Non è facile tratteggiare la personalità e la condotta di un uomo. Spesso gli vivi accanto per tanto tempo, quasi ci fai l'abitudine e non è detto che motivi ed espressioni anche qualificanti del suo agire ti sfuggano o non richiamino a sufficienza la tua attenzione.
È quando il destino te lo porta in altre dimensioni e tu lo cerchi ancora ed invano, ecco, è proprio allora che ne senti l'insostituibile mancanza e una struggente malinconia vela i tuoi occhi di pianto e ti richiama ogni istante di una amicizia che sulla terra non potrai recuperare. Quella presenza che diviene ogni giorno necessaria ed urgente e che ingigantisce un vuoto che nessuno può colmare.
Ciascuno di noi è pedina irripetibile nella grande scacchiera della vita e domina, con la propria personalità, uno spazio che diviene suo e che altri mai potrebbero acquisire. In quello spazio ognuno gioca un ruolo che lo distingue dagli altri e che potrà lasciare tracce negative o positive e, proprio queste, saranno quelle che ne dilateranno, con il proprio fascino, il ricordo oltre il tempo e oltre la dimensione.
È stato così per Umberto.
Sono quei momenti preziosi nei quali lo abbiamo avuto accanto, le testimonianze che ci hanno insegnato ad apprezzarlo e ad amarlo. Quel suo tratto squisitamente delicato ed attento a non disturbare gli altri nè a togliere valenze di loro competenza nel rispetto di un ruolo della vita che sovente ti porta all'estremo.
Un rigido autocontrollo che sapeva divenire determinante quando la sua autorità veniva chiamata in causa, responsabile delle sue convinzioni e dei suoi orientamenti, la saggezza e la preparazione quando il suo impegno di insegnante, di studioso e di relatore lo portavano ad esprimere contenuti che nascevano da una preparazione approfondita e da una ricerca sapiente ed intelligente, mai ferma né limitata alla superficialità.
Quella sua amicizia sincera. Quella sua preoccupazione costante per assicurarti sulla lealtà della sua vicinanza, difficile e quasi introvabile in un mondo fatto di convenienze, sotterfugi ed egoismo che mascherano ed alterano anche quanto ti sembra più chiaro ed onesto. Un entusiasmo che si esprimeva nello stupore ammirato per quello che gli altri riuscivano, a volte, a realizzare in positivo ed il sostegno discreto e concreto ad ogni iniziativa che lo convincesse e richiamasse la sua attenzione.
Una signorilità d'animo fonte di un comportamento che lo estraeva dal comune, evidente indice di una educazione a valori determinanti del buon vivere acquisiti in una famiglia che non ammetteva certo deroghe fuorvianti.
Umberto Dallemulle ad Adria lo abbiamo conosciuto così e ne abbiamo apprezzato la sapienza dell'archeologo, la capacità educativa dell'insegnante, la autorevolezza di presidente nel coro "Soldanella", una delle istituzioni musicali adriesi di maggiore prestigio che lo ha avuto, per un decennio, al vertice di rappresentanza.
E non solo in città ma in differenti luoghi di chiara valenza culturale si era fatto apprezzare quale competente relatore, scrittore, saggista e componente di diverse commissioni di premi letterari.
Alla rivista che accoglie queste note di ricordo diede subito il suo appoggio, intuendone il valore divulgativo e la serietà d’intenti. E i suoi interventi in “Ventaglio Novanta” restano una chiara testimonianza della profondità delle sue conoscenze e dell’amabilità con cui sapeva proporle ai lettori.
Ufficiale degli Alpini in congedo, era orgoglioso di appartenere all’ANA, l’associazione che continua, in pace, ad esprimere i valori di un corpo militare che assume il suo carattere fra lo splendore della natura dei monti e che, senza dispersioni o retorica, conosce i giusti termini della vita, pronto ad intervenire nei momenti di disagio e di sofferenza del prossimo con generosità ed altruismo operativo.
In Umberto una somma di valori.
Uno scrigno di benemerenze acquisite con determinata volontà, con appassionato impegno, con onestà di condotta nella attenzione alla famiglia, preziosa fonte e sostegno della sua energia. Gli affetti più cari. La moglie Mara Bellettato, insegnante e sua compagna di strada fin dai primi impegni archeologici adriesi ed il figlio Carlo, suo orgoglio e motivante riferimento in ogni istante del quotidiano.
Umberto, figlio acquisito della terra polesana, perfetto conoscitore della limgua tedesca, più volte si era reso disponibile nei rapporti di Adria con i paesi europei e, dalla Germania, la città di Lampertheim lo aveva eletto suo cittadino onorario, un riconoscimento di alta stima raramente accordato e che impreziosisce un libro d’oro già tanto ricco.
Una vita terrena spenta prematuramente da un male che non lascia respiro e, da Umberto, sopportato con massima dignità e, come suo stile, con riservatezza e rispetto per chi gli era accanto.
Un percorso troppo breve ma segnato da una luce di amore e di sapienza che hanno coinvolto chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.
Il segno di una storia che ha richiamato ammirazione per la sua professionalità, stima per la sua pregevole personalità, compianto per la sua partenza e profonda nostalgia per un “amico” che non sarà certo facilmente dimenticato.
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Romano Beltramini. “Umberto Dallemulle (1942-1998)”. Ventaglio Novanta, n. 20, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/umberto-dallemulle-1942-1998/