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STORIA - TRADIZIONI

Il Tesoro di Ariano

Nel fondo denominato Co di Mare, il 26 marzo 1908 vennero alla luce centinaia di monete d’oro del XV sec.

di Aldo Tumiatti

Ventaglio Novanta n. 8 1994 pp. 58–61

Marzo 1908. La bonifica, tenacemente perseguita dai proprietari terrieri dell’isola di Ariano, cominciava a dare i frutti sperati.

Il paesaggio, prima caratterizzato da ampi specchi d’acqua e da paludi, appariva una regolare distesa di terreni coltivati. Là, dove s’annidava la vipera, “si va col bue lento innanzi al campo, apportatore di messi abbondanti” scrisse l’ingegnere Antonio Zecchettin, con l’orgoglio di chi aveva profuso intelligenza ed energie per la perfetta riuscita dell’opera.

Le conseguenze socio economiche della bonifica meritano un’attenta considerazione. Ma per questo tipo di conoscenza rinvio alla lettura del saggio storico pubblicato dalla Minelliana nel 1984 “Lotte contadine nell’isola di Ariano”.

Il tema che interessa ora è un altro: si colloca nella sfera della realtà e del sogno, della concretezza e dell’immaginario. Un pezzo di terra redento dalle acque assunse improvvisamente gli straordinari connotati di una terra promessa: sotto le zolle di celeva un vero e proprio tesoro di monete d’oro.

La straordinaria scoperta avvenne nel Fondo dei Fratelli Edoardo, Salvatore e Nazzareno Pozzati, detti Moscardin. Si trattava di un terreno molle e verde, intersecato da canali e da fossi, dove il grano e le barbabietole crescevano abbondantemente, mentre le tartarughe attraversavano traballanti i sentieri e l’aria risuonava di cinguettii e di gracidii. La situazione non richiamava dunque nemmeno lontanamente la mitica terra rocciosa, scavata da torrenti, dove potessero aggirarsi cercatori d’oro attratti dal miraggio della ricchezza. Ma, incredibilmente, apparve il prezioso metallo.

Il fondo dove il balenio improvviso dell’oro provocò brividi antichi si chiamava Co di Mare, frazione di Rivà, a circa 4 chilometri dal corso del Po di Goro, in prossimità della via Romea. Era la mattina del 26 marzo 1908.

Edoardo Pozzati stava arando il terreno per le barbabietole. Il vomere rimuoveva la terra alla profondità di 30-40 centimetri. Notò un insolito luccichio in un pezzo di terra rimosso. Constatò che si trattava di una moneta: una moneta d’oro. Chiamò i fratelli. Insieme si misero a scavare, a sollevare le zolle, a sgranarle con le dita.

Dai campi vicini qualcuno notò che essi parlottavano, si scambiavano cenni d’intesa, raccoglievano qualcosa di minuscolo che rapidamente intascavano. Una sbirciata più attenta. Una conferma. E la notizia si sparse come un baleno.

Dopo la pausa del pranzo i fratelli ripresero il lavoro. La ricerca proseguiva metodica e pacata. Qualche curioso osservava di lontano, senza dir nulla. Calò finalmente la sera. Nei casolari si accesero i lumi. Ombre furtive sfilarono caute lungo gli alberi, si avvicinarono al luogo desiderato e riempirono sacchi di terra.

All’imbrunire del giorno seguente i Pozzati, dopo aver scavato con discreto profitto, si accovacciarono su quella terra, candele accese e un fiasco di vino, per fare la guardia. Durante la notte sventarono un tentativo di furto ad opera di ignoti, con scambio di fucilate.

La mattina del sabato i fratelli Pozzati si recarono alla stazione dei Regi Carabinieri di Ariano, per informarli del fatto e chiedere protezione. Nel frattempo stipendiarono tre guardiani per la vigilanza. Ma la domenica, verso le tredici, un numeroso stuolo di gente, in buona parte proveniente da Taglio di Po e dal basso Ferrarese, imponendosi con la minaccia di forche, bastoni e fucili, costrinse i guardiani a ritirarsi e si diede all’affannosa ricerca delle monete. Gli invasori, setacciato il terriccio, rintracciarono almeno un centinaio di monete d’oro. Questa situazione durò fino alle 17, allorché giunse sul posto il brigadiere dei Carabinieri che persuase gli estranei ad allontanarsi. Quindi, entrato nella casa dei Pozzati, sequestrò trecento monete.

La Prefettura di Rovigo informò della scoperta il prof. Pellegrini dell’Università di Padova, che, in veste di ispettore agli scavi, si recò sul posto. Egli confermò che si trattava di scudi d’oro con l’effige di Giovanna la Pazza e Carlo di Napoli, scudi di Modena coniati da Ercole II, duca di Ferrara, scudi di Sole di Francia e di Spagna, ducati di Genova: in tutto 320 pezzi (ma si parlò di almeno mille monete rintracciate ed occultate).

Lo studioso ipotizzò che le monete, giacenti alla profondità di circa 30 centimetri a fiore dello strato marino costituito da sabbia e conchiglie, fossero state là trasportate per effetto di qualche inondazione, o di qualche altro cataclisma che nel 1600 aveva investito la regione. Il fondo sorgeva, anticamente, molto vicino al mare (nel XIII secolo la via Romea costeggiava la spiaggia). Le monete, chiuse in un involucro, trascinate da un corso d’acqua, si dispersero.

Confortò questa ipotesi la consultazione di una vecchia pianta dell’isola di Ariano, dalla quale risultava che il Po di Goro nel secolo XV, epoca della coniazione delle monete, aveva abbandonato l’alveo del ramo dell’Abbate e, deviando con una curva il suo corso verso sinistra, aveva iniziato a scorrere pressoché nella località del fondo Pozzati.

Renato Simoni (1875-1952), autore e critico teatrale di grande talento, riportò sul Corriere della Sera acute considerazioni sugli aspetti psicologici e sulle emozioni dei protagonisti della straordinaria vicenda. Egli intervistò Nazzareno Pozzati, riportandone il seguente resoconto:

“Mi è venuto incontro con un sorriso atono. Mi ha parlato stanco, quasi desolato, come schiacciato dal fato.

– In che modo avete trovato?

– Ma, non saprei, per caso.

– Vi ha fatto piacere?

– Eh, già!

– Vi dispiace che vi abbiano derubato?

– Eh, sicuro.

– Non avete fatto niente per recuperare la roba vostra?

– No.

– Perché?

– Così.

“Così vuol dire che si va alla deriva; e andando alla deriva, secondo il flutto della vita, oggi è oro, domani sono fucilate, oggi è la fortuna, domani la sventura. Pazienza per il bene e per il male. Nessuna febbre. Forse perché la febbre più intensa la accende il desiderio del possesso, non il possesso”.

E concluse:

“Una cosa è certa adesso: che se qualcuno volesse andare a comprare terreno lungo il Canalbianco e il Po di Goro non troverebbe accoglienze cordiali. Il momento non è buono. Ogni possidente accarezza la fede segreta di avere oro a mucchi sotto la crosta verzicante dei campi. E questi campi hanno ora, oltre al loro prezzo, il valore inestimabile dell’illusione. Ora la illusione non si compra e soprattutto non si vende”.

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Come citare questo articolo

Aldo Tumiatti. “Il Tesoro di Ariano”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-tesoro-di-ariano/

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