Quando ero piccino, ma proprio piccino, venivo intimorito dagli anziani che mi riprendevano con nebulose minacce: "Sa no te stè bon, sa te fe i malfati te portemo in Val Burana". Bastava quel nome oscuro per rievocare paurosi racconti di orchi e streghe sentiti più volte snocciolare attorno al fuoco del camino nelle buie sere d'inverno. Ma un giorno mi feci coraggio chiedendo dove fosse e cosa celasse la Val Burana.
Mio nonno buontempone, accortosi che la curiosità superava in me la fifa, andava raccontando che la Val Burana si trovava di là delle acque, tutta valli selvagge, un luogo inospitale dove regnavano canna palustre, giunchi e "careto" (carice); dove le rane erano più numerose delle stelle, ma dove pure strisciavano biscie lunghe lunghe e rospi orribili, grossi come maiali, che avrebbero ingoiato in un sol boccone i discoli disubbidienti.
Era ed è la Val Burana una vasta plaga, un tempo acquitrinosa e malsana, a ridosso del Po in territorio emiliano oltre Ficarolo, tra le province di Ferrara, Mantova e Modena; una sacca di basse terre, bonificate nel secolo scorso scavando profondi canali di scolo e costruendo poderose idrovore tuttora efficienti per il drenaggio dell'acqua, per ottenere il quale oggi è cambiato soltanto il sistema: le caldaie a vapore sono state spente per sempre, al loro posto sono stati istallati moderni gruppi di elettropompe.
Costò grande fatica l'escavazione di tutti quei canali, opere interamente eseguite a mano da file di scarriolanti.
Molta gente dell'alto Polesine contribuì con le proprie braccia a quella ciclopica impresa, ed il ricordo ormai perduto, rimase vivo nella memoria dei vecchi fino agli anni dell'alluvione.
Il lunedì mattino in bicicletta una lunga fila di "Sabionanti" (abitanti della località Sabbioni di Lendinara) partiva con destinazione la Val Burana, da dove tornavano a fine settimana. Passavano le notti dormendo nei fienili o nei pagliai di qualche fattoria, catturando le rane che poi rivendevano, tagliando "el careto" (carice palustre) il quale una volta essiccato serviva per impagliare sedie, fiaschi, per fabbricare legacci, piccole stuoie e per mille altri usi domestici.
Mi nascondevo dietro la siepe quando vedevo passare quei lavoratori leggeri e lesti nel viaggio di andata: serpeggiava il timore di essere ghermito e trasportato in quel luogo tremento. Viceversa saltellavo sollevato con altri fanciulli quando gli stessi uomini tornavano carichi come muli di fasci di "careto" con "el borcio" (cesta di vimini) ricolmo di rane gracidanti. Barcollavano lungo la strada ghiaiata, lo sforzo era notevole, qualche "ombra" di vino nero contribuiva a mettere a repentaglio l'equilibrio … Erano uomini scuri, cotti dal sole, le barbe ispide incolte, un cappellaccio nero di traverso, … figure indimenticabili, monumenti alla fatica e all'ardimento.
"Eco i sabionanti che i torna indrio da la Val Burana" commentava nonno Domenico, "Varda quanto careto, … senti le rane intrapolà come che le ziga … Pori can, … i se la guadagna la giornata … ".
* * *
È proprio in Val Burana è ambientata la storia che ebbe come protagonista il Duca di Mirandola.
Fu un fatto realmente accaduto nelle campagne di Mirandola ai primi del '700, trasmesso oralmente da una generazione all'altra e raccolto dai nostri scarriolanti durante il lungo periodo trascorso alle bonifiche della valle, dove confluivano anche le acque del Mirandolese per poi essere scaricate dalle idrovore nel Po.
Signoreggiava da secoli a Mirandola la famiglia ducale dei Pico, il cui più famoso esponente fu quel tal Giovanni Pico della Mirandola, filosofo coltissimo dalla memoria prodigiosa vissuto a Firenze alla corte di Lorenzo il Magnifico, dando il suo contributo a quella straordinaria ed irripetibile stagione culturale ed artistica che fu il Rinascimento Italiano.
Forse non così colto, ma certamente non meno astuto fu il duca della nostra storia, che aveva il vezzo dei travestimenti dei quali si serviva per celarsi tra la gente comune, sentire i loro discorsi, prevenire malcontenti e sedare eventuali rivolte.
Da tempo ai confini del suo dominio, là dove i campi coltivati cedevano il passo alle acque stagnanti della Val Burana, trovava sicuro rifugio una banda di briganti che da lì partivano per riempire le loro notti scellerate con saccheggi, ruberie ed incendi ai ricchi poderi, nonché violenze e crudeltà ai danni dei meno fortunati che nulla possedevano.
Il terrore correva tra gli abitanti delle case coloniche; a nulla era valso l'intervento delle truppe armate spedite a più riprese dal duca per debellare quel flagello. I briganti, compiuta la razzia, sparivano come inghiottiti dalla terra; andavano nel fitto delle valli protetti da una cerchia di spie e bracconieri di professione.
Il duca, maestro di travestimenti, decise di cambiare tattica. Dopo aver consegnato in caserma le proprie milizie, indossò i panni di un vecchio valligiano, recitò a perfezione la parte di uno smemorato, lacero e stracciato e si mise in cammino fra quegli acquitrini per agganciare i briganti.
Riuscì a scovarli infatti in mezzo alle valli: avevano trovato rifugio in un ampio casone perfettamente mimetizzato tra le canne, da cui partivano per le loro imprese. I briganti non ebbero alcun sospetto del vecchio che chiese un boccone per sfamarsi, e quelli gli tirarono un osso per terra come si fa per i cani. Lo presero a sbeffeggiare, mollandogli alcune pedate nel sedere; infine, stanchi, lo obbligarono a girare lo spiedo, ove infilato si stava arrostendo un vitello frutto delle loro razzie. Il duca travestivo girava l'arrosto fingendosi un po' tonto (e forse per questo per definire una persona sciocca e tonta si dice: "El xe on menarosto"). Poi sospirava dicendo: "Sempre cussì no la andarà".
"Se vuoi che cambi, gira dall'altra parte lo spiedo" sghignazzavano i briganti mentre, urlando, bevendo e facendo sconci gesti ad ogni boccone, finivano col recitare: "Alla barba del Duca de Mirandola".
Usciti che furono per compiere delittuose rapine, il duca lasciato a custodire il fuoco ebbe intanto il modo di avvisare i suoi soldati e istruirli. Avvenne allora che, mentre tutta la banda era raccolta nel casone, sazia di bottino, le pance piene dell'arrosto preparato con dovizia dal Duca, la mente intorpidita dal vino, si sentisse da fuori un secco comando: "Alto là; tutti fuori, siete circondati". Dopo un attimo di stupore quei demoni imbracciarono fucili e tromboni per rispondere al fuoco, ma le loro armi fecero tutte cilecca, perché nel frattempo il duca aveva provveduto a togliere gli acciarini.
Così finirono come polli in gabbia, mentre il duca di Mirandola, tintinnando con la mano il mazzo di acciarini, andava loro promettendo: "Sentiré adesso, che gusto ca gavarà el rosto ca gò in mente de prepararve in preson!".
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “In Val Burana con gli scarriolanti”. Ventaglio Novanta, n. 12, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/in-val-burana-con-gli-scarriolanti/