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Archivi: Articoli d’archivio

  • Lungo il Canalbianco

    Lungo il Canalbianco

    Ha preso il via da un’importante azienda la prima delle “Camminate di Primavera” ideate dal Gruppo C.T.G. Rovigoti. Obiettivo iniziale dell’itinerario, la visita al Museo di Impresa di una delle eccellenze produttive nazionali, ovvero la T.M.B. nella sede di Ceregnano. L’Azienda, guidata dai fratelli Betto con sede a Monselice, da poco tempo ha acquisito lo stabilimento della Grimeca di Ceregnano ed ha inteso fissare in una esposizione museale il percorso storico seguito dall’importante industria.

    Nel Museo d’impresa sono pertanto raccontati i quasi 60 anni di attività produttiva; e ciò grazie ad una selezionata documentazione relativa ai prodotti ed ai processi seguiti in questo lungo arco di tempo. In mostra, accanto a grafici e pannelli esplicativi, parti di vari motori a combustione per auto, moto, motoslitte, moto d’acqua e altri componenti come ruote, forcelloni, scocche.

    Il gruppo CTG è stato accolto lo scorso 7 aprile da tutti i fratelli Betto nella reception arredata con sobrietà e gran gusto, anche con riproduzioni di opere d’arte moderna, di cui uno dei fratelli è collezionista.

    La visita, guidata dal Presidente della Società, si è sviluppata attraverso un percorso che, oltre ai pezzi in alluminio lavorato, presenta anche aspetti multimediali con video delle fasi produttive e di lavorazioni meccaniche che si svolgono in azienda, la quale utilizza macchine a controllo numerico robotizzate di ultima generazione. Curiosità ed attenzione hanno suscitato in particolare alcuni componenti meccanici per auto e moto di marche prestigiose come AUDI, BMV, DUCATI.

    La consegna di alcune copie della rivista Ventaglio ‘90 ed il catalogo delle opere del compianto artista rodigino Gabbris Ferrari ai fratelli Betto da parte del vice presidente Giuseppe Marangoni e del direttore della rivista Lino Segantin ha concluso la prima parte della giornata. Quindi il gruppo si è diretto verso Fenil del Turco, dove gli aderenti all’iniziativa erano attesi dall’amico Mauro Padoan.

    A Fenil del Turco, nel piazzale davanti alla chiesa, dove svettano 4 platani centenari, siamo dunque accolti da Mauro Padoan che ci fa da guida, fornendoci anche le note utili per la stesura di questo testo.

    Il cuore del paese è costituito da un gruppo di case attorno ad una piazza (precisamente piazza S. Gaetano) dove converge un reticolo di vie che provengono da Rovigo, da San Cassiano, da Pontecchio, da Ceregnano. Un tempo queste strade antiche si congiungevano con Adria, Ostiglia, Modena, Bologna. Ma la via più antica, è quella fluviale del Tartaro – Canal bianco – Po di Levante, corso d’acqua che, provenendo dal mare, si insinua nella pianura padana.

    Il toponimo Fenil del Turco – spiega Padoan – sembrerebbe fare riferimento ad un fienile di proprietà di un turco venuto dalla Turchia, ma non è così: il nome deriva da un certo conte Turchi (o Turco), di Ferrara, che nell’anno 1192 ricevette dal Metropolita Ravennate (da cui dipendeva questa parte del Polesine) l’investitura della zona delle due selve. Di selve ce n’erano due, divise dallo scolo Zucca. La Selva, tra lo scolo Zucca e il Canale Castagnaro (oggi Canal Bianco), sarà la futura Fenil del Turco.

    Nel 1264 il conte Turchi (o Turco) fu riconfermato nei primitivi possessi e da allora fu avviata la bonifica delle terre partendo dalla parte nord ovest e costruendo fienili per il fieno e per l’allevamento dei Cavalli di razza pregiata. Uno di questi fienili – spiega Padoan – si trova dove ora c’è l’agriturismo “Millefiori” in via Borghetto, risistemato e adattato per altre esigenze.

    Stiamo parlando di terreni già da sei secoli sotto la tutela dei Benedettini. Qui agirono pure gli Olivetani di S. Bortolo, i marchesi Estensi e, proprio nel cuore di questa selva, in pieno VIII-IX secolo, sorse il monastero di S. Pietro in Maone, (che si trova in territorio di S. Apollinare).

    L’edificio di riferimento di Fenil del Turco è senz’altro la Chiesa, di cui si hanno notizie ad iniziare dal 1650 quando sorse un oratorio intitolato a S. Gaetano da Thiene per volontà del conte Priuli, a comodo dei valligiani, lontani dalla parrocchia di S. Apollinare. Nel 1672 ad opera di Pietro Badoer, patrizio veneziano, la chiesetta fu ampliata e rinnovata, mentre il campanile sorse in epoca successiva ricalcando vagamente le linee architettoniche di quello si S. Apollinare da cui l’oratorio dipendeva.

    Il sacro edificio era dedicato a S. Gaetano, anche se la pietà del popolo amava che si celebrasse la festa di S. Giovanni Nepomuceno, (Boemia 1330 – Praga 1383). Solo nel natale del 1955 il Vescovo S. E. Guido M. Mazzocco promise che Fenil del Turco sarebbe divenuta parrocchia indipendente, intitolata a S. Giovanni Nepomuceno. La promessa del Vescovo si concretizzò il 1 gennaio 1956. Da non dimenticare comunque il primo protettore della chiesa, ovvero San Gaetano, effigiato all’interno del tempio in una scultura dell’artista rodigino Virgilio Milani. Una copia dell’opera è stata inoltre posta sulla facciata della sala parrocchiale proprio nella piazza.

    Varie le iniziative attuate negli anni ‘50 e ‘60: fu eretta la nuova canonica, si costui la scuola materna, il centro sociale, il teatro /cinema, utilizzando le maestranze della scuola di cantiere, finanziata dall’Associazione Industriali di Rovigo. Sempre di quelli anni sono anche le case (popolari) che vediamo in Via S. Gaetano. Fenil del Turco era una comunità vivace, caratterizzata da diverse attività produttive artigianali (falegnami in particolare), numerose aziende agricole, imprese edili. Avevamo 4 bar, 2 forni per il pane, un mulino per la macina di granaglie, un barbiere, due botteghe per generi alimentari forniti di ogni genere di mercanzia.

    Oggi, purtroppo, il paese come tante frazioni della periferia è spopolato e carente di servizi essenziali. Per fortuna non mancano però attività culturali, sociali, sportive (festa della birra, camminata di maggio per la festa della mamma, sagra del patrono, il calcio con la società calcistica la Turchese che milita in prima categoria).

    Scattate alcune foto di angoli caratteristici del paese, la comitiva guidata da Mauro Padoan riprende il percorso raggiungendo il Ponte sul Canal Bianco intitolato a S. Gaetano. Fu realizzato per sostituire il “passo”, in quanto negli anni 50/55 gli abitanti di Fenil del Turco erano aumentati di numero dato dal progredire dei servizi che il comune aveva avviato nella frazione (luce elettrica anche nelle case lontane dal centro, acqua potabile in tutte le case, strade asfaltate) e dalla voglia di ripresa dopo il secondo conflitto mondiale.

    La delibera comunale di costruzione del ponte è del 1960. Il manufatto è di notevole altezza rispetto al livello del fiume, per permettere il transito di bettoline di stazza europea. Il ponte è stato completamente riattato negli anni 2000. Sul lato ovest sorge quella che forse era la casa del Badoer, proprietario dell’oratorio descritto prima, oggi palazzo Baruffi – Forestan. La costruzione dell’edificio risale al XVIII secolo.

    Il paesaggio lungo il corso d’acqua è suggestivo, caratterizzato da folte macchie verdi. Raggiungiamo frattanto la località dove, prima della costruzione del ponte, esisteva il Passo, ovvero il traghetto che permetteva il collegamento tra le due sponde del fiume (vedasi la descrizione in Ventaglio 90 n. 58 pagina 53 e successive).

    Proseguiamo il nostro itinerario nel tratto che caratterizza questa parte del fiume: la strada da asfaltata passa a strada sterrata. Essendo l’argine alto sul piano campagna si ha una veduta della zona circostante davvero vasta, tanto da poter ammirare nella parte nord i Colli Euganei, e ancora più a nord le Prealpi Vicentine.

    Il percorso è appagante. Arriviamo frattanto nella zona detta “Le Procurative” nel comune di Ceregnano. Procurative, toponimo che deriva dal fatto che i terreni erano affidati a procuratori per conto della Serenissima, dopo che la Repubblica di Venezia si era impossessata di questa vasta area sottraendola agli Estensi di Ferrara in seguito alla guerra del Sale (1482-84).

    Il complesso di Corte detta Le Procurative, è da considerarsi risalente alla fine del fine 600, allora caratterizzato da terreni di diversa qualità (alti, medi, e bassi). Nei decenni molti si sono avvicendati nella proprietà del fondo. Da un estratto del 1549 si trova conferma che la famiglia Morosini avesse acquistato diritti di decima dai nobili estensi Turchi o (Turco). Poi via via il complesso passa alla famiglia Bragadin, al conte Gobbato di Venezia; nel 1845 risulta di proprietà di Tommaso Gobbati, per giungere infine dal 1911 nelle disponibilità della famiglia di Matteo Vignaga, che risultando proprietaria del lato est, vi stabilisce la propria azienda agricola tuttora in esercizio.

    Il lato ovest è stato acquistato, dopo oltre 10 anni di abbandono, nel 2006, dalla società Polistudio che ha provveduto ad un restauro conservativo, recuperando l’intero immobile e dotandolo di un impianto fotovoltaico che garantisce la piena autonomia energetica. L’azienda si è insediata nel gennaio del 2010 ed ha restituito al paesaggio un pezzo della sua storia.

    E, a proposito di storia, un cenno va fatto ai moti rivoluzionari de La “Boje”, scoppiati in questa zona. A Pezzoli da qualche anno l’amministrazione comunale di Ceregnano ha allestito nelle ex scuole elementari un museo dedicato a questa vicenda, ovvero alla lunga e dolorosa protesta dei contadini affamati che, nel 1884, al grido “la boje la boje e de boto la va de sora”, misero in atto uno sciopero e azioni di rivolta nei confronti del padronato. Moti che si protrassero fino al 1886, a cui seguirono numerosi processi e condanne dei contadini maggiormente coinvolti.

    L’itinerario prosegue per giungere in località Palà dove troviamo l’Oratorio di San Pellegrino alla Palà, e dove si interseca l’itinerario ciclistico “Ciclovia della felicità”.

    L’oratorio sorse per volontà di Francesco Astolfi che, con il permesso del Vescovo, lo costruì sul suo fondo, in sx Canalbianco, nel 1758 per comodità sua e degli abitanti della contrada. Nel 1862 subentra il patronato della famiglia Marassi fino al 1966 quando sembra sia stato donato alla chiesa. Il suo nuovo titolo è Al SS.mo Nome di Maria. La facciata è caratterizzata da un timpano con oculo, sottostante marcapiano e quattro semplici lesene. Il tutto costruito in pietra facciavista su un leggero rilievo, probabile antico argine del Canalbianco o addirittura golena dello stesso.

    Semplicità ed armonia caratterizzano l’oratorio, presso il quale ha termine l’itinerario predisposto dal C.T.G., caratterizzato da un originale incontro tra tecnologia ed ambiente, ed inoltre corroborato da un interessante excursus storico della località di Fenil del Turco. Una iniziativa di conoscenza del territorio che ha soddisfatto i partecipanti, sottolineando ancora una volta un sorprendente Polesine non sempre valorizzato. E a conclusione della mattinata non poteva mancare una rivisitazione di piatti della gastronomia locale presso il Ristorante “Le rose”.

  • La parrochiale di Bressane

    La parrochiale di Bressane

    Bressane, piccola comunità accorpata amministrativamente al Comune di Castelguglielmo, ha una storia fatta di famiglie che affondano le proprie radici, umane e culturali, in tempi lontani.

    La chiesa eretta dai nobili Sagredo

    Spicca, sull’argine della sponda destra del Canalbianco, la piccola chiesa che testimonia ancor oggi un’unità di “cristiano sentire”. E’ dedicata a San Gerardo Sagredo, la cui venerazione è arrivata in loco con la famiglia Sagredo della quale, pare, il pio uomo facesse parte.

    I veneziani, esperti nelle opere di idraulica, bonificarono i terreni, spesso malsani del Polesine, creando grandi aziende; ed i Sagredo, per l’appunto, nella zona di Bressane divennero proprietari di una grande estensione di terreno. Ancor oggi esiste un Palazzo e una Corte Grande con vecchie mura che delimitano la proprietà detta “Sagrea”2.

    In onore di San Gerardo, dai Sagredo, nel corso del XVII secolo fu eretta una Cappella – e poi piccola Chiesa – in posizione elevata rispetto alle case e alle campagne circostanti, e per molti anni la comunità di Bressane ne fece un punto di riferimento e di incontro… e non solo spirituale.

    Un episodio per tutti: durante la drammatica alluvione del ‘51, mentre tutto intorno le acque invadevano case e campi, la Chiesa venne risparmiata e fu punto di incontro ed aggregazione molto importante sia a livello morale che materiale. Passata la furia del grande fiume, rimase la desolazione e, conseguentemente, l’abbandono del territorio da parte di molte famiglie costrette a cercare lavoro nelle grandi metropoli della Lombardia e del Piemonte.

    Il ricordo nostalgico delle proprie origini, degli amici lasciati, è rimasto in sordina fino a tempi recenti, quando Domizio Gabanella, nel 2010, ha richiamato a raccolta – in occasione della festa del Patrono San Gerardo – gli amici e i conoscenti di un tempo: molti hanno risposto, e continuano, in quella che ormai è divenuta una tradizione, a rispondere con entusiasmo all’invito. Dal 2010 si rinnova, infatti, in occasione della fiera, un meeting sull’onda dei ricordi, della tradizione e dell’amicizia: quest’anno si festeggerà il decimo anniversario de: “I nati a Bressane”.

    L’operato di don Guido Borin, il dipinto di San Gerardo e il Reliquiario

    Importante, per la conservazione e rilancio dell’affetto degli abitanti del luogo nei confronti della Chiesa, è stata l’opera di Don Guido Borin, Parroco dal 1981 al 2018 e scomparso lo scorso 21 marzo. In questo lungo lasso di tempo ha provveduto al restauro sia delle strutture esterne ed interne della Chiesa che della Canonica. Il rifacimento dell’interno comprendeva anche il recupero della tela di San Gerardo che appariva sbiadita ed imprecisa nei contorni; questa iniziativa di salvaguardia del dipinto ha rivelato una sorpresa davvero impensabile.

    Chiesta, infatti, ed ottenuta la collaborazione della Sovraintendenza delle Belle Arti, nell’avviare il lavoro di restauro si è scoperto che in realtà i dipinti erano due: uno sulla tela, che era noto, ed un altro del tutto sconosciuto sulla tavola di supporto.

    In entrambe le opere è rappresentato lo stesso avvenimento; purtroppo le figure sulla tavola erano mancanti di alcune parti, ma è stata sapientemente restaurata ed è ora custodita in Curia a Rovigo, mentre la tela (anche questa riportata ad una buona leggibilità) fa bella mostra di sé nella chiesa di Bressane. L’autore dell’epoca aveva ricostruito, secondo il proprio gusto, le parti mancanti sulla tavola, tralasciando particolari a suo giudizio ritenuti non qualificanti3.

    Don Guido Borin, per sistemare il dipinto, (quasi certamente del secolo XVI e chiaramente di grande valore storico) ha chiesto ed ottenuto un finanziamento alla BCC di Castelguglielmo. Scortata dai carabinieri l’opera è stata portata al prof. Nonfarmale di Bologna, esperto restauratore che l’ha riportata all’antico splendore. La riproduzione su tela, meno pregiata, è stata solamente pulita e Don Guido ha provveduto a risistemarla sopra l’altare, sulla parete di fondo del Presbiterio.

    Altro merito di Don Guido è stato l’aver ottenuto dal Patriarca di Venezia una Reliquia di San Gerardo e precisamente mezza vertebra. Ora la Reliquia è in Chiesa, contenuta in una teca bizantina, ed è arrivata a Bressane scortata dai carabinieri ed accolta con l’onore festoso di una Banda musicale e con successivo importante rito religioso. I resti del Santo, Patrono d’Ungheria, però sono custoditi nella “Chiesa dei Santi Maria e Donato” a Murano e sono meta costante di cittadini ungheresi molto devoti al loro Santo4.

    Descrizione della Chiesa: l’esterno

    La Chiesa di Bressane non ha davanti all’entrata un sagrato, ma confina direttamente con la strada comunale ed ha un orientamento Est/Ovest5.

    Sulla facciata, a forma di “capanna”, spiccano quattro “lesene doriche binate”6 sormontate da cornice sporgente e sagomata con un profilo geometrico. Sopra la facciata si innalza un frontone triangolare abbellito da pilastrini sui tre vertici: sono sormontati da pinnacoli a forma di pigna con relativa croce in ferro. Nelle pareti laterali dell’Aula7 la luce entra da due finestre a lunetta. La Sacrestia si appoggia al lato sinistro della Chiesa stessa.

    L’interno

    La Chiesa è coperta da una volta a botte illuminata da finestroni ad unghia. Il “presbiterio” è coperto da cupola ed è incorniciato da “arco a tutto sesto”. Sulla parete di fondo spicca il dipinto che descrive il momento in cui San Gerardo Sagredo viene catturato e successivamente martirizzato da una banda di pagani in Ungheria.

    Il martirio di San Gerardo Sagredo, opera di bottega Veneta, inizio sec XVI

    Lo sconosciuto artista, di “bottega veneta”, autore della Pala di Bressane (alta 134 cm – larga 58cm) ha scelto di magnificare San Gerardo Sagredo8, pur avendo poco spazio a disposizione, con la scelta di una precisa, geometrica scenografia e disseminando vari indizi significativi, simboli, metafore, spunti di meditazione, in diverse zone della rappresentazione.

    Ha magistralmente creato una vera “palestra” di approfondimento religioso. Ad un primo sguardo si ha la sensazione di osservare un “fermo immagine pittorico” di grande suggestione: è il momento di rottura … inizia il doloroso cammino del “personale calvario” di Gerardo che lo porterà, attraverso il martirio, a suggellare, con il sacrificio della propria vita terrena, il proprio credo cristiano.

    Protagonisti ed ambientazione

    I protagonisti sono collocati in due aree diverse: i 2/3 del totale descrivono il drammatico momento in cui Gerardo, spogliato delle insegne vescovili, viene fatto prigioniero e minacciato dalla lancia di un armigero vestito secondo la moda del 15009. Tipica dell’epoca pure la delicata ed interessante “quinta”10 paesaggistica che si apre alle spalle dei due protagonisti.

    Nella lunetta superiore, invece, viene riprodotta, in un’atmosfera rarefatta (sottolineata da colori tenui ma luminosi), una visione mistica: Maria, madre di Cristo, accompagnata da Angeli, siede in Maestà su una luminosa e dorata falce di luna e dimostra, con la gestualità delle braccia, di voler accogliere l’amato Gerardo. E’ materna e rassicurante, schiaccia col piede il serpente quasi a tranquillizzarlo, nel momento della prova: accettando la palma del martirio, portata in dono dall’angelo, egli non sarà sconfitto ma risorgerà vincitore a nuova, splendente, immortale vita.

    Sceneggiatura, schema geometrico e simbolismo

    Due scene diverse convivono in un’unica opera: un avvenimento terreno ed uno ultraterreno. Gerardo vive entrambi i momenti: il suo corpo è inquadrato in una solida forma piramidale per evidenziare la correttezza e la forza del suo credo durante la vita terrena. Gli occhi fissi in Maria e le mani giunte a mo’ di “mandorla” testimoniano il grande amore per la Madre di Cristo, uomo Dio, venuto in terra per la salvezza dell’umanità grazie al grande cuore di Sua madre che lo ha custodito nel proprio grembo, in umiltà e senza riserva alcuna11.

    Il suo sguardo non intercetta quello dell’aguzzino per implorare pietà; neppure le mani giunte simboleggiano la richiesta di salvezza corporale! Egli ormai ha capito che è venuto il momento della testimonianza, restituendo a Dio il dono della vita.12 La luce dei suoi occhi fa intendere che fra lui e Maria si è instaurato un silenzioso dialogo, dolce ed assordante insieme, tale da aiutarlo a trascendere la materia, lo strazio delle carni e la più brutale delle violenze umane: Gerardo, non più “autorità terrena” è anima in estasi che ritorna al Padre, fra le braccia di Maria, madre accogliente, splendente.

    Nell’angolo di sinistra, infatti, a terra, si scorge il pastorale vescovile spezzato ad indicare che i simboli dell’autorità terrena non hanno più valore… mentre è integra la voluta a spirale della parte finale del bastone vescovile la quale rimanda non solo alla simbologia del recupero delle “pecore smarrite”, ma pure indica un ritorno all’unità, all’interiorità. Il soldato, che pensa di aver sottomesso Gerardo, è inquadrato in una forma rettangolare a testimoniarne la solitudine: ha davanti un uomo che non gli riconosce potere, non lo teme e quindi ne rende amara la vittoria e forse ancor più tragico il suo odio… non sa elevarsi da terra, guarda con rabbia la corporeità corruttibile, sulla quale può accanirsi, ma che lo lascia vincitore effimero.

    Nel tentativo di creare tridimensionalità, l’artista ha impostato le nuvole del cielo (sulle quali si appoggia la scena soprannaturale ) in modo da scansare la testa del soldato, il cui braccio e lancia invadono lo spazio “celeste”; si è tolto pure l’elmo e l’ha gettato a terra…ormai si sente vincitore e non più in pericolo

    L’effetto ottico della profondità di campo non è particolarmente esaltante, ma sottolinea solamente la forte corporeità del nemico… la forza fisica. Troppo spesso l’uomo ha creduto di poter imporre la propria cultura o fede con la forza… è sempre stata illusione momentanea.

    Nella lunetta, soffici, bianche nuvole sostengono un trono prezioso a forma di falce di luna13 Maria vi è seduta sopra: è vestita con una bianca tunica (simbolo di verginità e candore) sulla quale fluttua un celeste mantello azzurro, che rimanda all’armonia dei cieli e alla trascendenza. Le sue braccia sono aperte all’accoglienza di ogni figlio: Maria è madre di Dio fattosi uomo e, attraverso Lui, Madre dell’umanità intera.

    La sua figura è inserita in un triangolo (simbolo di perfezione) che sembra essere indicato con un’ideale, immaginaria freccia che si coglie schematizzando la figura dell’angelo, dalle grandi ali, in volo. Egli colloca proprio al centro della lunetta una palma a “cinque punte” dal pregnante valore simbolico14.

    Considerazioni finali

    L’opera è esteticamente piacevole per la forza e, a tratti, la trasparenza, la luminosità dei colori, la cura dei dettagli, l’impostazione scenografica. Gerardo viene ritratto come persona di alto lignaggio, di grande raffinatezza ed eleganza: una tunica chiara, morbidamente drappeggiata, lo riveste ed è abbinata ad un sontuoso mantello color oro, finemente ricamato sul bordo attorno al collo. Ha il capo coperto dal “camauro”, tipico della nobiltà veneziana e delle alte sfere ecclesiastiche.

    L’artista, autore della Pala, è riuscito nell’impresa di delineare la figura di un Santo “contemplativo”, un ecclesiastico portato alla riflessione ed alla meditazione, che ha saputo, però, aprirsi al mondo in un’azione di “apostolato” e di “servizio” per portare gli uomini a conoscere Cristo. Nel momento in cui capisce che i suoi “tempi terreni” sono terminati egli si dona come vittima e non diventa tale per la cattiveria altrui: accetta il martirio e lo offre a Maria, sicuro del suo materno aiuto. Ed ecco che notiamo come, al momento dell’arresto, il tempo sembra essersi fermato… non c’è ribellione… nessun dinamismo.

    Non si avverte il phatos della tragedia imminente, dell’adrenalinica ferocia della morte violenta di un uomo indifeso. Con questa impostazione scenografica l’artista ha voluto sottolineare non solo la “natura” di Gerardo, la sua capacità di astrarsi dalle brutture del mondo ma pure il suo grande “carisma” per il quale il soldato, che lo minaccia con la lunga asta, sembra spiazzato, quasi intimorito, davanti a quell’uomo apparentemente indifeso ma non impaurito…ed il suo braccio teso a vibrare un colpo di offesa…rimane sospeso a mezz’aria in una sorta di stupefatto, perplesso “surplace.” La Pala è chiaramente una ricostruzione storica e culturale a carattere didattico-religioso che proietta Gerardo oltre i limiti temporali. Le abitudini, le mode, le conoscenze tecniche e scientifiche progrediscono ma l’uomo ha sempre bisogno di meditare sul valore della vita, su Dio e l’eternità. Fermarsi davanti alla Pala del “Martirio di San Gerardo Sagredo”, decodificarne le molteplici simbologie, allegorie, metafore… contemplarla con attenzione significa intraprendere un esercizio di approfondimento spirituale valido quanto un percorso di preghiera nel quale Maria è punto di riferimento principale.

  • I trent’anni del Ventaglio

    I trent’anni del Ventaglio

    Nel momento in cui chiudiamo il n. 59 del Ventaglio – e già qualcuno ha cominciato a pensare al n. 60 che completerà i primi trent’anni di questa avventura editoriale – non mancano le domande su come è nato e si è sviluppato questo progetto.

    Una curiosità legittima, facile da accontentare, dato che tutto ruota attorno alla denominazione “Polesine” che identifica la nostra provincia. Un toponimo che solo un po’ alla volta ha acquistato, in questo trentennio, una valenza positiva, quale inconfondibile riferimento ad un territorio originale delimitato dai due grandi fiumi d’Italia; un termine che si associa a gente che non si scoraggia, che per secoli si è prodigata per creare condizioni di vita accettabili arginando fiumi, scavando canali, bonificando aree paludose; un territorio che offre aspetti di sicuro interesse non solo sotto il profilo naturale, ma anche storico ed artistico. E pertanto non mancano ditte che oggi utilizzano con orgoglio il toponimo “Polesine” per meglio caratterizzare il proprio prodotto, attribuendogli una sorta di marchio di genuinità (il pan biscotto del Polesine, l’aglio del Polesine, e così via).

    Ma trent’anni fa non era assolutamente così. E ricordo un dibattito in cui c’era proprio chi sconsigliava di fare riferimento al toponimo Polesine, ritenendo che potesse sminuire il valore di certe iniziative, dato che il termine, secondo un pensiero diffuso, faceva prevalentemente pensare alle disgrazie alluvionali.

    Bisognava dunque invertire questa tendenza. E’ stata una sfida: dare vita ad un periodico che approfondisse una pluralità di tematiche (di qui il termine Ventaglio), riguardanti appunto il Polesine (come è ben esplicitato nella pagina di aperura), visto in una nuova ottica. La sfida era trovare argomenti relativi ad un’area geografica da molti considerata povera non solo economicamente ma anche dal punto di vista storico e culturale. Un’impresa che, secondo quanti si definivano “realisti”, avrebbe dovuto chiudersi in pochi numeri per mancanza di argomenti ed anche di sostegni economici.

    Avvicinandosi la data del trentennale e dei bilanci, chi si è impegnato in questa avventura – smentendo le previsioni per la verità allora prevalenti – non può che esprimere la propria soddisfazione. E, per quanto mi riguarda, ringraziare i collaboratori che semestralmente hanno avanzato le loro proposte in sintonia con lo spirito della testata che fin dal primo numero ha inteso presentarsi come sostenitrice ed ambasciatrice di un territorio da valorizzare.

    In realtà l’impresa è stata tutt’altro che facile, ma non è mancato l’entusiasmo e la passione che ha legato il gruppo di collaboratori, facendo riferimento alle attività della Cooperativa Turismo & Cultura che nel 1990 (ecco il termine “novanta” che segue a Ventaglio) ha accolto nel suo seno l’iniziativa editoriale dopo il successo del volume “Polesine Delta del Po” realizzato da Giuseppe Marangoni.

    Dopo trent’anni è tempo di bilanci ma anche di qualche cambiamento imposto, in alcuni casi, dal naturale avvicendarsi delle cose. Tra gli altri la ristrutturazione del CeDi (Centro per la Didattica) in cooperativa sociale denominata “CeDi Beni Culturali e Ambientali”, che ha assunto la titolarità delle Edizioni Turismo & Cultura. Ai giovani del CeDi, che progressivamente assumeranno sempre più l’impegno editoriale del Ventaglio, i migliori auguri. E poi, nell’avvicinarsi del trentennale, ancora un grazie: da un lato a studiosi e giornalisti che di numero in numero hanno avanzato le loro proposte, e dall’altro agli sponsor che hanno creduto nell’iniziativa, manifestando l’orgoglio di sentirsi polesani, avvertendo l’opportunità di dare un sostegno all’originale iniziativa editoriale chiamata Ventaglio.

  • Vourles – Arquà Polesine

    Vourles – Arquà Polesine

    Cultura, calore umano, emozione. Questi gli ingredienti che hanno reso memorabile il soggiorno del gruppo arquatese a Vourles a metà del mese di marzo in occasione dell’esposizione “Les peintres du Rhône, influences et paysages d’Italie”, curata dal Vice Sindaco di Vourles, assessore alla cultura e alla tutela del patrimonio Michel Réigner e dall’amministrazione comunale di Vourles. Una nuova tappa del sentito gemellaggio che lega la cittadina francese, facente parte del dipartimento di Lione, ad Arquà Polesine.

    Accompagnati dal nostro Presidente del comitato gemellaggi arquatese, Roberto Costa, abbiamo partecipato con una delegazione ridotta a 10 partecipanti, perché poi saremo ancora a Vourles in Settembre con 45persone tra cui 25 giovani sotto i 18 anni.

    L’importante evento, alla cui inaugurazione ha presenziato la Dr.ssa Anna Pastore Direttrice dell’istituto culturale italiano di Lione, il Presidente del Dipartimento del Rodano Christophe Guilloteau, si è trasformato in una vetrina delle attività culturali Arquatesi. I pittori Arquatesi Clori Pavan, Mauro Rossi e Salvatore Fais infatti, hanno esposto alcune loro opere riscuotendo interesse e gradimento tra i visitatori della mostra.

    Sono state inoltre presentate alcune poesie tra le migliaia che hanno partecipato al concorso “Raise” che da ventisette anni ormai si tiene ad Arquà con cadenza annuale, poesie lette nella lingua originale Veneta e per l’occasione tradotte in Francese.

    Le opere presenti all’esposizione hanno testimoniato l’importanza dell’Italia nella formazione culturale degli artisti francesi nel diciannovesimo secolo, formazione che non poteva considerarsi completa senza un soggiorno nelle principali città d’arte italiane come Firenze, Venezia, Napoli e Roma.

    Il viaggio nel mondo dell’arte è continuato con la visita al Museo delle Belle Arti di Lione dove, accolti da un magnifico Cristo a tutta parete del Perugino, è stato possibile ammirare capolavori di artisti del calibro di Rodin nel campo della scultura , e Monet, Degas, Gaugin , Picasso nel campo della pittura.

    Un tuffo nel passato remoto con l’interessante visita all’Acquedotto Romano del Gier a Chaponost costruito 2000 anni fa, ci ha poi offerto l’opportunità di apprezzare la genialità dei nostri antenati. L’antico acquedotto infatti, che aveva il compito di fornire Lugdunum (Lione) di acqua, si estendeva per 86 chilometri e, percorrendo un territorio piuttosto impervio, necessitava di numerose opere di ingegneria come i ponti “sifone” per far fronte agli ostacoli che incontrava.

    Non è mancata neppure una “immersione” nell’atmosfera vivace e festosa delle stradine brulicanti di vita della Vieux Lyon dominata dalla superba cattedrale romanico-gotica di Saint Jean ed una passeggiata alla collina di Fourvière a cui piedi si estende la città in tutta la sua magnificenza.

    Ciò che tuttavia ha reso speciale questa “abbuffata” di arte e cultura, è stato lo spirito di accoglienza degli amici Francesi che, sempre pronti a mettere a disposizione le loro case, il loro tempo e le loro conoscenze, si sono prodigati in mille modi per mettere a proprio agio gli ospiti italiani e soddisfarne le esigenze.

    Il soggiorno a Vourles è stato breve ma ricco di momenti di condivisione: dall’allegra convivialità dei pasti consumati alla Maison Forte, in famiglia e alla Brasserie George a Lione, alla partecipazione e modesto seppur significativo contributo all’esposizione di quadri a Vourles; dallo spensierato shopping nei negozi di souvenirs della vecchia Lione, al commosso ricordo degli amici scomparsi.

    I rapporti di amicizia che si sono formati nel corso degli anni sono stati essenziali al buon funzionamento delle attività di scambio interculturale, ed il loro mantenimento e consolidamento rappresenta uno degli obiettivi più importanti da conseguire perché, senza la relazione umana tra partners il gemellaggio perderebbe naturalmente di significato e si ridurrebbe ad un arido e formale scambio tra istituzioni.

    Un’esperienza ricca di incontri emozionanti ed interessanti eventi culturali ma anche di occasioni per vivere la “quotidianità” della vita Lionese e confrontarsi con stili di vita diversi e diversi punti di vista, nella consapevolezza che la condivisione di culture, idee ed esperienze porta ad un arricchimento non solo culturale ma anche soprattutto umano. E non è forse questa “la mission” che si propone un gemellaggio?

  • I Quaderni della Cittadella

    I Quaderni della Cittadella

    Qualcuno sostiene che l’Alternanza Scuola Lavoro non sia che una perdita delle occasioni di studio scolastico, ma ci sono studenti che parlano di questa esperienza come di un’occasione unica e irripetibile. Sono sei studenti del Liceo delle Scienze Applicate e Linguistico dell’I.I.S.S. “Primo Levi” di Badia Polesine, Enrico Bertaglia, Antonio Conti, Leila Chakir, Lucia Ferrari, Emma Destefani e Anna Zanin.

    Sotto lo sguardo attento delle loro tutor, prof.sse Arianna Fratti e Laura Piola, e delle tante professionalità che si sono avvicendate nel loro percorso formativo di alternanza, questi sei giovanissimi hanno potuto avvicinarsi a un archivio storico d’eccezione, consultando documenti personali e riscoprendo il valore antico e oramai perduto della lettera, sostituita oggi dall’inarrestabile tecnologia.

    Il loro percorso didattico è poi confluito nel prodotto editoriale che ha permesso di far conoscere alla cittadinanza “i due noti e più volte celebrati intellettuali, lontano da mostre, palchi o riflettori, come protagonisti di una storia di autentica amicizia”, come li ha definiti proprio la docente.

    Nella prima metà del Novecento, infatti, Lendinara fu spesso visitata dal celebre poeta Umberto Saba, ospite dell’illustre Giuseppe Marchiori, con il quale instaurò un vero sodalizio che li vide protagonisti di un intenso scambio epistolare.

    Oggi ancora più di cento pezzi di questo rapporto di amicizia sono conservati nel nutrito e prezioso archivio Marchiori, che si trova al piano primo della Cittadella della Cultura di Lendinara. Due anni di studio e lavoro hanno portato i ragazzi a completare il processo editoriale, cominciando proprio dalla meccanica trascrizione e digitalizzazione dei contenuti delle lettere inviate dal poeta triestino all’amico lendinarese, fino alla morte di Saba nel 1957.

    Una produzione notevole, questo primo numero dei Quaderni della Cittadella, snello ma essenziale e preciso, che alterna le trascrizioni a una presentazione storica accurata e frutto di un attento studio, che ripercorre la vita del poeta e del critico d’arte anche grazie all’alternarsi visivo di foto d’epoca e illustrazioni originali.

    Questa importante pubblicazione è stata resa possibile dalla collaborazione con “Centro Didattica Beni Culturali e Ambientali”, allora “Turismo e Cultura”, e il contributo della Città di Lendinara, grazie al quale è stato possibile organizzare presso la sede Balzan del “Primo Levi” un ciclo di incontri tenuti da esperti in storia dell’arte, pubblicazioni artistico-culturali, illustratori e responsabili di impaginazione grafica che hanno guidato gli studenti (il direttore della Cittadella della Cittadella della Cultura di Lendinara Nicola Gasparetto, l’illustratrice Evelin Crepaldi, il direttore della rivista “Ventaglio 90” Lino Segantin, la grafica Claudia Biasissi, e Donatella Girotto referente del progetto per “CeDi Centro Didattica Beni Culturali e Ambientali”).

    La Collana “I Quaderni della Cittadella”, è una iniziativa fortemente voluta dalla Città di Lendinara quale strumento di divulgazione e diffusione delle attività di ricerca e di indagine svolte dalla Cittadella della Cultura stessa.

    L’iniziativa editoriale prevede volumetti agili, “i quaderni”, di circa 60 pagine, ed è pensata per interessare diverse tipologie di pubblico: dalla scuola agli studiosi a privati cittadini appassionati di storia locale.

    La Collana “I Quaderni della Cittadella” è una iniziativa editoriale di CeDi, come supplemento alla rivista semestrale “Ventaglio 90”, da quasi 30 anni punto di riferimento per la promozione culturale del territorio.

  • I temi dell’Alzheimer al Quirinale

    I temi dell’Alzheimer al Quirinale

    Continua a destare ampi consensi il libro Giorgio Soffiantini “Alois Alzheimer e Chiara, la nonna che non c’è”.

    Un testo che da poco più di un anno l’autore polesano sta presentando in varie regioni d’Italia e che ha destato anche l’interesse del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al Capo dello Stato era infatti stato inviato il volume, accompagnato da una lettera in cui l’autore spiegava i drammi di chi, come famigliare, si trova – praticamente senza aiuti – ad assistere ad un ammalato di Alzheimer.

    Dopo aver letto il libro, il Presidente ha voluto incontrare Giorgio Soffiantini, manifestando apprezzamento per l’originale lavoro che apre uno squarcio inedito sulla malattia, sulla sua devastante progressione e sugli effetti che essa determina all’interno del nucleo familiare, vessato da un frustante senso di impotenza e solitudine.

    Il Presidente ha elogiato il modo con cui il volume è stato scritto: la formula del diario è stata giudicata particolarmente coinvolgente, in grado di far emergere al meglio una storia che, per la dedizione con cui è stata affrontata e vissuta da Giorgio Soffiantini, va oltre la normale assistenza e si configura come una vera storia d’amore.

    Che cosa la ha colpito di più nel suo incontro col presidente della Repubblica? Chiediamo all’autore

    “Sono stato accolto in uno dei saloni del Quirinale il 26 settembre 2018. Il Presidente ha prestato la massima attenzione al racconto manifestandosi come persona sensibile, di grande umanità, in una parola sola: squisita.”

    Nel suo libro, oltre alla dedizione che lei manifesta nei confronti di sua moglie colpita dal grave morbo, emergono le gravi problematiche che devono affrontare tutti i famigliari.

    “E’ vero, le difficoltà per tutti sono per trovare luoghi adeguati di cura e di assistenza ma altresì i problemi finanziari per le rette delle case di riposo, per la spesa dei farmaci, per chi è costretto a lasciare il lavoro. Molte di queste persone non potranno mai avere la pensione perché per anni costretti a casa ad assistere i propri cari.”

    Come funziona all’estero?

    “Negli altri paesi europei c’è maggior consapevolezza. Ad esempio in Francia esiste un Piano Nazionale per l’Alzheimer col quale lo Stato riconosce i contributi a chi svolge un così importante lavoro sociale. Anche in Italia c’è un Piano Nazionale Alzheimer…. Peccato non sia finanziato.”

    Potrà il Presidente intervenire per sostenere l’approvazione di agevolazioni e sostegni ai famigliari?

    “A livello normativo il Presidente della Repubblica non ha poteri, ma la speranza è che qualcosa possa un giorno modificare la situazione di estremo disagio in cui si trovano circa un milione di famiglie italiane. Servirebbe una legge specifica e bisognerebbe che il legislatore se ne occupasse.”

    Per questo libro è stato invitato anche in TV vero?

    “È vero, e devo dire che non mi aspettavo questa serie di riscontri positivi perché sono stato invitato in alcune TV come Telepace Verona, Telepace Trento, Canale Italia, TV 2000 e Telearena. Nella trasmissione “l’ora solare” di TV 2000 l’intervista di Paola Saluzzi sul mio libro… “La nonna che non c’è” ha suscitato molta emozione e tantissimi sono stati i messaggi di apprezzamento nel mio telefonino e le dimostrazioni di affetto.”

    Frattanto Giorgio Soffiantini prosegue nell’impegno di sensibilizzazione ed informazione sulle problematiche della malattia. E ciò soprattutto grazie alle sue presentazioni del libro, che si stanno moltiplicando in particolare con la tecnica del passa-parola tra amici e conoscenti. Un metodo che il Presidente Mattarella ha definito efficace ed opportuno, perché raggiunge al meglio situazioni in cui si vive questa realtà ed ha incoraggiato l’autore a proseguire nel suo impegno. D’altra parte lo stile usato dall’autore si presenta diretto ed incisivo, ideale per comunicare con efficacia la difficile e complicata situazione di chi vive accanto ad un famigliare colpito da una malattia tanto annichilente.

    Giorgio Soffiantini ha regalato il libro all’associazione di Verona di cui fa parte (Associazione Famigliari Malati di Alzheimer AFMA) e tutti i proventi vanno a finanziare le molteplici attività della stessa, come Corsi di Formazione per Famigliari, Caffè Alzheimer, e altro.

  • L’Olanda vuole Badia Polesine

    L’Olanda vuole Badia Polesine

    Quattro sono le opere che il Drents Museum di Assen in Olanda ha voluto per arricchire un’importante esposizione sugli Impressionisti italiani, la prima del genere nei Paesi Bassi. “Sprezzatura – Fifty Years of Italian Painting (1860-1910)”, questo il titolo della mostra, aperta dal 2 giugno al 3 novembre 2019, che esporrà più di settanta capolavori di quaranta artisti, esempio della pittura del nostro paese tra fine Ottocento e inizio Novecento.

    Il Drents Museum è uno dei più importanti poli culturali dello stato olandese, con una raccolta che conta più di novantamila oggetti, tra i quali una delle collezioni archeologiche più importanti dell’Europa nord-occidentale e una delle cinque più importanti collezioni dello stato per il settore artistico del periodo 1885-1935. L’istituzione del museo risale al 1854, quando ha posto la sua sede in quello che era un monastero femminile dell’Ordine cistercense, arricchito da successive installazioni che ricordano la storia della provincia olandese di Drenthe, di cui Assen è la capitale, e colpiscono l’attenzione dello spettatore, come la celebre scala galleggiante.

    A prendere la strada del nord Europa saranno quattro celebri capolavori, sempre molto apprezzati nella pregiata collezione del badiese Eugenio Balzan, noto soprattutto per il suo incarico di direttore amministrativo al “Corriere della Sera”. Dopo un passaggio a Torino, riparte infatti il “Bagno pompejano”, olio su tela del napoletano Domenico Morelli datato 1861.

    L’autore, senatore del neoformato Regno d’Italia e titolare della cattedra di pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dipinge un’opera molto amata dai collezionisti, ambientata in un bagno antico, ricostruito nei dettagli dopo un attento studio archeologico. Alla figura di Morelli è stato di recente avvicinato un pittore e affrescatore di Sermide, Anselmo Baldissara (1867-1953), artista molto apprezzato in Italia e all’estero.

    Anche un altro dei più celebri capolavori della Collezione prenderà temporanea dimora ad Assen: “Fanciulla sulla roccia a Sorrento”, olio su tela dell’abruzzese Filippo Palizzi. Amico di Morelli, celebre è la sua destrezza nell’uso del colore e della pennellata e nella definizione del dato reale. È poi una coppia, l’ultima a spostarsi in Olanda: “Un incontro” e “Balcone del Palazzo Ducale” (1880-1881 circa) del veneziano Giacomo Favretto, due esempi della tradizionale accuratezza descrittiva e varietà.

    La partenza non sarà però un depauperamento della raccolta di Badia Polesine, in quanto il museo di Assen ha impegnato alcune opere che arricchiranno la Collezione Balzan, nello stesso periodo dell’esposizione al Drents Museum. Quattro le tele di artisti olandesi accolte in Polesine, accomunate dalla tematica del ritratto. La prima, in ordine di creazione, è “Ritratto di Euphemia” (1895), olio su tela di Anton Molkenboer, nativo di Leeuwarden e morto ad Harlem (1872-1960), figlio d’arte, fu pittore, grafico, artista teatrale.

    Tra i filatelici, è meglio conosciuto per le serie di francobolli per bambini (1925, 1926 e 1927) in cui incorporò gli stemmi delle allora undici province in rappresentazioni simboliche della natura. Progettò anche gli abiti e le armi per l’opera “Tristan und Isolde” nello Stadsschouwburg, il celebre teatro di Amsterdam.

    Arriverà anche il “Ritratto di Freya” (1917), olio su tela di Georg Rueter. Nato ad Haarlem nel 1875 e morto ad Amsterdam nel 1966, fu un celebre ritrattista, progettando e pubblicando anche manifesti e rilegature di libri (è stato responsabile della progettazione della famosa collana “Nederlandsche Historische Bibliotheek”, pubblicata da Meulenhoff). Completeranno l’esposizione due opere di Jan Sluijters, “Ritratto di Tonia Stieltjes” (1919) e “Ritratto di Liesje” (1938). Sluijters (‘s-Hertogenbosch 1881 – Amsterdam 1957) fu un pioniere del movimento post-impressionista olandese, molto noto per la sua grande sperimentazione, passata anche attraverso il Cubismo e la corrente del Fauvismo.

  • RO-MEDIA ART

    RO-MEDIA ART

    Negli ultimi due anni a Rovigo è stata promossa una particolare forma di cambiamento! Il Bando Culturalmente 2017, indetto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo viene vinto da Ro-Media ART, un Progetto ideato dalla dott.ssa Alessandra Chiarini, ricercatrice e docente in ambito cinematografico e multimediale, con capofila l’Associazione Viva la Costituzione di Rovigo.

    Un conio particolarissimo e vivace dedicato ai giovani artisti che si esprimono attraverso le arti multimediali e che dal 2018 e per tutto il 2019 avrà una mission ben precisa: la creazione di “una rete sociale e istituzionale per la realizzazione di attività culturali e artistiche dedicate ai rapporti tra arte contemporanea ed Educazione ai media e all’audiovisivo”.

    Ci incontriamo dunque con Alessandra Chiarini per saperne di più.

    – Educazione all’Immagine. Cosa si intende di preciso?

    “Il progetto intende favorire la diffusione di una cultura consapevole dell’immagine contemporanea rispondendo alle sollecitazioni della nostra epoca, dominata dalla proliferazione del visibile e dei media, a favore di una socialità in grado di declinare positivamente l’uso delle tecnologie, della comunicazione e dell’immagine.

    Un proposito etico, di crescita sociale, rivolto alla collettività, ma soprattutto ai giovani costantemente in bilico tra sentimenti di appartenenza e spaesamento quando vengono negativamente influenzati da un uso scorretto dello strumento tecnologico che genera esperienze percettive caratterizzate dall’ambiguità.”

    – Nel vostro progetto c’è un richiamo alla Costituzione Italiana…

    “Partendo dalla meraviglia sancita dall’art. 9 della Costituzione Italiana – La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione – il programma risponde concretamente allo storico impegno invitando a una maggiore consapevolezza del mezzo multimediale alla luce delle innovazioni tecnologiche e dei nuovi bisogni culturali del territorio e del Paese.”

    – Quali le ricadute nel territorio?

    “Investire sul Polesine e sulla città di Rovigo!, contrastando la carenza di adeguate strutture cinematografiche e location dedicate alla promozione delle culture visuali dove fare esperienza di attività laboratoriali e arte contemporanea. Mostre dedicate e ricchi laboratori a cui la collettività è invitata a partecipare potenzieranno la coesione sociale creando una rete istituzionale con gli enti locali e le realtà associative del territorio.”

    Ecco in sintesi le linee di azione del progetto RO-MEDIA ART:

    1) Workshop scolastici condotti da Andrea Fusaro e rivolti ai ragazzi dei quattro Istituti comprensivi di Rovigo che si sono cimentati in laboratori di cinema, videoarte, fotografia, stop motion e light painting (ottobre 2018-gennaio 2019)

    2) Laboratorio Foto d’identità sempre con Andrea Fusaro creato in collaborazione con Arcisolidarietà e rivolto a un gruppo di migranti condotti nella realizzazione di un piccolo reportage fotografico tra i luoghi e gli abitanti di Rovigo (1 e 2 marzo 2019).

    3) Laboratorio Registrare il vero – Fare cinema ai tempi dello smartphone, interessante momento di studio e condivisione presso la Sala Galileo Cavazzini dell’ARCI di Rovigo (09/10 marzo 2019) a cui ha preso parte l’autrice del presente articolo. Il progetto è stato condotto dai cineasti Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa, importanti professionalità con partecipazioni illustri, già selezionati da festival cinematografici nazionali e internazionali. Il lavoro audiovisivo finale è stato costituito dal montaggio di brevi documenti filmici realizzati durante il workshop dai partecipanti, dando luogo a un’opera documentaria collettiva di svelamento e riscoperta delle potenzialità del territorio, tesa a esprimere in un unico cortometraggio molteplici punti di vista sulla città.

    Successivamente l’opera è stata presentata, assieme ad altri progetti degli stessi, in una sofisticata inaugurazione il 14 Aprile 2019 a Canaro, presso il MuViG, lo straordinario Museo Virtuale ricavato dalla casa natale del pittore Benvenuto Tisi da Garofalo, vanto del nostro territorio. Nella splendida occasione il sindaco, Nicola Garbellini, ha rivelato un’importante strategia culturale ospitando in un museo già all’avanguardia artisti dall’alta qualità espressiva quali Menegazzo-Pernisa in un dialogo tra arte contemporanea e gioielli del passato. Durante il vernissage i cineasti hanno accompagnato il pubblico alla visione delle loro opere multimediali tra cui “Ipnagogica” che da il nome all’Evento.

    4) Immagini digitali, rappresentazioni e identità saranno le tematiche della mostra fotografica e video presso lo splendido contesto della Villa Badoer di Fratta Polesine per indagare le odierne possibilità della rappresentazione del sé oltre la mera pratica del selfie.

    INFO: romediaart.rovigo@gmail.com wlacostituzione@gmail.com www.casagalleryitinerante.com

  • “Polesine In Canto”

    “Polesine In Canto”

    “Polesine In Canto” è stato un successo. Di pubblico, di gradimento, di sentimenti positivi legati alla musica e al canto lirico. La borsa di studio “Polesine In Canto” – 750 euro messi a disposizione da RovigoBanca – è stata assegnata al mezzosoprano Sun Quianhui. La cerimonia di consegna sul palco del teatro Ballarin di Lendinara è stata affidata a Riccardo Zanellato, basso lirico bassopolesano vincitore degli Oscar della lirica 2019. Sun Quianhui, 20 anni, arrivata dalla Cina per studiare canto lirico al conservatorio Venezze di Rovigo, si è iscritta al bando, a suo tempo promulgato dal Comune di Lendinara, e dopo l’audizione di febbraio, ha partecipato alla finalissima del 23 marzo tenutasi al teatro Ballarin della città.

    Come lei altri 11 studenti che seguono studi di canto – giovani promesse del Polesine, o iscritti ai conservatori Buzzolla di Adria o Venezze di Rovigo – hanno partecipato al concorso interpretando un’aria veneta o un’aria di repertorio del belcanto davanti al pubblico del Ballarin e al maestro Zanellato, giudice supremo della borsa di studio tecnica.

    Un ruolo attivo è stato riservato anche al numeroso pubblico presente in sala, coinvolto nel votare con il cellulare il proprio cantante preferito. La votazione del pubblico ha premiato il tenore Stefano Spedo, 29 anni, brasiliano residente a Castagnaro ed iscritto al corso di canto lirico del Venezze di Rovigo: ha vinto la borsa di studio “Lendinara In Canto”, messa a disposizione dal Rotary club Badia Lendinara Altopolesine.

    Un altro importante riconoscimento è poi andato a Biancamaria Tivelli, 25 anni di Adria, iscritta al Conservatorio Buzzolla (in sala del Ballarin erano presenti il suo direttore Roberto Gottipavero e la presidente Mara Bellettato). La studentessa adriese, voce di soprano, ha vinto un ruolo alla stagione 2019-20 “Invito all’opera” dell’associazione La compagnia del Belcanto che si tiene presso palazzina Liberty a Milano.

    “Polesine In Canto” ha portato sul palco del Ballarin anche altri studenti dei Conservatori: Giorgia Cavaliere, Kailin Hu, Silvia Porcellini, Massimo Frigato, Tan Chen, Sara Fogagnolo, Zhu Xingyu, Elene Sanadze e Wang Yuxuan. A tutti, dopo le loro esibizioni, il pubblico ha riservato calorosi applausi, sicuramente utili incoraggiamenti a continuare sulla via dello studio e del perfezionamento.

    Nel corso della piacevole serata, particolarmente importante è risultata la partecipazione del big della lirica, Riccardo Zanellato, che oltre aver ascoltato tutti i ragazzi, ha anche cantato un “Come da ciel precipita” da Macbet di Verdi. Una interpretazione di grande livello lungamente applaudita.

    Ampi i consensi anche per Silvana Froli, che ha proposto un “Vissi d’arte” da brividi, e per Leonora Sofia, che ha cantato l’”Habanera” di Carmen. Ovazioni per Gioia Crepaldi, soprano 28enne di Taglio di Po, che s’appresta ad interpretare a La Fenice il personaggio di donna Anna nel Don Giovanni. A Lendinara ha cantato la romanza di Vilja tratta dalla Vedova Allegra.

    “Polesine In Canto”, un evento del Comune di Lendinara, organizzato e coordinato, grazie alla Pro Loco, da Irene Lissandrin, direttore di RovigoOggi.it e presidente del Comitato Ballarin, coadiuvata da Marco Pucci Catena. La prima con verve e simpatia ha condotto la serata scandendone i tempi, il secondo, intervenendo sul palcoscenico con humor ed ironia, ha proposto alcuni cenni storici importanti per la storia della musica.

    Estremamente soddisfatto il sindaco Luigi Viaro, che ha premiato tutti i ragazzi partecipanti, garantendo che “Polesine In Canto” non rimarrà un episodio isolato: sarà sicuramente riproposto il prossimo anno, per diventare un appuntamento annuale qualificante per la città di Lendinara, apprezzato dal pubblico e dagli intenditori.

    La serata del Ballarin si è configurata come una festa di musica, di canto lirico, di amore per il Polesine, di sponsor che credono nei giovani, come hanno testimoniato Ferdinando Pezzuolo, amministratore di RovigoBanca, e Gianni Fortuna, presidente del Rotary Altopolesine. E come hanno confermato l’assessore regionale Cristiano Corazzari e Virgilio Santato assieme a Luigi Costato per Fondazione per lo Sviluppo del Polesine unitamente a Fondazione Banca del Monte.

    Importante per il successo dell’iniziativa la partecipazione dei Conservatori Venezze e Buzzolla, il supporto di Fondazione Rovigo Cultura e del circolo Tullio Serafin di Cavarzere.

    Ha accompagnato tutti i brani dei cantanti il maestro Silvano Zabeo al pianoforte, fondamentale “orchestra” della serata, ma anche preparatore degli studenti nelle giornate di prova.

  • Organi e organisti del Polesine

    Organi e organisti del Polesine

    Un patrimonio culturale e storico, ancor prima che musicale, di cui il Polesine è disseminato ma poco consapevole. Per questo motivo la Fondazione Banca del Monte di Rovigo ha deliberato di sostenere il progetto Organi e organisti del Polesine, promosso dalla Fondazione per lo sviluppo del Polesine in campo letterario, artistico e musicale. Le due Fondazioni hanno inteso, condividendo le finalità del progetto, apportare un contributo alla conoscenza di antichi organi a canne presenti in Polesine. Gli organi antichi, cospicuamente diffusi nella nostra provincia e resi ancora più preziosi dopo appropriati interventi di restauro e rassegne musicali meritevoli, sono rilevanti dal punto di vista artistico e storico e meritano di essere valorizzati.

    Il progetto “Organi e Organisti del Polesine” ha voluto attirare l’attenzione, oltre che verso gli strumenti, anche su compositori del passato e del presente, polesani per nascita o di adozione.Per divulgare e far apprezzare tale patrimonio le Fondazioni citate si sono avvalse della collaborazione del maestro Giovanni Feltrin, che ha coordinato il progetto. Feltrin è docente di Pratica organistica e Canto Gregoriano al Conservatorio “Francesco Venezze” di Rovigo dal 1991, e dal 1990, organista titolare della Cattedrale di Treviso; vincitore di numerosi Concorsi Organistici Nazionali; si è esibito in molti paesi europei e ha alle spalle una discreta discografia oltre che diverse partecipazioni a giurie e seminari in qualità di esperto. Il maestro Feltrin, profondo conoscitore di questi complessi ed meravigliosi strumenti musicali, ha selezionato per l’occasione quattro significativi organi storici del territorio tenendo in considerazione le diverse caratteristiche di ciascuno unitamente alla rappresentatività geografica del territorio polesano. Dopo i dovuti sopralluoghi, il musicista ha quindi selezionato gli strumenti delle chiese di Mardimago e Ficarolo, nel Duomo di Rovigo e nella Cattedrale di Adria e qui ha registrato alcuni brani, incisi sul CD musicale intitolato “Organi e organisti del Polesine”. Nella realizzazione del CD, insieme allo stesso organista Giovanni Feltrin, sono stati impegnati come esecutori il soprano Marina De Liso e, nell’inedito ruolo di narratore in una favola per voce recitante e organo, il maestro Giorgio Mazzucato.

    Il disco, parte integrante del progetto di valorizzazione del patrimonio culturale del Polesine dedicato agli antichi organi e ai compositori, è stato prodotto allo scopo di fornire un mezzo conoscitivo agile e al tempo stesso significativo. La sua particolarità consiste nel numero e nella varietà degli strumenti impiegati, che evidenziano le sonorità degli stessi, e anche nell’affiancare opere composte da autori antichi e moderni, nati od operanti in Polesine. Si è delineato, così, un itinerario musicale che riassume quasi cinque secoli di storia organaria e organistica. Il CD pertanto, rappresentando una sorta di sintesi documentaria e un percorso di ascolto, ha il pregio di affiancare tra loro alcuni strumenti e compositori di spicco della storia organistica locale, in una prospettiva originale e e interessante. Per completare l’azione divulgativa, al disco è corredato un libretto interno che descrive in modo chiaro e saliente le caratteristiche di ciascun organo. Nel contempo, il CD introduce alla storia della trazione culturale in Polesine rispetto all’ambito organaro e delle influenze che hanno prodotto una così larga diffusione dello strumento in questa nostra terra, soprattutto lungo l’asse est-ovest, in riferimento alle vie d’acqua.

    Tra i compositori presenti figurano i rodigini Carlo Filago, che nel 1623 vinse il concorso per primo organista nella Basilica di S. Marco in Venezia, sotto l’alto giudizio del maestro di cappella Claudio Monteverdi; Giacomo Rampini che a fine ‘700 divenne maestro di cappella della Cattedrale di Udine; Bianca Maria Furgeri, contemporanea concittadina autrice dei recenti “Tre quadri musicali” dei quali il disco offre la prima registrazione assoluta; e ancora Antonio Buzzolla, di cui porta il nome il Conservatorio di Adria, sua città natale.

    Il progetto “Organi e Organisti del Polesine”, unitamente al CD, è stato presentato a Rovigo lo scorso autunno in due eventi. In Accademia dei Concordi, il 20 novembre, è stata tenuta una conferenza, aperta al pubblico, arricchita da ascolti musicali. Graziano Nicolasi e Alberto Voltolina, organisti della Cattedrale di Adria, hanno esposto, alternandosi, in merito allo strumento musicale, mentre Giovanni Feltrin ha guidato all’ascolto di alcuni estratti dal disco, soffermandosi laddove i passaggi consentivano di apprezzare le caratteristiche specifiche dei vari organi. Squisitamente interessanti, gli interventi hanno introdotto nell’affascinante mondo strumentistico, svelandone le molteplici riproduttività sonore e l’ampio e sorprendente spettro di tonalità.

    Molto curioso è stato anche l’excursus storico in relazione alla tipologia di repertorio eseguita nel tempo, dapprima considerando l’organo come strumento esclusivo per le celebrazioni religiose per poi far comprendere quanto l’organo sia strumento “laico”, che si presta, cioè, a diverse rappresentazioni grazie alle svariate sonorità e agli innumerevoli timbri.

    Un secondo evento è stato successivamente realizzato nel Tempio della Beata Vergine del Soccorso detta la Rotonda. Protagonista lo storico organo del Callido, costruito nel 1767 e recentemente restaurato, nella serata del 24 novembre si è tenuto un raffinato concerto con musiche di Carlo Filago, Giacomo Rampini e Johann Kuhnau, esecutori il maestro Feltrin insieme a Marina De Liso e Giorgio Mazzucato.

    Per favorirne la divulgazione, perseguendo le finalità del progetto di valorizzazione e di conoscenza del patrimonio culturale del nostro territorio, il CD è stato distribuito alle biblioteche pubbliche provinciali a cura della Fondazione banca del Monte di Rovigo. Resta a disposizione per gli interessati, su richiesta e fino ad esaurimento delle scorte, presso la Fondazione Banca del Monte di Rovigo. Per info: segreteria@fondazionebancadelmonte.rovigo.it

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