Moschin, con i pochi mezzi a disposizione, si è data da fare per promuovere questa idea, nell’ideale proseguimento del pensiero riformista del personaggio, così importante per la storia italiana, a cui si ispira,.

    Ogni anno – nella ricorrenza dell’assassinio di Giacomo Matteotti per mano di sicari fascisti, avvenuta il 10 giugno 1924 – l’associazione cerca di attrarre l’attenzione del pubblico sul programma socialista e riformista del nostro personaggio con iniziative popolari, come i concerti di musica folcloristica, di musica Jazz e di quella classica o lirica; con convegni di studio su problemi sociali e politici d’attualità, con il coinvolgimento di studiosi di fama nazionale e internazionale.

    Di particolare rilevanza fu, abbastanza di recente, il convegno di Studi Storici sulla posizione di Giacomo a proposito della guerra; quello sui Patti Lateranensi, del maggio 2019; ancora nel 2019, su La Storia d’Italia nei diari di Pietro Nenni; sulla Censura di ieri e di oggi e sul Fascismo da movimento a regime, il 30 novembre del 2019; nel gennaio del 2018, Con gli occhi di Velia da Matteotti a Rosselli; sul Discorso di Livorno di Filippo Turati, nel 2022.

    L’associazione continua il rapporto assiduo con la fondazione Anna Kuliscioff, con la direzione della casa-museo di Matteotti e l’amministrazione comunale di Fratta Polesine…”

    – Tante dunque le iniziativa attuate…

    “Ed altre ancora sono da ricordare: in occasione del novantesimo anniversario dalla morte di Giacomo, l’associazione ha prodotto un documentario, in DVD, sulla presenza della famiglia Matteotti in Polesine, su soggetto che avevo ideato, con la consulenza storica di Luigi Contegiacomo, per le riprese e il montaggio di Alberto Schiesaro e il commento in voce di Claudio Garbato. L’iniziativa ha coinvolto diverse Scuole e dirigenti scolastici proponendo il filmato per la migliore conoscenza del grande politico polesano.

    Un’altra iniziativa riuscita è stata il recupero e restaurato della grande Mostra documentaria, che fu presentata all’Archivio Centrale dello Stato a Roma nel 1974, nel cinquantenario della morte di Matteotti. Ora la mostra, è in gestione dell’Associazione stessa e tenuta a disposizione di qualsiasi istituzione pubblica e privata che ne volesse fruire per esporre al pubblico.

    Da ultimo, è di quest’anno la proposta al presidente della provincia di Rovigo di intitolare la sala consiliare dell’istituzione al nome di Giacomo Matteotti che in quella sala, tra l’altro, il 5 giugno 1916, pronunciò il suo famoso discorso contro le guerre, e dove fu per alcuni anni protagonista come amministratore pubblico.

    – Un aspetto anche questo di rilievo nella vita di Matteotti, che è opportuno sottolineare

    “Sarebbe il giusto e dovuto riconoscimento dei meriti di un uomo che per l’impegno profuso nella difesa della democrazia e degli interessi dei gruppi sociali più deboli, fu stroncato impietosamente da una mano sicaria e assassina”.

    – Come si sono potute concretizzare tutte queste iniziative di cui ci ha appena parlato?

    “Tutta questa attività viene svolta su base volontaria, poiché l’Associazione, pur regolarmente registrata nell’albo delle associazioni, come prevede la legge, non gode di sovvenzioni pubbliche e neppure di quelle private, anzi talvolta agisce tra la diffidenza e l’ostilità di altri gruppi e istituzioni culturali di maggior peso.

    Resta sempre viva, comunque, l’azione dell’Associazione che, secondo le opportunità, non manca mai di proporsi collaborando anche con altri gruppi, nella convinzione che per migliorare una società basta lavorare in armonia giorno per giorno per essa, senza mai perdere di mira la meta che, come ebbe a dire un sociologo recentemente, è di creare le condizioni di ‘felicità’ dei cittadini”.

  • Matteotti, giugno 1924

    Matteotti, giugno 1924

    Cento anni or sono, nel giugno 1924, è stata forte e diffusa la reazione della società italiana all’assassinio di Giacomo Matteotti. Lo storico Gabriele De Rosa accenna ad una ondata di commozione che “straripando in poche ore dal palazzo di Montecitorio, invase Roma, dilagò per l’Italia, si ripercosse ai quattro canti dell’Europa e del mondo civile, e investendo il regime lo fece scricchiolare dalle fondamenta”. Giampaolo Romanato, autore del volume: “Giacomo Matteotti, un italiano diverso”, parla di una: “imponente ondata di indignazione e cordoglio che… fece vacillare il regime fino al limite del collasso”.

    La reazione all’assassinio coinvolse anche il mondo cattolico come attesta Stefano Carretti che al politico assassinato ha dedicato numerosi studi e che ha curato la rassegna in corso a Palazzo Roncale: “L’ondata di sdegno per il delitto Matteotti investì anche il mondo cattolico mettendo in luce l’esistenza di un orientamento clericale filofascista con un altro opposto orientamento, democratico e popolare… In ricordo di Matteotti si elevarono preghiere, si celebrarono messe, si esposero bandiere abbrunate, si espresse dura condanna verso i responsabili del delitto”.

    Confermano le affermazioni di Carretti le ricerche effettuate su quotidiani, settimanali, periodici cattolici dell’anno 1924. Sono state dapprima utilizzate le collezioni conservate nella biblioteca del seminario di Rovigo, significative perché della diocesi di Adria-Rovigo fa parte Fratta Polesine, città natale e ambiente di vita e di azione politica di Giacomo Matteotti.

    Il settimanale diocesano “Il Popolo”, sostenitore del Partito Popolare, aveva registrato e segnalato nei primi anni ’20 le gravi difficoltà del movimento cattolico nel Polesine con gli assalti alle sedi dell’Azione Cattolica, le requisizioni di gagliardetti e bandiere, le bastonature di aderenti e di sacerdoti con una crescita della violenza a Rovigo e in tutti i centri della diocesi. Sono stati considerati con attenzione i numeri del settimanale successivi al rapimento e all’assassinio e si è notato che in essi si parlava di Matteotti soprattutto senza nominarlo nei titoli, e si riportavano le parole di altre testate per segnalare la partecipazione del mondo cattolico polesano alla sofferenza della famiglia, in particolare della mamma Isabella e della moglie Velia.

    Tutto questo a causa del clima difficile, della paura, della volenza imperante e della pressione soffocante del fascismo polesano.

    È stato poi consultato a Padova il settimanale diocesano La difesa del Popolo e, con felice sorpresa, si è rilevato che La difesa in più numeri ha dedicato grande attenzione alla vicenda Matteotti con articoli e forti prese di posizione. Ancor più deciso il settimanale di Treviso La voce del popolo diretto da don Antonio Poloni con due interventi di rilievo nei momenti culminanti: a metà giugno dopo l’assassinio, e a metà agosto per il funerale. Sono state perciò interpellate biblioteche ecclesiastiche di varie città e si è focalizzata l’attenzione sui fogli delle diocesi e sui quotidiani di ispirazione cattolica editi nei maggiori centri veneti e lombardi perché diretta espressione della sensibilità della base popolare e della reazione ovunque registrata per quanto avvenuto.

    Alcuni quotidiani offrono informazioni di interesse su Matteotti e la sua attività politica. Ne “Il popolo veneto” stampato a Padova, è di notevole valore umano e culturale l’articolo, pubblicato domenica 15 giugno, del prof. Edoardo Piva, fratello del poeta Gino Piva, già insegnante di Matteotti al Lico Celio di Rovigo, dal titolo Ricordi personali ove la memoria di lontani e recenti incontri si fonde con la descrizione suggestiva della terra e della gente del Polesine.

    “L’Eco di Bergamo” riporta interessanti notizie su Matteotti, la sua famiglia, la reazione del paese di Fratta Polesine alla notizia del rapimento e dell’assassinio. Protagonista di questi reportages è quasi certamente don Giacomo Manteca, un sacerdote della congregazione fondata da don Luigi Guanella, che svolgeva il suo ministero quale assistente nella Casa della Provvidenza di Fratta. I tristi eventi e giudizio chiarissimo sui mandanti sono ben presenti ed espressi ne “Il Cittadino” di Brescia che il 15 giugno riporta un articolo di padre Giulio Bevilacqua di decisa condanna degli autori del delitto e di quanti hanno passivamente accettato le intemperanze e i soprusi del fascismo. L’articolo verrà ripreso praticamente da tutti i quotidiani e settimanali cattolici. Sempre il foglio bresciano il 29 giugno, in seconda pagina, pubblica un contributo della scrittrice Flavia Steno, dal titolo “Restare poveri” che scrive, tra l’altro: “Questo delitto è una tragedia: si comincia coll’olio di ricino propinato in nome… dell’idea e si finisce coll’imboscata e l’assassinio con sicari regolarmente stipendiati per difendere le proprie torbide posizioni finanziarie ritenute minacciate dalla semplice parola di un galantuomo coraggioso”

    Oltre ai settimanali diocesani e ai quotidiani la ricerca si è ampliata ad alcune testate di rami diocesani dell’Azione Cattolica giovanile e ad altri legati alla presenza cattolica nel mondo del lavoro. Interessanti e vivaci gli articoli apparsi su “Vita giovanile” quindicinale dei giovani A.C. di Piacenza. Tra questi un intervento di Igino Giordani dal titolo “Indebolimenti morali” ove il giornalista riprende e stigmatizza il comportamento tiepido di molti cattolici davanti alle ingiustizie fasciste, atteggiamento che ha portato al rafforzamento del regime e ad una decadenza di valori: “… Si ebbe così lo spettacolo di pochi cattolici che non presero di petto il male, ma lo circuirono, lo plaudirono cercando d’inserirsi nelle sue spire: vennero a patti, sottoscrissero una pace ignominiosa, quando non fecero degli affari insieme”.

    Anche il periodico dei giovani cattolici di Vicenza esce con una forte presa di posizione denunciando “l’ora torbida che il nostro Paese sta attraversando dopo la scomparsa dell’on. Matteotti”. Con tatto ed abilità nell’estate 1924 la rivista cattolica per le famiglie “La Festa” pubblicata dalla Editrice Cardinal Ferrari di Milano segue tutti i momenti relativi all’assassinio del parlamentare con appropriati servizi fotografici e con commenti impostati a decisa riprovazione.

    Un anno prima dell’assassinio di Matteotti, il 23 agosto 1923 era stato ucciso dagli squadristi il parroco di Argenta don Giovanni Minzoni. L’anniversario ha offerto a tutte le testate cattoliche, comprese alcune a tiratura nazionale forse troppo prudenti e bipartisan, occasione di confronto e di collegamento tra le due vittime, il sacerdote e l’esponente socialista, figure dall’esperienza tanto diversa ma entrambi eliminati dal fascismo.

    Da molti articoli in quotidiani e settimanali emerge la figura coraggiosa di Velia Matteotti, la moglie del deputato polesano, apprezzata per i molteplici richiami al perdono, alla pace. Ne “il Friuli” incontriamo una poesia in dialetto friulano scritta da don Giovanni Schiff e dedicata a Velia, pure riferimento di rispettosi commenti da parte del settimanale diocesano di Cremona “La Voce” e di quello di Concordia-Pordenone “Il Popolo”. Il comportamento e le parole di Velia Matteotti diventano occasione, negli scritti di Elisa Salerno sul periodico vicentino “Problemi femminili”, per considerazioni di ampio respiro e di singolare attualità sul ruolo della donna nella Società e nella Chiesa. “… La signora Matteotti … s’è diportata così non perché sia una donna eccezionale, ma perché è una donna comune, ed ha mostrato, col suo esempio, come sanno sentire e pensare le donne… La ostinata esclusione ed eliminazione delle donne dalla vita pubblica, dalla vita sociale, civile, legislativa, priva la società dell’elemento indispensabile a produrre l’equilibrio, a conservare l’amore, l’ordine, la pace.”

  • Le opere di Gabbris Ferrari in città

    Le opere di Gabbris Ferrari in città

    La Fondazione Banca del Monte di Rovigo, perseguendo la mission istituzionale di promozione, divulgazione e valorizzazione del territorio e del suo patrimonio culturale, si impegna a far conoscere, e nel contempo omaggiare, la figura e l’opera del versatile artista rodigino Gabbris Ferrari.

    Con questa finalità, la Fondazione ha proposto ad alcuni enti cittadini di accogliere opere del maestro della propria collezione per costituire una sorta di galleria d’arte diffusa, per divulgare la sua arte in particolar modo pensando ai giovani che non hanno avuto la fortuna di conoscere l’artista.

    Il progetto della Fondazione ha coinvolto, per ora, il Comune di Rovigo con il Salone d’Onore, gli Istituti Scolastici Viola-Marchesini, De Amicis, nelle due sedi di via Parenzo e di Palazzo Montalti, il liceo scientifico Paleocapa con l’Auditorium Margherita Hack. La scelta del Municipio e delle Scuole è motivata dalla volontà di suscitare curiosità e interesse di studenti, del personale e di tutti coloro che frequentano gli edifici.

    Gli enti coinvolti hanno accolto prontamente la proposta della Fondazione, condividendone le finalità, che volutamente ha ricercato spazi che possano godere di ampia e agevole visibilità delle opere al fine di darne il giusto risalto. Orgogliosi di ospitare i quadri di Gabbris Ferrari, -le opere sono per altro una esplosione di colori e suscitano emozione viva sollecitata dalla grande creatività- Scuole e Comune hanno approvato il progetto di divulgazione dell’arte e di riconoscimento all’artista rodigino. Uomo di teatro, regista, sceneggiatore, pittore, grafico, Gabbris Ferrari, scomparso nel 2015, ha lavorato molto nella sua Rovigo, anche come ideatore di diversi luoghi culturali e laboratori, oltre che a Urbino e Venezia dove era docente di scenografia.

    Le opere sono state consegnate nella forma del comodato d’uso gratuito e collocate lo scorso 12 aprile nei luoghi concordati, a cura della Fondazione. I quadri ultimamente concessi alla città sono 5, di diversi dimensioni e materiali, e si rifanno al periodo di produzione del maestro dagli anni ’70 del secolo scorso fino all’ultima produzione. Probabilmente altri se ne aggiungeranno in questo percorso artistico che comprende anche l’opera esposta al Conservatorio di Musica “Francesco Venezze”, l’esposizione presso lo Spazio Studio di Palazzo Nagliati, “Il Museo in scena”, la mostra dei disegni preparatori di Ferrari di alcune sezioni del Museo dei Grandi Fiumi, allestita sempre grazie al prestito della Fondazione, e le grandi sculture nei locali del Teatro Sociale. Presto il progetto della galleria d’arte diffusa sarà completata da didascalie e da un pieghevole che raccoglierà e descriverà le opere di questo itinerario nei diversi luoghi della città. Eventi inaugurali dei singoli siti e dell’itinerario artistico sono previsti nel prossimo autunno.

    Con questa operazione la Fondazione intende continuare ad assolvere all’impegno morale assunto al momento della donazione dimostrando riconoscenza per quanto Gabbris Ferrari ha fatto per Rovigo e anche per la Fondazione con cui per molti anni ha collaborato, come consigliere e come consulente artistico. Tale impegno, ne è convinta la Fondazione, intende anche porre le basi per un riconoscimento del Novecento Polesano ovvero dare risalto a tutti gli artisti che a Rovigo sono nati, si sono formati e hanno lavorato, come attesta la pubblicazione “Dizionario degli artisti nati o attivi in Polesine nel XIX e nel XX secolo”, una interessante ricerca appena pubblicata da Apogeo Editore dove trova naturalmente posto Gabbris Ferrari. Si auspica che dopo il riconoscimento possa trovare casa anche un museo dedicato al ‘900.

  • La Stagione concertistica 2024

    La Stagione concertistica 2024

    Anche quest’anno la Fondazione Banca del Monte di Rovigo è accanto all’Associazione Musicale Francesco Venezze, storica e gloriosa realtà rodigina, che propone alla città concerti di elevata qualità, richiamando a Rovigo professionisti di livello internazionale ma anche valorizzando musicisti locali e dando spazio a giovani talenti che si stanno distinguendo nel panorama musicale nazionale ed extra nazionale. La Fondazione, oltre a sostenere un pregevole programma concertistico, intende anche condividere con i cittadini occasioni di socialità e serenità nel nome dell’arte e della cultura.

    Del programma 2024 dell’Associazione Venezze – dieci concerti dal 21 gennaio al 20 aprile in Auditorium “Marco Tamburini” – la Fondazione ha inteso, in particolare, sostenere il concerto di avvio della 103^ Stagione, eccezionalmente in Teatro Sociale di Rovigo: “L’Americano”, domenica 21 gennaio, con il Quartetto d’archi del Teatro alla Scala.

    Il Quartetto, composto da Francesco Manara violino, Daniele Pascoletti violino, Simonide Braconi viola, Massimo Polidori violoncello, vanta una prestigiosa carriera ventennale.

    Era il 2001 quando quattro giovani musicisti, già vincitori di concorsi solistici internazionali e prime parti dell’Orchestra del Teatro, decisero di unirsi in quartetto, sviluppando le loro affinità musicali già consolidate all’interno dell’Orchestra. Il loro primo mentore è stato il M° Riccardo Muti, che così si è espresso: “…quartetto di rara eccellenza tecnica e musicale, … la bellezza del suono e la preziosa cantabilità, propria di chi ha grande dimestichezza anche con il mondo dell’opera, ne fanno un gruppo da ascoltare con particolare gioia ed emozione”.

    Il programma musicale proposto dal Quartetto al pubblico di Rovigo, in un gradito ritorno in città, è stato particolarmente appassionante, con due capolavori della letteratura quartettistica, il Quartetto “delle arpe” di L. Van Beethoven (1770-1827) op. 74 n. 10 in mi bemolle maggiore (1809) e il Quartetto per archi n. 12 “Americano” in fa maggiore op. n. 96 (1893) di A. Dvořák (1841-1904). Il concerto del 21 gennaio, inserito inoltre nel programma della Stagione musicale del Teatro Sociale Comunale, ha riscontrato un notevole successo di partecipazione di pubblico e di gradimento, per lo più prevedibile data l’alta professionalità dei musicisti e il repertorio proposto che ha spaziato tra la sperimentazione beethoveniana, proponendo figurazioni in pizzicato e melodia pura e lineare alternata ad un timbro perentorio ed energico, e un’altra forma di sperimentazione, quella di Dvořák, che al contatto con il Nuovo Mondo, già affermato autore, seppe unire la ricerca al suo genuino amore per la musica popolare, traducendola nel linguaggio della tradizione colta, anche alludendo al folclore nordamericano con attenzione alla etnomusicologia e rigore scientifico.

    La Fondazione Banca del Monte di Rovigo è ben lieta di partecipare alla offerta culturale che realtà territoriali propongono ai concittadini assecondando non solo la passione verso la musica di molte persone ma anche espletando le finalità istituzionali, assicurando attività anche di avvicinamento alla musica come opportunità di crescita culturale per tutti. In un momento, tra l’altro, di grave tensione a livello mondiale, abbiamo la possibilità di riflettere e provare come la musica, e l’arte in genere, travalichi ogni confine e coltivi la nostra umanità creando solo emozioni positive e benevoli.

  • Itinerario di Genere a Rovigo

    Itinerario di Genere a Rovigo

    Nel 2016 un originale progetto intitolato “Itinerario di genere” aveva visto l’impegno della Fondazione Banca del Monte di Rovigo nell’individuazione e nella realizzazione di un percorso nella città di Rovigo insieme al liceo scientifico Paleocapa in collaborazione con il Comune di Rovigo, le Pari Opportunità della Provincia di Rovigo, la Consulta degli Studenti, FIAB Amici della bici di Rovigo e Toponomastica femminile. Tale percorso era stato tratteggiato con l’installazione di apposite tabellazioni nei pressi di vie intitolate a donne, corredate da un QRCode con cui era possibile ricavare notizie agilmente consultabili. La ricerca sulle figure femminili protagoniste del progetto, coordinato dalla docente Rosanna Beccari, si era successivamente tradotto in mostre allestite prima in Pescheria Nuova a Rovigo e successivamente in altri comuni del Polesine, collegate ad incontri e convegni.

    Ora, a qualche anno di distanza, tale lavoro si ripropone in modo più approfondito affiancando la stampa di una pubblicazione, a tutt’oggi valido veicolo di consultazione e conoscenza. La Fondazione sostiene la realizzazione di questa nuova operazione e si impegna a distribuire il volume alle biblioteche pubbliche e alle scuole superiori di tutto il territorio provinciale con l’intento di consentire la conoscenza ad un pubblico più vasto oltre a quello cittadino. L’evento di presentazione è avvenuto lo scorso 23 maggio in Pescheria nuova nell’ambito del maggio rodigino 2024.

    La proposta originaria di costituire percorsi didattico-turistici di genere in modalità ciclo-pedonale con la stampa del volume viene così ulteriormente rafforzato perseguendo molteplici intenti. Recuperare informazioni sull’esistenza e sulla storia di quelle figure femminili che il Comune di Rovigo ha scelto di ricordare con intitolazioni di spazi pubblici ha certamente il valore di recupero di memoria e di dignità. Pur trattandosi di donne importanti a livello locale e nazionale, molto spesso, purtroppo, restano per lo più solo nomi di vie. Partendo quindi dalla toponomastica femminile, il progetto ha inteso operare il recupero storico. Tale recupero consente anche di riflettere e di richiamare valori ed insegnamenti legati a quelle esistenze. I percorsi proposti, inoltre, permettono di riappropriarsi degli spazi urbani e una rilettura in chiave femminile per riscoprire figure di donne esemplari che hanno dato il proprio contributo, non sempre riconosciuto, nella società. Ciò comporta un atto culturalmente e civilmente dovuto per colmare il gender gap; soprattutto è utile per sensibilizzare istituzioni e persone ad una mentalità paritaria e più inclusiva.

    L’ampliamento del progetto è nuovamente sostenuto dalla Fondazione anche perché vede il coinvolgimento attivo degli studenti che, nel corso degli anni, sono stati interessati nella ricerca e nel ragionamento su temi legalitari e di parità auspicando, tramite la didattica e l’educazione civica, una ricaduta positiva sulla collettività per abbattere pregiudizi sessisti, fonte di ingiustizie e violenze ancora oggi subite dalle donne.

    Il progetto ha anche altre valenze: conoscere e divulgare il territorio, tutelare i beni artistici e culturali, creare consapevolezza eco-ambientale e incentivare il movimento con ripercussioni positive anche dal punto di vista turistico come opportunità sull’indotto e la rivitalizzazione del centro storico cittadino.

  • I 25 anni del Fai polesano

    I 25 anni del Fai polesano

    Il FAI (Fondo Ambiente Italiano) è largamente apprezzato per l’encomiabile attività di salvaguardia e valorizzazione di beni artistici. Una crescente parte dei quali è entrata (soprattutto in virtù di importanti lasciti) a far parte del patrimonio di proprietà del fondo, che così, di anno in anno, continua ad implementarsi.

    Ormai famose – ed attese da strati sempre più ampi del pubblico – sono in particolare le Giornate del FAI, con aperture di beni architettonici ed artistici solitamente non visitabili. La Primavera di quest’anno ha visto a Rovigo l’apertura di Palazzo Angeli, del Palazzo della Camera di Commercio e dei due storici Palazzi della Bonifica, con una nutrita presenza di visitatori.

    Tanti gli apprezzamenti per il fervore del FAI e l’impegno della delegazione rodigina, che quest’anno ha raggiunto l’importante traguardo dei 25 anni di attività, festeggiati a Palazzo Campo a conclusione delle Giornate di Primavera.

    Per un bilancio ci incontriamo con Daniel Fusaro, Capo Delegazione FAI Rovigo.

    – Una bella meta il raggiungimento del 25° anniversario di attività. Come è stata vissuta dall’associazione che lei guida?

    “Venticinque anni sono un bel traguardo per tutti, siamo un gruppo molto variegato che conta oltre 70 volontari attivi dai 18 anni fino agli 83. La passione per la cultura, l'arte e per il nostro territorio ci accomuna, ci tiene legati e ci porta ad essere presenti quando il FAI chiama, soprattutto per le Giornate FAI di Primavera e di Autunno che sono gli eventi di punta di raccolta fondi a livello nazionale. I venticinque anni sono occasione di festeggiamento perchè è necessario farlo ed è anche opportuno ricordare cosa è stato fatto in questi anni e chi si è speso per far sì che la Delegazione di Rovigo sia conosciuta ed apprezzata per le attività che mette in campo”.

    – A livello polesano la Fondazione annovera tanti iscritti. Tra questi non pochi giovani pronti ad impegnarsi per attuare le varie iniziative programmate. Un bel record. È così?

    “Già, sono oltre 1240 gli iscritti al FAI in provincia di Rovigo che annualmente versano la loro quota per il rinnovo della tessera. E’ un numero molto importante dato che comunque siamo una piccola provincia. Fra gli iscritti inoltre abbiamo un grosso numero di giovani, merito anche del ‘Gruppo FAI Giovani Rovigo’ nato nel 2016 ed attualmente diretto da Irene Magon; giovani che nel tempo hanno saputo fidelizzare gli iscritti attraverso eventi ed attività ad hoc per giovani, ma anche grazie agli eventi realizzati nei beni FAI, per esempio a Villa dei Vescovi a Luvigliano di Torreglia (PD); iniziative apprezzate, che sono sempre più frequenti e frequentate da famiglie con bambini e giovani”.

    – Quali sono stati i beni aperti negli ultimi anni in Polesine che hanno suscitato più interesse nei visitatori? Oltre che dal Polesine da dove provengono i visitatori?

    “Negli ultimi anni i luoghi aperti che hanno riscontrato il maggior numero di presenze sono stati Villa Grimani a Rovigo, Palazzo Angeli, l'Abbazia della Vangadizza e la vetreria artistica Tomanin. I visitatori alle Giornate FAI provengono per il 60% da fuori provincia; ormai è un dato che si è stabilizzato e molti sono i volti che rivediamo di anno in anno perchè sono attratti dai luoghi aperti e dalla capacità dei nostri volontari di narrarli in maniera semplice e coinvolgente. Provengono principalmente dalle province limitrofe di Ferrara, Padova, Vicenza e Venezia, ma negli anni abbiamo avuto visitatori che si sono fatti in più di qualche caso anche oltre 400 chilometri per venire a vedere un luogo da noi aperto per l’occasione”.

    – Spesso, di fronte ad un palazzo da tempo chiuso e in progressivo degrado si sente dire: se ci pensasse il FAI… È possibile che il FAI acquisisca e valorizzi qualche bene anche in Polesine?

    “Un bene FAI in Polesine? Per ora è una speranza. Si vedrà, bisogna fare i conti con la realtà. C’è da dire che il territorio italiano è disseminato di ville, palazzi e castelli purtroppo abbandonati o semplicemente chiusi e inutilizzati, ed anche il nostro Polesine non è esente da questo scempio. Il FAI non può certamente occuparsi di tutti questi luoghi, ma segue un piano di acquisizione e gestione ben strutturato affinché il tutto sia sostenibile nel tempo. Logicamente l'aumento del numero di iscritti è direttamente proporzionale ai beni che verranno resi fruibili nei prossimi anni perchè è la quota della tessera che ci permette di prenderci cura quotidianamente di tutti i nostri beni e di mettere in programma il restauro dei beni che ci vengono dati in lascito da privati o in concessione da enti pubblici. Inoltre il FAI è nato da poco (nel 1975) seguendo l'esempio del National Trust che (nato nel 1895). Abbiamo quindi un margine di crescita ancora molto elevato negli anni a venire, il National Trust conta ad oggi oltre 5,37 milioni di iscritti ed oltre 500 beni di proprietà aperti quotidianamente, il FAI ha circa 320 mila iscritti e 72 beni, quindi la strada è ancora lunga e la speranza che anche un luogo del nostro Polesine diventi un bene FAI c'è, solo il tempo ci darà una risposta, più persone ci crederanno e più realizzabile sarà”.

  • Vetrate artistiche a Presciane

    Vetrate artistiche a Presciane

    La chiesa di Presciane, piccola frazione di San Bellino, fa da scenario – fino al prossimo 20 luglio – ad un evento eccezionale che ha richiamato parecchi visitatori.

    L’edificio sacro, risalente al 1078, dedicato a Santa Margherita vergine e martire, ospita tre grandi vetrate artistiche costruite dalla Vetreria d’arte dei fratelli Tomanin di San Bellino. Si tratta di fedeli riproduzioni, in scala reale, delle tre grandi vetrate che, con il rosone, compongono la facciata della Cattedrale di Chartres in Francia. Da sottolineare che i fratelli Tomanin hanno portato a termine l’impegnativa esecuzione utilizzando le antiche tecniche dei maestri vetrai che le realizzarono nel Medio Evo.

    La prima di queste opere, “L’Albero di Iesse”, e la terza, “La passione di Cristo”, sono larghe ciascuna metri 1,75 e alte metri 5,74. Quella centrale, “La vita di Gesu” è larga metri 2,57 e alta metri 7,11. La ditta Tomanin le ha realizzate ognuna in tre parti, sia per poterle esporre in locali, certamente non così alti per contenerle interamente, sia perché questa soluzione permette di osservarle in tutta la loro bellezza.

    Abbiamo incontrato il titolare della Ditta di San Bellino, per saperne di più.

    – Sig. Sandro Tomanin, come è nata l’idea di realizzare opere tanto significative?

    “Nel 2019 siamo stati invitati in Friuli da don Alessio Geretti, curatore della Mostra Internazionale di Illegio (piccolo paese vicino a Tolmezzo), il quale ha chiesto la nostra disponibilità per riprodurre la parte sommitale di una delle vetrate della Cattedrale francese di Chartres, quella dell’“Albero di Iesse”, perché questo pannello contiene Cristo Maestro, e “Maestri” era proprio il titolo di questa mostra di Illegio. Abbiamo accettato con entusiasmo l’invito perché era un grande pregio ed onore per noi poter esporre una nostra importante realizzazione in un contesto simile. Vi erano infatti opere di Raffaello, di Picasso, di Fattori e tanti altri”.

    La soddisfazione per la Ditta Tomanin fu talmente grande che in quell’anno decise di realizzare l’intera vetrata dell’“Albero di Iesse” e nel 2020 anche la vetrata gemella della “Passione di Cristo”. Ma non soltanto questo perché, persistendo il loro entusiasmo, si continuò nella produzione realizzando anche la vetrata centrale più grande, quella della “Vita di Gesù”.

    In tal modo fu completata la copia del trittico più importante di tutta la storia delle vetrate, di quest’opera originale di Chartres, risalente al 1145, riprodotta con gli stessi sistemi operativi di quei tempi, anche se con materiali e strumenti dell’epoca nostra.

    – Un impegno particolarissimo dunque…

    “Il lavoro – dice Sandro Tomanin – ci ha impegnato per tre anni, con cinque persone a tempo quasi pieno, per arrivare a quello che nessuna vetreria del nostro settore ha mai realizzato. Dopo la costruzione, le vetrate sono state esposte nell’ex mulino di San Bellino e probabilmente, a conclusione della mostra presso la chiesa di Presciane, il prossimo anno verranno esposte a Ravenna nel museo di Sant’Apollinare Nuovo”.

    Vetrate in Canto

    La mostra di Presciane non si è limitata soltanto all’esposizione in chiesa delle tre vetrate, ma è stata un’occasione, colta dal parroco don Pier Antonio Castello, per organizzare, per tutto il periodo pasquale, una serie di incontri, denominati “Vetrate in canto, racconti di pietra, di luce, di vetro”. Nel periodo della Quaresima, infatti, la mostra è stata accostata ad iniziative musicali con la partecipazione di diversi cori, unendo il canto alle letture opportunamente scelte, alle meditazioni e alle riflessioni.

    “Musica e vetrate fanno da ponte per celebrare questo mistero”: è questa l’idea di don Pier Antonio, che si rifà a quel legame che nei secoli passati aveva sempre accostato architettura e musica, ed anche scultura e tutte le altre arti, come veniva riportato nella liturgia cattolica.

    Grande ed apprezzata è stata la partecipazione di pubblico ai sei eventi musicali programmati nella chiesa di Presciane nelle settimane della Quaresima:

    “Luca Bellentani al violoncello”, docente di musica al Conservatorio Frescobaldi di Ferrara, ha eseguito “Sei suites per violoncello solo di Bach”

    “Alessandro Ferrarese, Gianni Cappello, Nadia Poletti” – “Perché l’amore basta all’amore” letture in concerto da il Profeta di Kahiti Gibran – musiche scritte e interpretate da Alessandro Ferrarese

    “Ruggiero Livieri all’organo” del Conservatorio Venezze di Rovigo – “Evocazioni in Musica per organo”

    “Coro Venezze Consort” di Rovigo – “La strada per donare la salvezza”

    “Coro Vincenzo Ferrari Consort” di Lendinara – “Racconti – di pietra, di luce, di vetro”

    “Coro Gregoriano Maria Mater Gratiae” di Rovigo – “Nell’Eterno tra le vetrate delle cattedrali e il canto del silenzio”

    “Piccolo Coro San Francesco” di Lendinara – “Salire il Monte. Crocevia di cammini”

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