Amman, Giordania. “Vedrai mamma, passerai un paio d’ore veramente rilassanti. E’ un posto unico, potessi, ci andrei almeno un paio di volte la settimana. Ma non ho molto tempo libero – io – e poi mi costerebbe troppo, andare spesso all’hammam…”
Questa la premessa, volutamente noncurante e lievemente malevola, di mia figlia Alessia che, solo per amore materno (non amo prendere aerei, da brava capricorno) avevo raggiunto ad Amman, capitale della Giordania, per alcuni giorni.
Avevo già visitato un “hammam”, ovvero un bagno turco, qualche giorno prima, dopo la giornata trascorsa a Petra, la fa-vo-lo-sa Petra.
La sensazione era stata deludente al massimo, ma d’altronde era il bagno turco dell’hotel: tante piccole e claustrofobiche stanzine, poco illuminate; sedili inadeguati per stendersi ed evitare l’asfissia da vapore, dove la vicinanza fisica con persone sconosciute e sudaticce – maschi e femmine – risultava a dir poco fastidiosa. Odio la promiscuità di certe situazioni, non amo il gomito a gomito con chi non conosco, specialmente se questo comporta qualche esposizione di seppur minime parti del corpo.
Un altro hammam? La mia risposta – già pronta – viene anticipata da Alessia che, conoscendomi, aggiunge precipitosamente: “Ti ci porto di mattina, ci vanno solo le donne in quelle ore, vedrai che ti piacerà moltissimo…e poi ho da sbrigare un paio d’ore di lavoro; che faresti da sola?”.
Tra le due alternative (dove andrei mai, da sola, in giro per Amman, dove si parla solo arabo o inglese…col mio inglese poi…), non ho dubbi: “Che bella idea, sono molto curiosa di vedere questo nuovo hammam”. Il tempo di infilarmi un costume intero (non mi ero resa conto, a Petra, che fosse così rosa questo costume), cercare un paio di infradito “non portare niente, mamma, ti danno tutto loro” e sono già seduta sul sedile usurato, in simil-pelle, dell’ennesimo taxi, guidato dall’ennesimo tassista folle (neppure uno che guidi in modo normale in questa città?) a sorbirmi almeno quindici minuti di strade supertrafficate, ad occhi chiusi, le mani giunte in silenziose preghiere che contribuiscano a salvarci la vita. Non voglio che moriamo sole, ad Amman, dentro un taxi che puzza di fumo di sigarette misto a qualche inefficace deodorante, e spero che le mie preghiere siano sentite “in alto” nonostante il gran traffico e il suono continuo e collerico dei clacson che non cessa mai.
Eccoci arrivate – miracolosamente sane e salve, ancora una volta – davanti all’hamman.
Sorrido, un po’ forzatamente, a mia figlia: non vorrei entrare in questo luogo sconosciuto, dove devo coabitare, indossando un costume che improvvisamente mi sembra inadeguato, con persone con cui non ho nemmeno un pezzetto di lingua in comune…Ma che figura poco dignitosa ci farei ad esternare queste mie provinciali paure ad una figlia che vive e lavora da sola, in Giordania?
Alessia è già ripartita, entro quindi nel palazzo che ospita il Bagno turco, col cuore che batte forte, mentre continuo a pensare che forse potrei solo accomodarmi nel salone d’ingresso dell’hammam (è vasto, luminoso, pieno di piante, accogliente) e aspettare il suo ritorno sfogliando una rivista che sarà anche scritta in arabo, ma che avrà pure delle immagini; e con le immagini e un po’ di fantasia posso far passare il tempo. E se qualcuno mi chiede che ci faccio lì a sfogliare riviste giordane?
Sono negli spogliatoi: un visino sorridente dalla pelle ambrata, dagli occhi di taglio orientale e dai capelli setosi e drittissimi (mia eterna invidia), si materializza all’improvviso e mi saluta “Salam madam”. Faccio sfoggio delle mie due o tre frasi di convenevoli in lingua araba “Alaykum salam” e resto in attesa…
La figuretta minuta e orientale, che si muove con la delicatezza di una farfalla, capisce subito che sono straniera, sorride e diventa immediatamente più attenta alle mie espressioni facciali, rinuncia al dialogo e mi porge un accappatoio odoroso, un telo di spugna, un paio di ciabatte: tutto bianco candido, tutto morbido e caldo. Faccio un primo – vero – sorriso che è subito ricambiato da Monique – sento che la chiamano così e spero di non dimenticarmelo tra due secondi.
Mi spoglio velocemente e sospettosa, senza motivo, dato che sono sola e che già indosso il mio costume troppo rosa e, a passetti veloci, entro nella sala del Bagno. Un piacevole, morbido ed odoroso vapore mi avvolge e un piacevole e straniero cicaleggio di donne mi accoglie. Chino il capo, muovo goffamente la mano in segno di saluto: gesto superfluo, che mi presenta, come del resto il costume: sono decisamente una straniera. Occhi femminili mi guardano un po’ curiosi, un po’ ironici, mentre per un attimo, tutte le bocche tacciono, ma solo per un attimo.
Seguo Monique, concentrandomi sul suo nome e sul pavimento bagnato: non voglio scivolare, davvero sarebbe una figuraccia irraccontabile. Attraversiamo la grande sala aggirando la bella e centrale vasca ad idromassaggio, dove alcune donne se ne stanno beatamente in ammollo. La farfalla Monique si è fermata davanti ad una piccola grotta di pietra grezza. Allungo il collo curiosa, è stupefacente: piccola (c’è posto, al massimo, per due persone sdraiate), il soffitto alto – a cupola – è illuminato da tante lucine variopinte. Mi ricordano le luci dell’albero di Natale. Causa-effetto immediato per me: mi viene un groppo di commozione alla gola, è il mio ormai famoso ed automatico “slanguorimento da albero di Natale”…
Monique, al contrario, è decisamente rallegrata dal mio commosso stupore, ma mi fa capire che, prima di prendere possesso della grotta con le lucine di Natale, devo passare alle docce. Giusto – penso – giustissimo, mi piace questo quasi inaspettato senso dell’igiene. Mi avvicino ai bei getti d’acqua, ma… con cosa mi laverò se non ho neppure una scaglia di sapone? “Ti danno tutto loro” – mi sentirà Alessia – e, col mio costume davvero troppo rosa me ne sto impalata e imbarazzata fino a quando una figura gentile, tutta avvolta in un bianco accappatoio, non mi porge, invitante e sorridente, il suo bagno doccia. “Oh, Thank you, thank you, I’am…” e faccio un cenno con le mani che indica smemoratezza. Mi sentirà Alessia, eccome se mi sentirà! Ma nella risata che segue, con il getto d’acqua scivola via la mia rabbia e la mia diffidenza e, ridendo, mi insapono vigorosamente, senza trascurare il costume, nella vana speranza di renderlo meno rosa.
L’esperienza della grotta è quasi mistica: il calore morbido sospeso nell’aria, le lucine sulla cupola sempre più annebbiate e lontane, il rassicurante e incomprensibile chiacchierio delle donne, quasi un’antica nenia, nascosta negli anfratti della memoria remota ma mai dimenticata.
I miei pensieri ondeggiano e si mescolano al vapore e con il vapore si incollano per un attimo alle pareti della grotta, per poi sciogliersi e gocciolare a terra, ormai privi di qualsiasi consistenza ed importanza; chiunque entrando li potrebbe calpestare, senza provocarmi – almeno oggi – alcun dolore.
La mente è davvero lieta di dissolversi in questo benefico bagno di vapore, il mio cervello sta trovando un inaspettato e totale abbandono, dentro un hammam, ad Amman.
Solo Monique, la piccola farfalla orientale, di tanto in tanto, viene a sorridermi: vuole controllare che io non sia morta, probabilmente le mie espressioni facciali l’allarmano. Mi offre un karkadé ghiacciato, molto simile alle mie golose granite siciliane. Ne assaporo il gusto con calma, tutte le mie papille si impegnano a coglierne il sapore: fragola, limone e una fogliolina di mentuccia, poco zucchero. Sono soddisfatta, dissetata e rilassata come mai. In pace con me stessa e il tempo sembra essere fermo e vaporizzato all’interno della grotta di Natale.
Vengo invitata a passare sotto un getto d’acqua fresca: addio grotta magica, calda e rassicurante come un ventre materno, cerco di ridare consistenza a mente e corpo, prima di entrare nella vascona ad idromassaggio, insieme alle altre donne, che sembrano aspettarmi.
Adesso le guardo attentamente, mentre mi appresto ad entrare in acqua, le guardo senza timore di imbarazzarle e di esserne imbarazzata. Sono molto belle ma soprattutto interessanti, queste donne di Amman: hanno occhioni intensi e curiosi, i capelli fitti fitti e spessi e lunghi. Hanno bei fisici asciutti, nonostante le sicure plurigravidanze, hanno mani e piedi curatissimi e una fantastica pelle vellutata, senza neppure l’ombra di un pelo. Non mi sono depilata: il pensiero mi colpisce come una mazzata. Che vergogna, meglio entrare velocissima in acqua per celare i miei eventuali peli superflui che qui, proprio, non esistono su nessuna gamba o braccio o labbro femminile.
Lancio una specie di rantolo comprensibile in ogni lingua: l’acqua è ustionante. Le donne in ammollo mi fanno un cenno preoccupato di stop: è necessario affrontare l’ingresso in vasca con calma, devo assuefarmi alla temperatura piuttosto elevata dell’acqua. Seguo il consiglio e mi immergo gradualmente. Tutte sorridono compiaciute, sorrido anch’io, sollevata: c’è di buono che i miei eventuali peli superflui sono, di certo, caduti da qualche parte, stecchiti, disintegrati.
Le donne mi si accostano, mi chiedono come mi chiamo, da dove vengo, cosa faccio nella loro città, mi piace il loro hammam? Ho figli? Il tutto col linguaggio dei gesti e un po’ d’inglese, ma ci comprendiamo alla perfezione. Chiedo i loro nomi, che forse scorderò tra un secondo “Faten, Safaa, Rania”, sono colpita dalla loro voglia di conoscermi. Siamo ormai tutte sintonizzate sulla frequenza “donne nel mondo, mai straniere tra loro”, che si trova in un attimo, basta solo cercarla e mettersi in ascolto e, perché no, partecipare alla diretta.
L’ammollo dura il tempo delle chiacchiere, poi vengo indirizzata alla “saponatura”. Un po’ il principio del bucato a mano di un tempo: prima una bella strigliata di sapone, poi un risciacquo, dopo un’altra insaponata e così via, finché si riteneva che l’indumento fosse ben pulito.
Mani sapienti di donne arabe mi saponano, con il famoso sapone di Aleppo – pare il migliore del mondo – usato da tipetti come Cleopatra, Nefertari, Zenobia e tuttora usato dalle donne Giordane e Siriane. Poi mi sciacquano versandomi sul corpo tenere ciotolate d’acqua tiepida, poi ancora sapone, poi ancora acqua tiepida. Intanto me ne sto supina, su una specie di altare in pietra, immaginando che tutta la mia pelle, ormai, avrà assunto la tonalità del mio costume rosa acceso che, finalmente, nessuno noterà più di tanto.
Cambio ancora postazione e vengo accolta nell’area massaggi. Massaggi a base di unguenti oleosi ed odorosi, massaggi deliziosi, fatti da piccole espertissime mani, massaggi che distendono la mia muscolatura, reidratano e profumano la mia pelle, quei pochissimi strati residui rimastimi, naturalmente… Poi vengo lasciata distesa a e riposare, come un impasto di pane, avvolta nel telo bianco, caldo e morbido. Scordo definitivamente il mio imbarazzante costume troppo rosa, spero di non lievitare troppo e mi addormento.
E’ stata dura separarmi dal telo caldo, ma è stato davvero emozionante salutare le mie nuove amiche dell’hammam: Faten, Safaa, Rania e la piccola Monique che, amorevolmente, mi hanno tenuto compagnia, controllando che tutti i trattamenti mi fossero elargiti a regola d’arte, perché questo mio breve soggiorno all’hamman, fosse indimenticabile.
E così è stato, ho conosciuto ed apprezzato un luogo esclusivo per donne, con padrone di casa perfette.
Infine il saluto, con l’offerta di un tè che ho trovato persino buono (io bevo il tè solo quando mi ritengo gravemente malata) e le donne dell’hammam che mi hanno lasciata andare, accompagnandomi con sorrisi un po’ dispiaciuti, come fossi un’amica in partenza, che già inizia a mancare. Chissà, magari ci saremmo riviste proprio lì, all’hammam, nelle ore mattutine riservate solo alle donne, un giorno non lontano nel tempo…
Di queste poche ore, ancora così piacevolmente vive nella mia mente, ho ringraziato silenziosamente le donne conosciute all’hammam e mia figlia Alessia che, ormai spazientita, mi aspettava storcendo la bocca e guardando l’orologio mentre io, ancora, sorridevo. “Ma lo sai che ore sono? Non pensavi che ti stessi già aspettando da un pezzo?”
No, francamente no, cara la mia figlia quasi giordana ma frettolosa come un’europea, non pensavo a te che mi aspettavi, stavo solo considerando che sarei tornata ad Amman, di certo.
Dopo due anni ho mantenuto la promessa.
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Come citare questo articolo
Nuccia Venuto. “Con le donne di Amman”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/con-le-donne-di-amman/