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NARRATIVA

Su due rive diverse

di Patrizia Ghio

Ventaglio Novanta n. 5 1992 pp. 90–94

Erano anni che non ci si incontrava più. Io e la mia vita, lui la sua, su due rive diverse. Sapevo di lui attraverso gli altri, gli amici di sempre, le conoscenze in comune, i casuali discorsi al bar della piazzetta.

A volte capitava che le macchine s’incrociassero all’angolo di una via: attraverso i vetri delle nostre isolate esistenze ci guardavamo e mi sorrideva, dolcemente, come nessuno. In un attimo ritornavo indietro ai brividi di quando salivo sul suo Dyane arancione e, invece di andare a scuola la mattina, si scappava al mare.

Con un gesto veloce, cercando di non fargli capire tutto quello che provavo, in quella manciata di secondi in mezzo al traffico della città, all’angolo di una via, lo salutavo e pensavo che era proprio bello, di una bellezza diversa: un uomo che sul lungomare di Rimini ti saresti girata a guardare, le gambe lunghe, il portamento fine e maledetto. C’era in lui qualcosa di aristocratico, non sò, una sensazione: il modo di tenere la testa, le mani dalle dita lunghe, delicate, da pianista.

Mi sorrideva, poi, ognuno ancora per la sua strada, riperdendosi nella propria esistenza.

In dieci anni ci saremo incontrati una ventina di volte, e ogni volta riprendeva il discorso nel punto dove ci si era lasciati, come se per lui non ci fossero stati altri dialoghi importanti.

“Ciao Marco Come stai? Avevo voglia di vederti, ti trovo bene, tutto bene allora…”.

“Si Giulia, bene, davvero. E tu, sempre con Nicola, la coppia perfetta, eppure non vi ho mai visto bene insieme, non è l’uomo giusto, per te ci volevo io e nessun altro; sono stato uno stupido a lasciarti andare da lui”.

Lo diceva scherzando, ma nello sguardo aveva una luce strana. Ed io, pensavo che era proprio un rompiballe e che non aveva il diritto di entrare così bruscamente nella vita degli altri.

C’era già la sua di incasinata, da sempre, fin da quando aveva tredici anni. Gli amici mi hanno detto che appena incontrava qualcuno di noi si comportava così: attaccava per difendersi come tutti quelli che fanno quello che faceva lui. Sempre a nascondersi dalla luce del giorno, dagli sguardi della gente, dai dubbi come dalle certezze, dalle responsabilità e dalle paure, dalla realtà come dal sogno.

* * *

I tuoi tredici anni, a pensarci bene, devono essere stati proprio un Inferno. Un padre invalido e malato, soprattutto malato di avarizia, di quell’avarizia che però fa ammalare gli altri.

Una madre che si vergognava di tutto: del marito, della casa, dei capelli tinti con una crescita di trascuratezza e parlava sempre di quando era la sig.na Dominici e si occupava degli affari di nonno Onorio, che discendeva da una ricca famiglia di proprietari terrieri, e dello zio Alberto, bello come il sole, che si vestiva da signore e andava al Casinò a Venezia, in quei tempi, quando nel paese si faceva fatica a campare.

Intere notti passavi con tua madre, sul divano scozzese di fronte alla televisione. La ascoltavi, la lasciavi parlare, le tenevi la mano, mentre lei, piangendo, si lasciava andare con te, il suo unico uomo, bello come lo zio Alberto, stessi gli occhi, stessa statura, e i bei capelli biondo veneziano.

Anna, tua sorella, la più grande, pensava solo a truccarsi, e la piccolina invece non doveva sapere, la si doveva lasciare tranquilla con i suoi appena cinque anni; un errore diceva tua madre, ma non è stata la piccola Martina il suo ultimo errore.

A te, che stavano rubando i tuoi tredici anni e i sonni più belli, non pensava nessuno.

Il destino, forse solo la solitudine di tua madre avevano scelto di raccontarti la tristezza della vita e di farti diventare vecchio a tredici anni.

A scuola, nel banco vicino alla finestra con l’eskimo verde militare e i jeans scoloriti, ascoltavi la lezione: il viso perso nel palmo della mano, gli occhi spenti, pieni di sonno e di noia. Dal tuo già quasi un metro e ottanta ci guardavi, noi, i tuoi compagni di classe, così diversi da te, così tredici anni i nostri.

Ci guardavi e ti sentivi lontano mille miglia: tu e le tue notti insonni, tu e i vuoti neri dell’anima che non avresti detto a nessuno a costo di morire, che non hai mai detto a nessuno se non a me, anni dopo, in un attimo di paura, di debolezza o di forza, il bisogno di credere in qualcuno. Ma allora, era il tuo segreto. Una prova con te stesso: più riuscivi a mascherarti bene, e più ti sentivi grande. Carnefice piuttosto che vittima, delinquente invece di ragazzo sfortunato. La mattina a scuola o ti addormentavi sul banco o facevi casino; eri sempre più magro e stanco, poi cominciasti a non venirci più.

Ti trovavamo nel bar in fondo al viale: due occhi strani, la bocca impastata, l’aria trascurata.

* * *

Marco era bello, Marco e le sue tante ragioni di ragazzo intelligente, Marco che mi manca proprio adesso: la sua camminata lenta, quella massa di capelli biondi e lo sguardo tenero.

E ora Marco riposa. Se n’è andato un ventun marzo, sulla strada, guidava da solo, forse un colpo di sonno, forse qualcos’altro. Un camion. Marco voleva uscirne, gli è mancato il tempo, manca sempre il tempo quando si vuole uscire da qualcosa. Sulla strada, mentre andava da lei, forse per l’ultima volta.

* * *

Tua madre mi ha letto il libretto che viene consegnato alle famiglie alla fine delle Scuole Medie: lì c’è la spiegazione di tutto, il momento in cui il meccanismo si è inceppato, in cui la tua vita è diventata sbagliata.

“Ragazzo che non ha mai dato problemi, educato e preparato, dimostra un’improvvisa aggressività. Appare svogliato, demotivato: ha accumulato numerose assenze e lacune nelle varie materie. I suoi risultati sono incerti, anche se rimangono le sue doti di intelligenza, intuito e di recupero”.

Nessuno ti ha capito, né a scuola, né a casa. Non hanno capito che non ce la facevi più, che eri stanco di non avere mai una carezza, un soldo, di non avere un padre. Non hanno capito che avevi bisogno di uno psicologo, che lasciarti solo poteva essere rischioso, potevi trovarlo tu il rimedio.

E tu l’hai trovato in quello squallido garage alle sei di sera di un nebbioso Novembre, con il freddo che ti saliva dalle gambe e si mescolava al freddo dell’ansia alla bocca dello stomaco. Quattro perle bianche. Quattro perle da prendere all’ora dei pasti: una la mattina, una a mezzogiorno, una al pomeriggio, l’ultima alla sera e poi il letto e tu che fluttuavi nell’aria finalmente libero, rilassato.

Potevi essere dove volevi, potevi essere ciò che volevi. Come Gianluca, il figlio del farmacista, che aveva quelle magliette colorate con il coccodrillino sul cuore, il maglioncino annodato sulle spalle e quell’aria “bene”, da ragazzo di buona famiglia, che sapeva sempre cosa dire e cosa fare. Sempre tutto così giusto per Gianluca. E potevi avere anche la moto e caricarci su la Titti con quelle tette come due meloni e quei fianchi che ti sorridevano, quando ti passavano davanti al Bar, la domenica mattina.

Quante cose non avevi, quante avresti voluto avere, ma tu avevi quelle quattro perle bianche all’ora dei pasti, ed era come avere anche il resto.

Chiudevi gli occhi e sognavi: aprivi gli occhi e sognavi. Era bello. Le prime volte, la frase magica dell’innamoramento (a tredici anni le cotte sono meravigliose) e il primo amore, non si scorda mai. Una relazione pericolosa la tua, un legame morboso che ti ha tolto te stesso.

* * *

Negli ultimi tempi non gli era rimasto nessuno con cui parlare che non fosse, uno “del giro”. Lo vedevo sempre più spesso, mi veniva a trovare in quella Biblioteca di periferia, dove avevo preso servizio per alcuni mesi; mi chiedeva i suoi libri preferiti, Baudelaire e i “Diari intimi” e poi si sedeva in un angolo tranquillo e aspettava che andassi da lui a parlare.

“Ciao Giulia. Ti ho riportato il libro, l’ho trovato fantastico, per certi aspetti è come se l’avessi scritto io. Sai, a volte penso alla reincarnazione: io e Baudelaire aderiamo perfettamente. Trovo il mondo esoterico, affascinante: le percezioni, i poteri della mente, le sue sconosciute possibilità”.

Parlava, ma si vedeva che stava male. Non lo avevo mai visto così deperito, alla deriva. Quando dall’ufficio ritornavo nella Sala di Lettura lo trovavo addormentato sulla sedia, la testa piegata in avanti, immobile. Qualcuno allora incominciava a meravigliarsi e a bisbigliare, ma io lo lasciavo dormire.

“Non mollare, tu puoi ancora farcela”, gli avevo detto qualche giorno prima. Mi aveva risposto che era tardi, ventisei anni buttati, troppo tardi in un mondo così. Non sarebbe più potuto essere nessuno e nella sua visione del mondo purtroppo non c’era posto per la mediocrità.

“Sto perdendo carisma, lo sento. Non riesco a prevedere: mi sento così vuoto, non ho energia, sono in un brutto periodo, non mi è mai successo”. Era come gli animali che avvertono l’arrivo del temporale ore e ore prima e si nascondono nella tana, quando si sentono morire.

La tua sensibilità, Marco, il tuo guaio, la tua bellezza. La tua sensibilità di animale che sente la propria vita che sa interpretare i messaggi del proprio essere, per istinto, per natura.

Erano anni che viveva da animale, forse una vita. O forse un bravo ragazzo travestito da cane randagio che giocava a conoscere la strada.

La notte prima, sei stato sveglio, tua madre non riusciva a dormire, era agitata. Brutti sogni. Sognava te ai piedi del letto che le tendevi le braccia e poi improvvisamente, diventavi lungo, filiforme, un albero con i rami rivolti al cielo. Per inconsci meccanismi misteriosi, sentiva che avevi bisogno di lei, in quei giorni più di sempre. Quel sogno. Quella notte. E tu, ti sei svegliato un’altra volta, eravate solo voi due in casa. “Dai mamma, mettiti tranquilla, va tutto bene sai, domani parto per la Sicilia, così sarai più serena a sapere che ritorno a lavorare. Ti preparo una camomilla, fai la brava!”. Hai giocato al cane randagio e sei morto come un cane randagio: schiacciato su una strada.

* * *

Quante volte mi aveva detto – “Se domenica uscite in barca, mi piacerebbe venire con voi, però se si va a pescare, io mi annoio a stare fermo come una lucertola al sole-”. Quella domenica me lo aveva giurato: – “Giulia, se vengo con voi, voglio essere lucido, giuro che non mi faccio-”.

Era arrivato alla darsena con un po’ di ritardo, ancora mezzo addormentato, i capelli arruffati: un paio di bermuda militari, i suoi preferiti che avevamo comprato insieme anni prima al mercato dell’usato di Bologna durante una gita scolastica, le scarpe di quando giocava a Basket, la maglietta mitica con la scritta della squadra.

Era sceso dal suo Dyane con una canna da pesca che da anni non tirava fuori dal ripostiglio ed era salito in barca.

“Salve. Ci sono riuscito, sono qui, sono le otto e per me è come se fosse l’alba. Ha portato tutto, sono pronto per la grande pesca”.

Scoppiamo a ridere: la canna, era proprio una canna e basta. Non c’era filo, amo, non c’era niente.

Era bello vederlo ridere, vestito da giocatore di Basket con una canna da pesca senza filo, ma che lo legava al mare, al sole, alla vita. Quel giorno là, in mezzo al mare, la terra era così lontana, e così distanti le sue complicazioni. Me lo hai ripetuto tante volte, quel giorno riusciti persino ad essere sereno.

“Non credevo di stare così bene, voglio dire, non c’è niente di falso, di già detto, è tutto così spontaneo. Non ho paura del vostro giudizio, non mi chiedete niente, non volete sapere se ho il virus, se rubo, se vendo, se mi vendo”.

Parlavi Marco, di te, di noi, i tuoi amici di scuola, delle nostre scelte così diverse dalla tua.

“Meglio bruciarsi in un attimo che spegnersi poco a poco. Non condivido la vostra scelta di accettare il sistema, le regole di questa società di raccomandazioni e corruzione, io non ci riesco”.

Parlavi, ma sapevo che nel profondo ci stimavi: il nostro essere fuori dai meccanismi che fanno impazzire gli altri, eppure in lotta per migliorarci e raggiungere qualcosa di nostro, nel lavoro, nella vita.

Una terrazza sul mare da cui guardare la sera: un salottino di midollino e la notte da mangiare di parole, di musica, d’amore. Il sole stava per tramontare, ma una luce intensa continuava ad illuminare la valle. Non so ma il caffé, bevuto in barca nelle tazzone che la mia amica Dani aveva portato dall’America e in quell’ora particolare che i gabbiani si lavano le ali, aveva un sapore diverso, unico, che ancora adesso ricordo.

La vita è fatta di sensazioni, profumi, colori, suoni. La scenografia, l’atmosfera, gli accorgimenti che i registi usano per i film, sostengono anche le nostre esistenze, le nostre emozioni, aumentandone intensità: a noi che piaceva vivere come in un film.

* * *

Quante volte ti ho chiesto di raccontarmi la tua storia. Mi sembrava una storia emblematica. Un occhio puntato su di un problema attuale, lo spaccato esistenziale di tanti giovani che ogni giorno muoiono con le braccia bucate. Tu non hai mai voluto. Ci scherzavi, mi dicevi: “se ti raccontassi i miei ventisei anni non basterebbe un libro. Non hai idea di cosa siano stati. Tu e la tua vita tranquilla non lo potete certo immaginare!”.

E ridevi. Ti ricordo così: la tua risata triste, il tuo sguardo buono e solo come quello dei cani randagi, intelligenti, più intelligenti; teneri, più teneri; pronti a scodinzolare al primo sconosciuto; affettuosi, più affettuosi.

La tua storia non la conosco tutta, ma ne so l’inizio e la fine, forse può bastare, cercando di riempire gli spazi bianchi con quello che mi hai detto, che ho intuito, che posso o mi piace immaginare.

Non volevi incontrarti, non volevi riprendere il filo nelle tue mani. C’erano sere in cui desideravi, dicevi: “ci riuscirò”. Ma la mattina era di nuovo la stessa vita, quella di ieri, quella di troppo tempo ormai.

Forse tu l’hai tagliato quel filo, come in quel film che ti piaceva tanto, come in quel film che spesso ci raccontavamo: a noi che piaceva vivere come in un film.

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Come citare questo articolo

Patrizia Ghio. “Su due rive diverse”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/su-due-rive-diverse/

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