Già gli alberi si erano adornati del loro vestito nuovo e ogni coppia di uccelli e animali selvatici lavorava alacremente alla costruzione di nidi e nuove tane, onde accogliere i piccoli che stavano per nascere. Per loro nulla era più cambiato dalla creazione del mondo, salutavano con straordinaria gioiosità l’arrivo della Primavera, recitando la parte loro assegnata da Madre Natura.
Ma per gli uomini, per i nostri padri e nonni, quello era uno dei momenti più terribili della loro storia: era la fine d’aprile del 1945, un’immane tragedia volgeva all’epilogo consumando, nei bagliori foschi della morte, le sue ultime sinistre lingue di fuoco.
Dopo cinque anni di logorante guerra su tutti i teatri del globo, la potenza germanica era entrata in agonia; i suoi eserciti in rotta risalivano la penisola italiana lasciando dietro di sé una scia orribile di sangue e di lutti. Gli alleati li incalzavano d’appresso costringendoli ad abbandonare, nella fuga disordinata, gli orrendi strumenti di morte coi quali avevano baldanzosamente e spietatamente soggiogato popoli e nazioni.
La notte del 24 aprile nessuno dormì nel proprio letto; nella zona che va da Rovigo a Legnago, tutti si erano precipitati nei rifugi costruiti alla bell’e meglio aspettando, rannicchiati, che la furia degli uomini servi del Moloch della guerra si acquetasse, pregando che quella fosse l’ultima notte di terrore.
Forzato il Po in più punti con i mezzi anfibi e i ponti di barche, gli alleati della 2ª Div. neozelandese, dell’8ª indiana, della Div. 88ª e 91ª americane, avanzarono nella piatta pianura fino al Canal Bianco e oltre, mentre dal cielo l’aviazione martellava le colonne in fuga della Wehrmacht, facendo altresì saltare tutti i ponti sull’Adige onde bloccarne la ritirata. Facendo inevitabili vittime ignare, crollarono i ponti di Legnago, Badia, Ca’ Morosini e Rovigo. I tedeschi, vistisi in trappola, usarono ogni mezzo per attraversare il grande Adige gonfio per la piena primaverile.
Essendo l’esercito tedesco una forza guerriera con radicata mentalità di terra, era fatale che i suoi uomini perdessero la bussola di fronte all’acqua; in più erano ossessionati dalla paura di cadere prigionieri, fatto di per se stesso vergognoso, e temevano di essere consegnati ai Russi per divenire vittime del gelo siberiano.
Razziate le poche barche disponibili, i più fortunati superarono le acque, gli altri cercarono di traghettare con botti vuote fatte rotolar fuori dalle cantine, con assi di legno, con la “mesa” (madia per il pane), perfino con i “corghi” (cesto rotondo di vimini per pulcini). Pochi riuscirono nell’impari impresa, e il grande Adige trascinò miseramente nei suoi gorghi la migliore gioventù teutonica, schiava di un uomo e della sua diabolica volontà sterminatrice.
Nonno Domenico camminava nervosamente su e giù quella notte sugli argini dell’Adigetto; aveva rifiutato di scendere nel rifugio opponendo le sue filosofiche ragioni: “Bravi… fela pura voaltri la fine del sorze!”, ed in compagnia di altri anziani osservava i bagliori nel cielo di quella notte da tragenda.
Non riusciva a capacitarsi di come facessero quei proiettili micidiali, sparati dall’artiglieria americana appostata da Paolino di Pincara, a volare sibilando sopra le cime degli alberi, per andare a schiantarsi sulla linea dell’Adige: “Senti senti – andava dicendo agli altri – i va a cento” (vanno velocissimi).
Quelle bombe volanti mugghiando portavano la morte; ma lui, figlio di un’altra epoca in cui il nemico prima di sgozzarlo lo si guardava fisso negli occhi, lo trovava poco cavalleresco, troppo disumano.
Come giunse il mattino del 25 Aprile, le pance dei carri armati alleati spuntarono in tutta la loro possanza scavalcando la linea ferroviaria Legnago-Rovigo; poi, saliti sugli argini dell’Adigetto, si portarono a Badia dove sarebbe stato gettato un ponte di barche, necessario al prosieguo dell’offensiva.
All’arrivo delle truppe americane e neozelandesi, le donne, in preda ad un moto irrefrenabile e convulso, strapparono letteralmente le lenzuola bianche dai letti, per andarle a sventolare in segno di giubilo al passaggio dell’esercito vincitore, mentre i ragazzi riempirono le strade correndo appresso ai carri armati, prendendo al volo tavolette di cioccolata (e chi l’aveva mai vista?) loro lanciate dai carristi.
In quella notte tremenda, sulla strada che collega Ramodipalo con Canda, gli artificieri tedeschi fecero brillare tutti gli enormi depositi di munizioni che giacevano ai lati della via. Non vi fu alcuna vittima, e le genti attribuirono il prodigio all’intervento miracoloso della Vergine venerata nell’oratorio dei Cuori dato che tale edificio religioso resistette indenne alle potenti deflagrazioni.
A ricordo di quei fatti, ogni anno il 25 Aprile le popolazioni delle parrocchie limitrofe si ritrovano all’Oratorio dei Cuori per assistere a celebrazioni religiose in suffragio dei defunti della guerra ed in ringraziamento dello scampato pericolo; una manifestazione che si ripete anche oggi che la chiesetta dei Cuori rimane quasi soffocata dalla costruzione della superstrada per Verona.
Nella nostra provincia, assieme ai fatti luttuosi, tipo il bombardamento di Lusia o i martiri di Villamarzana, trovarono spazio anche fatti minori di tutt’altra natura.
Va detto ad esempio che, nove mesi dopo il passaggio degli alleati, vennero alla luce qua e là alcuni vispetti neonati con i capelli di un biondo paglia sospetto, che fecero rizzare le orecchie sotto il cappello a più d’uno. Fu facile tacitare ogni voce maligna, riesumando il tale antenato biondo come l’oro, ma non fu possibile equivocare laddove vennero al mondo piccoli di color caffélatte coi capelli ricci e neri, frutto di brevi ed intense storie con soldati di colore.
E nonno Domenico, navigato e saggio, andava quietando gli scandalizzati che riportavano quelle novità: “Quando ca passa on sciapo de storli (stormo di storni) xe za na grazia granda che no i se buta sulla ua (uva), parché i la magnaria tuta… Qualche spavaldo fora dal sciapo ghe xe sempre, pasienza; anca se i zimi (grappoli) sbecotà i pare strani, i xe boni anca lori par fare el vin”.
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “Nessuno dormì quella notte”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/nessuno-dormi-quella-notte/