Nel 1939 si stampava il volume Il Polesine ne l’antico impero, in cui l’autore, Alessio De Bon, presentava in una nuova e più verosimile visione il territorio nell’antichità, rispetto a quanto veniva delineato dall’opinione comune, portata a ritenerlo governato da estesi acquitrini.
Già nella parte introduttiva dell’opera, De Bon delineava i contorni di “…una pianura, di formazione relativamente recente, ricca d’acqua corrente, non d’aspetto paludoso come fu creduto…” anticipando le particolari realtà archeologiche, i marcati riscontri paleoambientali, le interessanti ricostruzioni topografiche trattate nelle descrizioni successive. Temi ed aspetti, questi, che venivano supportati da una serie di elaborazioni ed evidenze grafiche su carte topografiche, frutto delle sue attente ricognizioni di superficie, tali da costruire il primo significativo esempio di carte archeologiche territoriali.
Nel dicembre 1989, a cinquant’anni dalla pubblicazione del volume, il Comune di Rovigo, tramite il Museo Civico, organizzò il convegno di studi Il contributo di Alessio De Bon alla conoscenza del Veneto antico, durante il quale si alternarono qualificati studiosi delle aree veneta, lombarda, emiliana. L’incontro culturale consentì di riesaminare e nello stesso tempo di valutare in una visione più ampia ed approfondita i meriti di questo singolare studioso che spinto da un’innata passione per l’archeologia, riuscì a lasciare una marcata impronta nel campo delle ricerche archeologiche relative alla X Regio, la Venetia et Histria dei Romani.
De Bon nacque a Rizzios di Calalzo di Cadore nel 1898. In giovane età si portò con il padre a Legnago per esercitare con lui il mestiere dell’arrotino. L’indispensabile aiuto nella bottega del padre non gli consentì di proseguire gli studi oltre la VI classe. Dopo la I guerra mondiale, per la scoperta nei pressi di Torretta di Legnago di reperti romani, De Bon lasciò decisamente la sua attività di arrotino per iniziare quella nuova di ricercatore, anche se in gravi difficoltà finanziarie.
La fortuna e le circostanze furono però ben presto dalla sua parte con l’affidamento dell’incarico di ispettore per l’agricoltura. Ciò gli permise di far fronte alle necessità familiari, ma soprattutto di autofinanziare il suo interesse principale: l’archeologia.
Nel recensire uno dei suoi lavori, così disse di lui Plinio Fraccaro, insigne studioso di storia antica, rettore dell’Università di Pavia: «Ha una passione ardente per le ricerche archeologiche e di topografia antica ed ogni vestigia della civiltà romana lo esalta. E con la passione e l’entusiasmo si riesce sempre a qualche cosa di buono e di utile anche se non si hanno a disposizione tutti e perfetti gli strumenti del mestiere. Le mansioni del suo ufficio lo pongono poi a contatto con i contadini, dei quali conosce a fondo la particolare psicologia; e ai contadini tocca di fare, magari senza accorgersene, il novanta per cento delle scoperte archeologiche fortuite. E al De Bon, poiché gli vogliono bene, non le nascondono; anzi gli è riuscito a persuaderli a tenerne conto e a dargliene notizia…. Ho percorso con lui la campagna e l’ho visto all’opera. Ha un fiuto non comune. Una pietra antica murata nella base di un campanile o di una vecchia casa, un mattone romano rimesso in opera non sfugge al suo occhio esercitato; se attraversa un campo arato, nota immediatamente il colore della terra di maceria, che può contenere avanzi antichi, e conferma subito la sua intuizione riconoscendo cocci ed embrici romani».
Spinto da sempre più vivi interessi (agevolato in questo dai trasferimenti imposti dalla sua professione), De Bon allargò il campo delle ricerche per tutta l’area veneta, diventando amico oltre che di Fraccaro, anche di altri noti studiosi, quali Carlo Anti e Ettore Ghislanzoni.
Pubblicò su riviste e giornali i risultati delle sue attive e fruttuose ricognizioni di campagna, senza trascurare di affrontare studi dettagliati sulla topografia romana di vaste aree venete, meritandosi l’appellativo di rabdomante delle strade.
La sua costante e proficua attività di ricercatore gli consentì anche di avere ruoli di particolare importanza. Nel 1934 De Bon venne incaricato dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti a compiere rilievi sulla via Claudia Augusta Altinate, nel tratto da Feltre a Borgo Valsugana. Lo stesso Ghislanzoni così lo raccomandò al segretario del Direttorio del Comitato Nazionale delle Ricerche: «De Bon ha una preparazione sufficiente per esplorare il terreno. È giovane (36 anni) vigoroso e ottimo camminatore».
Oltre al citato lavoro sul Polesine fra gli studi di De Bon ricordiamo La colonizzazione romana dal Brenta al Piave (1933); Romanità nel territorio padovano in collaborazione con Ghislanzoni (1937); Romanità nel territorio Vicentino (1938).
Altra sua pubblicazione è il citatissimo volume Storia e leggenda della terra veneta. Le strade del diavolo, edito nel 1942. Si tratta di una raccolta di articoli pubblicati sui giornali e periodici del Veneto, che si leggono agevolmente e che hanno attirato l’interesse degli studiosi per le numerose notizie di carattere archeologico sparse fra le righe. Così lo stesso De Bon scrive nella presentazione del volume: «Sono scritti senza pretese, né di carattere scientifico, né di carattere letterario; rispecchiano le impressioni immediate provate percorrendo le vecchie strade imperiali, in grande parte scomparse sotto la pesante coltre dei secoli. Sul loro ciglio sfatto, mi hanno parlato con la voce del tempo le città morte, le torri dirute vigilanti sui cocuzzoli, e soffuse di soave poesia, le chiesine nascoste nel folto verde. Ogni tanto esce dal chiuso degli archivi qualche grave personaggio a parlare della storia della sua terra, storia minore, ma non per questo meno cara ed interessante».
Le qualità e i contributi di De Bon sono ancor oggi confermati da studiosi nel campo della topografia antica, che hanno riesaminato, alla luce di nuove conoscenze, aree e realtà territoriali esplorate dal nostro rabdomante oltre 50 anni orsono.
Le ricerche attuali provano, infatti, le intuizioni di questo cadorino che, nei tempi in cui l’interesse archeologico era prevalentemente rivolto all’esaltazione di Roma imperiale, dimostrò una sensibilità moderna per la storia, vista nella sua globalità, anche tramite l’analisi della cultura materiale, con i fattori minori e quotidiani, riconducibili attraverso l’archeologia rurale e di superficie. E in questo ha dato, per primo, soluzioni tipiche di archeologia sperimentale, basata su essenziali indagini paleoambientali.
Alessio De Bon morì a Feltre nel 1957. Nell’agosto scorso, durante una toccante cerimonia, la moglie Alda, con vicini i figli Mirella, Sergio, Gian Maria, scopriva l’insegna di una via di Rizzios dedicata al suo caro Alessio.
Al convegno di studi di Rovigo, i cui atti sono stati pubblicati nella rivista del Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici PADUSA (Anno XXVIXXVII, 1990-91), hanno fatto seguito la raccolta sistematica e l’analisi critica di articoli di De Bon, su iniziativa dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Padova, a cura di Alessandra Menegazzi, lavoro questo di prossima stampa.
Resta, comunque ancora inedito lo studio più completo di De Bon, quello relativo alle strade romane delle Venezie, il cui manoscritto è custodito, assieme a dettagliate ricostruzioni paleotopografiche, al Museo Fioroni di Legnago.
Recentemente sono stati espressi il desiderio e l’opportunità di avviare, assieme ad alcuni specialisti, la revisione di questo interessante materiale, con l’obiettvo di giungere ad una articolata pubblicazione dell’ultimo lavoro di De Bon, integrato dall’atlante di suoi rilievi cartografici e da specifici contributi, frutto delle più recenti conoscenze nei settori dell’archeologia e della topografia antica.
Sulla scia degli studi di De Bon questo impegno rappresenterebbe certo un ulteriore approfondimento della storia della X Regio.
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Raffaele Peretto. “Alessio De Bon”. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/alessio-de-bon/