«Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?»
«Frate», diss’elli, «più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
…(Pg., XI, vv. 79-84).
L'episodio dell'incontro di Dante con l'artista umbro Oderisi da Gubbio è assai noto anche al vasto pubblico, nonostante la complessità delle informazioni raccolte nella eccezionale sintesi di due terzine.
Con un solo termine 'alluminar' derivato dal francese 'enluminer', Dante indica l'etimologia della voce 'miniatura' e coglie un importante momento di trapasso nella storia di quest'arte.
'Alluminare' ed il suo corrispondente 'enluminer' infatti troverebbero una comune radice nella parola "minio" (illuminare le carte attraverso il minio, cioè il colore rosso) o, secondo una ipotesi altrettanto accreditata, nella parola latina 'alumen', cioè 'allume', sostanza usata per rendere più brillanti i colori ricavati dai composti normalmente usati per dipingere (minerali ridotti in polvere, estratti vegetali e animali); nel contempo il francesismo 'enluminer' potrebbe essere stato abilmente adottato per tracciare un importante cambiamento di gusto avvenuto alla fine del XIII secolo determinato, secondo alcuni, dal progressivo abbandono delle forme bizantineggianti a favore dello stile francese già evidente nei prodotti artistici di Franco Bolognese o, secondo altri, dall'influsso giottesco proprio solo di Franco: insomma mentre Oderisi restava legato al disegno lieve, accurato e calligrafico e ai colori tenui, Franco 'pennelleggiava', cioè usava i colori in modo da ottenere effetti drammatici e fastose decorazioni.
Certo, il discorso dantesco, si inserisce in un ambito di riflessione assai complesso incentrato sulla fugacità della gloria terrena: i mutamenti in corso nelle arti – dalla miniatura con Oderisi e Franco Bolognese, alla pittura con Cimabue e Giotto ("Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura" Pg., XI, vv. 94-96), alla stessa poesia con Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti ("Così ha tolto l'uno a l'altro Guido / la gloria de la lingua; e forse è nato / chi l'uno e l'altro caccerà del nido") – ne sono un indizio evidente che qui, tuttavia, non è il caso di approfondire.
A noi serve innanzitutto ricordare come la miniatura avesse per gli antichi il compito di rappresentare la parola, di renderla subito evidente, comprensibile, di illuminarla, esaltarla attraverso i colori, l'oro e l'argento, seguendo un percorso di realizzazione piuttosto articolato che iniziava con il trattamento della pelle animale al fine di renderla imputrescibile, liscia e sottile e continuava con il disegno eseguito a parte su carta e poi riportato sulla pergamena, con l'applicazione di una lamina sottilissima d'oro (detta appunto foglia d'oro), con la stesura dei colori di base e, finalmente, con la definizione dei contorni, dei particolari e delle zone di chiaroscuro.
Eppure chiunque osservi le miniature che completano i testi medievali di carattere religioso 'sente' che la miniatura non è una semplice traduzione in immagine del contenuto nei suoi significati letterali e immediati, né una ricca ornamentazione o un raffinato decoro. Il miniatore dava forma e colore ai significati riposti, narrava per simboli. L'oro, ad esempio, il metallo meno diffuso e quindi più prezioso era considerato il solo elemento materiale capace di suggerire l'incommensurabile bellezza e preziosità della parola divina; inoltre poteva assurgere a simbolo della bontà di Dio: come il biondo metallo raccoglie la luce e la riflette moltiplicandola e ridistribuendola in mille raggi senza perdere nulla della sua integrità, così Dio distribuisce il bene e lo moltiplica senza perdere nulla della sua incommensurabile grandezza; e le cosiddette iniziali caleidoscopiche dove una forma animale può trasformarsi in pianta per poi diventare forma umana possono – tra le altre cose – essere un'allegoria dei mutamenti della materia sublunare contrapposti alla stabilità e incorruttibilità del mondo celeste e divino rappresentati, a loro volta, dalla inviolabile stabilità del testo sacro.
La mostra
Per documentare la ricchezza e la complessità della cultura espressa dall'arte della miniatura, ormai decaduta, ma fiorentissima a Padova e nei territori limitrofi sino alla fine del diciottesimo secolo, Padova Cultura ha proposto – nel corso della primavera del 1999 – una articolata mostra sulla produzione libraria miniata intitolata appunto La miniatura a Padova dal Medioevo al Settecento.
Nel progetto sono state coinvolte attivamente l'Abbazia benedettina di Praglia e l'Accademia dei Concordi di Rovigo.
Per quasi tre mesi quattro sedi (Palazzo della Ragione e Palazzo del Monte a Padova, Abbazia di Praglia a Teolo e Sala degli Arazzi presso il palazzo accademico a Rovigo) sono state predisposte per ospitare più di trecento codici e testi a stampa miniati tra il XII ed il XVIII secolo, prestati per l'occasione da alcune delle più importanti biblioteche italiane e straniere.
Fra i pezzi più interessanti esposti a Padova nella sezione della mostra intitolata Parole dipinte. La miniatura a Padova dal Medioevo al Settecento, i visitatori ricorderanno certamente l'Evangelistario di Isidoro del 1170 (contiene brani tratti dai Vangeli e destinati alla lettura durante la Messa) e l'Epistolario di Giovanni da Gaibana del 1259 (raccoglie brani tratti dall’ Antico e dal Nuovo Testamento destinati a precedere durante la Messa la lettura del Vangelo) entrambi miniati per la cattedrale di Padova, il cosiddetto Erbario carrarese (manoscritto che riproduce le piante utili per la preparazione di farmaci e cosmetici) miniato per Francesco Novello da Carrara fra il 1350 ed il 1405, la Tebaide di Stazio (sec. XIV) dove la tecnica francese del monocromo si sposa magistralmente con il realismo giottesco, e alcuni straordinari testi a stampa della seconda metà del Quattrocento miniati per soddisfare le richieste di proprietari particolarmente esigenti.
A Praglia nella sezione intitolata Calligrafia di Dio. La miniatura celebra la Parola sono stati esposti libri liturgici per la Messa e per l’Ufficio divino come il ms 353 (si tratta di un salterio, cioè di una raccolta dei salmi biblici) conservato presso la Biblioteca del Seminario di Padova ma eseguito da un miniatore parigino del XIII secolo, straordinario per la raffinatezza del tratto, la brillantezza dei colori, l’eleganza delle figure e l’esuberante ricchezza dei fondi d’oro; il sacramentario (raccolta delle orazioni per l’eucarestia e i sacramenti) eseguito a Fulda nel X secolo e conservato presso l’Archivio capitolare di Udine con le lettere d’oro immerse nella porpora e il frammento latino di una Bibbia atlantica di proprietà dell’Accademia dei Concordi (sec. XI) ricavato dalla legatura di un testo a stampa.
La sezione rodigina: Visibile parlare. La Bibbia istoriata padovana tra parola e immagine
Nella sezione rodigina della mostra è stata esposta la cosiddetta Bibbia istoriata padovana ormai nota anche al grande pubblico.
Un solo codice, prodotto alla fine del Trecento, conteneva in origine i cinque libri del Pentateuco (Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio), e i libri storici di Giosuè e di Rut. La Bibbia, realizzata per la corte dei Carraresi, signori di Padova, nella seconda metà del secolo XIV, pare sia stata smembrata già alla fine del Cinquecento e, in seguito, passando di mano da un proprietario all’altro, ha originato due distinti manoscritti, l’uno contenente i testi posti al principio e alla fine, cioè Genesi e Rut, l’altro tutti i libri intermedi. Alla metà del secolo scorso il primo troncone è entrato a far parte della biblioteca dell’Accademia dei Concordi attraverso il lascito della famiglia Silvestri (oggi è collocato come Manoscritto Silvestriano 212), il secondo è approdato al British Museum di Londra ora British Library (Ms Add. 15277).
La sezione di Rovigo della mostra è stata per più di un aspetto singolare. I visitatori hanno avuto l’eccezionale opportunità di contemplare, esposto in apposita vetrina, il manoscritto londinese Add. 15277 aperto su due pagine dell’Esodo raffiguranti gli artigiani intenti a realizzare i paramenti sacri per l’Arca dell’Alleanza; quindi hanno potuto ammirare tutte le miniature del manoscritto Silvestriano 212, non solamente quelle di due pagine consecutive, come capita normalmente in ogni esposizione di questo tipo; così le due parti della Bibbia istoriata ‘si sono ritrovate nella stessa sala’ e, anche se non materialmente riunite, la loro presenza ha dato vita ad un evento che difficilmente potrà ripetersi nei prossimi anni.
Approfittando infatti di un restauro in corso presso l’Istituto Centrale per la Patologia del Libro (Istituto che dipende dal Ministero per i beni ambientali e culturali e che costituisce la massima autorità nazionale nel campo del restauro e della conservazione del materiale librario) l'Accademia dei Concordi ha potuto esporre i libri di Genesi e Rut in modo tale che tutte le 344 miniature in essi contenute fossero visibili. Per procedere al restauro, il codice Silvestriano 212 è stato interamente sfascicolato e, completate le prime fasi di intervento, il manoscritto è stato consegnato a Rovigo privo di legatura e di cucitura. Ogni foglio, inserito in un passepartout rosso di cartone neutro e collocato in un pannello di plexiglas già sperimentato in prototipo qualche anno prima dallo stesso Istituto Centrale per la Patologia del libro, è stato poi collocato in una solida struttura verticale illuminata da fasci di fibre ottiche.
Vale forse la pena ricordare che la sfascicolazione di un libro impedisce la lettura consequenziale del testo: se, dopo aver tagliato i fili di cucitura dei fascicoli e dopo aver disposto i fogli così ottenuti l'uno dopo l'altro, proviamo a leggere il testo, ci accorgiamo che non vi è più consecutività: il racconto è frantumato, spezzato in tante porzioni, dilaniato. A rigor di logica, compiuta l'operazione di sfascicolazione, non possiamo più dire di possedere un oggetto chiamato 'libro': possediamo qualcosa di diverso perché uno degli elementi essenziali del libro è temporaneamente o definitivamente (a seconda della volontà di chi compie l'operazione) perduto. Questa anomalia – nel nostro caso temporanea – ha suggerito di prediligere gli aspetti iconografici del codice e di evidenziare talune particolarità non immediatamente evidenti, lasciando in secondo piano il testo divenuto 'illeggibile'. Tale situazione ha giustificato l'esposizione dei fogli miniati entro passe-partout che ne coprivano quasi interamente i testi, in modo da ottenere una carrellata di quadri.
Il titolo della sezione rodigina della mostra – preso a prestito dal nostro sommo poeta – ha poi enfatizzato la complessa scelta espositiva ponendo l'accento non tanto sulla narrazione testuale quanto piuttosto sulla narrazione miniata: le immagini della Bibbia istoriata padovana sono così belle da suscitare, in chi osserva, le parole adatte a descriverle senza bisogno del testo scritto, come accadeva fra le anime penitenti del Purgatorio dantesco con gli esempi di umiltà e di superbia istoriati, cioè raffigurati dalla mano di Dio lungo la parete del monte:
Colui che mai non vide cosa nova
produsse esto visibile parlare,
novello a noi perché qui non si trova (vv. 94-96).
Così la Bibbia istoriata padovana proposta al pubblico nella ricchezza delle sue immagini ha svelato appieno quel realismo di tipo giottesco che già Dante aveva celebrato opponendo all'arte di Oderisi la robusta pennellata di Franco Bolognese.
Ricordiamo che, nonostante l'importanza acquisita dalle immagini, il testo del codice, redatto in volgare padovano della fine del Trecento e derivato dalla Vulgata latina di san Girolamo, è stato proposto ai visitatori in trascrizione su appositi leggii collocati sotto i pannelli espositivi: per facilitare la comprensione delle storie bibliche i testi sono stati quindi affiancati dalle traduzioni in italiano e da formule di rinvio ai pannelli precedenti o successivi in modo da permettere la ricostruzione di ciascun episodio.
Oggi della mostra restano due cataloghi a stampa e un CD ROM. In uno dei cataloghi sono descritti tutti i pezzi esposti nelle sedi di Padova e di Rovigo; nell' altro sono presentati tutti i documenti esposti presso l'Abbazia benedettina di Praglia.
Il CD ROM prodotto dall'Accademia dei Concordi offre le riproduzioni delle 344 miniature che compongono i libri di Genesi e Rut (codice Silvestriano 212) con possibilità di ingrandimenti delle immagini e dei particolari. Le riproduzioni sono corredate dalla trascrizione dei testi originali in padovano della fine del Trecento e dalla versione italiana. Oltre alla visione consecutiva delle 344 riproduzioni, così come si presentano nel codice, è possibile effettuare 18 percorsi interdisciplinari (la creazione, il paesaggio, il lavoro e i suoi strumenti, delitti e punizioni, la città, gli oggetti del potere e della guerra, la folla, l'iconografia dell'angelo, i riti del matrimonio, le età della vita, i riti della sepoltura, gli animali, gli interni e gli esterni delle abitazioni, gli oggetti della vita quotidiana…).
Questi itinerari raggruppano virtualmente le immagini che presentano gli stessi argomenti o particolarità e curiosità dello stesso genere.
Poiché i miniatori, alla maniera di Giotto, Giusto de’ Menabuoi e Altichiero, hanno rappresentato il racconto biblico nell’ ambiente padovano della fine del XIV secolo, è inoltre possibile farsi un’idea di come si viveva e si lavorava in età medievale. La scelta di un percorso non impedisce di passare ad altri percorsi evidenziati da icone-guida poste di fianco alle singole immagini.
Sono stati altresì predisposti dei links che consentono di far ‘esplodere’ brevi testi di approfondimento o poche righe di glossario ed altri itinerari a carattere introduttivo riguardanti la storia dell’Accademia dei Concordi e della sua biblioteca, la storia del manoscritto, la lingua del codice, la cultura figurativa e lo stile pittorico della Padova di fine Trecento. Infine ricordiamo che è possibile ascoltare la recitazione di 80 passi del testo originale in dialetto padovano.
BIBLIOGRAFIA
La miniatura a Padova dal Medioevo al Settecento, progetto e coordinamento scientifico Giordana Canova Mariani, catalogo a cura di Giovanna Baldissin Molli, Giordana Canova Mariani, Federica Toniolo, Modena, Panini, 1999.
Calligrafia di Dio: La miniatura celebra la parola, progetto e coordinamento scientifico Giordana Canova Mariani, catalogo a cura di Giordana Canova Mariani, Paola Ferraro Vettore, Modena, Panini, 1999.
Visibile parlare. La Bibbia istoriata padovana tra parola e immagine [CD ROM]. Progettazione e realizzazione software: Dario Rigolin; testi: Paolo Pezzolo, Michela Marangoni, Maria Grazia Migliorini; redering e modelli 3D: A.G.I. Service; DTP copertina: Filippo Ruggero; coordinamento musicale: Giorgio Mazzuccato; recitazione: voce recitante Delia Sebelin, regia Ferdinando De Laurentis (Teatro Polivalente di Occhiobello – Rovigo). Altre collaborazioni: Federica Toniolo (introduzione sullo stile pittorico), Anna De Pascalis e Carlo Bianchini (revisione testi).
Si possono inoltre consultare le voci ‘alluminare’ (di F. Salsano), ‘Franco Bolognese’ ‘Oderisi da Gubbio’ (di I. Barsali Belli) in Enciclopedia dantesca, Roma, Istituto della enciclopedia italiana.
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Michela Marangoni. “Alluminar’”. Ventaglio Novanta, n. 20, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/alluminar/