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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

L’Abbazia recuperata

Dopo il restauro del campanile, proseguono spediti i lavori di ripristino degli affreschi di Filippo Zaniberti

di Grazia Giordani

Ventaglio Novanta n. 8 1994 pp. 48–51

I polesani innamorati del patrimonio monumentale della propria terra si augurano che l’avvenuto restauro del campanile e quello in corso della cappella della Beata Vergine, segnino l’inizio del recupero della Vangadizza che in molte parti, purtroppo, può dirsi ormai fatiscente e gravemente vulnerata dalle ferite del tempo.

Il piacere che si prova nel visitare la cappella in fase di recupero, prima ancora che sia aperta agli occhi del pubblico, ha il sapore di una stuzzicante primizia. Sembra un privilegio quello di poter guardare i “Miracoli della Vergine” di Filippo Zaniberti (1585-1638), prodigiosamente recuperati dalla Soprintendenza veronese ai Beni Artistici, rappresentata da Donata Samadelli. È il caso di dire che attorno alla cappella ha operato una vera sinergia di Soprintendenze, visto che della parte architettonica si è curato Ugo Soragni, con i suoi validi collaboratori.

Si può raggiungere la cappella dal chiostro del XIII secolo, denso di magica suggestione, che si snoda su una pianta trapezoidale, dove il cotto dei pilastri, delle pareti e delle volte, forma un insieme di gustosa armonia. Ci si inoltra nella vasta zona perimetrale della chiesa ormai distrutta dal tempo, invasa da piante selvatiche e si raggiunge quindi l’elegante cappella. Fin dal primo impatto visivo si ha la sensazione che le tempere nell’abside parlino il magico linguaggio del colore ritrovato.

Il ciclo di pitture murali sul tema dei “Miracoli della Vergine” aveva subìto – nel corso dei secoli – grandi danni, ora felicemente risolti. La cappella risulta recuperata non solo nella parte ornamentale, ma anche in quella architettonica; riavrà presto anche il pavimento in cotto, degno del suo passato.

Il nascere e il divenire delle tempere murali è stato frequente oggetto di ricerche da parte di studiosi. Salvatori e Vallarini, in un documentato saggio, hanno collocato la data di nascita dei “Miracoli” tra il 1615 e il 1636, definendoli “tipici della tradizione popolare, più vicini agli ex voto, come per esempio: “il ragazzo salvato dalla malattia” o il “salvifico intervento della Vergine verso il fedele travolto dai cavalli” oppure “il viandante sopraffatto dai briganti”. Sono stati realizzati in epoca controriformistica e testimoniano la tipica figurazione antica e popolare del momento barocco provinciale”.

Già negli anni Sessanta lo studioso Ivan Tardivello si era occupato della cappella della Beata Vergine, scrivendo, fra l’altro, che “particolare attenzione meritano gli stucchi e i dipinti a fresco dei pennacchi della cupola e del catino, gli unici rimasti, ma sufficienti a rendere l’idea della ricchezza e maestosità della cappella al tempo del suo massimo splendore”.

E allora Tardivello descrive l’opera sottolineando un “refrain” ripetitivo, un motivo conduttore di presenza della Vergine in tutti gli scomparti, con il Bambino in grembo, in uno schema triangolare. “Una parte dei dipinti è monocroma – prosegue il critico – tra questi un medaglione in giallo raffigurante un miracolo avvenuto in mare. Lo stile del pittore riguarda quello dei grandi veneti del suo tempo, e in special modo, del Veronese”.

L’effetto ottico è festoso, parla di miracoli descritti a forti tinte, sottolineati da stucchi di fine fattura: è un barocco piacevole che non indulge a note leziose e ci regala un nostalgico spicchio di passato.

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Come citare questo articolo

Grazia Giordani. “L’Abbazia recuperata”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/labbazia-recuperata/

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