Credo sarebbe un lavoro interessante e curioso dal punto di vista, storico, culturale e sociale, tentare di riscoprire più approfonditamente le origini del mitico e tradizionale personaggio della "Vecia" che ha coinvolto ed allietato generazioni e generazioni di bambini. La "Vecia", infatti, nella fantasia popolare, era quella vecchietta curva, vestita di nero e con un grosso sacco sulle spalle, che la notte dell'Epifania, passava nelle case di tutti i bambini per portare doni e regali e riempire le loro calzette di dolciumi, ciucci, caramelle e … qualche volta anche di "carbone" simbolo di castigo e di punizione per quelli che erano stati cattivi e disobbedienti (Anche, se per la verità, questo non si avverava quasi mai).
L'attesa della "Vecia" quindi era un avvenimento importante che coinvolgeva tutte le famiglie in veri e propri riti che lasciavano spazio alla più ricca creatività e fantasia: i bambini preparavano per tempo la calzetta di lana e i più vispi e furbetti volevano sempre quella più lunga e più larga. La sera c'era chi preparava un piatto sulla tavola con cibi e vivande per la "Vecia" che, stanca ed affamata, arrivava da molto lontano; c'era chi, invece, lasciava l'uscio aperto e la luce accesa prima di andare a letto; chi ancora preparava una sedia vicino alla stufa e "butàva su el soco più grosso" perché la "Vecia" infreddolita doveva scaldarsi.
Si veniva a creare quindi una atmosfera particolare, specialmente per i più "piccoli" che, costretti ad andare a letto presto perché doveva arrivare appunto la "Vecia", invasi da un sentimento misto di gioia e di timore, non riuscivano a prender sonno e tendevano l'orecchio per ascoltare nel buio della notte i rumori, i passi, i sospiri della "Vecia", immaginando, fantasticando e sognando la grande e bella sorpresa, a volte anche fino al mattino, quando quel sogno diventava finalmente realtà.
La "Vecia" era passata davvero! E il giorno seguente diventava per tutti i bambini occasione di gioia, di festa e di ritrovo per comunicare la propria avventura e per scambiare e confrontare il regalo ricevuto. Ma i ragazzi più grandicelli ed ormai smaliziati non sempre stavano al gioco, e spesso contribuivano ad infondere nei più piccoli il grande "dubbio" motivando volutamente la celebre filastrocca:
La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
col cappello a la romana
la Befana l'è to mama.
In ogni caso la "Vecia" era un personaggio che affascinava non solo il mondo dell'infanzia, ma anche mamme, papà, zii e zie, nonni e nonne i quali, prestandosi e contribuendo a creare quel clima da favola, ricordavano con un pizzico di nostalgia il tempo passato, quasi desiderassero, ancora per un po', ritornare bambini. Insomma, attorno al caratteristico e singolare personaggio della "Vecia", si andava creando una vera e propria cultura che favoriva l'aggregazione, la comunione, l'amicizia, il dialogo tra la gente in un atteggiamento di gioia, allegria e simpatia.
In tale contesto ed in epoche diverse, in molte zone e realtà del Polesine, si sono costituiti molti gruppi di persone che, nei giorni antecedenti la festa dell'Epifania, andavano di casa in casa annunciando e cantando la nenia della "Vecia che vien da Milano". Tale motivo, composto da parole in dialetto polesano e da una musica facile, ripetitiva, orecchiabile e corale, è nato quasi sicuramente dalla fantasia e dal folklore popolare e si è tramandato da padre in figlio conservando la sua originalità, fatta eccezione per qualche piccola e diversa sfumatura a seconda dei luoghi, delle zone e delle caratteristiche del variegato territorio polesano.
Anche nel territorio Adriese, in particolare in certe frazioni come Bellombra, Baricetta, Bottrighe, tanto per citarne alcune, si conserva con soddisfazione ed orgoglio la tradizione di andare a "cantar la Vecia".
A Bellombra, fino a pochi anni fa, subito dopo il primo dell'anno, erano numerosi i gruppi di ragazzi, di giovani e di adulti che si mobilitavano e si preparavano per andare a "cantar la vecia". Ognuno si dava da fare per ricercare i vestiti più vecchi, i cappelli più rotti e più "unti", le sottane più lunghe ed originali; chi riusciva ad avere uno scialle nero o un "tabàro" lasciato in eredità da nonni o bisnonni era il più fortunato.
Ogni gruppo, poi, aveva il proprio stile, la propria autonomia, il proprio fine sociale. C'era chi indossava le tipiche maschere per non farsi riconoscere e chi invece preferiva tingersi il viso di nero con carbone o legna bruciata e usava vecchi rossetti per truccarsi in maniera divertente ed esagerata. Ogni gruppo era caratterizzato dal "Veción" e dalla "Vecéta" che durante il canto improvvisavano tipici balli della tradizione e del folclore polesano, balli che venivano accompagnati e ritmati da strumenti musicali alquanto popolari: fisarmonica, chitarra, tamburelli e mitica "spinéta" (armonica a bocca) accessibile e alla portata anche dei ragazzi.
Il “Veción”, che generalmente era la persona più alta di statura, indossava spesso il “tabàro” e portava quasi sempre un grosso bastone al quale era attaccato un campanello che aveva lo scopo principale di annunciare alle famiglie che la “Vecia” stava arrivando. Il “Veción” era anche il personaggio che nell’ambito del gruppo rivestiva maggior autorevolezza e responsabilità in quanto era quello che aveva il compito di ritirare e conservare durante tutto il tragitto le offerte, o i beni in natura che le famiglie elargivano al gruppo stesso.
La “Vecéta” invece era generalmente impersonata da una donna bassa di statura, particolarmente invecchiata nel trucco, vestita di nero e con una finta “gobba” ed era quella che si rapportava maggiormente con i bambini donando loro la calzetta, il regalo, le caramelle e i ciucci a seconda delle abitudini e degli usi della squadra.
Mentre scrivo queste cose mi viene spontaneo ritornare alla mia infanzia, a quando, per la prima volta, sono stato abilitato ad entrare nel gruppo delle “case nove” per andare a “cantar la vecia”. Quel periodo dell’anno, infatti, per noi ragazzini era un periodo “buono e redditizio”.
Il primo di Gennaio si partiva molto presto per fare il giro di tutto il paese e andare di famiglia in famiglia ad augurare il buon anno, ripetendo la memorabile frase: “agùro el bon anno con tanta salute”… sperando anche in tanto guadagno. Si tornava a mezzogiorno inoltrato con le “scarséle piene de schei de monéda e con le man tutte nere a forsa de cuntàrli e ricuntàrli”. Il giorno dopo pieni di entusiasmo iniziavamo i preparativi per andare “a cantar la vecia”. Ci si ritrovava in Via Burchio a casa dei fratelli Giancarlo e Antonio Stoppa (Carlo e Toni Meneghin) e assieme a Fabiano Tabachin (Ciccio) e qualche altro, cominciava il grande “rito”. Si preparava il “carettin”, lo si ricopriva con tela cerata sostenuta da archi di “stroppàra” e, al suo interno, venivano poste due “fiàsche” (damigiane), una per il vino bianco ed una per quello rosso, due cassettine di legno, una per i “salami de carne" e una per i "salami de codéghe", la borsetta nera per i "schei", "el priòto par el vin, la torcia per far ciàro" e tutto quello che occorreva per la grande tournée. Si partiva di primo pomeriggio per fare il giro periferico del paese bussando di casa in casa e avendo particolare attenzione e favore per quelle famiglie rurali che poco prima avevano ucciso il maiale nella speranza, appunto, "de portare a casa un bon salàme".
Una maratona tutta a piedi, che durava quattro giorni e terminava nella serata di Sabato con il giro per il centro del paese, cercando di arrivare "in 'tle ostèrie" verso le 20.30 o 21.00 quando erano affollate e piene di gente. "A se cantava anca do o tre volte e alla fine a se fasèva el giro col capélo tirando sù quasi sempre 'na bona mancia".
Il giorno dopo, alle 8 del mattino, tutti al grande appuntamento per "spartìrse i schei e la roba". I soldi venivano divisi in parti uguali tra tutti i componenti del gruppo, mentre per i beni in natura faceva il suo gioco la fortuna. Alla fine eravamo comunque tutti contenti e tornavamo a casa con il nostro gruzzoletto, qualche salame, cinque o sei "buttigliun" di vino e ci sentivamo particolarmente orgogliosi perché con il nostro sacrificio ci eravamo resi un po' utili, contribuendo anche a portare qualcosa in famiglia.
La mia esperienza di andare "a cantar la vecia" continuerà ancora più avanti con il gruppo dei giovani formato da una ventina di ragazzi, il cui scopo era principalmente quello di stare in compagnia e di racimolare una sommetta da spendere poi alla Trattoria alla Rosa dei fratelli Rigoni "e fare insieme 'na bona magnà". Se i soldi raccolti non erano sufficienti si andava a casa di qualcuno e questo qualcuno era sempre Napoleone Sartori che aveva una casa particolarmente ampia e spaziosa. Ricordo che quel periodo fu caratterizzato dalla ricerca della novità che ci spinse anche, per la prima volta, ad andare "a cantar la vecia in bicicletta". L'anno successivo, invece, preparammo un grande carro coperto, trainato dalla "cavàla di Gigi Frazzon", la quale per l'enorme sforzo, il freddo e l'umidità si prese una grossa polmonite.
Inoltre, il nostro impeto giovanile ci indusse anche a sfatare la tradizionale canzone della "vecia che vien da Milano" sostituendo alcune parole ed adattando il tutto ad un vivo e simpatico ritmo "blues".
Attorno agli anni '70, a Bellombra, erano ancora parecchie le comitive che andavano a "cantar la vecia". Erano infatti numerosi i gruppi di bambini e ragazzi che si organizzavano per "ciapàrse la mancetta"; c'era anche qualche gruppo di adulti che andava solo in determinate e mirate famiglie per procurarse "vin e salàmi da magnàre e bèvre in compagnia". C'era, inoltre, il gruppo che faceva capo a Gianbattista Bellato e Paolo Rigoni, gruppo che passava di casa in casa a portare giochi e calzette ai bambini del paese e organizzava, il giorno della Epifania in Piazza San Giacomo, il tradizionale falò con il magico rito del "brusàre la vecia" sotto gli occhi increduli e sbigottiti dei numerosi bambini. Infine c'erano i giovani e le giovani del Gruppo Primavera che per parecchi anni andarono a "cantar la vecia" raccogliendo offerte da destinare alle Opere Parrocchiali e alle missioni.
Attualmente a Bellombra il gruppo della "Vecia" è uno solo, ed è formato da circa 25/30 persone di varie età comprensivo quindi bambini, ragazzi, giovani e adulti e qualche super appassionato e irriducibile di vecchia data.
Il gruppo, capitanato da Adriano Cappato, nei giorni antecedenti la festa dell'Epifania, passa di casa in casa a cantare la tradizionale nenia della "vecia che vien da Milano" e a portare le tanto attese calzette a tutti i bambini del Paese. La manifestazione si conclude nella giornata di domenica presso il teatro Parrocchiale, per un vivace, allegro e spensierato momento di festa e di gioia, durante il quale la "Vecia" consegna doni e regali ai bambini, mentre il gruppo coinvolge ed intona il tradizionale e folcloristico canto, accompagnato da un particolare saluto di arrivederci al prossimo anno.
L'auspicio, allora, è che questo gruppo continui a mantenere viva questa unica, bella e importante tradizione e che tutti, in particolare i genitori, si adoperino e si impegnino a trasmettere ai propri figli questa significativa e ricca esperienza, affinché i bambini continuino a sognare e ad aspettare, ancora per tanti e tanti anni, la "Vecia che vien da Milano".
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Come citare questo articolo
Claudio Zanforlin. “La Vecia che vien da Milano”. Ventaglio Novanta, n. 12, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-vecia-che-vien-da-milano/