Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • I reliquiari di San Valentino

    I reliquiari di San Valentino

    Agli amanti di pregevoli realizzazioni d’arte proponiamo di raggiungere la parrocchiale di Salara per ammirare i restaurati “reliquiari di San Valentino”. Opere svelate il 13 febbraio 2020, vigilia della festa di San Valentino patrono di Salara, grazie ad una conferenza relativa agli antichi reliquiari restaurati, esposti per l’occasione sull’altare del venerato santo. Come relatori intervennero il parroco don Massimo Guerra, il restauratore prof. Raffaele Diegoli e il direttore del periodico La Settimana don Enrico Turcato, presenti il sindaco, signora Ghiotti Lucia e i rappresentanti delle associazioni di volontariato.

    Un restauro accurato

    Si è trattato di un lavoro certosino, grazie al quale i reliquiari sono stati riportati all’originario splendore, destando ammirazione e meraviglia nei presenti, sorpresi che tanta bellezza fosse custodita nella loro chiesa. Una nota di merito va sicuramente alla professionalità del prof. Diegoli, restauratore di Finale Emilia, peraltro noto nella nostra diocesi per aver riportato a nuova vita diverse pale d’altare, ultima delle quali è stata il grande ovale della Madonna del Rosario di Gaiba (maggio 2019).

    Il restauro dei reliquiari – cosiddetti di San Valentino – rappresenta la felice conclusione di un percorso iniziato circa un anno prima, quando il parroco Don Massimo Guerra aveva rivolto un appello alla comunità perché si facesse carico della spesa necessaria, circa 2500 Euro, avendo constatato che il loro stato di conservazione era in continuo deterioramento.

    Infatti, nonostante la custodia accurata, niente aveva potuto fermare la naturale ossidazione della foglia d’argento che li ricopre, come anche la penetrazione di muffe e parassiti nel legno cirmolo che ne forma la struttura portante. Inoltre, uno strato di polveri e di fumi provenienti dai ceri accesi dai devoti, avevano steso una patina che rendeva irriconoscibili laccature e dorature nelle parti non argentate, per cui l’esigenza di un urgente restauro appariva più che giustificata. Era perciò iniziata una raccolta di fondi, promossa dalla parrocchia in sinergia con l’Amministrazione Comunale e le associazioni di volontariato Auratica e il Tiglio, che con attività di vario genere (lotteria, cena di beneficenza, aste di oggetti, ecc.), hanno in breve raccolto la cifra necessaria e reso possibile l’intervento del restauratore.

    San Valentino e le reliquie di Salara

    I reliquiari di San Valentino sono ben sei, ma solo in due di essi sono contenute le presunte reliquie del santo patrono di Salara. Come ha spiegato il parroco nella sua introduzione, nei due in foggia di gamba e nei due in foggia di braccio benedicente, si conservano le reliquie di “primo grado” (vale a dire parti del corpo, nel caso frammenti ossei), dei santi martiri Ponziano, Bono, Ferreolo e Veneranda, mentre in quello in foggia di mezzo busto sono contenute una reliquia corporea di San Valentino e una del martire Sant’Innocenzo. La reliquia più consistente di San Valentino (una tibia?) è invece conservata in una grande teca vitrea lobata, contenuta in un artistico supporto in foggia di fogliame a volute.

    Ma, dal momento che venivano esposti tutti insieme nel giorno di San Valentino, è invalso l’uso di chiamarli impropriamente reliquiari di San Valentino. Questa ostensione simultanea ha una sua logica nel fatto che i due reliquiari in forma di gamba e i due in forma di avambraccio benedicente, se accostati al reliquiario mezzobusto, formano come gli arti dello stesso, rendendo l’immagine allegorica di una chiesa come corpo dei santi, in comunione col corpo di Cristo.

    Il San Valentino che si venera a Salara, ha spiegato ancora il parroco, è il prete di Roma che subì la decapitazione nel 270 sotto l’imperatore Claudio II il Gotico. Nel luogo di sepoltura, al secondo miglio della via Flaminia, era stata poi eretta una basilica (scomparsa nel XIII sec.), nella quale si era perpetuata la devozione al santo martire. Non avrebbe quindi niente a che fare con l’omonimo santo vescovo di Terni, morto quasi centenario, venerato pure lui il 14 febbraio e pure lui patrono degli innamorati, ma a detta degli esperti di storia sacra, la questione dei due San Valentino quasi speculari è lungi dall’essere risolta.

    Va detto che nel Cinquecento iniziò l’estrazione di reliquie dalle catacombe romane e fu così che la devozione a San Valentino trovò nuovo impulso attraverso la diffusione di resti ossei attribuiti al santo, più probabilmente appartenuti a cristiani ivi sepolti, che erano omonimi del prete martire. Lo confermerebbe il fatto che la chiesa di Salara originariamente era dedicata a San Leo, e soltanto alla fine del Cinquecento appare titolata a San Valentino, in evidente coincidenza con l’arrivo delle reliquie romane, che anche in altre chiese ha determinato la “rotazione” del titolare¹.

    Il contesto storico è importante per orientare la datazione dei reliquiari, che pertanto dovrebbero risalire a non prima di metà Cinquecento e non oltre metà Seicento. Tale datazione è stata confermata dal restauratore prof. Diegoli, che sulla base dei materiali impiegati e delle tecniche costruttive adottate, ha ipotizzato un pieno Cinquecento per i quattro reliquiari a foggia di arto umano e un fine Cinquecento o primo Seicento, per i due in forma di mezzo busto e di fogliame a volute. Si tratta perciò di arredi sacri che, oltre al valore intrinseco legato alla devozione popolare, hanno una dignità storica notevole, rappresentando una testimonianza del gusto artistico e dell’abilità creativa di intagliatori e decoratori di cinque secoli fa.

    Una devozione secolare e l’interesse per i beni d’arte del Polesine

    Il reliquiario a mezzo busto, effigiato con le sembianze del prete martire Valentino, era stato probabilmente realizzato con lo scopo di attirare la devozione dei fedeli su questo santo. A detta degli anziani del luogo, infatti, era molto venerato da chi soffriva di epilessia, poiché nel passato il santo era considerato il miglior ausiliatore contro il temibile “mal caduto”. Come sia nata questa devozione, assai diffusa nel Nord Italia e nei paesi germanofoni, nessuno lo sa con certezza; fatto è che a Salara nel giorno di San Valentino confluivano molte persone anche dai paesi vicini ad invocare dal santo la guarigione da questa patologia neurologica assai diffusa un tempo, come del resto lo è ancor oggi, nonostante i progressi fatti dalla scienza medica.

    In assenza di cure efficaci, la benedizione con la reliquia di San Valentino (ma si usava anche baciarla o appoggiarla alla testa o a una parte del corpo), era considerata fino a pochi decenni fa, la miglior protezione contro le perdite improvvise di coscienza di chi soffriva di epilessia o anche di chi desiderava solo prevenirla.

    Un po’ trascurato come neurologo, attualmente il santo gode di grande popolarità per essere considerato patrono degli innamorati, una protezione sicuramente utile e sacrosanta, ma che non ha radici nella tradizione cristiana, semmai in qualche antica usanza pagana propiziatoria della fertilità (i Lupercalia), che si celebrava a metà febbraio.

    La conferenza di presentazione si è conclusa con una riflessione sul significato teologico delle reliquie, svolta dal direttore del periodico diocesano La Settimana don Enrico Turcato. Il culto delle reliquie, ha affermato, è antichissimo e risale ai primi cristiani che si ritiravano a pregare sopra le tombe dei santi. Nel cristianesimo il corpo assume un valore particolare, perché Dio si è fatto corpo nella figura di Cristo, che a sua volta continua a vivere nel corpo dei santi. La reliquia, essendo rappresentativa di un corpo unito a Cristo, diventa così sua immagine e veicolo di salvezza.

    Al termine il sig. Antonio Ghirotto, autore di una pregevole ricerca sui beni storico-artistici della chiesa di San Valentino in Salara, ha fatto dono del suo libro al prof. Diegoli e a don Enrico Turcato.

    L’iniziativa è stata molto apprezzata dalla comunità di Salara, ma non solo, e si può pertanto concludere affermando che i restaurati reliquiari di San Valentino rappresentano per tutti – sia per i devoti che per i non credenti – un motivo in più per guardare con interesse ai tesori d’arte custoditi nelle chiese del nostro Polesine.

  • Lo storico Palazzo Durazzo

    Lo storico Palazzo Durazzo

    Percorrendo via Silvestri, strada del centro rodigino, affiancata da palazzi storici, a testimonianza di un’antica aristocrazia, si affaccia, di fronte alla chiesa dei SS. Francesco e Giustina, Palazzo Durazzo, attuale sede dell’Associazione Nazionale dei Carabinieri.

    È un edificio che dimostra una certa vetustà, con una facciata di colore giallo-ocra in parte chiaramente segnata dal tempo, tanto che in alcuni punti l’intonaco appare sbrecciato e degradato. È però evidente il valore storico del palazzo, il cui prospetto presenta sicuramente uno stile architettonico settecentesco.

    Una dimora signorile, dunque, commissionata dalla famiglia di origine albanese dei Durazzo (da cui deriva il nome), stabilitasi a Rovigo nel corso del Cinquecento.

    La famiglia Durazzo

    I Durazzo erano approdati sulle coste italiche sul finire del XIV secolo per fuggire dalle invasioni ottomane nella penisola balcanica. Nella città di Genova, dove si stanziarono originariamente, iniziarono la loro scalata sociale, esercitando il mestiere di mercanti e conciatori. Successivamente entrarono a far parte del governo della città, divenendo una delle più autorevoli famiglie.

    Fra i discendenti si annoverano personaggi illustri che ricoprirono importanti cariche sia ecclesiastiche che politiche. La loro attività commerciale li portò sino alle province venete, come documenta il “Repertorio genealogico delle famiglie confermate nobili (e dei titolati nobili esistenti) nelle Province Venete” compilato nel 1830 da Francesco Schröder, segretario di governo di Venezia¹.

    Lo studioso menziona la famiglia Durazzo, domiciliata a Rovigo dal sedicesimo secolo, i cui componenti appartennero al Nobile Consiglio cittadino, senza soluzione di continuità sino alla sua cessazione, esercitando cariche primarie sino ai primi decenni dell’ottocento.

    Della loro presenza sul territorio, rimane lo storico palazzo cittadino, di cui non si danno per certi gli anni di costruzione, nonostante la mappa di Pierre Mortier del 1704, indichi il fronte su via Silvestri completamente costruito, così come parte degli edifici interni al lotto.

    Le caratteristiche del palazzo

    La mappa dell’Estimo Veneto del 1775 mostra l’edificio quasi completato, ad esclusione di alcune porzioni dell’ala est, mentre le mappe successive risalenti al Catasto napoleonico austriaco, confermano la situazione planimetrica di fine settecento, come risulta dai Catasti storici conservati presso l’Archivio di Stato di Rovigo.

    Nel 1868 il Palazzo Durazzo venne ceduto alla Provincia che ne destinò l’utilizzo a Caserma dei Carabinieri². Successivamente vennero eseguiti appalti di lavoro per ampliamento e ristrutturazione, come risulta dal Progetto del 15 settembre 1874 per la costruzione di un nuovo piano di fabbrica sull’ala a mezzogiorno e uno successivo datato 8 luglio 1875 per l’ampliamento del piano di fabbrica dell’ala a sud, necessari per un’avvenuta diversa destinazione d’uso dell’edificio³.

    L’arma ebbe così nel capoluogo la propria compagnia, comandata da un maresciallo, affiancato da una dozzina di subalterni che stazionavano in caserma, provvista di spazi necessari per gli alloggi e gli approvvigionamenti⁴. Dalle successive planimetrie catastali di 1940 si riscontra che l’edificio ha conservato la dimensione originale, mentre sono state effettuate modifiche nella partizione interna, compreso un pesante intervento di sostituzione dei solai.

    Attualmente il fronte più antico del palazzo permane quello a nord, che dà su via Silvestri, civico 35, per aver conservato le caratteristiche tipiche della tradizione costruttiva veneta del settecento.

    La facciata presenta un portone con arco a tutto sesto in pietra; un basamento trattato ad intonaco a bugnato si sviluppa fin sotto le finestre del piano terra che appaiono incorniciate con pietre con elemento superiore aggettante e ornato con modanature. Le finestre del primo piano sono più grandi, in asse con quelle degli altri piani, incorniciate da elementi modanati in pietra, e le aperture del sottotetto sono più piccole e prive di contorno⁵.

    Varcato il portone del piano terra, si accede ad un androne con pianta originale alterata a seguito delle modifiche subite nel tempo. La parte interna costituisce un’aggregazione di edilizia minore, i cui materiali costruttivi sono tradizionali: muratura in laterizio, con solai in latero cemento sia nel corpo centrale che negli edifici minori. I coperti degli edifici hanno orditura in legno e manto di coppi o marsigliesi⁶. Speculare all’ingresso centrale, si apre un portone verso l’interno del lotto, che immette su un ampio spazio da cui si dipartono due edifici: l’ala nella zona est a due piani e l’ala ovest in parte a due e tre piani, destinate un tempo ai servizi della compagnia, con uscita in via Luigi Boscolo.

    Un vano del piano terra è occupato dalla Sezione intitolata al “Carabiniere Luigi Baruchello” medaglia d’argento al V.M. alla memoria della Guerra del 1915-1918. L’ufficio ha un ruolo sociale – come ha spiegato alla scrivente Angelo Lodi, Presidente dell’Associazione Nazionale, sezione di Rovigo – per mantenere coesione tra gli iscritti e simpatizzanti al Corpo dell’Arma e organizzare momenti di sodalizio e aggregazione.

    Superato il salone centrale si accede ad un vano scala che porta ai piani superiori del Palazzo adibiti ad alloggi, destinati rispettivamente al Comandante della Compagnia e al Comandante della Stazione di Rovigo. Gli uffici dell’autorità dell’Arma e quelli della stazione si trovano invece presso il Palazzo del Comando Provinciale, ubicato in via Silvestri al civico 29.

    Questo secondo immobile, ben identificabile – grazie all’insegna posta sul lato destro della porta di ingresso (illuminata di notte) con la scritta CARABINIERI – è dal 10 dicembre 1972 la sede del comando dell’Arma. Si tratta di un edificio di cui non si conosce con precisione la data di costruzione, anche se in una mappa catastale del 1905 figura già presente. La struttura risulta idonea ad ospitare gli uffici del Comandante, del Vicecomandante e altri locali amministrativi dell’arma. Da segnalare che, alle pareti dell’ampio salone di ingresso sono poste due targhe marmoree che attraggono l’attenzione di chi vi accede: quella che ricorda il conferimento della Medaglia d’oro in seguito all’impegno e all’abnegazione con cui l’Arma si prodigò nel corso dell’alluvione del Polesine del 1951, e quella dedicata alla memoria dei Caduti di Nassiriya del 2003.

    Tornando a Palazzo Durazzo, va detto che, dopo essere stato a lungo di proprietà della Provincia di Rovigo, nel 2018 è stato ceduto all’ente INVIMIT (Società del Ministero dell’Economia che si occupa di valorizzare il patrimonio immobiliare dello Stato).

    Da una recente relazione storico artistica redatta da una Commissione del Ministero dei Beni culturali di Verona-Rovigo-Vicenza, risulta che l’edificio presenta interesse artistico sul fronte di via Silvestri, in quanto costituisce una testimonianza di architettura signorile settecentesca, tipica della tradizione costruttiva veneta, realizzata nel centro storico di Rovigo.

    Anche in rapporto a questa importante indicazione, ci sembra opportuno chiudere questa panoramica su Palazzo Durazzo auspicando un prossimo intervento di restauro dell’immobile, ed in primis della facciata che attualmente presenta vari punti di deterioramento non consoni all’importanza dello storico edificio.

  • La Biblioteca di Badia

    La Biblioteca di Badia

    Badia è cresciuta intorno alla sua Abbazia da cui ha mutuato il nome. Le vicissitudini storiche (sommariamente riassunte nell’apposito riquadro a pag.36) hanno portato ad una trasformazione radicale dello storico complesso, ora non più fulcro religioso né centro di produzione agricola, ma importante riferimento sul piano culturale e turistico.

    Nei locali recuperati dell’antica Abbazia – l’ex refettorio, il chiostro, la cappella di Santa Maria e non da ultimo l’Appartamento dell’Abate – fioriscono progetti e occasioni per eventi culturali, cerimonie, mostre, spettacoli e importanti manifestazioni. Un’architettura composita caratterizza il complesso con la presenza di spazi aperti: un parco interno antistante alla Biblioteca con ingresso da via Cigno, uno esterno denominato parco Bruno Munari con accesso attraverso le botteghe artigiane, un terzo ingresso da piazza Vangadizza e un ampio parcheggio assicurano i facili accessi.

    Rilevanti gli interventi di restauro portati a compimento, tra cui, ultimo, quello relativo alla Biblioteca, grazie al quale sono stati recuperati lo scalone, i pavimenti originali, i dipinti e le decorazioni dell’Appartamento dell’Abate.

    Particolare attenzione è stata riservata alla salvaguardia delle tracce storiche. Risulta pertanto importante il lavoro finalizzato a recuperare gli antichi ambienti, assicurandone l’agibilità ed accogliendo la Biblioteca Civica, inaugurata con una cerimonia svoltasi lo scorso settembre 2020.

    Una visita ai locali recuperati, e idoneamente arredati, è sicuramente interessante.

    Al primo piano una reception, sette sale a scaffale aperto per la consultazione, la lettura, lo studio e una sala specifica dotata di postazioni internet per la ricerca ed emeroteca. Al piano terra il locale “archivio compact” con funzione di deposito libri e l’ultima stanza per la futura estensione libri. I locali sono attigui e comunicanti con l’Archivio “Vangadiciense”.

    Le 10 sale della Biblioteca

    Le sale occupate dall’Istituzione Culturale, nata nel 1969 e intitolata a Gian Girolamo Bronziero, sono ben dieci, tutte dedicate a illustri cittadini badiesi, tranne l’ottava consacrata al Gemellaggio.

    La prima sala, con funzione di accoglienza, servizio di prestito e restituzione, è dedicata alla memoria del Prof. Ivan Tardivello (1924-2005) docente, artista e amante dell’arte nelle sue molteplici espressioni, appassionato di storia locale, ispettore onorario della Sovrintendenza delle Belle Arti, cofondatore della Biblioteca Bronziero e fondatore del Museo Baruffaldi.

    La seconda stanza, multimediale, dotata di computers, è dedicata alla professoressa Marina Guerra (1898-1991), fondatrice nel 1969 della Biblioteca con Ivan Tardivello, Arturo Rossi e don Guido Stocco. Prima direttrice della stessa, appassionata ricercatrice di storia locale ha prodotto diverse pubblicazioni e si è adoperata per la realizzazione di eventi culturali.

    La terza sala, riservata ai bambini, è dedicata a Bruno Munari (1907-1998) architetto, designer, artista e scrittore milanese. Ha vissuto a Badia Polesine l’infanzia e l’adolescenza con la famiglia che gestiva l’albergo ristorante Sant’Antonio nello straordinario Palazzo degli Estensi. Nel 1972 ha ricevuto, dall’allora sindaco, la nomina di Cittadino Illustre badiese. Una curiosità: gli arredi dedicati all’infanzia sono attribuibili al brevetto Maria Montessori.

    La quarta sala, ricorda Monsignor Guido Stocco (1910-1984), indimenticato arciprete di Badia Polesine dagli anni ’60 agli anni ’80. In essa sono appesi pannelli che riproducono scorci di Badia Polesine nei primi anni del secolo scorso. È riservata alla lettura e allo studio come le successive.

    La quinta sala presenta l’artista Diodato Massimo (1846-1924), docente di arte negli istituti superiori del trentino. Apprezzato pittore, ha operato in molte chiese, soprattutto, in quel territorio. Molte sue opere sono esposte nei musei e nelle gallerie di Trento, dell’Alto Garda e nella città di Bolzano. Nella sala sono esposti tre straordinari ritratti di nobili, oli su tela firmati e datati 1877.

    La sesta stanza è dedicata a Eugenio Balzan (1874-1953), giornalista e padre fondatore del Corriere della sera. Dopo la sua morte, per merito della figlia Angela Lina nasce la Fondazione Internazionale Balzan “Fondo” con sede a Zurigo e Balzan “Premio” con sede a Milano. Lo ricordiamo anche per la sua straordinaria Collezione Balzan in esposizione al Ridotto del Teatro Sociale a lui dedicato.

    La settima sala ricorda il prof. Arturo Rossi (1903-1985) cofondatore della biblioteca, preside di Istituti superiori dagli anni ’60 agli anni ’80 a Mantova e a Rovigo. Fu il sindaco nominato dal CLN di Badia Polesine all’indomani della “Liberazione” e fino alle prime elezioni del 1946. Particolarmente dedito alla formazione delle giovani generazioni.

    L’ultimo locale superiore, il più grande, riporta i momenti più salienti del Gemellaggio (2006) compiuto dal comune di Badia Polesine con quello francese di Saint Thibault des Vignes.

    A don Antonio Spagnolo (1863-1916) è dedicata la nona sala situata al piano terra. Bibliotecario, paleografo, bibliografo e scrittore, don Antonio è un personaggio straordinario cui era stata affidata la direzione della biblioteca Capitolare di Verona, la più antica biblioteca ecclesiastica del mondo.

    La decima sala, sempre al piano terra, conserva un’importante raccolta di libri d’arte. È riservata alla memoria di Camillo Corrain (1936-2017), uomo di cultura, di scuola e formazione, ricercatore storico, scrittore e cofondatore del “Sodalizio Vangadiciense” Archivio storico dell’Abbazia della Vangadizza.

    Un cenno merita Gian Girolamo Bronziero (1577-1630), a cui è dedicata nel suo complesso la Biblioteca. Medico e studioso divenne importante per aver pubblicato un fondamento dal titolo “Istoria delle origini e condizioni de’ luoghi principali del Polesine di Rovigo”, conservato all’Accademia dei Concordi.

  • Il “Cammino di San Zeno”

    Il “Cammino di San Zeno”

    Il Cammino di San Zeno (oppure San Zenone) è un itinerario nato sull’esempio del più noto Cammino di Santiago di Compostela, in Galizia, dove sarebbe custodito il corpo dell’apostolo Giacomo. Più breve del “cammino” spagnolo, si realizza percorrendo le rive dell’Adige, tra Verona e il mare Adriatico, concludendosi a Chioggia (Venezia).

    In auge in tempi storici lontani, abbiamo deciso di riproporlo come itinerario cicloturistico da compiersi in bici, in due o tre giorni, partendo dalla Basilica di S. Zeno a Verona, ma ovviamente il percorso può essere fatto all’incontrario, magari avviandosi da una località del Polesine alla volta di Verona¹.

    Innanzitutto un cenno biografico.

    San Zeno nacque in Mauretania attorno il 300 dopo Cristo e, dopo aver appreso la cultura latina, giunse in Italia dedicandosi alla conversione delle popolazioni lombarde e venete. Venne nominato Vescovo di Verona nel 362. La sua festa ricorre il 12 Aprile, ma a Verona (di cui è Patrono) è celebrata il 21 Maggio ed assume un carattere molto suggestivo.

    L’itinerario di Fede e di Cultura dedicato al Santo “del sorriso” prende dunque il via dalla Basilica di San Zeno, dove sono stati individuati tre dipinti rappresentanti San Cristoforo, protettore dei pellegrini. E’ quindi molto verosimile che molti pellegrini, percorrendo gli argini dell'Adige, da Verona giungessero a Badia Polesine – dove un tempo era allestito almeno un alloggio per ospitarli – e dalla cittadina polesana si avviassero poi verso Roma utilizzando la Via Francigena (sul versante tirrenico) oppure la Via Romea (sul versante adriatico).

    Il tratto veronese

    Si parte dunque da VERONA², dalla Basilica di San Zeno Maggiore, un capolavoro dell'architettura medioevale, vicina al fiume in cui lo stesso Santo amava pescare (come raffigura una formella in bronzo presente nel portale).

    Visitata la bella chiesa, inforchiamo le nostre bici e ci avviamo seguendo la riva destra dell’Adige verso il Parco del Pontoncello, "polmone verde" che annuncia le numerose bellezze paesaggistiche che si incontreranno fino a Chioggia.

    Percorsi circa venti chilometri, dopo aver attraversato Zevio (dove visse Maria Callas ed è stato allestito un Museo a lei dedicato) si arriva a RONCO ALL’ADIGE dove, nella frazione di Scardevara, affiancata all'argine antico, sorge la chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Questa Pieve, abitata dai monaci benedettini qui inviati per bonificare i terreni incolti e spesso sommersi, si presenta al viaggiatore prima con l'abside e poi con la facciata ornata da un doppio Protiro e da un rosone, affiancata dall'imponente campanile a cuspide conica, tipico di molte chiese veronesi. Dopo un breve tragitto si giunge al ponte a tre archi tra Ronco all’Adige ed Albaredo d’Adige, dove è consigliata una sosta al Ristorante Al Ponte, egregiamente gestito dalle sorelle Simonetta e Valentina Zuliani. La Cucina offre piatti tipici, abbondanti e saporiti, ed il costo è contenuto³.

    Da qui si oltrepassa il ponte e si raggiunge ALBAREDO ALL’ADIGE, per visitare questa bella cittadina. La prima meta suggerita è il Museo della Ceramica e del fiume Adige, realizzato dai coniugi Antonella e Gianni Rigodanzo e dai volontari dell'Associazione Adige Nostro. Il Museo custodisce centinaia di reperti di epoca preistorica, romana e longobarda e un’antica Piroga, tutti recuperati nel fiume. Ad Albaredo sfocia l’Alpone, l'ultimo affluente dell'Adige prima che le sue acque si gettino in mare. La piazza è caratterizzata dalla chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta. Al suo interno è custodita una splendida statua lignea della Madonna col Bambino del XV Secolo.

    Dalla piazza si imbocca la strada per ARCOLE, dove è visibile un obelisco innalzato da Napoleone in ricordo della sua battaglia vittoriosa contro gli austriaci, e la deliziosa Pieve della Madonna dell’Alzana, con annesso Museo della Civiltà Contadina.

    Poco lontano troviamo SAN BONIFACIO, dove troneggia l'abbazia di San Pietro di Villanova. Ritornati ad Albaredo, si prosegue verso Michellorie per ammirare la chiesa della Madonna della Salute, al cui interno è custodito un rarissimo e suggestivo organo di Gaetano Armigazzi, risalente al 1737.

    Torniamo a RONCO, per proseguire per Tombazosana ed imboccare Via Gangaion, dove (prenotando al Consorzio di Bonifica al numero 045-7001452) si può visitare l'Ecomuseo della Bonifica, un’opera idraulica realizzata per regolare le acque del Bussè, corso d'acqua che un tempo si gettava nell'Adige. Il Gangaion è la gioia dei bambini che partecipano a corsi di educazione ambientale e fanno escursioni in barca sul fiume.

    Riprendiamo il nostro itinerario verso ROVERCHIARA, nel cui territorio si incontrano una trentina di Cave di argilla rinaturalizzate che costituiscono un autentico paradiso per gli uccelli selvatici ed i Bird Watchers.

    Da Roverchiara si arriva a Roverchiaretta, dove si può fare una sosta presso l'Associazione Radici in Movimento, alla base dell'argine.

    Oltrepassato il ponte sull’Adige si giunge a BONAVIGO, una cittadina che presenta ben tre importanti edifici religiosi: la chiesa di San Tommaso Becket, risalente al 1500, al cui interno si trovavano numerosi Ex Voto; la Pieve della Madonna della Ciusara; la parrocchiale di Sant'Andrea apostolo nella Frazione di Orti, ricostruita nel 1947 dal parroco don Romolo Tressino, che vi lavorò personalmente come manovale assieme a numerosi muratori del luogo. Occorre inoltre segnalare che, ogni anno a Settembre, si tiene la Fiera di San Tomaso, un appuntamento irrinunciabile e molto conviviale in cui si percepisce l'autentico clima di festa che caratterizza l'antico borgo fluviale.

    Riprendiamo il nostro percorso per raggiungere PORTO DI LEGNAGO, frazione rasa al suolo dai bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale che hanno gravemente danneggiato anche l’antica pieve, per cui nel 1955 è stata ricostruita la chiesa parrocchiale caratterizzata da un imponente ed impattante mosaico. Da Porto si prosegue verso Minerbe, e si raggiunge SAN VITO, dov'è presente un altro capolavoro dell'architettura medioevale: la pieve omonima, ottimamente conservata e visitabile il sabato mattina e in occasione del giorno dedicato al santo. Tornati a Porto di Legnago attraversato il ponte sull’Adige, si raggiunge il capoluogo⁴.

    A LEGNAGO si possono visitare il Teatro comunale “Antonio Salieri”, il Duomo, che sorge a poche decine di metri dal fiume e, nella Frazione di San Pietro, la Pieve di San Salvaro (San Salvatore), risalente forse all'epoca longobarda ma fatta ricostruire da Matilde di Canossa dopo il devastante terremoto del 1117, il più pregevole edificio architettonico della città. Sul Corso della Vittoria si trova invece la chiesetta di Santa Maria Assunta. Ricostruita in forme neogotiche nel 1899, è una piccola oasi di silenzio che invita alla preghiera. All'interno vi sono gli altari dei Santi Rocco e Sebastiano – invocati contro le Pandemie – di Sant'Antonio da Padova e Luigi Gonzaga, ed una pregevole pala d'altare del 1400 con la Beata Vergine Maria e il Bambino.

    Il Duomo, ovvero la chiesa di San Martino Vescovo, venne costruito tra la fine del 1700 ed il 1816. L'esterno è semplice ed austero, mentre all'interno vi compaiono numerosi dipinti tra i quali, nell'abside, la pala di San Martino, commissionata dalla popolazione legnaghese dopo lo scampato pericolo della Piena dell'Adige del 1839. Davanti alla chiesa si trova il Torrione, risalente agli inizi del 1500, edificio ad uso militare realizzato con il materiale proveniente dalla badiese Rocca Marchesana realizzata nel 1295 sulla riva sinistra dell’Adige tra Badia Polesine e Masi.

    A breve distanza, verso Villa Bartolomea, si trova il Centro Ambientale ed Archeologico, restaurato grazie al Consorzio di Bonifica Valli Grandi Veronesi ed alla Regione Veneto. All'interno vi sono custoditi preziosi reperti preistorici provenienti dalle Valli Grandi Veronesi (i primi scavi furono effettuati da Maria Fioroni, mecenate culturale originaria di Castelmassa). Quanto ai punti di ristoro, Legnago ne offre molti, tra i quali anche uno allestito su un battello attraccato nel porto fluviale.

    La tappa successiva è a VILLA BARTOLOMEA, nel cui centro storico sono presenti alcuni edifici di rilievo: la chiesa parrocchiale di San Bartolomeo apostolo (affiancata da una porzione della chiesa e del campanile medioevali), che presenta un'imponente facciata con quattro maestose colonne ed ospita una Pala d'altare attribuita a Jacopo Palma il Giovane; il Teatro comunale, risalente al 1911; l’Oratorio di Sant’Anna, che ospita 500 reliquie.

    Grazie al nuovo ponte sull’Adige che consente di collegare questo territorio alla provincia di Vicenza, di recente Villa Bartolomea e Castagnaro hanno siglato un accordo con la Diocesi di Vicenza (Fondazione Homo Viator) per essere incluse nell'Itinerario del Pellegrino sulla Romea Strata, che consente di raggiungere Roma attraverso Badia Polesine.

    Oltrepassiamo dunque il ponte sull'Adige per raggiungere sulla riva sinistra, nel comune di Terrazzo, NICHESOLA, con la sua deliziosa chiesa di San Pietro Celestino, una delle tappe più significative di questo Cammino. L'interno esprime molta intimità e contiene affreschi del 1400, mentre la facciata è caratterizzata da un inconsueto portico a tre archi.

    Ritornati sulla riva destra, rimanendo sulla ciclabile si raggiunge CASTAGNARO, cittadina che nel 1383 vide una drammatica battaglia tra Veronesi e Padovani, ma, soprattutto, condusse per secoli una battaglia contro le acque del fiume, che qui ruppe più volte gli argini già prima dell'anno 1000. Una soluzione definitiva si ebbe nel 1838, grazie all'ingegnere idraulico Pietro Paleocapa, che realizzò un’imponente Rosta ancora presente al confine con Badia Polesine.

    Tratto Polesano

    Dopo una pedalata di alcuni chilometri, oltrepassata la rigogliosa golena, si lascia la provincia di Verona per giungere a VILLA D’ADIGE, frazione di Badia Polesine. È connotata dalla bella chiesa di San Constanzo ricostruita dopo un’alluvione verificatasi agli inizi del 1800 che distrusse l'antico borgo di Villabona. All’interno del sacro edificio sono conservate le reliquie di San Costanzo, Martire dei primi secoli del cristianesimo, e i bellissimi dipinti a tempera di Gaetano Miolato (1875-1961).

    La tappa successiva è a BADIA POLESINE che merita una sosta prolungata per visitare (dall'esterno) l'antica abbazia della Vangadizza, mausoleo del Casato Estense di Ferrara, ed il Teatro Sociale “Eugenio Balzan” (aperto nei giorni di sabato e domenica) che fra l’altro ospita una importante collezione di dipinti dell'800. Anche il Museo Civico “A. E. Baruffaldi” merita una visita, ma è attualmente in fase di restauro. Per rifocillarsi si consiglia l’accogliente “Bistro” di Luca e Maurizia Baschirotto, sotto i portici di Via San Giovanni.

    Ritornati sull'argine si prosegue verso Boscovecchio e Villafora, sottopassando il nuovo Ponte sull'Autostrada Valdastico Sud, il maggior ponte Strallato d'Italia (lungo 1087 metri, alto 116 metri e con campata di 310 metri). Dopo una decina di chilometri si giunge a PRADESPIN, nella Frazione di Saguedo di Lendinara. Alla base dell'argine, su un ampio prato, si trova una solitaria chiesetta, in origine collocata sulla sommità arginale ma poi spostata a causa dei lavori di rafforzamento degli argini. LENDINARA (un tempo denominata L'Atene del Polesine) dista alcuni chilometri dal fiume, ma merita una visita per il significativo Centro Storico. Tra gli aspetti di fede segnaliamo la chiesetta di Sant'Anna e il Santuario della Madonna del Pilastrello, la cui origine risale al primo decennio del 1500.

    Ritornati sugli argini si incontra BARBUGLIO, anch’essa Frazione di Lendinara, dov'è presente una delle più suggestive chiese del Cammino: San Nicola di Bari, patrono dei marinai. Esistente dal 1569, la chiesa era soggetta alla giurisdizione dell'abbazia della Vangadizza. A causa di rafforzamenti arginali, dovette però essere demolita nel 1920 e, poi ricostruita nel 1926, con grande impegno economico sostenuto dalla comunità e dal parroco don Nicodemo Beccegato. La chiesa presenta un armonioso connubio di architettura romanica e moderna, con una facciata a capanna, in cui appare un abbozzo di protiro, due finestroni laterali ed un'elegante trifora.

    Dopo aver pedalato per alcuni chilometri, si raggiunge LUSIA, paese raso al suolo da un bombardamento aereo angloamericano nel 1945 (di quel drammatico evento sopravvivono oggi solo poche case ed il campanile mozzato ben visibile vicino all'argine). Lusia è ormai completamente ricostruita e vive principalmente di orticoltura. La nuova chiesa parrocchiale, dedicata ai Santi Martiri Vito e Modesto, venne realizzata nel 1953, e ricorda vagamente le cattedrali medioevali. Nel parco antistante appare, orgogliosamente collocata, una antica “colonna annodata” con “incastonate” alcune schegge delle bombe cadute.

    Alcuni chilometri più avanti ecco CONCADIRAME, frazione di Rovigo. In questa località meritano una visita i Boj della Ferriana, oasi naturalistica che ospita un raro Ontaneto di pianura, e alcuni stagni che offrono riparo a specie quali il Tarabusino, il Migliarino di Palude, il Porciglione, la Rana di Lataste, la Testuggine palustre Europea e il Tasso, e la settecentesca chiesa parrocchiale della Madonna del Rosario, ricostruita per ben 3 volte a causa delle esondazioni dell'Adige: nel 1536, nel 1657 e nel 1748.

    ROVIGO è l'altro capoluogo di provincia che si incontra sul percorso. Questa città accoglie il visitatore proponendogli alcune pregevoli istituzioni culturali ed edifici sia civili che religiosi: innanzitutto il complesso medioevale del Castello con le Due torri di cui ricorre il 1100.mo anno della costruzione, poi l’Accademia dei Concordi, fondata nel 1580, che ospita una Biblioteca ed una quadreria con opere di importanti artisti, tra cui Nicolò di Pietro, Michele da Firenze (Polittico di Raccano), Quirizio da Murano, Giovanni Bellini e Giambattista Tiepolo; il Tempio della Beata Vergine del Soccorso detto La Rotonda,) realizzato con pianta ottagonale nel 1594. La suggestione del sacro edificio, impreziosito da un ciclo pittorico seicentesco di grande pregio, ci accoglie nel silenzio e nella spiritualità che contraddistinguono questo luogo simbolo della città. Un altro sito a cui non si può rinunciare è il Museo dei Grandi Fiumi, in cui sono presenti reperti provenienti dai siti preistorici sviluppatesi presso i fiumi Polesani.

    Ritornati sugli argini, si consiglia di effettuare una sosta a BOARA POLESINE, anch'essa frazione di Rovigo, dov'è presente la chiesa di San Zenone, l'unica sul percorso, dopo la basilica veronese, dedicata al Santo a cui è indirizzato il “Cammino”. Realizzata nel 1763, risulta di particolare suggestione e conserva al suo interno alcune opere d’arte provenienti dalla chiesa precedente (costruita nel XII secolo, anch'essa demolita a causa dei lavori arginali), tra i quali una Pala d'altare con la Madonna della cintura tra i Santi Zenone e Agostino del pittore polesano Mattia Bortoloni (1696-1750), una statua marmorea della Madonna col Bambino attribuita al padovano Antonio Bonazza (1698-1763) ed un organo di Gaetano Callido, realizzato nel 1780.

    Si raggiunge quindi SAN MARTINO DI VENEZZE, dove si può fare una sosta presso alcune aziende agricole che effettuano servizio di agriturismo, e sono particolarmente indicate per i cicloturisti. Segnaliamo in particolare Corte Carezzabella a breve distanza dal Municipio, e la Tenuta Castel Venezze, in località Saline.

    Tornati sull'argine si procede verso l'ultima meta sulla riva destra prima di oltrepassare il fiume: PETTORAZZA GRIMANI, che accoglie il viaggiatore con il Santuario della Natività di Maria Santissima nella frazione di Pettorazza Papafava. Edificata alla fine del 1600 dalla famiglia di latifondisti veneziani, qui giunti per bonificare e rendere fertile il territorio, la chiesa si distingue dalle precedenti per la bellezza della facciata. Ospita molti Ex Voto, ed è da sempre un luogo di pellegrinaggio, soprattutto da parte delle giovani spose che invocano la Vergine Maria per ottenere una buona gravidanza. Sul campanile è collocata un'immagine marmorea dell'antica ansa dell'Adige.

    Il tratto veneziano

    Procediamo nel nostro itinerario cicloturistico, entrando nel territorio facente parte della provincia di Venezia⁵ e raggiungendo CAVARZERE, città divisa dal fiume Adige, anch'essa fortemente bombardata dagli aeroplani alleati. Oltre che dall'Adige è attraversata dal Gorzone. Una volta oltrepassato il ponte, si può visitare uno dei più importanti siti naturalistici del percorso: la Palude del Marice. Estesa per oltre 40 ettari, questa zona umida è una golena formatasi verosimilmente a seguito al taglio di una pericolosa ansa dell'Adige; con il Parco Nordio di Chioggia e le isole alla foce dell'Adige, costituisce un importante Corridoio Ecologico per numerosi uccelli ed anfibi legati a questo fiume. La palude è facilmente visitabile in bicicletta attraverso l'argine che la contorna, ed è un luogo di riproduzione ideale per il raro Tarabuso, ma anche per alcuni ardeidi quali il Tarabusino, la Sgarza ciuffetto e l'Airone rosso, ed anfibi quali il Tritone crestato e la Raganella.

    Ci avviamo verso la tappa conclusiva: CHIOGGIA, splendida ed antichissima città della Laguna veneta, di 50.000 abitanti, che meriterebbe una sosta di alcuni giorni per conoscere la sua storia ed apprezzare la sua bellezza. E’ però tempo di concludere il nostro percorso, facendo in modo di raggiungere la chiesa di San Domenico, nell'omonima isoletta. E' una chiesa molto amata dalla popolazione, non solo per il fascino del luogo, ma anche per la devozione ad un trecentesco Crocifisso ligneo alto 5 metri che affascina lo spettatore poiché si mostrerebbe con un'espressione drammatica ed una inerme in relazione al punto di osservazione.

    Un altro luogo che merita di essere visitato, e che fornisce molte informazioni per conoscere la città, è il Museo della Torre dell'Orologio, sul Corso del Popolo. La torre era utilizzata in origine come Faro (probabilmente realizzato in epoca romano-bizantina) contro le frequenti invasioni barbariche, e dal XIV Secolo ospita un orologio costruito da Jacopo Dondi, ritenuto l'orologio funzionante più antico del mondo.

    Chioggia e Sottomarina offrono moltissimi luoghi di visitazione ed innumerevoli punti di ristoro che propongono gustosi sapori di mare. Un’occasione che va colta per concludere al meglio il nostro itinerario.

  • “The Living Chapel” a Rosolina

    “The Living Chapel” a Rosolina

    Papa Francesco, nell’enciclica del 2015 “Laudato Si’ ”, pone l’attenzione verso l’ambiente naturalistico e la popolazione mondiale. Preservare e proteggere l’ecosistema è una necessaria condizione per la vita di tutti gli esseri viventi. L’inquinamento, lo sfruttamento delle risorse naturali, l’aumento della temperatura mondiale e il consumo di suolo sono gli evidenti segnali di uno squilibrio dell’ecosistema che porta, certe popolazioni, ad affrontare condizioni di vita molto precarie, a volte al limite della sopravvivenza, altre all’inesorabile destino migratorio.

    È necessario un cambiamento radicale del modo di vivere, guardando a modelli che puntino con decisione sulla salvaguardia dell’ambiente. Con quest’ottica il “senso del creato” di San Francesco d’Assisi è stato ripreso con forza nell’anno 2020, legandolo al concetto di ecologia integrale, il cui nucleo embrionale si ritrova nell’enciclica di papa Francesco.

    A parlarne è don Josh Kureethadam, responsabile dell’ “Anno Laudato Si’ ”, che vede nello spazio naturale, non solo un “giardino di piante” ma un ambiente dove esiste una “interconnessione tra: risorse del territorio, vita dell’uomo, attività produttive, educative, sociali, economiche, civiche, cura della natura e del creato, nel rispetto degli ecosistemi e delle biodiversità”. (da intervista Alessandro di Bussolo – Città del Vaticano, 2020).

    Un concetto questo che ha avuto un’importante ricaduta nel nostro Delta, grazie innanzitutto alla sensibilità di don Lino Mazzocco, parroco di Rosolina, che ha saputo interpretare il forte messaggio dell’enciclica, porgendo l’attenzione a quel luogo naturalistico di particolare interesse ambientale, che è il Giardino Botanico di Caleri. E ritrovando in esso il simbolo della “Casa comune, il Delta del Po” quale ambiente che raccoglie tutta la popolazione di quest’area, che, nelle attività di vita quotidiana, si trova in simbiosi col territorio.

    Tale messaggio è stato accolto con particolare interesse dai sette Comuni (Rosolina, Loreo, Porto Viro, Corbola, Porto Tolle, Ariano nel Polesine, Taglio di Po) appartenenti all’Ente Parco Delta del Po, dalla Regione Veneto e da Veneto Agricoltura. Insieme hanno avanzato l’idea di promuovere un’iniziativa di valorizzazione ambientale, proponendosi al “Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale” a Roma.

    L’idea è stata accolta dal Vaticano con particolare attenzione. Tra le volontà di promuovere l’ambiente sotto diversi ambiti, spicca quella connessa alla giornata del “Giardino Laudato Si’” che è stata solennizzata il 4 ottobre 2020, scegliendo come scenario naturale proprio il Giardino Botanico di Caleri. In tale occasione, il giardino ha aperto “le braccia” ad un evento che ha coinvolto la popolazione locale, la sfera religiosa e l’arte. Quest’ultima si è espressa nella musica e nell’architettura che si è concretizzata in una installazione nella natura: la “Laudato Si’ Garden – The Living Chapel”, una cappella senza muri, a cielo aperto, in mezzo alla natura, progettata dall’architetto Mario Cucinella.

    L’architetto Elena Biason membro del team R&D dello studio Mario Cucinella Architects, che ha seguito il progetto con il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ci spiega “che la volontà è stata quella di creare un segno, nel quinto anno dall’enciclica Laudato Si’, che fosse portatore dei principi dell’enciclica stessa e dei Laudato Si’ Goals, negli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite”.

    The Living Chapel si pone come: “un elemento semplice che si inserisce in modo armonioso nel contesto naturale del Delta del Po. La cappella a cielo aperto è costituita dalla natura stessa, a questa si è deciso di affiancare semplici forme evocative che risaltassero la bellezza del luogo.

    Gli elementi alla base sono due: la luce e il cerchio. La prima simboleggia la luce del mondo e il secondo “Sora Madre Terra”. Da qui l’idea del cerchio luminoso, che portasse alla luce questo luogo anche nelle tenebre. La scelta dei materiali è frutto della partecipazione della popolazione locale, infatti la cappella è stata costruita unendo le maestranze e le risorse della tradizione veneta. Il legno della pedana, ad esempio, proviene della foresta del Cansiglio e vuole essere un messaggio ecologico: dare nuova vita agli alberi abbattuti dall’uragano Vaia del 2018. L’anello di luce, invece, è stato donato dall’azienda Artemide, leader mondiale di design dell’illuminazione”.

    L’inaugurazione del Garden Laudato Si’- con The Living Chapel è avvenuta nel giorno dedicato a San Francesco, ovvero il 4 ottobre 2020, alla presenza delle autorità locali, di diversi ospiti, dei Sindaci dei sette comuni del Parco Delta del Po che hanno promosso e sostenuto l’iniziativa e dal team progettuale.

    Nello scenario naturalistico del Giardino Botanico di Caleri, avvolti dalla musica nel “Concerto per l’Ecologia integrale”, con il tenore Francesco Grollo, accompagnato dall’Orchestra Ritmico-Sinfonica Italiana diretta dal maestro Diego Basso, nonché dai cori Art Voice Academy e Opera House; in una brezza quasi autunnale, “Laudato Si’ Garden – The Living Chapel” si è illuminato incantando tutti i presenti “In particolare, verso l’imbrunire il cielo grigio della giornata ha lasciato spazio a un coloratissimo tramonto, che ha fatto risaltare l’anello luminoso, donando uno spettacolo di come natura e uomo possano creare sinergie ed emozioni. L’opera infatti celebra ed esalta la natura in ogni ora della giornata, in particolare dal tramonto all’alba, regalando e sprigionando infiniti colori e sfaccettature” così, continua a raccontarci l’evento, l’arch. Elena Biason.

    Particolarmente densa di significati è stata la benedizione della cappella da parte del cardinale Peter K.A. Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, della “Cappella Laudato Si’, la seconda realizzata in questo Anno dopo quella nell’Orto botanico di Roma, inaugurata a fine maggio 2020.

    “La struttura, poco dopo l’inaugurazione, è stata smontata per permettere alle maestranze di poter consolidarne le varie parti”. Continua a raccontarci l’arch. Biason, “la leggerezza dell’opera infatti ne conferisce la smontabilità e ne minimizza l’impatto sul sito. L’Amministrazione comunale provvederà a ripristinarla con l’avvento della bella stagione, andando ad arricchire il Giardino Botanico di Porto Caleri in modo continuativo”.

  • Un territorio ospitale

    Un territorio ospitale

    Si riparte con rinnovata fiducia. La sensazione di uscire dal plumbeo tunnel del Covid-19 ci apre orizzonti di speranza. Riprendiamo con nuova lena l’attività che ci connota, ovvero quella di testimoni dell’originale territorio tra Adige e Po, di cui continuiamo da 32 anni a sottolineare le non poche apprezzabili peculiarità. Con l’obiettivo di suscitare l’interesse sia di quanti non conoscono il Polesine vivendo in altre realtà, sia degli stessi residenti che – notiamo con piacere – si dimostrano più disponibili di un tempo ad approfondire tematiche legate ai beni culturali ed ambientali del territorio.

    Questo numero si apre con l’invito, particolarmente in sintonia con la stagione estiva, di visitare il Giardino Litoraneo di Porto Caleri, e si chiude con la proposta di accedere alla particolarissima mostra del Roverella “Vedere la Musica”: da un’eccellenza ambientale di cui il Polesine va giustamente fiero, all’esperienza inedita di scoprire opere d’arte uniche nel loro genere, realizzate da affermati pittori di caratura internazionale, vissuti a cavallo tra Otto e Novecento.

    E tra questi due poli, tutta una serie di proposte: dal percorso, nel nome di San Zeno – da Verona a Chioggia – lungo la riva destra dell’Adige per conoscere ed apprezzare beni ambientali e di fede, alle escursioni ad Occhiobello, Salvaterra, Salara, Rovigo, Badia Polesine per scoprire aspetti di interesse culturale e turistico.

    Ricca la sezione che fa riferimento alla storia: dalle tracce antiche portate alla luce da iniziative archeologiche, alle pagine che lumeggiano epoche successive, quali il Rinascimento, svelando il possibile interesse rivolto al nostro territorio da Leonardo da Vinci e i rapporti tra Luigi Groto e Alfonso d’Este, per giungere al XIX secolo e scoprire l’impegno originale del pittore veneziano Sebastiano Santi, il quale espresse con estro la sua arte in molteplici opere che connotano la cattedrale di Adria.

    E poi la riscoperta di personaggi illustri del passato ed altri che, in tempi più vicini, hanno lasciato una traccia apprezzabile, a cui va deferente il nostro ricordo.

    Seguono le pagine dedicate alla narrativa e alla poesia, per giungere, a conclusione del volume n. 62, con la proposta di vari articoli dedicati a lumeggiare l’importanza di molteplici iniziative culturali ed associative in grado di promuovere il nostro territorio, per il quale non mancano attese di sviluppo.

    Negli ultimi tempi si sono però affacciate iniziative che ci lasciano davvero sgomenti, nei confronti delle quali è bene spendere quanto meno una parola di allarme, nella speranza che siano messe in atto dalle istituzioni azioni per bloccarle.

    Due in particolare i progetti sicuramente problematici per il Polesine: la possibile installazione nelle acque prospicienti il delta, di trivelle al fine di estrarre idrocarburi dal sottosuolo e la realizzazione di impianti fotovoltaici in aree vocate all’agricoltura.

    Nei confronti della prima iniziativa si sono levate varie voci di dissenso, a cominciare dall’Ente Parco e da quella del Consorzio di Bonifica del Delta, necessariamente impegnato a mantenere attive le idrovore per provvedere allo smaltimento delle acque reflue in vaste aree sprofondate sotto il livello del mare. Un grave fenomeno di bradisismo, questo, registrato nel secolo scorso e direttamente causato dal pompaggio del metano nel Delta, interdetto soltanto alla fine degli anni ’60. Davvero sconsiderata dunque l’ipotesi di riprendere il prelievo di idrocarburi dal sottosuolo, iniziativa che auspichiamo sia quanto prima annullata.

    Il secondo problema ambientale, venuto alla luce negli ultimi tempi, concerne la richiesta di realizzare ampie installazioni di pannelli fotovoltaici su terreni agricoli. Problema che ovviamente non concerne la buona pratica di incentivare la produzione elettrica sfruttando l’energia solare, quanto lo spreco di terreno fertile. Molteplici le proteste nei confronti dei progetti già avanzati in varie parti del Polesine, di cui si è fatta paladina in particolare la Coldiretti, che chiede a gran voce l’annullamento delle iniziative di installazioni fotovoltaiche su terreni agricoli e propone di posizionare i pannelli fotovoltaici sui tetti di abitazioni, capannoni, edifici pubblici e su aree compromesse. Proposte queste che non si possono non approvare.

    Insomma da una parte aneliti di speranza per un risveglio di energie dopo la parentesi del covid, e dall’altra motivi di apprensione per progetti che rischiano di sfregiare l’ambiente del nostro Polesine, fortunatamente ancora in larga misura libero da impattanti intromissioni.

    L’auspicio, ovviamente, è quello di vedere avanzare con decisione i piani di valorizzazione del patrimonio ambientale e paesistico. Plurimi sono infatti i progetti sul tappeto inerenti sia il Delta che altri ambiti del Polesine, la cui realizzazione dovrebbe davvero rafforzare l’immagine di un territorio attrattivo ed ospitale.

    Ce lo auguriamo davvero.

  • Un premio per giovani artisti

    Un premio per giovani artisti

    Ci ha lasciato improvvisamente quanto inaspettatamente, a metà agosto 2020, l’arch. padovano Francesco Lucianetti, personaggio di grande talento, noto nel mondo dell’arte – del Veneto e non solo – ed apprezzato in particolare per le sue originali produzioni di tipo grafico e scultoreo.

    L’incontro con la presente rivista avvenne una decina di anni fa, nel nome dei fratelli Canozi (Lorenzo e Cristoforo), i grandi artisti lendinaresi dell’arte dell’intarsio vissuti nel XV secolo. In particolare Lucianetti aveva avuto modo di approfondire la storia di Lorenzo, non solo per i lavori di ebanisteria tuttora presenti nella basilica di S. Antonio, ma per la sua attività di tipografo ante litteram agli albori dell’invenzione dei procedimenti della stampa. E al personaggio aveva dedicato una decina di tavole di un racconto a fumetto, pubblicato come inserto di Ventaglio Novanta e particolarmente apprezzato.

    Da allora la collaborazione col periodico divenne continuativa e, almeno una volta all’anno, Lucianetti proponeva per la rivista storie a fumetti legate Polesine. Poi la malattia, il ricovero che si pensava temporaneo, fino all’inaspettata scomparsa, mentre stava progettando un fumetto dedicato ai 1100 anni della nascita della città di Rovigo.

    Lucianetti era un artista con una straordinaria capacità di “vedere oltre” nelle cose, nelle situazioni, nelle persone. Attento e rigoroso nella ricostruzione storica e nel contempo capace di sintesi futuristiche straordinarie. Chi lo ha frequentato conserva integro il suo ricordo, che ritiene vada tenuto vivo affinché anche chi non l’ha conosciuto possa apprezzare il suo magistrale operato nel mondo dell’arte.

    Una importante iniziativa legata al ricordo viene ora proposta da FLarte, la divisione artistica della cooperativa sociale E-Sfaira di Padova, di cui Lucianetti fu socio onorario. Una iniziativa nel mondo dell’arte ovviamente: un concorso aperto agli artisti di ogni nazionalità residenti in Veneto, che alla data di chiusura del bando (15 gennaio 2022) abbiano già compiuto i 18 anni e non abbiano ancora compiuto i 31 anni di età.

    Un concorso rivolto ai giovani – sottolinea il portavoce della cooperativa – con l’obiettivo di stimolarne la creatività, e finalizzato a dare continuità all’opera del maestro Lucianetti e raccogliere le suggestioni del suo lungo e ricco percorso artistico che ha spaziato dalla grafica incisoria al fumetto, dalla medaglistica alla scultura, in una ricerca continua curiosa e appassionata della sintesi espressiva tra mente, cuore e mano.

    Parte dunque la prima edizione del Concorso dedicato alla memoria dell’architetto Francesco Lucianetti ed il tema – prescelto in quest’anno caratterizzato dal 7.mo centenario della morte di Dante – fa proprio riferimento al sommo poeta. “Dante in arte: la commedia… oltre la materia”, è il titolo della prima edizione del concorso indetto da FLarte.

    Le opere saranno, dunque, un omaggio a Dante, libere interpretazioni di terzine o personaggi della Divina Commedia. Si partecipa con una sola opera, originale, inedita e non già premiata. Saranno accolte opere di grafica, pittura, scultura e di espressione multimediale realizzate con libera scelta della tecnica da parte degli artisti partecipanti

    Il concorso – che ha il patrocinio del Comune di Padova, della Società Dante Alighieri comitato di Padova, dell’UCAI di Padova, dell’IS DUC’ARTE di Padova, del Comune di Piove di Sacco, Assessorato alla Cultura, e della Provincia di Rovigo – si rivolge a tutto il territorio veneto e avrà come sede organizzativa Padova.

    L’iniziativa si concluderà con la premiazione il 25 marzo 2022 (Dantedì). La partecipazione al concorso è gratuita.

    Il bando scade il 15 gennaio 2022. La consegna delle opere è da effettuare entro il 15 febbraio 2022.

    Per il 1°, il 2° ed il 3° vincitore sono previsti dei premi del valore rispettivamente di 1.000€, 400€, 300€ con i quali la divisione FLarte acquisterà le opere vincitrici che entreranno a far parte della propria collezione privata. Sono inoltre previste due menzioni speciali per l’opera che si distingue in originalità e innovazione e per l’opera che si distingue per capacità interpretativa del testo.

    La selezione delle opere sarà effettuata, con giudizio inappellabile e insindacabile, da una giuria costituita da artisti, critici, storici e personalità del mondo della cultura e dell’amministrazione pubblica dei Comuni patrocinanti.

    Le opere selezionate verranno esposte e la consegna dei premi verrà effettuata il 25 marzo 2022.

    La mostra è stata programmata nel periodo 25 marzo-11 aprile 2022 e verrà realizzata in una sede adeguata messa a disposizione dal Comune di Padova. Nell’esposizione verrà dedicato anche un importante spazio alle opere di artisti veneti che hanno interpretato i temi della Divina Commedia in passato, tra i quali anche il maestro Francesco Lucianetti, alla memoria del quale è dedicato il premio-concorso. Oltre alla mostra sarà organizzata anche un’asta no-profit.

    Regolamento completo e scheda di iscrizione su www.flarte.it

    Contatti info@flarte.it – tel. 347/6404354

  • Rovigo 920 vista dagli studenti

    Rovigo 920 vista dagli studenti

    Il Liceo Celio-Roccati di Rovigo ha confermato il suo ruolo culturale nel territorio e gli studenti hanno mostrato il loro impegno anche fuori dalle aule scolastiche, con la partecipazione ad un progetto insieme al Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici che ha ottenuto il patrocinio del Comune di Rovigo e rientra a pieno titolo nel calendario di iniziative legate a Rovigo 920 e all’Ottobre Rodigino. La Pescheria Nuova ha aperto le porte alla cittadinanza per una mostra che è stata inaugurata martedì 28 settembre per poi concludersi sabato 2 ottobre 2021. L’esposizione ha ospitato anche una serie di incontri aperti al pubblico, che hanno ottenuto una buona risposta da parte della cittadinanza.

    L’iniziativa è nata nel 2019 da un progetto didattico promosso dall’Istituto in accordo con il CPSSAE per la celebrazione dei 1100 anni della nascita della città di Rovigo. Risale infatti alla primavera del 920 un privilegio con il quale papa Giovanni X concedeva al Vescovo di Adria, Paolo Cattaneo, la giurisdizione su alcune aree del medio Polesine e la licenza di erigere un castello sulla curtem Bonevigo quae vocatur Rodige (la corte Bonevigo che è chiamata Rovigo). Questo atto è la più antica attestazione di una struttura fortificata costruita sul territorio che diventerà il centro storico della città.

    Gli studenti del Celio-Roccati hanno potuto conoscere meglio il loro territorio, maturando la consapevolezza che svolgere un intervento di promozione culturale in occasione dell’anniversario dalla fondazione della città assume un significato di partecipazione condivisa di un momento importante per la collettività.

    Inizialmente più ampio, il progetto ha dovuto subire un ridimensionamento a causa del lockdown imposto dall’emergenza sanitaria, ma ha comunque potuto coinvolgere i tre indirizzi del Liceo Artistico dell’Istituto, con Arti Figurative, Grafica e Architettura e Ambiente.

    Il nastro per l’inaugurazione è stato ufficialmente tagliato nella mattinata del 28 settembre. Presenti – con gli studenti del Liceo Artistico Celio-Roccati di Rovigo -il Dirigente Scolastico, la prof.ssa Anna Maria Pastorelli, del prof. Raffaele Peretto del Centro Polesano di Studi Storici, Archeologici ed Etnografici, dell’assessore del Comune di Rovigo, dott. Andrea Pavanello e della prof.ssa Francesca Marucco di Soroptimist Club di Rovigo.

    In questa occasione gli studenti di Arti Figurative del liceo, guidati dalle docenti Silvia Fogagnolo e Stefania Zerbinati, grazie alla fruttuosa collaborazione con il Soroptimist Club di Rovigo, hanno potuto donare all’Amministrazione vasi decorati con immagini di Rovigo. La prof.ssa Maria Lodovica Mutterle, referente del progetto per l’Istituto, ha sottolineato il grande valore culturale ed educativo del progetto, grazie al quale i ragazzi hanno potuto farsi portavoce delle loro competenze per un pubblico proveniente dall’esterno.

    Giovedì 30 settembre l’appuntamento è stato invece con la conferenza “In loco qui vocatur Rodige”, a cura del Cpssae, un convegno culturale di alto spessore, dedicato all’approfondimento di questioni di carattere storico, archeologico ed architettonico legate alla fondazione dell’area del Castello, di cui oggi restano a testimonianza le torri Grimani e Donà. Spazio agli interventi del dott. Raffaele Peretto, archeologo e già direttore del Museo dei Grandi Fiumi, e della dott.ssa Sandra Bedetti, archeologa e vicepresidente dell’Accademia dei Concordi.

    La relazione del dott. Peretto, dal titolo “Rovigo tra convergenze e flussi: morfologia e scelte insediative”, ha evidenziato la peculiarità degli insediamenti che hanno insistito sulla fitta rete di fiumi e canali del territorio, dagli antichi abitati di Frattesina e Villamarzana passando per l’età romana e giungendo al periodo medievale.

    L’intervento di Sandra Bedetti, prendendo le mosse dalla Bolla del 920, riportata nel Catasticum Episcopatum Adriae, oggi conservato a Monaco di Baviera, ha posto dapprima l’accento sui principali documenti precedenti (838 ed 863) e successivi (954) alla fondazione del Castello, facendo risaltare il legame dell’insediamento di Rovigo con le vicine realtà di Adria e Gavello, sede del Comitatus (Contea) di epoca carolingia, per poi spostare l’attenzione su alcuni toponimi presenti nelle fonti medievali ancora oggi esistenti nel territorio, compresa la controversa origine del nome Rovigo, e sui ritrovamenti archeologici ad esso relativi.

    Il pomeriggio si è quindi concluso con l’intervento del dott. Erasmo Bordin del direttivo di Assonautica Veneto Emilia che ha presentato la rievocazione storica della Bolla pontificia, avvenuta lo scorso autunno, ponendo l’accento sulle prospettive del turismo di navigazione fluviale quale ulteriore modalità di conoscenza del territorio, lungo Po e Tartaro – Fissero – Canalbianco.

    Venerdì 1 ottobre è stata poi la volta dell’intervento “Proposta di uso ed accessibilità di Porta San Bortolo”, preparato dall’indirizzo Architettura e Ambiente e coordinato dal prof. Roberto Pugiotto. Una proposta concreta per una maggiore accessibilità alla struttura, tenendo conto delle necessità legate alla ridotta mobilità e alla disabilità, potendo così permettere al pubblico più ampio possibile di visitare un’eventuale sala espositiva sulla storia della porta e del castello.

    Si è chiusa poi la mostra con un bilancio decisamente positivo sabato 2 ottobre, con un importante momento promosso dal dott. Mario Coglitore, referente delle Poste Italiane per la Filatelia, che ha presentato, con grande soddisfazione per la qualità del prodotto, l’annullo postale Rovigo 920 e il progetto di realizzazione del timbro postale con l’intervento dell’indirizzo Grafica del Liceo, coadiuvato dai docenti Enzo Barion, Geremia Cocozza ed Elisa Tocchio.

    All’evento è intervenuto anche Roberto Trovo, vicesindaco di Rovigo e assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione, che è stato molto colpito e affascinato dai lavori degli studenti e dalla dimostrazione dell’importante attività culturale del Liceo Celio-Roccati sul territorio rodigino.

    L’annullo postale è stato depositato per l’utilizzo nell’Ufficio Postale di Rovigo per i successivi tre mesi, e sarà poi trasferito alla sede del Museo Filatelico Nazionale, diventando proprietà dello Stato Italiano. L’annullo è stato apposto nella giornata di sabato su tre cartoline elaborate e prodotte dagli studenti del Celio-Roccati, che hanno lavorato sulla figura delle Torri, sviluppando progetti diversi. I ragazzi dell’indirizzo Grafica hanno anche presentato per l’occasione una rivisitazione de “Il Gioco dell’Oca”, uno strumento da mettere a disposizione delle scuole primarie per avvicinare gli alunni alla storia e alle particolarità di Rovigo attraverso il gioco, guidati dal celebre gatto Rossini.

    La dirigente scolastica dell’Istituto, la prof.ssa Anna Maria Pastorelli, ha espresso soddisfazione per il lavoro svolto, sia del contatto e del senso di comunità scolastica mantenuto dai ragazzi sia del lavoro molto attento da parte dei docenti. “I ragazzi – ha detto – hanno avuto la possibilità di sviluppare le loro competenze di indirizzo ma allo stesso tempo anche di misurarsi con esperienze nuove e di presentare anche valide proposte alle scuole e all’amministrazione”.

    Il dott. Raffaele Peretto ha confermato la volontà di continuare il contatto stretto con la scuola e con gli alunni, già pensando a possibili progetti futuri come Polesine segreto o lavori sul Polesine medievale. Anche gli studenti si sono detti soddisfatti del lavoro svolto e dei feedback ricevuti dai visitatori, che hanno apprezzato i loro lavori, cogliendo l’occasione di scoprire e riscoprire, insieme ai ragazzi, la storia di Rovigo.

  • La Poesia e il colore della Musica

    La Poesia e il colore della Musica

    È stato un successo oltre le aspettative l’adesione alla seconda edizione del concorso di disegno e poesia “La poesia e il colore della musica” indetto dal Conservatorio Buzzolla di Adria col sostegno del FAI (Fondo Ambiente Italiano) e del negozio Musicamondo di Adria. Oltre 200 gli iscritti, risultato che ha centrato in pieno l’obiettivo – come ci dice l’organizzatrice prof.ssa Renata Benvegnù – che intendeva coinvolgere il territorio, e in particolare i giovani, nelle attività musicali del Conservatorio di Adria.

    Per partecipare al concorso (diviso in 5 fasce d’età) era necessario proporre un disegno o una poesia (via email causa covid) su almeno una delle due tematiche indicate, ovvero “La Musica” in tutte le sue forme, e “L’Ambiente”. Una proposta quest’ultima frutto della collaborazione con il FAI delegazione di Rovigo che ha creduto nell’importanza dell’iniziativa, sostenendola attivamente e contribuendo con alcuni premi che sono stati consegnati ai primi classificati.

    In particolare i vincitori di ognuna delle cinque sezioni hanno ricevuto dei buoni spesa offerti dal negozio Musicamondo di Adria. Inoltre ai poeti più rappresentativi di questa edizione è offerta l’opportunità di vedere le proprie poesie pubblicate su questa rivista, riconoscimento che – come dichiara il Direttore del Conservatorio Paolo Zoccarato – dà molto prestigio al Concorso.

    La giuria composta da professori di scuole secondarie ha decretato vincitori di questo premio due autori che hanno dimostrato maturità di intenti e una spiccata sensibilità nei confronti delle tematiche proposte dal Concorso. Il primo, vincitore della Categoria 4 riservata agli allievi delle scuole superiori (A.S. 2020/2021) è Monsif Sobti, il secondo, vincitore della categoria 5 Open senza limiti d’età è Antonio Marangoni.

    Ecco di seguito le poesie premiate.

    Titolo della poesia: Natura

    Autore: Monsif Sobti

    Studente presso il Liceo Galilei di Adria – classe 3^C

    Categoria: 4 – Scuole Superiori

    Ho 15 anni – ci dice l’autore – e frequento la 3C S.A del liceo Bocchi Galilei. La scrittura per me è sempre stata una valvola di sfogo, un modo per dire quello che verbalmente è difficile da esprimere.

    Prima di questa iniziativa non ero mai riuscito a far arrivare a nessuno i miei scritti (che fossero poesie, canzoni o semplici racconti) e questo concorso me ne ha dato l’opputinità, per questo ringrazio il liceo Bocchi Galilei e soprattutto il conservatorio Buzzolla di Adria.

    I due temi del concorso erano la musica e la natura, quindi pensai che sarebbe stato originale scrivere qualcosa che parlasse della musica che si trova in natura, e della sua bellezza, ma mi resi conto che la natura non ha bisogno di essere elogiata, in quanto la sua bellezza appare evidente a chiunque.

    Perciò ho deciso di prendere le veci della natura sofferente e raccontare quello che prova; in particolare, nella poesia, tengo a sottolineare come questo dolore sia causato esclusivamente dall’uomo e dalla sua arroganza, capace di uccidere l’essenza stessa della vita.

    Spero che le mie parole possano sensibilizzare le persone su uno dei temi che mi sta più a cuore, ovvero l’ambiente.

    NATURA

    Smettetela vi prego;

    non riesco a respirare

    Mi sento denudata delle mie vesti

    Vi dono la vita e

    mi regalate la morte

    Vorrei dirvi di smetterla,

    ma non ho le braccia per farlo

    Vorrei chiedervi perdono,

    ma non ne ho alcuna colpa

    La mia rovina

    sarà la vostra

    Ma per voi capirlo è troppo complicato

    Mille volte mi avete chiamato Madre

    Come può un figlio odiare la propria madre?

    Titolo della poesia: Essere Umano

    Autore: Antonio Marangoni

    Categoria: 5 – Open, senza limiti di età

    Antonio è oggi un uomo di 51 anni con disabilità. Da anni vive nella Comunità Alloggio di Piove di Sacco della Cooperativa Magnolia (PD), ha sempre avuto una grande passione per la musica leggera e per la poesia così, negli incontri di musicoterapia, sono state sempre coniugate queste due arti permettendo ad Antonio di esprimersi nella sua autenticità: talvolta più spiritosa e confidenziale, altre nel suo profondo dolore legato alla situazione di “disabilità”.

    Un giorno espresse il desiderio di poter lavorare sulla canzone “Esseri Umani” di Marco Mengoni e di poter guardare il video perché, finalmente, “c’è qualcuno che si ricorda che noi esistiamo!”. Da lì un lavoro espressivo che ha prodotto la poesia premiata: una poesia in cui esiste, ed è tangibile, il dolore di un uomo che vive quotidianamente la sua situazione di disabilità affrontando l’ altro con mente lucida e tollerante.

    ESSERE UMANO

    Le persone mi guardano

    per quello che vedono

    e vedono solo quello che guardano

    e poi senza pensarci parlano!

    Parlano senza rispetto

    ma non sanno che mi fanno un dispetto.

    Non possono sapere il passato

    e di come io sia cambiato:

    una volta riuscivo a muovere le mani

    e per me era più facile pensare al domani,

    una volta riuscivo a parlare più velocemente

    ma tutte le cose che dico e che penso

    le tengo a mente!

    Sono cambiato fisicamente

    ma la memoria funziona ancora

    perfettamente.

    Ci sono momenti in cui vorrei

    dire il mio pensiero

    e conoscendomi non ci andrei molto leggero.

    Quando sono fuori con qualche amico

    vedo la gente che mi guarda e giudica

    e mi si avvicina e osserva

    con quel sorrisetto dall’aria pudica.

    Invece pensa: “Guarda questo

    come è messo!”

    e io credo che sia proprio un fesso!

    Provino loro ad essere nei miei panni

    visto che io ci sto ormai da 45 anni!

    Loro credono che io non sia

    un essere umano

    e di sicuro non provano a darmi una mano!

    Credono che io non capisca niente

    invece capisco anche lo sguardo della gente.

    Io sono un uomo tutto di un pezzo

    e il mio “essere umano” non ha prezzo.

  • A tu per tu con Monica Bimbatti

    A tu per tu con Monica Bimbatti

    Eccoci alla nostra rubrica dedicata ai personaggi femminili del nostro territorio che si sono adoperati per far emergere bellezze e peculiarità che ci caratterizzano.

    L’incontro di questo numero del Ventaglio ci porterà a conoscere Monica Bimbatti che con il marito Alberto Faccioli gestisce l’Azienda Agrituristica Valgrande di Runzi di Bagnolo di Po.

    – Monica la prima cosa che vorrei chiederti è di raccontarci un po’ di te.

    “Sono nella fase in cui volentieri si salta la parte anagrafica. Ho lo spirito giovanile con la consapevolezza del tempo che passa. Sono polesana proveniente da una famiglia di agricoltori, e orgogliosamente lo evidenzio perché il contesto in cui si cresce lascia una traccia nella vita delle persone: nel mio caso il vissuto familiare ha contribuito, e contribuisce tuttora, portando informazioni che si trasformano in stimoli importanti per la mia attività. Ho un percorso scolastico di studi magistrali (scelta consapevole fin da giovane perché ho sempre amato l’insegnamento), un diploma di laurea in studi turistici e corsi diversi di approfondimento in ambito agrario per consolidare e aggiornare costantemente una formazione che attualmente spendo in ambito didattico. Svolgo attività di docenza infatti per conto dell’ente di formazione di Confagricoltura.

    Ho lavorato nell’ambito della pianificazione e programmazione pubblicitaria passando poi alla gestione articolata di un’azienda agricola (quella di mio marito) che in tempi ormai lontani aveva deciso di diversificare la propria attività classica di produzione con una serie di attività tecnicamente definite connesse come agriturismo, fattoria didattica, turismo rurale. Nel corso degli anni l’attività lavorativa si completa di incarichi generati forse dalla mia curiosa personalità o dal caso”.

    – Il tuo percorso femminile è dunque ricco di incarichi e ruoli…

    “Sì, possiamo dire di sì: sono stata infatti consigliere d’amministrazione in una banca di credito cooperativo, componente del Comitato per l’imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Rovigo, e durante so svolgimento di questo ruolo ho avuto anche il riconoscimento di “donna dell’anno 2014” per le attività svolte e l’impegno sociale. Con più mandati ho fatto, e faccio tuttora, parte della Commissione Provinciale Pari Opportunità, oltreché componente della Commissione Pari Opportunità in seno all’Amministrazione Comunale di Bagnolo di Po.

    La didattica mi ha sempre appassionato: con alcuni colleghi avevo creato una rete di fattorie didattiche che sviluppavano progetti per le scuole del territorio. L’attività ha poi dovuto subire delle modifiche a seguito degli ultimi avvenimenti. Comunque, rappresento anche le fattorie didattiche -per conto della mia associazione di categoria – al tavolo regionale del Veneto”.

    – La tua attività a Valgrande come ha avuto inizio?

    “L’attività di Valgrande è sorta per un sogno nel cassetto di Alberto, mio marito, che già 20 anni fa aveva capito che bisognava “fare agricoltura” in modo diverso. La sua idea dell’agriturismo da sviluppare nella proprietà di famiglia ha trovato il mio supporto e anche la mia forte determinazione .

    – Quali sono state le attività nel momento, le urgenze che hai dovuto affrontare?

    “Come per ogni azienda, grande o piccola, che si lancia in nuove avventure, la priorità assoluta è sempre la tempistica: si ha la forte spinta dell’entusiasmo che aiuta ma al tempo stesso il timore di non essere pronti; nel mio caso, all’accoglienza degli ospiti in quella che era la prima attività pensata. C’è la necessità continua di proporre nuove iniziative che spesso nel lavoro si intrecciano con intoppi burocratici che possono diventare ricadute economiche non sempre positive”.

    – Il fatto di essere donna nell’ambito di questa attività ha dei punti di forza?

    “L’attività sviluppata negli anni – accoglienza, laboratori esperienziali per bambini e adulti, attività rivolte al sociale – sono servizi, prestazioni che mettono in risalto le attitudini personali di ciascun individuo, uomo o donna che sia. Il vero punto di forza è il “pathos”. Il sentimento nel nostro operare quotidiano è forza, volontà e impegno consapevole. La gestione familiare di un’azienda che si occupa di servizi ad ampio raggio richiede grande senso pratico, la capacità di trovare sempre un piano ‘b’.”

    – Come e quanto ha inciso e incide la tua vita privata nel tuo lavoro? Com’è lavorare fianco a fianco con tuo marito?

    “La sfera privata non entra negli spazi destinati al lavoro, nelle attività svolte con i nostri dipendenti. Abbiamo cercato di non portare le tensioni personali nel contesto lavorativo: abbiamo collaboratori che sono con noi da circa 20 anni e probabilmente siamo riusciti con i rispettivi caratteri a creare un clima sereno. Gli obiettivi si raggiungono con una squadra efficiente fatta di persone che si impegnano per superare ostacoli e difficoltà”.

    – Quali sono stati i momenti più importanti nella tua carriera di donna imprenditrice?

    “Il riconoscimento del mio percorso di donna impegnata è avvenuto in anni in cui sono stata molto vicina ai miei genitori per problemi di salute che hanno riguardato mio padre e il supporto di cui necessitava mia madre nella gestione di una situazione delicata. La mia famiglia mi ha dato delle possibilità e il mio cuore mi ha detto cosa era più importante in quel momento. L’evoluzione dell’agriturismo ha continuato negli anni ed è tuttora gratificante riconoscere senza falsa modestia il progetto Valgrande”.

    – Di cosa ti stai occupando in questo momento, ci sono nuovi progetti?

    “Continuo con le docenze FAD, ma sono coinvolta nei programmi scolastici di un istituto comprensivo locale e come gruppo di lavoro regionale si sta lavorando ad un progetto innovativo per le scuole e le fattorie didattiche: innovativo perché può essere replicabile da altri, innovativo perché coinvolgente, responsabile e rispettoso. La nostra azienda ha sempre dato spazio ad attività rivolte al sociale: disponibilità all’utilizzo degli spazi qui esistenti, calendarizzazione di incontri finalizzati alla conoscenza di una azienda agricola e all’acquisizione di piccole competenze, per esempio la realizzazione di un piccolo orto.

    Siamo stati contattati per iniziare una collaborazione con un’ associazione di volontariato che si occupa di soggetti afferenti al mondo del disagio e gestiremo insieme dei momenti trascorsi in fattoria”.

    – Come si potrebbe descrivere una giornata tipo?

    “Lunga, mai monotona”.

    – Quali consigli e suggerimenti ti sentiresti di dare a donne che vogliono seguire la strada dell’imprenditoria femminile o realizzare un sogno lavorativo?

    “Non posso dare istruzioni per l’uso ma posso dire quello che faccio e penso io ogni giorno. Non pensare che siano gli altri responsabili delle tue lunghe giornate, non credere che gli obiettivi non raggiunti siano sempre sconfitte ma vederli come ostacoli nuovi da superare per arrivare. Non colorare sempre di grigio. Non cercare il di più, dare valore a quello che riesco ad ottenere ogni giorno.

    Bene amici ed amiche del Ventaglio, ringrazio Monica per la disponibilità dimostrata a raccontarci la sua esperienza di donna e imprenditrice, e per aver arricchito la nostra rubrica dedicata al mondo della donna e del lavoro imprenditoriale.

    Colgo l’occasione per invitare altre donne, professioniste della cultura e del territorio polesano a contattare il CeDi e raccontarci la loro esperienza di donna e imprenditrice. Ci vediamo nel prossimo numero!

Pubblicità