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Archivi: Articoli d’archivio

  • Premiato Antonio Crispino

    Premiato Antonio Crispino

    Nella mattinata di domenica 19 settembre si è svolta presso la Cittadella della Cultura di Lendinara la cerimonia di premiazione della quinta edizione del concorso giornalistico intitolato “Jessie White – Alberto Mario – Adolfo Rossi per una inchiesta sociale”. L’iniziativa, promossa dall’Amministrazione Comunale di Lendinara, dalla Biblioteca Civica “Gaetano Baccari” e dall’Università Popolare di Lendinara nasce con lo scopo di incoraggiare e valorizzare la realizzazione delle più recenti inchieste sociali giornalistiche nel territorio nazionale.

    Un’occasione preziosa, quindi, non solo per premiare il lavoro di quei giornalisti che hanno saputo distinguersi facendoci vivere eventi e luoghi attraverso il loro racconto, ma anche una opportunità per valorizzare quel giornalismo e quell’informazione libera e al servizio della verità che da sempre è garanzia per la democrazia, anzi è essa stessa l’essenza della democrazia.

    Non solo. L’obiettivo di questa manifestazione è anche quella di celebrare e ricordare l’impegno sociale degli illustri cittadini lendinaresi a cui il concorso è dedicato, che si sono distinti nel mondo del giornalismo – in particolare per Jessie White e Adolfo Rossi – apprezzati per le loro indagini sociali sulle tematiche dell’immigrazione, del lavoro, della condizione femminile e dei poveri, facendosi sensibili fautori dei diritti civili e politici.

    Quest’anno, con voto unanime della giuria – composta da Nicola Gasparetto, direttore della Cittadella della Cultura di Lendinara, dalla presidente Ornella Bellucci, giornalista, autrice e regista Rai, da Diego Crivellari presidente del Consorzio Università di Rovigo, dal giornalista Sergio Frigo e dallo scrittore Giuseppe Mendicino – il riconoscimento di questo importante premio è stato conferito al giornalista casertano Antonio Crispino autore del reportage intitolato “Bihac, dentro il campo lager dei migranti di Lipia in Bosnia che sognano l’Europa”, un articolo dedicato alle condizioni di vita dei migranti che attraversano l’area balcanica con la speranza di varcare il confine ed entrare in Europa, pubblicato sul portale online del Corriere della Sera.

    Passione per il proprio lavoro, coerenza della propria scelta professionale, umiltà e trasparenza che non lasciano spazio alla sterile soddisfazione di comodo è ciò che è emerso nel discorso di ringraziamento in cui, con sentita emozione e trasporto, Antonio Crispino ha ribadito, parafrasando le sue parole “È un premio che significa molto non solo per me ma anche per altri giornalisti che stanno cercando di continuare a svolgere nel modo migliore la nostra professione”. E poi il vincitore ha aggiunto “Dedico il premio ai colleghi che, nonostante le difficoltà, continuano a fare questo lavoro tutti i giorni, spinti da un senso di missione”.

    E si tratta veramente di una vera e propria missione, quando si è impegnati in zone difficili, di guerra, in cui la libertà è ancora un’utopia, mettendo a rischio persino la propria vita, spinti dall’unico desiderio di documentare e raccontare la verità con onestà intellettuale. “Altro ringraziamento – ha concluso il giornalista – va a questa splendida comunità del Polesine, che mi ha fatto scoprire Adolfo Rossi, un gigante del giornalismo, autore di un’inchiesta sul caporalato che purtroppo sembra scritta oggi”.

    Inoltre, dato l’alto livello qualitativo degli articoli inviati al concorso, sono state segnalate quattro menzioni speciali assegnate a: Daniele Bartocci per “Julio Velasco: dal violento regime di Videla alla conquista del mondo” in cui racconta i primi anni in Italia del grande allenatore di pallavolo; Maurizio di Fazio per “Sono apparso alla Madonna. Tutti i lunedì”, un’indagine dedicata agli ultimi mistici in meridione; Francesca De Sanctis per “Rider o cartomante? Così si reinventa chi lavora in teatro”, una serie di interviste ai professionisti del mondo dello spettacolo nella fase più difficile dell’emergenza sanitaria; Francesca Bellino per “Circoncisione. Richieste in aumento durante il lockdown”.

    Tutti gli articoli sopra citati sono disponibili alla lettura in una pagina dedicata nel sito del Comune di Lendinara. In definitiva, va detto che il riconoscimento non va solo al vincitore Antonio Crispino, ma a tutte quelle persone che esemplarmente hanno testimoniato e continuano a testimoniare buon giornalismo con sana informazione e cultura, valori fondamentali per la sopravvivenza della nostra storia e della nostra identità. Cari lettori, a voi che vi approcciate al mondo dell’informazione, l’augurio di essere rappresentati sempre dall’informazione libera da ogni condizionamento.

    Sempre nella stessa mattinata non è mancato il ricordo del Centenario della cerimonia funebre di Adolfo Rossi, giornalista, scrittore e diplomatico, i cui funerali sono stati celebrati a Lendinara il 22 settembre 1921. Per l’occasione si è presa visione del fondo documentario custodito nell’archivio storico del Comune di Lendinara riguardante la notizia della morte, del rimpatrio della salma e della solenne cerimonia funebre. Tali documenti vengono presentati in questo numero di Ventaglio Novanta nelle pagine dedicate alla storia nel testo intitolato “L’omaggio ad Adolfo Rossi”.

  • In memoria di Adolfo Rossi

    In memoria di Adolfo Rossi

    Il centenario della morte di Adolfo Rossi (per i dati biografici vedi in Ventaglio n. 62: Adolfo Rossi 1857 -1921, pag. 95 e successive) è stato celebrato in varie sedi del Polesine.

    A Villanova del Ghebbo, paese limitrofo alla frazione lendinarese di Valdentro, dove il Rossi ebbe i natali1, lo scorso 3 settembre si è inteso ravvivare il ricordo dell’illustre personaggio con la proiezione, in prima assoluta a nord del Po, del film-documentario di Nella Condorelli “La storia vergognosa”.

    Adolfo Rossi, giovane emigrante, poi giornalista, scrittore e infine diplomatico, ha lasciato molte testimonianze giornalistiche redatte in uno stile coinvolgente. Dai suoi scritti ha pescato a piene mani la regista Nella Condorelli per il suo secondo film-documentario², dal titolo “La storia vergognosa. Cuntu d’amore e riconoscenza all’Umile Italia”. Cuntu è parola che indica in siciliano un racconto o una storia.

    Nel film si ripercorrono gli anni dell’emigrazione italiana nelle Americhe tra 1876 e 1927. Rossi visse in prima persona la condizione degli emigranti, la povertà, le speranze, la ricerca affannosa di un lavoro, le illusioni e le disillusioni, quando, giovane emigrante povero, arrivò a New York con l’ondata migratoria veneta del 1876, la prima grande emigrazione italiana di massa dopo l’Unità. Una vicenda ancora oggi poco conosciuta, e poco raccontata anche al cinema; vicenda che la Condorelli ricostruisce e narra insieme alla grande emigrazione siciliana, di due decenni più tarda, grazie anche ai documenti ed articoli lasciati dal giornalista polesano.

    Presenti alla proiezione del film il sindaco Gilberto Desiati, che ha fortemente voluto l’evento, la regista Nella Condorelli, che ha accettato di buon grado che a Villanova del Ghebbo ci fosse la prima del film nel Veneto, Renzo Carlo Avanzo, saggista e storico del paese, Luigi Contegiacomo, già direttore dell’Archivio di Stato di Rovigo che ha messo a disposizione i suoi ricchi documenti d’archivio per le ricerche della regista, Lisa De Rossi, giornalista e studiosa del giornalista polesano.

    Le vicende narrate nel film hanno emozionato il pubblico. I presenti hanno rivissuto le vicende corali delle due emigrazioni più importanti dell’Italia moderna e contemporanea, quella dal Veneto e quella dalla Sicilia, le connessioni con l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti e in Brasile, le storie delle donne, Norina, Maddalena, Provvidenza, Francesca, Felicia, la fatica del lavoro, l’emarginazione, i pregiudizi, gli scioperi contadini e quelli legati al primo capitalismo americano, la Boje e i Fasci siciliani, lo sciopero di Lawrence, Ybor City, le lotte per il riscatto sociale, su una riva e sull’altra.

    L’intervista

    In occasione della proiezione a Villanova del Ghebbo del film, la regista Nella Condorelli è stata ospitata per tre giorni presso la locanda dello storico mulino, eco-museo, al Pizzon, di Fratta Polesine, che sorge alla confluenza tra Scortico e Canalbianco. E qui l’abbiamo raggiunta per una breve intervista.

    – Ci può descrivere sinteticamente il suo film?

    “È un documentario che ha radici nella mia storia personale, i miei nonni infatti emigrarono con la Grande Emigrazione di primo Novecento, ma non è un film su una vicenda individuale, vuole essere il ritratto collettivo di una generazione di emigranti, di uomini e donne che reagirono alla miseria, prendendo in mano il proprio destino.

    Le fonti storiche che ho consultato, tantissime, nazionali ed internazionali, citano come prima causa dell’emigrazione oltreoceano la ricerca di un lavoro e il riscatto sociale, la fuga dalla miseria e dall’abbandono – conseguenza delle politiche liberiste del Regno d’Italia. È un tema che in Italia viene solo sfiorato perché, quando si parla di emigrazione si preferisce puntare l’attenzione sulla nostalgia e la lontananza”.

    – Il suo lavoro dunque fa luce su aspetti poco noti.

    “Il mio documentario ricostruisce schiettamente anche i sentimenti alla base di quella emigrazione come emergono dalle fonti, anche istituzionali, del tempo: coraggio, voglia di farcela, curiosità, ma anche rancore verso le speranze risorgimentali tradite, e risentimento per la repressione delle richieste di giustizia sociale. Furono migliaia gli immigrati italiani, donne e uomini, che poi parteciparono al movimento operaio americano per i diritti sociali e del lavoro, sia a nord che a sud”, suscitando ancora una volta l’attenzione parlamentare”.

    – Nella narrazione come entra il giornalista Adolfo Rossi ?

    “Grazie all’Archivio di Stato di Rovigo ho potuto consultare ed utilizzare le lettere e gli articoli che Rossi scrisse nel 1902, su “Il giornale d’Italia”, nel corso della sua inchiesta in Brasile tra gli immigrati veneti e mantovani che erano partiti vent’anni prima, con l’emigrazione gratuita. Alcuni avevano fatto fortuna, con sacrifici e un lavoro duro oltre ogni immaginazione, scontrandosi anche con fenomeni razziali. Rossi era stato nominato Ispettore del Regio Commissariato all’Emigrazione, istituto dal governo Giolitti nel 1901, e descrisse con estrema precisione e senza peli sulla lingua la condizione dei nostri emigranti, suscitando ancora una volta l’attenzione parlamentare”.

    – Perché ha scelto questo titolo «La Storia Vergognosa»?

    “Nei miei ricordi di famiglia, e negli scritti di molti emigranti, c’è questo senso «di vergogna» nei confronti della condizione di emigrante. Come se emigrare fosse una colpa ed una responsabilità personale. È un sentimento imposto dall’esterno, al contrario mia nonna e le sue figlie, per esempio, parlavano di quella esperienza come di una grande ricchezza, avevano attraversato il «confine».

    I nostri emigranti cercavano lavoro e benessere per sé e per i figli, quel benessere che non avevano avuto in Italia. Neanche dall’altra parte dell’oceano fu tutto rose e fiori per loro: trovarono discriminazione e razzismo. Per la seconda generazione, la prima nata all’estero, l’identità divenne un altro limite.

    La cosa interessante è che oggi molti giovani italo-americani di terza e quarta generazione, come la nostra protagonista Fiorella, sono nuovamente alla ricerca delle proprie radici. Mentre pensavo il film, mi è capitato di leggere in rete articoli e interviste che descrivevano la voglia dei giovani discendenti italo-americani non solo di conoscere i luoghi da dove partirono i loro bisnonni, ma di ritrovare la propria componente identitaria italiana, storia e cultura”.

    – A chi pensa di rivolgersi?

    “Al grande pubblico, certamente, poiché la vicenda dell’emigrazione italiana tocca quasi tutti gli italiani, in ogni regione. Penso anche alle generazioni più giovani, alle scuole, agli studenti e studentesse, su una riva e sull’altra, e alle associazioni, alle reti internazionali che lavorano sulla storia e la memoria”.

    – Quali sono le lingue del film?

    “Italiano, Siciliano, Veneto, un po’ di spagnolo e di inglese,…, ho cercato di essere fedele alla babele di lingue di quella generazione di emigranti portava con sé”.

    – Qual è la domanda centrale del film?

    “Perché dimentichiamo?”.

  • Marangoni, Venetnia e i Bontemponi

    Marangoni, Venetnia e i Bontemponi

    Roberto Marangoni, presidente del gruppo folkloristico “Bontemponi” di Bottrighe e collaboratore affezionato di questa rivista, è stato eletto consigliere regionale di Venetnia, l’Associazione Veneta Gruppi di Tradizioni Popolari, alla quale assieme ai Bontemponi, aderiscono altri 19 gruppi della regione. L’elezione è avvenuta durante l’assemblea straordinaria svoltasi Possagno (Treviso) lo scorso 24 ottobre nella sede del locale gruppo folk “I Posagnot”.

    Nel complimentarci con Marangoni per la recente nomina, troviamo lo spunto per una breve intervista.

    – Innanzitutto, vuole chiarirci qual è la missione dell’associazione Venetnia?

    “Venetnia, nata nel 2008, con sede presso il museo etnografico provinciale “Case Piavone” di Treviso, persegue finalità di promozione culturale e sociale, al fine di realizzare una positiva e razionale collaborazione con la Regione Veneto e le pubbliche istituzioni in ordine alla risoluzione dei problemi culturali-turistici, socio-educativi, tecnici ed operativi di comune interesse con obiettivi di valorizzazione, diffusione, ricerca e promozione, relativi alla danza, alla musica, al canto, agli usi e costumi, alle tradizioni, tutti in ambito popolare veneto”

    – C’è una iniziativa che qualifica in particolare Venetnia?

    “Fiore all’occhiello dell’associazione è l’annuale Raduno Regionale del Folklore che si svolge sempre in una diversa città del Veneto. L’iniziativa, purtroppo sospesa da due anni causa la pandemia, dovrebbe riprendere alla grande nella primavera 2022 partendo da Cesiomaggiore (Belluno). Sarà cura del nuovo Consiglio direttivo, che appare molto motivato, riattivare questa ed altre iniziative. Il recente rinnovo ha portato alla presidenza Martina Torresan dei “I Mercanti Dogali” di Montebelluna, affiancata oltre che da me, come rappresentante della provincia di Rovigo, da Silvia De Bona (col ruolo di segretaria) del gruppo “Nevegal” di Belluno, Serena Sabbadin (cassiere) del “Pastoria del Borgo Furo” di Treviso, e poi Federica Morgoni de “I Campagnoli” di Rosegaferro (Verona), Tatiana Pellizer del “Folkloristico Trevigiano” di Treviso e Bruno Paolo Spolaore del “I Toca Mi” di Mirano (Venezia)”.

    – Finalmente, con il virus sotto controllo, anche i Bontemponi sono tornati nelle piazze. Lei è la colonna del gruppo. Da quanto tempo ne fa parte?

    “Da trentasette anni, e finalmente siamo tornati al nostro atteso rapporto col pubblico che sempre ci gratifica con simpatia, affetto e calorosi applausi. In estate ci siamo esibiti in diverse piazze del Veneto e ad ottobre a Grugliasco in Piemonte dove veramente c’era una grande attesa. Nel corso degli anni, in Piemonte ci siamo esibiti in tredici occasioni e per ben quattro volte a Grugliasco, una città di trentotto mila abitanti, dove vivono ben 711 famiglie con capostipite di origine polesana. Famiglie attive che qui si trasferirono a seguito dell’alluvione del 1951”.

    – Un dramma ancora ben presente nell’animo degli emigrati dal Polesine…

    “È così, e proprio per ricordare il settantesimo della tragedia che sconvolse la nostra provincia, la città di Grugliasco, attraverso Antonio Ferri, originario di Corbola, ha voluto dedicare due giorni di manifestazioni, invitandoci come ambasciatori del Polesine. Una festa iniziata nel gremitissimo pala teatro Le Serre, completamente esaurito nei suoi seicento posti, con gli interventi del sindaco di Grugliasco Roberto Montà, con l’assessore agli eventi Gabriella Borio, del collega di Corbola Michele Domeneghetti, che rappresentava il Polesine e dello storico Nerino Albieri consigliere del Gruppo Sportivo Bottrighe. Dopo gli scambi di omaggi, targhe e libri (ma anche un cestone di prodotti tipici polesani con salumi, formaggi, miele, riso, vini, patate americane, esse e pane biscotto) sono seguiti gli interventi che hanno sottolineato la tenacia dei polesani. In particolare il sindaco Montà ha ribadito il valore dei polesani giunti a Grugliasco e in altre località piemontesi, che si sono pienamente inseriti contribuendo allo sviluppo delle loro nuove città e portando sempre alti i valori della vita e di civiltà”.

    – È sicuramente una soddisfazione sentire parole di apprezzamento nei confronti delle genti polesane. E il vostro spettacolo?

    “Abbiamo cercato di dare il meglio, gratificati da un pubblico calorosissimo: emozioni e tanta commozione, in particolare con l’esecuzione di “Polesine” preceduta dalla toccante poesia “Case abbandonate” e poi di “Oh Bottrighe” l’inno del paese, che ha fatto alzare in piedi i molti oriundi bottrighesi. Applausi interminabili e tanta soddisfazione per uno show che – è stato osservato – ha saputo trasmettere, alla memoria dei polesani – grugliaschesi, i ricordi della loro terra di origine, attraverso le cante e le ballate della tradizione alternati da coinvolgenti dialoghi e gustose battute in vernacolo”.

    – Il pensiero guarda avanti e va agli impegni del 2022. Avete già dei programmi definiti?

    “Dopo le iniziative benefiche natalizie e la distribuzione del nuovo calendario 2022, ci occuperemo del nostro quinto disco, in fase di progettazione da oltre un anno, anche questo in ritardo causa la pandemia, oltre naturalmente agli spettacoli che, a partire dalla primavera, dovrebbero riprendere, speriamo… e ce lo auguriamo, nella normalità”.

  • Il miglior sindaco del globo

    Il miglior sindaco del globo

    Nello scorso mese di settembre 2021 i riflettori si sono puntati sul piccolo paese polesano di San Bellino di poco più di mille abitanti. Il giorno 14, infatti, il sindaco Aldo D’Achille è stato premiato come “miglior primo cittadino del globo” con il riconoscimento “World Mayor Community Award” per l’edizione 2021, promosso dalla City Mayor Foundation di Londra.

    L’iniziativa è nata nel 2004 con il primo World Mayor Prize and Awards. Ogni due anni il World Mayor Project presenta alcuni sindaci reputati tra i più qualificati del mondo, sindaci che hanno servito i loro cittadini “con integrità, coraggio e immaginazione”.

    È la prima volta che un sindaco di un comune italiano viene insignito di questo riconoscimento internazionale. Quest’anno la scelta è caduta sul polesano Aldo D’Achille ex equo con il sindaco olandese Ahmed Abintalch di Rotterdam e il sindaco francese Philippe Rio di Grigny.

    “La notizia mi ha colto con piacevole sorpresa – ha detto Aldo D’Achille. – Dedico questo premio alla mia comunità, ai miei consiglieri e ai dipendenti del Comune. Non si fa nulla da soli. È bella l’idea che un piccolo Comune come il nostro serva da esempio per le grandi città, e i cittadini siano protagonisti di questa leva culturale”.

    Le motivazioni del prestigioso riconoscimento attribuito al Sindaco di San Bellino fanno riferimento all’eccezionale impegno nei progetti ambientali del sindaco, che è diventato un esempio di gestione amministrativa responsabile per molti Comuni del Veneto e uno stimolo per molti altri a livello nazionale: “Non è soltanto un sindaco all’avanguardia con una straordinaria visione etica, civile e sociale, ma è anche un uomo di eccezionale positività e gentilezza. Il suo modello non solo ispirerà i governi locali di altre città, ma consegnerà anche alla prossima generazione un sistema di politica basato sulla competenza, sull’armonia e sul coinvolgimento”.

    Nel complimentarci col sindaco D’Achille, gli rivolgiamo alcune domande relative all’importante riconoscimento.

    – Cosa intende dire quando afferma che in questo suo lavoro ha puntato più sul coinvolgimento dei suoi cittadini che sulla loro semplice partecipazione?

    “Sono convinto che la passione e il coinvolgimento facciano la differenza nella costruzione della comunità. Penso che con la semplice partecipazione la persona resti passiva mentre con il coinvolgimento la renda corresponsabile. Ecco perché ho ritenuto necessario sostituire nello statuto del Comune il termine “partecipazione” con “coinvolgimento”, perché tutti i cittadini potessero sentire questa co-responsabilità amministrativa, per fortificare il sentimento civico, il rispetto del territorio e di chi ci vive: uomini, animali e piante”.

    I suoi concittadini hanno dunque dimostrato di credere nelle proposte di collaborazione.

    “Dal clima di collaborazione sono derivati per il Comune di San Bellino diversi progetti innovativi come la realizzazione del piano per l’abbattimento delle barriere architettoniche e il referendum pubblico per una nuova toponomastica nel territorio comunale con il quale i cittadini hanno scelto i nomi delle vie tra molte personalità, approfondendo in tal modo la storia e i valori di persone celebri della zona e non solo. E ancora l’istallazione di un ascensore nel palazzo municipale, finanziato con i soldi del Comune e della Regione ma anche dei singoli cittadini; il restauro della fontana nel giardino davanti la scuola primaria dopo quindici anni di inattività, lavoro che ha comportato il coinvolgimento degli allievi dell’Istituto Viola Marchesini di Rovigo, l’opera gratuita dell’idraulico in pensione Ranzani, delle ditte Ghiotti e Prearo e della vetreria Tomanin, i quali hanno trasformato il manufatto in una vera opera d’arte. In varie aree verdi pubbliche di San Bellino è stata realizzata anche una tartufaia sperimentale con la piantumazione di 400 querce micorizzate a tartufi per un nuovo beneficio economico per l’agricoltura locale.

    Il premio fa riferimento anche agli impegni sul piano ambientale. Ce ne può parlare?

    “Nel 2016 è nata una iniziativa chiamata “Ridiamo il sorriso alla Pianura Padana” dai sindaci di San Bellino e di Carceri (Padova) e il coinvolgimento di altri comuni veneti, che prevede la donazione di alberi ai cittadini per piantarli nei giardini e nei campi di loro proprietà con l’impegno di curarli. L’iniziativa ha suscitato l’interesse della Regione Veneto per cui è stata riproposta anche negli anni successivi con la concessione di 140 mila piante tipiche del nostro territorio provenienti dai vivai forestali regionali.

    Un’altra importante iniziativa, che ha visto il coinvolgimento di giovani e adulti del Comune, è quella del “monumento verde diffuso alla memoria” per ricordare i rastrellamenti di partigiani e semplici cittadini di San Bellino, Castelguglielmo e altri paesi limitrofi nell’ottobre del 1944, culminati con l’eccidio di Villamarzana. Sono state posizionate targhe biodegradabili, prodotte dagli alunni della scuola primaria, sugli alberi del territorio.

    Come si è mosso il comune nei confronti dell’emergenza covid?

    “Il problema si è presentato in particolare durante il lockdown, nella prima ondata dell’emergenza sanitaria. È stato azzerato il pagamento della Tari a tutte le aziende obbligate per legge a chiudere l’attività nei mesi di emergenza Covid. Per impegnare i cittadini relegati in casa sono stati donati fiori e verdure da coltivare nelle abitazioni, abbellendo le finestre delle case e dando nel contempo anche un aiuto economico ai coltivatori che hanno fornito le piante; sono stati organizzati concorsi di fotografia ed è stata assunta una psicologa per aiutare le persone bisognose in questo momento così particolare e difficile.”

    Nell’incontro col sindaco di San Bellino cogliamo un vero attaccamento nei confronti del suo paese. L’istinto per la condivisione e lo spirito comunitario del sindaco D’Achille sono certamente derivati dalle esperienze vissute nella sua giovinezza.

    Aldo è cresciuto in un piccolo paese come San Bellino, ma ha vissuto in una famiglia numerosa, circondato da affetto e da tutte quelle esperienze educative di sensibilizzazione sociale e ambientale. Altro elemento essenziale per la sua formazione è stata l’attività sportiva come il rugby e il suo caratteristico spirito di gruppo, uno sport che l’ha impegnato fino a portarlo nella nazionale italiana under 16. Ha partecipato alle attività di diverse associazioni, alle iniziative della parrocchia, della Croce Rossa, sempre con lavori di gruppo che hanno sviluppato ancor più quei valori e quella disponibilità verso gli altri, verso le persone bisognose.

    Anziché il servizio militare, Aldo scelse quello civile prestando la sua opera in una casa di riposo per anziani nel padovano e nel collegio dei Fanciulli Sinti di Badia Polesine. Il suo impegno scolastico lo ha portato a diplomarsi all’ISEF di Bologna e a laurearsi in Scienze motorie all’Università di Verona. Si diploma inoltre in Massofisioterapia. Supera il concorso del Ministero della Pubblica Istruzione per l’insegnamento nelle scuole superiori statali e ottiene la cattedra di Religione presso l’Istituto tecnico agrario di Sant’Apollinare. A contatto con studenti e colleghi, l’insegnamento sarà per lui una ulteriore opportunità per ampliare e approfondire ancor più questo spirito comunitario e di condivisione che lo caratterizza.

    Nel 1999 inizia la sua esperienza politica. Entra nella lista civica del sindaco di allora, fa parte della Commissione Statuto e Regolamento, Agricoltura e Ambiente, Attività Produttive e Biblioteca. Nel 2001 è assessore alle Politiche sociali. Nel 2004 e 2009 viene rieletto e continua il compito di Assessore alle Politiche Sociali e alle Famiglie. Viene nominato anche vice sindaco. Nel 2014 viene eletto sindaco con un gruppo di maggioranza di giovani professionisti del territorio. Aldo D’Achille punta sui giovani perché è convinto che “abbiano una visione moderna della realtà e la voglia di osare per migliorare la comunità”.

    Il conferimento ad Aldo D’Achille di questo premio, quale miglior sindaco del pianeta per l’edizione 2021, ha attirato l’attenzione di Confindustria Venezia – Rovigo la quale ha voluto a sua volta dare un suo riconoscimento “all’unico cittadino italiano che abbia meritato questo prestigioso premio internazionale”. A consegnare “il leone di vetro degli industriali” è stato il vice presidente Paolo Armenio il quale ha sottolineato: “L’esperienza di Aldo D’Achille dimostra che dalla collaborazione tra istituzioni e territorio nascono sempre percorsi virtuosi. Il sistema di corresponsabilizzazione avviato a San Bellino, inoltre, ci ricorda che siamo chiamati personalmente a rispettare e valorizzare il bene pubblico. Questo modo di operare si pone in sintonia con i valori nei quali crediamo: prima ancora di essere imprenditori siamo cittadini. Per questi motivi ci piace considerare D’Achille un ambasciatore della nostra Provincia e del Polesine”.

    Aldo D’Achille nell’occasione ha dichiarato: “In questi anni ci siamo impegnati a conciliare la cura per l’aspetto ecologico con lo sviluppo industriale al fine di attrarre nuovi abitanti e investimenti nel nostro Polesine. Abbiamo inoltre operato nella convinzione che ciascuno debba sentirsi protagonista della crescita e del miglioramento del proprio territorio; da qui il considerare il Comune un laboratorio di condivisione con i cittadini. Un modello virtuoso che, secondo la City Mayor Foundation, potrà essere replicato nei quartieri in città più ampie”.

    Chiudiamo con un’ultima annotazione positiva: alla fine dello scorso mese di settembre Veneto Agricoltura ha conferito al sindaco Aldo D’Achille anche il premio “Jean Giono – l’uomo che piantava gli alberi” ex equo con il primo cittadino di Carceri, Tiberio Businaro, per aver co-ideato “Ridiamo il sorriso alla Pianura Padana”. Veneto Agricoltura ha assegnato ad ognuno dei premiati 250 alberi.

  • Il 50° degli Autori Polesani

    Il 50° degli Autori Polesani

    Incontro Angioletta tra i suoi libri, inseparabili scrigni di parole e sentimenti, di immaginifiche storie e di fantastiche visioni che hanno animato, fin dalla tenera età, la sua vita personale e artistica.

    Dovrei intervistarla, porle domande, ma la nostra reciproca conoscenza ci conduce a una piacevole conversazione che si snoda attraverso il percorso stesso dell’ipotetica “interrogazione” e riporta a una miriade di informazioni e rivisitazioni di un passato che si chiama anche “Autori Polesani”.

    Angioletta diviene infatti Presidente di questa storica e importante associazione nel 2016 ricevendo il testimone da Aurora Gardin che, per molti anni, ha promosso con passione le attività del Gruppo.

    E proprio su questa “famiglia” letteraria si focalizza la nostra conversazione perché nel 2022 si festeggerà il 50esimo compleanno dell’associazione.

    A fondare “Gli Autori Polesani”, ricorda la Masiero, fu il prof. Miro Penzo, scrittore e commediografo, autore di romanzi tra i quali “Un uomo inutile” e promotore di incontri culturali e di concorsi che aprirono nel Polesine le porte della poesia e della scrittura in genere.

    Angioletta ricorda con commozione i tempi della sua frequentazione di questi cenacoli culturali organizzati nella prima sede degli Autori, che era proprio la casa del professore, affiancato via via dalle indimenticabili presenze di Flaminio De Poli, Alberto Marzolla, Beppi Bonafin, Carlo Lezziero, Gigi Fossati, Gaetano Romanato e dalla sua stessa mamma: Lucia Dionisio.

    Fu proprio lei infatti ad aprire alla giovanissima Angioletta le stanze della poesia e della scrittura e i lusinghieri successi ottenuti nei concorsi letterari divennero il suo lasciapassare nel panorama artistico delineato dall’Associazione rodigina.

    Le iniziative degli Autori si rivolsero via via anche alle realtà sociali con l’organizzazione di incontri poetico-letterari presso le scuole e nelle case di riposo della città, IRAS e CASA SERENA, con appuntamenti molto graditi e attesi, proseguiti poi con l’entusiasmo della Successiva Presidente Aurora Gardin.

    Fu proprio in seno all’Associazione che la giovane Angioletta iniziò la sua attività giornalistica redigendo articoli per diverse testate e costruendo le basi per la successiva professione scrittrice.

    Angioletta ricorda con nostalgia la pubblicazione del periodico di informazione culturale “Autori Polesani” dedicata alla narrativa e alla poesia, in collaborazione con la “Dante Alighieri”. Nel giornale ebbero voce nomi indimenticabili come: Giovanni De Pascalis, Gisa Calzavarini, Pietro Conforto Pavarin, Gino Cappello, Enzo Ramazzina, Alberto Marzolla e tanti altri affermati o emergenti.

    La guida di Aurora Gardin, subentrata al prof. Penzo, proseguì con indubbio successo la diffusione e la promozione della cultura letteraria anche attraverso incontri e concorsi che hanno registrato la partecipazione di decine di artisti dall’Italia e dall’estero in un crescendo assolutamente lodevole per l’impegno profuso dalla stessa instancabile presidente.

    Nel 2000 la Gardin dà inoltre il via al Concorso “Città di Rovigo” che prosegue, nella sua cadenza biennale con la finalità di portare nella nostra città tanti Autori da tutta Italia e anche dall’estero.

    Nel suo percorso poetico narrativo il Gruppo Autori Polesani ha realizzato innumerevoli eventi che hanno trovato ospitalità nelle sedi più importanti di Rovigo, dall’Accademia dei Concordi alla Gran Guardia, dalla Pescheria Nuova a Palazzo Celio e alla Sala d’onore di RovigoBANCA e in luoghi di solidarietà come la Piccola Casa di Padre Leopoldo.

    In questa realtà associativa, che compie mezzo secolo, hanno trovato ospitalità tanti talenti, tante persone che hanno potuto realizzare sogni e sviluppare doti che magari sarebbero rimaste inespresse e inascoltate, e che invece si sono tradotte in pubblicazioni antologiche o singole permettendo la condivisione, lo scambio, la reciproca conoscenza.

    Sono forse le antologie, sottolinea Angioletta, le opere più feconde di questo cammino comune e forse quella pubblicata per ultima “…e le parole divennero silenzio”, realizzata in tempo di pandemia, più di tutte le sublima perché racchiude i sentimenti più accorati di un’umanità provata e in cerca di respiro e di sicurezza.

    E mentre insieme ci lasciamo trasportare dalla commozione per quello che abbiamo anche un po’ condiviso, sfoglio l’ultima raccolta di Angioletta: “El me Polesine”: onore alla lingua veneta, tutta intrisa di nebbie e di sale, di fatica e di lavoro, di fame e d’amore. Qui ritrovo il passato che sgorga da ogni parola e cerca di aggrapparsi alle nostre anime per non essere spazzato via da un presente rapace e sovente nemico di quanto costruito per l’uomo in secoli di storia.

    Poesie e racconti sono strumenti di salvezza per questo Polesine generato dalle acque, trascritto dal volo dei gabbiani e velato dalle nebbie care alla narrazione poetica della poetessa rodigina. “El me Polesine” è, a mio avviso, la voce stessa del gruppo degli Autori, e si può considerare la sintesi di una comune intenzione letteraria perché contiene il cuore pulsante di tante persone con le loro storie, con il loro vissuto in luoghi dove il Fiume ancora modella la terra e si ciba del suo passato mutandolo in poesia; un libro nel quale Angioletta diventa testimone e cantastorie.

    Ma il discorso torna al Cinquantenario, ed Angioletta – in questi giorni occupatissima per completare il volume degli Autori Polesani intitolato “Natale nel cuore” – assicura che la celebrazione dell’importante anniversario avverrà con varie iniziative e soprattutto con un grande evento, che avrà luogo nella Sala della Gran Guardia nel mese di maggio 2022; un recital di poesie sul Polesine, composte “dai nostri Autori” e accompagnate da una mostra di dipinti anche questi ispirati al nostro territorio.

  • L’Ass. Venezze verso il Centenario

    L’Ass. Venezze verso il Centenario

    È stato un vero successo di pubblico e critica il festival del violoncello “Rovigo Cello City 2021”, organizzato nel mese di settembre dall’Associazione Musicale “Francesco Venezze” di Rovigo.

    Davvero ampi i consensi per l’iniziativa che dal 2013 ogni anno accende per una settimana i riflettori del mondo musicale sul capoluogo del Polesine. Un evento di grande richiamo, che quest’anno si è contraddistinto sia per lo spessore dei musicisti che per la location scelta, ovvero il tempio della Rotonda, eccellenza storica, artistica ed architettonica della città.

    La soddisfazione degli organizzatori è evidente. Ci incontriamo con il Presidente dell’Associazione Venezze Ettore Felisatti e la vice Nicoletta Confalone, nella storica sede presso Palazzo Venezze, per qualche considerazione sulla intensa settimana di “Rovigo Cello City” e per conoscere i prossimi programmi associativi.

    – Presidente Felisatti, la vostra iniziativa settembrina è stata particolarmente apprezzata. Raggiunto l’obiettivo?

    “È un’esperienza che si è affinata nel tempo, nata nel 2013 su un’idea di Luigi Puxeddu, valente violoncellista rodigino, per molti anni Presidente e Direttore Artistico dell’Associazione. Il festival oggi ha un format molto interessante, che valorizza da un lato la musica e dall’altro le istituzioni e le organizzazioni che sono concentrate sulla musica, il Conservatorio in primis. È inoltre un format interessante perché agisce sulla formazione dei giovani attraverso il confronto e le masterclass organizzate da artisti davvero eccezionali, i più importanti concertisti del violoncello, che arrivano a Rovigo da tutto il mondo. Esperienze che sicuramente aiuteranno i giovani anche nel loro cammino professionale ed artistico, dato che ricevono stimoli importanti nel confronto con questi grandi artisti, che si esibiscono a Rovigo negli appuntamenti della settimana del Cello City.”

    – Un’esperienza ormai consolidata, dunque… e di prestigio per Rovigo.

    “Rovigo – interviene la vicepresidente Nicoletta Confalone – ha una importante tradizione violoncellistica, partita quarant’anni fa con Luca Simoncini, allievo prediletto del grande Franco Rossi, che, appena ventenne, divenne titolare di cattedra al Conservatorio F. Venezze, e da allora continua ad insegnare qui. Simoncini non è soltanto uno straordinario musicista ma anche un didatta di valore, cosicché tutti coloro che sono usciti dalla sua scuola ne conservano un ricordo indelebile proprio come maestro. Dalla sua scuola sono nati valenti musicisti come Luigi Puxeddu, che adesso lo affianca nell’altra cattedra di violoncello del Conservatorio rodigino, Vittorio Piombo, e il giovanissimo Luca Giovannini, che si sta già facendo un nome a livello internazionale. Ma questi sono soltanto alcuni nomi; basti pensare che molti giovani promettenti vengono apposta a studiare a Rovigo proprio in quanto attratti dalla scuola rodigina. È il caso del Direttore artistico di questa edizione del festival, Giovanni Gnocchi, un violoncellista di fama internazionale, docente al Mozarteum di Salisburgo e proveniente da Cremona, patria degli Stradivari, che si trasferì a Rovigo per conseguire il diploma, proprio perché nel nostro Conservatorio c’era Simoncini.”

    – E il rapporto tra l’Associazione Venezze e il Conservatorio come si esplicita?

    “È un rapporto strettissimo – sottolinea il presidente Felisatti -. L’Associazione non potrebbe vivere senza il Conservatorio e il Conservatorio è nato proprio grazie all’Associazione, sorta nel 1922, anche come scuola di musica, e infatti si chiamava Liceo Musicale, poi sfociato nel Conservatorio. Noi pertanto ci sentiamo in un certo qual modo i padri del Conservatorio, e siamo molto orgogliosi che sia un’istituzione oggi ampiamente apprezzata, anche a livello internazionale, e ciò rende più facile avere importanti artisti in città, come accade ogni anno con i grandi violoncellisti ospiti come docenti e concertisti nella manifestazione di Rovigo Cello City.

    – Ma non mancano altre iniziative interessanti…

    “Sicuramente la Stagione Concertistica – riprende il presidente – con un programma di concerti che normalmente organizziamo la domenica pomeriggio, per i nostri soci in particolare, che sono in numero abbastanza consistente. Nell’occasione valorizziamo molto anche i musicisti a livello locale. Speriamo di poter tornare a programmare la nostra stagione nei mesi invernali sino alla primavera, come era costume prima del Covid. Quest’anno poi abbiamo attivato anche i ‘Concerti aperitivo’ in attesa di Rovigo Cello City, dove abbiamo messo a profitto i nostri allievi migliori – preparati dal prof. Fagnocchi e dalla prof.ssa Bellagamba, docenti di Musica da Camera al nostro Conservatorio – e questi ragazzi hanno avuto l’opportunità di esibirsi, spesso per la prima volta, in un vero concerto e non un semplice saggio scolastico, e quindi davanti ad un pubblico eterogeneo, con un’esperienza sicuramente utile per l’avvio alla professione. Sarà un appuntamento da programmare anche nei prossimi anni, penso in primavera, accostando magari l’iniziativa al Maggio rodigino. Da non dimenticare poi la collaborazione con l’Accademia dei Concordi, che spesso ospita i nostri appuntamenti, che non sono soltanto concerti, ma anche conferenze di divulgazione musicale. Quest’anno, ad esempio, sempre durante Rovigo Cello City, Nicoletta Confalone ha fatto due conferenze molto apprezzate, l’una su un compositore poco noto, Joseph-Marie-Clemens Dall’Abaco, e l’altra sulle donne compositrici”.

    – Presidente, il 2022 è vicino. Per l’Associazione sarà l’anno del centenario. Si pensa ad un’iniziativa di rilievo?

    “Per il centenario intendiamo continuare la documentazione della nostra attività, dando alle stampe il seguito del volume realizzato in occasione dell’85mo da Sergio Garbato. In pratica documenteremo l’attività dell’Associazione Venezze nel nuovo secolo, sottolineando le varie iniziative svolte, prima fra tutte Rovigo Cello City, ma con un occhio anche a quelle che verranno, programmate con una visione sempre più internazionale. E ciò per favorire una valorizzazione di Rovigo sul piano musicale, nella consapevolezza della importante presenza di artisti, figli del Polesine, che hanno una carriera musicale, spesso anche all’estero, e che hanno realizzato progetti di grande interesse. Oltre a ‘Rovigo Cello City’, ad esempio, vanno sottolineate le altre eccellenze del Conservatorio rodigino, come la scuola pianistica di Roberto Prosseda e il Dipartimento di Musica Jazz, fondato dal compianto Marco Tamburini, oltre al Dipartimento di Musica Applicata, che laurea tecnici del suono da tutta Italia. Il Polesine è l’unica provincia d’Italia che ha due Conservatori e di questo possiamo indubbiamente essere orgogliosi. Per tutto questo, vorremmo farci promotori di un riconoscimento di Rovigo, città della musica.”

    – Comunque, il Centenario avrà giustamente dei momenti celebrativi.

    “Il Consiglio direttivo in effetti sta facendo alcune valutazioni, ma un’iniziativa di sicuro richiamo per il Centenario penso sarà l’esibizione a Rovigo di una orchestra di valore, dato che le grandi orchestre, come è noto, riescono a catalizzare l’attenzione di un ampio pubblico, dando il senso della potenza della musica. Insomma, vorremmo poter regalare alla nostra città una giornata e molte iniziative di grande festa per solennizzare il Centenario e che sia di stimolo per continuare con impegno la strada che l’Associazione percorre, senza interruzione da 100 anni. Ricordo che la nostra Associazione non si è mai fermata – nemmeno con l’alluvione, nemmeno con la guerra -.”

  • Amori e…

    Amori e…

    UNA RAGAZZA ESPERTA DI STELLE

    Quando scese il crepuscolo, la sponda del lago appariva incerta all’orizzonte. Davanti alle acque che sciabordavano lente, m’infilai sul terrazzo: nessuno mi vide e sospirai rilassato. Finalmente, celandomi nel buio calante, mi ero liberato delle allegre persone, praticamente avvinazzate, che animavano la festa degli sposini felici. “Magari fossero felici senza di me!” pensai.

    Mia moglie parlava e riparlava senza sosta, trascinandomi su argomenti così vitali che non potevano interessarmi di meno: disputava con i nonni, i fratelli, le zie e gli zii e un nipote mai visto che veniva dal Perù. Il rumore della festa andava scemando, la quiete del lago mi invitava a godere un briciolo di pace, ma, allungando il passo, mi accorsi che non ero il solo a cercare il silenzio.

    Una donna, seduta con eleganza su una sottile panchina, velata dall’ombra del sole morente, rimirava come un miraggio il peregrinare delle minuscole onde. Le passai accanto e, per remota abitudine, la sfiorai con lo sguardo. Lei sollevò i suoi occhi sui miei: occhi dorati, sognanti, ma insidiosi, che in me avrebbero acceso un amore a prima vista, con trent’anni di meno, ma che fui costretto ad ammirare nell’ora tiepida di quel tramonto romantico.

    Sembrava annoiata, con le gambe accavallate, sotto un soffice vestito rosato. Fui attratto dalla figura slanciata, dalla scollatura che occhieggiava sui piccoli seni, dal viso morbido che volgeva verso di me, quasi interessata.

    “Bella serata” mi disse, tanto per dire.

    “Bella serata” risposi, non sapendo che aggiungere, non abituato, ormai da anni, ad un simile evento.

    “Mi fanno spavento i matrimoni” aggiunse lei, con un rapido sorriso.

    “Io ne sono terrorizzato!” risposi in sintonia. E mescolammo due lievi risate.

    Pensai che, se l’avessi conosciuta, avrei preferito scriverle o inviarle una mail, invece di parlarle, ma, sollecitato da un incerto coraggio, sedetti vicino a lei, pensando che forse la sconosciuta mi avrebbe respinto. Tuttavia, il suo atteggiamento fu amabile.

    Conversammo con piacere: mi confessò che era lì per affari, ma non mi disse quali, che quella sera avrebbe ballato volentieri, perfino con gli sposi, però il calare delle stelle, lassù nel cielo, le dava un po’ di tristezza, le ricordava la vita che spesso ci delude. Azzardai che forse, per qualche ragione, era infelice.

    “Ma no,” esclamò “per me tutto procede bene!”. Esitò un attimo: “Se permetti, ti do del tu. Devi sapere che io posso fare ciò che voglio e, con un po’ di fortuna, sono padrona di me stessa”. Lo affermò con la certezza di chi conosce la vita. Osservò il cielo brillante di stelle e indicò tra esse il suo segno, la Bilancia, simbolo dell’equilibrio.

    Ora mi osservava pensierosa e il suo pensiero mi turbava.

    “Forse non hai capito.” mi riferì con discrezione “Per te sono cinquecento, ho una camera in albergo, confortevole, e il portiere è d’accordo”.

    Pensai che ero un vecchio rimbambito: la sua delicatezza era entrata nel mio cuore e lo stava dolcemente zuccherando. Un poco mi stupii, ma finsi di non esserlo.

    Le sussurrai: “Ahi, ahi, mia cara ragazza! Tu sei incantevole, ma per me troppo tempo è passato, ho anche perso l’abitudine a certe attività. Inoltre sono atteso, in quel magnifico salone, da moglie nonni fratelli e da un cugino del Perù”.

    Mi alzai, mascherando lo scricchiolio delle ginocchia. La salutai piano piano con la mano, come fa un papà quando la figlia parte per il viaggio di nozze. Stavo tornando nella sala, tra i ballerini, non proprio felice… quando, ecco, che un pensiero m’entrò in testa e mi rivolsi di nuovo alla ragazza.

    “Tu sei una professionista” stavo per dire prostituta o escort, ma non mi pareva il caso “e io ti ho fatto perdere del tempo… che avresti usato in modo, diciamo, più utile. Quanto ti devo per la gradevole serata in riva al lago?”.

    Forse con gli anni mi sono un po’ confuso, forse desideravo perdere un po’ di tempo, ma quella splendida donna così dolce, così graziosa, mi attirava come se avessi vent’anni. Sulla sua bocca di rosa lampeggiò un sorriso: “Non preoccuparti. Ti ho fatto uno sconto”.

    Dissi a mia moglie che ero uscito per respirare aria pura e, sul terrazzo, avevo incontrato un’astrologa, una ragazza esperta di stelle. Era un ragazza insolita, diversa, era gentile… ti capiva al volo.

    AMORE MECCANICO

    In un tempo futuro, gli uomini erano scomparsi o erano i servi di un mondo di Robots che popolavano ciò che era rimasto della Terra. I Robots non erano certamente umani, ma i loro cervelli sintetici erano stati assemblati con i resti di cervelli ricavati dall’uomo. In loro rimaneva il sottile ricordo di ciò che era umano, ma non ne avevano precisa memoria. Facevano lavori di alta e precisa tecnologia, compresi i viaggi attraverso lo spazio stellare.

    In un giorno imprecisato, un’astronave partì dalla Luna: era pilotata da R1 e R2 e si dirigeva verso Alpha Centauri. R1 e R2 si trovarono a convivere per un lungo periodo: questo fatto sollecitò la parte umana del loro cervello ad uno strano e atavico tipo di convivenza. Nei momenti di riposo, parlavano della bellezza delle stelle e dei pianeti che sfioravano nel loro viaggio. Il loro contatto si trasformò in qualcosa che decisero di chiamare “amicizia” e poi, col tempo, “amore”.

    Ma, scoperto l’amore, come potevano dargli una soddisfazione naturale, se vogliamo, più intima? Erano ignoranti sull’argomento, ma consultando tra i files dell’astronave, antichi documenti elaborati da esseri umani, scoprirono che potevano ricorrere a una specie di “congiunzione” dei corpi. Gli umani lo chiamavano appunto “amore”, ma si poteva attuare solo se c’era l’umano/donna e l’umano/maschio. Si guardarono stupiti, avevano capito la differenza tra donna e maschio, ma chi tra loro era un robot/donna e chi era un robot/maschio? A lungo provarono diversi e complicati artifici meccanici di “congiunzione”, ma fu tutto vano e si persero in arzigogolate contorsioni da cui, con difficoltà, riuscirono a districarsi.

    Trecento anni dopo arrivarono su Alpha Centauri e, d’accordo, decisero di divorziare. Ma per divorziare bisognava sposarsi e, in quei tempi, non esistevano ne’ il matrimonio ne’ il divorzio. Non fecero come gli esseri umani, che per ogni difficoltà litigano e si separano: s’amavano e rimasero uniti, cercando per anni un metodo di copulazione robotica che tenesse legate, per sempre, le loro anime artificiali.

  • Paesaggi ricomposti

    Paesaggi ricomposti

    Il suo corpo era lì, immobile, disteso sul lettino delle terapie, bloccato sull’asse di un’apparecchiatura tecnologica di avanguardia. Ma la sua mente era altrove e vagava senza meta, senza che lui fosse in grado di controllarla…

    Il sibilo del vento che attraversava quel pomeriggio primaverile sembrava lo sforzo di un flautista impazzito; nessuna nota gradevole a rinfrancar lo spirito, frastornato e pervaso da una dolenzia immateriale, ancor più del corpo sedato da una incomprensibile immobilità.

    La sgradevole sensazione, sulle tempie, di corpi estranei premuti come spilli sulle ali di variopinte falene e l’imbarazzante disarmata nudità, estrema beffa dell’esacerbato pudore cristallizzatosi nell’infanzia privata di amorevoli cure. Sapeva che, oltre la collina, una folta e scomposta schiera di gente si stava avvicinando al tronco levigato sopra il quale aveva adagiato le membra, sopraffatte dagli ultimi avvenimenti. Né poteva vedere lo spettacolo di quella natura, ruvida e arretrata, dove i bizzarri intrecci della vegetazione sembravano armonizzare con l’aridità e l’inquietudine di una situazione sconosciuta e paradossale.

    Era certo che lei lo stesse guardando. Mio dio, com’era bella quella donna appena esplosa in un pianto supplichevole che fuoriusciva dal coro dei rassegnati e femminili lamenti. Perché non lo prendeva fra le braccia come, in un tempo immemorabile, era solita fare, piroettando in mezzo alla saletta di quella vecchia locanda? Perché non riusciva a sentire il profumo dei suoi capelli risciacquati con l’aceto, morbidi e neri come la notte che li aveva scortati con la sinistra oscurità verso il nuovo Paese?

    Troppe volte, nelle balere della sua gioventù aveva cercato di riprodurre la magia di quei momenti, con donne differenti, stretto contro quei seni che immaginava gonfi del latte che lo aveva nutrito di un affetto troppo presto dissoltosi nei dedali di un’intransigente ventura. Non avrebbe più sentito il calore della voce roca ed elegante che accompagnava le note di un provvidenziale pianoforte, né mai più constatato che una madre, o l’idea della madre, è per un figlio la giustificazione, il suo diritto di stare al mondo sentendosi in pace.

    Avrebbe trascorso il resto della sua vita senza riuscire a collocarsi in una dimensione da protagonista o quanto meno da interprete in grado di attuare scelte se non quelle mutuate da altrui volontà. Mai come ora, però, la vigliaccheria gli era sembrata un peccato, peggiore di un’azione malefica, e un giorno sarebbe stato giudicato per questo.

    Una sensazione di gelo attraversò il suo corpo, acuita dal silenzio circostante. Forse le donne se n’erano andate e sarebbero tornate più tardi con una calda coperta e qualcosa da mangiare, anche se, in verità, l’appetito da qualche tempo s’era fatto esile e stanco. Le pareti dello stomaco sembravano afflosciarsi, sfiorandosi in un fastidioso contatto; sentiva piuttosto il desiderio di bere o di mordere un frutto fresco e succoso.

    Lucia gli apparve davanti, in quel preciso istante; le mani colme di amarene e improvvisati orecchini formati dagli stessi frutti ad illuminare la sua scolorita ed acerba bellezza mentre gli veniva incontro, con amorevole candore. All’uomo parve di desiderarla come non era mai successo, non sopportava che lei lo amasse mentre accondiscendeva, tra il grano e i papaveri in fiore, ai giochi adolescenti per i quali lei era l’invitata prediletta. Le avrebbe chiesto perdono per averla fatta soffrire, si sarebbe dichiarato pronto a ricominciare e, consapevole di un esagerato ritardo, le avrebbe assicurato che presto, insieme, sarebbero andati a riprendere quello che non senza dolore e vergogna avevano lasciato senza cure e sostegno molto tempo prima.

    Oh sì, stavolta sarebbe salita sull’auto, avrebbe ascoltato le sue ragioni, in fondo non era più il ragazzino cinico e pavido di allora.

    La caparbietà di questa decisione rapidamente sfumò nel nuovo timore; aveva intravisto gli elmi scuri che i soldati tedeschi stavano aggiustando sul capo mentre, ridendo di rabbia, biascicavano parole in uno stentato e incomprensibile americano. Ma ecco, di nuovo, le voci sommesse ed ovattate dentro una cappa grigia ed asfittica. Dov’era Lucia dal volto di bambina? L’avrebbero ritrovata? Un’alba insolita e fuori orario lo fece riemergere dall’insospettata oscurità che la mente aveva popolato di immagini, reliquie fuoriuscite dal cassetto ribaltato da lunghissimi istanti sismici, mescolatesi con la casualità dei desideri sopiti.

    Avvertiva un armeggiare di mani intorno e una vaga ritrovata famigliarità, favorita dalle sequenze fotografiche che ricomponevano il paesaggio spaziale del quale era stato, suo malgrado, spettatore prima del viaggio onirico.

    Si trovava in uno dei tanti luoghi artificiali e mirabili della scienza, nascosto nel seminterrato dell’importante nosocomio della sua città, sul quale la forza gravitazionale, imprescindibile e necessaria legge terrena, appariva una contraddizione. La mano del medico accarezzò il suo braccio prima di svitare il casco per la radioterapia stereotassica con la quale stava tentando di curare una nuova lesione metastatica ben nascosta all’interno del suo cranio. Gli rivolse un sorriso mentre fissava i prossimi appuntamenti. Era finalmente libero dall’immobilità imposta da quest’ultimo imprevedibile giaciglio e prigioniero di ostili, per quanto dubbie, scadenze.

    L’uomo sperò che Lucia si fosse messa in salvo e che l’avesse atteso per andare a riprendere ciò che pesantemente mancava all’appello. S’illuse che le donne avessero smesso di piangere per lui e che i soldati con i loro stupidi fucili, caschi e uniformi, di qualunque razza fossero, avessero fatto ritorno a casa, nelle loro famiglie. Trascinato lungo il corridoio da un benevolo spiraglio di ottimismo, pensò che forse la prossima volta l’avrebbe saputo, pesantemente disteso in quello spazio ai confini della realtà.

  • Galasso e il cromatismo

    Galasso e il cromatismo

    Colpito da alcune opere pittoriche realizzate da Otello Galasso, mio parrocchiano di Boara Polesine, ho voluto incontrarlo e ho sentito poi il desiderio di stendere alcune note sul suo operato.

    Nato nel 1949, Otello ottiene il diploma di maestro d’arte agli inizi degli anni 70 ad Este, sezione staccata in quegli anni dell’Istituto Selvatico di Padova, che nella cittadina estense aveva appena aperto la sezione d’arte di ceramica e di tessitura. Dopo la maturità, con una tesina sulla teoria del colore dell’architetto Attilio Marcolli, ottiene l’abilitazione all’insegnamento, senza però mai esercitare, perché trovò più rassicurante, per portare a casa uno stipendio, impegnarsi in altre attività.

    In particolare è divenuto responsabile di sicurezza del Teatro Sociale di Rovigo, e in seguito anche di Palazzo Roverella e del Museo dei Grandi Fiumi. Ed ora, che è in pensione, ricorda con piacere ed intensità gli anni di lavoro al Teatro Sociale, quando aveva un contatto umano con il personale tecnico e i professionisti che si alternavano negli spettacoli teatrali. La sua mansione lo rendeva disponibile ad affrontare qualsiasi esigenza o richiesta per l’allestimento di attività culturali e artistiche.

    Già allora Otello si dedicava anche alla pittura, e i quadri, esposti nel suo locale di lavoro, attiravano l’attenzione di quanti passavano da lui. Ebbe così modo di ricevere tante attestazioni di apprezzamento soprattutto da artisti, attori, cantanti, direttori d’orchestra del calibro di Albertazzi, Proietti e molti e molti altri che, venendo a conoscere la sua arte, non lasciavano la nostra città prima di aver acquistato una sua opera… e anche più di una, come successe più volte.

    Galasso iniziò pertanto a dipingere come seconda attività. Ricorda che all’inizio si cimentò nel realizzare dei piccoli olii su tela, 10 per 15 cm, il cui soggetto predominante era il paesaggio, opere che andavano a ruba e che egli vendeva o regalava ad amici. Fu questo il suo biglietto da visita come pittore e si fece così conoscere un po’ alla volta con il passa parola.

    Frattanto passò al genere naif italiano, in un modo quasi casuale, ottenendo subito l’interesse di un ingegnere gli chiese di realizzare due quadri da portare in dono al figlio che lavorava come maitre d’hotel fuori patria. Dopo i primi due gliene chiese degli altri, e questo fece nascere una tensione nuova, una spinta che sempre più innescò nell’animo di Otello un impellente desiderio di migliorarsi e di cercare nuove strade. Dal genere naif di timbro italiano passò al genere naif valdravino cioè un naif di origine slava.

    Questo genere di pittura – dice Galasso – dà la possibilità di sentirsi libero senza tenere conto della prospettiva e delle regole della pittura accademica. Afferma che il quadro è apprezzabile più che per i soggetti rappresentati, per la forma e soprattutto per il cromatismo. L’insieme dei colori fusi sapientemente secondo una regola interna – che Galasso chiama “automatica” – attira l’osservatore facendolo entrare nel quadro, e a far parte della scena rappresentata.

    Ci sono ore e ore di lavoro impiegate per stendere le campiture di colore, secondo un procedimento che l’artista rodigino ha messo a punto nel corso degli anni, ed è ancora in evoluzione.

    Non è mai la realtà che dipinge, ossia non è quello che vede ma quello che sente, secondo la sua sensibilità. “Un bel copiare non fu mai scritto – dice -. Ogni cosa qualora io la copiassi diventerebbe comunque un’altra cosa perché c’è l’interpretazione”. “Più che il soggetto – chiarisce – ciò che mi muove è la ricerca del cromatismo. Faccio il paesaggio di neve innanzitutto e poi ho in mente di mettere una donna che tira una slitta con un carico di legna, il personaggio esce, ma non immediatamente, mi soffermo con cura nel definire le sfumature, il gioco di ombre e di luci”.

    È Galasso stesso che si pone una domanda: “Che cosa lasciano i miei quadri in chi li osserva? Che emozione danno? Qualcosa in me urge – dice -. È il desiderio di esprimere le cose belle che sento di dover dipingere, non avendo ancora conclusa la mia ricerca”.

    In definitiva, se dovessi sintetizzare con una frase lo spirito della pittura del mio parrocchiano artista Otello Galasso, conosciuto anche familiarmente dai compaesani come Mario, direi che nei suoi suoi quadri si riconosce il costante impegno e la gioia della vita, alla ricerca del punto dove questa gioia trova la sua sorgente.

  • Un murale per il “Passo”

    Un murale per il “Passo”

    “PASSOOO…”. Nel passato, lungo l’argine del Po, in località SANTI di Villanova Marchesana (Rovigo), si sentiva spesso questa voce, innalzata nel corso della giornata da varie persone. Era una richiesta di passaggio dalla sponda polesana a quella emiliana.

    Al richiamo, il “Passo” o traghetto – che si trovava sull’altra sponda del Po – iniziava a muoversi in direzione del punto di imbarco polesano dove arrivava dopo circa 20/30 minuti.

    Il servizio traghetto faceva la spola tra le due sponde dall’alba al tramonto. Attivo da secoli, funzionò fino al 2005, anno di cessazione. Dalla fine del 1400 lo ebbero a lungo in concessione i Padri Certosini che qui avevano il loro Monastero. Funzionò ancora sotto il dominio Austriaco e poi dal 1866 con il Regno d’Italia.

    Seguiranno diverse gestioni private fino all’ultimo “Passadore” di Canalnovo: Brunetto Passarella, a cui subentrò il figlio per breve tempo, fino alla sospensione del servizio, che molti pensavano temporanea, ma che ben presto si palesò come definitiva.

    Attualmente per chi da Villanova Marchesana intende recarsi a Berra nel Ferrarese, sono disponibili i ponti di Polesella e Bottrighe, con un tragitto abbastanza lungo, ormai accettato dalla cittadinanza. Non manca però il rimpianto per il tipico traghetto che, muovendosi tranquillo sull’acqua, oltre alla comodità del transito, permetteva di gustare il piacere dell’incontro col grande fiume.

    È dunque finita l’epoca del “Passo”. Rimane qualche rimpianto e riemergono spesso i ricordi.

    Ed un ricordo particolare è stato recentemente affidato alle mani di un pittore di murales. Cosicché è nata una fantasmagorica opera colorata, ispirata alla pittura naif, che si può ammirare sulla facciata di una abitazione che sorge lungo la strada provinciale di Villanova Marchesana.

    Un lavoro di gradevole impatto visivo, unico in Polesine, che vuole essere un omaggio a tutti i traghettatori del Grande Fiume. La realizzazione, firmata da Banco Ittico, ha avuto il suo momento di solennità durante una breve ma significativa cerimonia di inaugurazione il 25 settembre 2021, alla presenza delle autorità comunali e degli amici del Moto Club.

    “Quante storie, avventure e riferimenti a pittoreschi personaggi, potrebbe raccontare il ‘passadore’!”, esclama Sauro Passarella, figlio dell’ultimo traghettatore, che si è attivato in prima persona per la realizzazione del murale, realizzato proprio sulla facciata della sua abitazione.

    “Mi è rimasta impressa – aggiunge – una particolare esclamazione: “Àrda lù… chi an s’imbarca cuchi!”. Che sta a significare: Ti ho visto… qui non salgono i furbi! Nel senso che c’era sempre qualcuno che, salendo sul traghetto, cercava di approfittarne mescolandosi al gruppo di persone con l’obiettivo di non pagare il pedaggio”.

    Sauro Passarella ha vissuto con intensità l’epopea del passatore, e guarda con soddisfazione l’opera che campeggia sulla facciata della sua abitazione. Una scena che vede sulla sinistra una paesana con le sue mercanzie ed una cavalla diretta verso l’approdo; sulla destra il passatore a bordo di un traghetto stilizzato, pronto per la partenza.

    “Ho la speranza – osserva Sauro Passarella – che questo murale resti nei ricordi, a testimonianza degli Antichi Mestieri del Polesine”.

    La festa, dopo l’inaugurazione del murale, è proseguita presso la Fattoria “la Galassa” di Gavello, per partecipare a “The dreamers night”, appuntamento culturale messo in campo dall’associazione Art Flood di Rovigo in collaborazione con le associazioni Emergency gruppo di Rovigo, Teatro Nexus, Hockety Pockety, ed esposizione quadri en plein air: un inedito allestimento fatto con lenzuola al vento, con creazioni di Marta Gatti, gli artisti Jessica Ferro, Laura Gioso, Roberta Bonvicini, Nicola Bovolenta, Dario Zangirolami e i musicisti Chiara Parolo e Andrea Pregnolato. “Una giornata per noi davvero importante – ha osservato la presidente di Art Flood, Melania Ruggini – all’insegna di associazionismo, arte, creatività, musica, diritti umani, e di tanti sogni da condividere: progetti per il futuro, della nostra come di tante altre associazioni e realtà del territorio polesano.”

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