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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il duomo di Costa

    Il duomo di Costa

    Tra le iniziative volte a promuovere occasioni di conoscenza ed apprezzamento dei beni artistici ed ambientali del territorio, di sicuro interesse risultano quelle promosse dal FAI (Fondo Ambiente Italiano). Attese sono in particolare le “Giornate di Primavera” che nel corso del 2019 hanno avuto come teatro il paese di Costa di Rovigo, le sue chiese ed il museo etnografico.

    Sorpresa per molti visitatori, non solo tra quelli provenienti da oltre provincia, ma anche non pochi dai paesi vicini hanno destato gli approfondimenti proposti con passione dai volontari (locali e non) attivati dall’associazione che ha a cuore i beni italiani.

    L’accoglienza dei visitatori è avvenuta nell’ampia piazza centrale, creata una ventina di anni fa eliminando la presenza dell’Adigetto, lo storico corso d’acqua che, per il tratto del centro del paese, è stato costretto ad un percorso sotterraneo. Si è pertanto unificato un territorio da secoli diviso dal fiume; ed è così che la attuale piazza del comune di Costa di Rovigo risulta essere famosa per essere caratterizzata dalla presenza di ben tre edifici religiosi. La parte meridionale è dominata dall’importante Chiesa di San Giovanni Battista, il duomo della cittadina; allineata alla facciata del duomo sul lato occidentale si trova la Chiesa oggi dedicata ai Caduti, ma un tempo retta dalla Confraternita dei Flagellanti, infine a nord-est (un tempo oltre l’Adigetto) si erge la Chiesa di San Rocco.

    Intendiamo per i lettori del Ventaglio soffermare l’attenzione in particolare sulla Chiesa di San Giovanni Battista, una costruzione dalle origini molto antiche che rimanda a tempi remoti allorquando il territorio di Costa dipendeva spiritualmente, ma in parte anche amministrativamente dal lontano monastero di San Cipriano di Murano (Venezia).

    La prima testimonianza che associa il comune di Costa a questa comunità veneziana risale al 1115, anno in cui al monastero vennero donati venti mansi di terra in questa zona, prossima al fiume Adigetto, quindi facilmente raggiungibile via mare. Alla presenza dei monaci a Costa, seguì la decisione del Vescovo di Adria, Vitale, di cedere loro parte delle sue rendite. Si ebbe quindi l’edificazione tra il 1163 e il 1167 di una loro chiesa, dedicata a San Giovanni Battista.

    Quando, nel 1219, il monastero di Murano muta il suo titolo da priorato ad abbazia, la Chiesa di Costa acquista maggiore importanza e la sua gestione è affidata a rettori inviati direttamente dall’abbazia centrale.

    I primi restauri dell’edificio religioso risalgono al 1500, ma una delle opere successive, che arricchisce ulteriormente la chiesa, è l’aggiunta del campanile posizionato in adiacenza esterna tra transetto e coro ed eretto nel 1559. Un anno importante questo perché coincide con la nomina dell’abate del monastero di San Cipriano a patriarca di Venezia. Di conseguenza, tutte le chiese gestite e controllate dall’abbazia di Murano vengono impreziosite.

    La chiesa di Costa inizia pertanto ad essere decorata ed affrescata al suo interno. Iniziative di rilievo si hanno però soprattutto a partire dal XVIII secolo, quando viene commissionato al celebre pittore rodigino Mattia Bortoloni (1696-1750) la pittura su legno del soffitto della sacrestia, in cui sono raffigurati I quattro evangelisti con i loro simboli corrispondenti.

    Un’altra rilevante opera d’arte, appartenente allo stesso periodo storico, è la pala d’altare dedicata alla Vergine con Cristo, San Giovanni Evangelista e un altro santo non ancora identificato, opera di Fabio Canal (1703-1767), pittore veneziano, discepolo del grande maestro Giambattista Tiepolo. Questo artista ha svolto la maggior parte della sua attività nell’anonimato, dichiarando apertamente la propria professione solamente in età avanzata, pur avendo ricevuto importati commissioni come Villa Cornaro a Stra (in collaborazione con Jacopo Guarana) e numerosi palazzi e chiese veneziane.

    Nella Chiesa di San Giovanni Battista va inoltre sottolineata un’importante particolarità sotto il profilo della fede. Si tratta di una reliquia molto preziosa, alla quale da circa 230 anni viene dedicata una festa ampiamente partecipata. Si tratta della Sacra Spina della corona di Gesù, racchiusa in un reliquiario posto nel secondo altare a destra. Questo cimelio sacro, così antico, è giunto a Costa nel 1790, come dono del patriarca di Venezia, Monsignore Giovanelli, per la nuova nomina del vicario perpetuo del paese, Don Leopoldo Mazzetti, grazie al forte legame di questa parrocchia con la Serenissima.

    E’ questa una storia che appassiona perché ci porta direttamente ai tempi in cui visse Gesù e fa riferimento alla sua passione ed opera di redenzione. Dal ritrovamento della corona di spine, questa reliquia è appartenuta a diversi re ed imperatori: inizialmente viene offerta dai Crociati come trofeo di guerra all’imperatore di Costantinopoli Baldovino II; nel 1238 passa al re di Francia Luigi IX, in cambio del suo appoggio nella lotta contro i Greci; infine è affidata a Venezia come pegno di un prestito elargito dalla Serenissima ai francesi. In questo periodo di concessione della reliquia alla Repubblica di Venezia, alcune spine sono state staccate e conservate all’interno della Chiesa di San Marco per essere poi donate a varie chiese sotto il controllo veneziano. Tra queste ne beneficia proprio la Chiesa di Costa – all’epoca ancora gestita dal patriarcato lagunare – che dunque a tutt’oggi può fregiarsi dell’importante cimelio religioso.

    Tornando agli aspetti artistici, la bellezza di questa chiesa diventa ancora più evidente grazie alle decorazioni ad affresco del soffitto, commissionate nel 1820 all’artista veneziano Giambattista Canal (1745-1825), figlio di Fabio Canal sopracitato. Riconosciuto in tutto il territorio veneto come abilissimo “frescante”, viene ricordato come “l’ultimo dei fa presto”, per la sua straordinaria velocità di esecuzione nell’affrescare superfici molto estese. Prima studente, poi insegnante all’Accademia di Belle Arti di Venezia, ha dipinto oltre 70 soffitti di chiese e palazzi, tra cui il Duomo di Serravalle, la Chiesa di San Leonardo a Venezia, Palazzo Mocenigo a Venezia e Villa Viola a Treviso.

    La decorazione pittorica del soffitto della chiesa di Costa presenta alcuni episodi fondamentali della vita di San Giovanni Battista: la nascita del Battista, il battesimo di Cristo e la decollazione del Battista. La prima scena, che si osserva entrando dall’ingresso centrale della chiesa, rappresenta la nascita del Battista ovvero il primo episodio che lega la vita di questo santo a Cristo, riconosciuto da molti come il “precursore” del Messia. La seconda raffigurazione illustra il momento dell’avvenuto compimento della missione del Battista, ovvero il battesimo dell’Agnello di Dio. Infine, l’affresco si conclude con l’ultimo episodio della vita terrena del Santo: ai piedi del trono del re di Israele Erode Antipa, Giovanni Battista è in attesa della sua condanna a morte, voluta e ordinata da Salomè.

    Nelle vele del soffitto, ai lati di questo meraviglioso affresco troneggiano quattro dottori della chiesa e sui pennacchi i quattro evangelisti, racchiusi all’interno di un’elegante cornice dipinta. Grazie ad un importante restauro che ha interessato l’interno della chiesa nei primi anni Duemila è ancora oggi possibile contemplare il fascino di queste decorazioni neoclassiche.

    Concludiamo con un’annotazione storica, facendo cenno ad una situazione conflittuale nata dal fatto che la chiesa di Costa dipendeva dal Monastero Muranese di San Cipriano, retto da un importante Abate, mentre il Vescovo di Adria la riteneva parte integrante della diocesi adriese e quindi a questa sottoposta. La situazione del tutto particolare, creò nel tempo qualche tensione, mai sfociata però in un conflitto aperto, ed ha avuto una definitiva soluzione soltanto nel 1945, allorché il patriarca di Venezia rinunciò in perpetuo ad ogni suo diritto a favore del vescovo di Adria.

  • Palazzo Camerini a Rovigo

    Palazzo Camerini a Rovigo

    Proseguendo con gli appuntamenti di conoscenza del patrimonio artistico ed architettonico del nostro territorio, un importante opportunità ci giunge dall’approfondito studio “Palazzo Camerini” portato a compimento da Roberta Reali e recentemente pubblicato da Apogeo, grazie all’interessamento dell’Accademia dei Concordi.

    L’ottocentesco Palazzo Camerini è uno degli edifici storici più grandi di Rovigo. Occupa buona parte del lato settentrionale di via Celio, con le seguenti ragguardevoli misure: m. 44 di base, m. 17,67 di altezza, circa 20 metri di profondità.

    Fu innalzato tra il 1841 ed il 1844, per volere di Cristoforo Camerini (1784-1858), componente della ricca famiglia Camerini di origine emiliana che, soprattutto grazie all’intraprendenza del fratello Silvestro Camerini (1777-1866), si caratterizzò nel corso dell’Ottocento come una delle più attive nell’ambito di varie iniziative imprenditoriali, acquistando beni fondiari ed immobili di pregio sia in Emilia che in Veneto.

    Di Silvestro Camerini e della sua prodigiosa ascesa da scariolante a duca abbiamo avuto occasione di parlare in più di qualche numero del Ventaglio¹, evidenziando anche come fosse coadiuvato nelle sue molteplici attività da Cristoforo. E proprio a questi si deve dunque la volontà di realizzare il grande palazzo rodigino, che fu progettato dall’architetto badiese Lorenzo Rossini e costruito dalla ditta del capomastro Antonio Silvestrini.

    Un edificio dalle linee abbastanza severe, di ispirazione neoclassica, sviluppato su quattro livelli e concluso da un marcato cornicione dentellato. Nella facciata – priva degli ornamenti tipici delle epoche precedenti, quali colonne, lesene e capitelli – l’attenzione va soprattutto al piano nobile che si innalza oltre ad un piano ammezzato: colpisce la teoria di tredici finestre (le tre centrali sono porte-finestre che si aprono su un balcone tripartito) tutte caratterizzate da frontoni sostenuti da mensole.

    Altra importante ricercatezza si trova al piano terra, caratterizzato da tre grandi portali centinati di identica fattura (uno centrale e due laterali), e soprattutto connotato dalle originali lunette istoriate poste a coronamento delle dieci finestre: racchiudono bassorilievi raffiguranti industriosi putti alle prese con attività che rimandano ai lavori tipici dell’agricoltura. Raffigurazioni che non sono meramente decorative, ma che fanno riferimento ad una filosofia di impegno e miglioramento del territorio, che Roberta Reali ha messo in evidenza, trovando inoltre continuità di relazioni nel ciclo di affreschi interni.

    Le rappresentazioni scultoree delle lunette suggeriscono dunque aspetti di operosità e di armonia del fare: un concetto che si comprende appieno prestando la dovuta attenzione al bassorilievo rappresentato sulla lastra rettangolare posta tra le finestre del mezzanino sopra la porta centrale del piano terra. Una allegoria che rimanda al mito della nascita dell’agricoltura: su un carro, trainato da due leoni, è rappresentata Cibele, la divinità identificata come la Madre Terra, la cui figlia Demetra (Cerere per i romani) sovraintendeva alle attività agricole. Opere queste realizzate, a quanto ipotizza la Reali, dal veronese Grazioso Spazzi, che lavorò anche per la cappella funeraria dei Camerini.

    Nel bassorilievo del Palazzo, Cibele porta un copricapo turrito (immagine divenuta nel tempo simbolo dell’Italia) ed è assisa su un cocchio trainato da una coppia di leoni; col braccio destro porge una sfera (simbolo dell’universo) ad un genio alato, mentre con la mano sinistra tende un pareo ad Attis, la divinità che sempre la accompagna.

    Il riferimento a Cibele, dea originaria della Frigia – la regione della città di Troia da cui fuggì Enea dopo l’incendio appiccato dai Greci – è importante, secondo le indicazioni della Reali, per comprendere il ciclo affrescato nel Salone del piano nobile, legato proprio alle vicende di Enea che, come narra Virgilio, giunse nel Lazio, e dalla sua discendenza si avrà la fondazione di Roma².

    Autore degli affreschi è il muranese Sebastiano Santi (1789-1866), artista apprezzato, che fra l’altro lavorò molto in Polesine e fu coadiuvato da decoratori della cerchia del veneziano Giuseppe Borsato. I grandi riquadri si riferiscono alla narrazione virgiliana, a cominciare da Giunone supplica Eolo di scatenare i venti contro la flotta troiana: raffigura il tentativo della dea di ostacolare Enea nel suo viaggio, giacché dalla progenie dell’eroe troiano prenderà vita la storia di Roma; città che nei secoli amplierà la propria potenza fino a compiere la distruzione di Cartagine devota a Giunone. Seguono altri affreschi: Enea, Didone e Ascanio; Enea portante Anchise fuori di Troia; Enea e Didone nell’antro; Enea e Latino.

    Tra le altre stanze del piano nobile, la più ampia è quella detta “del baccanale”, dominata da un grande riquadro, affrescato sempre da Sebastiano Santi, raffigurante Il trionfo di Bacco, mentre sulle pareti sono effigiate delle danzatrici.

    Gli affreschi del Santi sono databili attorno al 1844, pertanto completati proprio nell’anno della conclusione dei lavori edili del sontuoso edificio.

    Successivamente nel piano nobile si ebbero ulteriori interventi pittorici, ispirati ad altre motivazioni e a nuove suggestioni politiche di stampo risorgimentale. E’ il caso della tela di ispirazione chiaramente patriottica La rivolta del Balilla, illustrante l’episodio che originò la cacciata degli Austriaci da Genova nel 1746; opera realizzata nel 1853 – quando Rovigo col Lombardo-Veneto era ancora sotto il dominio austriaco – da Giovanni Busato e posizionata nel soffitto della sala detta della Rivolta Popolare³.

    Di poco posteriore è bel dipinto con Le nove Muse, opera attribuita ad Antonio Zona, posizionata nel soffitto della Sala delle Arti. Allo stesso autore viene assegnata la romantica Allegoria della notte nella Sala della Notte.

    Successivamente per alcune stanze del piano nobile si ebbe anche l’apporto di altri decoratori, tra cui Giovanni Biasin, a cui sono attribuiti interventi a grottesca nella Sala dei Mascheroni, quelli in stile moresco nella Sala Moresca e in stile gotico nella Sala Gotica.

    Alla morte di Cristoforo, avvenuta nel 1858, il palazzo restò nella disponibilità degli eredi, venendo intestato al primogenito Francesco (1829-1892). Costui, non avendo discendenza propria (l’unico figlio maschio era morto pochi mesi dopo la nascita), indicò come suo successore il nipote Ettore Francesco (1868-1902), unico figlio maschio del fratello Giovanni, il quale ebbe ben sette figlie.

    In seguito alla morte prematura di Ettore Francesco (proprio nell’imminenza del suo matrimonio) il bene fu affidato alla di lui sorella Paolina Camerini in modo che il palazzo fosse intestato a Giovanni Rusconi Camerini (1891-1967), figlio nato dal matrimonio col marchese Saverio Rusconi.

    Nel 1963 il bene è stato alienato, entrando nelle disponibilità della famiglia Costato che in più riprese ne ha curato il restauro, affidando la cura degli affreschi alla ditta di Giuseppe Costantini.

  • L’Ufficio del Sindaco di Rovigo

    L’Ufficio del Sindaco di Rovigo

    In occasione delle Giornate FAI d’Autunno 2019 siamo ritornati nel capoluogo del Polesine. Ed in punta di piedi siamo entrati là dove il primo cittadino svolge i suoi doveri ed amministra la città di Rovigo, ovvero l’ufficio del sindaco. A parte gli amministratori, in pochi vi hanno finora avuto accesso, eppure l’ufficio – che guarda su piazza Vittorio Emanuele – è lì da oltre un secolo.

    La suggestione è data da alcuni interessati cimeli, ma soprattutto dall’apparato pittorico che lo contraddistingue. Era il 22 Ottobre 1887 quando l’ambiente fu inaugurato come sala consiliare, nelle vesti pittoriche in cui ancora oggi possiamo vederlo. E’ caratterizzato da una maestosa decorazione a soffitto ed a parete, un importante intervento pittorico realizzato dal pittore e decoratore Giovanni Biasin (1835-1912), veneziano di origine ma rodigino di adozione.

    Molte sono le testimonianze lasciate dall’artista a Rovigo e nella nostra provincia sia in ambito pittorico che in ambito decorativo. Solo nel capoluogo troviamo da lui decorati numerosi saloni: quello del Palazzo della Prefettura, di Palazzo Gobbati, di Palazzo Rosada Ubertone, di Villa Tracanella, di Palazzo Bonanome Ravenna per citarne alcuni. Giovanni Biasin è stato inoltre collaboratore del giovane Giovanni Vianello nella realizzazione della decorazione del Teatro Sociale subito dopo l’incendio.

    Ritornando all’ufficio del sindaco, l’ingresso in sala è mozzafiato: una decorazione a soffitto, ricca e maestosa, mescola elementi di repertorio classico ad elementi fantastici: fiori e foglie si intrecciano formando precise ed armoniose decorazioni tondeggianti, il tutto racchiuso in geometrie schematiche e rigide, che vanno a dare dimensione ed importanza al soffitto, ingannando l’occhio come fossero stucchi in rilievo.

    Nel soffitto della sala, oltre all’originale decorazione, troviamo raffigurati i quattro stemmi della città di Rovigo, dall’epoca estense a quella sabauda – quattro fasi importanti per la storia del capoluogo – che si spingono verso gli angoli della stanza, posizionati come fossero punti cardinali, utili a dare orientamento a chi sta sotto.

    A bilanciare questi stemmi ed a contenerli ci sono altrettanti medaglioni dallo sfondo verde chiaro con raffigurati alcuni illustri figli del Polesine: Celio Rodigino, Francesco Xanto Avelli, Giovanni Bonifacio e Camillo Silvestri. Messi in quella posizione sembrano voler “consigliare il Consiglio” a guardare oltre le contrastanti posizioni delle varie fazioni per prendere decisioni che restino nel quadrato della ragione.

    Alle pareti, per sostenere il peso di questa storia e cultura ci sono esili geometrie tenute da figure di bambini in piedi su scranni dipinti, una leggerezza semplice e pulita che, nonostante l’importanza di quello che sostiene, è serena e stabile.

    Gli arredi che troviamo oggi sono probabilmente, per la maggior parte, gli stessi di quegli anni, tranne il tavolo di vetro attorno al quale ora si riunisce la giunta ed i molti dipinti alle pareti, due dei quali sono proprio di Giovanni Biasin.

    Quello che maggiormente rappresenta il suo ardore politico è intitolato “Manifestazioni notturne in Piazza Maggiore per l’annessione del Polesine al Regno d’Italia” del 1867: l’intensità cromatica espressa nel dipinto, quel rosso fulgore della piazza nel mezzo del tripudio popolare per la liberazione di Rovigo, richiama i dipinti di Ippolito Caffi, “Festa Notturna sulla vie Eugenia”, “Bombardamento notturno a Marghera” e “Benedizione di Pio IX dal Quirinale di notte”, quasi mescolando i tratti caratteristici di ognuno in un solo dipinto, si nota un richiamo netto e forte, intriso di ardori e rimpianti quattrocenteschi.

    Fervente patriota, Biasin partecipò giovanissimo agli eventi risorgimentali, aderendo, poco più che tredicenne, alla rivolta antiaustriaca di Venezia del 1848. Una volta stabilitosi a Rovigo, si impegnò nelle file democratiche, anche come amministratore mentre era sindaco Amos Berini, sostenendo iniziative patriottiche ed attività a supporto dei meno abbienti.

    Oltre che agli importanti cicli di affreschi, ha lasciato alcuni quadri ed interessanti taccuini con illustrazioni raffiguranti scorci del Polesine e di varie città visitate. La sua opera più spettacolare è un grande dipinto (diorama) m. 23 di base ed 1,60 di altezza, che ritrae il bacino di Venezia. Opera che partecipò all’Esposizione Nazionale che si tenne nel 1887 a Venezia, e che viene esposta in occasioni particolari in sale che la possano contenere, presentandola in un allestimento semicircolare.

  • Musei da Vivere, Biblioteche da Amare!

    Musei da Vivere, Biblioteche da Amare!

    Siamo giunti all’edizione n. 60 della rivista semestrale “Ventaglio 90”: 30 anni, attraverso i quali è stato possibile valorizzare il nostro territorio e la cultura polesana, attraverso le sezioni che illustrano: turismo, paesaggio, storia e tradizioni, personaggi storici, avanguardie, nuove generazioni, attualità…

    Da un anno e mezzo circa la Cooperativa Sociale CeDi – Centro Didattica Beni Culturali e Ambientali di Rovigo, ha fortemente voluto dar seguito, in qualità di editore, alla pubblicazione della rivista semestrale, proseguendo anche il felice connubio con il prof. Lino Segantin, direttore della stessa.

    La Cooperativa Sociale Cedi si occupa di cultura e didattica nel territorio polesano operando con personale qualificato nelle biblioteche, nei musei e in luoghi di valore naturalistico e artistico.

    L’obiettivo del gruppo è di unire competenze diverse, offrendo così un servizio ampio e diversificato, dalle proposte di visite guidate, itinerari e laboratori per adulti e realtà scolastiche, progetti didattici e progetti di valorizzazione e gestione di beni culturali.

    Collabora con Enti pubblici, strutture private ed Istituti Scolastici di ogni ordine e grado con la finalità di creare una rete di comunicazione e promozione nel settore turistico, culturale e ambientale valorizzando il Polesine e le sue risorse.

    Offre un servizio a 360° sulla rete museale in cui opera, e si rivolge anche a tutta la filiera della produzione e fruizione culturale: dalla consulenza alla realizzazione di servizi. Il nostro impegno progettuale è rivolto allo studio e all’approfondimento dell’informazione e della conoscenza applicate alla valorizzazione e gestione del patrimonio culturale del Polesine per farne una vera risorsa per lo sviluppo economico, la salvaguardia dell’Ambiente, l’occupazione, soprattutto dei giovani – con particolare attenzione al coinvolgimento e alla formazione della popolazione locale.

    La rete CeDi prevede una serie di azioni formative e, allo stesso tempo, ludico-ricreative collegate tra loro, che rendono ogni luogo della cultura accessibile e fruibile, conferendogli nel contempo una spiccata identità culturale.

    Ecco che il connubio tra la Cooperativa Sociale CeDi e la rivista “Ventaglio novanta” – proposta tuttora con lo storico marchio editoriale “Edizioni Turismo & Cultura” – apre sempre nuove strade affinché la cultura non perda di significato, ravvivando nuovi interessi.

  • Fami Teatro

    Fami Teatro

    Al giorno d’oggi si sente spesso parlare di integrazione, di convivenza, di solidarietà, di diversità. D’altra parte i continui flussi migratori, che hanno interessato e tuttora interessano il nostro paese, stanno portando la società italiana a divenire un “villaggio multiculturale” in cui la storia, le abitudini, i costumi, le tradizioni, l’etica di queste popolazioni si vengono affiancando e a volte mescolando con la cultura del nostro paese. Ciò ha fatto nascere nuove realtà, nuovi scambi, ma ha anche provocato una serie di problematiche di fronte alle quali spesso non si è preparati. Conflittualità, tensioni e immotivate esclusioni, che si ripercuotono nel mondo della scuola compromettendo il già difficile percorso sia scolastico che sociale di bambini e ragazzi.

    E’ proprio qui che si inserisce il Progetto FAMI (Fondo Asilo Migrazione e Integrazione), promosso dalla Regione Veneto con l’obiettivo di favorire l’inclusione sociale di minori e giovani stranieri extracomunitari, anche di seconda generazione, contrastare la dispersione scolastica e fronteggiare i gap di rendimento. L’inclusione sociale è quella condizione in cui tutti gli individui vivono in uno stato di equità e di pari opportunità, indipendentemente dalla provenienza, dalle abilità e dalle condizioni economiche.

    Un primo passo per rimuovere gli ostacoli, che si interpongono tra la persona e l’inclusione, è la lingua. La prima azione è perciò stata quella di attivare corsi di italiano di due livelli così da dare agli studenti gli strumenti necessari per facilitare il rapporto con la comunità scuola e con i coetanei.

    La seconda azione è stata il Progetto Fami Teatro. Apparentemente il teatro potrebbe sembrare un’attività “in più” rispetto ad altre considerate essenziali. Si è rivelata invece una grande palestra di formazione e potenziamento delle abilità linguistiche e disciplinari, ma soprattutto di sviluppo delle competenze relazionali, sociali e cognitive.

    Istituto capofila di Fami teatro è l’IIS De Amicis che ha fatto proprio il progetto, grazie alla Dirigente prof.ssa Elena Papa, coinvolgendo altri istituti di Rovigo e provincia e ha aperto un bando per individuare l’ente più adatto alla sua realizzazione. Ed è qui che si inserisce il CeDi-Centro Didattica dei Beni Culturali e Ambientali, che da anni è in prima linea nel settore della cultura per tutti, attraverso i diversi linguaggi dell’arte e della comunicazione. Ricordiamo, tra gli altri: la “Bottega della Musica e del Teatro”; “Arte per tutti Arte per te”; “Danzamondo”; “Musei da vivere, Biblioteche da amare”. Progetti che hanno coinvolto negli anni migliaia di soggetti dall’infanzia all’età adulta.

    Lo staff CeDi ha elaborato 2 percorsi di laboratori teatrali, uno per le scuole secondarie di secondo grado e uno per gli istituti comprensivi. L’adesione è stata sorprendente anche negli studenti extracomunitari che con impegno hanno frequentato e frequentano i laboratori pomeridiani.

    Tra i professionisti per il teatro nella scuola secondaria di secondo grado è stato incaricato, vista la sua positiva esperienza con gli adolescenti, Edoardo Billato attore, regista e autore di testi teatrali. Ho chiesto a lui di parlarci del percorso fatto con il progetto Fami Teatro che sta seguendo da due anni.

    Come hai declinato la tua idea di teatro nei laboratori con i ragazzi che aderiscono al Progetto FAMI?

    Da quando ho iniziato a calcare le scene, sono stato sempre convinto che l’arte scenica debba portare gli spettatori ad una riflessione. Fondamentale è il lavoro con l’attore, in sede di prova: un attore a cui io, solitamente, fornisco gli estremi della situazione, per poi iniziare a ragionare assieme sul personaggio. Luci e musiche sono altri due aspetti per me importanti: con le prime crei, un’emozione; con le seconde accompagni la parola, in un viaggio sensoriale condiviso con il pubblico. Nel Progetto Fami si parla molto del domani dei ragazzi. Sempre più mi convinco che il teatro sia necessario come dice Pirandello, abbiamo tutti un mondo dentro che nemmeno noi conosciamo.

    Quanti sono gli studenti che hanno aderito al percorso teatrale e come riesci a mettere insieme le diverse individualità?

    I ragazzi ad oggi attivi nel progetto sono una ventina. Abbiamo messo in scena un primo spettacolo e, al momento di ripetere l’esperienza, mi sono ritrovato con un numero maggiore di iscritti e anche qualche maschio in più. Nel mio lavoro cerco sempre di metterli a loro agio e di creare un ambiente in cui ognuno possa sentirsi libero senza paura del giudizio altrui o (peggio) di se stesso. La magia del teatro fa il resto.

    Quali sono i benefici del lavoro fatto con i ragazzi dal punto di vista personale, relazionale e di maturazione?

    A livello personale ognuno scopre non solo una parte di sé che, magari, non conosceva: si scopre in grado di fare cose diverse, creare emozioni per se stesso e per gli altri, o semplicemente si sente di poter abbandonare, anche solo per un attimo, la timidezza o la paura di esporsi. Ancora più importante: cadono le maschere che si usano nella vita di tutti i giorni, e ci si riscopre persone vere, libere.

    TESTIMONIANZE

    Sara Montibeller classe quinta dell’IIS De Amicis, al secondo anno nel progetto FAMI Teatro, ne parla così:

    “Ho iniziato l’esperienza teatrale per semplice curiosità, con la speranza che potesse aiutarmi a superare il mio timore di parlare e mostrarmi in pubblico.

    Il fatto che fossimo un gruppo formato da ragazzi appartenenti a molteplici nazionalità e culture, non è mai stato un problema. Teatro è espressione, intenso e libero scambio di emozioni, è comunicazione trasparente, spoglia dalle quotidiane regole (spesso limitanti) utilizzate nell’approccio con gli altri individui.

    Elisa Degan, diplomata all’IIS De Amicis, così descrive l’esperienza con il teatro:

    “Ho scelto di partecipare al corso di teatro, suggerito dalla scuola, grazie all’ottima impressione che mi ha fatto il regista quando ha proposto il progetto, ma soprattutto ho colto l’opportunità di combattere un po’ di timidezza che emergeva in me. Mi sono messa alla prova, imparando a parlare in pubblico e perché no anche per far nuove conoscenze.

    I laboratori di animazione teatrale per i bambini e ragazzi dai 9 ai 13 anni invece sono coordinati e gestiti da Laura Marangoni, esperta in didattica della musica e del teatro e si svolgono presso l’Istituto Comprensivo Rovigo Due. Focus dell’esperienza lavorativa di Laura Marangoni è il contatto sempre presente tra la storia, le tradizioni culturali di un popolo e il presente. Laura ha esperienza pluridecennale nel campo dell’animazione e dell’arte, con emozione ci racconta del progetto Fami Teatro.

    Quanti sono i bambini e i ragazzi che partecipano ai laboratori di animazione teatrale?

    I partecipanti sono 23 e i laboratori settimanali si concluderanno nel dicembre 2020. Mi supporta nei laboratori Rachele Milani, studentessa universitaria, appassionata di teatro. Il gruppo è molto eterogeneo, per età e provenienza. Alcuni di loro, infatti sono originari di paesi extraeuropei, rispettando le linee guida del progetto.

    Il progetto FAMI ha come obiettivo l’inclusione, che percorso e quali attività hai programmato per perseguirlo?

    L’obiettivo è riconoscermi, riconoscerci, come individualità e come gruppo.

    Come tema fondante dei laboratori ho scelto la Dichiarazione Universale dei diritti umani (1948 Assemblea della Nazioni Unite), in particolare l’articolo 1: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Parole e concetti già sentiti pronunciare, ripetuti, imparati, ma troppo spesso non interiorizzati. L’inclusione è avvicinarsi un po’ di più a se stessi, incontrare l’altro accogliendolo pur nella difficoltà. Diversi nella diversità, ma uguali nelle opportunità.

    Quali sono i benefici del lavoro finora svolto?

    Tanti e diversi! Grazie alla positiva collaborazione con la Dirigente dell’Istituto Comprensivo dott.ssa Maria Elisabetta Vigna e alla referente, l’insegnante Elisa Dal Passo, che hanno fatto da ponte tra me e le famiglie. L’inclusione c’è, la partecipazione c’è, la voglia di esprimersi anche, ma soprattutto la voglia di divertirsi utilizzando strumenti che danno a tutti la possibilità di comunicare e sentirsi parte di una comunità, di un gruppo.

    Ritengo che l’investimento della Regione Veneto in questo progetto sia altamente e concretamente ripagato dai risultati ottenuti e attesi.

    E’ stato bello parlare di questi percorsi, ascoltarne i protagonisti, condividerne emozioni e aspettative, raccogliere i benefici visibili nel tempo e nella vita di molti di loro. E’ uno scambio, una crescita, un incontro, un invito a rimuovere gli ostacoli che non ci permettono di accogliere l’altro, ma in fondo anche noi stessi e i nostri limiti. Credo che un lavoro di questo tipo avrà delle ricadute importanti su tutti coloro che hanno partecipato, ma anche nei contesti sociali nei quali si muovono. Lo spero. Questa è la forza della cultura, dell’arte e la base dell’educazione di un popolo.

    Nonostante l’emergenza sanitaria e la chiusura delle scuole, entrambi i percorsi sono continuati con diverse modalità: incontri attraverso le piattaforme online, incontri in presenza nei parchi durante l’estate, a piccoli gruppi in luoghi idonei secondo le normative previste. Il progetto non si è interrotto, proprio perché i docenti e l’attuale Dirigente Scolastico prof. Osvaldo Pasello dell’IIS De Amicis hanno ritenuto, in un momento così difficile, fosse opportuno più che mai dare continuità ad un’iniziativa, occasione di dialogo e confronto per bambini e ragazzi.

  • Il 60° del Circolo Amici dell’Arte

    Il 60° del Circolo Amici dell’Arte

    Per celebrare il 60° anniversario di fondazione, il Circolo Polesano degli Amici dell’Arte ha proposto in Pescheria Nuova, nel corso della 538° Fiera d’Ottobre una serie di iniziative, a cominciare da una Mostra, a cura dei Soci, di opere artistiche di autori polesani.

    E’ seguita la presentazione del libro “L’Estate dello Storione” di Massimo Ubertone, avvocato e scrittore di Rovigo, intervallata dalla lettura di brani letti da Maurizio Noce, attore e presidente del Circolo e da pezzi musicali eseguiti da Marcello Ubertone. Molto divertente anche la commedia “Vuoti a rendere” di Maurizio Costanzo, con la compagnia teatrale “Opera Entertainment”, regia di Barbara Grande, direzione artistica di Giuliano Scaranello, attori Grande e Noce.

    Ha chiuso gli eventi, la compagnia Min- miteatri, guidata da Letizia Piva che ha presentato “100 Gianni Rodari”, fiabe, favole e poesie nel centesimo anniversario della nascita del grande scrittore di letteratura per ragazzi. Inoltre, allo scopo di sensibilizzare i giovanissimi verso l’arte, il Circolo ha indetto un Concorso di Pittura all’aria aperta, riservato a bambini delle scuole elementari e medie di Rovigo, dal titolo “Artisti in erba”, che ha riscontrato grande successo tra i numerosi partecipanti.

    La storia dell’Associazione

    Il 60° del Circolo ha infine sollecitato uno sguardo retrospettivo nei confronti dell’attività svolta, partendo dalla metà del secolo scorso, quando la città di Rovigo – seppur considerata zona prevalentemente agricola e di poco valore sul piano artistico – vide nascere e svilupparsi alcune interessanti forme di cultura legate all’arte. Da ricordare in particolare “La Piccola Galleria del Polesine” e la “Galleria Garofalo”: la prima gestita con passione dal poeta e floricoltore Livio Rizzi, la seconda, con sede al piano terra di Palazzo Venezze, ideata dal giornalista Pino Bellinetti, direttore della “Voce del Mattino di Rovigo”, singolare figura di intellettuale, poliedrico e anticonformista. Successivamente fu inaugurata “La Galleria Alexandra” di Luciano Ponzetti, la più longeva (dal 1960 al 2004).

    Questi spazi espositivi divennero ben presto un punto di ritrovo di appassionati d’arte e collezionismo, incrementando la diffusione di opere di artisti già famosi, ma favorendo anche l’affermazione di altri emergenti, che videro così riconosciuti i loro talenti oltre il territorio polesano, su scala nazionale. Il pensiero va ad Angelo Prudenziato, Osvaldo Forno, Tono Zancanaro, Edoardo Chendi… e altri ancora.

    Il vivace fermento sorto in città, contagiò un gruppo di professionisti, quali Lino Bergamo, Remo Contiero, Mario Zambon, Antonio Borghero, Giovanni Levi, Frida Osti, che, spinti dal comune interesse per la tecnica figurativa contemporanea, fondarono nell’anno 1960, un circolo denominato “AMICI DELL’ARTE” con il proposito di riunirsi mensilmente in una convivale per trattare un tema d’arte.

    Il sodalizio ebbe come suo primo Presidente il noto medico rodigino Remo Contiero, appassionato collezionista, che rimase in carica circa venti anni. In seguito la permanenza alla presidenza fu regolata nel 1985 da uno Statuto, durante la presidenza del dottor Luciano Martini e divenne di durata biennale.

    Le conviviali erano spesso arricchite dalla presenza di illustri artisti e critici affermati, quali Giuseppe Marchiori, Giuseppe Santomaso, Piero Guidi, Giuseppe Capogrossi, Franco Gentilini, Bruno Saetti, Aligi Sassu, Ernesto Treccani, invitati dai vari presidenti che si avvicendarono come: Gian Michele Marrucco, Mario Zambon, Ilario Bellinazzi, che seppero sempre rinnovarsi e adeguarsi ai tempi.

    Negli anni i soci che si appassionarono alle attività proposte divennero più numerosi e tra di essi va ricordato il maestro Gabbris Ferrari, che ha costituito una presenza costante, generosa e qualificante. E poi il “socio onorario” Sergio Garbato poliedrico giornalista e scrittore, profondo conoscitore del territorio e sostenitore della opportunità di una sua valorizzazione, prodigo di consigli, con un occhio rivolto al futuro e l’altro alle tradizioni polesane.

    In tempi più recenti, nuovi presidenti si sono susseguiti nella conduzione del circolo, da Vanna Viscardini, Anna Andreotti, Adriano Buoso, Gianna Mazzetto, Cristina Destro, Giorgio Lazzarini (per ben due volte in carica) sino all’attuale Maurizio Noce.

    L’attività dell’associazione, già regolata da uno Statuto, è stata modificata, con deliberazione dell’Assemblea dei soci, nell’anno 2009, che ne ha ben delineate e ampliate le finalità artistico culturali.

    Nello specifico, all’art.2 si ribadisce che “I suoi scopi sono la conoscenza e la diffusione delle Arti in tutte le loro espressioni e forme…”. A tal ragione il circolo promuove, durante le conviviali che si succedono per lo più a cadenza mensile, interessanti conferenze estese a tutte le arti, dalla musica, alla fotografia, al cinema, all’architettura, alla scultura con la presenza di critici, artisti e studiosi supportati da materiali multimediali. L’associazione inoltre, come precisa ancora di seguito l’art.2, “Indice visite a gallerie, mostre permanenti e temporanee e a monumenti di interesse artistico”. E a questo proposito va detto che negli anni le visite guidate condotte da esperti e studiosi sono divenute più frequenti, considerato la passione dei soci che desiderano godere dal vivo delle bellezze dell’arte.

    Va inoltre sottolineato che il Circolo si è adeguato ai tempi pure nell’evoluzione tecnologica, con l’ausilio di nuovi supporti multimediali, puntando a migliorare la fruizione dell’immagine, che calibrata nel modo giusto nei colori e nelle luci, trasmette emozione e stupore di fronte alla bellezza di un museo, di un monumento, di una città. Da questo punto di vista un apprezzamento speciale è stato espresso dal presidente al socio Massimo Liboni, specializzato nel settore, e alla vicepresidente Federica Panziera che cura i rapporti con la stampa locale e il sito web.

    Il focus per il circolo è rappresentato, in numerosi eventi, dalla conoscenza e dalla valorizzazione del territorio polesano, con la presenza di giovani artisti emergenti o di successo. Un encomio va al regista Alberto Gambato, al fotografo Mattia Zoppellaro già affermato a livello internazionale, al musicista Francesco Toso, al maestro organista Giovanni Feltrin, al regista e scenografo Sami Karbik, allo storico Nicola Gasparetto, che con il loro talento hanno saputo rendere coinvolgenti molti incontri.

    E’ doveroso infine ricordare che dall’anno 2018, l’associazione ha una sede stabile, in Piazza Garibaldi, al civico 31, grazie all’interessamento del Past President Giorgio Lazzarini. Il locale, decorato con affreschi risalenti a maestranze dei Biasin – noti artisti di origine veneziana, che affrescarono importanti Palazzi rodigini – rappresenta un costante punto di riferimento per la vita del circolo.

    Positivo dunque il bilancio dei sessanta anni trascorsi, durante i quali il Circolo si è fatto promotore di molti eventi, che hanno arricchito le conoscenze dei soci e che hanno contribuito a creare durature relazioni sociali, con interessanti ricadute in termini di visibilità sulla città di Rovigo e più in generale su tutto il territorio polesano.

  • In luoghi battuti dal vento

    In luoghi battuti dal vento

    UNA LINGUA-BAMBINA

    “Scrivi sull’amore sull’infinita pazienza della luce” (Adam Zagajewski)

    Se indifeso m’accosto ascoltando il clamore del tuo morbido grembo un alito di vita m’arrossa il volto. Sosto allora nei fuochi del tuo corpo steso, nel tacito urto dei sensi. Nella stanza – bianca la quadratura delle mura – la pazienza infinita della luce, di sghembo scossa, sorprende il giorno nelle sue ali – la danza delle ore sottende giochi di girasoli: sondano l’aria curiosa di petali – cattura l’ombra torva del mondo

    (maceria la bocca che artiglia con afrore di sangue…)

    Dopo la rovina, l’amore è una lingua-bambina senza briglia: anela a una rossa fioritura e sarà nella parola che s’apre come rosa, supplica di fragranza, la nuova premura dei cieli – figlia.

    Premio “Novipoesia” di Novi Ligure, 2012. Motivazione della Giuria: “Per l’ottima padronanza della sintassi e del verso che mantengono costante in tutta la lirica una efficace tensione poetica”.

    IL VOLO CURVO DELL’AIRONE

    Fuggiasco, in questi luoghi battuti dal vento e dal piovasco, muto fermati dinanzi a questo muro gravato dal peso degli anni e leggi l’arcano – non perdere insicuro ogni speranza, accompagna il volo curvo dell’airone, tra le erbe e il mare calmo, solitario. Vi scoprirai che vano è il vizio del dolore e la guarigione – nel sospiro dei fiori di stagione e nei loro battiti di colore: fiati di parole di un diario – è un canto ch’erge, mai supplizio.

    Premio Speciale della Critica al Concorso Internazionale di Acqui Terme, 2014. Giuria dei giornalisti de La Stampa e La Repubblica. Motivazione: “Aspirazione all’oltre, simbolo di un’esistenza dolente e solitaria, l’airone dal volo curvo – tra richiami fonici, assonanze, allitterazioni, sinestesie nella forma dissimulata del sonetto – invoca una speranza consapevole dei limiti umani.” Premio Cosmo D’oro 2013.

    UNA NUOVA FATICA DELLA POLVERE

    Al suolo il giorno s’infrange e non miete nessun frutto sa dell’autunno verso sera il volo della rondine in stallo. Tra poco la Signora della Notte calerà un drappeggio di corallo nero, il respiro sibilerà in minore per gioco di valvole. Soltanto di ingranaggi in affanno ruotano le ore, povero aedo invaghito del cocchiere inesperto di focose froge. Adesso lo so: non possiedo i sandali alati di Perseo né il coraggio degli Argonauti o l’ira muscolosa di Ercole che erse Lica in scoglio.

    Quest’aria che spira non m’appartiene e non saprò mai la parola che assicura l’ordine del mondo, l’asse nascosto su cui gira. E quando tutto di me sarà spoglio nel vento a contropelo una nuova fatica della polvere si poserà nel grembo del cielo.

    CONTADINE AL SOLE

    Raccolgono spighe tra rugiade soffiate dal mattino su limpidi pensieri – si flettono come erbe, dischiusi i sensi che cangiano come timide fronde – là dove sono fienili liberi all’apparire del giorno che non conosce buio

    là dove amicizie di donne, quando inesperta era ancora la carezza disciolsero nodi nutrendosi di sisole selvatiche (d’estasi matura la terra s’inarca) quando la quiete i millenni scavalca a inventare i futuri delle giovani foglie – lieve la brezza sugli argini hanno sete i grilli fermi a una canzone:

    si sente vibrare fra le sottili canne al sole e i salici lungo il Po a specchio di verdi suoni chi rimane

    sa della paura dell’acqua e dei venti, sa della stagione che s’apre ai fiori nell’arsura e muta i grani in pane

    CERTI GIORNI DI CONFINE

    Certi giorni di confine s’alza un vento imponderabile tra gli stenditori del balcone – ma il cielo schierato verso un vero verde poi si muoverà con il carro delle nuvole fuori stagione?

    – fluttuano ricamate d’angeli tende d’aria: una mano improvvisa si protende sopra buon bianco simile allo spazio sfiorato da uno stormo di migratori – la stretta del cuore si difende da una mancanza d’ossigeno, è intrisa di dissanguato silenzio (un’antica traccia di vinile si perde in distanza) che divora il fragile tempo che rimane…

    In un colmo di ghiaia del giardino la fragranza leggera dei fiori d’acacia fatica a trovare dimora.

  • La Poesia e il colore della Musica

    La Poesia e il colore della Musica

    E’ stato un successo oltre le aspettative l’adesione alla prima edizione del concorso di disegno e poesia “La poesia e il colore della musica” indetto dal Conservatorio Buzzolla di Adria col sostegno del FAI (Fondo Ambiente Italiano) e della ditta Bettin Pianoforti e strumenti musicali. Ben 150 sono risultati gli studenti iscritti, e pertanto è stato centrato in pieno l’obiettivo che – come ci dice la prof.ssa Renata Benvegnù – intendeva coinvolgere il territorio, e in particolare i giovani, nelle attività musicali del Conservatorio di Adria.

    Per partecipare al concorso (diviso in 5 fasce d’età) era necessario proporre un disegno o una poesia (via email causa covid) su almeno una delle due tematiche indicate, ovvero “La Musica” in tutte le sue forme, e “L’Ambiente”. Una proposta quest’ultima frutto della collaborazione con il FAI delegazione di Rovigo che ha creduto nell’importanza dell’iniziativa, sostenendola attivamente e contribuendo con alcuni premi che verranno consegnati ai primi classificati.

    In particolare i vincitori di ognuna delle cinque sezioni riceveranno dei buoni spesa offerti dalla ditta Bettin Pianoforti di Alberto Bettin di Padova. Inoltre ai poeti più rappresentativi di questa edizione è offerta l’opportunità di vedere le proprie poesie pubblicate su questa rivista.

    C’è attesa per la manifestazione conclusiva del Premio di cui però, a causa della seonda ondata della pandemia, non è stata ancora fissata la data.

    Intanto, mentre procede l’attività di redazione del n. 61 del Ventaglio, sono pervenute alla direzione della rivista le tre poesie vincitrici.

    Accogliendo di buon grado le tre composizioni poetiche, il direttore della rivista ha manifestato compiacimento nei confronti delle tre autrici, che hanno dimostrato maturità di intenti e una spiccata sensibilità nei confronti delle tematiche proposte dal Concorso. Due sono le giovani autrici vincitrici della Categoria 4 riservata agli allievi delle scuole superiori (A.S. 2019/2020) e sono: Michelle Candian e Giorgia Cavaliere. Poi c’è una docente di musica, vincitrice della categoria 5 Open senza limiti d’età ed è Antonietta Cappelli.

    Ecco di seguito le poesie premiate.

    FERISCIMI

    Feriscimi<br>con questo pugnale d’autunno<br>e lascia cadere le foglie<br>su quest’arido suolo<br>prosciugato da una pioggia insensibile.<br>Trafiggi il prato desolato della mia anima<br>e arricchiscilo<br>attraverso un armonioso battito.<br>Risveglia il mio respiro affannoso<br>e rendilo docile<br>socchiudendo le mie mani.<br>Non abbandonare il mio corpo<br>accasciato a terra<br>svuotato di ogni tempesta.<br>Urtami col tuo ruggito e<br>lascia fluire il tuo eco<br>attraverso le corde del mio corpo.<br>Seducimi con la tua angoscia<br>e disperdi in me il tuo canto.<br>Stringimi<br>e travolgimi col tuo grido soffocante<br>e lasciami pervadere<br>solo dalle tue delicate note.<br>Sussurrami soavi parole e io<br>mi aggrapperò al tuo coro.<br>Perdonami per le ferite che ho inflitto<br>con alquanta prepotenza<br>e rendimi succube del tuo tormento.<br>Afferra la mia voce e chiudimi la gola. Non<br>lasciar sfuggire rumori intimi e confusi<br>destinati a un mondo nascosto.<br>Libera le mie membra<br>da questo macigno doloroso<br>e placa la tensione<br>verso questo infinito sospiro.<br>Sfiorami da lontano<br>e nutri la mia pelle<br>fendendo il velo tormentoso che avvolge le mie mani.<br>Coprimi gli occhi e sigillami la bocca<br>rendendomi impotente<br>di fronte al tuo vibrante tocco.<br>Aggrappati al mio volto<br>sradicando ogni certezza.<br>Strappami le ali e ancorami al mio sentire.<br>Non trascurarmi.<br>Ho bisogno di questa dolce sofferenza.<br>Feriscimi.

    MICHELLE CANDIAN

    Categoria: 4 – Scuole Superiori<br>Età: 18 anni<br>Scuola A.S. 2019/2020:<br>LICEO SCIENTIFICO G. B. Ferrari di Este

    SUONA E AMA

    Avvolge<br>Parla<br>Sussurra<br>Prende per mano<br>Porta lontano<br>Invade la mente<br>Culla dolcemente<br>Ogni attimo ti prende<br>Ti nutre di tormenti<br>dolcemente placati<br>da suoni sfiorati<br>E se un attimo si ferma<br>Non è detto non riprenda.<br>Cadenza d’inganno: parte del gioco!<br>per rivivere momenti di fuoco.<br>Un dietro l’altro come gendarmi<br>silenzi e suoni si passan le armi<br>Note di pace echeggiano esultanti<br>Eteree figure distanti.<br>Fluttuano ricordi dell’animo turbato<br>Quasi a celare un presente passato.<br>Primordi e antichi insegnamenti<br>Per rivivere gli stessi momenti.<br>Si appresta la fine<br>Si placa la foga<br>Approda<br>Pacifico<br>Silenzio.

    ANTONIETTA CAPPELLI

    Docente di Musica presso le Scuole Medie I. C. Santini di Noventa Padovana<br>Categoria: 5 – Open senza limiti d’età

    LO SMARRIMENTO DEL PIÙ RICERCATO, RISULTATO APPARENTE

    I possenti colossi di un passato apparentemente presente sussurrano all’ignoto: Quali luminose stelle rendono cupo il trionfante sentimento dell’Oracolo, quale Olimpo potrebbe mai trascendere queste mura spoglie di egoismo e ricche di vigorosa bellezza… I maestri d’arte percorrono il globo. I maestri d’arte lo suonano. I maestri d’arte lo vivono ardendo quel proscenio che con innocenza e familiarità li aveva accolti come figli di nessuno ma padroni di sé stessi. Un temporale di battiti di mani risuonava… Una pausa, una nota, una mano sulla quale riporre speranza. Una musa, una platea fiorita, Uno sguardo pieno di timidezza. Presero vita I battiti Il primo accenno di violino. Un brivido, Ciò che nasce è nitido. Un mormorio dalla sala si avvicinava all’orecchio sordo di parole ma sonanti I pizzichii delle corde in controluce. Un mondo reale, un pensiero reale, un meccanismo che fa funzionare Il pensiero sforzato di un respiro sollevato. Un riposo soffocante da un travaglio appagante. Ora sorgi, ora esisti. Ora travolgi, ora tramonti. Guardati, mirati… Che possente il tuo pensiero e voli assieme a lui nelle giornate di una serena tempesta. Guarda che belle piume, si muovono e oscillano con il vento il suo richiamo glorioso. “Ne più mai…” cominciò, parlare nel silenzio di un incendio. E se non ardessero ora sentimenti di una cordiale asprezza, invaghita del mistero andrei cercando. Scuoti questo cuore infelice che di piacevolezza godeva di appassire il fiore della collina più solitaria. “Fosse il mio cammino questo…” Lo smarrimento del più ricercato, risultato apparente.

    GIORGIA CAVALIERE

    Categoria: 4 – Scuole Superiori<br>Età 17 anni<br>Scuola A.S. 2019/2020: Polo Tecnico di Adria<br>e Conservatorio A. Buzzolla di Adria

  • Denis Racanelli e l’argilla

    Denis Racanelli e l’argilla

    C’è una strana luce negli occhi di un artista. Chiamala ‘colpo di genio’, ‘emergenza creativa’, ‘esplosione emotiva’, ma comunque in un momento, in quel momento, ecco che nasce qualcosa di speciale.

    Succede ogni volta a Denis Raccanelli, scultore mantovano che oggi vive a Sermide, ma che per 30 anni ha abitato in Polesine, a Castelmassa, dove dal 1982 al 1990 ha insegnato Scultura e Scienza dell’Educazione Visiva all’Istituto d’Arte, dopo essere stato prima al Liceo Artistico di Padova, poi all’Istituto Statale d’Arte della stessa città, ed avere esposto una propria opera nel 1979 alla Biennale del Bronzetto Dantesco di Ravenna.

    “Amo il Polesine, è una terra ospitale e generosa, molto diversa dalla mia terra natìa, il mantovano – spiega -. Da Castelmassa in poi, ho conosciuto persone importanti che mi sono diventate amiche. Con loro ho collaborato a diverse iniziative, in tutta la provincia, che mi hanno dato molte soddisfazioni”.

    Quando è il momento giusto per mettersi all’opera?

    “Comincio a realizzare quando l’adrenalina mi spinge a fare le cose. Rischio di arrivare sempre sul filo di lana, perché quando ho tempo davanti rielaboro i progetti che ho in testa. Soltanto in un secondo momento mi metto a lavorare l’argilla, con la consapevolezza di ciò che devo fare. Questo materiale è fantastico, abbondante in Polesine, e si presta a ripensamenti fino alla fine, a differenza di marmo o del legno. Tendo a migliorare le mie opere fino all’ultimo istante, e per questo l’argilla combacia appieno con il mio carattere”.

    Da dove nascono le idee?

    “Partono da alcune intuizioni a cui tento di rispondere con una forma. Affronto il passaggio attraverso un ragionamento filosofico, un approccio che si nutre di letteratura, cinema, teatro e si traduce poi in una scultura. Tra il primo momento, quello dell’illuminazione, e l’opera finita navigano una marea di incertezze, dubbi, schizzi su carta senza alcun valore estetico, ma che sono un promemoria di un percorso da intraprendere”.

    Cosa scolpisce e quali artisti la ispirano?

    “Sono soprattutto soggetti contemporanei, che affrontano temi di oggi. Ad esempio in ‘Linee disturbate’ c’è il tema della comunicazione, della non comunicazione e della superficialità della comunicazione. Appartengo al filone ‘figurativo’, più al ‘900 che al nuovo secolo. La figuratività che amo è quella simile a quella di Alberto Giacometti, non nel senso della cura pura e semplice della forma, come Henry Spencer Moore o di tipo soltanto concettuale di Marcel Duchamp. Ho amato molti scultori, pittori, grafici, fumettisti; utilizzo da ogni parte suggestioni di molti linguaggi. Sono appunto molto contemporaneo”.

    Quali sono le tappe più importanti del suo percorso di artista in Polesine?

    “La mia prima personale è del 1983, a Badia Polesine. Qui affino le tematiche ricorrenti: le ambiguità sessuali, la levità delle ambientazioni assenti, le sospensioni e i dubbi dello spirito, la sacralità laica dei deliri angoscianti di un Eros che si specchia in Tanathos, che vengono poi convogliate nella personale a Palazzo Roncale di Rovigo nel 1987, con un saggio critico di Giorgio Segato. Nel 1993 porto una personale all’Accademia dei Concordi a Rovigo, presentata da Antonio Romagnolo: la materia accoglie assunti e euritmie che armonicamente fondono lo spazio scultoreo con il piano pittorico, in un crinale che percorre l’ambiguità e il limite in una contiguità che produce risonanza reciproca. Nel 2000 per conto della comunità bergantinese, realizzo un rilievo che viene donato al papa durante il ‘Giubileo dello Spettacolo’ e, nel 2007, l’installazione plastica per la nuova piazza del comune di bergantino “Atalanta e Ippomene + piani plastici + Piazza nuova”; poi un laboratorio di scultura, nato in collaborazione con il comune e con un gruppo di 25 studenti della Scuola primaria di Ficarolo, che produce una istallazione posta nei pressi della scuola”.

    Anche il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo accoglie le sue opere

    “Sì, sono presente con installazioni in terracotta a carattere didattico: sculture di animali presenti un tempo sul territorio veneto, come orsi e cervi; un prototipo del ‘Sarcofago degli sposi’ del periodo Etrusco, nell’omonima sala, pezzo di dimensioni naturali; gli agrimensori, ovvero un plastico, che mostra una scena in sequenza di 5 – 6 figure con persone impegnate a piantare paletti, o a usare il groma, un misuratore di inizio centuriazione, utilizzato in periodo romano per calcolare le dimensione dei campi e la lunghezza delle strade; un bozzetto poi non trasformato in scultura, che ritrae il Fetonte che avrebbe dovuto essere sospeso tra le arcate del museo archeologico. Da ricordare anche “‘Mi riconosci vento?’ l’esperienza dello Specchio d’argilla”, iniziativa che ha fatto tappa anche a Fratta, Este e Castelmassa, dal 2014 al 2017, anno di scomparsa dell’amico Sergio Garbato. Nel 2019, questo ‘artificio teatrale’ dove i miei lavori si staccano dall’autore e raccontano cosa sono attraverso performance recitate, si trasforma, grazie alla collaborazione con l’Arci di Rovigo e Lino Pietro Callegarin, in ‘Mi riconosci vento’ in Pescheria Nuova a Rovigo”.

    C’è stata una stretta collaborazione anche con il Comune di Arquà Polesine

    “Sì. Ho realizzato le sculture, pezzi unici, da consegnare ai vincitori del Premio Raìse, concorso letterario annuale dedicato alla riscoperta dei dialetti veneti, organizzato dalla Biblioteca comunale. L’architettura del castello estense e gli affreschi nelle sale interne, hanno ispirato le mie creazioni”.

    Cosa le piacerebbe creare per la città di Rovigo?

    “Ricordo che l’amico Gabbris Ferrari vide una mia opera, ‘L’uomo che ascolta’, di quasi 2 metri. ‘Sarebbe bello installarla sotto i portici di piazza Vittorio Emanuele II’, mi disse, perché non rappresenterebbe un freddo monumento ma un’opera che interagirebbe con le persone… Cosa sta, infatti, ascoltando l’uomo con l’orecchio appoggiato a un muro o a una colonna? Cosa si cela al di là? Sarebbe motivo di curiosità e riflessione. Ho avuto una stretta amicizia anche con Sergio Garbato. Per lui mi piacerebbe creare qualcosa, per lasciare un segno che resti nella memoria: un busto, una presenza di qualsiasi genere per non smettere di parlare di lui”.

  • Rina Malatrasi (1922-2020)

    Rina Malatrasi (1922-2020)

    “Con la scomparsa di Rina Malatrasi, soprano di fama internazionale, se n’è andato un importante pezzo di storia della cultura e della tradizione lirica. La grande artista, che ha fatto conoscere Rovigo nel mondo, facendo emozionare chiunque abbia avuto la fortuna di ascoltare il suo bel canto, lascia nella nostra comunità un vuoto incolmabile, ma anche un’importante eredità artistica da tramandare”. Con questo commento il sindaco di Rovigo, Edoardo Gaffeo, si è congedato da una stella nel firmamento della lirica, partita proprio dal nostro Polesine per conquistare i più prestigiosi teatri d’oltre oceano.

    Rina Malatrasi, figura di spicco del panorama lirico mondiale, era nata nel 1922 a Calto, il più piccolo paese della Provincia di Rovigo, con poco più di settecento anime e avvolto tra le nebbie dell’Alto Polesine, in una famiglia di agricoltori con nove figli (lei aveva una sorella gemella, Maria), da papà Augusto, morto ancora giovane, e mamma Gemma Basaglia, che da bambina era emigrata in Brasile. I suoi genitori erano buoni e comprensivi, conducevano un’esistenza modesta fatta di ristrettezze, ma dignitosa e serena; riuscirono a far studiare tutti i figli e a Rina piaceva molto la scuola, dove riportava valutazioni alte.

    Ma la peculiarità della famiglia Malatrasi era il gusto per il canto, che tutto il paese conosceva: cantavano tutti e tutto il giorno, in ogni circostanza, compresa la S. Messa della domenica. Cresciuta in questa atmosfera “canora”, Rina mostrò ben presto un’attitudine per il canto, avendo una voce bella e intonata, oltre a divertirsi nell’agghindarsi e recitare, facendo intuire le sue doti di presenza scenica. Lei stessa poi ebbe ad ammettere: “Ho sempre amato vestirmi e travestirmi, quasi avessi un precoce istinto per la recitazione e per la scena. Ero sempre la prima donna”. Ruolo che per la verità da bambina interpretava rifugiandosi in campagna, lontano da occhi indagatori.

    All’epoca cantava un po’ di tutto, non avendo ancora idee definite, fino a quando illuminante fu l’avere assistito all’esibizione del soprano Toti dal Monte (pseudonimo di Antonietta Meneghel, 1893-1975), che le fece scoprire l’opera e il canto lirico. Avrebbe subito voluto seguire le sue orme, ma le condizioni economiche della famiglia non glielo permettevano. Ed è qui che le fu propizio l’aiuto di alcune persone: dal padre – che suonava la cornetta nella banda del paese – aveva imparato a leggere la musica; il parroco don Carlo fu il primo ad avviarla facendole cantare degli assoli in chiesa; quindi, nel 1935, il maestro Amelio Rigolin la volle protagonista a soli tredici anni nell’operetta Cenerentola di Edoardo Berlendis al teatro di Lendinara.

    Determinante fu però l’iniziativa della sorella Velia, la quale, rispondendo ad un annuncio sul giornale, la iscrisse ad un’audizione, che le permise di iniziare a studiare al Conservatorio di Padova sotto l’egida niente meno che di Gilda Dalla Rizza, leggenda vivente della lirica che, dopo una trionfale carriera ventennale, si era data all’insegnamento. Da quel momento Gilda divenne una sorta di “mentore” per Rina, che la seguì a Venezia, nel ‘39, quando questa ottenne la cattedra di Canto nel Conservatorio “Benedetto Marcello”. Con lei studiò per sei anni fino al diploma (conseguito nel 1946 con voto 10), divenendo per la giovane caltese non solo maestra e modello cui ispirarsi, ma anche preziosa aiutante (la introdusse alla Fenice, dove la fece debuttare, al secondo anno di conservatorio, nel ruolo di un travestito ne L’amico Fritz di Mascagni), nonché figura di riferimento anche poi nella professione, tant’è che andava spesso a trovarla per chiederle dei consigli, soprattutto prima di intraprendere una nuova opera.

    Il vero debutto fu però, nell’ottobre del ‘46, al Teatro Sociale di Rovigo con la Madama Butterfly di Puccini, dove, neodiplomata di soli 24 anni, riscosse un clamoroso successo, più volte poi raccontato alla figlia Maria Grazia, che lo riferisce così con un filo di emozione: “Al botteghino c’era la fila e la sera della prima il teatro straripava, tanto che tennero le porte aperte: era accorsa tutta Calto ed anche suo padre, che però per un malore si perse il trionfo della figlia; al termine, il pubblico era rimasto in piedi ad applaudire per un quarto d’ora e poi continuarono a parlare di lei fino a notte inoltrata in piazza Garibaldi”.

    Consacrata nella sua stessa terra (il detto “Nemo propheta in patria” non è dunque sempre valido), a poco più di un anno dall’esordio, la Malatrasi era richiestissima dai teatri italiani, dimostrando, a fronte della sua giovane età, un professionismo scrupoloso, fatto di lungo studio e attenta preparazione, uniti ad una fine sensibilità recitativa, che la resero in grado di interpretare mirabilmente tre ruoli destinati a divenire fondamentali nella sua carriera: Cio-Cio-San di Madama Butterfly (il suo cavallo di battaglia) di Puccini, la Margherita del Mefistofele di Arrigo Boito e Mimì de La Bohème pucciniana, cui poi si aggiunse la sartina Luisa, protagonista dell’opera omonima di Gustave Adelphoe Charpentier. Eroine complesse, che si prestano ad una vasta gamma di sentimenti e richiedono un’interprete completa sia a livello vocale che di presenza scenica.

    Furono riconosciute alla soprano polesana particolari doti empatiche, capaci di coinvolgere emotivamente gli astanti; il tutto agevolato dalla presenza scenica di una bellezza elegantemente sensuale. Può essere eloquente, a questo proposito, un aneddoto che ci ha raccontato la figlia: “Certe volte perfino il suggeritore singhiozzava per la commozione, così che non riusciva più a suggerire”.

    Mentre la critica la osannava¹ ed il pubblico la adorava, le giunse un’inaspettata proposta che avrebbe cambiato il suo destino: una crociera in Australia insieme ad altri giovani cantanti lirici, inizialmente prevista per quattro mesi (gli ultimi del 1948), ma che per il successo riscosso sarebbe durata un anno e mezzo. Dopo qualche perplessità, Rina accettò e salì su quella nave – che lei stessa poi definì “galeotta” – andando incontro così al suo destino.

    Durante la traversata, fra gli altri ospiti, conobbe infatti un giovane aitante di Palermo, avvocato mancato per inseguire anch’egli la sua vocazione di baritono, Ferdinando Li Donni, e se ne innamorò perdutamente, ricambiata. Fu un colpo di fulmine, che li condusse al matrimonio dopo pochi mesi (15 novembre ‘48), dando inizio ad un sodalizio sentimentale ed artistico di rara profondità.

    La tournée, dai ritmi serrati, toccò le principali città australiane (Melbourne, Sidney, Wellington, Dunedin, Invercargill, Brisbane, Adelaide, Perth), con qualche puntata in Nuova Zelanda. La “compagnia” di musicisti italiani, prima nel suo genere, fu accolta molto favorevolmente, ma la primadonna – come nei suoi sogni da bambina – era lei, “la piccola e maliziosa Rina”, “la bella e bravissima”, “la farfalla”, il soprano Rina Malatrasi “dalla voce di velluto”. I giornali parlavano quasi esclusivamente di lei, con toni superlativi ed enfatici², non senza suscitare qualche invidia tra i compagni.

    Il ritorno in Italia segnò un forte cambiamento per i due coniugi: legati da una profonda intesa, di coppia e professionale, tuttavia costretti a vivere spesso l’uno lontano dall’altra, al punto da avere due abitazioni a Roma e a Milano, anche se risiedevano nella casa dei genitori di lui nella capitale. Gli anni Cinquanta furono impegnativi per entrambi: proprio quel lavoro comune, che li aveva uniti, cominciò a dividerli, costretti a girare, spesso separatamente, per i vari teatri italiani.

    Sul finire di quel decennio, Rina si regalò un tour di ritorno nei luoghi a lei cari: la Padova degli studi, la Rovigo natìa e l’amata Ferrara, mentre il marito rimaneva per lo più a Roma, raggiungendola quando poteva.

    Tutto a gonfie vele, finché nei primi anni ‘60 la brillante carriera di Rina Malatrasi si interruppe bruscamente per una serie di circostanze e problemi familiari. Agli inizi del 1963, una gravidanza difficile la costrinse a rinunciare a diversi contratti e, dopo la nascita dell’unica amatissima figlia Maria Grazia (il 15 dicembre), secondo il sistema di allora, le risultò difficile rientrare nel circuito lavorativo, anche perché, per farsi aiutare nella maternità, aveva scelto di tornare nel suo paese di origine, a Calto. Qui la raggiunse qualche tempo dopo Ferdinando, che continuava a dividersi fra lavoro e famiglia, fino a quando iniziò a manifestare dei problemi di salute, che lo portarono ad una morte prematura nel febbraio 1969.

    La vita di Rina subì una svolta decisiva: sempre più lontana dalle scene, rimasta vedova a soli 45 anni con una bambina piccola, decise di mettere la sua conoscenza ed esperienza al servizio dell’insegnamento, cui si dedicherà per il resto della sua vita, formando diverse decine di cantanti, prima nel conservatorio musicale di Rovigo e poi di Verona; vivendo a Milano fino agli anni ‘90, quando il richiamo delle radici l’ha riportata definitivamente in Polesine.

    “Partiva alle 5 di mattina e tornava alle 20 di sera, senza mai lamentarsi”, racconta la figlia che la ricorda come “una donna con una carica di energia fuori dal comune, che amava circondarsi di cose belle e prendersi cura del suo aspetto, al punto che, quando i suoi ex allievi andavano a trovarla, voleva sempre mostrarsi in ordine. Donna molto bella con un forte carisma, aveva sempre suscitato un grande fascino sugli uomini ed era amata da tutti. Di grande generosità, ha regalato tante lezioni e pasti a chi non poteva permetterselo”.

    Sempre dedita alla famiglia: la figlia e i due nipoti Francesca e Gabriele, negli ultimi tre anni era accudita nella casa di riposo dell’Iras di Rovigo; lucida fino all’ultimo, riservata e modesta, nonostante l’importante passato, se n’è andata in punta di piedi con la stessa sobria compostezza con cui ha vissuto la sua longeva esistenza. Lei, che con la sua bella voce di soprano ha raggiunto la fama internazionale portando il nome di Rovigo sui più prestigiosi palcoscenici del mondo, ricordata ormai da pochi che hanno avuto la fortuna di conoscerla ed apprezzarne le doti canore di persona, ma con l’auspicio che in futuro la sua terra le renda il dovuto omaggio.

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