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POESIA

Anima e materia

di Vincenzo Bellini

Ventaglio Novanta n. 18 1998 pp. 121–123

MADRE
Or tu mi guardi
muta, immobile, madre.
Vedo il tuo volto
scarno, altero,
rugato dal tempo
ed il tuo sguardo
fisso, vuoto, lontano.

Più non mi parli, madre,
più non riesci.

Ma come un raggio di sole
nella buia notte
il volto si scuote,
si illumina, si addolcisce;
gli occhi brillano di lacrime
ed appare un sorriso mesto,
etereo, entusiasmante.

Ora mi parli, madre;
ora riesci.

ANIMA E MATERIA
Ascolto la dolce,
sublime musica
del notturno silenzio;
mi immergo nell’incanto,
nella mia fantasia.

Lentamente mi dissolvo.

Io sarò aria
Io sarò pianta
Io sarò erba
Io sarò vita.

Lentamente mi dissolvo.

Io sono la luna
Io sono le stelle
Io sono l’universo
Io sono il mistero.

Lentamente mi dissolvo.

Io ero niente
Io sono tutto.

Lentamente mi dissolvo.
Lentamente..
Lentamente mi dissolvo.

Mi dissolvo..
Mi dissolvo..
Mi dis..sol..vo.

AUTUNNO
Avidamente assaporo
aria satura di nebbia;
dolcemente mi avvolge
e mi bagna
come avvolge e bagna
il paesaggio.

Mi sento erba nell’erba,
pianta tra le piante,
natura nella natura.

L’ARBUL DLA’ TRANSPADANA
Da tropi an
a zerc le mè radìs
in chi ‘sta vècia
tera polesana.

Mi-parl ‘na lingua
ch’an la cgnòs nisùn
parchè l’è un mist
ad tanti bei dialèt;
e mi son n’àrbul
ad ‘na specie rara:
senza radis;
an iò mai catàde.

Fin da putin ò santì
lingue diverse
e a ghea vargogna,
parchè ‘n capèa gnent,
picul arbulsin
con le radis ad chiàltar.

Ma mi son n’àrbul
ch’a gà voia ad vivar
in chi ‘sta tera
ch’a m’à vist nasar.
Eco, ag tien tant a d’ral:
mi son un vècc àrbul
polesàn dla Transpadana
e am sent i-ram
dvantàr sempar più sec;
però da ‘sto mumènt
am sent le mè radis.

PICCOLO UOMO
Mi sentirò per una volta,
spirito, libero finalmente
da questo mio pesante,
mortale corpo.

Volerò leggero, cavalcando
un gran raggio di luce
e svanirò nell’infinito,
affascinante universo.

Respirerò l’immenso
e ne assaporerò il profumo,
ascoltando la suggestiva
musica delle galassie.

E ti guarderò dall’alto,
piccolo, superbo uomo.

AL SENEGALESE AGOSTINO
Lentamente, quasi di soppiatto,
con passo indeciso e stanco,
ti avvicinasti tendendomi la mano.

“Mi chiamo Agostino,
ho vent’anni e sono senegalese;
la vita è dura, signore.”

E con un timido, amaro sorriso,
frugasti in una enorme borsa,
porgendomi, poi, una piccola scatola.
“Solo quattromila lire, signore.”

Di te, mi aveva colpito
la gentilezza, la contenuta umiltà,
l’estrema solitudine,
la forzata lontananza dalla tua terra.

Pensai di aiutarti e ti ridiedi la scatola
insieme a quanto richiesto,
ma te ne andasti umiliato;
senza speranza, senza futuro,
mestamente verso il nulla.

Ti chiedo scusa, giovane, nobile senegalese.

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Come citare questo articolo

Vincenzo Bellini. “Anima e materia”. Ventaglio Novanta, n. 18, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/anima-e-materia/

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