Le prugne secche
Sono seduto sui gradini della porta di casa rosicchiando un pezzetto di pane nero, forse un po' troppo duro per i miei denti ancora di latte. L'aria è piacevole, appena riscaldata dal sole da poco levato e le rose profumano tutto intorno. Il cortile è un chioccìo di galline, faraone, tacchini, oche che starnazzano e corrono qua e là contrastandosi gli sventurati vermetti.
Osservo. Percepisco subito che un imponente gallo giallo e marrone impettito e superbo la fa da padrone, sorvegliando vigile le gallinelle bianche e rosse. Ogni tanto uno scontro. Arditi galletti osano contendergli lo scettro, ma dalla furiosa zuffa è sempre lui a uscirne vincitore. Allunga il collo, si riassetta le penne arruffate, ruota intorno gli occhi furenti: è lui il re. Mortificati e rassegnati, agli incauti pretendenti non resta che attendere il giorno in cui la padrona (mia madre) riterrà opportuno fare di quel bellimbusto un saporito arrosto.
D'un tratto là, oltre l'aia, c'è qualcosa che attira la mia attenzione. Scorgo dei giganteschi mostri d'acciaio; devono essere arrivati durante la notte, e, per quanto rumorosi, non hanno turbato il mio sonno profondo di bimbo. Provo un vago senso di terrore, ma al tempo stesso ne sono affascinato. Pressandolo, facevano tremare il terreno, muovendosi lentamente avanti e indietro sugli enormi nastri dentati con assordante stridìo di ferraglia.
All'improvviso un gran boato. Poi un altro. L'aria squarciata vibra e fa trepidare i vetri della casa. Le lunghe bocche incastrate nell'acciaio, puntate al cielo in direzione del vicino Adige vomitano fuoco e fumo. Mi tappo le orecchie con le mani, il cuoricino batte forte forte, ma non fuggo, voglio vedere ogni cosa, incurante degli insistenti richiami della mamma. Intanto, anche il pollame, come impazzito, con gran clamore svolazza cercando rifugio nel pollaio o sotto la siepe che delimita il meleto. Sono gli inglesi che, nella mia azienda di Saguedo di Lendinara, hanno stabilito una loro base in posizione avanzata in prossimità dell'Adige, allo scopo di ostacolare la ritirata affannosa e disordinata dei soldati tedeschi. Già tutti i ponti sono saltati e la fuga disperata verso le acque della salvezza si è rivelata per migliaia di loro una terribile insidia di morte. Anche il fiume sembra opporsi al passaggio, inghiottendoli inesorabilmente in gran numero tra i gelidi vortici.
Quando i carri armati tacciono, incombe un silenzio sinistro. Nessun bambino gioca. Un soldato rompe la tensione e con gesti ed espressioni lusinghevoli (la lingua non sarebbe compresa), invita mia sorella Marisa, lì con me, ad avvicinarsi senza timore. Con un po' di esitazione, superata la diffidenza, va verso l'inglese che, sorridendo, le offre prugne secche e stecche di cioccolato, quasi a farsi perdonare tanta paura provocata. Lieta, ritorna con i ghiotti doni e spinge anche me ad andare a prendermene. Intanto il soldato si discosta dal bidoncino delle prugne e si avvia verso un carro armato.
La mia golosità di bambino è stuzzicata da quelle rare leccornìe per cui, incoraggiato dalla sorella, lentamente mi avvicino al contenitore bello e lucente delle prugne secche. Ne afferro in fretta quante le mie piccole mani possono contenere e riempio con cura le tasche del grembiulino. Ne avrò prese troppe? Non mi sembra. Forse dovevo essere autorizzato dal militare? A tanti interrogativi non ho tempo di rispondere: il soldato mi si avvicina lanciandomi una valanga di insulti. Sono a tal punto spaventato che gli scaglio le prugne contro e fuggo terrorizzato da quella faccia minacciosa e da quello sguardo iroso.
Chissà che parole mi avrà detto… Certo è che sono rimasto mortificato e confuso per l'imprevisto atteggiamento e per l'amara ingiustizia subita. Chi lo sa, forse a quel tempo egli preferiva le belle ragazze ai bambini!
Un nobile soldato
Chi ha detto che tutti i tedeschi sono cattivi? Forse perché mia madre mi strappava bruscamente al mio profondo sonno di bimbo e, quasi com'aquila, mi ghermiva per un rifugio più sicuro ad ogni lugubre avvertimento delle sirene che gli Stuka erano vicini?
Non lo so. Probabilmente molti lo sono stati, ma non si può fare, come si suol dire, di tutta un'erba un fascio e, quanto sto per narrare, lo conferma.
La mia azienda, prima dell'arrivo dei soldati inglesi, era stata occupata da una guarnigione di tedeschi. La posizione strategica vicina al fiume Adige, l'ampia abitazione, un comodo fienile per il pernottamento della soldatesca, la stalla per il tepore nelle lunghe sere d'inverno, avevano certamente favorito questa scelta. Fu così che, per un anno e mezzo circa, vissi con un gruppo di tedeschi.
La mamma aveva assegnato una stanza al piano terreno all'ufficiale che comandava la guarnigione, forse un tenente colonnello, mentre i soldati semplici si erano accomodati nel fienile.
Con me, un morettino paffutello e ricciuto, il graduato, come lo chiamava mio padre, si manifestava sempre particolarmente affettuoso. Era solito farmi sedere familiarmente sulle sue ginocchia, mostrando a me e ai miei una foto del suo bambino della mia stessa età, che non vedeva da molto tempo, e sorrideva divertito della singolare somiglianza. Mi faceva giocare con la trottola e un giorno mi regalò persino un bengala, ormai inoffensivo, con un bellissimo paracadute di seta bianca.
Il mio papà diceva che odiava le SS naziste, deprecando i metodi arroganti da spietati aguzzini. A queste osservazioni l'ufficiale tedesco non dava risposte, ma la sua presenza in casa nostra si rivelò davvero preziosa. Infatti, una notte accadde un episodio che ci terrorizzò.
Siamo già tutti a letto quando dei violenti colpi alla porta d'ingresso ci svegliano di soprassalto. La porta cede con gran fragore, si spalanca e compaiono quattro o cinque brutte facce con il fucile in mano in atteggiamento minaccioso. Sono soldati delle SS.
L'ufficiale tedesco, non si perde d'animo e, impugnata rapidamente la sua grossa mauser, gli si para davanti sparando un colpo in aria. Subito destati, i suoi soldati accorrono, afferrano i malcapitati e li malmenano duramente, mentre il graduato li minaccia di morte se non spariscono immediatamente senza farsi mai più vedere.
Il fuggi fuggi fu immediato ed in casa tornò la quiete, mentre ci ponevamo alcune domande: Ma perché sono venuti? Chi o che cosa cervavano? Qualcuno deve aver riferito a quei figuri che mio padre era un disertore, non sapendo che egli era esonerato dal servizio militare nella repubblica di Salò.
A distanza di tanti anni ricordo con affetto quel coraggioso ufficiale che, con fermezza d'animo e nobile senso di riconoscenza, ha salvato la vita a mio padre. Senza il suo deciso intervento, probabilmente egli sarebbe stato condotto in Germania, forse a morire in uno dei tanti campi di lavoro forzato, come accadde ad altri conoscenti.
A guerra finita il militare ci informò di aver raggiunto incolume la sua famiglia; nella sua lettera, oltre ai ringraziamenti e alle congratulazioni per la mia bella e numerosa famiglia, invitava mio padre nel suo paese per ricambiare l'ospitalità tanto gradita.
Apocalisse a Lusia
La giornata è luminosa e straordinariamente tersa come rare volte qui in Polesine. Sto giocando nel mio cortile davanti a casa quando all’improvviso un cupo e minaccioso rombo d’aerei sempre più vicino mi paralizza. I mie colombi, che tranquilli si esibiscono in giochi amorosi, tubando e posandosi in coppia sul filo della luce o sul tetto della casa, d’un tratto, come impazziti, svolazzano in cerca di un riparo sicuro.
Si tratta di bombardieri, non so quanti siano, forse un centinaio. Il metallo grigio argenteo scintillante al sole mi ferisce gli occhi con bagliori sinistri. Sono preso da un confuso sentimento di paura. Mia sorella Marisa (ne ho delle altre maggiori, ma è sempre lei la mia tutrice), mi chiama a gran voce. Corro. Mi prende in braccio e rapidamente saliamo le scale che portano su nel granaio, il punto più alto della casa. Ci affacciamo ad una inferriata. “Guarda, Antonio – mi dice con la voce concitata e commossa – guarda là in fondo, da quella parte, quegli aerei stanno bombardando Lusia!”.
Con gli occhi spalancati, attonito, scruto nell’orizzonte, muto, quella scena di morte. La località non dista in linea d’aria più di due chilometri, ed io distinguo bene le grosse bombe sganciarsi e precipitare rapide da sotto quei mostri neri, che sorvolano la zona, girando intorno più volte come avvoltoi bramosi sulle carogne.
Capisco che quegli ordigni hanno toccato il suolo dallo scoppio terrificante che dilaga nell'aria disfatta, dagli schizzi di terra e pietre scagliate violentemente al cielo e dagli incendi improvvisi. Saltano come costruzioni fatiscenti i poderosi ponti di Ca' Morosini e di Lusia le cui grosse barre di ferro vengono catapultate verso l'alto come fuscelli, e in poco tempo per snidare i tedeschi dalle case anche l'intero abitato di Lusia è raso al suolo, compresa la chiesa e l'alto campanile.
Non giungono a noi le grida atroci degli sventurati, ma nella mia sensibilità immaginativa di bambino le sento tutte. Vedo una mamma cercare affannosamente il suo bambino che, ignaro, gioca nel cortile; un vecchio morente il quale, dopo una vita di affanni e di stenti, è stanco della inutile lotta e, rassegnato, non invoca soccorso; un padre che, presago di un'orribile sventura, si precipita affannoso dai campi, ma trova la sua casa squarciata. Come impazzito, si strappa i capelli; smorfie di rabbia e di dolore disperato gli contorcono il volto, impreca, grida, chiama: lì sotto quelle macerie ci sono i suoi cari. Qualcuno, ancor vivo, manda deboli lamenti e lui annaspa ansante spostando angosciato pietre e tavole con le mani, ma la speranza è sopraffatta dalla spaventosa catastrofe.
Qualche giorno dopo per me e i miei un muto pellegrinaggio: non ho visto altro che desolazione e rovine. Non una casa intatta, non un edificio pubblico in piedi; ovunque porte e finestre divelte, cumuli di macerie e brandelli di muri anneriti dal fuoco; del campanile, che svettava alto e snello, non è rimasto altro che un mozzicone, muto testimone di un'immane tragedia. Con orecchi attenti e avidi, ho seguito il racconto di incendi, di intere famiglie scomparse, di chi urlava e supplicava invano soccorso, di chi, morendo, malediva gli Alleati, i Tedeschi, i partigiani, la guerra, la sorte.
Ancora oggi mi appare vivo nella memoria quel paesaggio spettrale, quasi surreale e, nonostante comprenda i motivi di quel massacro, mi sono convinto profondamente della inutilità e dell'irrazionalità di ogni guerra, dal momento che all'uomo historia vitae non docet.
Evviva, sono arrivati i burattini!
Nulla è più bello di un volto sorridente di bimbo! Proprio così, e dopo tanti ricordi tristi qualcuno allegro e divertente si fa strada nella mia memoria con vivacità e insistenza.
La guerra è terminata, ma le ferite sono tante. La gente ora vuole reagire e dimenticare in fretta gli angosciosi lunghi anni di ristrettezze e di sofferenze; vuole ritrovare se stessa e tornare a sorridere. Ecco, allora, i burattini ambulanti che girano di paese in paese per far divertire adulti e bambini con spassose comiche e appassionanti storie di repertorio classico. Quello dei burattini era un genere di spettacolo unico e indimenticabile per quel rapporto calorosamente familiare, immediato e coinvolgente che stabiliva con il pubblico.
Ogni anno, all'inizio dell'estate, anche a Saguedo di Lendinara era solita arrivare una compagnia di burattinai (in tutto marito, moglie e figlio), proveniente dalle parti di Ferrara ed io sono stato un assiduo ed entusiasta frequentatore di quegli affascinanti spettacoli. Stabilivano il loro carrozzone trainato da un poderoso stallone davanti la chiesa e per sei-sette sere, i bambini davanti e i grandi dietro, venivano occupate tutte le panche di legno collocate dai burattinai.
Mi scendevano copiose lacrime di commozione per l'ingiusta sorte del Fornaretto di Venezia o per la tragica fine dei nobili amanti Giulietta e Romeo, ma non battevo ciglio, attratto com'ero dagli intrighi delle varie vicende rappresentate con tanta abilità e maestria. Il burattinaio, in particolare, possedeva una voce calda e mutevole secondo gli stati d'animo dei personaggi, così da farceli amare o odiare con una simultaneità straordinaria. Erano solo tre attori, ma sembravano una numerosa compagnia.
Ogni storia triste era sempre seguita da una farsa, perché il burattinaio, da fine conoscitore dell'animo umano, amava tanto i bambini che voleva tornassero a casa con il sorriso negli occhi e nel cuore.
Non posso scordare le chiassose risate a crepapelle per le comiche vicende di Sandron e Fasolin. Quante botte da orbi risuonavano sulla schiena di Sandron, sempre perdente e vittima delle sgridate e furiose bastonate di Fasolin! Del resto Sandron se le meritava tutte perché era sciocco, tracotante e anche imbroglione.
Con i burattini ho pianto lacrime di commozione, ma ho anche riso proprio tanto. È un vero peccato che l'arte del burattinaio sia pressoché scomparsa e che i bambini di oggi non possano accostarsi al teatrino dei burattini e godere un tipo di spettacolo che ha ispirato fervide idee e suscitato sani divertimenti, in tempi in cui la TV ancora non c'era ad addormentare menti e coscienze.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Francesca Magon. “Anni di guerra”. Ventaglio Novanta, n. 12, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/anni-di-guerra/