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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Il Ballarin di Lendinara

Inaugurato nel 1814, lo storico teatro, più volte rimaneggiato e deturpato, è chiuso da oltre cinque anni.

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 3 1991 pp. 35–37

“Di palazzi era ornata, e campanili, d’eccelse Chiese, e larghe piazze, e strade, di belle donne, e d’uomini gentili in questa assai più, che in ogni altra etade Lendinara, che mai mancò di pregi, or meno or più, siccome al mondo accade; ma un Teatro, ove Principi e Regi suolsi onorare, ove a seder s’impara le umane bizzarrie, gli fatti egregi non era ancora surto in Lendinara…”

Così si apre l’ode di Pietro Perolari Malmignati, scritta in occasione dell’inaugurazione del Teatro Ballarin di Lendinara: il 3 Settembre 1814 la cittadina altopolesana vedeva colmata la propria lacunosa mancanza di un edificio appositamente adibito a teatro; per i festeggiamenti di apertura fu scelta la rappresentazione dell’“Amor marinaro” di G. Weigel.

La storia del Ballarin ebbe alterne vicende, intercalate da momenti di crisi e di ripresa, finché dagli ultimi giorni del 1985 le lunghe ombre della chiusura hanno preso il sopravvento sulle luci della ribalta. Da allora si sono affacciate varie ipotesi di recupero dell’immobile (una delle quali, di natura privata, nata con l’avallo della maggioranza che regge le sorti del comune) ma senza sfociare nell’attuazione, mentre i tempi della ripresa appaiono ancora lontani.

Una vicenda quella del Ballarin che per un secolo e mezzo ha condiviso la storia di Lendinara, ospitando rappresentazioni teatrali, manifestazioni e spettacoli di vario livello, svolgendo nel tessuto sociale della cittadina, un ruolo che non può essere dimenticato.

Fu un gruppo di appassionati dell’arte scenica che, nei primi anni dell’800, decisero di prodigarsi per dare a Lendinara un teatro. Una cronistoria di tale realizzazione fu allora stesa dall’avv. Francesco Nobili che, nell’imminenza dell’inaugurazione, diede alle stampe, a proprie spese, un volumetto di una trentina di pagine pubblicato dalla tipografia Michelini con il titolo “Descrizione del nuovo teatro di Lendinara”.

“Il genio de’ Lendinaresi – così scriveva il Nobili – bramava di avere un Teatro, dove l’architettura, la pittura, il disegno e il gusto delle arti risplendessero nel più alto grado”.

Dopo lunghe ed approfondite discussioni, protrattesi per alcuni anni, un gruppo composto da oltre venti “Dilettanti Filodrammatici”, – come li chiama il Nobili – individuò alfine la strada idonea per l’attuazione del progetto: fu costituita una società di palchettisti, facente capo a Giovanni Bertazzi e Girolamo Ballarini, che acquistarono un vasto edificio in disuso, ubicato nelle strette vicinanze del centro: uno stabile di solida struttura, denominato “granarazzo” costruito nel XV secolo dagli Estensi come deposito di vettovaglie.

La riconversione del magazzino in teatro fu affidata all’arch. Antonio Foschini, il cui nome si era imposto per un analogo riuscitissimo intervento presso il teatro comunale di Ferrara. L’esecuzione dei lavori si svolse sotto la direzione dell’arch. Giovanni Tosi, genero del Foschini, mentre le decorazioni furono affidate al pennello del bolognese Giuseppe Tadolini le cui esecuzioni, di gusto neoclassico, vengono descritte minuziosamente dal Nobili, che si sofferma in particolare nell’illustrazione del soffitto del teatro dominato da Apollo “sul carro assiso” in procinto di affrontare “cogli animosi destrieri, spiranti fiammigeri nitriti, la gran volta del cielo”.

Il Foschini seppe ottimamente sfruttare lo spazio predeterminato offerto dal vecchio immobile estense, individuando nel suo progetto di teatro quattro parti distinte: l’ingresso, il vestibolo, l’uditorio e la scena. Dall’ingresso si accedeva al vestibolo di pianta ellittica, arricchito da dodici colonne di marmo bianco con capitello ionico. Alle estremità laterali del vestibolo trovavano alloggiamento il Caffè e il Corpo di guardia. L’architetto ferrarese dedicò particolare attenzione all’acustica dell’uditorio, costituito da una platea e da cinquanta palchi distribuiti su tre ordini sovrapposti. Sopra il vestibolo, in comunicazione col secondo ordine di palchi, fu ricavata una sala da ballo per orchestra, sulla quale si aprivano altre salette per ritrovo ed intrattenimento.

La facciata del Ballarin, di epoca successiva alla realizzazione del teatro, fu costruita nel 1863, su disegno dell’architetto milanese Carlo Invernici che apportò anche alcune modifiche alla struttura, ampliando il palcoscenico, aggiungendo nuove decorazioni e rinnovando le attrezzature. Tutto ciò fu commissionato dal nuovo proprietario Giorgio Voltolini.

Ulteriori trasformazioni si ebbero nel corso del presente secolo con i proprietari che si succedettero. E sempre si trattò di manomissioni, attuate al fine di ricavare più posti, adibendo la struttura prevalentemente a sala cinematografica.

Ma le rappresentazioni teatrali non mancarono mai di trovare proseliti, specie quando si esibirono compagnie amate dal pubblico lendinarese, la cui vocazione per il teatro fu impersonata meglio di tutti da Carlo Bagno, spentosi poco più di un anno fa (vedasi Ventaglio 90 n. 2). L’amore per le scene è oggi tenuto desto da una compagnia di giovani denominata “Gruppo Proposta Teatrale D”, animata fra gli altri da Andrea Bagno, nipote dell’attore scomparso.

La speranza di veder rifiorire a Lendinara una nuova fortunata stagione del Ballarin è dunque coltivata, senza cedimenti, nell’animo di molti cittadini che, guidati dal pugnace gruppo filodrammatico, tornano a riproporre, a scadenza ciclica, l’istanza del suo recupero.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Il Ballarin di Lendinara”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-ballarin-di-lendinara-2/

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