"A xe rivà i zigagni, presto, scapa in casa, i porta via i putini!". Una frase così, impressa nella mente di una bimba, non si cancella più, anzi, tende a rafforzarsi nel tempo per le frequenti notizie di furti che finiscono col connotare il termine "zingaro" come sinomimo di "ladro".
Paura mista a curiosità, mi induceva da piccola a ubbidire prontamente ai grandi quando si vedevano le carovane degli zingari stanziare nella radura, ossia nel punto in cui il fiume Adige formava un'ansa a qualche centinaio di metri dalla mia "corte".
Il ricordo degli zingari ritorna vivo allorquando nei primi anni sessanta ci fu in Lendinara un grande afflusso di gruppi di zingari venuti chissà da quali luoghi lontani: era morta la Regina degli Zingari! La sensazionale notizia fece rimbalzare la notorietà di Lendinara in tutta Italia tramite servizi di giornali e televisione, mentre il piazzale S. Francesco, dove si erano stabiliti, era affollatissimo anche di curiosi. Se ne fece un gran parlare per un po' di tempo, poi più nulla; e per quel che mi riguarda non è stato mai motivo di interesse il destino di questa gente se non per l'elemosina a certe donne dimesse, con i bimbi in braccio spesso piangenti, sedute davanti ai supermercati o nelle vie del centro dedite al "manghel", ossia all'accattonaggio.
Oggi, un po' più attenta al valore delle varie culture sempre più presenti nel nostro territorio, è sorto il desiderio di conoscere chi sono anche queste persone verso le quali si nutrono sentimenti di istintiva avversità. Devo ammettere che è stata la scoperta di un autentico "tesoro" culturale, e poiché sappiamo che diffidenza e rifiuto conseguono alla non conoscenza, mi sono avvicinata con un'ottica diversa a questo popolo "misterioso e segreto.
Un seminario di formazione sul popolo zingaro promosso dall'A.I.Z.O. (Associazione Italiana Zingari Oggi) è stato tenuto nei mesi scorsi a Trecenta, Castelmassa e Castelguglielmo e non a caso in queste località, poiché proprio in vari Comuni dell'Alto Polesine sta verificandosi un fenomeno nuovo di insediamento e di sedenterizzazione di zingari alla ricerca della propria sopravvivenza.
Quelli che si chiamano comunemente Zingari si distinguono in realtà in due gruppi: Rom e Sinti, i quali, provenienti dalla ex Jugoslavia in guerra e perseguitati dalla polizia dei Paesi dell'Est europeo, cercano accoglienza in Italia per un permesso di soggiorno.
Ma chi sono gli Zingari? Stanno tra noi, che siamo i gagé, ossia i non zingari, eppure, oltre ad un'inquietudine mista a rabbia e a insofferenza, non ci poniamo il quesito. Sì, sono troppo diversi dal nostro modo di vivere organizzato, programmato, istituzionalizzato: essi non lavorano, rubano, sono senza fissa dimora, non sottostanno a leggi e a regolamenti, amano insomma la "libertà". Bella parola che piace a tutti! Ma fino a quando essa è possibile?
Lo scrittore spagnolo Cervantes nella "Gitanella" con espressioni poetiche dà un'immagine del popolo zingaro pienamente esplicativa quando dice: "Siamo i signori dei campi, dei terreni seminati, dei boschi, delle fonti e dei fiumi, i monti ci offrono legna gratuitamente, gli alberi frutti, le vigne uva, gli orti verdura, le fonti acqua, i fiumi pesce e le riserve cacciagione, ombra ci offrono le rocce, aria fresca le fenditure e case le grotte. / Per noi l'inclemenza del cielo è venticello, la neve è refrigerio, la pioggia è un bagno, e musica sono i tuoni e fiaccole i fulmini. / Per noi i terreni duri sono cuscini di morbide piume, il cuoio indurito dei corpi ci serve da armatura impenetrabile per difenderci, la nostra salvezza non viene empita dai ceppi, non è frenata dalle difficoltà, non si sente rinchiusa da mura, corde non avvolgono il nostro animo, né lo diminuiscono i legami, né lo domano i travagli".
Un popolo così straordinario, che vive ciò che inconsciamente sta chiuso in ciascuno di noi, ritengo debba essere conosciuto, dal momento che abita nel nostro territorio.
La struttura etnica degli Zingari è complessa. Originari dell'India, sulla base della lingua derivata direttamente dal Sanscrito, essi si distinguono in tre principali gruppi e sottogruppi: Sinti – Rom – Kalè (gente dalla testa nera) – Manush. I termini Rom, Sinti, Manush si riconducono tutti al significato della parola "uomo".
I Sinti, da Sindhi, abitanti del Sindh (attuale Pakistan), sono il gruppo presente in Italia da più generazioni fin dal 1400, maggiormente al Nord; qui in Polesine: a Trecenta, Giacciano con Barucchella, Ceneselli; a Bergantino e a Melara la loro presenza è legata al "Mercato della Giostra". Primi tra gli Zingari ad acquistare abitazioni e a scegliere la stanzialità, i Sinti possiedono la cittadinanza italiana e quelli dell'Alto Polesine sono imparentati con le famiglie che vivono in campi sosta di Verona, Mantova, Vicenza e Ferrara.
I Korakanè (musulmani), letteralmente: lettori de Corano, sono Rom di origine slava. In Italia da circa 20 anni, sono giunti dopo la morte di Tito, che li aveva costretti alla sedentarizzazione contro la loro cultura nomade. Gruppi Rom, dal sanscrito "ram" (bello nomade), da cui deriva la parola latina "homo", si trovano a Badia Polesine, Castelguglielmo, Castelnuovo Bariano, Ceneselli, Salara. Anche i Rom ortodossi, i Daxihanè, provengono dalla Serbia, ma nell'Alto Polesine, pur di lingua comune, si distinguono dai Korakanè proprio per la religione. Chiedono sempre più frequentemente una casa perché la vita nei campi nomadi oggi è troppo disagevole. Cercano tranquillità, un ambiente salubre e non degradato (vicino a discariche o privo di servizi igienici fondamentali); la possibilità di scolarizzazione per i figli, di regolarizzazione con leggi italiane, la fuga dai conflitti all'interno dei campi, opportunità di lavoro.
Perché sono eterni viaggiatori? Esiste una leggenda che spiega come gli Zingari, che si definiscono signori egiziani, da cui "gitani" o "gypsies", hanno perseguitato Israele e Dio li ha condannati ad un eterno viaggio.
Il nome stesso di "zingaro" deriva dal greco "athinganos", colui che non si può toccare, né essere toccato, così detto in epoca medioevale; tuttavia non devono essere confusi con i paria dell'India. Si ignorano le cause dell'esodo dall'India avvenuto verso il 1000; l'unico libro che ne parla è il Libro dei Re scritto dal poeta persiano Firdusi nel XII secolo: "Un gruppo di luri musicisti, verso il 420 fu inviato da un sovrano indiano in Persia a rallegrare il popolo". Ancor oggi è nota la loro specialistica cultura nella musica, oltre che nella danza: ad essi si deve, infatti l'affascinante danza del flamenco.
Dalla Persia, attraverso l'Armenia, la Siria e la Palestina, un gruppo giunse in Egitto; un altro andò a Bisanzio dove venne creduto una setta eretica. Il primo a parlare di loro, una volta giunti in Europa, fu il Muratori nel 1422; in Italia, infatti, erano stati scorti zingari a Bologna e a Forlì, e da qui scesero fino a Napoli. Molto probabilmente per lo studioso zingaro Vania de Gila Kochanowski il popolo dei Romanì Chavè (figli di Ram loro capostipite secondo la leggenda), l'esodo fu causato dalla volontà di sfuggire alla sottomissione dell'Islam. Giunti nella Penisola Balcanica, furono fatti schiavi dai principi del luogo, che si assicurarono manodopera specializzata.
Da uno studio di Mirella Karpati il più antico documento su questo popolo è una donazione di quaranta famiglie di Zingari al Monastero di Sant'Antonio a Voditza (Serbia) nel 1386, a indicare che la schiavitù era molto diffusa. Lo spostamento verso l'Occidente avvenne per sfuggire ai Turchi e si ha notizia che l'imperatore Sigismondo, amante della musica zingara, unitamente al papa Martino V, diede loro un salvacondotto, per cui la vita nomade era assicurata e favorita durante tutto il Medioevo.
Alla nascita dei grandi Stati nazionali, però, per gli Zingari iniziò un lungo periodo di repressioni. In Spagna Ferdinando il Cattolico cacciò Mori, Ebrei e anche Zingari, che subirono persecuzioni dal Tribunale di Inquisizione, pene corporali, marchio col fuoco, taglio delle orecchie, detenzione nelle galere, morte, solo per essere Zingari. Nel 1501 la Dieta di Augusta decretò che non era reato uccidere uno zingaro e la Repubblica di Venezia, con decreto del 1558, premiava con dieci ducati chi consegnasse uno zingaro vivo o morto.
Le persecuzioni continuarono pure in questo secolo con il nazismo. Nei lager di Dacau e Birkenau oltre mezzo milione di Sinti e Rom furono trucidati, nonostante fossero ariani puri. Ciò accadde quando negli anni '40 l'ideologia nazista entrò in crisi e si iniziò a sostenere che anche gli Zingari, come gli Ebrei, erano asociali e portatori di inquinamento biologico: quindi bisognava isolarli, sterilizzarli, sopprimerli, affinché non si moltiplicassero.
Eppure questo popolo misterioso e affascinante, religioso, privo di scrittura e di una classe dominante, si contraddistinse per la particolare abilità di lavorare i metalli. Forse fu proprio questo contatto con gli oggetti a collegare gli Zingari nella mentalità popolare alla magia, alla superstizione timorosa; non a caso le donne praticavano la chiromanzia.
Ma ciò che mi preme sottolineare è che con orgoglio la gente zingara è sempre vissuta del proprio lavoro artigianale e commerciale. I gruppi Rom si distinsero proprio in base alla specializzazione dei mestieri che praticavano: Churari (arrotini e fabbricanti di coltelli), Kalderari (calderai, ramai), Lovari (stallieri o mercanti di cavalli), Rudari (artigiani del legno), Potkavari (dediti allo spettacolo viaggiante), riparatori di sedie e ceste di vimini e altri ancora.
Secondo i nostri consolidati pregiudizi potrebbe sembrare strano che il lavoro avesse avuto un ruolo importante nella tradizione Rom e Sinta; per queste comunità un lavoro è considerato indispensabile per sopperire ai propri bisogni vitali, ma nella scala dei valori, non ha un posto centrale come nella nostra società, così pure dicasi per il denaro, che non viene accumulato per il futuro.
Abili lavoratori del rame, i Rom oggi subiscono la concorrenza dei Marocchini, ed inoltre la mancata richiesta dei loro prodotti provoca profonda frustrazione. Oggi raccolgono il ferro che vendono, oppure realizzano artistiche creazioni di bottiglie in vetro o compravendono tappeti, ma sempre più emarginante è il sistema tecnologico attuale che ha reso anacronistiche le loro attività tradizionali, limitando le uniche risorse di sopravvivenza all’accattonaggio praticato da donne e bambini. Il mercato preferisce prodotti standardizzati e non sa più apprezzare l’imperfezione, che rappresenta l’unicità e l’arte del prodotto veramente artigianale.
La cultura zingara è davvero in pericolo oggi, minacciata da un sistema che non lascia spazio alla vita nomade, divenuta disagiata e sempre meno tollerata anche dalle stesse giovani coppie, le quali si mostrano più aperte riguardo alla scolarizzazione dei propri figli.
Sta avvenendo un cambiamento forse decisivo per il futuro di questo piccolo popolo, che al nord è ancora in larga misura nomade ma spesso trova divieti di sosta sempre più frequenti; a Sud è più sedentario, ma vive alla periferia delle città, nei ghetti malsani e in una miseria spaventosa.
È un popolo di giovani. Infatti, la speranza di vita è paragonabile (se non peggiore) a quella del Terzo Mondo; la mortalità infantile è elevata e l'età media è poco più di 20 anni, conseguenza della denutrizione e delle privazioni igieniche e profilattiche. La Legge Regionale n. 54/89 sugli "Interventi a Tutela della Cultura dei Rom e dei Sinti", è rimasta disattesa, per cui aree di sosta attrezzate, cioè fornite di acqua e luce non ce ne sono.
A Badia Polesine c'è un'area adibita a parcheggio provvista di acqua, ma è vicina al cimitero e quindi rifiutata dai gruppi di zingari per tabù culturali e tradizionali. In molti Comuni esistono ordinanze del Sindaco che vietano la sosta ai nomadi. Per questi e altri motivi si è registrato un calo nel numero di carovane in transito nel territorio della nostra provincia. Sempre a Badia Polesine esiste dal 1946 un'importante struttura di accoglienza dei giovani. Si tratta dell'Istituto "Casa Divina Provvidenza" nato per iniziativa di don Torreggiani di Reggio Emilia, che tra i primi in Italia ha avvicinato i gruppi nomadi. Retto da oltre vent'anni dal dott. Renato Galleno, l'Istituto ha accolto ragazzi nomadi per alfabetizzarli e oggi è vanto della Comunità locale se la maggioranza ha assunto atteggiamenti di autentica accoglienza nei confronti del "diverso".
L'Istituto ora sta per esaurire il suo compito, – afferma il dott. Galeno, – in quanto il nomadismo stesso sta scemando di intensità sia per l'acquisto sempre più frequente di abitazioni, sia per la mancanza di campi sosta".
I tempi cambiano e le culture si modificano, però non possiamo consentire che si perdano. Come si può fare per impedire ad un popolo di smarrire la propria identità?
Da un lato occorre creare strutture residenziali dignitose e dall'altra agevolare l'organizzazione delle loro attività artigianali e commerciali tradizionali secondo il sistema produttivo attuale. Così, forse potremmo condividere la definizione di Andrè Barthelemy nel suo diario di trent'anni in mezzo agli Zingari, secondo il quale essi sono "il pepe della terra", osservando che senza di loro la vita avrebbe meno sapore.
FONTI DI INFORMAZIONI CONSULTATE: Daniell Soustre de Condat: Rom – Una cultura negata, Provincia di Rovigo, Assessorato alle Politiche Sociali, Relazione progetto nomadi Alto Polesine; Mirella Karpati (articolo): Dimenticati fra noi: gli zingari".
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Come citare questo articolo
Francesca Magon. “Gli zingari in Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 18, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-zingari-in-polesine/